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Mileto: mostra di pittura “Festa di colori fra popoli”

Mostra di pittura

Festa di colori fra popoli

Di Fina Currà

Museo Statale di Mileto

Mileto (Vibo Valentia)

13 agosto – 16 settembre 2018

INAUGURAZIONE: 13 agosto 2018 – Ore 19.00

Lunedì 13 agosto 2018, alle ore 19.00, nel cortile del Museo Statale di Mileto, verrà inaugurata la mostra di pittura Festa di colori fra popoli di Fina Currà.

Interverranno: Faustino Nigrelli, direttore del Museo Statale di Mileto; don Gaetano Currà, direttore dell’Ufficio Diocesano per le comunicazioni sociali; Rosetta Mazzeo, sindaco di Mileto; Giovanni Bianco del Touring Italiano sezione di Lamezia Terme e l’artista Fina Currà.

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Mostra “Locri e il suo territorio: dalla cartografia storica alla ricognizione archeologica”

Mostra

Locri e il suo territorio: dalla cartografia storica alla ricognizione archeologica

Museo del territorio – Palazzo Teotino Nieddu del Rio

Locri (Reggio Calabria)

8 agosto – 17 settembre 2018

Inaugurazione: 8 agosto 2018 – Ore 18.30

Mercoledì 8 agosto 2018, alle ore 18.30, a Locri (Reggio Calabria), presso il Museo del territorio – Palazzo Teotino Nieddu del Rio, sarà inaugurata la mostra Locri e il suo territorio: dalla cartografia storica alla ricognizione archeologica.

L’esposizione è a cura del SAET, Laboratorio di Storia Archeologia Epigrafia Tradizione dell’antico della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Interverranno all’inaugurazione: Rossella Agostino, direttrice del museo del territorio; Giovanni Calabrese, sindaco di Locri e Gianfranco Adornato, coordinatore del progetto di ricerca.

L’esposizione illustrerà i risultati dell’attività di ricognizione archeologica del Locri Survey 2017 nel territorio della colonia magno-greca di Locri Epizefiri.

L’idea progettuale è finalizzata ad una sempre maggiore valorizzazione e conoscenza del patrimonio archeologico locrese che trova nelle sale museali di recente allestimento una sede adeguata alla tematica espositiva.

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Mostra “Alla ricerca di Stabia” all’Antiquarium di Pompei

“ALLA RICERCA DI STABIA”
La Mostra all’ ANTIQUARIUM DI POMPEI

Terzo piano  – Dal 31 luglio 2018 al 31 gennaio 2019

Alla ricerca di Stabia” è il titolo della mostra che inaugura all’Antiquarium di Pompei il 31 luglio 2018 fino al 31 gennaio 2019.

Un percorso di conoscenza della storia dell’antica Stabiae attraverso le testimonianze lasciateci dai ritrovamenti dalla necropoli di Madonna delle Grazie, con le sue numerose sepolture e dal santuario extraurbano in località Privati connesso, come rivelano i reperti votivi rinvenuti, al mondo femminile, alla protezione della fertilità e delle nascite.

Due contesti di grande importanza per la ricostruzione delle dinamiche insediative del territorio stabiano e per le sue vicende storiche in epoca preromana.

La necropoli di Madonna delle Grazie, con circa 300 tombe distribuite su un’area di circa 15.000 mq, datate tra la seconda metà del VII sec. a.C. e la fine del III sec. a.C., testimonia della più antica occupazione stabile del territorio e rappresenta dunque una fonte preziosa di informazione sugli abitanti degli antichi centri che circondavano Pompei.

Il luogo di culto in località Privati documenta invece un aspetto inedito della storia di Stabiae e cioè la presenza di un santuario extra-urbano nella seconda metà del IV sec. a.C

Il deposito votivo, su una terrazza dei Monti Lattari digradante panoramicamente verso il golfo di Stabiae,  segnava anticamente il confine meridionale del territorio stabiano, in una strategica posizione di controllo del percorso che collegava la valle del Sarno e l’area sorrentino-amalfitana. Al centro della terrazza fu individuata una grande fossa con materiale votivo, spesso frammentato intenzionalmente prima di essere depositato, frammisto a terreno bruciato e a offerte di ossa animali. I diversi tipi ex-voto, dalla ceramica alle terrecotte votive alle antefisse, segnalano il forte legame della divinità con la sfera femminile e inseriscono il santuario in una rete di luoghi di culto che costellavano la Penisola sorrentina, dal tempio dorico di Pompei all’Athenaion di Punta della Campanella.


Tombe a fossa, a cassa litica o coperte con tegole sono i tipi di sepolture documentati nella necropoli di Madonna delle Grazie. Gli oggetti in mostra delineano l’identità del defunto e attestano l’adozione di forme di consumo del vino legate al mondo greco ed etrusco. I reperti testimoniano, inoltre, la presenza in Campania di nuove genti come gli Etruschi che, tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C., innescano profonde trasformazioni negli assetti territoriali e nelle dinamiche insediative. In questo periodo, sollecitati anche dall’arrivo di genti straniere, le popolazioni locali delle aree più interne della piana del Sarno e dei Monti Lattari si spinsero infatti fino al golfo di Napoli e si aprirono a nuovi contatti. La necropoli di Madonna delle Grazie ci racconta questa complessa fase di trasformazione.


L’ingresso alla Mostra è inclusa nel biglietto di accesso agli scavi.

Testo e immagini da Ufficio stampa Parco Archeologico di Pompei

Venezia: a settembre la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”

Attesa a settembre
la grande mostra
IDOLI
IL POTERE DELL’IMMAGINE 
Un viaggio nel tempo e nello spazio. 

La “Rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana 

A Venezia dal 15 settembre 2018

Oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, dal 4000 al 2000 a. C. L’alba della civiltà

Fin dalla preistoria l’uomo ha sentito la necessità di rappresentare la figura umana: con i graffiti e le pitture murali, ma anche in forma tridimensionale.

Da quei lontanissimi tempi, fin dall’età paleolitica, ci è giunta un’immensa quantità di statuette realizzate in diversi materiali riproducenti tratti umani. 

Quale fosse il loro significato – valore simbolico, religioso o di testimonianza, espressione di concetti metafisici, funzione rituale o “politica” – e quali soggetti realmente rappresentassero, rimane ancora un mistero. 

La mostra IDOLI (dal greco eídolon, immagine) – promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue, istituita nel 2016 da Inti Ligabuee curata da Annie Caubet, conservatrice onoraria del Musée du Louvre – ci propone un viaggio affascinante nel tempo e nello spazio: il primo tentativo di confronto dall’Oriente all’Occidente, di opere raffiguranti il corpo umano del 4000-2000 a.C.

Attraverso 100 straordinari reperti – alcuni eccezionali per l’importanza storico-scientifica e la rarità – e grazie ad un apparato didattico coinvolgente, sarà possibile percorrere un ampio spazio geografico, che si estende dalla Penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, in un’epoca di grande transizione, in cui i villaggi del Neolitico si evolvono a poco a poco nelle società urbane dell’Età del Bronzo.

 

La cosiddetta “Rivoluzione neolitica” è epocale: segna il passaggio da clan e tribù a società più complesse, vede l’avvento di nuove tecnologie e della lavorazione dei metalli, l’affermarsi delle prime forme di scrittura in diversi centri, l’avvio di reti commerciali e dei relativi traffici anche tra popoli molto distanti, che in tal modo intensificano i rapporti e gli scambi di merci e materiali, di idee e forme espressive.

In questo contesto si collocano le misteriose rappresentazioni della figura umana qui esposte, di cui quattordici appartenenti alla Collezione Ligabue, le altre provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europeil’Archäologische Sammlung-Universität Zürich, l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology– University of Oxford, il Musées Royaux d’Art et d’Historie di Bruxelles, il Monastero Abbaziale Mechitarista dell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, il Badisches Landesmuseum Karlsruhe, il MAN-Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna–Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Musei Civici Eremitani di Padova, il Cyprus Museum a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye.

Dapprima saranno quasi esclusivamente figure femminili, poi con l’affermarsi di società sempre più strutturate, saranno soprattutto gli uomini a divenire protagonisti: dei, sovrani, eroi. 

Sarà sorprendente vedere come, in parti del mondo tra loro lontanissime, si affermino tradizioni e forme di rappresentazioni simili o si ritrovino materiali necessariamente giunti da paesi distanti, eppure già in relazione tra loro: l’ossidiana della Sardegna e dell’Anatolia, i lapislazzuli importati all’Afghanistan, l’avorio ottenuto dalle zanne degli ippopotami dell’Egitto o delle Coste del Levante.

La mostra prende in esame gli idoli da un punto di vista estetico, a partire tuttavia da una solida base storica e archeologica, che si amplia ulteriormente nel catalogo dell’esposizione (Skira) grazie al contributo di esperti di levatura internazionale. Viene così proposto un confronto tra caratteri fissi e condivisi e aspetti variabili, visti dalla duplice angolazione dell’antropologia e dell’estetica.

Tra i fattori comuni va annoverata la qualità artistica“gli individui che realizzarono quelle sculture – scrive la Caubet – erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”.

Figure simili all’apparenza, rispondenti a codici iconografici analoghi, sono in realtà ciascuna un unicum nelle proporzioni, nei particolari, nel fascino, grazie al tocco dell’artista. L’esposizione a Palazzo Loredan, a Venezia, ci mostrerà – provenienti dalle Isole Cicladi, dall’Anatolia Occidentale, dalla Sardegna, ma anche dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Mesopotamia o dalla Siria – le famose “Dee Madri” (raffigurazioni femminili particolarmente prospere nei seni e nei fianchi, simbolo forse del potere della Terra, della Maternità e della Fertilità) e gli idoli astratti e geometrici che tanto affascinarono gli artisti del Novecento; oppure i cosiddetti “idoli oculari” o idoli placca, nati dalla fascinazione esercitata dall’occhio come espressione della presenza spirituale, fino all’affermarsi, nel terzo millennio, del corpo umano nelle sue forme naturali.

Non più solo esseri dall’identità ambigua, in particolare dal punto di vista del sesso (figure femminili androgine, presenza contemporanea di organi sessuali maschili e femminili, ecc.) né solamente espressione di principi divini, ma anche uomini mortali, reali – spesso colti in atteggiamento orante – e nuove divinità create a immagine dell’uomo. 

Quello che invece non cambia è il bisogno dell’individuo e della società di esprimere, con manufatti o con opere d’arte, le proprie paure, le proprie speranze, la propria fede.

Tutte le statuette in mostra, che riportano talvolta i segni delle ripetute manipolazioni o di riparazioni coeve – a dimostrazione di un loro utilizzo costante e di un ruolo chiave negli eventi sociali e religiosi ricorrenti – sono dunque custodi di storie e miti di straordinaria suggestionetestimoni di usi e di bisogni simili e, in seguito, di quel “grande arazzo di culture interconnesse” che si venne a creare tra la fine del IV e per tutto il III millennio a.C.

Non possiamo non farci affascinare dalle figure steatopigie dell’Arabia, o dalle statuette cicladiche dalla sessualità ibrida o ancora dalle più enigmatiche sculture della preistoria cipriota, quelle statuine stanti del tipo plank-shaped (con i tratti del volto resi da una molteplicità di segni geometrici incisi, l’abbigliamento elaborato e spesso del tipo “a due teste”), di cui sono in mostra importanti esemplari del Museo Archeologico di Nicosia; o ancora dalla visione naturalistica ma idealizzata che si sviluppa in Mesopotamia nell’Età del Bronzo.

I geni raffigurati in questo periodo dagli artisti della Civiltà dell’Oxus, sviluppata in Asia centrale (complesso Battriano-Margiano), narrano di battaglie cosmiche, di esseri dalla doppia identità animale e umana, ricompongono i fili del racconto mitologico ove il “Drago dell’Oxus” – detto anche “Lo Sfregiato” per il profondo squarcio che gli deturpa il volto – con il corpo coperto di squame di serpente, era la controparte selvaggia della “Dama dell’Oxus”: forse spirito astrale, forse principessa Battriana.

Non possiamo non farci sedurre dai miti di queste prime civiltà e dal potere dell’immagine.

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International

 

Roma: mostra “1943 – 2018 Memoria e spazio pubblico”

1943 – 2018 MEMORIA E SPAZIO PUBBLICO

12 progetti per ricordare il bombardamento di San Lorenzo

A cura di Cecilia Cecchini e Maurizio Di Puolo e realizzati dagli studenti, i dodici progetti in mostra disegnano una modalità nuova di lettura di quei luoghi restituendone la Storia

 

Casa della Memoria e della Storia di Roma

11 – 16 Maggio 2018

Inaugurazione venerdì 11 maggio ore 17.00

DUNIT DUNIT. Con queste due parole del messaggio di massima segretezza N°AIR 8/437 URGENT venne autorizzato dal Comando Alleato il bombardamento sulla città di Roma nella giornata di lunedì 19 Luglio 1943. Cinquecentonovantuno bombardieri sganciarono mille tonnellate di esplosivo ad alto potenziale sul quartiere di San Lorenzo, sul Prenestino, sull’area del cimitero del Verano, sulla Città Universitaria e zone limitrofe. Il 13 Agosto un secondo bombardamento continuò l’opera di devastazione. I morti furono circa 3000, moltissimi i feriti.

Oggi San Lorenzo è uno dei quartieri più vivaci della “movida” animata dai giovani. A 75 anni di distanza le conseguenze dei bombardamenti, ancora in parte visibili, sono segni evidenti per chi conosce o ha vissuto quei tragici accadimenti, ma illeggibili per chi frequenti le sue strade e i suoi locali senza conoscerne la Storia.

1943 – 2018 Memoria e spazio pubblico. 12 progetti per ricordare il bombardamento di San Lorenzo, visibile dall’11 al 16 maggio 2018 alla Casa della Memoria e della Storia, ha come obiettivo tenere vivo il ricordo di questi tragici avvenimenti, grazie alla sperimentazione di nuove modalità di comunicazione. La mostra raccoglie il lavoro di ricerca e progettazione realizzato dagli studenti dell’Atelier di Exhibit Design, tenuto dai professori Cecilia Cecchini e Maurizio Di Puolo nell’ambito della Laurea Magistrale in Design, Comunicazione Visiva e Multimediale della Facoltà di Architettura della “Sapienza” Università di Roma.

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