I siciliani invadono il Parco archeologico di Agrigento. In poche ore centinaia di prenotazioni.

Il pubblico è ritornato alla Valle dei Templi: un piccolo assalto, quasi rispettoso, ma che ha avuto la forza emblematica di un ciclone. In poche ore sono state registrate centinaia e centinaia di prenotazioni sull’app YouLine che permette di visitare i siti monitorando gli ingressi. E il pubblico, compatto, si è presentato ai cancelli del Parco archeologico – aperto solo il varco Giunone -, seguendo tutte le norme di sicurezza: nelle prime due ore di apertura, cinquanta visitatori si sono presentati al Parco, tutti muniti di codice di prenotazione .

Distanziamento, mascherine, controllo della temperatura: alla Valle dei Templi si entrerà gratuitamente fino a domenica 7 giugno. Sabato e domenica, e martedì prossimo (2 giugno) dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,30; negli altri giorni, dalle 15 alle 19. Si entrerà ogni mezz’ora, gruppi da 25 persone, ogni giorno tra 200 e 300 visitatori. Dall’8 giugno al 13 luglio, orario unico dalle 14 alle 20, poi si cambierà per aprire anche in notturna.

Durante la settimana gratuita #laculturariparte, gli addetti di CoopCulture - che cura i servizi di biglietteria e accoglienza – effettueranno un controllo assiduo lungo il percorso, faranno rispettare le norme di distanziamento (almeno 1,5 metri tra i visitatori, muniti di mascherina per tutto il tragitto) e impediranno di abbandonare il percorso di visita già tracciato.

Questo perché l’intero Parco archeologico è sottoposto a lavori di manutenzione e adeguamento alle norme di sicurezza contro la pandemia. Oltre ai templi noti in tutto il mondo, i visitatori potranno riscoprire le imponenti “macchine” edili dell’esposizione a cielo aperto “Costruire per gli dei”, organizzata da MondoMostre, che è stata prorogata fino al 31 dicembre. Le opere appaiono quasi improvvisamente, accanto ai templi che, virtualmente, contribuirono a costruire, creando un vero e proprio choc temporale.

Per evitare code agli ingressi, è obbligatorio prenotare, cliccando sul link https://youline.eu/laculturariparte.html e verificando la disponibilità nel giorno e nella fascia oraria prescelta. Il codice di prenotazione ricevuto andrà esibito all’ingresso del Parco. Non sarà consentito, per ragioni di sicurezza e per mantenere il distanziamento, l’ingresso a coloro che non avranno preventivamente utilizzato il sistema di prenotazione on line.


San Vito Lo Capo: recuperata un’ancora risalente all’età ellenistica

Nei fondali di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, è stata recuperata un’ancora in piombo risalente all’età ellenistica (IV-III secolo a.C.), a ceppo fisso, con una cassetta quadrangolare e un perno centrale.

Le operazioni di recupero sono avvenute il 23 maggio, grazie alla segnalazione e partecipazione del gestore di un diving che già conosceva la posizione esatta del reperto, il Sig. Marcello Basile, e alla Soprintendenza del Mare che, guidata da Stefano Vinciguerra e dall’ex direttore Lino Gaetano, insieme ad alcuni volontari, è riuscita nell’impresa di salvataggio dell’ancora, grazie anche all’aiuto del reparto ROAN della Guardia di Finanza, guidato dal tenente Sebastiani.

Il suo recupero è avvenuto a 19 metri di profondità, grazie all’uso del GPS, e sul posto è stata collocata una targhetta della Soprintendenza del mare. Adesso, l’ancora si trova all’Istituto Roosevelt di Palermo.

L’ancora a ceppo fisso, di epoca ellenistico-romana ( IV-III sec A.C) con cassetta quadrangolare e perno centrale, di piccole dimensioni presenta una decorazione a rilievo di delfino su uno dei due bracci.

Il delfino è considerato tra i simboli marini legati ad Afrodite Euploia uno dei più beneauguranti per la navigazione , altri simboli ricorrenti sulle ancore sono le conchiglie e gli astragali.

Fino agli anni’50 il delfino, raffigurato nelle imbarcazioni da pesca, aveva una funzione apotropaica in quanto rappresenta l’utero materno e la rinascita .”

ancora ellenistica

Commenta così il Soprintendente del Mare, Valeria Li Vigni:

L’operazione di recupero ha testimoniato una forte attenzione da parte dei diving che potremmo definire le nostre - sentinelle della cultura - che oltre a svolgere una funzione didattica e ricreativa rivolta agli appassionati dei fondali marini svolgono una funzione di tutela di quei reperti che costituiscono motivo di attrazione e valorizzazione alla visita. L’esigenza di prelevare l’ancora è stata dettata dai tentativi di depredazione che erano stati segnalati e quindi dall’esigenza di salvaguardare una testimonianza della nostra storia”.

Foto dell'operazione di recupero dell'ancora ellenistica dalla Soprintendenza del Mare

ancora ellenistica


Affreschi e graffiti. Dal sito di Civita Giuliana emergono ancora novità sulla villa

La zona esterna ai confini di Pompei, il suburbio, è sempre stato popolato da numerosi complessi insediativi che rispondevano ad esigenze di carattere produttivo (vino, olio), residenze sia temporanee che di soggiorno fisso da parte del proprietario. Gli scavi in località Civita Giuliana, a 700 metri a nord ovest dalle mura dell’antica Pompei, hanno infatti rivelato una villa rustica, già in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte degli archeologi.

Tra il 1907- 1908, ad opera del Marchese Giovanni Imperiali su concessione del Ministero della Pubblica Istruzione, fu data la possibilità di scavare nella zona a nord dell’area attualmente portata alla luce e già ad emergere furono importanti resti del settore residenziale e produttivo di una villa (15 ambienti).

Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio e su due lati era delimitato da un porticato con colonne in muratura. Degli ambienti messi in luce sul lato orientale del peristilio, solo cinque hanno avuto un’adeguata documentazione fotografica che ha permesso di ubicare con precisione le strutture.

Le pareti erano decorate in III e IV stile e gli ambienti hanno anche restituito oggetti legati alla vita quotidiana, all’ornamento personale e al culto domestico dei residenti. Del settore produttivo, invece, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare in maniera precisa, ma sicuramente doveva essere dotato di un torcularium, di una cella vinaria e di altri ambienti per lo stoccaggio delle derrate prodotte dal fondo agricolo che circondava la villa. Di incerta posizione anche un lararium dipinto su un angolo del cortile.

I resoconti degli scavi del Marchese Imperiali sono stati pubblicati nel 1994 dall’allora Soprintendenza di Pompei con una monografia. Ulteriori resti di strutture sono state trovate in maniera casuale nel corso degli anni e dalla stessa Soprintendenza nel 1955, ma l’incuria e l’abbandono hanno fatto si che la zona fosse preda di scavi clandestini individuati solo grazie alle proficue indagini svolte dai Carabinieri.

Questi professionisti dell’illecito avevano infatti realizzato dei cuniculi che seguivano perfettamente le pareti perimetrali degli ambienti, provocando irreparabili brecce nei muri antichi, danneggiamento degli intonaci e la perdita di importantissimi reperti e strati archeologici. L’esigenza di interrompere questo scempio, ha portato finalmente l’avvio di nuovi scavi grazie alla sinergia tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

Gli archeologi hanno individuato una mangiatoia lignea di cui è stato possibile realizzare il calco, così anche di uno dei due cavalli che si trovavano all’interno. Ulteriori indagini hanno poi successivamente permesso di portare alla luce integralmente l’ambiente e hanno messo in luce anche la parte restante di un secondo cavallo e di un terzo equide sfuggito all’attenzione degli scavatori clandestini, ritrovato integro con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti.

Un fiore bianco dipinto su una parete con fondo nero e un graffito con il nome di una bambina, Mummia, sono invece le ultime scoperte da un ambiente, la volta di un criptoportico della villa.

Questi ritrovamenti hanno portato anche a fare delle ipotesi sul proprietario della residenza, forse un generale o un illustre cittadino di Roma appartenente all'illustre famiglia dei Mummii, come sembra suggerire quel nome graffito sul muro che sarà oggetto di studi assieme ad altre iscrizioni da parte del noto studioso ed epigrafista Antonio Varone. La villa venne solo parzialmente danneggiata da alcune scosse pre-eruzione del 79 d.C. e sarà ancora oggetto di scavi sistematici così da restituirla al territorio e sottrarla agli scavatori clandestini.

Foto: Parco Archeologico di Pompeii


Apollo Delfi

Una passeggiata a Delfi per scoprire il tempio di Apollo

Luogo spirituale per eccellenza, cuore pulsante della Grecia centrale, collocato nella regione della Focide, il sito di Delfi sorge sulle pendici del monte Parnaso, a 600 m di altezza, affacciandosi sul Golfo di Corinto. Questo luogo ospita il tempio sacro al dio Apollo, frequentatissimo dagli antichi Elleni che lo consideravano idealmente "l’ombelico del mondo", il centro del globo.
Il tempio si presentava come un'imponente costruzione, al cui ingresso campeggiava la famosa massima «ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ», quel "conosci te stesso" fatto proprio dalla filosofia socratica. Accoglieva l'oracolo più influente dell'epoca che, sin dal VII secolo prima della nascita di Cristo, riceveva le visite di tante persone comuni, giunte in pellegrinaggio nella speranza che il fato volgesse a loro favore. In migliaia ogni anno affrontavano l'arduo viaggio recando doni di ogni sorta, poiché senza offerte non v'era profezia. E persino i re si affidavano ai responsi divini. Guerra o pace, vittoria o sconfitta: tutto dipendeva solo dal vaticinio dell'oracolo.
Statua di Antinoo, il favorito dell'imperatore Adriano. Dal Museo Archeologico di Delfi
Il santuario di Delfi fa parte della ristretta cerchia dei luoghi cosiddetti panellenici. Era frequentato da tutti i Greci in occasione delle festività che si celebravano in onore del Lossia (epiteto di Apollo, con il quale si indicava l'ambiguità del responso oracolare) e degli agoni ginnici che qui, dal 586 a.C., si svolgevano ogni quattro anni. I giochi erano chiamati Pitici, perché Piton era il serpente o dragone che sorvegliava la località, e venivano celebrati tra i mesi di agosto e settembre. Ai vincitori era donata una corona di alloro, oltre alla gloria imperitura. La leggenda racconta che gli agoni iniziarono dopo che Apollo uccise il mostro figlio di Γη, la Terra, divinità ancestralmente venerata sin dall'età geometrica.
Statua dell'Auriga di Delfi, dal Museo Archeologico locale
Da un punto di vista archeologico, il sito di Delfi presenta due aree sacre principali, poste ai lati di una sorgente d'acqua che sgorga da una fenditura della roccia sulla parete del Parnaso, la fonte Kastàlia: oltre al santuario di Apollo, ad est si presentava quello dedicato ad Atena Pronaia, anch'esso ricco di edifici.
Per giungere al tempio di Apollo bisognava accedere da una porta a sud, dopo aver attraversato un percorso a tornanti che conduceva sul piazzale antistante l'edificio.
Delfi Apollo
Il tempio di Apollo a Delfi
Era la Via Sacra, lungo la quale ancora oggi ci si imbatte in straordinari edifici, offerte votive lasciate dai fedeli per ringraziare il dio Apollo del responso ottenuto. Questi particolarissimi edifici recano un nome ben preciso, si chiamano "thesauròi" ed hanno la forma di tempietto prostilo con due colonne tra le ante. Non superano i 25 m² ma sappiamo che al loro interno custodivano dei doni preziosissimi, fatti dalle singole città.
Tra i più rilevanti va annoverato senza dubbio il tesoro dei Sifni, edificato attorno al 530 a. C. Il tesoro dei Sifni si presenta come un piccolo edificio di ordine ionico realizzato in marmo, e la caratteristica principale sta nella presenza di due cariatidi poste in sostituzione delle colonne tra le ante. Le due figure femminili sono panneggiate secondo la tipologia della kore e vengono rappresentate con un canestro sorretto dalla testa, sulla cui sommità svetta il capitello che sorregge la trabeazione dell'edificio.
Grazie a Erodoto sappiamo che Sifnos visse un periodo di grande splendore poiché, quando si iniziò a coniare moneta, vennero sfruttate le miniere d'argento che si trovavano nell'isola. Questo thesauros venne realizzato sicuramente  entro il 524: proprio in quell'anno Sifnos venne completamente distrutta da Policrate di Samo.
Il tesoro degli Ateniesi lungo la Via Sacra che conduceva al tempio di Apollo a Delfi
Proseguendo lungo la Via Sacra è possibile incontrare il tesoro degli Ateniesi. Secondo Pausania, l'elegante edificio realizzato in marmo di Paro sarebbe stato eretto con la decima del bottino ottenuto a seguito della celebre battaglia di Maratona, combattuta nel 490 a. C.; tuttavia alcuni studiosi ritengono che possa essere più antico. L'edificio presenta una decorazione scultorea di 30 metope che circondavano la trabeazione. Ogni lato raccontava una storia tratta dal mito, i cui protagonisti erano Eracle e Teseo.
La Sfinge dei Nassi, dal Museo Archeologico di Delfi
Alcuni thesauroi hanno suscitato l'interesse di molti studiosi, a causa di un apparato decorativo scultoreo estremamente ricco ed elegante. È il caso della Sfinge dei Nassi, uno dei doni votivi che meglio hanno resistito all'usura del tempo. La città di Naxos, celebre isola delle Cicladi, aveva realizzato un'altissima colonna ionica in marmo, i cui frammenti si conservano nel Museo Archeologico di Delfi. Sopra la colonna, datata tra il 570 e il 560 a. C., vi era una Sfinge dallo sguardo enigmatico che accoglieva i fedeli in processione.
Giunti al tempio di Apollo, non si può che rimanere estasiati di fronte all'aura di sacralità che circonda l'edificio. La sua storia è tanto antica quanto travagliata. Sempre lo storiografo Erodoto ci racconta che esisteva un primo tempio eretto in pietra, che è stato distrutto nel 548 da un terribile incendio. A seguito di questo episodio, l'edificio è stato poi ricostruito grazie ai finanziamenti della famiglia degli Alcmeonidi, esiliati dalla città di Atene, dopo l'omicidio di Ipparco nel 514. Si presenta con una cella distila in antis, e un colonnato di 6×15. Un terribile terremoto finì per distruggere anche questo nel 373 a. C.
Tutte le foto di Delfi, dal Museo Archeologico, dalla Via Sacra e dal Tempio di Apollo sono di M. Cristina Provenzano
Bibliografia

G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Arte greca. Dal decimo al primo secolo a. C., Mondadori, Milano 2013
D. Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Editori Laterza, Roma 2006.
L. Canfora, Storia della Letteratura Greca, Editori Laterza, Roma 1986.

Il sito di Pompei pronto alla riapertura. Dal 26 maggio alla scoperta di domus inedite

Dal 26 maggio riapre anche il Parco Archeologico di Pompei con un percorso di visita che rientra nella fase 1 di riapertura che non deluderà gli appassionati visitatori. Tra restrizioni, contingenze e percorsi in sicurezza per evitare assembramenti, il Parco chiarisce cosa sarà possibile visitare e quali percorsi obbligatori bisognerà seguire:

Ingresso unico da Piazza Anfiteatro con possibilità di uscita da Piazza Esedra o Porta Marina o attraverso il Tempio di Venere. Il percorso di visita sarà a senso unico e segnalato con apposita cartellonistica. Sarà possibile passeggiare all’interno dell’Anfiteatro, nel giardino della Palestra grande e nei Praedia di Giulia Felice, ma anche attraversare la necropoli di Porta Nocera, l’Orto dei fuggiaschi, arrivare al quartiere dei teatri e al Foro triangolare. Da via dell’abbondanza, inoltre, si potrà raggiungere il Foro con tutti i suoi edifici pubblici e religiosi, visitare lo spazio esterno delle Terme Stabiane o risalire via Stabiana fino a via del Vesuvio dove ammirare la casa di Leda e il cigno, la domus gli Amorini Dorati e le Terme centrali.

Presso Piazza Anfiteatro sarà disposto dalle 9 alle 13.00 anche un servizio di visite guidate a cura delle Guide della Regione Campania e Nazionali, mentre per i visitatori con difficoltà motoria da Piazza Anfiteatro si potrà seguire il percorso Pompei per Tutti.

Domus Cornelia Peristilio

Siamo lieti di annunciare finalmente la riapertura di Pompei - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna – e di consentire il riavvio delle attività turistiche, che daranno respiro a tante categorie che di cultura e turismo vivono. Le attività di manutenzione, grazie al lavoro dei tanti restauratori, operai e tecnici del Parco, non si sono mai fermate in questo periodo, al fine di garantire la tutela e la salvaguardia del sito ed essere pronti alla ripartenza. Riapriamo nel pieno rispetto della normativa, ma anche con novità che arricchiranno gli itinerari, trasformando le limitazioni di una visita con percorsi contingentati e obbligati, in un’opportunità di approfondimento. Sarà una Pompei da godere senza fretta e con maggiore tranquillità. Inoltre, già nella prima fase sarà possibile attraversare tutta la città, dall’Anfiteatro al Foro, anche con possibilità di seguire un itinerario del verde dei giardini pompeiani. Dai Praedia di Giulia Felice, agli Amorini dorati, alla Casa di Cornelio Rufo, riaperta dopo lungo tempo, ai giardini della Palestra grande e alla stessa necropoli di Porta Nocera o al vigneto dell’orto dei fuggiaschi. La prima fase sarà occasione, soprattutto, per le comunità dell’area vesuviana di tornare in un luogo, Pompei, che più di ogni altro rappresenta l’identità di un territorio e che si trasforma in un vero Parco urbano. Dalla seconda fase speriamo di poter accogliere visitatori da più parti di Italia e riprendere le numerose iniziative in programma, dalle mostre alle riaperture di ulteriori domus restaurate, ma anche di proseguire in maniera spedita con i vari cantieri in corso e avviare i nuovi progetti di scavo.”

Casa degli Amorini Dorati

I fruitori potranno visitare già in queste prime due settimane alcune case dotate di ampi spazi, giardini e una domus assolutamente inedita, quella di Cornelio Rufo con un bel giardino colonnato appena restaurato.

La seconda fase, prevista dal 9 giugno, vedrà poi l'ingresso dalle altre due porte d’accesso al sito quali Porta Marina e Piazza Anfiteatro con la riapertura di ulteriori nuovi spazi inediti della città, sempre con le modalità di sicurezza previste già nella fase di apertura uno.

Palestra: Foto Pier Paolo Metelli

Prezzo agevolato per il biglietto: 5 euro fino all’8 giugno, acquistabile esclusivamente online sulla piattaforma www.ticketone.it. Gli orari di visita saranno i seguenti: 9-19.00 con ultimo ingresso alle ore 17.30 e con un giorno, il lunedì, di chiusura settimanale. Al momento dell’acquisto sarà possibile scegliere la fascia oraria d’ingresso che avverrà per un massimo di 40 persone per volta ogni 15 minuti. Il ticket dovrà essere mostrato all’ingresso, direttamente sullo smartphone o dal tablet (QRcode) o già stampato da casa su carta. Invariate rimarranno le agevolazioni o le gratuità il cui accesso dovrà essere prenotato sempre dal sito online d’acquisto; l’abbonamento Pompei365 sarà prorogato per il numero dei giorni corrispondenti alla chiusura del sito.

Foro di Pompei: Foto Cesare Abbate

I visitatori dovranno rispettare le misure di distanziamento di 1 metro all’aperto e 1,50 al chiuso all’interno del sito e all’esterno e all’arrivo saranno sottoposti a misurazione della temperatura corporea che non dovrà superare i 37.5 gradi, ed indossare obbligatoriamente la mascherina per tutto il percorso. Tutte le informazioni relative alle misure di contenimento, alle modalità di visita e ai percorsi da seguire saranno fornite ai visitatori attraverso appositi monitor presenti agli ingressi e cartellonistica. Saranno garantiti dispenser di gel igienizzante all’ingresso e presso i servizi igienici.

 

 


Pompei. Ecco le due fasi di riapertura del sito archeologico

Il Parco Archeologico di Pompei si prepara alla ripartenza dopo i mesi di lockdown; non più strade vuote ma voglia di tornare ad essere uno dei siti più visitati al mondo. In questi giorni si sta infatti cercando di riorganizzare la riapertura in dialogo con le istituzioni locali quali il Comune di Pompei e il Santuario.

Le proposte saranno vagliate anche con l'ausilio della Polizia e dei Carabinieri per garantire una maggiore sicurezza del sito e per definire le varie fasi operative da attuare nei prossimi mesi. Due le proposte: una prima con partenza da fine maggio e dalla durata di due settimane che prevede la riapertura delle strade antiche del sito archeologico; una seconda, ancora in fase di elaborazione, che vedrà la riapertura di alcune domus con doppio ingresso così da garantire la costante vigilanza degli afflussi e le necessarie misure di distanziamento previste dal Ministero per la tutela dei visitatori e del personale di vigilanza.

Foto: Cesare Abbate

Si sta lavorando in piena sinergia con il territorio e con i vari attori coinvolti, affinché  i visitatori possano quanto prima, nuovamente accedere al sito. - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna-  La prima fase di apertura sulla quale stiamo ragionando, ci consentirà di  valutare la risposta della comunità, che è stata la prima a risentire delle conseguenze della chiusura del sito, in vista poi della fase successiva. Per questo secondo momento , stiamo definendo  percorsi di visita sicuri, ma che possano anche trasformare la visita in un momento di approfondimento, con un’offerta innovativa. Saranno, infatti,  previsti accessi anche ad ambienti e Domus inediti. Oltre alle istituzioni locali e ai sindacati , abbiamo ascoltato le associazioni di categoria turistiche per recepire le loro richieste e andare incontro alle loro esigenze. Ora è importante ripartire per rimettere in moto la macchina organizzativa e soprattutto lanciare un positivo segnale di ripresa, che interesserà non solo direttamente il sito archeologico ma tutto il comparto turistico cittadino e nazionale.”

Particolare attenzione anche all’ingresso nel sito. In questa fase sperimentale si privilegerà l’entrata da Piazza Anfiteatro in quanto più vicina alla città moderna anche per lanciare un segnale alla comunità locale di presenza e voglia di rilancio del sito come Parco Urbano accessibile e fruibile ai cittadini.


Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità: la riscoperta della vecchia Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità. La riscoperta della vecchia Cerreto Sannita (Benevento) e la creazione del parco archeologico per la nuova Cerreto

Cerreto Sannita
Fig. 1. Il torrente Titerno nei pressi di Cerreto Sannita (foto Lester Lonardo)

Nella media valle del torrente Titerno, affluente di sinistra del Volturno contraddistinto da un percorso sinuoso che attraversa luoghi di rara bellezza (Fig. 1), sorge Cerreto Sannita, noto insediamento del Beneventano nord-occidentale per la produzione di ceramica di pregio. L’abitato titernino è altresì ben conosciuto per il suo particolare impianto urbanistico costituito da tre arterie viarie principali legate da una trama di assi viari minori, da ampi slarghi e da isolati dalla forma regolare. Si tratta di una pianta, progettata dall’ingegnere Giovanni Battista Manni alla fine del Seicento, che risponde a criteri di razionalità e rigore propri di una città di fondazione, quale era Cerreto.

Fig. 2. Cerreto Sannita ed il suo territorio visti da Monte Coppe (foto Lester Lonardo)

La progettazione di tale impianto si rese necessaria in seguito agli effetti del devastante sisma del 5 giugno 1688. Il terremoto, uno dei più catastrofici eventi tellurici che colpirono il Meridione ed il Sannio, con epicentro nella vicina località di Civitella (a circa 4 km da Cerreto), comportò la distruzione del più antico insediamento ubicato su di un’altura posta immediatamente a monte dell’area prescelta per la ricostruzione del nuovo abitato (Fig. 2). I conti cerretesi Marzio e Marino Carafa promossero con energia l’edificazione della nuova Cerreto per scongiurare il collasso della fiorente economia cerretese basata principalmente sulla produzione dei ben noti e richiesti “panni-lana”. Ricostruita con particolari accorgimenti volti a prevenire i devastanti effetti a catena che furono fatali per il vecchio abitato, la nuova Cerreto fu in parte edificata con i materiali edilizi provenienti dai crolli degli edifici della Cerreto medievale (Fig. 3).

Fig. 3. Uno dei tanti elementi di reimpiego provenienti dalla vecchia Cerreto presenti nel nuovo insediamento (foto Lester Lonardo)

La prima attestazione conosciuta dell’insediamento cerretese è riferibile alla fine del X secolo, precisamente al 22 aprile 972 allorché l’imperatore Ottone I confermò ad Azzo, abate del monastero di Santa Sofia di Benevento, i suoi beni tra i quali «in Cereto cappella in honore S(an)c(t)i Martini cum p(er)tinentiis eor(um)».

In età normanna, come traspare dal Catalogus Baronum, Cerreto compare come feudo di 3 militi appartenente a Guglielmo di Sanframondo, esponente dell’omonima famiglia che ne deterrà il dominio, insieme ad altri centri (Limata, Guardia e Civitella Licinio) quasi ininterrottamente fino alla seconda metà del XV secolo.

La crescita dell’abitato culminò tuttavia fra la fine del medioevo e la prima età moderna, allorché Cerreto divenne l’abitato più importante dell’area campano-molisana nel commercio della lana e nella produzione di stoffe.

A partire dalla metà del XII secolo, l’insediamento fu interessato dal rinnovamento degli impianti difensivi con l’implementazione della cinta muraria e la costruzione, tra le altre cose, del maestoso donjon cilindrico che occupava la porzione mediana dell’abitato.

La crescita della popolazione, che si accentuò fra la fine del XV secolo e gli inizi del successivo, portò non solo ad acutizzare il fenomeno dell’edificazione incontrollata di strutture all’interno del perimetro urbano, ma altresì ad un’espansione dell’abitato al di fuori delle mura ed alla conseguente costruzione di un sempre più elevato numero di abitazioni a ridosso della cinta muraria.

Il terremoto del 5 giugno 1688 andò quindi a colpire un insediamento densamente abitato e costruito: in un documento del 1622 le abitazioni vengono ricordate, non a caso, come «folte e confuse». Gli effetti devastanti del sisma furono tali che la maggior parte delle strutture del vecchio abitato di Cerreto venne rasa al suolo.

Cerreto Sannita
Fig. 4. L’area della vecchia Cerreto prima delle indagini archeologiche (foto Lester Lonardo)

Sebbene il ricordo del vecchio insediamento non venne mai meno e la stessa altura, prima cava di materiali edili poi sede di masserie dedite allo sfruttamento agricolo dell’area, non fu mai completamente abbandonata, la “riscoperta archeologica” ed un interesse più puntuale sulle non poche strutture in elevato sopravvissute al sisma del 1688 si è avuta soltanto a partire dal 2012 (Fig. 4). L’area della vecchia Cerreto è stata al centro di un programma di ricerca condotto dal prof. Marcello Rotili e dall’équipe della cattedra di Archeologia cristiana e medievale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” (Dipartimento di Lettere e Beni Culturali). Tra il 2012 ed il 2015 sono state condotte tre campagne di scavo grazie alla sinergia fra la Soprintendenza archeologica di Salerno-Avellino-Benevento-Caserta, il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali della Vanvitelli ed il Comune di Cerreto Sannita che le ha promosse ai fini della riscoperta, della valorizzazione e fruizione dell’importante sito archeologico.

Fig. 5. Il donjon (XII-inizi XIII secolo) della vecchia Cerreto dopo il restauro del 2015 (foto Lester Lonardo)

Le indagini archeologiche, avviate nella porzione centrale dell’insediamento ove sussistevano gli edifici di rappresentanza, quali il palatium della fine del Quattrocento dimora dei Carafa, il donjon di XII-inizi XIII secolo (Fig. 5), la chiesa dedicata a S. Martino ed alcuni edifici abitativi, hanno offerto non pochi dati sulla cultura materiale della comunità cerretese fra il basso medioevo e la prima età moderna e sull’organizzazione dello spazio urbano dell’abitato. I dati scaturiti dalle attività di scavo e di survey che hanno interessato tutta la superficie dell’altura e dei territori contermini hanno evidenziato come l’area urbana cinta dalle mura fosse organizzata su terrazzamenti predisposti per ottimizzare meglio lo spazio data la particolare orografia del colle. Le strutture abitative, produttive, religiose e del potere civile assecondavano pertanto i salti di quota creando un reticolo urbano piuttosto irregolare.

Nel 2015, in rapporto al progetto di restauro e di scavo archeologico del donjon di età normanna finanziato dalla Regione Campania, il settore della vecchia Cerreto interessato dalle indagini archeologiche è stato oggetto di attività di restauro, di tutela delle evidenze archeologiche rinvenute e di operazioni volte alla completa fruizione dell’area indagata. Inoltre, i risultati delle campagne di scavo, presentati in convegni nazionali ed internazionali ed editi in molteplici riviste scientifiche ed in una monografia di imminente uscita, sono stati illustrati “in corso d’opera” alla comunità della nuova Cerreto che ha partecipato sempre con entusiasmo alle iniziative volte alla riscoperta del passato cerretese.

Cerreto Sannita
Fig. 6. Il parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Al visitatore che si reca in località “Cerreto vecchia”, dopo aver percorso la strada di accesso al parco archeologico e dopo aver valicato il cancello di ingresso, si apre uno scenario unico capace di trascinare in un’esperienza sensoriale (Fig. 6): in un paesaggio incontaminato composto da uliveti secolari intervallati a fitti boschi di querce e di altre essenze arboree, fra il profumo di arbusti e di fiori di campo che si alternano in tutto il corso dell’anno (Fig. 7), i resti archeologici della vecchia Cerreto dialogano armonicamente con la razionalità dell’impianto urbano della nuova Cerreto che, posta ai piedi del vecchio insediamento, ha raccolto l’eredità di un importante - ed ora finalmente riscoperto - passato.

Cerreto Sannita
Fig. 7. Primavera nel parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Tutte le foto di Cerreto Sannita sono di Lester Lonardo


Palokaster Cosma Damiano

Epirus Vetus: scavi nella fortificazione di Palokaster e culto dei santi Cosma e Damiano

Epiro, regione storica situata sul Mare Adriatico, a Nord Ovest dell’antica Grecia e che oggi, in gran parte, corrisponde ai territori dell’Albania.

La regione venne conquistata dai romani verso il 168 a. C., ma solo con l’imperatore Traiano avrebbe ricevuto lo statuto di provincia autonoma, separata dalla Macedonia.

A partire dal III secolo d. C. la regione fu interessata da una serie di invasioni ed in funzione della necessità di difendere e riorganizzare il territorio in età dioclezianea, la regione venne divisa in due nuove province, denominate rispettivamente Epirus Nova ed Epirus Vetus.

Proprio nell’Epirus Vetus, nella valle del fiume Drino, lungo l’importante asse viario Apollonia-Nikopolis, venne edificata la fortificazione di Palokaster (anche Palokastra), in un’area oggi compresa nell’Albania meridionale, nella regione di Gjirokaster.

Dal 2018 la fortificazione in questione è soggetta ad attività di ricerche archeologiche coordinate dall’Istituto Archeologico di Tirana, con la direzione di Luan Përzhita, e dall’Università di Macerata, con direzione affidata a Roberto Perna.

Le ricerche hanno interessato due aree diverse del perimetro della fortificazione. Il primo saggio ha riguardato la “Porta Ovest”, accesso principale dell’insediamento; il secondo l’edificio di culto interno.

Proprio sull’edificio religioso vira la nostra attenzione, in quanto la scoperta di un frammento di laterizio ha fornito un contributo eccellente a tutta la ricerca scientifica. In particolare, il laterizio riporta su entrambi i lati delle incisioni. La Faccia A riporta un’iscrizione incisa dopo la cottura, su due linee sovrapposte, preceduta e conclusa con una croce latina. L’iscrizione in questione riporta i nomi dei due martiri Cosma e Damiano, il cui culto era diffuso enormemente nella parte orientale dell’Impero Romano, soprattutto dopo l’insediamento sul trono di Giustiniano. L’analisi stilistica effettuata ha dimostrato che il tipo di scrittura ha i suoi natali nel III secolo d. C. In particolare, però, l’incisione è di grande importanza perché, anche  considerando che il culto di Cosma e Damiano si afferma tra la fine del IV secolo e gli inizi del V secolo d. C., costituisce l'unica attestazione, attualmente ritrovata, del culto dei due santi Anargyroi (guaritori) nell’Epirus Vetus

Palokaster Cosma Damiano

La Faccia B, invece, riporta un’iscrizione che recita l’acclamazione a Dio santo, forte e immortale, che entra nella liturgia bizantina alla metà del V secolo ed è comunemente noto col nome trisagion. Le due iscrizioni sono state eseguite da mano diversa e in due momenti distinti (sebbene ravvicinati, e comunque entro il VI secolo, secondo gli studiosi) della vita dell’edificio religioso.

Per informazioni più dettagliate non resta che consultare l'importante studio di Simona Antolini, Silvia Maria Marengo, Yuri A. Marano, Roberto Perna, Luan Përzhita, La prima attestazione del culto dei Santi Cosma e Damiano nell'Epirus Vetus dagli scavi della fortificazione di Palokastra, contenuto nel volume 97 dell’Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle missioni italiane in Oriente (2019).

Hadrianopolis

Come ci ha spiegato il professor Roberto Perna, «l'attività a Palokaster è parte di un lavoro più articolato che grazie alla realizzazione di diversi scavi archeologici (Hadrianopolis, Melan, Palokaster, Frashtan e Selo), rilievi di siti fortificati, ricognizioni ed indagini di natura storica ed epigrafica vuole affrontare lo studio dell'evoluzione in età antica della valle del Drino in forma globale. Tale studio, grazie alla stesura del Piano di gestione delle emergenze archeologiche della valle del Drino ha anche una sua forte declinazione sui temi della pianificazione e gestione territoriale avendo consentito di realizzare, ad esempio, il piano di protezione civile beni culturali della valle del Drino e, dopo la rifunzionalizzazione del teatro di Hadrianopolis, di avviare la stagione teatrale "Sul sentiero di Adriano"».

Hadrianopolis

Ci rivolgiamo adesso ai responsabili della missione archeologica a cui porgiamo delle domande, per meglio comprendere come avviene l’esperienza di scavo e se possono esserci dei risvolti futuri a documentazione terminata. Ci ha risposto proprio il professor Roberto Perna, del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Macerata.


Quanto è importante l'attività didattica per istruire i ragazzi all'avvio di uno scavo? E quanto lo è stata in questo scavo?

È fondamentale che gli studenti apprendano le metodologie dello scavo stratigrafico partecipando ad attività pratiche sul terreno: è questo infatti l’unico modo per appropriarsene ed interiorizzarle. Lo scavo è anche il momento in cui si insegnano le tecniche e le metodologie più attuali per il rilievo, la documentazione e la ricerca, anche con l’ausilio dell’ICT, conoscenze fondamentali per realizzare fattivamente il mestiere di archeologo.

Credo sia anche importante il fatto che nell’ambito di missioni così articolate e complesse, realizzate all’estero e con una significativa risonanza internazionale, come quella presso Palokaster, sia possibile acquisire consapevolezza, partecipare e contribuire a quei processi ed attività che oggi vanno sotto il nome di Archeologia pubblica, ormai imprescindibili se vogliamo dare un senso alla nostra ricerca sul terreno che abbia un valore per le comunità che ci ospitano.

Lo scavo di Palokaster è inoltre inserito in un progetto più ampio ed articolato volto alla ricostruzione delle vicende storiche ed archeologiche della valle del Drino dall’età tardoclassica a quella bizantina, e credo che l'attività didattica che qui si può svolgere in maniera più efficace è volta ad insegnare proprio la dimensione storica dell’archeologia nell’ambito della quale l’apprendimento di metodi e tecniche sono obiettivi strumentali che hanno un significato solo se utilizzati ai fini della ricostruzione storica. La nostra attività didattica sullo scavo è dedicata proprio a far acquisire agli studenti categorie interpretative e metodi finalizzati alla ricostruzione storica e per tale motivo molti degli stessi studenti che partecipano allo scavo proprio su temi e materiai epiroti, spesso originali, elaborano la loro tesi di laurea.

Nel corso delle campagne avete ripreso le indagini nei saggi già eseguiti negli anni ‘70 e se sì, quali informazioni ne avete ricavato? Più in generale quali aree di scavo avete individuato per la missione?

Nel corso degli anni ‘70 erano stati riportati in luce il perimetro delle fortificazioni, una parte della chiesa, più tarda, posta in posizione centrale, e alcune tombe ed alcune strutture al di fuori della cinta fortificata.

Purtroppo la documentazione dello scavo non ci ha consentito di associare i materiali individuati, ed in parte significativa editi, con contesti stratigrafici utili, anche nei punti dove erano stati realizzati alcuni saggi di approfondimento.

Palokaster Cosma Damiano

Per tale motivo le prime attività, dopo la realizzazione della Carta archeologica del territorio di riferimento, contestualizzata nell’ambito di uno studio di carattere idrografico e morfologico, sono state dedicate alla pulizia archeologica delle strutture, alla realizzazione di un nuovo rilievo tramite laser scanner degli elementi visibili ed a quella di prospezioni geofisiche, sia geomagnetiche che georadar, nell’area interna delle fortificazioni. L’insieme di questi dati, integrati con quelli delle foto aeree, ci ha consentito di individuare alcune aree che ci sembravano più utili proprio per meglio definire alcuni fenomeni storici che ci interessava analizzare nell’ambito del progetto di ricerca storico-archeologica nella valle del Drino.

Si trattava dunque di approfondire le nostre conoscenze sulle dinamiche storiche legate sia al momento ed alle funzioni del primo insediamento di età ellenistico-romana che occupò il sito, sia alle trasformazioni del modello di occupazione del territorio, e alle sue relazioni con il capoluogo Hadrianopolis, che sembrano verificarsi dalla fine del V agli inizi del VII sec. d.C.

Per tale motivo un saggio è stato realizzato in un’area dove, al di sotto delle baracche, sembrava di poter individuare, coperte da alluvioni antiche, strutture precedenti la fondazione della fortificazione, mentre altri due saggi si sono rivolti sulla chiesa che alle baracche si sovrappone, privilegiando aree non precedentemente indagate, con significative e potenzialmente utili anomalie.

Considerando che il terminus post quem utilizzato per datare la prima fase di costruzione della fortificazione è l’anno 293 d. C., ovvero la datazione di una delle due iscrizioni individuate in situ, è possibile ipotizzare che le baracche ritrovate al di sotto della struttura ecclesiastica indagata potessero appartenere a resti di una Domus Ecclesiae, come se ne ritrovano altre nella parte orientale dell’impero e risalenti allo stesso periodo?

La planimetria delle baracche e delle strutture collocate all’interno della fortificazione è a noi nota non solo grazie agli scavi degli anni ‘70 ed a quelli attuali, ma in forma quasi integrale anche grazie alle indagini geofisiche ed essa non ci consente di formulare tale ipotesi. Lo schema planimetrico che stiamo analizzando, perfettamente coerente rispetto al disegno delle cortine, delle torri e delle porte, corrisponde infatti in maniera estremamente coerente ad un quadriburgus di tipo “dioclezianeo”, un modello planimetrico ampiamente diffuso in fortificazioni coeve. Le stesse caratteristiche architettoniche e le tecniche edilizie delle strutture individuate negli scavi più recenti sembrano confermare tale interpretazione.

L’analisi stilistica effettuata sul laterizio rinvenuto durante la fase di scavo della chiesa ha appurato come l’iscrizione riportata sulla Faccia A, dove sono citati i due martiri, sia precedente rispetto all’incisione della Faccia B, riportante il testo del trisagion. Considerando che al momento del rinvenimento il laterizio si presentava con la Faccia B rivolta verso la vista, quindi come a voler quasi nascondere il testo A, si può pensare che l’iscrizione B sia stata incisa in seguito ad un cambio di titolarità dell’edificio ecclesiastico, e quindi da un culto dei santi martiri Cosma e Damiano a un culto di Dio santo, forte e immortale come recitato nel trisagion?

La domanda affronta in maniera specifica il tema della dimensione dell’archeologia come disciplina storica e dunque quello della necessaria di interdisciplinarietà soprattutto con la storia, e l’epigrafia. Sulla base delle indagini condotte insieme ai colleghi S. Antolini, Y. Marano e S. M. Marengo, che hanno condiviso con me lo studio del manufatto, le due iscrizioni non sono molto distanti nel tempo, pur rimandando a modelli scrittori diversi, ma probabilmente sono dovute a mani diverse. Probabilmente il lato con i Santi è forse di poco precedente e potrebbe avere a che fare con le reliquie prima della loro definitiva deposizione (dunque il nome dei Santi avrebbe avuto dunque a che fare con le reliquie stesse o con la titolarità dell’edificio), mentre il trisagion sull’altro lato si connetterebbe con la liturgia di posa in opera della lastra. Si sottolinea inoltre che tutti e due i testi erano nascosti alla vista e mantenevano la loro funzione comunicativa con la divinità: l’iscrizione più recente non avrebbe defunzionalizzato la più antica, a differenza di quanto succede di norma nel caso di documenti opistografi dove la nuova iscrizione cancella di fatto la precedente, ed il carattere opistografo del documento non delineerebbe la volontà di nascondere il lato A, ma indicherebbe semplicemente una successione temporale.

 

Tutte le foto sono state cortesemente fornite dal professor Roberto Perna.


Sul canale YouTube MiBACT la ricostruzione 3D della Tomba di Medusa di Arpi

#LACULTURANON SIFERMA: SUL CANALE YOUTUBE DEL MiBACT LA RICOSTRUZIONE IN 3D DELLA TOMBA DI MEDUSA AD ARPI

 

Il video è un contributo del Segretariato regionale Puglia per far conoscere il patrimonio culturale italiano “da casa”

Il Segretariato regionale del MiBACT per la Puglia prosegue il racconto sul patrimonio culturale della regione sul canale YouTube del Mibact per la campagna #Laculturanonsiferma: nuova tappa sui cantieri in corso per il recupero e la valorizzazione è la Tomba di Medusa (https://www.youtube.com/watch?v=OsAPNCmL0Js), ad Arpi, in provincia di Foggia, dove si trovano i resti di uno degli insediamenti più vasti della Daunia preromana.

La Tomba è protetta da una cupola di vetro; è un esempio di architettura funeraria destinata all’alta aristocrazia locale che utilizza lo stile greco – macedone: il video abbina agli ambienti reali quelli con la ricostruzione in 3D, per mostrare la versione originale dell’ingresso  - un prospetto con quattro colonne sormontate da un timpano con una testa di Medusa -, e delle tre camere funerarie con letti in muratura per i defunti e pareti dai colori vivaci.

L’intervento di recupero, messa in sicurezza e restauro, finanziato con 1.650.000 euro, vede il coinvolgimento di un altro istituto ministeriale, la Soprintendenza ABAP per le province di Barletta-Andria-Trani e Foggia; I lavori sono in corso di ultimazione e sono finalizzati all’intera valorizzazione dell’area archeologica che si trova in prossimità dell’autostrada A14.

Il video “La Tomba di Medusa” del Segretariato regionale Puglia è uno dei numerosi  contributi che gli istituti del Mibact hanno inviato per la campagna “La cultura non si ferma”, intesa a sviluppare l’offerta del patrimonio culturale fruibile da casa. Un vero e proprio impegno corale per dare la possibilità al pubblico di conoscere e apprezzare l’immenso patrimonio culturale e paesaggistico italiano, mostrando il lavoro delle professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione, didattica. Tutte le iniziative sono raccolte nel data base complessivo La cultura non si ferma, suddiviso in sei aree tematiche - educazione, archivi e biblioteche, musei, musica, teatro e cinema – e pubblicato su https://www.beniculturali.it/laculturanonsiferma

Testo dall'Ufficio Stampa MiBACT

 


La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0