Una paradossografia pseudo-aristotelica: il “De mirabilibus ascultationibus”

UNA PARADOSSOGRAFIA PSEUDO-ARISTOTELICA: IL “DE MIRABILIBUS ASCULTATIONIBUS”

Quando ci si imbatte nella lettura di Aristotele spesso l’attenzione ricade su opere come la Metafisica, Poetica, Politica etc. che, seppur pregevoli per le informazioni e ricche di spunti filologici, non mancano certo di contributi esplicativi. La situazione, però, non è omogenea, non tutte le opere, aristoteliche o presunte tali, hanno ricevuto lo stesso trattamento o, seppur emendate e commentate, non risaltano all’attenzione del lettore esperto e non.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

La questione del De mirabilibus ascultationibus è degna di nota sia per le problematiche storico-filologiche sia per le informazioni, spesso stravaganti, contenute all’interno della raccolta. Come si deduce dall’intestazione, l’opera è definita pseudo-aristotelica, non a caso differenti filologi (Alessandro Giannini, per citarne uno) hanno riscontrato diverse problematiche nel ricercare l’autore di questa raccolta di eventi mirabolanti. La difficoltà nell’individuazione della paternità è connessa con la varietà dei contenuti, varietà che riguarda non solo le informazioni, ma anche e soprattutto la datazione delle stesse. Non mancano, infatti, capitoli che riferiscono eventi precedenti o, addirittura, posteriori ad Aristotele stesso: in questa circostanza, allora, come ci si dovrebbe comportare? Giunge in soccorso la tradizione del Corpus Aristotelicum. Per quanto riguarda la tradizione dei filosofi, in particolar modo Platone e Aristotele, le loro ‘scuole’ hanno giocato un ruolo fondamentale per la salvaguardia delle loro opere, nel caso di Aristotele il Liceo ha permesso che una buona parte della produzione aristotelica venisse tramandata ai posteri. All’interno di questa istituzione, il Liceo per l’appunto, definendola con una terminologia moderna, Aristotele ammaestrava i suoi allievi con le sue lezioni. Non è da escludere, quindi, che se diversi capitoli del De mirabilibus ascultationibus possano essere, con i dubbi del caso, ascritti allo Stagirita, gli altri possano avere una paternità diversa: si può ipotizzare, in questo caso, che differenti capitoli siano ascrivibili agli allievi. A confermare quest’ultima ipotesi c’è la questione della fonte o delle fonti della raccolta. Se ci si attiene alle informazioni degli studiosi, le fonti principali dell’opera paradossografica pseudo-aristotelica sono da indicare in Timeo, Teopompo e Teofrasto. Quest’ultimo, infatti, è stato allievo di Aristotele al Liceo.

Gustav Adolph Spangenberg, Die Schule des Aristoteles, affresco (1883-1888), (fonte: Hetnet.), Pubblico dominio

Connessa alla difficoltà della paternità della raccolta c’è la questione della datazione. Anche in questo caso si deve ipotizzare una pluralità di aggiunte seriori, anche se, cercando di datare quei capitoli ascrivibili ad Aristotele, si potrebbe definire come terminus ante quem il 384 a.C. (anno della nascita di Aristotele) e come terminus post quem il 322 a.C. (anno della morte dello stesso), in quest’arco di tempo, presumibilmente, va cercata l’origine di alcuni capitoli di probabile paternità aristotelica.

Le difficoltà legate alla paternità e alla datazione ricadono, anche, sulla struttura dell’opera. I capitoli non hanno una successione cronologica né tantomeno contenutistica, ma spesso risultano inseriti in maniera confusionaria e priva di una organizzazione razionale.

Dopo questa brevissima parentesi storico-filologica, è importante spiegare le ragioni che devono spingere studiosi e appassionati alla lettura del De mirabilibus ascultationibus. Come si evince dal titolo, l’opera presenta informazioni paradossali. Lo Pseudo-Aristotele (o si potrebbe definire anche Anonimo, date le suddette problematiche di paternità), tratta argomenti di vario genere: dalla zoologia alla botanica sino ai fenomeni geologici. Tutti i paradossi, eccetto rari casi, sono accompagnati dal luogo d’origine: si va dal Medio Oriente alla Grecia continentale sino all’Illiria e Italia (Sicilia e Magna Grecia).

Ogni sezione presenta delle caratteristiche principali: la sezione botanica è legata agli effetti ed usi delle diverse erbe e fiori disseminati sulla Terra (si deve tener presente che per Terra va intesa la superficie conosciuta sino al IV-III a.C.). Lo Pseudo-Aristotele (o Anonimo) parla di erbe benefiche e malefiche, di erbe legate ai culti religiosi e quelle legate alla sfera matrimoniale e, addirittura, racconta di fiori che emanano un odore acre tale da allontanare le bestie feroci.

La sezione zoologica è interessata alle dimensioni e alle funzioni di diversi animali. Si passa da bestie più grandi del normale a pesci che riescono a sopravvivere sulla spiaggia. Lo Pseudo-Aristotele tratta anche, per esempio, di locuste che, se ingerite, salvano dai morsi dei serpenti; quest’ultima informazione poteva (e può) essere utile per uno studioso di rimedi farmaceutici.

La sezione geologica è legata sia ai diversi fenomeni naturali: vengono trattati i casi di alta e bassa marea nello stretto di Messina, laghi che generano vortici e sputano una grande quantità di pesci, sia alla presenza, in diverse località, di metalli e pietre preziose. Spesso questa sezione è interessata, anche, da fenomeni mitologici: lo Pseudo-Aristotele parla, per esempio, di un evento accaduto a Catania ai due pii fratres (fratelli devoti), Anfinomo e Anapio; dopo l’eruzione dell’Etna, i due fratelli, con i loro genitori sulle spalle, furono salvati dalla lava grazie alla loro pietas (devozione), questo evento segnò così tanto i catanesi da farlo incidere sulle monete coniate tra il II e il I a.C. Quest’ultimo dato, per esempio, può risultare utile agli studiosi di numismatica.

L’intera raccolta è ricca di queste informazioni e il De mirabilibus ascultationibus, per concludere, può essere definita un’opera poliedrica: utile agli studiosi del Corpus Aristotelicum o agli appassionati e interessante anche per medici, erboristi e zoologi, antichi e non.

De mirabilibus ascultationibus Aristotele Pseudo-Aristotele
Busto di Aristotele. Copia romana di originale greco in bronzo di Lisippo, con aggiunta moderna del mantello in alabastro. Foto di Marie-Lan Nguyen (2006), Pubblico dominio

Demetra dalla Villa dei Papiri

Demetra va al Getty. Arriva la fontana con l'Idra all'Antiquarium di Ercolano

Direzione Getty Museum. La bellissima statua in marmo di Demetra dalla Villa dei Papiri di Ercolano, esposta da qualche mese all’ingresso dell’Antiquarium è in partenza per Los Angeles dove, insieme ad altri reperti del sito e delle collezioni del MANN sarà esposta nella mostra “Buried by Vesuvius: Treasures from the Villa dei Papiri” che si svolgerà nel prestigioso museo americano dal 26 giugno 2019 al 28 ottobre 2019.

Demetra dalla Villa dei Papiri
Demetra dalla Villa dei Papiri

A prendere il posto della statua della dea, la fontana in bronzo raffigurante l’Idra di Lerna, mostro serpentiforme affrontato da Eracle nella seconda delle sue dodici fatiche. La fontana che in antico era posta al centro della Piscina a forma di croce nel cortile centrale della Palestra dell’antica Herculaneum, sarà per la prima volta presentata al pubblico al pianterreno dell’Antiquarium.

L’idra da Ercolano è stata realizzata con la tecnica della cera persa e raffigura il mostro aggrovigliato ad un tronco d’albero all’interno del quale passava una conduttura collegata alle cinque teste dalle quali fuoriuscivano scenografici getti d’acqua. La posizione all’interno della Palestra doveva rievocare immediatamente l'eroe Eracle e il valore di questo; monito per i giovani ercolanesi che frequentavano il luogo. La fontana, inoltre, è probabilmente ispirata ad un celebre monumento dell’Urbe, come ricorderebbe lo scrittore latino Festo: la fontana dell’Idra che ornava il Lacus Servilius nel Foro Romano, dono di Agrippa.

Fontana dell'Idra
Fontana dell'Idra

L’Idra è dunque una preziosa testimonianza della bronzistica ercolanese della prima età imperiale.

“ Il Parco coglie questa partenza come occasione - dichiara il Direttore Francesco Sirano – un’ occasione per proseguire con la sperimentazione di soluzioni espositive e di monitoraggio e per condividere con il suo pubblico l’eccezionale patrimonio conservato nei depositi nella prospettiva del Museo del sito. L’Idra, simbolo di forza selvaggia e distruttiva domata grazie alla mutua cooperazione tra l’eroe Ercole e suo nipote Iolao, celebra la comunità solidale e la reciproca umana comprensione che il Parco intende promuovere verso tutti i portatori di interesse”.

 

 


Rinascimento Biella Sebastiano Ferraro

Il Rinascimento biellese presentato a Milano al Poldi Pezzoli

Rinascimento Biella Sebastiano FerreroGiovedì 30 maggio alle ore 18.00 al Museo Poldi Pezzoli (Via Manzoni, 12) si terrà un incontro con Mauro Natale ed Edoardo Rossetti con un’introduzione della direttrice Annalisa Zanni per presentare la mostra « Il Rinascimento a Biella. Sebastiano Ferrero e i suoi figli ».

Sebastiano Ferrero è stato una delle personalità più influenti del ducato di Savoia e dei territori lombardi durante gli anni dell’occupazione francese, dove fu nominato da Luigi XII Generale delle finanze (1499-1519).

L’autorevolezza e il potere raggiunti dal biellese Sebastiano Ferrero a Milano sono il frutto di una lunga carriera: formato alla raccolta delle imposte dal padre fin da giovane, costruì in pochi anni sia un’immensa ricchezza personale sia una fama di saggezza come consigliere, che lo portò alla testa della tesoreria del Ducato di Savoia per nove anni.

È il prestigio acquisito in quell’ufficio che determinò la chiamata da parte di Luigi XII. Sebastiano si rivelò cruciale consigliere, ma anche « banchiere » perchè prestò somme ingenti alla Corona e ad alti funzionari francesi.

Definito « figlio del merito e delle fortuna » dai suoi biografi ottocenteschi, mantenne costantemente saldi i suoi legami con Biella, sua città d’origine, dove portò l’innovazione rinascimentale con la costruzione della chiesa di San Sebastiano, lasciando una traccia perenne nella struttura stessa della città.

Biella – Torino – Milano: nel testamento Sebastiano lasciò una somma considerevole alla Chiesa della Beata Vergine Incoronata di Milano dove erano sepolti la moglie e due figli morti in battaglia, ma allo stesso tempo assegnò un lascito alla chiesa di sant’Agostino di Torino e a numerose chiese biellesi.

Consigliere maturo di giovanissimi regnanti, le sue case a Torino e a Milano erano di tale prestigio da accogliere, a Milano, Francesco I dopo la battaglia di Marignano (1515) e nello stesso anno Giuliano de Medici, a Torino, per il fidanzamento con Filiberta di Savoia.

In parallelo al legame con la casa di Francia, Sebastiano conduce una strategia di legame strettissimo con la Chiesa e la Santa Sede attraverso rapporti diretti con Giulio II, Alessandro VI e Leone X e l’ottenimento della porpora cardinalizia per i figli Giovanni Stefano e Bonifacio, che perpetueranno l’arricchimento della famiglia e la committenza di opere artistiche.

La riscoperta storica di questa figura consente di gettare nuova luce su alcune importanti iniziative milanesi.

La riproduzione della Vergine delle rocce di Leonardo; la decorazione del palazzo già Carmagnola-Dal Verme-Gallerani ad opera di Bramantino: il Ferrero acquistò nel 1509 il palazzo che il d’Amboise aveva avuto in dono dal re di Francia, già di proprietà del condottiero Francesco Carmagnola, poi del conte Pietro dal Verme suo nipote e poi donato da Ludovico il Moro alla favorita Cecilia Gallerani (la Dama con l'ermellino di Leonardo da Vinci), e al figlio di lei Cesare Sforza. Il Ferrero finì per abitare in un quartiere centrale avendo come vicini alcuni dei primi gentiluomini di Lombardia: l’edificio acquistato era il più prestigioso della Milano sforzesca (oggi il Piccolo Teatro Grassi di via Rovello e sede della CONSOB).

La mostra « Il Rinascimento a Biella. Sebastiano Ferrero e i suoi figli » mette in evidenza il ruolo particolare che ebbe in quegli anni la città di Biella (di cui era originario Ferrero), vero snodo artistico tra la Francia di Luigi XII e di Francesco I, il ducato di Savoia e Milano e pertanto aperta a influenze lombarde, sabaude e francesi.


Ettore Scola

Indagine “Falso d’autore”: disegni falsamente attribuiti ad Ettore Scola

Indagine “Falso d’autore”

Ettore Scola
Foto che ritrae Ettore Scola con Massimo Troisi e Marcello Mastroianni sul set del film "Che ora è?"

I militari del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno sequestrato 41 disegni falsamente attribuiti al maestro del cinema italiano Ettore Scola.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma e condotte dalla Sezione Falsificazione ed Arte Contemporanea del Reparto Operativo, sono partite a seguito della denuncia sporta dagli eredi dello scomparso regista e sceneggiatore, che hanno segnalato la presenza sui mercatini dell’usato della Capitale di numerosi disegni falsamente firmati dal maestro.

Ettore Scola in effetti nell’ambito della sua attività artistica, era solito realizzare numerosi disegni aventi ad oggetto le scene del film che avrebbe girato, utilizzati anche come strumenti di lavoro per far comprendere agli attori come dovessero recitare alcune parti, al fine di dare corpo alle sue sceneggiature ed alle riprese cinematografiche nel migliore dei modi possibile.

Le investigazioni dei carabinieri del TPC hanno permesso di svelare che due cittadini romani avevano recentemente immesso sul mercato capitolino diverse decine di disegni falsi che venivano prevalentemente collocati nei mercatini dell’usato.

Nel corso delle perquisizioni è stato sequestrato diverso materiale utilizzato per la falsificazione, realizzata da un disegnatore romano che traeva spunto dai cataloghi contenenti le immagini delle opere autentiche prese come modello per la produzione dei falsi.

Ai due indagati è stato contestato il reato di “contraffazione di opere d’arte” (art.178 D.L.vo 42/2004).

Testo e immagini da Ufficio Stampa Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Museo Egizio Torino

Al Museo Egizio il Premio Gianluca Spina per l’Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali 2019

Al Museo Egizio il Premio Gianluca Spina per l’Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali 2019

Il riconoscimento dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico di Milano conferito ieri (23 maggio, n.d.r.) nel capoluogo lombardo: a disposizione della Fondazione una borsa di studio del valore di 12 mila euro

Museo Egizio Torino
Museo Egizio di Torino. Foto di Gianni Careddu, CC BY-SA 4.0

Giunge da Milano un nuovo riconoscimento all’attività del Museo Egizio, che si è aggiudicato il Premio Gianluca Spina per l’Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali, promosso dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico meneghino e rivolto alle istituzioni culturali italiane che abbiano avviato progetti di innovazione digitale particolarmente significativi nei processi interni o nell’offerta al pubblico.

La proclamazione è stata effettuata ieri sera (23 maggio, n.d.r.) nel corso del convegno di presentazione dei risultati dell’Osservatorio organizzato nell’Aula Magna Carassa e Dadda del Campus Bovisa che ha riunito circa 400 operatori del settore, dinanzi ai quali i tre finalisti del Premio hanno illustrato i propri progetti. Una doppia giuria ha selezionato il vincitore: una di esperti/relatori e l’altra del pubblico in sala e a raccogliere i consensi di entrambe è stato il format della mostra attualmente in corso al Museo Egizio, Archeologia Invisibile, proposto con la relazione progettuale dal titolo “La digitalizzazione della dimensione tangibile e intangibile del patrimonio museale: Archeologia Invisibile”.

Alla Fondazione per le Antichità Egizie di Torino è stato attribuito il diritto a una borsa di studio del valore di 12 mila euro - messa a disposizione dall’Associazione Gianluca Spina - per la partecipazione al Master in Management dei Beni e delle Istituzioni Culturali del MIP, Politecnico di Milano Graduate School of Business (Edizione 2019-2021).

 

 

Testo dall'Ufficio stampa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino


Università La Sapienza Roma

Università La Sapienza a Roma: eventi dal 27 al 31 maggio

Università La Sapienza Roma

Per la settimana prossima, si segnalano i seguenti eventi di carattere culturale presso l’Università La Sapienza a Roma (ove non indicato diversamente). Ai link relativi a ciascun evento è possibile approfondire.

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Adriano Lanzi

Un chitarrista potenziale: conversazione con Adriano Lanzi

Mentre fuori il cielo di Roma regala uno dei suoi memorabili acquazzoni di questo maggio travestito da novembre, Adriano Lanzi mi accoglie nel suo studio, porgendomi una tazza di caffè bollente. Deve aver intuito, dalla mia innata goffaggine, che sono alle prime armi con le interviste ad esseri umani realmente presenti davanti ai miei occhi: di solito si lavora per interposto schermo, per telefono, alla peggio via skype. Una distanza rassicurante che consente di superare l’imbarazzo con un agile balzo tecnologico. Sorride sornione – gliene saranno capitate di bizzarre eccezioni come me – e non mi resta che approfittare di questo momento di improvvisa lucidità per fargli un po’ di domande. Quella che segue è la trascrizione della mia Prima Vera Intervista.

Adriano Lanzi

Cominciamo dal principio. Come e quando si concretizza la tua ontogenesi chitarristica?

Ho cominciato a studiare un po’ la chitarra classica a undici anni, in una Scuola peraltro specializzata in musica antica, subendo abbastanza presto, per esposizione, il fascino degli strumenti e delle sonorità antecedenti al Settecento. Un corso di chitarra in quella scuola era roba quasi da modernisti, aprivi una stanza e c’era una classe di liuto, in un’altra trovavi cembali e spinette, in un’altra ancora un gruppo di musica d’insieme zeppo di flauti d’ogni registro e altre meraviglie. Sono arrivato alla chitarra in modo piuttosto banale, i miei mi chiesero se volevo imparare a suonare uno strumento, in casa c’era una chitarra “da combattimento” letteralmente appesa a un chiodo, io dissi “chitarra”, forse per pigrizia. Fui fortunato, nel senso che ho scoperto prestissimo che la amavo. È un’estensione del corpo ma non è né troppo piccola né troppo ingombrante. Un pianoforte non lo puoi abbracciare. Sinceramente, non avrei mai potuto affrontare il pianoforte senza soccombere a uno spaventoso senso di inadeguatezza, perché una pianista forte ce l’avevo in famiglia. Una prozia, Lucia Lanzi Menozzi, sorella del mio nonno paterno, era stata una concertista precocissima (ancora minorenne) a livello europeo. Dopo il matrimonio e la II Guerra Mondiale ridusse gradualmente i concerti fino a concentrarsi solo sull’insegnamento, aprì una scuola di perfezionamento da cui uscirono diversi talenti. Era molto brava e completamente matta, ho avuto la fortuna di conoscerla, ci siamo voluti bene e sicuramente è stata per me una presenza formativa, profonda.

Duo Mu (2016): Adriano Lanzi e Federica Vecchio

Mi sembra di intuire che il tuo percorso musicale non possa essere inquadrato nell’iter canonico dello studente di conservatorio…

Gli studi “classici” non li ho mai completati, fui distratto dopo qualche anno dalla chitarra elettrica e dai mondi sonori altri che mi si aprivano. Anche i miei gusti musicali da fruitore, gli ascolti, si facevano via via più particolari, ero attratto dalle cose meno classificabili, dal bizzarro, da alcune ibridazioni estetiche (non tutte), dai compositori a torto o a ragione considerati eccentrici, in generale da figure di musicisti “irregolari”. Per ultimo, nei miei anni più formativi, ammesso che si finisca mai di formarsi, è arrivato l’interesse per l’elettronica, la sintesi, il campionamento. A dispetto di queste progressive “estensioni” tecnologiche c’è da dire che ci sono momenti in cui torno molto volentieri al suono completamente acustico nel caso di una chitarra classica o folk, e a un suono appena amplificato nel caso della chitarra elettrica, senza la mediazione degli effetti o dell’elettronica in senso ampio. Insomma torno a un suono che possiamo chiamare puro, o bruto, secondo i casi. Chiamiamolo nudo, poi per capire se è puro o bruto tocca vedere che intenzioni ha quando ci si para davanti e si apre l’impermeabile.

Adriano Lanzi

Parliamo di modelli. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? Quali le deviazioni esplorative?

Tra i miei modelli e riferimenti musicali sicuramente alcune persone di famiglia, la già citata zia e suo fratello Germano, mio nonno, che in gioventù aveva suonato il violino in complessi di quella che chiamavano “musica sincopata” (sotto il fascismo meglio non suonare jazz – non nominarlo, ancora meglio). Il mio primo insegnante di chitarra, Ezio Musumeci. Poi Ettore Mancini, batterista e didatta eccezionale, semplicemente il primo musicista professionista che conobbi quando ero ragazzino. Mi fece ascoltare alcune cose che contribuirono a sparigliare le carte, segnatamente un disco di Jim Hall. E ancor più importante mi disse altre cose, forse semplici aneddoti sulla sua attività, ma finii per volare con la fantasia su ciò che era possibile fare in uno studio di registrazione. Sicuramente mi fu di grande stimolo. Tra i musicisti con cui non ho avuto un contatto diretto, potrei fare gli stessi nomi che piacciono a chiunque. A un certo punto ho preso una sbandata fortissima per una certa scena di jazzrock inglese, la cosiddetta scena di Canterbury (che è veramente una definizione di comodo mal tollerata dai suoi stessi esponenti): dietro, dentro, ho percepito un’idea estetica forte, una sintesi di musica pop e sperimentazione, uno scontro tra rock e jazz che era all’antitesi dei cliché fusion, una straordinaria vitalità che ha alimentato per decenni altre correnti di musica sperimentale. Forse quella cotta specifica non mi è mai passata, e a parte la forma sonora cui sono affezionato, pur essendo espressione di un momento storico che non ho vissuto, quel che trovo importante è l’esempio.

A un certo punto del tuo percorso ti sei imbattuto nella Scienza delle Soluzioni immaginarie, la ’Patafisica, universo artistico dell’equivalenza, della coesistenza degli opposti e dell’Eccezione. Fascinazione momentanea o impatto con qualcosa di cui hai sentito “generalmente il bisogno”?

All’ascolto dei Soft Machine devo il mio incontro con la ’Patafisica. Era già patafisica la loro musica, era assurda, era ebbra, era allusiva ed elusiva allo stesso tempo, e in più facevano riferimenti all’universo jarryano e alle avanguardie storiche nei titoli dei loro pezzi. Viene fuori, leggendo le biografie del caso, che ne erano davvero coinvolti, ebbero pure un conferimento dell’Ordine della Grande Giduglia perché fecero le musiche di scena di un Ubu Incatenato, di cui oggi purtroppo non c’è traccia. Fu attraverso di loro che andai a cercare i testi di Jarry, che certo non si studiano alle superiori, per poi avvicinarmi al lavoro di altri patafisici illustri. L’impatto con la Scienza delle Soluzioni Immaginarie mi segnò per sempre, è un interesse che coltivo tuttora. È molto difficile per me parlare di deviazione dai miei modelli, perché l’animale affamato di musica, per di più onnivoro, credo che nei primi anni abbia deviato un numero imprecisato di volte, zigzagando, per trovare un qualche principio unificante molto tempo dopo, non tanto nel predominio di una delle forme frequentate sulle altre o in una sintesi posticcia delle stesse quanto piuttosto in un atteggiamento, in un certo spirito, per usare una parola che detesto.

El Topo (2008): da sinistra a destra Francesco Mendolia, Omar Sodano, Andrea Biondi, Adriano Lanzi

Facciamo un po’ di storia e archeologia. Quali sono state le tue prime esperienze da musicista “professionista”, perdona l’atroce espressione, e le tue prime collaborazioni artistiche?

Dopo una primissima esperienza con un gruppo di progressive rock, l’incontro musicale più importante, quando avevo poco più di 20 anni, fu con un griot senegalese, Siriman “Pape” Kanoutè, che conobbi in una emittente radiofonica romana con cui collaboravo. Appena arrivato a Roma, era ospite all’interno del programma di musica africana. Il conduttore mi aveva chiesto in prestito un amplificatore per il suo bassista. Io arrivo in radio, li aiuto a montare, sento il suono della kora, questa incredibile arpa-liuto della tradizione mandinga dell’Africa Occidentale, me ne innamoro all’istante, e alla fine del programma ho la faccia tosta di propormi come chitarrista. Non basta una vita, per penetrare dall’esterno quei modi musicali, quelle scale, quella grammatica sonora, ma qualcosa nei sette anni che sono rimasto accanto a Kanoutè e ai suoi musicisti in qualche modo credo di averla assimilata. La collaborazione con Pape, musicista molto più maturo di me, anagraficamente e non solo, mi diede accesso ai primi palcoscenici degni di questo nome. Negli anni, con lui ho inciso dischi, suonato in dirette radiofoniche nazionali, ho tenuto concerti e musicato spettacoli teatrali. Quasi in parallelo all’esperienza afro-jazz, divenni amico di Omar Sodano, bassista di talento, con una visione musicale personale e un’eccentricità per certi versi sovrapponibile, per altri complementare alla mia, che oggi non è più con noi (è morto in circostanze tragiche e cruente nell’estate del 2014). Con Omar abbiamo sperimentato a lungo, in una sorta di laboratorio privato in cui applicavamo tecniche di post-produzione sonora a improvvisazioni registrate con ospiti provenienti dalle più diverse estrazioni musicali. La ricerca comune rafforzò la nostra amicizia e ci permise di fare errori clamorosi in più campi: la fonica, l’elettronica, la pratica dell’improvvisazione. Finii per spedire a Hans-Joachim Irmler, organista e fondatore dei Faust, storico gruppo sperimentale tedesco, per me musicalmente quasi un padre, un cd-r che sintetizzava e rielaborava buona parte di queste improvvisazioni con una tecnica di collage ora raffinata ora grezza, brutale. Una specie di monstrum trans-temporale e meta-stilistico, che in qualche modo riconosceva nel disco The Faust Tapes un antecedente nobile, se non un’ispirazione diretta. Il dischetto fu apprezzato, ci fu chiesto di partecipare a un album di remix dei Faust e poi debuttammo con un cd a nome nostro sulla loro etichetta. Dal duo sorsero gli El Topo, gruppo dalla vita breve ma di cui vado ancora fiero, con il batterista Francesco Mendolia che oggi vive in Inghilterra e il vibrafonista Andrea Biondi. Facemmo in tempo a pubblicare un solo album per un’etichetta belga e a dare un po’ di concerti, poi successe qualcosa di cui ancora oggi fatico a parlare, posso forse dire senza mancargli di rispetto che Omar perse il suo centro, si smarrì, in modo tale che mi fu impossibile sia proseguire la nostra collaborazione sia, cosa ancora più dolorosa, aiutarlo. Al gruppo fu più facile sciogliersi che andare avanti cercando rimpiazzi. Con Biondi ho avuto il piacere di continuare a collaborare in altre situazioni, negli anni.

Uno degli aspetti che maggiormente mi ha incuriosita del tuo lavoro è la sonorizzazione dei classici del cinema muto, soprattutto perché ribalta l’idea che la musica funga esclusivamente da tappeto, da contorno, da ornamento scollegato dal contesto ponendosi quasi come opera viva a sé, che respira con le immagini ma al tempo stesso se ne discosta quanto basta per giungere altrove.

Ho cominciato a cimentarmi con le sonorizzazioni dal vivo dei classici del cinema muto, prima in ottica rigorosamente elettronica, e più tardi recuperando anche il mio primo strumento, presso il cinema Azzurro Scipioni di Roma; quindi un’altra persona cui sono debitore è il regista Silvano Agosti, uomo fieramente indipendente, che tra il 2001 e il 2005 mi ha permesso di affrontare tutti quei capolavori nelle sue due sale. Quando ho cominciato a sentirmi sufficientemente sicuro di quel che facevo in quell’ambito, ho potuto proporle anche in qualche festival, in Italia e all’estero. È una pratica che mi affascina da sempre: si tratta di verificare dal vivo il rapporto tra suono e immagine, calibrare il mio intervento, cercare di non essere invasivo o eccessivo rispetto al contenuto filmico. Servirlo ma al tempo stesso fare qualcosa che non si riduca a semplice sottofondo o tappezzeria sonora. Idealmente, e con il dovuto rispetto per certe pellicole che davvero sono capolavori autosufficienti e non hanno alcun intrinseco bisogno di musica aggiunta, mia o di nessun altro, cercare di produrre una terza opera, che non sia né il film né la musica, ma l’esperienza sinestesica delle due cose insieme nella singola proiezione. Sul primo film che sonorizzai, Der Golem di Paul Wegener, sono tornato più volte negli anni, cambiando scenari sonori, dalla prima versione completamente elettronica a una del 2010 per chitarra elettrica, fino a quella attuale col mio duo Mu con Federica Vecchio, chitarra acustica e violoncello appena sporcati di un po’ di elettronica.

Quartetto 4ME, Conservatorio Ottorino Respighi, Latina 2019. Da sinistra: Gianni Trovalusci, Paolo Di Cioccio, Federica Michisanti, Adriano Lanzi

Prospettive e futurità: cosa bolle in pentola?

Tra le mie collaborazioni e gruppi attuali devo menzionare K-Mundi, con il dj e sound-artist Økapi e il percussionista filosofo Marco Ariano, con cui faccio improvvisazione elettroacustica con un’anima molto rock, piuttosto energica. Poi c’è il quartetto 4ME con la contrabbassista Federica Michisanti, il flautista Gianni Trovalusci e l’oboista Paolo Di Cioccio, con cui affianchiamo l’improvvisazione alle tecniche compositive legate all’alea, e a volte affidiamo lo svolgersi delle nostre performance all’estrazione a sorte di possibili combinazioni strumentali e di relativi comportamenti, o gesti, sonori. Una pratica oggi storicizzata, ma non mi pare un buon motivo per non ricominciare a praticarla, visto che le conseguenze di questi processi possono essere attualissime. Con Paolo ho anche un duo, Le Grand Lunaire, in cui io suono la chitarra elettrica e lui l’oboe e il theremin, e dovremmo affrontare una sonorizzazione di La Caduta della Casa Usher, di Jean Epstein, da Poe, dopo l’estate. Per i già citati MU con Federica Vecchio è in via di pubblicazione per la romana Folderol il secondo album (il primo lo ha pubblicato la britannica SLAM tre anni fa). Sarà meno improvvisato del precedente e più orientato a una sorta di musica post-classica. L’album vede la partecipazione graditissima di alcuni ospiti, da Lino Capra Vaccina, vibrafonista e compositore minimalista contemporaneo, a Amy Denio, polistrumentista di Seattle, da Økapi stesso che ha prodotto un remix al veterano della scena rockjazz inglese Geoff Leigh, amico e maestro che ci ha regalato una splendida parte di flauto, fino a Giovanna Izzo, cantante napoletana che improvvisò con noi presso l’Ex Asilo Filangieri.

Ma c’è anche un percorso da solista non meno interessante delle succitate collaborazioni artistiche.

C’è poi, in effetti, il mio repertorio solista, per chitarra acustica amplificata e “aumentata” dagli effetti elettronici, che continua a crescere, e in cui accanto a qualche mia composizione mi diverto ad arrangiare e rieseguire – con la tecnica fingerpicking e in un’ottica di folk urbano un po’ futuribile – pezzi che di chitarristico hanno poco o nulla: da Albert Ayler a Vivaldi, da Shostakovic a Thelonious Monk, da Robert Wyatt e i Soft Machine (la Canterbury che non abbandono) a Nino Rota. L’obiettivo a lungo termine, ad ogni modo, per quanto possa sembrare contraddittorio se associato a un certo eclettismo sonoro e a riferimenti che continuano a spaziare dalla musica antica fino all’elettronica, è quello di impiegare il tempo che mi resta a fare del mio meglio per non morire da postmoderno.

Più ti ascolto e più mi sembra evidente da una serie di sintomi che il tuo pensiero musicale possa trovare una collocazione nell’universo potenziale: dalla manipolazione delle forme alla combinatoria, dalla commistione di generi all’implosione di modelli, il tutto dominato da una rigorosa curiosità, da uno spirito ludico di avventura e da un’urgenza di esplorare le declinazioni teoriche del possibile.

Devo riconoscerlo, il fatto che qualcuno abbia avuto l’ardire di associarmi al mondo “potenziale”, un ambito di ricerca che si riferisce più facilmente alla letteratura, magari ad altre arti ma non tanto alla musica, un po’ mi è di conforto in questo senso. Mi viene quasi da dire “finalmente!” C’è un rigore formale anche nel giocare con le forme. Forse l’esattezza su cui insisteva Calvino è meno praticabile in musica che nella prosa, per una serie di fattori contingenti che espongono la resa sonora dal vivo a variabili sconosciute a chi chiude il proprio lavoro nella pagina scritta, per esempio. Tuttavia l’accento su una precisione di fondo, su un intento pulito che vada dal pensiero fino al gesto sonoro, anche nel veicolare l’essenziale di un pezzo pur cambiandogli abito di suono, riportare un tema free rabbioso di Albert Ayler che pure ha un’intrinseca componente spiritual, alla prateria americana, o far esplodere uno Stabat Mater di Vivaldi nello spazio, con accenti psichedelici, che è parte di quello che faccio io pur con una dose di approssimazione più ingombrante di quanto non vorrei, tutto questo forse – forse – offre uno spiraglio, un superamento cosciente del minestrone della postmodernità in cui, per come lo avverto io, tutto è semplicemente compresente, le dominanti stilistiche sembrano di volta in volta dovute a capricci del gusto e i pretesti sono troppo spesso elevati a concetti. Bisognerebbe avere ben chiara la differenza tra potenziale e possibile. È chiaro che è possibile attingere alle forme come vogliamo perché sono tutte a portata di mano, ma non mi sembra sufficiente. Rifarmi alle categorie e ai criteri della letteratura potenziale può offrire alla mia pratica musicale qualche strumento critico in più, come minimo. E qui si apre un discorso vastissimo che è impensabile esaurire in questo spazio.

 

BIOGRAFIA

Nato a Roma nel 1972, Adriano Lanzi è chitarrista, compositore, improvvisatore, performer elettronico, occasionalmente bassista. Ha pubblicato musica, come titolare o sideman, su numerose etichette discografiche italiane e europee, esordendo in duo con Omar Sodano per la tedesca Klangbad, diretta da Hans-Joachim Irmler deiFaust, storica formazione del rock europeo più avventuroso e sperimentale. Ha collaborato a lungo (1996-2003) in studio e dal vivo, con il gruppo afro-jazz del griot senegalese Siriman "Pape" Kanoutè, forse il primo e il più rigoroso divulgatore della kora e della cultura mandinga in Italia, partecipando con lui a dirette radiofoniche nazionali (Stereonotte, La Stanza della Musica) e alla realizzazione di musiche per il teatro (tra le altre Fedra da Ghiannis Ritsos, per la regia di Giuseppe Marini). E’ attualmente attivo nel duo MU con la violoncellista Federica Vecchio (www.facebook.com/muguitarandcelloduo), pubblicato su SLAM (U.K.) nel quartetto FORME (con Gianni Trovalusci ai flauti, Paolo Di Cioccio all’oboe e Federica Michisanti al contrabbasso, dedicato alle procedure compositive e di improvvisazione legate all’alea), e con il trio elettroacustico K-Mundi  (con il dj e sound artist Økapi e il batterista Marco Ariano – www.facebook.com/kmundigroup).  Collabora occasionalmente con il veterano dell’improvvisazione radicale e del rock in opposition Geoff Leigh (ex Henry Cow), con il cantautore e folk/punk rocker Stefano Giaccone (ex Franti/Kina), con la polistrumentista statunitense Amy Denio e altri musicisti della scena italiana e internazionale. Da sempre si dedica alla sonorizzazione dal vivo, in chiave elettronica o chitarristica, dei classici del cinema silenzioso, che ha presentato per anni in forma di laboratorio presso il Cinema Azzurro Scipioni di Roma e che ha portato più volte in festival italiani e europei (Montepulciano,  Schiphorst Avantgarde Festival Amburgo, Londra, tra gli altri) e recentemente alla produzione di colonne sonore per documentari.

Si esibisce spesso anche in un solo per chitarra fingerpicking, presentato a Battiti (RadioTre) dove riconduce al suo strumento pezzi non chitarristici. Il Fac Ut Ardeat dallo Stabat Mater di Vivaldi, Ghosts di Albert Ayler,  We Travel the Spaceways di Sun Ra, Pannonica di Monk, il Valzer n°2 dalla Jazz Suite di Shostakovic, tanghi di Ernesto Nazareth, pagine prog (Sea Song di Robert Wyatt), brandelli di swing (Miller, Ellington) memoria cinematografica popolare (Nino Rota), acquisiscono una veste folk urbana e futuribile.

Adriano Lanzi

DISCOGRAFIA

Lanzi & Sodano "La Vita Perfetta" (Klangbad 28) – 2004

El Topo "Pigiama Psicoattivo" (Off CD06) - 2008

Adriano Lanzi "Tana Libera Tutti" (Cd-r Ned 012) - 2011

Adriano Lanzi "You are never alone with the Lemurian Broadcasting Company" (ODG014) - 2012 

Le Borg "Flying Machines" (HKPL4303) - 2014

MU "of strings and bridges" (Slam 577) - 2016

K-Mundi "the little disaster inside us" (Off OCD032) - 2016

Le Borg IV (Valle Giovanni Edizioni BLV2696580) - 2016 

Partecipazioni selezionate:

  • V.A.: Faust – Freispiel (Remixes from “Ravvivando) (Klangbad FRR 1992) – 2001

  • V.A. : Klangbad - First Steps (Jkangbad 19) – 2002 
  • Pape Siriman Kanoutè: Keulo (Helikonia/ LUDOS LDL 14221) – 2002 (Adriano Lanzi, session player – acoustic guitar)
  • V.A. – Klangbad – Next Step (Klangbad 26) – 2004 

 


Dalla via Alessandrina emerge una testa in marmo

 

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L’Urbe continua a regalare meravigliose scoperte ed è proprio di queste ore il rinvenimento in via Alessandrina di una testa forse di Dioniso. Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali del Comune di Roma, concessionari per conto del Paco Archeologico del Colosseo delle ricerche e delle indagini su questo tratto viario, hanno individuato, nascosta nella terra, una testa di marmo bianco databile ad epoca imperiale, probabilmente utilizzata in antico come materiale di reimpiego in un muro tardo – medievale che proprio gli archeologi stavano scavando.

Testa di Dioniso. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali
Testa di Dioniso. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali

Una volta estratta, la testa si è mostrata in tutta la sua bellezza. Il volto si caratterizza per le superfici lisce e morbide ed è leggermente inclinato, la bocca è semi aperta, gli occhi sono incavati, forse in antico erano riempiti di pasta vitrea e l’acconciatura è folta e ondulata. I capelli scendono sulle spalle e sono trattenuti da una benda da cui sporge un corimbo, cioè un’infiorescenza dell’edera. I tratti delicati, il volto giovane e femmineo fanno pensare al dio Dioniso e gli archeologi sono già a lavoro per poter attribuire con certezza il volto alla divinità. L’opera è stata già portata nei depositi e attende un primo intervento di pulitura dalle incrostazioni terrose che presto la riporteranno al suo antico splendore.

via dei Fori Imperiali. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali
via dei Fori Imperiali. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali

I lavori sulla via Alessandrina, grazie ad un contributo del Ministero della Cultura dello Stato dell’Azerbaijan che ha finanziato un'opera di mecenatismo per ben un milione di euro, porteranno all’eliminazione del tratto iniziale settentrionale della via. La rimozione di questo segmento stradale, per circa una trentina di metri di lunghezza, permetterà di mettere in comunicazione il settore centrale della piazza del Foro di Traiano con il portico orientale del complesso e l’emiciclo dei Mercati di Traiano. Quando i lavori saranno ultimati, si potrà godere e apprezzare l’originaria estensione del Foro in questo tratto e coglierne l’ampiezza da via dei Fori Imperiali sino alle pendici del Quirinale.


Osanna

Torna Massimo Osanna alla guida del Parco Archeologico di Pompei

Osanna si, Osanna no, Osanna forse. Finalmente si sciolgono le riserve sul nuovo direttore del Parco Archeologico di Pompei e il ministro Alberto Bonisoli riconferma il professore lucano nonostante le perplessità degli ultimi giorni. Ieri infatti aveva dichiarato a margine della riunione della commissione di studio sul design a proposito della nomina del direttore di Pompei che stava facendo una selezione di persone - “una selezione che faccio guardando i curriculum, li incontro, e quando voglio capire di più li incontro un’altra volta”. A sorpresa oggi l’annuncio ufficiale.

Osanna
Osanna. Courtesy Parco Archeologico di Pompei

Massimo Osanna ricopriva questo ruolo già dal 4 gennaio 2016, mentre dal 2014 al 2016 ha ricoperto l’incarico di Soprintendente Speciale delle aree di Pompei e dei siti di Ercolano e Stabia. Dal 2015 è professore ordinario di Archeologia classica presso la Federico II di Napoli ed è stato Direttore per un decennio della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Matera.

In questi anni e grazie al Grande Progetto Pompei, molti sono stati i risultati positivi ottenuti dal team guidato da Osanna, risultati che sicuramente hanno proiettato il sito campano sull’Olimpo dei media mondiali.  Per un sito così complesso l’attenzione dovrà essere sempre massima, ma il capitolo crolli è una parentesi chiusa da tempo. Ora bisognerà programmare la manutenzione ordinaria, risolvere il problema custodi, problema che più volte Osanna aveva posto all'attenzione ma che un direttore non può risolvere perché competenza Mibac e perché no, avviare nuovamente quel programma di studio e ricerche nella Regio V che in questi mesi ha fatto sognare curiosi e studiosi grazie alle nuove scoperte.


Alberto Bonisoli

Costituito l'elenco nazionale dei professionisti dei Beni Culturali

Atteso da anni, finalmente vede luce il decreto che istituisce presso il Mibac gli elenchi nazionali dei professionisti competenti ad eseguire interventi sui beni culturali. Sette gli elenchi professionali previsti: archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali, storici dell’arte. Come si legge da una nota del Mibac - questo decreto consolida il raccordo tra percorsi formativi, competenze e professioni nei beni culturali e può essere utilizzato come strumento utile per processi di selezione nel mondo del lavoro.

Alberto Bonisoli
Alberto Bonisoli

Il provvedimento, che si attendeva dal 2014, è stato il frutto di una complessa e articolata concertazione tra diversi soggetti e, tra questi, la Direzione Generale Educazione e Ricerca, il Consiglio Superiore dei Beni Culturali, l’Ufficio legislativo del Mibac, le associazioni professionali, le organizzazioni imprenditoriali e quelle sindacali, l’ufficio di Gabinetto del Mibac, il Miur, il Ministero del Lavoro, le Commissioni Parlamentari, la Conferenza Stato-Regioni e il Consiglio Universitario Nazionale. Il decreto firmato da Bonisoli risulta particolarmente importante poiché prevede un processo di inserimento negli elenchi, non soltanto sulla base della professione ma, all’interno dello stesso elenco professionale, sulla base delle competenze acquisite così come dagli standard del Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF).

Queste le dichiarazioni di Alessandro Pintucci Presidente CIA, Confederazione Italiana Archeologi: "La firma dei decreti attuativi della legge 110/2014, è quello che i professionisti dei Beni Culturali aspettavano da 5 anni: nonostante i rinvii, i ritardi e gli incidenti di percorso siamo arrivati all’inizio di un nuovo capitolo per le professioni dei Beni Culturali. Possiamo dire che uno dei capisaldi della Convenzione de La Valletta, la formalizzazione e il riconoscimento di chi può operare sul patrimonio culturale, con oggi è raggiunto. Il documento prodotto, pur non rappresentando a pieno le nostre posizioni e ciò che chiedevamo, ci soddisfa, perché è un punto di equilibrio tra istanze diverse, provenienti da ambienti e contesti di lavoro distanti e che raramente riescono a trovare una sintesi. Anche questo è un risultato che dovrebbe convincere tutti. Vedremo all’applicazione se tutto funzionerà a dovere o saranno necessari miglioramenti, ma il regolamento stesso già prevede questa eventualità, il che dovrebbe rassicurare anche i più critici".