Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Amministrare Pompei. Tra vita politica ed elezioni

Dai numerosi documenti a nostra disposizione possiamo intuire quanto la politica appassionasse anche gli antichi Romani. Molte informazioni, ancora una volta, ci giungono da un sito campano che costituisce per gli studiosi moderni un pozzo prezioso di informazioni a 360 gradi: Pompei. Ma cosa sappiamo della vita politica pompeiana?

Prima dell’80 a.C. le informazioni sono molto scarse. Sappiamo che all’epoca delle guerre sannitiche la città faceva parte della lega delle città campane con a capo Nuceria (Nocera) e che questa lega prese parte agli scontri contro Annibale come alleata di Roma. Relativamente alla forma di governo si sa solo che le città sannite erano rette da un magistrato supremo chiamato meddix tuticus a cui spettava l’amministrazione della giustizia.

Solo dal II secolo a.C. in poi la documentazione epigrafica ci consente di sapere che la città era retta da magistrati eletti annualmente e da un consiglio formato da ex magistrati. Ma tra il 91 a.C. e l’89 a.C., dopo la cosiddetta guerra sociale combattuta contro Roma insieme ai soci italici per ottenere la cittadinanza, la situazione mutò nuovamente.

Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Pompei venne conquistata dalle truppe romane e divenne un municipium. I Pompeiani avevano tutti gli obblighi dei cittadini romani – per esempio fiscali e militari – ma non i diritti. Roma però lasciò una certa autonomia amministrativa locale affidata ad un collegio di quattro magistrati (quattuoviri), accanto ai quali vi era un questore. Nell’80 a.C. le cose però cambiarono. Silla fonda la Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum e gli scenari politici crearono una serie di problemi soprattutto nell’amministrazione che ancora oggi vengono discussi. Il vecchio e il nuovo riuscirono a convivere con qualche modifica e ai quattuoviri municipali si sostituirono due coppie di duoviri. La più importante, quella costituita dai duoviri iure dicundo venne preposta all’amministrazione della giustizia. A questi duoviri spettava inoltre il compito di convocare e presiedere le assemblee che eleggevano i magistrati e il consiglio cittadino (ordo decuriorum) composto dagli ex magistrati. L’altra coppia di duoviri, definiti duoviri viis aedibus sacris publicis procurandis) si occupava della cura delle vie, degli edifici sacri e pubblici, dei mercati e dell’ordine pubblico. Dopo gli anni 45 – 40 a.C. i duoviri vennero chiamati aediles (edili). Ogni cinque anni, al posto dei duoviri iure dicundo venivano eletti dei duoviri detti quinquennales a cui spettava il compito di censire i cittadini e aggiornare le liste del censo. A questi magistrati, paragonabili per funzioni ai censori romani, spettava inoltre l’aggiornamento dell’albo dei decurioni e bandire i comportamenti considerati poco consoni rispetto alla moralità pubblica.

Iscrizioni in via dell'Abbondanza, Pompei. See page for author [Public domain]
Iscrizioni in via dell'Abbondanza, Pompei. See page for author [Public domain]
Ogni anno, quindi, i cittadini erano impegnati con le votazioni e la campagna elettorale animava la città. Chi votare, il partito da seguire, i candidati dell’opposizione, meriti e demeriti venivano infatti discussi in quasi tutti i luoghi di Pompei, dalle strade alle tabernae. Un’eco della vita politica dell’antica città ci è rimasto anche nei numerosi manifesti elettorali variamente sparsi in diversi luoghi che invitavano i cittadini a votare questo o quel candidato.

 

Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Il termine “candidato” deriva proprio da una speciale toga bianca, candida, che nel periodo pre -elettorale indossavano i vari aspiranti al potere. Differentemente dai nostri manifesti elettorali fatti di carta, quelli di Pompei e delle antiche città romane venivano scritti direttamente sui muri. I “programmata”, questo il loro nome, venivano infatti dipinti sui muri di case o di edifici, non essendoci all’epoca spazi appositi destinati alla propaganda elettorale. I muri scelti venivano quindi predisposti ad ospitare le scritte grazie ad un’imbiancatura a calce affidata ad un dealbator, che di notte a lume di lucerna era aiutato da un lanternarius. I manifesti elettorali non erano opera del candidato, ma questo aveva cura di fare una buona campagna elettorale cercando con ogni mezzo di rendersi popolare, di cercare seguaci, anche con delle donazioni e di curare soprattutto le pubbliche relazioni.

Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Quando il politico doveva incontrare i suoi elettori, portava sempre con sé uno schiavo, chiamato nomenclator, che aveva lo specifico ruolo di ricordare al padrone i nomi dei personaggi che incontrava o che lo salutavano. Una curiosità è che a firmare i manifesti elettorali non erano i candidati ma… amici, familiari e parenti e anche le corporazioni cittadine! Abbiamo diverse testimonianze sparse per la città. I fullones (lavandai) chiedevano di votare per Olconio Prisco come duoviro e la scritta la si può leggere all’ingresso della fullonica di Stephanus. Gli aurifices, ovvero gli orefici, chiedevano invece di sostenere Caio Cuspio Pansa all’edilità sul muro dell’edificio di Eumachia e i venditori di focacce parteggiano invece per Trebio Valente come edile. Cosa c’era scritto in un manifesto? Di regola, dopo il nome del candidato e l’indicazione della magistratura a cui questo aspirava, si scriveva una formula breve che conteneva una sorta di invito a votarlo, un esempio è l’abbreviazione OVF (Oro Vos Faciatis, “vi prego di farlo, di votarlo”).

Inoltre, come buona regola per un politico, era opportuno che questo fosse lontano da scandali e pettegolezzi e che la sua immagine fosse quanto più “candida” possibile, come la sua veste. Quindi nei manifesti non era raro trovare un elenco di sue virtù come Dignum Rei Publicae, virumbonum, dignissimus, probissimus o optimus. A Pompei possiamo imbatterci in due tipologie di programmata: gli antiquissima e i recentiora. I primi risalenti al periodo precedente la fondazione della colonia (quindi prima dell’80 a.C.), mentre gli altri sono quelli che si datano agli ultimi 17 anni della vita della città. Anche se le donne non avevano diritto di voto, le pompeiane seguivano con molta passione la politica e capeggiavano animatamente per le varie fazioni. Dei 2.500 “manifesti” elettorali trovati, molti sono firmati da donne: in tutto 52 a sostegno di 28 candidati.

Non sempre le preferenze vertevano sulle qualità del candidato, piuttosto lo si seguiva per popolarità. Asellina che vendeva bevande nel suo thermopolium su via dell’Abbondanza, ospitava sul muro del suo esercizio un manifesto elettorale dove invitava a votare per Caio Lolio Fusco, candidato come “duoviro edibus sacris publicis procurandis”; con lei, a parteggiare per questo politico anche le Aselline, cioè le sue lavoranti.

Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Iscrizioni elettorali sono state ritrovate anche nei recenti scavi della Regio V e i candidati sono abbastanza noti in città:

Helvium Sabinum

Aedilem d(ignum) r(ei) p(ublicae)

v(irum) b(onum) o(ro) v(os) f(aciatis)

“Vi prego di eleggere Elvio Sabino edile, degno dello stato, uomo buono”.

Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

L(ucium) Albucium aed(ilem)

Gli Albucii, famiglia in vista della città, dovevano essere i proprietari della Casa delle Nozze d’Argento, abbastanza vicina al luogo di ritrovamento dell’iscrizione. Particolare che salta subito agli occhi, lo strato di pittura bianca su cui sono stati realizzati i “programmata”, steso forse dal dealbator  per coprire altre scritte elettorali e per assicurare una regolare superficie scrittoria.

 

 


Notte dei musei

Notte Europea dei Musei al Parco Archeologico di Ercolano

Nell’ambito della Festa dei Musei 2019, il Parco Archeologico di Ercolano aderisce anche quest’anno alla quindicesima edizione della Notte Europea dei Musei che si terrà il 18 maggio 2019: manifestazione a carattere nazionale, patrocinata dal Consiglio d’Europa e da ICOM e che coinvolge migliaia di musei di 30 paesi di tutta Europa con lo scopo di promuovere l’identità culturale europea. Il tema proposto quest’anno dall’ICOM per la Giornata internazionale dei Musei (IMD) è “Musei come hub culturali: il futuro della tradizione”.

La sera del 18 maggio, a partire dalle ore 19.45 e fino alle ore 24.00 (ultimo ingresso da Corso resina alle ore 22.30) il Parco Archeologico di Ercolano sarà accessibile in una visita suggestiva al chiaro di luna con visite guidate, condotte da guide turistiche accompagnate dal personale di vigilanza del Parco, che guideranno nel Parco in un itinerario che toccherà i principali edifici del sito archeologico, con partenze ogni 10 minuti.

Notte dei musei

L’ingresso avverrà esclusivamente da Corso Resina, il biglietto avrà un costo simbolico di 1 € e potrà essere acquistato esclusivamente la sera del 18 maggio presso la biglietteria del Parco. La biglietteria sarà in funzione dalle ore 19,45 fino alle ore 23,00 con ultimo ingresso da Corso Resina alle 22,30. La Direzione si riserva per ragioni di sicurezza del monumento e salvaguardia dell’ordine pubblico di chiudere l’accesso anche prima dell’orario indicato.

Ripartono così le aperture serali del Parco Archeologico di Ercolano con una stagione densa di appuntamenti che renderemo noti prossimamente – dichiara il Direttore Sirano – Rinnoveremo la formula della visita in notturna, guide esperte multilingue, illuminazione artistica di grande effetto e con fantasiose sorprese che renderanno davvero unica quest’esperienza. Nostri partners saranno, oltre all’Herculaneum Conservation Project, la Regione Campania con SCABEC, il Comune di Ercolano, il MAV  e la Pro Loco Herculaneum”. Per la Notte dei Musei i visitatori avranno il piacere di visitare eccezionalmente aperti anche di notte la Mostra SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano, collezione di circa 100 preziosi monili e una scelta degli arredi delle case della città antica in esposizione presso l’Antiquarium del Parco e il Padiglione che custodisce la barca romana rinvenuta a Ercolano sull’antica spiaggia con una serie di oggetti collegati al mare e alle attività marinare.

 Per la serata saranno accessibili le aree di parcheggio degli Istituti scolastici Iovino e Rodinò e di Villa Favorita, ma non il parcheggio comunale di Via dei Papiri Ercolanesi.

Dal Parco i ringraziamenti per la collaborazione al Comando della Polizia Municipale, alla Protezione Civile, alle Forze dell’Ordine (Polizia e Carabinieri) e ai volontari della Pro Loco Herculaneum.


Presentazione Il Tesoro più grande all'Antiquarium di Pompei

Giovedì 23 Maggio presso la Terrazza dell’Antiquarium del Parco Archeologico di Pompei si terrà la presentazione del volume “Il tesoro più grande. Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale”, pubblicato dalla Fondazione Enzo Hruby.

La Fondazione Enzo Hruby, impegnata per sostenere la protezione dei beni culturali italiani e per diffondere la cultura della sicurezza, ha voluto approfondire un argomento che non è mai stato sviscerato a fondo prima d’ora, ovvero il rapporto tra gli italiani e lo straordinario patrimonio nazionale. Per farlo ha commissionato all’Istituto Astra Ricerche un’indagine demoscopica svolta attraverso 1.051 interviste condotte su un campione di italiani dai 15 ai 65 anni. Attraverso questa ricerca, partendo da cosa è davvero ‘tesoro’ per i cittadini, si arriva a valutarne il valore (personale, sociale, economico) per poi affrontare il tema della conservazione e della tutela dei beni.

A partire da questa ricerca è scaturita l’iniziativa editoriale oggetto della presentazione che si svolge a Pompei, dove sono analizzati i risultati dell’indagine demoscopica e dove sono presenti i contributi, le proposte e le testimonianze di alcuni dei maggiori esponenti del mondo dei beni culturali.

Il volume, introdotto dalla prefazione di Franco Bernabè, Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, è curato da Salvatore Vitellino e contiene i contributi di Eike Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi, Evelina Christillin, Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, Tiziana Maffei, Presidente di ICOM ItaliaCarlo Hruby, Vice Presidente della Fondazione Enzo Hruby, Andrea Erri,  Direttore generale della Fondazione Teatro La Fenice, Pierluigi Vercesi, inviato speciale del "Corriere della sera" e Luca Nannipieri, critico d’arte
 
Alla presentazione del prossimo 23 maggio a Pompei portano un saluto istituzionale Alfonsina Russo, Direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei, e il Gen. B. Mauro Cipolletta, Direttore Generale del Grande Progetto Pompei; introduce i lavori il Gen. B. Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; intervengono Massimo Osanna, Professore di Archeologia Classica dell’Università Federico II di Napoli e Carlo Hruby; modera l’incontro Luca Nannipieri.

In occasione della presentazione a Pompei il volume verrà offerto in omaggio a tutti i partecipanti. Successivamente sarà possibile richiederlo alla Fondazione Hruby, con un’erogazione liberale che verrà destinata al sostegno delle attività della Fondazione per la protezione del patrimonio culturale italiano.

Ingresso libero con conferma obbligatoria scrivendo all’indirizzo mail [email protected] o telefonando al numero 02.38036625.


Oplontis

È “Festa dei Musei” nei siti archeologici vesuviani

Il 18 maggio, nell’ambito dell’iniziativa  promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali le aree archeologiche di Pompei, la Villa San Marco a Stabia, la Villa di Poppea ad Oplontis e l’Antiquarium di Boscoreale saranno aperti in via straordinaria per la “Notte Europea dei Musei”, dalle 20,30 alle 22,30 (chiusura biglietterie alle ore 22) con ingresso a 1 euro (gratuito a Stabia e per i minori di 18 anni, come da normativa vigente).

Stabia di notte

Doppia opportunità per i visitatori di  POMPEI  che potranno accedere sia dall’ingresso di Piazza Anfiteatro sia da Porta Marina con il pagamento di un biglietto unico per i due itinerari. Da Piazza Anfiteatro sarà possibile visitare presso la Palestra Grande l’allestimento dei reperti provenienti dalla località Moregine,  una scelta di reperti organici dell’area vesuviana e la mostra “Vanity: storie di gioielli dalle Cicladi a Pompei”, dove sono esposti, in un elegante percorso di stili e civiltà,  monili  provenienti  da  Delos  e  dalle  altre  Cicladi,  accanto a gioielli rinvenuti nei siti archeologici vesuviani.

Vanity
Vanity

Entrando da Porta Marina, si potrà  accedere all’Antiquarium, edificio dell’’800 che ospita mostre temporanee quali “Alla ricerca di Stabiae” “Tesori sotto i lapilli”, oltre alla mostra permanente al piano terra “Sacra Pompeiana”, dedicata ai santuari urbani ed extraurbani. La visita si concluderà in alcuni ambienti della Villa Imperiale dove sono allestiti ricostruzioni di arredi e oggetti d’uso.

A STABIA, sarà visitabile la villa  San Marco (I sec. a.C. – I sec. d.C.), tra le più grandi ville romane residenziali della zona, con una superficie di 11.000 mq, illuminata per l’occasione.

Oplontis
Oplontis

Ad OPLONTIS è prevista l’apertura della  Villa di Poppea, tra i più splendidi esempi di villa dell’aristocrazia romana, attribuita a Poppea Sabina, moglie dell’imperatore Nerone.

Mentre all’Antiquarium di BOSCOREALE oltre alla visita del museoè proposta  la novità della mostra “Il villaggio protostorico di Longola” dedicata all’antico insediamento perifluviale attivo dalla media Età del Bronzo fino al VI sec. a.C.,  unico per l’ Italia meridionale e rinvenuto casualmente nel 2000 durante i lavori per l’impianto di depurazione di Poggiomarino-Striano. La mostra espone reperti connessi alle principali attività produttive, e non solo, dell’abitato di Longola, tra cui per la prima volta sono esposte al pubblico due piroghe monossili rinvenute nell’area della darsena del villaggio, e alcuni esemplari di mangiatoie per animali e ruote di carro, viva testimonianza della vita quotidiana degli abitanti.


Thermopolio di Vetutio Placido a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Mercuralia. Le feste in onore di Mercurio

Il 15 maggio nell’antica Roma si festeggiavano i Mercuralia, celebrazioni in onore del dio Mercurio. Presso i Romani era identificato come dio del guadagno e del commercio, tanto che il suo nome può essere messo in relazione con le voci latine merx mercari. Fu associato al dio greco Ermes, figlio di Zeus e Maia e nipote di Atlante che con la sua accortezza e abilità sapeva condurre ogni cosa a buon fine.

Thermopolio di Vetutio Placido a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Thermopolium di Vetuzio Placido a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Fra le varie attribuzioni, a Mercurio era sacro il commercio ed era ispiratore di quel guizzo che faceva diventare le attività prospere anche tramite mezzi non sempre leciti. Nella religione romana fu facile quindi identificare il dio latino del commercio con l’Ermes greco, ovviamente con tutte le attribuzioni annesse. La festa in suo onore, i Mercuralia, venivano celebrate sin dai tempi antichi dai mercanti romani alle idi di maggio, giorno 15, e prevedevano abbondanti offerte d’incenso. I mercanti si radunavano presso una fontana a lui dedicata, non troppo lontana da Porta Capena. In molti casi, non essendo perfettamente puri a causa delle attività poco lecite e degli imbrogli, dopo essersi purificati e avendo indosso solo una tunica, si recavano alla fonte. Lì prendevano l’acqua con delle anfore purificate che portavano poi a casa per aspergere il capo e la mercanzia, sperando in un aumento del guadagno; questi gesti erano poi accompagnati da preghiere e invocazioni varie. Alle idi di maggio del 495 a. C., fu dedicato al dio Mercurio un tempio presso il Circo Massimo e fu istituito il collegio dei mercanti romani (mercuriales).

Thermopolio di Vetutio Placido a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Thermopolium di Vetuzio Placido a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

A Pompei, nel thermopolium di Vetuzio Placido (I,8,8) è ben documentata la presenza di Mercurio. L’attività è una delle meglio conservate e una delle più rappresentative dell’intera città antica che, come tutte le attività commerciali di questo tipo, era molto comune lungo le principali arterie stradali. L’alto profitto di questo thermopolium è testimoniato dal ritrovamento di quasi tre chili di monete (1237 quadranti e 374 assi) in uno dei doli inseriti nel bancone. Sulla parete sud dell’edificio si trova l’edicola di un larario, con colonne e timpano in stucco e Mercurio raffigurato al centro assieme a Dioniso e a serpenti agatodemoni nella parte inferiore e ritratto con borsa e bastone alato (caduceo), suoi tipici attributi.


Souvenir dall'impero. Ostia racconta le province romane

“A Ostia Antica il 15 maggio avremo l'onore di ospitar Sergio Rinaldi Tufi, splendida figura di studioso e docente al quale si deve il primo manuale completo e amatissimo sulle province romane” annuncia Mariarosaria Barbera, direttore del Parco archeologico di Ostia Antica. “Un affascinante racconto sugli scambi culturali e commerciali, i metodi per la conservazione e il trasporto delle merci, le tecniche di navigazione e le strutture dei porti antichi che Sergio Rinaldi Tufi illustrerà a chi avrà voglia di conoscere le nostre origini nel Mediterraneo”.

“Ostia era davvero in contatto quotidiano con tutto il bacino Mediterraneo” spiega Sergio Rinaldi Tufi, “e, in particolare, con le province dell'impero da cui sopraggiungevano merci di lusso, come i marmi provenienti soprattutto dell'Egitto, e di largo consumo, come l'olio, il vino e i cereali dell'Africa settentrionale romana, trasportati in anfore di cui si sono trovati a Ostia numerosissimi esemplari”.

Eccezionale testimonianza è quella delle 61 stationes a ridosso del teatro, nel Foro delle Corporazioni. Veri e propri uffici appartenenti alle compagnie di navigazione di ogni città costiera africana, araba, gallica o iberica: Sabratha, Cartagine, Alessandria, Cagliari, Narbonne e tante altre. Ancora se ne distinguono le insegne, con i mosaici che riportano il nome della città e del porto collegato con Roma e talvolta il 'ramo d'azienda', con effigi che alludono ai cereali, agli animali selvatici, ai prodotti traslati in anfora. “Una testimonianza dei rapporti stabili tra i popoli di tre continenti, di una spontanea multi-etnicità ostiense. Con una vitalità commerciale che riusciva a anticipare gli effetti della globalizzazione portando a Roma elefanti e tigri, marmi e specialità alimentari da ogni angolo dell'Africa Proconsolare, dell'Egitto o dell'Asia Minore” riflette Barbera.

“Sappiamo che Ostia è stata un centro di intensa attività commerciale, un grande porto al quale se ne affiancò un secondo nella fase imperiale, quello di Portus” racconta Sergio Rinaldi Tufi. “Le numerose località africane presenti nel Foro delle Corporazioni segnalano con chiarezza come la navigazione avvenisse soprattutto nel Mediterraneo meridionale, lungo la costa dell'Africa. Con una sola eccezione, quella dell'importantissima Gallia Narbonensis, la provincia corrispondente all'attuale Costa Azzurra e Provenza”.

L'appuntamento con Souvenir dall'impero, Ostia racconta le province romane, il 15 maggio dalle ore 17, consentirà di rivedere i porti antichi del Mediterraneo, di soffermarsi sui monumenti principali delle città menzionate nelle iscrizioni. “Il porto di Alessandria d'Egitto, ad esempio, uno dei più famosi del mondo antico; il porto di Cartagine, già un grande impianto prima delle guerre puniche, e poi della provincia romana che lo mantenne in uso. Per la Mauretania, corrispondente all'attuale Marocco e anche a parte dell'Algeria, vedremo esempi di stoccaggio delle derrate prima del trasporto, della partenza in direzione di Roma.

Percorreremo tutto il Mediterraneo, che i romani chiamavano Mare Nostrum giacché, da Gibilterra alla Siria, non c'era un metro di costa che non fosse romano” conclude il professore Rinaldi Tufi.

L'appuntamento fa parte del ciclo “Vediamoci a Ostia Antica, conversazioni di archeologia pubblica e di legalità”. Si svolge nell'Antiquarium degli scavi di Ostia antica, in viale dei Romagnoli 717, dalle ore 17,00, mercoledì 15 maggio 2019.

I partecipanti che prenoteranno un posto con una mail a [email protected] potranno accedere gratuitamente all'area archeologica dalle ore 16,15.


Ecco i nomi dei Direttori della Reggia di Caserta e del Palazzo Reale di Genova

Il ministero per i Beni e le attività culturali ha sciolto le riserve sui direttori della Reggia di Caserta e del Palazzo Reale di Genova. Sarà l’architetto Tiziana Maffei, presidente di ICOM Italia dal 2016, a guidare la Reggia di Caserta.
A indicarla è stato il ministro per i Beni e le attività culturali Alberto Bonisoli, mentre il Direttore generale Musei Antonio Lampis ha indicato la dottoressa Alessandra Guerrini per la guida di Palazzo Reale di Genova .
Tiziana Maffei
Tiziana Maffei

Scheda Architetto Tiziana Maffei
Tiziana Maffei, architetto dal 1994, è presidente di ICOM Italia dal 2016 e docente a contratto Comunicazione dei beni culturali - Docente di Reti e sistemi nel ‘Corso di laurea magistrale in Beni archeologici, artistici e del paesaggio: storia, tutela e valorizzazione’ in diversi atenei italiani, nonché responsabile del Laboratorio valorizzazione dei beni tutelati presso l’università Alma mater studiorum di Bologna. Alle spalle ha una lunga esperienza nel settore del patrimonio culturale e in particolare specifiche competenze nel settore museologico e museografico.

Alessandra Guerrini
Alessandra Guerrini

Scheda Storico dell’Arte Alessandra Guerrini
Alessandra Guerrini, funzionario storico dell’arte in servizio al Polo museale del Piemonte (ministero dei Beni e le attività culturali) dal mese di settembre 1988, in quanto vincitrice di concorso. Esperta in pittura italiana dell’300, Guerrini è un funzionario di lungo corso del Mibac, dal 1998 al 2010 è stata direttore di Palazzo Carignano a Torino; dal 2006 al 2014, invece, è stata alla guida dell’Armeria Reale (oggi parte dei Musei Reali di Torino, occupandosi di valorizzazione tutela e organizzazione del personale); infine dal 2015 ad oggi ha svolto il ruolo di direttore del complesso monumentale del Catello Ducale, giardini e parco di Agliè (To).

Da sciogliere la nomina a Direttore del Parco archeologico di Pompei.


La Venere di Milo e l’Età del frammento, tra Saffo e Kavafis

La Venere di Milo e l’Età del frammento.

Tra Saffo (7 RP., 11 D. – Ath. XIII, 571d) e Kavafis (Nel mese di Athyr)

Il termine «frammento» deriva da fragmentum (trad. «frammento», «pezzo»; al plur. «resti», «avanzi», «spoglie»), dal verbo frangĕre (trad. «infrangere», «rompere», «dilaniare»). Quando si parla di frammento e di frammentarietà, o frammentismo, ci si riferisce a qualcosa di superstite, un qualcosa che ci è rimasto. È una testimonianza, parte di un tutto ch’è andato perduto. È nello stesso identico momento non solo presenza, ma anche assenza. Il frammento è presenza di se stesso e, allo stesso tempo, fantasma di qualcos’altro, di una organicità che non c’è più e che difficilmente vi sarà ancora, dunque testimonia anche, inevitabilmente, una mancanza.

Il frammentismo è uno dei tanti Titani che regge gli studia humanitatis, li nutre e li anima, eppure, dietro questo colosso sempiterno, si nasconde una Sfinge enigmatica che tormenta e pungola le pulsioni dei poeti e dei filologi. Il frammento è la buia stella che indica e confonde, è la trama di Penelope che si cuce e si scuce senza tregua, senza soluzione.

In qualsiasi forma si possano plasmare, queste particelle, nella loro incompletezza, assumono uno statuto di autorità indiscusso e imprescindibile, rivelandoci, piuttosto, le debolezze delle lebenswerk dinnanzi al Tempo, mostrandoci come l’uomo e le sue forze si risolvano in un gioco di lasciti e di perdite, inevitabile, incalcolabile né a monte e né a riva.

È il passato, l’antichità, soprattutto greca e latina, ad assumere lo statuto di paradigma involontario, e per questo ingenuo, del frammentismo. È qui, in questi resti e brandelli di dèi e guerrieri, che l’incompiuto e il carente gettano il seme profondo e vigorosissimo degli studia humanitatis. Si pensi ai grammatici e ai filologi alessandrini che nella ricca biblioteca si affaccendarono sui papiri letterari, ricercando, emendando e sistematizzando un sapere già frammentario, già problematico.

frammento frammentismo Saffo Venere di Milo Konstantinos Kavafis
Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell'età classica, Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori. Foto di Marie-Lan Nguyen, Pubblico Dominio

Oggi, quando prendiamo un frammento di Saffo (7 RP., 11 D. – Ath. XIII, 571d), per esempio, abbiamo modo di leggerlo in questo stato:

«(…) e ora canterò questo bel canto

per la delizia delle mie compagne»

(trad. E. Mandruzzato)

L’intera opera saffica è frammentaria per nostra sfortuna, ma è anche questo che le rende una cifra estremamente originale.

Quale sarà stato il canto che Saffo avrebbe voluto intonare alle sue amiche?

L’incompletezza e la mancanza non diventano solo cifre distintive di un epoca, o di un autore, o di un genere letterario, ma entrano in noi, assimilandosi e assumendo il vuoto delle nostre mancanze. La sconnessione dall’intero, pur conservandone una parte, e, dunque, quel limite delle litterae, intrinseco alla briciola di testo, riflette le nostre più profonde mancanze e le interpreta nel modo più autentico che si possa, cioè ingenuamente.

Il frammentismo saffico si potrebbe definire “naturale”, dove naturale diventa il processo di perdita della totalità letteraria, senza filtri artistici, senza volontà dell’autore.

Cosa ben diversa avviene in questa nostra altra epoca, altra età del frammento, dove il vuoto interiore dell’animo, dell’esistenza e dell’umana essenza cerca di creare artisticamente questo monco sentire. È un frammentismo innaturale, artificiale, il nostro, perché lo si vuole evidente, artistico, dunque sentimentale.

frammento frammentismo Konstantinos Kavafis Saffo Venere di Milo
Konstantinos Kavafis. Fotografia scattata ad Alessandria d'Egitto (1929), Pubblico Dominio

Prendo come paradigma del frammentismo contemporaneo una lirica di Kostantinos Kavafis, Nel mese di Athyr:

«A malapena leggo scorrendo il marmo antico
SIGN[OR]E GESV CRISTO. Un ANI[M]A discerno.
NEL ME[SE DI] ATHYR LVCI[O] DI QVI MI[GRAV]A.
In luogo dell’età, poi: V[IS]SE EGLI ANNI –,
L’XX col VII rivela che presto ne migrava.
In mezzo alle lacune LV[I]… vedo, e ALESSANDRINO.
Dopo, tre righe restano, e mutile esse pure:
poco vi colgo ancora – L[A]CRIME NOSTRE, PIANTO
e nuovamente, LACRIME, e AI MESTI [A]MICI SV[OI].

Quel Lucio, dunque, pare che ci fosse chi lo amava.
Così, nel mese di Athyr, Lucio di qui migrava.» 

(trad. M. Scorsone)

Kostantinos Kavafis col bastone e cappello in mano. Fotografia Fettel and Bernard, Cavafy archive, scattata ad Alessandria d'Egitto (1896), Pubblico dominio

In tal modo, nella finzione poetica, Kavafis, adoperando mirabilmente le tecniche filologiche della congettura e della integrazione (ope ingenii), ci mostra il percorso poetico-esistenziale dell’artista contemporaneo, che sente il vuoto, lo percepisce, ma cerca di integrarlo con “puntelli” che, seppur fragili, restano e mantengono in piedi l’epigrafe funeraria. L’epigrafe che Kavafis si sforza di leggere, indagando un senso, facendo quadrare le lettere, cercando la coincidenza inesistente fino in fondo tra segno e significato, è la ricerca infinita della nostra epoca, rivelandoci che, forse, alla fine, il frammento è proprio dentro di noi, fin da sempre. Siamo eterne Veneri di Milo che si guardano allo specchio frantumato.

frammento frammentismo Saffo Konstantinos Kavafis Venere di Milo
Venere di Milo (o Afrodite di Milo), marmo pario, databile all'incirca al 130 a. C. e conservata al Museo del Louvre. Dettaglio, foto di Marie-Lan Nguyen (2007), Pubblico dominio

Bibliografia

Aa. Vv., Lirici Greci dell’età arcaica, (a cura di) Enzo Mandruzzato, Milano, 1994.

K. Kavafis, Che siano tanti i mattini d’estate. Il canone: poesie 1897-1933, (a cura di) Massimo Scorsone, Milano, 2012.

S. Settis, Futuro del “classico”, Torino, 2004.


Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Da Pompei alle Cicladi. In mostra storie di gioielli e vanità

Una nuova mostra è stata inaugurata presso il Parco archeologico di Pompei dal titolo: “Vanity: storie di gioielli dalle Cicladi a Pompei” che ha come tema conduttore il piacere effimero e il lusso esibito attraverso gli oggetti preziosi e raffinati del piacere femminile. A confronto, in un percorso articolato nel portico ovest della Palestra Grande degli scavi, monili provenienti dall'area cicladica e oggetti preziosi dai vari siti della Campania, con al centro Pompei. Gemme, collane, bracciali, orecchini, fibule, anelli e armille in oro, argento, bronzo, pasta vitrea, ambra, corallo, delineano un rapporto  di evoluzione e continuità tra le fabbriche greche e quelle italiche attraverso quella culla comune di idee, scambi e genti che è il Mediterraneo.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Gli oggetti preziosi in sé non sono solo simbolo di una bellezza effimera, ma attraverso i luoghi di produzione e le modalità di rinvenimento raccontano storie, commerci e viaggi che gli stessi materiali  fanno al di fuori delle rotte canoniche. E in più storie ancora più tragiche che vengono raccontate attraverso i monili provenienti dai luoghi devastati dalla terribile eruzione del Vesuvio ritrovati non all’interno di necropoli ma ancora addosso agli ultimi proprietari, sicuri di portare con se tesori di inestimabile valore ma di fronte alla morte improvvisa ultimi testimoni di vanità.

Mostra Vanity. Foto Paolo Mighetto
Mostra Vanity. Foto Paolo Mighetto

Come non ricordare tra le raffinate testimonianze presenti in mostra la preziosa armilla proveniente da Moregine con all’interno un’incisione assai particolare: “DOMINUS ANCILLAE SUAE”, “il padrone alla sua schiava”, un bracciale d’oro dalla testa di serpente, dono speciale di un padrone alla sua schiava, o il Bracciale d’oro che da il nome anche alla casa in cui fu rinvenuto, dall’incredibile peso di 610 grammi e trovato ancora indosso alla vittima. Il monile è caratterizzato, nella parte terminale, da due teste di serpenti con occhi impreziositi da pietre che reggono tra le fauci un disco con la raffigurazione della dea Selene, la luna, rappresentata come fanciulla con capo coronato da una mezzaluna circondata da sette stelle mentre solleva le braccia per trattenere un velo rigonfio. Da Pompei oltre ai gioielli, provengono numerosi oggetti da toletta afferenti alla sfera femminile e strumenti fondamentali per la bellezza e la cura del corpo. Di particolare pregio anche amuleti intagliati o incisi in forma di divinità, talora di provenienza orientale, come Diana e Iside e gli orecchini, probabilmente il più tipico ornamento femminile indossato dalle bambine sin dall’infanzia, indipendentemente dal ceto sociale d’ appartenenza.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Da Ercolano provengono numerosi gioielli in mostra che danno l’idea della ricchezza che anche questa città doveva avere prima della distruzione del Vesuvio. Come a Pompei, anche qui i gioielli sono stati spesso ritrovati accanto ai corpi delle vittime, sia indossati casualmente sia come prezioso bottino da portare durante la fuga.

La mostra, progettata da Kois Associated Architects, segue un percorso espositivo cronologico che parte dalla tarda età del Bronzo in area Cicladica fino all’eruzione del 79 d.C., e geografico (le Cicladi, la Campania e Pompei). L’allestimento che risulta d’impatto e particolarmente elegante, vive del contrasto tra il materiale di colore scuro con cui sono state realizzate le teche e che rimandano alla tragicità dell’eruzione e del contrasto con il luccichio brillante degli oggetti in mostra. Ad animare inoltre il percorso, volti e figure da affreschi pompeiani, reinterpretati e presentati in chiave contemporanea, pop.

"Vanity: storie di gioielli dalle Cicladi a Pompei" è un’iniziativa che nasce dalla collaborazione tra il Parco archeologico di Pompei e l’Eforia delle Cicladi, finalizzata alla più ampia realizzazione di programmi comuni di studio, ricerca, promozione e ampliamento della conoscenza delle rispettive realtà archeologiche, in passato strettamente collegate.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

“A conferma degli stretti legami tra le diverse aree del Mediterraneo – dichiara Massimo Osanna, curatore della mostra – i gioielli provenienti da Delos e dalle altre Cicladi saranno esposti accanto a gioielli coevi provenienti principalmente da Pompei, e, in alcuni casi, da altri siti rilevanti dell’area campana, con due approfondimenti, agli opposti estremi cronologici, sulle Cicladi e sulla loro straordinaria civiltà preistorica, e, per l’età romana, su Pompei e sugli altri siti vesuviani, nei quali la distruzione del 79 d.C. ha determinato la conservazione di uno straordinario assortimento di gioielli, eccezionale dal punto di vista quantitativo e ritenuto pressoché unico nel mondo antico. La mostra si estenderà in una delle aree più suggestive di Pompei, già da tempo destinata a diventare contenitore espositivo, una teca nella teca, all’interno di uno dei monumenti simbolo della città romana: il portico occidentale della Palestra Grande, appositamente chiuso per l’occasione, con un apprestamento che potrà essere adoperato anche per successive esposizioni.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

“I gioielli provenienti da Delos e in generale dalle Cicladi – aggiunge Demetrios Athanasoulis, Eforo delle Cicladi e co-curatore della mostra – offrono una panoramica più variegata dal punto di vista della cronologia e dei contesti di provenienza (necropoli, abitati, santuari). Tra i gioielli greci, eccezionali sono quelli provenienti da Delos, in particolare dall’abitato, risalenti a un periodo in cui strettissimi erano i rapporti commerciali e culturali tra l’area campana e l’isola cicladica, porto franco frequentato da mercanti di tutto il Mediterraneo, con una massiccia presenza di negotiatores italici”.

Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei
Mostra Vanity. Courtesy Parco archeologico di Pompei

Pompei e Delos – dichiara il Direttore ad interim Alfonsina Russo - oltre all’eccezionale stato di conservazione che li contraddistingue e alla grande importanza dell’architettura pubblica e residenziale, hanno vissuto, analogamente, “un’epoca d’oro” intorno al II secolo a.C. Il benessere e la prosperità, testimoniati dai numerosi oggetti preziosi esposti, sono appunto l’espressione di un’economia in espansione che accomunava entrambe le realtà, tra loro connesse. Se da un lato Delos ha avuto stretti rapporti con l’Italia e in particolare con la Campania, dall’altro il territorio pompeiano ha costituito un contesto in cui il mondo greco e quello romano si sono intrecciati in un dialogo unico.”

La mostra è visitabile dal 10 maggio al 5 agosto 2019 presso la Palestra Grande degli scavi di Pompei, portico ovest.