San Vincenzo al Volturno: dagli scavi emerge un vaso del IX sec.

Il MANN in campo per la valorizzazione del patrimonio archeologico di età medievale. 

La campagna di scavo a San Vincenzo al Volturno del 2018 ha esplorato il cuore del monastero molisano, ovvero l’area dell’enorme chiostro centrale costruito alla fine dell’VIII secolo e riedificato tra la conclusione del X e gli inizi dell’XI, dopo la distruzione nell’881 ad opera degli Arabi.

In questa sezione, dove si continuerà a scavare anche nell’anno in corso, sono state rinvenute tracce di attività produttive risalenti all’XI secolo, elemento tipico della vita dei grandi monasteri medievali.

Dalle indagini archeologiche, inoltre, è emerso un oggetto sinora unico nel suo genere: si tratta di una grande olla in ceramica, databile al IX sec., sulla cui superficie esterna sono state graffite le figure di tre individui in abito monastico, circondati da lettere e stelle; all’interno del vaso erano stati collocati, apparentemente in maniera intenzionale, dei frammenti di ceramica di forma oblunga. Difficile allo stato attuale dare un’interpretazione definitiva di questo curioso ritrovamento, sul cui significato gli studi sono ancora in corso. Tuttavia, è stata avvalorata l’ipotesi per cui l’olla possa essere stata usata come urna per consultazioni interne alla comunità monastica. Se questa idea fosse confermata, si tratterebbe del primo oggetto di questo tipo mai rinvenuto in ambito archeologico.

Tenuto conto del valore straordinario dell’opera, il laboratorio del MANN (sezione ceramica), ha curato il restauro del repertoche sarà collocato al Museo Archeologico Nazionale di Venafro.
Alla presentazione degli scavi a San Vincenzo al Volturno, dopo i saluti di Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Leandro Ventura (Direttore Polo Museale del Molise), Vincenzo Cotugno (Assessore alla Cultura della Regione Molise) e Lucio D’Alessandro (Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa), previsti gli interventi di Federico Marazzi (Docente di Archeologia cristiane medievale/ Università Suor Orsola Benincasa), Daniele Ferraiuolo, Luigi Di Cosmo Nicodemo Abate (Laboratorio di Archeologia Tardo Antica e Medievale/Unisob) e Maria Teresa Operetto (Laboratorio di restauro del MANN).

A questo appassionante orizzonte di ritrovamenti archeologici si collega, per incidens, il volume degli atti del convegno tenutosi in occasione dell’apertura a Napoli della mostra sui Longobardi. 
La silloge raccoglie una serie di approfondimenti su temi toccati dall’esposizione ed affrontati solo parzialmente nel catalogo: dalla complessa storia della presenza dei reperti longobardi nei musei italiani all’analisi della collocazione geopolitica dell’Italia fra VI e VII secolo, dalla funzione della moneta nel contesto economico medievale al problema della connotazione “etnica” degli oggetti rinvenuti nelle tombe delle prime generazioni successive all’invasione longobarda nella nostra penisola.

Il volume, pubblicato in collaborazione fra il MANN e l’Università di Siena nel quadro del progetto PRIN “Archeologia al Futuro”, con l’apporto della casa editrice molisana Volturnia (da tempo impegnata nella pubblicazione delle ricerche su San Vincenzo al Volturno e l’archeologia altomedievale italiana), è stato presentato dai curatori Paolo Giulierini, Marco Valenti (docente di Archeologia cristiana e medievale/Università di Siena) e Federico Marazzi.
 
''Per la prima volta in Italia un grande Museo statale è coinvolto in un progetto di ricerca archeologica sul campo - spiega Paolo Giulierini, direttore del MANN - accade dalla scorsa estate a San Vincenzo al Volturno e siamo orgogliosi di presentare a Napoli i primi eccellenti risultati. E' importante ricordare che dopo aver ospitato 'I Longobardi', il MANN ha scelto proprio il prestigioso sito molisano, nella mostra ampiamente rappresentato, per sperimentare la fruttuosa sinergia con il Suor Orsola, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise,  il  Polo Museale del Molise. Per completare questa giornata tutta dedicata alla ricerca e aperta al pubblico, abbiamo voluto presentare  gli atti del convegno sui Longobardi, in collaborazione con l’Università di Siena”.
 


Concluso restauro del Chiostro del Capitolo della Certosa di Calci [Gallery]

CONCLUSO IL RESTAURO DEL CHIOSTRO DEL CAPITOLO DELLA CERTOSA DI CALCI (PI) ”LUOGO DEL CUORE” DEL FAI

Il Chiostro dopo il restauro ©CertosadiCalci-MiBACT

Sono terminati i lavori di restauro che hanno interessato le superfici decorate e gli elementi lapidei del Chiostro del Capitolo della Certosa di Calci, bene classificato al secondo posto nella settima edizione de “I Luoghi del Cuore”. Grazie all’impegno della Delegazione FAI di Pisa, che ha spinto l’idea di candidare la Certosa al censimento e ha sollecitato la nascita del Comitato per salvare la Certosa - costituitosi per l’occasione e diventato poi associazione permanente di volontariato dedicata al monumento, come Amici della Certosa - 92.259 persone nel 2014 hanno infatti dimostrato il legame e l’attenzione nei confronti della Certosa di Calci votandola al censimento dei luoghi italiani da non dimenticare promosso dal FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Intesa Sanpaolo.

Grazie a questo importante risultato la Certosa ha potuto beneficiare di un contributo di 50.000 euro che, in accordo con il Polo Museale della Toscana, è stato destinato al recupero del quattrocentesco Chiostro del Capitolo. La straordinaria mobilitazione attivata grazie al censimento, come sempre più spesso accade con “I Luoghi del Cuore”, ha innescato un processo virtuoso di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, favorendo il successivo stanziamento da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo di due finanziamenti per il recupero delle coperture del complesso su progetto della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Pisa e Livorno, a cui seguirà un secondo lotto di lavori per un importo di 2.100.000 euro.

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Il contributo “I Luoghi del Cuore” ha permesso il recupero globale del Chiostro del Capitolo, che costituisce un luogo fondamentale di ogni visita in Certosa, perché punto di collegamento fra il chiostro grande e il refettorio. Fondata nel 1366 con il contributo decisivo di molti benefattori, la Certosa ha avuto nei secoli un ruolo determinante nell’economia del territorio, nel quale governava ampi terreni coltivabili offrendo lavoro ad artigiani, contadini, allevatori e a schiere di muratori, falegnami, fabbri, stuccatori, pittori e architetti.
Il Chiostro del Capitolo è il più antico dei tre chiostri della Certosa: fu costruito intorno al 1471 da Lorenzo di Salvatore di Settignano, a cui si devono anche le due finestre a croce che si aprono nella parete della Cappella del Colloquio; nel 1608 fu dotato, al centro dello spazio claustrale, del pozzo di forma ottagonale con un architrave retto da due colonne e sormontato da una croce, opera del carrarino Orazio Bergamini.

L’intervento più affascinante ha riguardato il ritrovamento, sotto alcuni strati di coloriture, di quanto resta degli affreschi che decoravano la perduta Cappella della Annunziata, realizzata agli inizi del Settecento nel braccio sud del chiostro e decorata, a opera del pittore fiorentino Pietro Giarrè intorno al 1775, con figure di Profeti dipinte a chiaroscuro, di angeli nelle volte e finte cornici sulle pareti dai tenui colori rosati. Nel 1914, con l’intento di riportare il chiostro al suo assetto originario, furono demolite le tamponature – ovvero le murature costruite a chiusura dello spazio esistente - tra le colonne dove erano presenti due profeti del Giarrè, riaperte le arcate e ‘nascoste’, sotto vari strati di colore, le decorazioni rimaste nelle volte e sulla parete verso il refettorio.
Una volta effettuato il descialbo, cioè l’asportazione dei vari strati di colore che nel tempo erano stati soprammessi, la superficie pittorica è stata oggetto di consolidamento, di stuccature e micro stuccature delle lesioni, di un’accurata pulitura oltre che di interventi di ritocco puntuale sulle figure e di armonizzazione delle coloriture sulle zone dove il disegno della decorazione non era più chiaramente leggibile. Grazie a saggi stratigrafici è stata inoltre ritrovata l’originale cromia delle superfici non decorate delle pareti e delle volte; sono stati effettuati interventi di consolidamento e stuccatura, soprattutto delle volte dove maggiore era il degrado, e l’intero chiostro è stato restituito a una lettura che ha messo in evidenza l’eleganza della sua architettura. I capitelli e le colonne in pietra, grazie alla pulitura, hanno riacquistato la loro tonalità originale e messo in risalto anche la sostituzione novecentesca di alcuni elementi. L’intervento è stato eseguito dalla Ditta Laura Lucioli di Firenze. È stato infine possibile estendere il restauro anche alla pavimentazione dello spazio del chiostro scoperto, in mattonelle di cotto solcato da scolatoi in pietra, e al pozzo in marmo che nel 1681 fu innalzato sulla cisterna a opera di Orazio Bergamini. Inoltre le superfici in marmo, interessate da estese formazioni di alghe, sono state disinfestate e trattate con biocida mentre sono state revisionate o sostituite le stuccature risalenti a restauri pregressi. È stato infine necessario provvedere alla sostituzione delle sfere sommitali il cui stato di degrado è risultato particolarmente grave. L’intervento è stato effettuato dalla Ditta Massimo Moretti di Lucca.

Il censimento “I Luoghi del Cuore”
Dar voce alle segnalazioni dei beni più amati in Italia per assicurarne il futuro è lo scopo de I Luoghi del Cuore, il censimento promosso dal FAI in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Il progetto, lanciato nel 2003, si svolge ogni due anni e si propone di coinvolgere concretamente tutta la popolazione e di contribuire alla sensibilizzazione sul valore del nostro Patrimonio. Attraverso il censimento, il FAI sollecita le istituzioni locali e nazionali competenti affinché mettano a disposizione le forze per salvaguardare i luoghi cari ai cittadini; ma il censimento è anche il mezzo per intervenire direttamente, laddove possibile, nel recupero di alcuni beni votati. I Luoghi del Cuore, dal 2003 a oggi, ha permesso di varare interventi a favore di 92 luoghi grazie alla fattiva collaborazione tra FAI e istituzioni. Ancora più numerosi sono gli effetti virtuosi innescati dell’iniziativa, che hanno portato al recupero di beni grazie alla mobilitazione di pubbliche amministrazioni e privati cittadini.
A novembre 2016 si è conclusa l’ottava edizione del censimento e il 24 febbraio 2017 ne sono stati annunciati i risultati. Nel mese di novembre 2017 sono stati annunciati i 24 luoghi selezionati nell’ambito delle Linee Guida che saranno oggetto di intervento.
Per informazioni: www.iluoghidelcuore.it

Certosa di Calci (PI), 20 gennaio 2018.

Il FAI è una Fondazione nazionale senza scopo di lucro nata nel 1975 per promuovere una cultura di rispetto della natura, dell’arte e delle tradizioni d’Italia e tutelare un patrimonio che è parte delle nostre radici e della nostra identità. Da oltre trent’anni il FAI ha salvato, restaurato e aperto al pubblico importanti testimonianze del patrimonio artistico e naturalistico italiano grazie al generoso aiuto di moltissimi cittadini e aziende.

In linea con il principio di responsabilità sociale, Intesa Sanpaolo condivide con il FAI i valori del progetto “I Luoghi del Cuore” volto alla piena valorizzazione e a un compiuto apprezzamento della bellezza e dell’unicità del nostro Paese attraverso la sensibilizzazione degli italiani sul valore del loro patrimonio artistico e ambientale.

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone; tutte le foto ©CertosadiCalci-MiBACT


Concluso restauro Chiesa di San Vito alla Rivera

L’AQUILA: CONCLUSO IL RESTAURO DELLA CHIESA DI SAN VITO, A BORGO RIVERA


L’Aquila, 16 giugno 2017 – I danni riportati dall’edificio erano visibili, subito dopo il sisma del 2009, emblematicamente riassunti nel rovinoso crollo della parte sommitale della facciata, che aveva spezzato a metà la sua meridiana: oggi, dopo due lotti di intervento, la Chiesa di San Vito alla Rivera ha recuperato la sua integrità, la bellezza della sua facciata e la pulizia dei suoi interni, ritornando così alla piena funzionalità proprio in occasione delle celebrazioni del Santo a cui è consacrata.
La prima fase di consolidamento e restauro (finanziata per circa € 400.000,00 con fondi Cipe) è stata completata a maggio del 2014 ed ha interessato la parte strutturale e l’esterno dell’edificio, facendo tornare visibile uno dei gioielli della città medievale, la bella facciata della Chiesa, riconoscibile proprio dalla meridiana,  per il cui restauro sono stati riutilizzati gli stessi elementi recuperati dal crollo, salvo alcune parti mancanti che sono state integrate.
Il secondo lotto, invece, ha interessato il consolidamento strutturale della restante porzione dell’edificio, occupato dalla Canonica, ad esso strettamente correlato e seriamente danneggiato dagli eventi sismici, nonché il completamento dell’intervento sull’intero complesso edilizio, con la realizzazione di tutte le opere di finitura ed impiantistiche (finanziamento aggiuntivo pari a €400.000,00 sempre con fondi CIPE).
Tra le particolarità dell’intervento di restauro - che per quanto concerne gli aspetti liturgici hanno recepito le indicazioni concordate preliminarmente con l’Arcidiocesi dell’Aquila -, si segnala la riapertura di una delle finestre della chiesa, la prima a destra dell’aula, che nel corso dei secoli era stata arbitrariamente tamponata, ripristinando l’originaria simmetria delle aperture; la rimozione dei due altari laterali e l’adeguamento del presbiterio agli attuali canoni liturgici; un nuovo rivestimento pavimentale, al di sotto del quale è posizionato un impianto di riscaldamento radiante; l’eliminazione della superfetazione rappresentata dal locale centrale termica, sul retro della chiesa, operazione che ha consentito tra l’altro di riaprire un’ulteriore finestra occlusa nella canonica; il parziale abbassamento ed arretramento del muro di separazione tra gli spazi di pertinenza della chiesa e quelli dell’adiacente Museo Nazionale d’Abruzzo, per dare maggior respiro all’ingresso del museo e riportare in primo piano il fianco dell’edificio sacro; il superamento delle barriere architettoniche per l’accesso alla chiesa, con la realizzazione di un percorso dedicato ai disabili motori; la realizzazione di una linea vita in copertura, con accesso diretto dal sottotetto, per facilitare le future attività di ispezione e manutenzione e consentire la loro esecuzione in condizioni di sicurezza.
L’intervento di restauro degli apparati decorativi si è invece concentrato sul restauro del portale lapideo e della lunetta dipinta, che versavano in condizioni di evidente degrado. All’interno della lunetta, l’intervento dei restauratori ha consentito di consolidare il supporto materico incoerente e lacunoso, restituendo la leggibilità del palinsesto pittorico, mentre l’intervento sulla pietra del portale ha permesso di rimuovere i depositi di sporco accumulati sulla pietra e di consolidare e reintegrare le parti danneggiate. Un mirato intervento di patinatura finale ha riportato in primo piano, rispetto al resto della facciata, il portale lapideo, sottolineandone l’importanza e la monumentalità rispetto all’insieme.
Come molti monumenti della città, anche San Vito ha subito nel corso dei secoli diverse mutazioni e ricostruzioni; l’edificio di culto, risalente con ogni probabilità alla fine del ‘200, considerate le dimensioni che si conformano evidentemente alle disposizioni aquilane, è stato completamente trasformato nel 1599, ed ha ricevuto il colpo di grazia con il terremoto del 1703, che ha danneggiando gravemente le strutture, analogamente al sisma di otto anni fa.
Ecco quindi visibili i risultati di questa nuova ricomposizione, un altro importante recupero per la città con il quale l’area di Borgo Rivera - nucleo fondativo dell’Aquila -, ricompone il puzzle dei suoi preziosi beni monumentali e storico artistici, in un ideale percorso che parte dal Munda-Museo Nazionale d’Abruzzo, si inserisce nel suggestivo perimetro della Fontana delle 99 Cannelle, ammirando da lì San Vito e la sua meridiana, per passare da porta Rivera ed arrivare, costeggiando le antiche Mura urbiche, alla Chiesa di Santa Maria del Ponte, scrigno di un’edicola votiva monumentale.
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L'antica chiesa di Adria, sepolta per secoli da depositi alluvionali

CA’ FOSCARI SCOPRE L’ANTICA CHIESA DI ADRIA
SEPOLTA PER SECOLI DA DEPOSITI ALLUVIONALI

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Non era una cripta, bensì una chiesa del IX secolo. La scoperta della neo-dottorata Elisa Corrò sarà presentata pubblicamente il 27 ottobre

VENEZIA –  Scoperta nel 1830 sotto la chiesa di San Giovanni e genericamente ritenuta una cripta, oggi viene riscoperta come possibile chiesa altomedievale della città di Adria (Rovigo), sepolta da tre metri di depositi alluvionali nel corso dei secoli. A riscrivere la storia di quella cripta e dell’intera cittadina veneta, nella storia fiorente città greco-etrusca che diede addirittura il nome al Mar Adriatico, è stata Elisa Corrò, giovane geoarcheologa neo-dottorata in Storia Antica e Archeologia all’Università Ca’ Foscari Venezia.

 Dopo tre anni di studi negli archivi e di analisi sul campo tramite carotaggi la studiosa ha dimostrato non solo che si era di fronte ad un edificio di culto sepolto, ma ha anche evidenziato come l’assetto topografico altomedievale si estendeva anticamente in quella porzione della città a nord del Tartaro-Canal Bianco, corso d’acqua di risorgiva che oggi occupa l’antico letto del fiume Po. Un insediamento altomedievale di cui le alluvioni hanno parzialmente ricoperto le tracce e di cui la chiesetta rimane l’unica testimonianza ancora in opera giunta ai nostri giorni.

 «La chiesa esisteva nel IX secolo dopo Cristo ed è splendidamente affrescata – spiega Elisa Corrò -. Siamo in presenza di un edificio di culto direttamente coinvolto nelle trasformazioni fluviali. Si tratta di un esempio, avvenuto nel passato, ma ancora tangibile e scientificamente valido, di come una modificazione dell’ambiente possa portare a estreme conseguenze, sia che si tratti di cambiamenti naturali o di variazioni ad opera dell’uomo. Fu sepolta dai depositi di due eventi alluvionali, il primo avvenuto tra IX e XI secolo,  il secondo più tardi, dopo il XV secolo. L’analisi sui sedimenti e sui dati messi a disposizione della Sovrintendenza Archeologica del Veneto (con la funzionaria archeologa Maria Cristina Vallicelli) e dal Museo Archeologico Nazionale di Adria (l’allora direttrice Giovanna Gambacurta) ci ha permesso di ricostruire l’evoluzione della città nei secoli. Finora, infatti, molto si sapeva sulla parte a sud del Canal Bianco, sulla quale si è sempre sviluppata la parte principale della città».

 La scoperta è stata pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Journal of Archaeological Science - Reports, in un articolo firmato da Elisa Corrò, del Dipartimento di Studi Umanistici di Ca’ Foscari, e da Paolo Mozzi, ricercatore del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, nonché supervisore della ricerca di dottorato assieme al professor Sauro Gelichi, ordinario di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sarà presentata pubblicamente per la prima volta proprio ad Adria, al Teatro Ferrini, giovedì 27 ottobre alle 16.45, in una conferenza dal titolo “Alle origini della cattedrale altomedievale di Adria”. L’evento celebra i 240 anni dalla posa della prima pietra dell’attuale Cattedrale cittadina.

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Testo e immagini da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Attività di recupero e messa in sicurezza ad Amatrice

SISMA 24 AGOSTO: RECUPERATI DIPINTI E ARREDI DALLA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO IN LOCALITÀ SANT’ANGELO MESSI IN SICUREZZA GLI AFFRESCHI DEL SANTUARIO DELLA FILETTA

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I tecnici delle squadre rilevamento danni del MiBACT insieme ai vigili del fuoco e ai carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, hanno recuperato numerosi dipinti a olio su tela e arredi liturgici dalla chiesa di San Michele Arcangelo in località Sant’Angelo nel comune di Amatrice.
In particolare sono stati recuperati sei dipinti a olio su tela con le stazioni della via crucis del 1736, un dipinto su tela con Cristo crocifisso, la Madonna e Santa Maria Maddalena in stato di conservazione molto precario con molte spiegazzature e cadute di colore, un dipinto su tela di grandi dimensioni con Sant’Antonio Abate del XX secolo e il paliotto dell’altare maggiore dipinto su cuoio con San Michele Arcangelo che combatte Satana, sottratto bagnato dalle macerie di fronte all’altare in condizioni molto precarie e suddiviso in tre parti e molteplici frammenti.
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Le opere, grazie a due mezzi di trasporto messi a disposizione del Corpo Forestale dello Stato, sono state trasferite al deposito di Cittaducale, dove il dipinto della crocifissione e il paliotto sono stati rimossi dagli imballi e distesi per l’asciugatura.
Insieme ai restauratori dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro e con l’assistenza dei vigili del fuoco e dei carabinieri TPC, i tecnici del MiBACT hanno inoltre messo in sicurezza il ciclo di affreschi del Santuario della Madonna della Filetta nei pressi di Amatrice, procedendo alla velinatura con bende di carta giapponese e resina acrilica per il prefissaggio dello strato pittorico e all’ancoraggio dei bordi distaccati ma non ancora sollevati. Si sono recuperati e tracciati i frammenti caduti, ricoverati nel deposito di Cittaducale in vista del successivo restauro strutturale dell’edificio e la conseguente ricomposizione del ciclo pittorico.
“La preziosa opera dei professionisti della tutela – dichiara il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – continua a porre in salvo il patrimonio culturale nelle aree del sisma. Si tratta di un prezioso contributo alla ricostruzione dell’anima di quei territori per il quale dobbiamo essere grati ai tanti tecnici dei beni culturali e della protezione civile che si stanno prodigando per condurre al meglio questo compito”.
Di seguito si riporta una scheda descrittiva dell’importante ciclo pittorico del Santuario della Filetta.
Santuario della Madonna di Filetta - sec XV
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La Chiesa di Santa Maria dell’Ascensione o Filetta venne costruita in memoria di un evento miracoloso verificatosi nel 1472 quando, il giorno dell’Ascensione, durante un temporale, la pastorella Chiara Valente avrebbe ritrovato un cammeo nel quale identificò l’immagine della Vergine. Da allora ogni anno viene ricordato questo evento con una processione solenne lungo il sentiero che da Amatrice conduce al Santuario e la Madonna di Filetta è divenuta la patrona di Amatrice.
La facciata è semplice con un portale ad arco acuto ed un campanile a doppia vela. All’interno le pareti sono ricoperte di affreschi, tra cui molto interessante è quello che ricopre l’abside, opera del pittore Pier Paolo da Fermo, che descrive dettagliatamente la solenne processione verso il Santuario.
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Roma, 4 ottobre 2016
Ufficio Stampa MiBACT
Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone
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SISMA 24 AGOSTO: RECUPERATE 40 OPERE DALLA CHIESA DI S. ANTONIO ABATE A CORNILLO NUOVO

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I tecnici del MiBACT, insieme ai restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure e con la collaborazione dei vigili del fuoco e dei carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, hanno recuperato 40 opere conservate all’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate nella frazione di Cornillo Nuovo nel comune di Amatrice. Si tratta di suppellettili liturgiche, paramenti sacri e libri dell’archivio parrocchiale, tra i quali dei messali del XVII e XVIII secolo. Tra le opere trasportate al deposito presso la Scuola del Corpo Forestale a Cittaducale spicca il tabernacolo ligneo in forma di tempietto dipinto con l’immagine del Cristo risorto e dei santi Giovanni e Antonio Abate e siglato con la data 1568 e il nome del donatore, Cherubino de Jacobo.
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I cicli pittorici ad affresco, in particolare la pregevole raffigurazione delle dodici Storie di Sant’Antonio abate di Dionisio Cappelli, non risultano danneggiati e non destano particolare preoccupazione, mentre sono state messe in sicurezza in situ le due preziose statue in terracotta raffiguranti Sant’Antonio abate nella nicchia dell’altare maggiore e la Vergine orante con il Bambino sull’altre laterale destro, attribuite allo scultore abruzzese Saturnino Gatti (1463-1519 ca.) protagonista del rinascimento aquilano.
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“Donne e uomini del MiBACT – dichiara il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – si stanno adoperando con dedizione e professionalità alla tutela del patrimonio culturale nelle aree terremotate. Ringrazio loro insieme ai vigli del fuoco e ai carabinieri del Comando TPC per la pregevole opera che stanno compiendo”.
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Roma, 5 ottobre 2016
Ufficio Stampa MiBACT
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Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone
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Un coccodrillo in un monumento in pietra da Lambityeco

1 Settembre 2016

Credit © Linda Nicholas, The Field Museum
Credit © Linda Nicholas, The Field Museum

Scoperto un monumento in pietra che ritrae un coccodrillo, presso l'antica città di Lambityeco (500-850 d. C.), dove sorge l'odierna Tlacolula de Matamoros, nella regione messicana di Oaxaca.

La scoperta è stata effettuata dagli archeologi del Field Museum, e potrà cambiare il punto di vista sul sito scoperto negli anni '60. Durante gli scavi sono emersi affreschi che indicano una stretta correlazione con la vicina Monte Albán, grande insediamento della regione. Dall'altra però i manufatti ritrovati hanno fatto emergere differenze rispetto a quest'ultima città, e si è quindi attribuita Lambityeco a un'epoca successiva. La nuova analisi però ritorna sul punto concludendo che i due insediamenti erano effettivamente contemporanei.

Quando fu fondata, Lambityeco rifletteva l'architettura di Monte Albán, ma poi, durante l'occupazione, non è più possibile verificare questo, il che riflette il crearsi di una distanza tra i due centri. Gli abitanti di Lambityeco volevano probabilmente differenziarsi. Il monumento in pietra col coccodrillo riflette questo cambiamento, poiché fu spostato. Originariamente era parte di una scala del centro civico e cerimoniale della città, ma fu spostato per collocarsi sulla facciata del nuovo edificio, dove continuò ad avere un valore rituale.

Link: EurekAlert! via Field Museum.


Allevamento di leporidi a Teotihuacán

17 Agosto 2016

Scultura di leporide dal complesso di Oztoyahualco a Teotihuacán. Credit: F. Botas
Scultura di leporide dal complesso di Oztoyahualco a Teotihuacán. Credit: F. Botas

Secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, gli abitanti di Teotihuacán avrebbero allevato lepri e conigli per ricavarne cibo, pelliccia e strumenti in osso.

Analisi dei resti di 134 tra conigli e lepri dall'antica città, confrontati con quelle relative alle moderne specie selvatiche, hanno evidenziato la loro dieta. I primi mostravano prove del consumo di vegetali da coltivazioni umane, ad esempio mais. Gli esemplari con i valori più alti provenivano dal complesso residenziale di Oztoyahualco, dove si sono pure ritrovati segni di macellazione animale e la statua di un leporide.

Poiché grandi mammiferi come capre, mucche o cavalli non erano disponibili per l'allevamento nel Messico preispanico, molti pensano che i Nativi americani non vivessero affatto intense relazioni tra umani e animali, come nel Vecchio Mondo. Risultati come quelli prodotti da questo studio, e verificati per Teotihuacán (che esistette tra l'1 e il 600 d. C. a nord est dell'odierna Città del Messico), dimostrano invece il contrario.

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Bari: il Comune definisce l'atto di acquisto di Villa Giustiniani

PIRP SAN MARCELLO

IL COMUNE DEFINISCE L’ATTO DI ACQUISTO DI VILLA GIUSTINIANI

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È stato sottoscritto ieri, davanti all’ufficiale notarile, l’atto di compravendita del complesso immobiliare di Villa Giustiniani, così definitivamente acquisito al patrimonio comunale per una spesa complessiva di circa 680mila euro (compresivi di oneri fiscali) a carico dei soggetti privati attuatori del PIRP - Programma Integrato di Riqualificazione delle Periferie di San Marcello.

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L’acquisizione dell’edificio storico, del sottostante ipogeo medievale e dell’area verde circostante rientra nella più ampia e articolata operazione di riqualificazione, portata avanti in partenariato pubblico/privato, che nei prossimi anni cambierà il volto del quartiere San Marcello. Il programma, per un importo complessivo di circa 22 milioni di euro, si avvale di risorse private e pubbliche, con il cofinanziamento di Comune di Bari e Regione Puglia.16-07-16 villa Giustiniani

“È stato compiuto un nuovo passo in avanti nell’operazione di riqualificazione che cambierà il volto del quartiere San Marcello di Bari - commenta l’amministratore unico della Debar Costruzioni Spa e presidente di Confindustria Bari e Bat Domenico De Bartolomeo -. Villa Giustiniani, la ‘casa rossa’ del 19° secolo, collocata all’incrocio tra via Fanelli e largo Omodeo, è stata acquisita al patrimonio del Comune di Bari. L’acquisizione di questo edificio storico, che racchiude anche un ipogeo, rappresenta un passaggio importante verso la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico della città di Bari e si inserisce nell’attuazione del Pirp di San Marcello. Il programma prevede un intervento di rigenerazione urbana ampio e articolato, tra cui un edificio pubblico con nuovo parcheggio interrato, due rotatorie, alloggi di edilizia residenziale pubblica, aree pedonali e ciclabili, sistemazione delle aree a verde per il tempo libero e lo sport. Questo è il risultato di una collaborazione proficua tra pubblico e privato che la città di Bari ha intrapreso da diversi anni, in linea con altre città italiane ed europee. Una collaborazione virtuosa con l’amministrazione comunale, che ha visto il coinvolgimento delle imprese del territorio, fra cui, in una fase iniziale l’impresa Mazzitelli e, successivamente, la  Debar Costruzioni Spa, in una nuova visione di sviluppo sostenibile della città”.16-07-16 villa Giustiniani6

La predisposizione del programma degli interventi del PIRP San Marcello ha coinvolto i cittadini che hanno condiviso con i soggetti privati attuatori e l’amministrazione comunale tutti gli interventi.

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Per quanto riguarda nello specifico villa Giustiniani, acquisita l’area, l’amministrazione sta programmando interventi che interesseranno sia gli spazi verdi esterni sia il consolidamento dell’edificio e la sua successiva ristrutturazione, come pure il recupero dell’area dell’ipogeo. Parallelamente, si sta lavorando per individuare possibili fonti di finanziamento e valutare forme di gestione dell’area.

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L’acquisizione della villa Giustiniani al patrimonio comunale rappresenta un passo importante in avanti verso l’attuazione del PIRP. Allo stesso tempo, apre a nuovi scenari di rigenerazione urbana e territoriale costituendo, dunque, il primo tassello di una strategia di valorizzazione dei complessi ipogei, che rientra tra le priorità della politica di rigenerazione urbana e territoriale dell’amministrazione. L’idea è quella di insediarvi un museo degli ipogei, punto di riferimento per una rete di percorsi di connessione tra questi beni nell’area urbana al margine tra campagna e città, in grado di migliorare la qualità urbana a vantaggio dei baresi e di tutti coloro che, per le ragioni più varie, attraversano e visitano la nostra città.

L’amministrazione già dispone di un rilievo laser scanner del sito dell’ipogeo, realizzato nel 2015 dall’Autorità di Bacino, nell’ambito del progetto “Ipogeo Villa Giustiniani”, finanziato dal PO-FESR 2007-2013 (Linea di Intervento 2.3 – Azione 2.3.6 “Miglioramento del sistema dell’informazione, del monitoraggio e del controllo nel settore della Difesa del suolo”, intervento: “Monitoraggio dei dissesti di carattere geomorfologico del territorio pugliese”) di cui è disponibile filmato.

“Villa Giustiniani è il simbolo importante dei risultati di un percorso di cittadinanza attiva - dichiara l’assessora all’Urbanistica Carla Tedesco -. La mobilitazione dei cittadini, tra cui molti esponenti del mondo culturale locale che si opponevano alla realizzazione di un parcheggio, rese possibile, oltre trent’anni fa, l’operazione di salvaguardia dell’area attraverso l’apposizione di un vincolo da parte della Sovrintendenza. Anche per questa ragione le idee progettuali sul futuro di villa Giustiniani prenderanno corpo attraverso un percorso partecipativo in cui vogliamo coinvolgere, insieme agli abitanti del quartiere, le associazioni e le scuole. In attesa della realizzazione dei progetti, metteremo a punto delle iniziative temporanee nell’area verde esterna, che la rendano effettivamente fruibile in tempi brevi e che contribuiscano a costruire l’idea di ciò che lì sarà realizzato. E in questo modo i cittadini potranno percepire e partecipare al cambiamento in atto”.

“Dopo anni d’attesa - conclude il consigliere del sindaco incaricato per le politiche di valorizzazione degli insediamenti rupestri e degli ambienti ipogei Sergio Chiaffarata - l’ipogeo di Villa Giustiniani, un insediamento rupestre di medie dimensioni della tipologia con dromos di accesso, scavato durante il medioevo per le attività rurali, sarà oggetto di recupero, inserito in un progetto di valorizzazione del nostro patrimonio storico-archeologico-artistico che coinvolgerà l’intera area metropolitana. Gli ipogei presenti nel territorio barese rappresentano una unicità di un più ampio discorso sull’habitat rupestre regionale. Un unicum che deve essere protetto e promosso adeguatamente”.

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comune di Bari


Una nuova interpretazione della Pietra runica di Rök

2 Maggio 2016

Per Holmberg, ricercatore presso l'Università di Goteborg, con la Pietra runica di Rök. Credit: University of Gothenburg
Per Holmberg, ricercatore presso l'Università di Goteborg, con la Pietra runica di Rök. Credit: University of Gothenburg

Per Holmberg, ricercatore presso l'Università di Goteborg, propone ora un'interpretazione della celebre Pietra runica di Rök che differisce dalle altre presentate fino a questo momento.
La più celebre pietra runica fu eretta nel tardo nono secolo dell'era volgare, nella provincia svedese dell'Östergötland. Tradizionalmente si ritiene parli di gesta eroiche, sovrani e guerre. Si sono dunque cercate pure relazioni tra colui che incise la pietra, Varin, e i sovrani dei Goti.
Per il nuovo studio, sulla Pietra runica di Rök vi sarebbero invece solo riferimenti al monumento stesso: come avviene per altre pietre runiche, d'altra parte. Il riferimento a Teodorico sarebbe dovuto a un errore nella lettura, come già proposto dal prof. Bo Ralph dieci anni fa. Gli indovinelli presenti non sarebbero difficili da comprendere: quelli anteriori si riferirebbero alla luce solare, della quale ci sarebbe bisogno per leggere la pietra runica; mentre quelli posteriori parlerebbero dell'incisione delle rune e dell'alfabeto runico.
La Pietra runica di Rök insomma conterrebbe un messaggio sulla scrittura, su come questa ci permetta di commemorare i defunti.
Lo studio "Svaren på Rökstenens gåtor: En socialsemiotisk analys av meningsskapande och rumslighet", di Per Holmberg, è stato pubblicato sul periodo scientifico Futhark. International Journal of Runic Studies 6 (2015).
Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via University of Gothenburg


Crocifissione dell’Angelico: in San Marco si presenta la storia del restauro

Crocifissione dell’Angelico: in San Marco si presenta la storia del restauro

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Martedì 19 aprile 2016, alle ore 16 nella Biblioteca monumentale di Michelozzo del Museo di San Marco, sarà presentato il volume La Crocifissione dell’Angelico a San Marco quarant’anni dopo l’intervento della salvezza. Indagini, restauri, riflessioni, curato
da Magnolia Scudieri.
Il libro costituisce il primo numero del 2016 della collana “Quaderni dell’Ufficio e Laboratorio Restauri di Firenze” e, oltre alla curatrice, Stefano Casciu (Direttore del Polo Museale Regionale della Toscana) e a Marilena Tamassia (Direttrice del Museo di San Marco), all’incontro interverranno tra gli altri Cristina Acidini (già Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino) e Simonetta Brandolini d’Adda (Presidente della Fondazione non
profit Friends of Florence); a Marco Ciatti (Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di restauro) il compito di concludere la presentazione.
Il volume intende segnare la continuità di un’attività editoriale, da tempo avviata dalla Soprintendenza e ora proseguita dagli Istituti del Mibact che l’hanno sostituita, tesa a rendere noti in modo agile ad un vasto pubblico gli esiti di interventi conservativi di particolare significato, condotti per la conservazione, la conoscenza e la valorizzazione del nostro patrimonio artistico.
In questo caso non si è voluto presentare solo il risultato, bensì avvicinare il lettore alle problematiche che contraddistinguevano l’opera e farlo entrare nella quotidianità del procedimento seguito, nelle analisi, nelle indagini, nelle verifiche, nelle valutazioni critiche
che hanno guidato l’operatività.
Tale modo di procedere, sempre importante per il coinvolgimento sempre più pieno dei lettori nella dimensione conoscitiva delle opere d’arte, era indispensabile per la Crocifissione dell’Angelico , non solo per lo straordinario valore artistico dell’opera, ma
per la testimonianza che questo affresco rappresenta nella storia del restauro.
La Crocifissione è stata infatti oggetto quarant’anni fa di uno storico intervento che la salvò dal grave degrado allora in atto. Su questo affresco fu applicato un nuovo metodo di restauro, quello detto dell’ammonio-bario, messo a punto dal restauratore Dino Dini e dal
chimico Enzo Ferroni , che consentì di salvarlo lasciandolo sulla sua parete, e che sarà poi diffuso ovunque per la conservazione degli affreschi.
L’ingresso alla presentazione è libero, fino a esaurimento dei posti disponibili.
Firenze, 13 aprile 2016
fonte dati:
POLO MUSEALE REGIONALE DELLA TOSCANA
Lungarno Anna Maria Luisa de’ Medici 4 - 50122 FIRENZE

 

Documentazione: Comunicato
Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone
Crocifissione con i santi, foto da WikipediaPubblico dominio (www.wga.hu).