Giornata di studi "Speleologia e disabilità" al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Giornata di studi

 

Speleologia e disabilità

 

#DOMENICALMUSEO: ingresso gratuito per tutti

domenica 2 dicembre 2018, dalle ore 10.00 alle ore 14.00

Evento nell’ambito delle manifestazioni per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità

 

In occasione degli eventi previsti dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, che si celebra il 3 dicembre, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia ospita domenica 2 dicembre 2018 la giornata di studi Speleologia e disabilità, all’interno della quale saranno presentati gli atti del VII convegno di speleologia della Federazione Speleologica del Lazio. Rifacendosi allo slogan “Un giorno all’anno tutto l’anno”, scopo dell’iniziativa, organizzata congiuntamente dai gruppi GSCAI Roma, Shaka Zulu Club Subiaco e Speleologi Romani, è quello di promuovere la diversità culturale, il dialogo interculturale e la coesione sociale. La giornata nasce con l’idea di creare un’interazione della speleologia con la disabilità, sensibilizzando le persone alla tutela degli ambienti carsici e allo stesso tempo facendo conoscere il mondo delle grotte naturali alle persone con disabilità. Nel corso dell’evento saranno illustrati al pubblico i risultati delle iniziative di accessibilità già realizzate, quali la manifestazione “Diversamente Speleo”, che nel 2018 si è tenuta presso la Grotta Val de’ Varri di Pescorocchiano (RI) e il corso di accompagnamento di disabili visivi in grotta “I sensi della   grotta”, organizzato dallo Shaka Zulu Club Subiaco alla grotta dell’Arco di Bellegra (RM). A questo si aggiungeranno le testimonianze di persone che hanno avuto modo di accompagnare disabili in grotta e i risultati delle nuove esplorazioni alla Risorgenza di Capodacqua di Amaseno (FR) e alla grotta dell’Elefante di Guidonia (RM).

Al termine dell’evento sarà possibile partecipare alla visita guidata gratuita alla Collezione Kircheriana del museo, in omaggio al padre gesuita Athanasius Kircher, che oltre ad aver realizzato l’omonimo museo nel Collegio Romano, può essere considerato uno speleologo ante litteram con la sua opera Mundus Subterraneus nella quale illustra i risultati dei suoi studi, condotti in prima persona – pare si sia calato addirittura nel cratere del Vesuvio – sulla geografia della terra.

Durante la manifestazione sarà allestito un banco tattile dedicato alla speleologia, che permetterà alle persone con disabilità visiva di iniziare ad avvicinarsi al mondo sotterraneo delle grotte.

La Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi Onlus presenterà, inoltre, il 5° Concorso Nazionale di editoria tattile illustrata “Tocca a te!”, che si svolgerà a Milano dall’11 al 13 aprile 2019. Per chiunque volesse cimentarsi nella realizzazione di un libro tattile e partecipare al concorso, gli esperti della Federazione saranno a disposizione per dare tutte le informazioni e spiegare gli elementi base che portano alla realizzazione di un libro per persone non vedenti.

 

Programma

 

10:00 – 10:20

Saluti delle Autorità e introduzione ai lavori


10:20 – 10:40

Alla scoperta del buio: l’esplorazione della grotta per il disabile visivo

F. Licordari (Sapab-Laz, Fr, Lt, Ri), - G. Mascolo (psicoterapeuta e tiflologo)


10:40 – 11.00
Nuova esplorazione alla Risorgenza di Capodacqua                                                                  

A. Esposito – F. Casadei (G.D.F. Ermini Rieti “Le Talpe”)

11:00 – 11:20

Diversamente Speleo: Un’esperienza da condividere

A. Meda (Comitato Diversamente Speleo)

11:20 – 11:40

Pausa caffè

 

11:40 – 12.00

Nuova esplorazione della Grotta dell’Elefante

Bello (G.S. CAI Roma) – D. Blanda (A.S.D. Gullivert)

 

12:00 – 12:40

Testimonianze ed esperienze con i disabili

Mazzocco (Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia) – G. Bosso (SHAKA ZULU CLUB Subiaco - GS Ruvese)

PROIEZIONE DELLA VIDEO INTERVISTA A UN DISABILE

12:40 – 13.00

Presentazione Atti del Convegno

 

13.00 – 14:00

Athanasius Kircher e il Mundus Subterraneus con visita guidata alla collezione Kircheriana

Licordari (Sabap-Laz Fr, Lt, Ri) – L. Mazzocco (Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia)

 


Cassano allo Ionio: mostra "Giocattoli d’epoca in mostra al Museo"

Mostra

Giocattoli d’epoca in mostra al Museo

Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide

Cassano allo Ionio (Cosenza)

2 dicembre 2018 – 31 gennaio 2019

Inaugurazione

Domenica 2 dicembre 2018 – Ore 17.00

Domenica 2 dicembre 2018, alle ore 17.00, al Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, verrà inaugurata la mostra Giocattoli d’epoca in mostra al Museo.

Interverranno: Adele Bonofiglio, direttore del Museo; Anna Lucia Casolaro, responsabile dei Servizi Educativi e Gianluigi Trombetti, Ispettore onorario pei i Beni A.A.S. di Castrovillari e curatore della mostra.

I giocattoli, databili da fine Ottocento a metà anni ’50 del secolo scorso, rimarranno esposti fino al 31 gennaio 2019.

Per l’occasione, i giovani fruitori, potranno partecipare al laboratorio didattico “I giochi dei Greci e dei Romani” durante il quale verranno organizzati antichi giochi ormai in disuso, con la finalità di accrescere la conoscenza della civiltà greco-romana.

Il laboratorio, a cura dei Servizi Educativi del Museo con la collaborazione dei Tirocinanti Regionali MiBAC, verrà riproposto, previa prenotazione e per l’intero periodo di permanenza della mostra, per le scolaresche del territorio.

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“Copia conforme: l’arte della riproduzione dal ‘700 ad oggi"

Tra il 1761 ed il 1764 erano i calchi di reperti archeologici, realizzati nell’Herculanense Museum per semplificare il lavoro dei disegnatori della Regia Stamperia ed inviare a Carlo di Borbone, trasferitosi a Madrid nel 1759, le riproduzioni delle opere più significative delle collezioni ospitate nella Reggia di Portici.

Oggi, nell’ “anima archeologica” del Sito Reale di Portici, sono i tasselli che ricostruiscono il modus operandi di un’epoca, approfondendo il percorso di visita dell’Herculanense Museum, grazie alla raffinata mostra “Copia conforme: l’arte della riproduzione dal ‘700 ad oggi”.

L’esposizione, frutto della collaborazione tra il MANN, il Dipartimento di Agraria dell’Università “Federico II” ed il Centro Museale “Musei delle Scienze Agrarie”-MUSA, sarà in programma, per un trimestre, nel piano nobile della Reggia di Portici: prevista mercoledì 5 dicembre, alle 12, l’anteprima stampa, cui parteciperanno Paolo Giulierini (Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli), Enzo Cuomo (sindaco di Portici), Matteo Lorito (Direttore del Dipartimento di Agraria) e Stefano Mazzoleni (Direttore del MUSA).

Il progetto espositivo (responsabile scientifico: Luigia Melillo) stabilirà, così, una nuova finestra di indagine sul valore storico dell’Herculanense Museum, la cui Collezione dei Commestibili è adesso riproposta al MANN nel percorso “Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C.”: nella mostra “Copia conforme”, l’arte della riproduzione sarà raccontata non soltanto esaminando la perizia dei maestri e degli artigiani di un tempo, ma anche delineando il significato che i calchi hanno avuto, ieri come oggi, nel trasmettere la memoria dell’arte.

In un suggestivo iter di visita, il cui allestimento è firmato da Silvia Neri e Marinella Parente, saranno presentate al pubblico le riproduzioni di grandi capolavori della Villa dei Papiri, dai Corridori (in cera, bronzo e poliuretano) all’Hermes in riposo (in cera e poliuretano)tali copie sono state realizzate e messe a disposizione dalla Fondazione Del Giudice di Nola, che ha combinato tecnologie digitali e lavoro specializzato per riproporre, nel modo più fedele possibile, i dettagli delle singole opere.

Uno spazio di approfondimento ad hoc sarà dedicato, ancora, ai primi calchi realizzati per il re Carlo: nel 1761, infatti, fu inviata al sovrano la copia della statuetta bronzea di “Alessandro a cavallo”, ricreata, nel 2008, dalla storica Fonderia Chiurazzi con l’antica tecnica della fusione a cera persa, per poi essere esposta nella Sala XIII, insieme con la riproduzione in scala 1:1 del celeberrimo Cavallo Mazzocchi (tale lavoro è stata eseguito dall’Accademia di Belle Arti di Napoli in collaborazione con il Laboratorio di Conservazione e Restauro del MANN). Un filmato tridimensionale consentirà, infine, di esplorare, tramite imaging digitali, la minuziosa prassi alla base del processo di copia dei reperti archeologici.

Ancora un’occasione per creare un dialogo interistituzionale di livello: con la mostra -Copia conforme- raccontiamo come arte, scienza e saper fare si combinino, per trasmettere ai visitatori di ogni epoca l’eredità del nostro passato”, commenta il Direttore del MANN, Paolo Giulierini.


Il MIBAC aprirà il Collegio Romano ai visitatori

Un Gruppo di lavoro istituito presso il Segretariato Generale pronto a definire percorsi e modalità di apertura al pubblico del complesso architettonico.

La valorizzazione del patrimonio culturale comporta anche l’apertura al pubblico della sede centrale del Ministero per i beni e le attività culturali, ossia dell’imponente complesso architettonico seicentesco del Collegio Romano, nell’omonima via del centro di Roma, al civico 27. Un modo utile anche per avvicinare i cittadini alle istituzioni e far meglio conoscere i luoghi nei quali si realizzano importanti processi decisionali nel settore dei beni e delle attività culturali.

Al riguardo, infatti, il Ministero per i beni e le attività culturali ha istituito un Gruppo di Lavoro volto a individuare possibili iniziative di fruizione e valorizzazione di spazi, opere ed elementi di interesse storico – scientifico, artistico e architettonico presenti nel Palazzo del Collegio Romano, disegnando percorsi di apertura al pubblico. In questo contesto si inserisce la preliminare iniziativa volta alla fruizione e valorizzazione di spazi del Segretariato Generale e della Direzione Generale Bilancio, posti al terzo piano dell’edificio, in cui sono state collocate talune opere di autori italiani ricevute in comodato d’uso gratuito per un anno dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna.

Tali opere – non precedentemente esposte al pubblico e collocate nei depositi del predetto museo – potranno essere fruite in occasione sia di riunioni e incontri istituzionali con soggetti pubblici e privati sia con delegazioni internazionali, nonché rientrare nei percorsi di apertura al pubblico nei termini formulati dal citato Gruppo di Lavoro.
Il Collegio Romano, attribuito a Bartolomeo Ammannati, ma probabilmente opera di Giuseppe Valeriano, diventerà accessibile ai visitatori una volta che il team avrà stabilito percorsi e modalità.

L’insediamento in campo Marzio

La fondazione cinquecentesca del Collegio Romano in un’area come quella del Campo Marzio (consacrata a Marte, dio della guerra), rilevante dal punto di vista delle testimonianze archeologiche classiche e post-classiche ed emblematica dello sviluppo urbanistico dell’intera zona, si inserisce in una prospettiva storica molto più remota rispetto all’epoca della sua costruzione. Il Campo Marzio, da sempre profondamente legato alle vicende di Roma, rappresentò dunque una scelta non casuale, per la stratificazione degli insediamenti e per i suoi molteplici significati simbolici connessi  alla vita religiosa e militare ed alle funzioni pubbliche e politiche. La zona è caratterizzata dalla ricchezza di acque, da sempre accompagnata da una componente di simbolismo in quanto elemento ancestrale, simbolo del fluire continuo della vita; per il suo basso livello era soggetta alle inondazioni del Tevere, era attraversata dai condotti dell’Acquedotto Vergine e conteneva lo Stagnum dal quale fuoriusciva il canale Euripus ( rinvenuto al di sotto  del Palazzo della Cancelleria). L’urbanizzazione dell’area del Campo Marzio iniziò nel II secolo a.C. con Pompeo, che vi fece costruire il Teatro (il primo in muratura a Roma), i Portici e l’Hecatostylon (portico delle 100 colonne). Augusto scelse proprio il Campo Marzio per dare l’avvio ad un massiccio sviluppo di Roma, provvedendo a renderla grandiosa ed al contempo al sicuro da incendi e da inondazioni. La costruzione dei monumentali complessi della zona prese l’avvio dopo la vittoria riportata da Augusto ad Azio, in Egitto (31 a.C.): in primis fece erigere il proprio Mausoleo, a cui seguirono le fabbriche promosse da Agrippa, suo generale ed ammiraglio, tra cui emerge per grandiosità il Pantheon (il tempio dedicato a tutti gli dei ed al sovrano vivente). Una delle testimonianze medioevali sulle costruzioni che qualificavano l’isolato di Campo Marzio su cui si erge l’attuale palazzo del Collegio, riguarda la chiesa di S. Nicolai de Forbitoriis, già nota nel XII secolo, situata probabilmente nell’area in cui fu edificata la fabbrica gesuita e distrutta per far posto alla sua costruzione. Legata alle vicende architettoniche del Collegio è anche la chiesa di S.Macuto, alla quale era annesso un cimitero, anch’esso posizionato nell’area attualmente occupata dal palazzo. Le abitazioni disposte attorno a S. Macuto fin dal Medioevo furono di illustri famiglie romane: qui risiedevano il cardinale Pietro Carafa, prima di salire al soglio pontificio con il nome di Paolo IV (1555-1559), e Camillo Orsini con sua moglie Vittoria Frangipane, marchesa della Tolfa e nipote dello stesso Paolo IV. Fu proprio quest’ultima che, dopo la morte del marito, nel 1558 donò ai Gesuiti i suoi possedimenti e la piccola chiesa da lei dedicata all’Annunziata. La chiesa, già iniziata nel 1555 come tempio dell’Ordine, fu completata nel 1567 dall’architetto gesuita Giovanni Tristano (1538-1575)

La fabbrica del Collegio

Il complesso del Collegio occupa un intero isolato, delimitato a nord da piazza sant’Ignazio e via del Caravita; ad est da via del Collegio Romano; a sud da piazza del Collegio Romano e ad ovest da via di Sant’Ignazio. Pensato dal suo fondatore, Ignazio di Loyola (1491-1556), sul modello del Collège du Roi di Parigi (1530), destinato alla formazione teologica e culturale dei gesuiti (la Compagnia di Gesù  nasce nel 1534) e dei giovani delle famiglie più importanti dell’epoca, il Collegio Romano fu inaugurato il 28 ottobre 1584 sotto il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni (1572 – 1585), dopo essere stato ospitato provvisoriamente in diverse sedi, risultate inadeguate rispetto alle necessità del Collegio. La prima fu in una casa nei pressi dell’Aracoeli, quindi in palazzo Capocci-Frangipane presso S.Stefano del Cacco, e poi in palazzo Salviati, nell’angolo formato da via Lata e da via della Gatta, che venne demolito quando, costruito il grande Collegio Romano, si volle ampliare la piazza di fronte alla facciata principale. Nel 1558 la donazione di un gruppo di case nella zona del Campo Marzio, offerte da Vittoria Frangipane, consentì ai gesuiti di insediarsi nel sito occupato dall’attuale edificio.
Il primo nucleo del Collegio, che si rivelò ben presto insufficiente, fu ampliato a partire dal 1581 grazie all’interessamento ed ai finanziamenti di papa Gregorio XIII, che seguì direttamente i lavori della costruzione dell’ala prospiciente la piazza del Collegio. Il progetto curato dall’architetto gesuita Padre Giuseppe Valeriano (1542 – 1596), prese l’avvio nel 1582. Il Collegio Romano, con i suoi prospetti solidi ed infiniti, con la distribuzione interna semplice e ripetitiva, da una parte doveva esternare il rigido metodo di insegnamento dei gesuiti e la via morale e religiosa degli alunni, dall’altra divenire fonte progettuale per gli altri collegi  da erigersi in tutto il mondo. L’importanza delle materie (logica, metafisica, filosofia naturale e morale, matematica) e delle principali lingue (latina, greca ed ebraica) e, ovviamente, della teologia, insieme al fatto che venivano insegnate gratuitamente ai giovani meritevoli, fecero del Collegio un vero e proprio centro di sperimentazione accademico-scientifica famoso a livello internazionale. La grandiosa facciata principale, realizzata interamente in mattoni, ad esclusione del basamento e delle cornici di porte e finestre, in travertino, è caratterizzato da un corpo centrale più alto ed emergente rispetto ai laterali, anch’essi a loro volta tripartiti e sovrastati da un attico coperto dal tetto. Il blocco centrale è qualificato da elementi estremamente caratterizzanti, come i grandi portali decorati con rilievi a forma di drago (stemma Boncompagni) e le finestre a timpano; l’epigrafe della fondazione, l’orologio che forniva l’ora esatta a tutti gli orologi della città, le due edicole per meridiane e la loggia per la campana. Due grandiose arcate poste sul lato del cortile che funge da controfacciata immettono ad eleganti scaloni con balaustre marmoree. La vasta costruzione attuale tuttavia, fu portata a compimento solo nella seconda metà del XVII secolo, con l’edificazione dei corpi di fabbrica occidentale e meridionale (verso la Minerva e verso l’attuale piazza del Collegio Romano), e quindi con la costruzione della chiesa di S.Ignazio, datata 1685.

La chiesa di Sant’Ignazio

Alla fine del ‘500, quando le attività del Collegio si svolgevano regolarmente nell’edificio promosso da Gregorio XIII, la chiesa dell’Annunziata era ancora funzionante, ma ormai insufficiente rispetto alle necessità del gran numero di collegiali. Fu così che, nel 1626, si procedette alla demolizione di parte della chiesa , che fu mutilata della navata sinistra ed il restante settore fu trasformato in guardaroba e “cereria” (deposito per le suppellettili sacre) della nuova chiesa prevista, mentre sopra fu realizzato un ampio ambiente arricchito dagli stucchi e dalle pitture del Borgognone. Promotore del nuovo grandioso tempio dell’Ordine fu il cardinale Ludovico Ludovisi, che affidò i lavori a Padre Orazio Grassi (1583 – 1654), insegnante di matematica presso il Collegio Romano e noto per le sue polemiche con Galileo Galilei sulla natura delle comete. L’area per l’edificazione della nuova chiesa fu ricavata dalla parte vecchia del Collegio, quella donata dalla marchesa Frangipane, in cui furono demoliti vari ambienti. Chiamato ad insegnare nei Collegi di Siena e di Savona, Padre Grassi lasciò la direzione dei lavori della fabbrica ad una altro Gesuita, Antonio Sasso. Il primo centenario dell’approvazione pontificia della Compagnia di Gesù fu celebrato, con coreografie meravigliose, in una chiesa ancora incompiuta e senza il cardinale Ludovisi, morto prematuramente. Nel 1685 i lavori furono interrotti, anche se all’epoca, a causa della carenza dei fondi, mancava ancora la cupola. Il problema fu brillantemente risolto da Andrea Pozzo (1642 – 1709), anch’egli Gesuita  ed insegnante di prospettiva presso il Collegio, che in pochi mesi mise a punto una grande tela circolare dipinta a simulare l’emisfericità di una cupola: uno splendido trompe l’oeil di 17 m. di diametro (gravemente danneggiata da un incendio nel XIX secolo). La finta cupola fu rifatta sulla base degli antichi disegni da Francesco Manno. Fu a sua volta squarciata  nel 1891 dall’esplosione di una polveriera e la copia è rimasta coperta fino al 1963, quando fu restaurata da Giuseppe Cellini. Allo stesso Pozzo, coadiuvato  da giovani allievi, si deve la decorazione pittorica della crociera, del presbiterio e del catino absidale, su cui trionfa l’affresco della volta della navata raffigurante la Gloria di S. Ignazio: punto nodale della fabbrica gesuita  e concepito come estrema esaltazione dell’Ordine attraverso la figura  del suo fondatore, rappresenta uno dei vertici della cultura artistica tardo-barocca. L’interno della chiesa è impostato su una grande navata delimitata da pilastri sostenenti una ricca trabeazione e da colonne poste a preludio delle arcate che introducono alle cappelle laterali, riunite a loro volta da ampi passaggi e sormontate da cupole. L’opera dei gesuiti nel rendere splendido  e grandioso il tempio di S. Ignazio si concretizzò inoltre in un ricchissimo apparato scultoreo e di stucchi, in pregevoli arredi liturgici e rivestimenti in preziosi marmi policromi, la cui summa è rappresentata dal fastoso altare maggiore  e dall’altare della cappella di S. Luigi Gonzaga, ideati dallo stesso Padre Pozzo.

Le Biblioteche

La costruzione della chiesa di S. Ignazio comportò la necessità di modificare la sede della Biblioteca Maior o Secreta, cioè la Biblioteca “separata” dalle altre quattro Biblioteche minori che erano presenti nel Collegio. Si realizzò così il grande salone noto come “Crociera”, formato da un braccio longitudinale  aperto in corrispondenza di un lungo corridoio, ottenuto mediante la chiusura del loggiato  superiore della parte orientale del cortile dell’attuale  “liceo Visconti” e da un braccio trasversale più grande: alla posizione incrociata dei due bracci  si lega il nome di “Crociera”. Al di sopra del loggiato della parte settentrionale del cortile furono invece ricavati ambienti minori, annessi alla sala di lettura  della Biblioteca. Nel 1989 i due locali  e la sala di lettura sono stati assegnati alla Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, che vi ha spostato le proprie collezioni più preziose.  Nel 1876  Ruggero Bonghi (1826 – 1895), allora Ministro dell’Istruzione, per la monumentalità ed il prestigio culturale che da sempre l’avvolgeva, scelse il Collegio Romano come sede della Biblioteca Nazionale intitolata a Vittorio Emanuele II, destinata a raccogliere una copia di tutto  quello che si stampava su territorio italiano. Il patrimonio della Biblioteca era costituito, tra l’altro, dai volumi della Biblioteca dei gesuiti e dai numerosi lasciti provenienti dalle Biblioteche di molti altri enti ecclesiastici, da rari repertori, da raccolte di riviste e quotidiani, da manoscritti ed incunaboli, da autografi, da atti ufficiali e accademici italiani e stranieri. Nel 1975, a causa delle mutate esigenze del moderno istituto, la Biblioteca è stata trasferita nel complesso appositamente costruito presso Castro Pretorio, dove ha attualmente sede la Biblioteca Nazionale Centrale. Il salone gregoriano del Collegio Romano, posto accanto alla grande sala Vittorio Emanuele II, conserva le stigliature lignee originali ed una monumentale statua raffigurante Papa Gregorio XIII, collocata in una nicchia della parete destra; già adibito all’emeroteca trasferita nella Biblioteca Nazionale, il salone ospita attualmente le collezioni bibliografiche specialistiche e giuridiche del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Dopo opportuni restauri, sulla parete di fondo del salone è stato rimontato il grande banco della distribuzione dei libri che in origine campeggiava nella sala d’accoglienza della Biblioteca Vittorio Emanuele II.

Il Museo Kircheriano e l’Osservatorio

La componente scientifica rappresentò uno degli elementi di maggior spicco del Collegio, legata a personaggi eminenti che furono protagonisti nell’attività della scuola. Primo fra tutti deve essere ricordato Padre Athanasius Kircher (1602 – 1680), docente di matematica, di fisica e di lingue orientali, che riordinò la collezione di “varie cose curiose e di prezzo” donate al Collegio dal nobile Alfonso Donnini nel 1651; il sacerdote sfruttando la donazione, diede l’avvio alla costituzione di un vero e proprio eclettico Museo di antichità, arte, tecnologia, curiosità e scienza. Attento osservatore dei fenomeni naturali, inventore di strumenti ottici, acustici e musicali, studioso degli antichi geroglifici, consigliere di Gianlorenzo Bernini (1598 – 1680) nella progettazione della Fontana dei fiumi di piazza Navona e nella sistemazione dell’Elefantino della Minerva, Kircher si dedicò alla moda del tempo di allestire le cosiddette “stanze delle meraviglie” (wunderkammer) e fece del museo messo a punto all’interno del Collegio un’esposizione di alto livello scientifico, che gli valse la notorietà su scala internazionale e l’onore di una visita della regina Cristina di Svezia. Con la soppressione dell’Ordine, nel 1773, la collezione fu smembrata, anche se le raccolte scientifiche, etnografiche ed archeologiche rimasero presso il Collegio. Dopo la proclamazione del Nuovo Stato Unitario  furono istituiti un museo preistorico, uno italico ed un lapidario. Nel museo preistorico, inaugurato nel 1876, confluirono le donazioni di studiosi e collezionisti, tra cui quella di Luigi Pigorini (1842 – 1925) e con la nuova collezione così costituita si allestì il Museo preistorico etnografico, in seguito dedicato proprio al Pigorini. Il museo rimase nel Collegio fino al 1962, quando fu trasferito nell’attuale sede dell’Eur. La cattedra di astronomia del Collegio Romano fu detenuta nel corso del tempo da studiosi eminenti, che hanno dato lustro alla tradizione scientifica della scuola: nella seconda metà del Cinquecento fu ricoperta dal Padre gesuita tedesco Cristoforo Clavio (1537 – 1612), principale redattore della riforma del calendario gregoriano voluta da papa Gregorio XIII nel 1582. Nel 1787 Giuseppe Calandrelli, sacerdote dell’Ordine secolare, astronomo e matematico, fece costruire la torre per le osservazioni che, svettante dalla grande fabbrica del Collegio Romano, fu poi denominata Torre Calandrelli e fu affiancata nel 1855 da altre due torrette, volute da Padre Angelo Secchi (1818 – 1878), che alla metà dell’Ottocento promosse la costruzione di un nuovo osservatorio, noto a tante generazioni di romani come riferimento per l’ora esatta. Dopo la proclamazione del Nuovo Stato Unitario il governo istituì presso il Collegio Romano l’Ufficio Centrale di meteorologia, che iniziò a funzionare nel 1879. L’attività della struttura perdura oggi nell’Ufficio Centrale di ecologia agraria (UCEA), che dipende dal Ministero  delle Politiche Agricole e Forestali ed ha una propria stazione meteorologica nella Torre Calandrelli. La struttura, nella cui vecchia specola si trova una piccola meridiana tracciata in parte sul pavimento ed in parte sulla parete, continua ancor oggi ad assolvere alla registrazione sistematica dei dati climatici.

Le Istituzioni

Il complesso del Collegio Romano è assegnato in uso, per una parte, al Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed ospita, sin dal 1975, data di istituzione, gli uffici centrali del Ministero e del Gabinetto del Ministro; il complesso è inoltre sede, dal 1871, del liceo “Ennio Quirino Visconti”, il primo regio liceo-ginnasio del nuovo Stato Unitario. La scelta di collocare la scuola all’interno del Collegio, da sempre considerato una delle massime espressioni dell’insegnamento religioso, fu vista dal mondo clericale come una vera e propria usurpazione dei diritti del preesistente Stato Pontificio, tanto da originare tensioni e conflitti fra scuole ecclesiastiche e scuole laiche, nella nuova Capitale d’Italia.  In occasione dell’insediamento del liceo nel palazzo, allo scopo di distinguere le porzioni dell’edificio con differenti destinazioni d’uso, furono murate le porte del pianterreno che erano state realizzate nel corso del XVIII secolo per collegare il cortile con la zona absidale della chiesa di S.Ignazio, così come vennero chiuse anche quelle che collegavano la Biblioteca Segreta ed altri locali conventuali, in un complesso di modifiche che hanno tuttavia rispettato le originarie volumetrie e l’assetto dei prospetti. Il cortile del “liceo” è un quadriportico scandito da un loggiato a due ordini di arcate, caratterizzato da un sistema di pilastri di travertino sormontati da capitelli ionici (nel primo ordine) e corinzi (nel secondo ordine), in linea con la tipologia più diffusa nei cortili dei palazzi romani coevi. Al portico continuo del primo ordine fa da contraltare il livello superiore, dove la parte porticata  occupa solo i lati ovest e sud. Il lato est fu infatti chiuso al momento della costruzione della Biblioteca, mentre il quarto (nord), mai portato a compimento, è qualificato da una basso prospetto ritmato da finestre intervallate da paraste. Nel marzo del 2006 è stato inaugurato il restauro del cortile del “liceo”, realizzato in collaborazione tra la Provincia di Roma e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per il Comune di Roma. L’intervento ha reso possibile il recupero di una vasta parte del complesso monumentale, nonché di una delle zone più significative della fabbrica, realizzata tra il 1581 e il 1585 dal gesuita Giuseppe Valeriano (15242 – 1596). Il cortile, di cui dopo il recente restauro si è recuperato il primitivo impianto pavimentale, è caratterizzato da una pavimentazione in fasce di travertino disposte a contenere spicchi di mattoncini a “spina di pesce”, su una superficie che prima dei restauri era occultata da un manto d’asfalto. Si tratta del più comune tipo di pavimentazione in uso nei palazzi nobiliari e papali della fine del ‘500, i cui materiali, gli stessi della facciata principale, nella loro essenzialità e solidità, ben si conciliavano con la volontà gesuitica di vedere, nella realizzazione del Collegio Romano, l’affermazione dei principi morali, religiosi e civili di cui la Compagnia  era interprete e portatrice a Roma  e nell’intero mondo cristiano. Contestualmente al ripristino della pavimentazione originaria l’operazione di restauro ha coinvolto  il loggiato e i due prospetti  seicenteschi della Biblioteca Maior (ora in parte occupata dagli uffici del MiBAC) che si affacciano sul cortile, a cui sono stati restituiti i raffinati trompe l’oeil imitanti infissi e vetri con trafilature in piombo.

Testo: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/MenuPrincipale/Ministero/sede.html_774275977.html


Paestum.museum: il primo museo autonomo nel web

Il Parco Archeologico di Paestum è il primo museo italiano autonomo ad utilizzare l’estensione .museum come proprio nome a dominio: da oggi, infatti, è possibile visitare il sito web del PAE digitando www.paestum.museum.

Con il dominio .museum, il PAE si pone in competizione con i più grandi musei del mondo, entrando di diritto a far parte della prima comunità webinternazionale dedicata ai musei. La scelta di aderire a un progetto di questo tipo, nato in seno all’ICOM (International Council of Museums), mira ad ottenere risultati molto interessanti in termini di prestigio, autorevolezza, conoscenza e visibilità del nostro brand sia sui canali online che offline.

Ma le novità al Parco Archeologico di Paestum non sono finite!

Il Direttore, Gabriel Zuchtriegel, ha da poco presentato il nuovo calendario delle iniziative 2019. In un formato grafico razionale e intuitivo, è stata riassunta la nuova offerta culturale. Un fitto carnet di appuntamenti accompagnerà il visitatore per tutto il prossimo anno: ogni giorno sarà possibile partecipare ad un evento, a una visita, a un laboratorio diverso dedicato a bambini, a ragazzi, ma anche ad adulti. Il calendario dà vita al motto del PAE “Ceci n’est pas un musée- Questo non è un museo”: è molto, molto di più! Il Parco diventa, infatti, con i suoi numerosi appuntamenti, un soggetto attivo capace di aggregare diversi pubblici e costruire nuovi significati sociali.

A completare il tris di originalità proposte dal Parco Archeologico di Paestum in questi giorni, è la mappa interattiva dell’area archeologica caricata sul sito web del PAE e liberamente fruibile da tutti. Si tratta di uno strumento chiave per il visitatore ora capace di orientarsi con più disinvoltura in un ampio spazio aperto e, al tempo stesso, di apprendere maggiori informazioni sui monumenti e le strutture presenti in situ. La mappa risponde ai più elevati standard qualitativi per il miglioramento della comunicazione e dell’innovazione didattica e garantisce una maggiore ed effettiva accessibilità e inclusione per il pubblico.


Arriva l'internet sottomarina che rivoluziona la comunicazione in mare

Tecnologia e archeologia. Internet e mare. Tablet, droni e robot che dialogano non in terra ma immersi in acqua. È stata definita come una vera e propria rivoluzione l’Internet of Underwater Things, l’ “Internet sottomarina” che renderà sempre più efficace la trasmissione di dati e immagini in mare attraverso lo sfruttamento delle onde acustiche, proprio quelle utilizzate dai delfini per comunicare, senza fili, senza onde radio e a profondità sempre maggiori.

Il progetto è tutto italiano perché  Wsense Srl è uno spin-off dell’Università La Sapienza di Roma che ha già prodotto eccellenti risultati nell’ambito del progetto MUSAS-Musei di Archeologia Subacquea coordinato dalla Dott.ssa Barbara Davide dell’Istituto Superiore per la Conservazione e Restauro. Il team capitolino ha avuto un campo di prova d’eccellenza, il Parco Archeologico di Baia, dove sono stati misurati i parametri di CO2 disciolti nell’acqua, importanti per monitorare e prevenire eventuali degradi del patrimonio archeologico sommerso.

L’Internet del mare permette infatti una connessione e una interconnessione tra persone senza cavi e tramite tablet subacquei, droni e robot sottomarini sia sotto che sopra la superficie del mare, rivoluzionando completamente il mondo dell’archeologia subacquea nello specifico ma in generale l’intero mondo delle immersioni. In tempo reale e senza la necessità di risalire in superficie, i divers potranno comunicare scambiandosi dati ed immagini ad alta risoluzione e nel caso di Baia, oltre all’importante tutela dei resti archeologici sarà possibile monitorare e misurare parametri essenziali dell’attività vulcanica della caldera dei Campi Flegrei.

L’obiettivo sarà quello di raccogliere dati e studiare l’impatto delle attività vulcaniche sul sito archeologico che comprende uno dei parchi sommersi più belli al mondo e meta privilegiata per molti turisti e studiosi del settore e non. Il test effettuato da archeologi e membri dell’ISCR tra il 23 e il 24 ottobre ha infine dato la possibilità ai divers di comunicare via chat in tempo reale, una sorta di WhatsApp sottomarino installato su speciali tablet che ha permesso così lo scambio di dati, immagini e informazioni varie.

Questa soluzione tecnologica è stata messa a punto e testata da WSENSE all’interno di un altro grande progetto europeo finanziato da EASME: ARCHEOSUb (Autonomous under water Robotic and sensing systems for Cultural Heritage discovery Conservation and in situ valorization) che ha come finalità lo sviluppo di prodotti e servizi per supportare la scoperta di nuovi siti archeologici subacquei e tutelare quelli già esistenti. Anche qui il campo di prova è stato d’eccellenza, il porto romano di Cesarea in Israele. Il progetto ha visto in campo l’Università di Firenze e il suo spin-off MDM, sviluppatori del robot  Zeno che equipaggiato di sensori, videocamera e geolocalizzatore e insieme ad alcuni studiosi ha scandagliato lo storico porto con l’intento di capire se il suo rapido declino sia da attribuire ad un cataclisma o ad una cattiva manutenzione delle strutture.

Researchers from University of Rome La Sapienza Department of Computer Science are deploying a sensor-node with a buoy in the sea of Marzamemi (Siracusa, Sicily). Through nodes like this (which can 'translate' acoustioc signals in radio signlas) LAUV's can communicate with floating work station

I divers che si sono calati ad una profondità di circa otto metri potevano scambiarsi comunicazioni in tempo reale prima d'ora impensabile, perchè la comunicazione poteva avvenire solo gesticolando. Adesso in real time il sistema di messaggistica offrirà possibilità fino ad ora impensabili.

Ma questa rivoluzione non si fermerà solo all’archeologia. Il servizio sarà esteso anche al controllo dei fondali tramite un monitoraggio ambientale, così come alla prevenzione di incidenti in mare o alla prevenzione di tsunami. Non ultimo l’incentivo turistico nei siti sommersi con la creazione di percorsi sempre più tecnologi e rivoluzionari.

Prossima sfida? La conquista degli abissi.

https://www.youtube.com/watch?v=5-gshIAwJLE

Info: http://www.archeosub.eu/index.php/it/

 

 

 


30 minuti d’arte con Francesco Paolo Campione

Giovedì 29 novembre, alle ore 18, si tiene il terzo incontro dedicato all’approfondimento di specifiche opere tra le circa 80 esposte all’interno della mostra Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella scultura del Novecento. Per l’occasione Francesco Paolo Campione, curatore con Maria Grazia Messina della rassegna, illustrerà le caratteristiche di una tra le sculture provenienti dall’Oceania: un hei-tiki, ovvero un pendente antropomorfo che veniva indossato da donne e uomini di alto rango.

Partendo dalla singola opera il pubblico sarà guidato attraverso la rivoluzione formale della scultura del Novecento.

[…] L’opera è ricavata da un’ascia di nefrite, una giada molto dura considerata dai māori d’origine sovrannaturale. Magistralmente levigata, scolpita e incisa su di un’unica faccia, è da considerare fra i maggiori capolavori del genere.
[…] La forma dell’hei-tiki rappresenta in scala drasticamente ridotta le figure verticali della scultura in legno māori di cui, inoltre, manifestano nel modo più compiuto l’intima ripugnanza per l’uso di forme e decorazioni rettilinee. Sul significato della figura rappresentata dagli hei-tiki sono state fatte numerose congetture[…].

In ogni caso, comunque, l’hei-tiki costituiva l’ornamento personale più prezioso e, in assoluto, uno degli oggetti eccellenti della cultura māori, poiché era un segno del mana del suo possessore e, dunque, del ruolo che questi rivestiva nella società. Tradizionalmente era scambiato o donato al capo di un’altra tribù come offerta di pace, per consolidare un accordo matrimoniale, o come un atto di suprema ospitalità. La moglie d’un capo catturato in battaglia era tenuta a inviare il suo hei-tiki alla moglie del rapitore. Se appartenuto a un parente defunto, l’hei-tiki era generalmente mantenuto all’interno della famiglia e considerato alla stregua di un vero e proprio cimelio. Attraverso il contatto con il mana dei grandi personaggi del passato, la trasmissione dell’ornamento di generazione in generazione ne accresceva, inoltre, il valore.

Come la maggior parte degli oggetti preziosi, oltre a un nome comune, gli hei-tiki possedevano un nome proprio che era conosciuto dalla cerchia dei parenti. Per quanto riguarda il suo valore, possiamo senz’altro affermare che rappresenti quasi un’epitome della scultura māori, il cui scopo principale era quello di dare dignità alla vita e all’apparenza degli individui d’alto lignaggio, gli ariki e i rangatira, aumentando il loro prestigio individuale e accrescendo di riflesso l’orgoglio di tutta la collettività ristretta. (Francesco Paolo Campione, estratto dal catalogo della mostra, ed. Electa).

Promossa dal Museo Nazionale Romano, diretto da Daniela Porro, e dal Museo delle Culture di Lugano (MUSEC) con Electa, la mostra resta aperta al pubblico fino al 20 gennaio 2019 e con più di 80 opere denota come il «mondo altro» ha partecipato al rinnovamento dell’arte occidentale. Una serie di appuntamenti con focus di 30 minuti accompagneranno il pubblico tra le cinque aree tematiche, che raggruppano sculture dei maestri del Novecento e capolavori di arte etnica e popolare.

Per maggiori informazioni sulla mostra: http://www.electa.it/mostre/je-suis-lautre/


Roma: la Casa del Cinema ricorda Bernardo Bertolucci

Casa del Cinema ricorda Bernardo Bertolucci

con la proiezione gratuita del film Il conformista

Mercoledì 28 novembre ore 20.30

ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili

Roma, 26 novembre 2018 – Sedici film, un genio che attraversa come una cometa la storia del cinema, un uomo buono e gentile, sempre affamato di cinema e di giovinezza, sempre a casa alla Casa del Cinema di Roma, Bernardo Bertolucci se ne è andato e la Casa del Cinema lo saluta con l’affetto che si riserva a un amico e a un grande artista, con uno dei suoi film più emozionanti e personali. Mercoledì 28 novembre alle 20.30 ritorna sul grande schermo di Sala Deluxe Il conformista (Italia, Francia, Germania, 1970, 112').

“Stupore e sgomento - dice Giorgio Gosetti - ci prendono alla gola pensando a questo grande uomo che se ne va e che mercoledì vogliamo accompagnare ricordando il suo sorriso e la sua passione. La parola che amava di più era ‘compassion’, una partecipazione alla vita che aveva imparato dalla pratica del Buddha. E compassion resterà la sua lezione per tutti noi che restiamo orfani del suo genio e della sua dolcezza”.

CASA DEL CINEMA

Spazio culturale di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale

Gestione Zètema Progetto Cultura

Direzione Giorgio Gosetti

in collaborazione con Rai; Rai Cinema 01 distribution

 

INDIRIZZO Largo Marcello Mastroianni, 1

INFO tel. 060608 www.casadelcinema.it www.060608.it

INGRESSO GRATUITO

 

Testo e immagine da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


"SplendOri". In mostra il lusso di Ercolano

Il Parco archeologico di Ercolano lancia nuovi progetti e anticipa un ricco programma di mostre che caratterizzerà il 2019.  Si comincia a dicembre con il programma espositivo “ERCOLANO 1738 – 2018 TALENTO PASSATO E PRESENTE” attraverso il quale si comincerà a dare rilievo ai preziosi tesori recuperati dagli scavi novecenteschi e destinati al museo del sito. Tre saranno le tappe che accompagneranno i visitatori a scoprire le bellezze di Herculaneum, ognuna con diverse peculiarità: il lusso, la lavorazione del legno e il piacere della tavola.

“Esporre all’attenzione dei visitatori l’interessantissimo materiale archeologico conservato nei depositi, e sinora illustrato in modo episodico, – dichiara il Direttore Francesco Sirano– lo ritengo un obiettivo imprescindibile della mia direzione, accanto alla conservazione programmata. Con queste mostre intendiamo porre le basi per la definitiva esposizione nel museo del sito di tutti i reperti che dal 1927 in poi Amedeo Maiuri volle che restassero qui e non confluissero più nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Con queste mostre parte un processo museografico che non resterà confinato ai laboratori ma coinvolgerà il pubblico come parte attiva della costruzione di un museo che garantisca un’effettiva esperienza di conoscenza. È necessario colmare in tempi rapidi una terribile lacuna nell’esperienza di visita del sito e interrompere il silenzio che dura da oltre 40 anni: il pubblico deve potere ascoltare proprio nell’area archeologica il racconto proveniente dai numerosissimi oggetti d’uso comune: arredi, ornamenti personali e strumenti di lavoro, decorazioni, mobili in vario materiale, dell’incredibile mole di reperti organici proveniente direttamente dalle case, dalle strade, dalle mense degli antichi ercolanesi.

Finalmente dobbiamo portare a compimento lavori, studi, restauri condotti per decenni dall’amministrazione dello Stato con tanto sacrificio e passione da parte di tanti colleghi e studiosi e, non da ultimo, con notevole investimento finanziario. Sullo sfondo il dialogo intenso e l’ultra decennale collaborazione con la Fondazione Packard con il cui Presidente, Dr. David Packard, si stanno valutando possibili scenari di cooperazione e partenariato proprio per imprimere una definitiva svolta storica per il Parco e il suo Museo”.

La prima mostra dal titolo “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano” si propone di esporre oggetti preziosi e monili raccontandoli sotto il profilo religioso, ideologico, sociale, culturale e non solo per il valore intrinseco degli oggetto. L’ambientazione nel quale verrà ricreata l’atmosfera sarà quella delle domus, delle botteghe e della spiaggia, laddove furono ritrovati gli abitanti della città in fuga dall’eruzione del 79 d.C. e con addosso gli splendidi oggetti.

I temi della ricchezza, del valore ideologico e sociale, troveranno dimora presso l’Antiquarium del Parco Archeologico che sarà aperto al pubblico dopo i lavori di messa in sicurezza e di adeguamento dei locali alla sicurezza dei reperti. “Abbiamo seguito una strategia di risparmio economico ed è stato utilizzato tutto quanto nei decenni scorsi era già stato realizzato o acquistato: ad esempio le vetrine che avranno solo degli adattamenti”, dichiara Sirano.

Dopo la mostra sugli ori, nel 2019, il Parco Archeologico di Ercolano ha in programma altri due eventi con sedi diffuse sul territorio (la Villa Campolieto e la Reggia di Portici) che approfondiranno i temi dell’arte lignea e dell’alimentazione.

“Esibizioni che - dichiara il Direttore - si arricchiranno anche di valori simbolici e dimostreranno, attraverso la concreta prassi amministrativa e tecnico organizzativa, come sia possibile e necessario che, all’interno della buffer zone del sito UNESCO di Herculaneum, tutte le istituzioni e le realtà culturali ed economiche sane concorrano a ‘fare sistema’ per restituire a questo territorio centralità culturale e qualità della vita che lo hanno caratterizzato per secoli”.


I Borbone e l'archeologia a Palermo, Napoli e Pompei

Il Salinas racconta i Borbone e l'archeologia vesuviana

Una grande occasione per celebrare il Salinas e Palermo come Capitale della Cultura 2018 e ripercorrere quel tempo glorioso, durato solo un anno, quando la stessa fu scelta come Capitale del Regno delle Due Sicilie. Una storia che inizia nel 1734 quando Carlo di Borbone sottrae le Due Sicilie alla dominazione austriaca e che si conclude con lo sbarco dei Mille a Marsala e con il governo di Garibaldi che annette la Sicilia al Regno d’Italia. Dopo il Congresso di Vienna, il sovrano Borbone Ferdinando IV (che dopo l’unificazione avrebbe assunto il nome di Ferdinando I) aveva riunito in un unico Stato, il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, grazie alla Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell'8 dicembre 1816. La capitale del nuovo Regno divenne inizialmente Palermo, sede secolare del Parlamento Siciliano, ma già l’anno successivo (1817) la capitale venne spostata a Napoli.

A conclusione dell’anno come Capitale Italiana della Cultura, l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana e il Dipartimento dei Beni Culturali presentano la mostra “Palermo capitale del Regno. I Borbone e l’archeologia a Palermo, Napoli e Pompei”, organizzata dal Museo archeologico Salinas – che la ospita dal 2 dicembre e fino al 31 marzo – in collaborazione con il Museo Archeologico di Napoli, il Parco Archeologico di Pompei e CoopCulture. La curatela è del direttore del museo palermitano, la dottoressa Francesca Spatafora.

Tre saranno le sezioni:

La prima dedicata a Pompei con opere e materiali provenienti dalla Casa di Sallustio donati al Museo di Palermo nel 1831 da Ferdinando II. Tra gli oggetti di pregio spicca l’Ercole in lotta con il cervo, gruppo scultoreo in bronzo che abbelliva originariamente l’atrio della domus pompeiana. A completare la sezione, sculture, vasellame in bronzo e terracotta e decorazioni architettoniche provenienti dagli scavi borbonici a Pompei o recuperate nei cunicoli scavati dai primi esploratori della città.

Una seconda sezione è invece dedicata ad Ercolano. In esposizione il grande plastico della città realizzato nel 1808 e diverse pitture, oggetti del quotidiano, bronzi e sculture provenienti dagli scavi ottocenteschi.

In chiusura, saranno esposte parte di opere rinvenute presso la villa di Contrada Sora a Torre del Greco. Alcuni reperti furono portati a Palermo e donati al museo da Ferdinando II nel 1831, tra questi spicca una splendida copia romana in marmo dell’originale in bronzo del Satiro versante di Prassitele. Altri oggetti provengono dagli scavi di fine Ottocento – inizi Novecento sempre dallo stesso contesto e testimoniano lo splendore artistico della villa.

Splendida la Menade che introdurrà i visitatori alla mostra, rinvenuta a Roma nelle Terme di Caracalla tra il 1545 e il 1546 durante gli scavi promossi da Alessandro Farnese (papa Paolo III). La scultura fu poi ereditata dai Borbone e trasferita a Napoli con altre opere. Nel 1827 venne portata a Palermo al seguito del re in fuga dalla città partenopea a causa dell’invasione dei francesi e destinata in seguito ad abbellire il Reale Parco della Favorita.

2 dicembre 2018 - 31 marzo 2019 al Museo archeologico Salinas, Palermo

https://www.youtube.com/watch?v=AuHz8rL4zP0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1T4Av3cegWtiOYipUcQfnbCRO6vdRdKWWE7VBkfDnjzX6qcX5cJHkJGPA