Ripartono le indagini nel quartiere abitativo di Paestum

Riprendono gli scavi al Parco archeologico di Paestum alla ricerca della storia dell’antica città. Oggetto di studio sarà la casa greca alle spalle del tempio di Nettuno e nello specifico il team di archeologi indagherà un pozzo che riforniva acque in antico, già individuato durante le scorse campagne di studio e posizionato nella parte esterna dell’abitazione datata al 500 a.C.

Lo scavo si inserisce nel più ampio programma di studi e ricerche portato avanti dal Parco archeologico di Paestum che ha come obiettivo l’indagine delle fasi più antiche di Poseidonia, che ad oggi, risultano ancora poco conosciute rispetto al resto della città magno – greca.

Per la fase d’indagine e di discesa nel pozzo, l’equipe si avvarrà della collaborazione di uno speleologo, in virtù della natura stessa della struttura che ha una sua estensione sotterranea. Lo scavo - precisa il funzionario archeologo responsabile del progetto Francesco Scelza – potrebbe gettare anche nuova luce sull’uso delle risorse idriche o le pratiche alimentari, fornendo così dati che si possano proiettare su un contesto più ampio rispetto a quello della casa in cui si trova.

"Scavare un pozzo è una sfida sotto il profilo della sicurezza, ma può essere anche una straordinaria fonte di informazioni storiche - dichiara il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel - Sappiamo dagli scavi precedenti che il pozzo fu chiuso con un piccolo sacrificio di abbandono nel III sec. a.C.; speriamo dunque di trovare lì dentro una stratigrafia di più secoli, una specie di archivio della vita quotidiana nella Paestum preromana."

Fino al 15 marzo i visitatori del Parco potranno seguire in diretta i lavori sullo scavo. Dal lunedì al venerdì, infatti, il personale specializzato accompagnerà i turisti in una visita guidata che partirà alle ore 11.45. Per gli utenti online, invece, video in diretta saranno pubblicati tramite Repubblica web che seguirà in esclusiva il cantiere con approfondimenti sul lavoro e news dagli archeologi.


Bulgari restaura l'area sacra di Largo Argentina

Grazie ad una convenzione stipulata tra Roma Capitale e la maison Bulgari, l’area sacra di Largo Argentina beneficerà di un sistema di interventi che renderanno il sito accessibile a turisti e cittadini romani. Il tutto sarà reso possibile  grazie ad un atto di mecenatismo dal valore di 500.000 euro che  valorizzerà al massimo diversi punti dell’area archeologica. La somma donata quest’anno dalla prestigiosa casa, andrà ad aggiungersi al residuo di 485.593,58 euro dei fondi elargiti per il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, così come previsto nella convenzione stipulata con Bulgari nel 2014 in cui si stabiliva che gli eventuali residui sarebbero stati destinati ad altri interventi sul patrimonio culturale di Roma.

Il progetto per l’area di Largo Argentina prevede interventi di costruzione e posizionamento di passerelle per consentire l’accesso in sicurezza al sito, la musealizzazione di uno spazio attualmente adoperato come deposito reperti e la predisposizione di tutti i servizi al pubblico per consentire un’agevole fruizione del luogo.

Foto: Alessandra Randazzo

Il complesso di Largo Argentina, che era situato nella zona di confine tra il Circo Flaminio e il Campo Marzio, costituisce il massimo insieme di templi di età medio e tarda repubblicana. Sulla base dei frammenti della Forma Urbis severiana si è potuto stabilire che l’area sacra corrisponde alla porticus Minucia vetus, ancora identificabile nei colonnati sui lati settentrionali ed orientali della piazza e venne edificata nel 106 a.C. da Minucio Rufo dopo un trionfo sugli Scordisci. Sono presenti quattro templi denominati A, B, C e D, il più antico, quello C, era dedicato a Feronia, antica divinità italica che aveva un santuario nel Campo Marzio; nel tempio B si deve invece riconoscere la aedes Fortunae Huiusce Diei (la “Fortuna del giorno presente"), fondata da Q.Lutatio Catulo – console  nel 102 a.C. insieme a Mario. Per il tempio A si propongono invece due soluzioni, cioè che si tratti del Tempio di Giunone Curtis o di quello di Giuturna. L’unico degli edifici di Largo Argentina che può attribuirsi all’inizio del II secolo a.C. è il Tempio D, che è quindi identificabile con quello dei Lari Permarini.

L’area è inoltre famosa perché presso la Curia di Pompeo avvenne uno degli omicidi più efferati della storia, quello di Cesare alle idi di marzo del 44 a.C.

La Sovrintendenza sta attuando le procedure necessarie per la conclusione della fase progettuale e per l’affidamento dei lavori la cui conclusione è stimabile entro la metà del 2021.

L’accordo siglato si inserisce nel più ampio programma di valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale della città di Roma.

Foto: Comune di Roma

Roma capitale della storia e della vita contemporanea grazie a Bvlgari potrà beneficiare nuovamente di uno dei siti archeologici più amati nel cuore della città. Con il Vicesindaco Bergamo stiamo lavorando per dare la possibilità a chi vive e chi visita Roma, sempre di più, di avere accesso ai luoghi culturali” dichiara la Sindaca di Roma Capitale Virginia Raggi.

Jean-Christophe Babin, Amministratore Delegato del Gruppo Bvlgari ha aggiunto: “Siamo molto orgogliosi di questo nuovo regalo alla Città Eterna: dopo il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, fin dalla sua costruzione un irrinunciabile punto di ritrovo per romani e turisti, andremo a valorizzare un altro luogo al centro della vita sociale e spirituale dell’antica Capitale. I visitatori potranno finalmente apprezzare da vicino reperti di grandissimo pregio situati in un’area in cui coesistono costruzioni rinascimentali e medievali. Un respiro culturale che solo una città come Roma è in grado di offrire al mondo.”


Paestum: ricostruire una casa greca del 500 a.C. si può?

Che i famosi templi di Paestum in antico stessero in mezzo a una città fiorente, non è facile da spiegare ai tanti visitatori che oggi vengono da tutto il mondo a vedere il sito magno-greco meglio preservato: perché, mentre i templi sono meravigliosamente conservati, le case di chi li costruì sono ridotte a tratti di muretti di difficile lettura. La risposta elaborata dal Parco Archeologico di Paestum insieme all'Istituto Universitario "L'Orientale" e alla Federico II di Napoli è di ricostruire una casa greca del V sec. a.C. con le tecniche e i materiali dell'epoca. Un progetto di "archeologia sperimentale" dunque, come sono molto diffusi nell'ambito dell'archeologia preistorica e medievale, ma pressoché totalmente assenti nell'archeologica classica della Magna Grecia. "Non si tratta solo di un modo per far capire ai visitatori cosa significava vivere in una colonia greca di V sec. a.C. - afferma il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel - è anche un percorso di ricerca, che ci darà delle risposte a molti interrogativi, per esempio quante risorse erano necessarie per costruire una casa e per manutenerla a quei tempi. Il progetto sarà un'integrazione significativa dell'offerta di visita ma anche della ricerca sull'antica Magna Grecia. Per realizzarlo, abbiamo bisogno della partecipazione di cittadini e associazioni che siano coinvolte attivamente in questo percorso".

Per discutere del progetto e per coinvolgere la cittadinanza, il Parco Archeologico ha organizzato un workshop pubblico che si terrà il 15 febbraio nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum. Tra gli ospiti il prof. Marco Valenti dell'Università di Siena e il prof. Giuliano Volpe dell'Ateneo barese, due esperti del Medioevo con importanti esperienze nell'ambito dell'archeologia sperimentale.

"La collaborazione fra il Parco Archeologico di Paestum e l’Università “L’Orientale” continua con questa importante iniziativa, finalizzata a rendere più chiaro ai visitatori il modo di vivere in una colonia magno-greca – afferma il professore Fabrizio Pesando - La scoperta e lo scavo della casa arcaica detta di Mnastor, oggetto della ricerca dell'Orientale, potrà infatti fornire importanti informazioni sulla struttura e sulla funzione delle stanze di un'abitazione di VI secolo a. C., rappresentando un punto di riferimento per il progetto di ricostruzione che si andrà a discutere nel corso del workshop".

Con il progetto, che si elaborerà proprio nel corso del workshop, si porrà in essere un metodo di lavoro rigoroso, dove il risultato finale non sarà solo il manufatto in sé, ma anche l'insieme delle conoscenze che si ricaveranno durante tutto il lavoro di ricerca.


Bellezza e sensualità. La Regio V di Pompei regala ancora sorprese

Nuove immagini mitologiche si svelano sulle pareti di una domus di Pompei di recente scoperta nella Regio V.

Affresco con Narciso. Crediti: Pompei Parco Archeologico

L’abitazione, solo qualche mese fa, ci aveva regalato il bellissimo quadro con Leda e il Cigno riaffiorato durante lo scavo dell’ambiente e ora presenta altre scene sensuali e di incredibile raffinatezza. Alle spalle dell’alcova è riemerso dai lapilli anche l’atrio della domus, con pareti dai colori vividi e un affresco di pregevole fattura con il mito di Narciso. Il giovane, ritratto mentre si specchia e si innamora della sua stessa figura, richiama la sua iconografia classica.

Ma le scoperte continuano e ulteriori immagini impreziosiscono il raffinato ambiente. Il gusto per la delicatezza si riflette nella scelta di decorare l’intera stanza con Leda in IV stile e di arricchire le pareti e il soffitto con ornamenti floreali intervallati da grifoni con cornucopie, amori volanti, nature morte e scene di lotta tra animali. I restauratori, già all’opera, stanno ricostruendo le fitte trame del racconto mitologico attraverso i pezzi ritrovati nello strato di crollo che riflettevano il potente messaggio di sensualità dell’intera abitazione.

Decorazione stanza di Leda. Crediti: Pompei Parco Archeologico

Dalla stessa domus proviene anche l’esplicita immagine del dio Priapo mentre pesa il fallo sulla bilancia che accoglieva gli ospiti con un augurio di buon auspicio.

Nell’atrio di Narciso vi sono ancora le tracce delle scale che conducevano al piano superiore e nello spazio del sottoscala, probabilmente un deposito, sono stati ritrovati una dozzina di contenitori in vetro, otto anfore e un imbuto in bronzo. Una situla, invece, è stata rinvenuta accanto all’impluvio.

Massimo Osanna e Alfonsina Russo. Crediti: Pompei Parco Archeologico

La bellezza di queste stanze, evidente già dalle prime scoperte, ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante - dichiara la Direttrice Alfonsina Russo - Ciò ci consentirà in futuro di  aprire alla fruizione del pubblico almeno una parte di  questa domus. Lo scavo della stessa è stato possibile nell’ambito del più ampio intervento di messa in sicurezza e riprofilamento dei fronti di scavo, previsto dal Grande Progetto Pompei, che sta interessando gli oltre 3km di perimetro che costeggia l’area non scavata di Pompei.  Nel rimodulare la pendenza dei fronti che incombevano minacciosamente sulle strutture già in luce, sono venute fuori questi eccezionali ritrovamenti. In questa delicata fase, il collega Massimo Osanna sta proseguendo la direzione scientifica dello scavo per fornire il suo prezioso e competente supporto e garantire una linea di continuità scientifica alle attività di scavo.”

Restauratrice. Crediti: Pompei Parco Archeologico

“Proseguono le straordinarie scoperte di questo cantiere – dichiara Massimo Osanna – Si ripropone nell’atrio della casa la scena di un mito, quello di Narciso, ben noto e più volte ripetuto a Pompei. Tutto  l’ ambiente è pervaso dal tema della gioia di vivere, della bellezza e vanità, sottolineato anche dalle figure  di menadi e satiri che, in una sorta di corteggio dionisiaco, accompagnavano i visitatori all’interno della parte pubblica della casa. Una decorazione volutamente lussuosa e probabilmente pertinente agli ultimi anni della colonia, come testimonia lo straordinario stato di conservazione dei colori.”  

https://www.youtube.com/watch?v=NzGShhIU8tU


Ercolano si trasforma in set fotografico per Gucci

Pubblicati gli scatti della campagna fotografica della collezione Gucci Pre-Fall 2019. (https://www.gqitalia.it/moda/gallery/gucci-immagini-collezione-uomo-donna-autunno-inverno-2019-2020) eseguiti, qualche mese fa, tra le antiche dimore, le strade, gli scorci del Parco Archeologico di Ercolano scelti non come scenario ma come ambientazione per la campagna fotografica. Il progetto, frutto della collaborazione tra Gucci e il regista e fotografo Harmony Korine per una pubblicazione in edizione limitata, ha visto il Parco Archeologico di Ercolano protagonista degli scatti fotografici d’artista.

Dopo le iniziative di restauro e conservazione della Casa che includono collaborazioni con la DIA-Art Foundation di New York City, i Cloisters all'Abbazia di Westminster a Londra, la Galleria Palatina a Palazzo Pitti a Firenze, la Biblioteca Angelica a Roma e la necropoli romana di Les Alyscamps a Arles, questo nuovo progetto insieme alle immagini di Harmony Korine, continua l'impegno di Gucci a sostenere e promuovere il patrimonio culturale in tutto il mondo.

Il Parco Archeologico di Ercolano assieme a quello di Pompei, antiche città romane entrambe dichiarate patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, sono stati individuati dal direttore creativo Alessandro Michele che crede fermamente nella funzione essenziale del passato per immaginare e perseguire il futuro, e quindi non può essere dimenticato né trascurato.

La presenza di Gucci, e dei grandi talenti professionali cui ricorre, consente di mettere in dialogo eccellenze italiane di due settori solo apparentemente sconnessi gli uni dagli altri, ma invece percorsi da uno stesso lunghissimo filo rosso di memoria e tradizioni artigianali-  dichiara il Direttore Francesco Sirano-  Questa iniziativa avrà effetti benefici non solo contribuendo economicamente a potenziare l’attività di conservazione e valorizzazione del Parco, ma soprattutto aiuterà il sito archeologico di Ercolano ad ampliare gli orizzonti entro i quali viene conosciuto ed apprezzato anche al pubblico che segue attraverso la moda l’impegno di promozione culturale di Gucci.”

 


Tornano in Italia opere trafugate. Cerimonia di riconsegna a Londra

Alla presenza del Ministro dei Beni Culturali,Alberto Bonisoli, sono state restituite all'Italia, in una cerimonia di riconsegna a Londra, un totale di 12 reperti più una pagina di un codice miniato, sottratta negli anni ‘40 all’Archivio di Stato di Venezia.

Le opere sono state rintracciate grazie ad un’attività di controllo incrociato tra la nota casa d’aste londinese Christie’s e le informazioni contenute nel prezioso data base dei beni culturali illecitamente sottratti e gestita dal Comando Tutela Beni Culturali dei Carabinieri.

Con oltre 1 milione e duecento mila oggetti rubati e circa 700 mila immagini, infatti, è la più grande banca dati al mondo e da tempo è punto di riferimento per le forze di polizia estere.  Alla cerimonia di riconsegna hanno preso parte, oltre a Bonisoli, il CEO di Christie’s Guillaume Cerutti, l’ambasciatore italiano a Londra Raffaele Trombetta ed il Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale Generale di Brigata Fabrizio Parrulli.

I reperti ritornati in possesso dell’Italia sono: un’oinochoe greca in pasta vitrea, un’antefissa etrusca in terracotta del VI-V secolo a.C., uno stamnos falisco a figure rosse risalente al IV secolo a.C., cinque piatti in stile di Gnathia del IV secolo a.C., un’ hydra apula a figure rosse del 350-330 a.C., oggetti ricercati perché inseriti nella lista di noti trafficanti italiani d’opere d’arte; un capitello romano del II secolo d.C., proveniente da scavi clandestini; un frammento di marmo di sarcofago romano proveniente dalle catacombe di San Callisto e il cui furto era stato denunciato nel 1982; un rilievo romano in marmo con Satiro e Menade trafugato dai giardini di Villa Borghese nel 1985; la pagina di codice miniato.

“La restituzione conferma l’efficacia della collaborazione tra il nostro Paese e  colossi del mercato dell’arte  come Christie’s nella lotta al traffico illegale di opere d’arte. Chi acquista un’opera d’arte o un reperto deve essere certo della provenienza di quell’oggetto –  ha affermato il ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli nel corso della cerimonia di consegna – . E questo è quello che stiamo cercando di fare proprio attraverso la collaborazione con Istituzioni e case d’asta”. “Un controllo preventivo sui pezzi che finiscono in vendita e l’applicazione di leggi più severe per chi compra oggetti senza conoscerne la provenienza - ha concluso -, contribuirà a smantellare questo traffico”.

 


#ilgustodellascoperta e a Paestum si continua a scavare, con due borse di studio

A Paestum si continua a scavare:

grazie ad Antonio Amato la ricerca prosegue con due borse di studio

Parco Archeologico di Paestum Antonio Amato Al Parco Archeologico di Paestum, il progetto #ilgustodellascoperta giunge al terzo anno. È stato pubblicato il bando di concorso per l’attribuzione di due borse di studio finalizzate alla realizzazione di una nuova campagna di scavo in uno degli isolati abitativi della città greca.

A sostenere la ricerca pestana è il pastificio Di Martino, proprietario del marchio Antonio Amato, che, anche quest’anno, ha sovvenzionato le due borse di studio del valore di € 9.000,00 ognuna, permettendo così il prosieguo della ricerca sugli ambienti domestici a Poseidonia nei secoli VI e V a. C. e l’approfondimento in merito agli aspetti della vita quotidiana, finora ancora troppo poco conosciuti.

“Siamo lieti di contribuire, per il terzo anno consecutivo, alla ricerca e di poter dare la possibilità ad altri due giovani archeologi di approfondire i loro studi direttamente sul campo – afferma Giuseppe Di Martino, amministratore delegato del pastificio Di Martino – Pasta Antonio Amato continua ad avere a cuore lo sviluppo del territorio e si pone l’obiettivo di mostrare al mondo intero i luoghi e i prodotti che un’eccellenza italiana, come la provincia di Salerno, ha da offrire”.

Il bando è rivolto a giovani archeologi italiani o di altro stato dell’Unione Europea, già con esperienza di scavo. La selezione avverrà attraverso la valutazione dei titoli posseduti e mediante colloquio. Incisiva ai fini della scelta dei vincitori sarà anche la presentazione di una lettera motivazionale che evidenzierà i punti di forza di ogni candidato. È possibile presentare la propria candidatura consultando il sito web del Parco al seguente link: http://pae.authorityonline.eu/index.php?option=com_content&view=category&id=57&Itemid=229

“Sono fiero che anche per quest’anno insieme al Pastificio Antonio Amato possiamo dare un’opportunità a due giovani laureati – dichiara il direttore Zuchtriegel - l’esperienza passata ci porta a pensare che Paestum sia una palestra formativa di un certo spessore, considerando che i precedenti borsisti ora ricoprono importanti ruoli professionali tra MIBAC, università e altri enti di ricerca. La ricerca è il cuore di ogni museo, e combinare questa mission con un’opportunità per giovani archeologi mi sembra un bel segnale per il nostro territorio.”

Anche quest’anno si scaverà sotto gli occhi di tutti, on site e on line. Saranno organizzate visite guidate agli scavi e, per chi non potrà essere fisicamente presente a Paestum, l’avanzamento dei lavori potrà essere seguito anche sui canali social del Parco Archeologico di Paestum e di Pasta Antonio Amato, seguendo l’hashtag #ilgustodellascoperta su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube.

“Antonio Amato continuerà il racconto digitale di questo bellissimo progetto – spiega Alessia Passatordi, brand manager Antonio Amato – Anche quest’anno organizzeremo le dirette live con le scuole interessate a conoscere il fantastico mondo dell’archeologia, permettendo ai più giovani e non solo di poter interagire direttamente con gli archeologi, incentivando così la cultura della ricerca e della scoperta”.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico di Paestum

www.paestum.museum

Facebook: Parco Archeologico Paestum

Twitter: @Parco Archeologico Paestum

Instagram: parcoarcheologicopaestum


Un mito astrologico dalla Casa di Giove a Pompei

Passato un po’ in sordina tra i tanti ritrovamenti della Regio V di Pompei, il mosaico della Casa di Giove con mito astrologico ha finalmente una sua identità. Ad essere raffigurato è infatti Orione che dopo la morte diviene una costellazione. Per catasterismo, nella mitologia greco – romana, si intende la trasformazione in astro o costellazione, per lo più dopo la morte, di animali, uomini o eroi ed Orione è proprio uno dei personaggi del variegato mondo mitico a cui spetta questo particolare privilegio.

Nella mitologia greca, Orione era un abile cacciatore, secondo Esiodo figlio di Poseidone ed Euriale, figlia di Minosse re di Creta. Potendo camminare sulle acque come il padre, una volta giunto a Chio, usò violenza su Merope, figlia di Enopio il quale per vendetta lo accecò e lo esiliò. Rifugiatisi sull’isola di Lemno, Orione si fece condurre dal servo di Efesto, Cedealione, verso oriente dove riacquistò la vista osservando il sole nascente.

Catasterismo di Orione. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Secondo Omero, grazie alla sua propensione alla caccia, Orione era solito condividere molte battute con la dea Artemide e Sirio, suo fedele cane. Ma un giorno, minacciando di uccidere ogni belva esistente, fece infuriare Gea, la Terra, che da una fenditura fece uscire uno scorpione che punse il cacciatore a morte. Artemide, chiese a Zeus di collocare Orione tra le stelle, divenendone una costellazione che tramonta quando quella dello Scorpione sorge. Secondo un’altra versione del mito, la dea Artemide, gelosa di Orione che si era invaghito delle Pleiadi, gli mandò uno scorpione nella sua capanna che lo punse a morte con il suo pungiglione.

Ancora un’altra versione del mito racconta che Apollo, volendo ostacolare l’amore tra la sorella vergine e il cacciatore, mise a punto un abile piano per eliminarlo. Mentre Orione stava nuotando nel mare, con la testa appena visibile dal pelo dell’acqua, Apollo, sfidando la sorella con l’arco, le fece puntare la freccia in un punto poco visibile al largo, colpendo, ignara, proprio l’amato Orione. Quando le onde portarono a riva il corpo del cacciatore, di fronte alle lacrime di Artemide, il padre degli dei, Zeus, trasformò Orione e il suo fedele cane in una costellazione.

Catasterismo di Orione. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Nei tanti racconti su Orione, l’elemento comune a tutti è la sua collocazione tra gli astri. Stella luminosa, grande e visibile da entrambi gli emisferi, ha la forma di una figura umana, di un cacciatore per esattezza, che brandisce clava e tiene uno scudo nell’altra mano e ai suoi piedi, secondo la leggenda, Zeus collocò i suoi fedeli cani, il Cane maggiore e il Cane minore.  Alcuni antichi lo rappresentavano all’inseguimento del Toro, altri della Lepre, altri ancora delle Pleiadi.

Poche e rare sono le raffigurazioni di Orione che diviene astro e l’esemplare di Pompei assume quindi ancora di più un carattere di pregio assoluto. Nel mosaico, il cacciatore è dotato di ali da farfalla, un particolare abbastanza singolare perché attributo della dea Psiche il cui nome ha il duplice significato di “farfalla e “anima” e qui forse viene rappresentata l’anima di Orione che vola in cielo. Non ha le pupille negli occhi, viene forse ripresa e rappresentata la versione greca in cui viene accecato a Chio, e porta un pugnale appeso alla cintura, elemento che ne ha permesso l’identificazione. Presenti nel mosaico anche lo scorpione che da nemico mortale diventa un tutt'uno con Orione e personaggi che sovrastano il cacciatore non perfettamente identificabili per mancanza di attributi caratterizzanti.

Casa di Giove e mosaico con Catasterismo di Orione. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Il mosaico si data al tardo II secolo a.C. quando dai ritrovamenti archeologici e dalle fonti sappiamo che la Campania si apre a scambi sempre più fitti con il Mediterraneo orientale e diviene sede di importanti scali commerciali. E proprio in questo particolare e felice momento che si diffondono miti e iconografie fino ad ora sconosciuti al mondo magno greco e sannita. Pompei ancora una volta è in grado di recepire e assimilare le connessioni mediterranee divenendo centro propulsore di mode e anche di unicum nel panorama artistico. La casa di Giove, del resto, si inserisce all’interno delle grandi case pompeiane, seppur ancora in corso di scavo, e ha sin dall’inizio stupito per qualità ed eccentriche mode che possiamo definire retrò. In alcuni ambienti, infatti, seppur la moda dettasse altri stili, i proprietari avevano voluto mantenere il I stile pompeiano con riquadri in stucco imitanti lastre marmoree policrome e cornici con modanature dentellate. È probabile che il proprietario non abbia cambiato appositamente la tipologia decorativa mantenendo volutamente il primo stile che via via era stato sostituito in altre dimore da pitture più moderne.


Presentazione dello studio sperimentale sull'area circostante la Villa Adriana a Tivoli

Il giorno 14 febbraio presso Palazzo Patrizi Clementi a Roma, sede della Soprintendenza, sarà presentato lo studio sperimentale dal titolo “Valutazione del costo del recupero ambientale e paesaggistico del territorio. Il caso dell’area circostante la Villa Adriana a Tivoli”.

La ricerca è stata ideata dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale de La Sapienza e dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l'Etruria meridionale per poter approfondire lo studio sul costo e la percezione della società riguardo i beni culturali e ambientali, con particolare attenzione al processo di urbanizzazione che ha pesantemente interessato il paesaggio urbano della penisola italiana.

Caso esemplare è la situazione urbanistica di Villa Adriana, sito archeologico riconosciuto patrimonio dell'umanità da parte dell’UNESCO posizionato nel comune di Tivoli.  Il ricco programma prevede, dopo le introduzioni del Soprintendente Margherita Eichberg, di Raffaella Strati, Funzionario Architetto Responsabile per il Comune di Tivoli (SABAP-RM-MET) e di Fulvio Pellegrini, docente di Economia Aziendale, Bilancio e Business Plan, Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione, Dipartimento CORIS Sapienza-Università di Roma, l' Illustrazione del piano comunicativo inerente il recupero ambientale a cura di Maria Antonietta Cuccia e Monica Giacché, cultrici della materia in Economia Aziendale, Bilancio e Business Plan, Sapienza-Università di Roma e la presentazione dello studio sull'analisi e la valutazione del caso di Villa Adriana a cura di Valentina Cafini e Andrea Gamberonci, Organizzazione e Marketing per la Comunicazione d'Impresa-Dipartimento CORIS, Sapienza-Università di Roma.


Il Laocoonte dei Vaticani. Storia di un gruppo scultoreo

Laocoonte era un sacerdote troiano addetto al culto di Apollo Timbreo, figlio di Antenore o di Capi e fratello di Anchise. Gli venne data in moglie Antiope con la quale si unì davanti alla statua del dio e così se ne attirò la sua ira. Conosciamo la sua tragica storia grazie al racconto di Virgilio nel secondo libro dell’Eneide, dove sappiamo che sconsigliò ai Troiani di far entrare dentro le mura della città il cavallo di legno lasciato dai Greci come dono: “timeo Danaos et dona ferentes” , "Temo i Greci, anche quando portano doni".

Il secondo libro dell'autore latino si apre con il racconto di Enea alla regina Didone degli eventi tragici della guerra che, a distanza di tempo, provocano ancora dolore al solo pensiero. Più di tutti, a provocare dolore è il non aver capito che il cavallo altro non era che un perfido inganno dei Greci aiutati dal simulatore Sinone, lasciato appositamente dai Greci sulle spiagge di Ilio per portare a termine la complessa trama dell’inganno. Quando il re di Troia chiede informazioni sul cavallo, Sinone racconta che era un dono votivo fatto dai Greci per placare l’ira di Minerva. Il favore della dea era mutato in avversione quando Ulisse e Diomede erano entrati di notte a Troia e avevano rubato il Palladio profanandolo con le loro mani insanguinate.

Ma all’improvviso a squarciare la scena un avvenimento che sa di straordinario:

Si ode uno scroscio mentre il mare spumeggia ed ormai toccavano terra con gli occhi ardenti iniettati di sangue e fuoco, lambivano le bocche sibilanti con le lingue palpitanti. A quella vista ci sparpagliammo impalliditi. I due serpenti con impeto sicuro si dirigono contro Laocoonte. Per prima cosa entrambi i serpenti avviluppano avviticchiandoli i piccoli corpi dei suoi due figli e sbranano a morsi le loro povere membra; poi attaccano anche lui mentre veniva in soccorso e portava delle armi e lo avviluppano con le enormi spire e, dopo averlo già avvinghiato in due giri attorno alla vita ed aver circondato in due giuri il suo collo con i dorsi squamosi, lo sovrastano con la testa e con i colli alti. Egli contemporaneamente prova con le mani a strappare le spire, con le bende sacre cosparse di bava e di terribile veleno; allo stesso tempo eleva al cielo urla strazianti, come un muggito, quando un toro ferito scappa dall’altare del sacrificio e strappa dal collo la scure non piantata bene. Ma i due serpenti, strisciando, fuggono verso gli alti templi e si dirigono verso la rocca della terribile Tritonide (Atena) e si coprono ai piedi della dea sotto la ruota dello scudo. Allora a tutti si insinua nei cuori tremanti un nuovo terrore e raccontano che Laocoonte abbia pagato meritevolmente la punizione per il suo delitto, lui che colpì con una lancia il sacro Cavallo e scagliò nella parte posteriore l’empio giavellotto. Esclamano a gran voce che il simulacro deve essere condotto al tempio e che bisognava pregare la potenza della dea”. Eneide II

Laocoonte e i suoi figli. Musei Vaticani.
Foto: Alessandra Randazzo

Fu allora abbattuta una porta e i Troiani portarono il talismano entro le mura assicurando così la protezione di Minerva. Mentre tutti i cittadini acclamavano con feste e danze il sacro dono, Cassandra invano avvertiva tutti del folle errore.

L’episodio, forse il più noto dell’Eneide, è rappresentato superbamente nel celebre gruppo del Laocoonte dei Musei Vaticani. Il gruppo venne alla luce il 4 gennaio 1506 in un sotterraneo delle Terme di Tito, presso la Domus Aurea. Subito vi fu riconosciuto il celebre episodio cantato da Virgilio in cui Laocoonte è raffigurato con i figli e i grovigli delle spire dei serpenti e che Plinio cita dicendo essere esposto nella casa di Tito. Il sacerdote troiano è ancora seduto sull’altare, nudo, con il corpo muscoloso fortemente portato bruscamente all’indietro, così come la testa, in un tentativo di fuga dal morso del serpente. Lo sguardo è rivolto all’insù e il viso è tratteggiato da forti caratteri chiaroscurali resi con grande effetto anche grazie ai riccioli della barba e alle ciocche dei capelli. Il corpo, in contrasto con la forte possenza che emana, è allo sfinimento, ormai avvolto e vinto dalle spire dei serpenti. Sulla sinistra e sulla destra sono presenti i due figlioletti, giovanetti di diversa età, anche loro in preda alle spire dei mostri.

Il figlio di sinistra ormai non oppone più resistenza e reclina la testa all’indietro, inerme. Quello di destra, invece, sembra riuscire a liberarsi dalla morsa del serpente che ancora gli avvinghia il braccio e la gamba. Forse sarà l’unico a salvarsi, come riporta una versione secondaria del mito della guerra di Troia. La critica, per quanto riguarda l’originalità del pezzo, si divide in due filoni: alcuni ritengono sia un capolavoro originale dell’ultimo Ellenismo creato a Rodi nel corso del I secolo a.C. da tre eclettici artisti che si ispirarono ad una scuola pergamena scomparsa; altri considerandolo eseguito da autori rodii in stile pergameno da ottimi copisti, lo credono una copia di età romana fatta da Atanodoro, Agesandro e Polidoro, replicando un originale in bronzo. Non dovrebbe meravigliare ne essere raro che una copia romana venga firmata da chi l’aveva materialmente realizzata considerandola non una copia ma un nuovo originale. Questi tre scultori furono comunque grandi artisti che lavoravano per la committenza più alta, la corte imperiale, ed erano dotati di tecnica eccezionale tanto più che l’opera fu realizzata da un unico blocco di marmo.