Reggio Calabria: l’Arena dello Stretto e l’Athena Promachos

Ecco l’antica Reggio, le cui origini si perdono nella notte dei tempi! Ecco la Reggio della Magna Grecia, di cui ancora conservate le vestigia monumentali ed i preziosi cimeli nel vostro importante Museo Nazionale, che ora accoglie anche i due grandi Bronzi di Riace” (Giovanni Paolo II al suo arrivo a Reggio Calabria il 7 Ottobre 1984).

Il lungomare di Reggio Calabria è certamente uno dei luoghi più suggestivi che colorano il panorama della penisola italiana. Esteso per 1,7 km, da Piazza Indipendenza a Piazza Garibaldi, ha da sempre affascinato reggini e non, tanto da far nascere una leggenda metropolitana che ha come protagonista il poeta vate Gabriele D’Annunzio. Quest’ultimo, durante un ipotetico viaggio a Reggio, avrebbe definito il lungomare “il chilometro più bello d’Italia”.

La frase, come ha dimostrato lo studioso Agazio Trombetta nel suo libro “La Via Marina di Reggio”, è chiaramente un falso storico. In primis, è un dato certo e non presunto che il D’Annunzio, nonostante i suoi molteplici viaggi, non visitò mai la sponda calabra dello Stretto. Attraversò una sola volta lo Stretto di Messina, nel 1895, mentre si stava recando in Grecia, ma passò quasi tutto il viaggio in cabina per via del mal di mare. Inoltre nessuno degli innumerevoli documenti conservati nella Biblioteca Dannunziana menziona la frase a lui attribuita, né un’eventuale visita alla città.

In secondo luogo, la frase è riconducibile ad un evento sportivo che ebbe luogo a Reggio Calabria nel non lontano 1955, il Giro d’Italia, durante il quale la RAI inviò un radiocronista, Nando Martellini. Commentando l’arrivo del Benedetti al traguardo di una gara ciclistica, che aveva come cornice lo splendido e suggestivo lungomare reggino, Martellini attribuì la frase a D’Annunzio, sulla base di quanto sentito da alcuni locali, evidentemente senza essersi documentato sull’attendibilità del racconto, in quanto, grazie alle ricerche di Trombetta, la frase risulta essere di pura invenzione.

Lungomare di Reggio Calabria
Lungomare di Reggio Calabria. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Al di là della veridicità dell’episodio, la Via Marina di Reggio Calabria merita senz’altro di essere definita “il chilometro più bello d’Italia” per la bellezza dello scenario su cui si poggia lo sguardo dei fortunati passanti. Basta fermarsi un attimo, durante le giornate frenetiche che caratterizzano la vita di ognuno di noi, per provare nell’immediato un senso di pace e tranquillità osservando Messina e la parte nord orientale della Sicilia. Pace e tranquillità cedono volentieri il passo a meraviglia e stupore se si ha la fortuna di ammirare il fenomeno della Fata Morgana, ovvero le immagini della costa sicula riflesse nel mare, in seguito ad una giornata di pioggia e a delle conseguenti particolarissime condizioni atmosferiche.

Arena dello Stretto Lungomare di Reggio Calabria
L'Arena dello Stretto. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Fiore all’occhiello del lungomare di Reggio Calabria è l’Arena dello Stretto, dedicata al senatore Ciccio Franco. L’Arena riprende il modello dei teatri greci e sorge in luogo del Molo di Porto Salvo, distrutto dal celebre terremoto e maremoto che colpì le città di Reggio e Messina nel 1908. Il Molo era un simbolo fortissimo della città reggina: lì approdò il Re Vittorio Emanuele III il 31 Luglio del 1900. Per celebrare l’evento, straordinario in quanto si trattava della prima volta che giungeva sul suolo italico in qualità di sovrano, viene edificato un monumento in piena arte fascista.

Dettaglio del monumento. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Un Cippo Marmoreo, inaugurato nel Maggio del 1932, è caratterizzato al centro dalla presenza di una statua bronzea raffigurante Athena Promachos, ovvero “Athena che combatte in prima linea”. La statua, a livello stilistico, sembra quasi rifarsi al celebre modello in bronzo di Fidia, purtroppo perduto, realizzato nella metà del V secolo a.C. e collocato nell’Acropoli di Atene tra i Propilei ed il Partenone.

Statua bronzea di Athena Promachos. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Progettata dall’architetto Camillo Autore e realizzata insieme alla scalinata dallo scultore messinese Bonfiglio, a differenza dell’archetipo che presentava una lancia poggiata sulla spalla destra e una Nike nella mano destra, l’Athena reggina regge una lancia nella stessa mano nell’atto di scagliarla, e uno scudo nella sinistra, come il simulacro della divinità realizzato da Fidia. Indossa il chitone e l’egida, oltre all’elmo, tutti attributi tipici della dea della saggezza e della guerra, che in questo contesto è posta a difesa della città.

Dettaglio. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Nel 2001, in seguito a dei lavori di ristrutturazione del lungomare, per volere dell’allora sindaco Italo Falcomatà la statua, in precedenza rivolta verso il mare, fu posta con lo sguardo verso la città che protegge.

Collocata ad hoc al centro dell’Arena dello Stretto, permette a chi la guarda di riflettere sul connubio tra storia e paesaggio, architettura e natura, che ha da sempre caratterizzato la città di Reggio. L’Arena, definita impropriamente anche Anfiteatro Anassilaos (porta dunque il nome del primo tiranno reggino), oltre alla gradinata semicircolare consta di due ampie rampe laterali, utili finanche ai disabili per giungere nella parte inferiore della Via Marina.

Arena dello Stretto Lungomare di Reggio Calabria
L'Arena dello Stretto. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Sede di alcuni degli eventi più importanti della città, l’Arena dello Stretto ospita diverse manifestazioni musicali, teatrali e feste stagionali, rispecchiando il modello greco e romano nella sua architettura e nella destinazione d’uso.

Ancora una volta la città di Reggio Calabria riesce a coniugare in modo splendido passato e presente, a sorprenderci per la Storia e le Storie che racconta attraverso i suoi monumenti ed il paesaggio, tanto semplici quanto eloquenti.

Per citare Kierkegaard: “la vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti”, e l’antica Rhegion celebrando costantemente il suo passato, guarda ottimamente al futuro.

Sitografia


Prolepsis’ 4th International Conference: "The Limits of Exactitude"

Prolepsis’ 4th International Conference

19-20 Dicembre 2019

Università degli Studi di Bari Aldo Moro

Keynote speaker: Prof. Therese Fuhrer (Ludwig-Maximilians-Universität München)

The Limits of Exactitude

Esattezza è la terza delle sei Lezioni Americane di Italo Calvino (Cambridge MA, 1988). Per Calvino, esattezza è un «disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili […]; un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione». L’obiettivo della 4th International Conference di Prolepsis è riflettere sulla definizione calviniana e sulla sua applicazione al mondo classico, tardoantico e medievale. Quest’anno il convegno darà particolare – ma non esclusiva – attenzione ai seguenti argomenti:

  • Accuratio vel ambiguitas nel discorso, nell’argomentazione e nella narrazione.

  • Comunicazione ambigua, inaccurata e sconcertante da parte dell’autore e potenziale ricezione da parte del lettore.

  • Esattezza metrica e musicale e suoi limiti.

  • Esattezza nei trattati (scientifici, retorici, grammaticali).

  • Citazioni, citazioni scorrette e disposizioni errate.

  • Precisione e imprecisione nei titoli e nella loro trasmissione.

  • Limiti delle testimonianze materiali (manoscritti, papiri, iscrizioni, formazione dei corpora, mise en page, indicazioni sticometriche).

  • Esattezza, dubbio, ambiguità nella storia della tradizione (da lessici, etimologici e commenti antichi alla filologia moderna).

  • Esempi di esattezza e ambiguità nelle traduzioni antiche e moderne.

  • Ipercorrettismo, lacune, congetture e ossessione per la completezza.

  • Esattezza nella ricostruzione storica e documentaria.

  • Incipit e explicit nelle opere antiche e medievali: finali dubbi ed esatti, incipit ex abrupto etc.

  • Finito e infinito, chiarezza e oscurità, perfezione e imperfezione nella riflessione filosofica.

La partecipazione al convegno in qualità di relatori è aperta a studenti dei corsi di laurea magistrale, dottorandi e giovani ricercatori. Per partecipare è necessario inviare una e-mail a [email protected] entro il 30 giugno 2019, con i seguenti allegati in formato word e pdf:

  1. Un abstract anonimo di circa 300 parole (bibliografia esclusa) e redatto in lingua inglese. Occorrerà specificare se l’abstract si riferisce ad una presentazione orale o ad un poster.

  1. Una breve biografia accademica con nome e affiliazione.

Proposte per panel (tre interventi per una totale di 90 min., inclusa la discussione) e poster sono più che benvenute.

I poster potranno essere redatti in italiano e in inglese.

Le proposte saranno valutate secondo double-blind peer review da studiosi del settore. La valutazione avverrà secondo i seguenti criteri: coerenza con il tema, chiarezza, originalità e metodo. Tutti gli abstract, compresi quelli organizzati in panel, saranno valutati e accettati secondo questi criteri. L’abstract anonimo è dunque l’unico elemento di giudizio su cui si basa il processo di selezione.

Gli interventi saranno della durata di 20 minuti più 10 di discussione. Le lingue ammesse sono l’inglese e l’italiano.

Gli interventi potranno essere presi in considerazione per una futura pubblicazione. Ai relatori italiani chiediamo gentilmente di fornire handout e/o power point in lingua inglese e possibilmente una traduzione (o un riassunto tradotto) del loro intervento.

I costi di viaggio e alloggio non saranno coperti dall’associazione. Per qualunque informazione, rivolgersi a [email protected], saremo lieti di aiutarvi a trovare delle soluzioni.

 

Il comitato organizzativo:

Roberta Berardi (University of Oxford)

Nicoletta Bruno (Thesaurus linguae Latinae, Bayerische Akademie der Wissenschaften, München)

Giulia Dovico (Universität zu Köln)

Martina Filosa (Universität zu Köln)

Luisa Fizzarotti (Alma Mater – Università di Bologna)

Olivia Montepaone (Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino)

Claudia Nuovo (Università degli Studi di Bari Aldo Moro)


Tempo di bilanci al Museo Egizio di Torino, tra vacanze primaverili ed esercizio finanziario

Giornata di bilanci al Museo Egizio: il conteggio dei visitatori durante le vacanze primaverili segna quasi 60 mila ingressi

L’esercizio finanziario 2018 approvato oggi con un risultato positivo di 335 mila euro

Ha sfiorato la quota dei 60 mila ingressi il flusso del pubblico che ha visitato il Museo Egizio nei dieci giorni compresi fra il 19 aprile, venerdì di Pasqua, e domenica 28 aprile.

Il periodo di vacanza primaverile, agevolato dal “ponte” per la Festa della Liberazione, è stato caratterizzato da una costante affluenza al Museo, il cui picco si è registrato venerdì 26 aprile, con l’emissione di 8 mila biglietti, il 10% dei quali destinati alla visita durante lo speciale orario serale.

In occasione delle festività e ancora fino a domani, martedì 30 aprile, il Museo Egizio ha infatti prolungato l’apertura fino alle ore 21.00, con accesso consentito fino a un’ora prima.

Si tornerà al consueto orario 9/18,30 dal 1° maggio, giorno della Festa dei lavoratori, ricorrenza in occasione della quale alle ore 10.50 è prevista la visita “Il lavoro nell’Egitto faraonico”, un percorso speciale di due ore su prenotazione (costo 7 euro oltre al biglietto del Museo) che, tra curiosità ed aneddoti, rivela le attività lavorative quotidiane dell’antica civiltà in ambito domestico, agricolo, commerciale e artigianale. Per informazioni e prenotazioni: 011 4406903 [email protected].

La giornata odierna del Museo Egizio è inoltre stata caratterizzata dall’approvazione del bilancio 2018 della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino: il Collegio dei Fondatori, presieduto da Evelina Christillin, ha deliberato un consuntivo di 12.531.832 euro, che comporta per il quarto esercizio consecutivo un risultato positivo di bilancio, quest’anno pari a 335.072 euro destinati ai fondi di scopo dedicati a progetti scientifici e di valorizzazione del Museo.

Museo Egizio di Torino bilanci
Foto di Giuliana Dea

 

Testo dall'Ufficio stampa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino


villa romana Tellaro

Alla scoperta della Villa romana del Tellaro

Tra campi coltivati e strade polverose, un cartello indica che sulla strada per Noto, in provincia di Siracusa, vi è una villa romana che prende il nome dall’omonimo fiume Tellaro. Questo complesso, scoperto nel 1971 durante scavi illegali, risulta gravemente danneggiato in quanto, durante il XVIII secolo, vi si impiantò sopra una fattoria che ne distrusse irrimediabilmente alcuni ambienti e danneggiò gravemente le strutture murarie antiche.

Sul lato sud dell’edificio, sono visibili solo le fondazioni ma è stato possibile identificare un ambiente absidato con un tratto di portico antistante pavimentato e decorato con mosaici policromi geometrici. Il lungo e difficile lavoro di esplorazione è durato oltre 20 anni e ha permesso di portare alla luce solo la parte centrale della villa romana che conserva ancora oggi splendidi apparati musivi.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

Quello venuto alla luce è un peristilio di circa 20 metri circondato da un portico largo 3,70 metri su cui si affacciano sui lati nord e sud diversi ambienti. La pavimentazione, in antico, era arricchita da mosaici policromi con scene figurate e motivi geometrici e gli ambienti situati a nord possono ancora oggi essere apprezzati per le magnifiche decorazioni. Il tappeto di tessere rappresenta corone di alloro che incorniciano medaglioni decorati da motivi geometrici. Il mosaico, che a differenza degli altri non è stato staccato per il restauro, conserva ancora delle chiazze di colore scuro causate da un incendio che colpì la villa romana nel V secolo d.C. Alcune irregolarità che si possono notare sulla superficie del pavimento sono dovute all’incendio e al crollo del tetto oltre che ai terremoti che si sono verificati nel corso dei secoli.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Alessandra Randazzo

Nel portico è presente una scena parecchio lacunosa con recupero e pesatura del corpo di Ettore nella parte centrale. Visibili anche le figure di Ulisse, Achille e Diomede da una parte e i Troiani con Priamo dall’altra. Tutti presenziano alla pesatura del corpo di Ettore - di cui si conservano solo le estremità inferiori - posto evidentemente su un piatto della bilancia, cui faceva da contrappeso l’altro piatto con gli ori del riscatto. Tutta la scena è incorniciata da una larga fascia con girali che avvolgono figure di animali.

Contiguo da ovest è un altro ambiente con porzioni lacunose di mosaici pavimentali policromi che presentano quattro festoni che si dipartono da altrettanti crateri posti agli angoli dell’ambiente. Le aree delimitate dai festoni sono interessate da scene con un satiro e una menade danzanti presso un’ara tenendo in mano strumenti musicali. La stanza è la più piccola tra quelle del lato nord del portico. L’emblema al centro è perduto ma è probabile che fosse raffigurato Dioniso alla cui corte appartengono Satiri e Menadi. In prossimità dei quattro angoli della scena perduta centrale, vi sono delle rappresentazioni di maschere.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

Una terza area presenta invece scene di caccia che sono liberamente ispirate senza seguire profili schematici. Al di sotto c’è una scena di banchetto all’aria aperta con al centro gli invitati. Il mosaico, come quello degli ambienti precedenti, è stato staccato, restaurato in laboratorio e riposizionato. Al centro una figura femminile, interpretata come la personificazione dell’Africa, è seduta su una roccia ed è circondata da alberi; intorno a lei si svolgono le scene di una battuta di caccia. Da notare come l’artista si sia ispirato ad un certo realismo creando i riflessi dell’acqua intorno alle gambe degli uomini e alle zampe degli animali mentre guadano il fiume. Nel registro inferiore, il momento concitato della caccia si placa con un banchetto, con i cavalli ormai legati agli alberi e le prede imbandite in piatti gustosi. Solo i servi si affollano intorno agli invitati versando acqua per le mani o vino e continuando a preparare porzioni di cibo. Il senso del movimento, la libertà delle figure nello spazio e la vivace policromia sono sicuramente gli elementi di spicco di questo straordinario mosaico

I mosaici si datano al IV secolo d.C. e alla mente non possono non richiamare quelli più famosi della Villa del Casale di Piazza Armerina e alcuni provenienti  da alcuni centri dell’Africa Proconsolare.

villa romana Tellaro
Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

I saggi di scavo eseguiti all’esterno della masseria fanno ritenere che la villa romana avesse un’estensione sicuramente maggiore di quella identificata attualmente. Gli scavi fino ad ora eseguiti inoltre non hanno restituito materiale di uso comune della villa del Tellaro e le cause oltre che nella stratificazione “moderna” possono essere ricondotte anche al disastroso incendio che colpì la villa. Solo alcuni frammenti di ceramiche, soprattutto anfore rinvenute in ambienti di deposito e monete su pavimenti e nei livelli inferiori hanno permesso di fissare la cronologia della villa intorno alla metà del IV secolo d.C., e di collocare  di conseguenza anche lo stile dei mosaici. I dati acquisiti in questi anni fanno emergere che la villa aveva l’esposizione principale verso nord/ nord-est, in una posizione di riparo dai venti africani e con un dominio sul fiume Tellaro e sui fertili campi che vi erano intorno.

La villa signorile del Tallero, come quella romana scoperta a Patti Marina nel messinese e a Piazza Armerina, si configura quindi come un grande latifondo autosufficiente rispetto ai centri urbani e posizionato in punto strategico dell’isola. La ricchezza del complesso, la cui eco è ancora visibile nei preziosi mosaici ritrovati, contribuisce in maniera significativa allo studio e alla conoscenza dell’assetto socio – economico della Sicilia in età tardo antica.

villa romana Tellaro
Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

the Circular Institute

Istituto Villa Adriana e Villa d’Este: al via "the Circular Institute"

L’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este – Villae dà il via giovedì 2 maggio 2019 presso i Mouseia di Villa Adriana al progetto THE CIRCULAR INSTITUTE. Attraverso tale progetto,  le Villae propongono la rotazione delle collezioni  e l'esposizione dei reperti conservati nei depositi per favorire la fruizione del proprio patrimonio archeologico e garantire al pubblico la conoscenza di materiali e oggetti spesso inaccessibili. I reperti sono visibili durante l’orario di apertura della Villa e sono accompagnati da un apparato didascalico e informativo.
L’iniziativa, presto estesa anche al Santuario di Ercole Vincitore, prevede che mensilmente vengano presentati ai visitatori nuovi materiali che, pur facendo parte delle collezioni dell’Istituto, non sono in esposizione permanente. La scelta è curata dal personale tecnico-scientifico delle Villae e si accompagna ad interventi di restauro dei materiali, con occhio sempre attento alla tutela e al recupero, oltre che alla valorizzazione, dei reperti archeologici.
“I nostri siti – dichiara Andrea Bruciati, Direttore dell’Istituto –  si presentano dunque nella loro millenaria bellezza, ma mai identici a se stessi. Il progetto THE CIRCULAR INSTITUTE intende rinnovare periodicamente l’offerta culturale delle Villae, puntando sulla ricchezza dei nostri depositi. Siamo infatti custodi di un patrimonio archeologico incredibile, il cui valore storico-documentario attende solo di essere disvelato al grande pubblico.”
L’iniziativa debutta con un significativo e prezioso reperto scultoreo in marmo, proveniente da Villa Adriana e datato al II sec., usualmente conservato presso le Cento Camerelle e per l’occasione reso fruibile a tutti i visitatori del sito.
the Circular Institute
Come da MiBAC, redattrice Annamaria Stefani

Il bambino che inventò lo zero Amedeo Feniello

Incontro "Il bambino che inventò lo zero" a Monte Castello di Vibio

Venerdì 3 maggio 2019, ore 11.00
Teatro della Concordia - Monte Castello di Vibio

Il bambino che inventò lo zero

INCONTRO
con lo storico
Amedeo Feniello
Introduce Federico Fioravanti

ingresso libero

Il bambino che inventò lo zero Amedeo FenielloLA STORIA - È una di quelle che hanno cambiato il mondo. I numeri dall'1 al 9 e il misterioso zero vengono da lontano. Li ha portati nel nostro continente Leonardo Fibonacci, che nel 1202 pubblicò il libro che ne svelava simboli e segreti. Il Liber Abaci inizia così: "Le nove figure degli indiani sono queste: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con queste nove cifre, assieme al simbolo 0 che gli indiani chiamano zephirum, è possibile scrivere qualunque numero”. Leggi qui tutta la storia.

IL LIBRO - Leonardo, il protagonista del libro, è una vera peste. A Bugia, dove è arrivato con suo padre, porta scompiglio, fa scherzi, combina guai nelle viuzze tortuose della città. Ma ha una dote straordinaria: in men che non si dica, apprende la scienza dei numeri arabi da un grande matematico del posto: «Tu che sai tutto, tu che sai come è stato creato il mondo, dimmi, esiste un numero da cui sono discesi tutti gli altri?». Amedeo Feniello, Il bambino che inventò lo zero, ed. Laterza.

Il bambino che inventò lo zero Amedeo FenielloL'AUTORE - Amedeo Feniello è uno storico e autore di numerosi saggi. Per la casa editrice Laterza ha pubblicato, oltre a Il bambino che inventò lo zeroSotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana e Dalle lacrime di Sybille. Storia degli uomini che inventarono la banca. Ha anche partecipato alla stesura del volume Storia mondiale dell’Italia, una raccolta di saggi curata dallo storico Andrea Giardina. Pubblica anche con Mondadori e collabora con La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera. Leggi di più sull'autore.

Il bambino che inventò lo zero Amedeo FenielloL'evento è organizzato dal Festival del Medioevo
con la collaborazione del Comune di Monte Castello di Vibio.

 

Testo e immagini da Festival del Medioevo

Copyright © 2019 Associazione culturale Festival del Medioevo, all rights reserved.


Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei
La caldera dei Campi Flegrei vista da nord con la citta di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo (immagine da Google Earth)

Attribuita ai Campi Flegrei l’origine di una misteriosa grande eruzione che 29mila anni fa ha ricoperto di ceneri l’area del Mediterraneo centrale. A svelarlo, uno studio condotto da Cnr, Ingv, università britanniche di Oxford, Durham, St Andrews, Cnrs francese e Università di California. Il lavoro è stato pubblicato su Geology

È stata la misteriosa grande eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei, sconosciuta fino a oggi, a ricoprire di ceneri 29.000 anni fa l’area del Mediterraneo centrale. A individuarne l’origine, un team internazionale di ricercatori dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle Università britanniche di Oxford, Durham e St Andrews, del Cnrs francese e dell’Università di California. Il lavoro Evidence for a large magnitude eruption from Campi Flegrei caldera (Italy) at 29 ka è stato pubblicato su Geilogy.

“Il materiale vulcanico”, spiega Biagio Giaccio, ricercatore del Cnr-Igag, “proiettato nell’alta atmosfera durante le grandi eruzioni esplosive può raggiungere grandi distanze dal vulcano e, ricadendo al suolo, formare sottili coltri di ceneri che ricoprono enormi superfici, fino a milioni di km quadrati”. Sin dagli anni ’70 un livello di ceneri datato a circa 29.000 anni fa è stato ritrovato nei sedimenti lacustri e marini di un’ampia area del Mediterraneo centrale, fornendo la prova indiretta di una grande eruzione avvenuta nella regione. Nonostante questa considerevole evidenza regionale e la sua relativa giovane età, nessuna prova geologica di un simile evento era stata fino a oggi mai trovata nelle aree vulcaniche mediterranee.

“Attraverso indagini stratigrafiche, geochimiche e datazione di rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, rinvenute nella periferia settentrionale di Napoli, è stato possibile identificarne l’origine dell’eruzione che distribuì le sue ceneri nell’area”, prosegue Roberto Isaia, ricercatore dell’Ingv-Osservatorio Vesuviano. “Inoltre, attraverso un’elaborazione al computer dei dati di dispersione delle ceneri, eseguita da Antonio Costa, ricercatore dell’Ingv-Bologna, è stato possibile ottenere un modello simulato dell’eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei e la stima della sua magnitudo”. Questi dati indicano che la magnitudo (M) dell’eruzione di Masseria del Monte fu 6.6, quindi molto simile a quella della più recente grande eruzione del Tufo Giallo Napoletano (circa 14mila anni fa, M=6.8) i cui depositi formano uno spesso banco di tufo nel sottosuolo della città di Napoli, cavato e utilizzato fin dall’età classica come pietra da costruzione.

“Quella del Tufo Giallo Napoletano”, continua Giaccio, “è la seconda più grande eruzione della storia eruttiva dei Campi Flegrei, inferiore solo all’enorme eruzione dell’Ignimbrite Campana di circa 40mila anni fa che ricoprì la Campania di una spessa coltre di tufo, e le cui ceneri sottili raggiunsero anche la Pianura Russa, a migliaia di km di distanza”. Con l’identificazione dell’eruzione di Masseria del Monte, si aggiunge quindi un terzo evento di grande magnitudo nella storia vulcanica flegrea, che dimezza il tempo di ricorrenza medio delle grandi eruzioni di questo vulcano.

“Questo studio mette in evidenza come, nonostante la lunga storia di ricerca condotta nei Campi Flegrei, le testimonianze geologiche di questo vulcano possano essere frammentarie, difficili da cogliere e non pienamente rappresentative della storia e intensità degli eventi del passato. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare, che usa e integra dati da archivi sedimentari distali e delle aree vulcaniche, nonché modelli di dispersione delle ceneri, ai fini di una più dettagliata ricostruzione della storia e stima delle magnitudo e stili eruttivi, e quindi della pericolosità, di uno dei vulcani più produttivi dell’Europa”, concludono i due ricercatori.

 

Vedi anche:

 

Testo e immagine dal Consiglio Nazionale delle Ricerche


Università Ca' Foscari Venezia

Concerto Mediterraneo al Teatro Ca' Foscari

Martedì 30 aprile ore 20.30 al Teatro Ca’ Foscari a Santa Marta

CONCERTO MEDITERRANEO AL TEATRO CA’ FOSCARI

UN VIAGGIO ATTRAVERSO IL MARE E LE SUE TERRE

Opera musicale di Giacomo Cuticchio

 

VENEZIA – Evento speciale, martedì 30 aprile, al Teatro Ca’ Foscari a Santa Marta: il Concerto Mediterraneo di Giacomo Cuticchio, 14 strumentisti sul palco per un’opera musicale dedicata al mare e alle sue terre.

L’opera è dedicata a chi non è riuscito ad oltrepassare il Mar Mediterraneo e raccoglie suoni, caratteri e suggestioni tipici della Sicilia, madre e culla di svariate civiltà.

Spettacolo a ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Le prenotazioni sono aperte all'indirizzo  [email protected]

La suite per fiati, legni, ottoni ed archi vede come strumento protagonista il pianoforte e si sviluppa in tre quadri.

Nel primo tempo - in tre movimenti: Audace, Largo, Vivace - viene eseguito l’omonimo piano concerto dal quale prende nome l’intero spettacolo.

Le suggestioni dell'epica mediterranea, che caratterizza la ricerca di Cuticchio, ci conducono al secondo quadro. Una Suite di cinque movimenti intitolata Rosa dei Venti.

Con il terzo quadro, Rapsodia Fantastica, si conclude il concerto. Si tratta di un omaggio che Cuticchio ha voluto dedicare al proprio mestiere di oprante-puparo, che lo ha formato sin dalla prima infanzia e che lo ha fortemente influenzato anche nella vita musicale. Qui si alternano le agilità dei fiati e le profondità morbide e rugose dei legni con gli ottoni guerrieri e gli archi leggiadri, in un persistente cimento tra aperture solistiche e colore orchestrale.

Il pianoforte di Giacomo prende parte all’Opera come strumento portante e concertante dell’intero album, così come l’antico pianino a cilindro cui la tradizione assegna il ruolo di commentatore musicale degli spettacoli del Teatro dei Pupi, quel pianino che Giacomo suonava da bambino agli inizi del suo apprendistato di puparo e musicista.

Giacomo Cuticchio, nato a Palermo nel 1982, è compositore, pianista ed erede di una delle più robuste e vitali tradizioni teatrali siciliane. Figlio e nipote di maestri pupari, la sua formazione d’artista ha luogo nella cornice di estremo rigore e attenzione che caratterizza l’attività teatrale di famiglia. L’inclinazione per la musica del piccolo Giacomo ha trovato fertilissima terra tra i suoni del pianino, che tradizionalmente scandisce e commenta le vicende dei paladini di Francia, e lo  straordinario e prezioso esercizio della vocalità propria dell’Opra e del cunto. Il casuale incontro con la musica di Philip Glass e la sempre viva attenzione per la musica antica, rinascimentale e barocca, hanno indicato a un ancor giovanissimo Giacomo il sentiero a lui congeniale, ponendosi a ideali cardini di una ricerca sulle radici della musica, per tantissimi versi analoga agli sforzi del padre Mimmo, di innovazione dell’Opra a partire dalla sue fondamenta.

Alla base dello straordinario intuito di Giacomo Cuticchio per il suono e per la sua drammaturgia è possibile rintracciare, con una certa sicurezza, la prassi del cunto, di cui il padre Mimmo è l’ultimo degli autentici eredi: come nel cunto, attraverso l’alterazione ritmica del respiro, la parola si fa canto, liberando la propria anima sonora, così, con la medesima naturalezza, nella musica di Giacomo i suoni diventano tangibile, udibile forma. La tradizione in cui Giacomo Cuticchio è nato si lega con le grandi esperienze della modernità musicale, lungo il crinale sottilissimo tra il respiro e la parola, tra il suono e il suono organizzato, tra un senno costantemente smarrito e ritrovato al suono di un antico pianino. Al ritmo di un’esistenza umana ancora possibile. [Gianluca Cangemi]

PROGRAMMA

Concerto Mediterraneo: [30’]

  1. Audace
  2. Largo

III. Vivace

Suite Rosa dei Venti: [30’]

  1. Arya
  2. Tramontana

III. Levante

  1. Scirocco
  2. Maestrale

Rapsodia Fantastica: [18’]

  1. Incanto
  2. Autoritratto di Astolfo

III. Finale

ORGANICO

Flauto traverso ALESSANDRO LO GIUDICE

Sax soprano NICOLA MOGAVERO

Fagotto FILIPPO BARRACATO

Tromba 1ª GIOVANNI RE

Tromba 2ª SERGIO CALTAGIRONE

Trombone FABIO PIRO

Tuba DAVIDE LEONE

Pianoforte GIACOMO CUTICCHIO

Violino 1° MARCO BADAMI

Violino 2° FILIPPO DI MAGGIO

Viola MASSIMO CANTONE

Violoncello PAOLO PELLEGRINO

Contrabbasso WALTER ROCCARO

Direttore SALVATORE BARBERI

Università Ca' Foscari Venezia

Testo da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo, Università Ca' Foscari Venezia

L’Università Ca’ Foscari a Venezia, foto di Stefano Remo, daWikipediaCC BY-SA 3.0.


Governare Roma: le istituzioni capitoline all'epoca della Repubblica Romana Roma, 1849. Il sogno della Repubblica nella città dei papi Museo della Repubblica romana e della memoria garibaldina

Conferenza "Governare Roma: le istituzioni capitoline all'epoca della Repubblica Romana"

Nel 170° anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849,

4° incontro del ciclo di conferenze “Roma, 1849. Il sogno della Repubblica nella città dei papi” dal titolo

 

Governare Roma:

le istituzioni capitoline all'epoca della Repubblica Romana

a cura di Laura Francescangeli

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Sabato 27 aprile 2019 ore 16.00

Governare Roma: le istituzioni capitoline all'epoca della Repubblica Romana Roma, 1849. Il sogno della Repubblica nella città dei papi Museo della Repubblica romana e della memoria garibaldinaIl ciclo di conferenze “Roma, 1849. Il sogno della Repubblica nella città dei papi” affronta il suo quarto appuntamento dal titolo Governare Roma: le istituzioni capitoline all'epoca della Repubblica Romanain programma al Museo della Repubblica romana e della memoria garibaldina sabato 27 aprile alle 16.00, a cura di Laura Francescangeli.

Nel nuovo Consiglio comunale di Roma, insediato da Pio IX il 24 novembre 1847, accanto alla principale componente aristocratica ed ecclesiastica, si faceva largo una nuova classe di governo cittadino, laica e borghese, colta e civilmente impegnata, pronta a cimentarsi nella riforma organizzativa di settori gestionali e di servizio. Erano così trasferite, finalmente, dagli organi del potere governativo ed ecclesiastico al Municipio, le aree decisionali più direttamente qualificanti la qualità e la quotidianità della vita degli abitanti di Roma.

Il governo provvisorio guidato da Carlo Armellini proseguì sulla strada dell’allargamento delle basi sociali dello stato, considerando la democratizzazione delle strutture rappresentative e amministrative come l’unica strada che avrebbe consentito di non arretrare ma consolidare le riforme conquistate durante la stagione liberale di Pio IX.

Come ciò si sarebbe realizzato nell’apparato del governo locale della Capitale era questione di massima importanza e a Roma, fra il 30 aprile e l’ultima epica battaglia del 30 giugno, sarà giocata la partita militare decisiva delle sorti della Repubblica, fidando la difesa della città sul funzionamento di una macchina amministrativa municipale capace di fornire i necessari supporti logistici di rifornimento e resistenza ai combattenti, oltre che in grado di governare i gravi problemi di ordine pubblico posti dall’assedio francese, facendo fronte alla sussistenza ed al soccorso della popolazione civile.

Il nuovo Consiglio comunale repubblicano, eletto il 19 aprile, sarà così soprattutto l'assemblea di un vasto ceto di borghesi: medici, avvocati, ingegneri e architetti, mercanti di campagna, banchieri, negozianti e commercianti: tra questi anche Angelo Brunetti, il popolare Ciceruacchio. E nell'aula – ove troviamo una consistente pattuglia di attivi militanti democratici (Mattia Montecchi, Pietro Sterbini, Felice Scifoni, Nino Costa, Alceo Feliciani) – risuoneranno anche i nomi di Samuele Alatri, Emanuele Modigliani, Samuele Coen, rappresentanti di una minoranza discriminata, cui la Repubblica restituiva i diritti di cittadinanza. A questi cittadini toccherà soprattutto, nei giorni tragici dell'assedio francese, amministrare l'emergenza. Organizzate subito quattro commissioni operative, i consiglieri si divideranno fra questi organismi ed il coordinamento di una quinta "commissione centrale" presieduta dal senatore Francesco Sturbinetti. Con decisione e consapevolezza della responsabilità che li attendeva, essi sarebbero riusciti a far funzionare la macchina amministrativa, facendo fronte all'organizzazione civile nello stato di guerra, mettendo a frutto le conoscenze tecniche, le esperienze di lavoro e le capacità professionali di cui erano portatori.

L'onestà e la dignità con cui la municipalità repubblicana guidata da Francesco Sturbinetti assolse il suo ufficio trovò riscontro anche nella considerazione degli assedianti: solo ad essa Oudinot, il generale vincitore, riconoscerà autorità per trattare le modalità della resa e l'ingresso delle truppe francesi, con il salvacondotto per i combattenti repubblicani ed il rispetto delle incolumità personali di cui il primo cittadino di Roma si farà garante a tutela dei vinti. Gli amministratori comunali del 1849 - nella diversificata consapevolezza dell’eccezionalità dell’esperimento di governo democratico cui erano stati chiamati a partecipare i ceti borghesi progressisti della capitale - amministrando l’emergenza e il cambiamento in Campidoglio dettero con onestà e trasparenza intellettuale attualità agli istituti della democrazia repubblicana e vitalità alla formula teorica dell’autogoverno locale: una prova reale per quanto breve di maturità e capacità di classe dirigente cittadina.

LAURA FRANCESCANGELI già archivista presso l’Archivio Storico Capitolino, ha svolto e coordinato numerosi lavori di riordinamento e inventariazione della documentazione conservata, tra cui il fondo Comune Pontificio (1847-1870) e la serie Repubblica Romana (1849). Ha curato attività di studio e divulgazione didattica sui temi della documentazione e della storia delle istituzioni comunali in età moderna. Nell’ambito delle iniziative per la celebrazione dei 150 anni della Repubblica Romana del 1849 ha curato la sezione dedicata alle carte dell’Archivio Capitolino nella Mostra Storica allestita presso il Vittoriano (10 febbraio-4 luglio 1999) a cura dell’Istituto Storico del Risorgimento ed ha partecipato con una relazione su “Vita quotidiana durante l’assedio nelle carte dell’Archivio Capitolino” al convegno svoltosi il 19 aprile nella sala della Protomoteca in Campidoglio (atti pubblicati in “Rassegna Storica del Risorgimento”).

 

CALENDARIO PROSSIMI APPUNTAMENTI

18 maggio Difendere il sogno: Garibaldi a Roma nel 1849. A cura di Romano Ugolini

25 maggio Donne in campo: scrivere, curare, combattere. A cura di Anna Maria Isastia

8 giugno Una calda estate di guerra: Roma nella morsa dell’assedio. A cura di Antonino Zarcone

15 giugno Fotografare gli scontri: immagini da un campo di battaglia. A cura di Maria Pia Critelli

22 giugno Le ville di Roma, inedito teatro di guerra. A cura di Mara Minasi

6 luglio Il seme della libertà: la Costituzione della Repubblica Romana del 184. A cura di Irene Manzi

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Largo di porta S. Pancrazio, 9 (00153 – Roma)

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Info 060608 (tutti i giorni ore 9:00 - 19:00); www.museodellarepubblicaromana.it

 

Testo e immagine da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Assuan necropoli tomba mausoleo di Aga Khan Egitto Tjt

Importanti ritrovamenti in una tomba ad Assuan, sulla riva ovest del Nilo

Grazie alla missione italo-egiziana “EIMAWA 2019” (Egyptian-Italian Mission at West Assuan), sono state portate alla luce numerose mummie da una tomba localizzata nell’area del mausoleo di Aga Khan sulla riva ovest del Nilo ad Assuan.

Assuan necropoli tomba mausoleo di Aga Khan Egitto Tjt
L'area di Assuan vista dal Nilo

Le camere sepolcrali sono state scavate nella roccia e appartenevano a una persona di nome Tjt. Secondo gli archeologi questo luogo di sepoltura fu utilizzato dal periodo tardo faraonico fino a quello greco-romano. All’interno di esso sono stati ritrovati numerosi reperti tra cui un frammento di sarcofago riportante un’invocazione a Khnum, Satet, Anuket e Hapi, divinità della prima cataratta.

Uno dei "cartonnages" dipinti rinvenuti a forma di copertura dei piedi

Il complesso funerario è composto da una camera principale e da una laterale, in origine chiuse da un muro di pietra. Al loro interno Patrizia Piacentini, l’archeologa a capo della missione e docente di Egittologia e Archeologia egiziana alla Statale di Milano, ha riportato alla luce con il suo team numerose anfore e vasi per offerte.

Assuan necropoli tomba mausoleo di Aga Khan Egitto Tjt
La stanza laterale della tomba con il sarcofago scavato nella roccia

Nella stanza laterale vi erano quattro mummie, di cui due poste l’una sopra l’altra. È proprio questo particolare che ha indotto gli studiosi a pensare che si possa trattare di una madre accompagnata da suo figlio. In questo ambiente si trovava anche un sarcofago scavato nel pavimento di roccia e diversi recipienti contenti ancora del cibo, facenti parte del corredo funerario.

Le due mummie sovrapposte, rinvenute nella stanza laterale, probabilmente di madre e figlio

Nella stanza principale giacevano circa 30 mummie, tra di loro vi erano corpi di bambini deposti in una lunga nicchia laterale. Appoggiata alla parete nord gli archeologi hanno ritrovato una lettiga fatta di legno di palma e strisce di lino, usata molto probabilmente per trasportare i cadaveri all’interno della stanza.

Uno dei "cartonnages" dipinti rinvenuti a forma di collana

All’entrata di essa sono stati ritrovati altri oggetti utilizzati durante il processo di mummificazione e deposizione dei corpi: recipienti contenenti bitume, del cartonnage bianco pronto per essere tinteggiato, una lampada, frammenti di maschere funerarie dipinte in oro e una statuetta lignea, rappresentante l’anima del defunto sotto forma di uccello, il Ba.

Statuetta in legno dell'uccello-Ba

La missione ha mappato finora circa 300 tombe circostanti l’area del mausoleo, datate tra il VI secolo a. C. e il IV d.C. Gli archeologi egiziani hanno già scavato 25 di queste nel periodo compreso tra il 2015 e il 2018.

Assuan necropoli tomba mausoleo di Aga Khan Egitto Tjt
La "nuova" tomba scoperta dalla missione italo-egiziana

Link: Ministry of Antiquity; Università degli Studi di Milano "La Statale"

Le didascalie e le immagini dalla tomba di Assuan sono come fornite dall'Università degli Studi di Milano "La Statale".