Storia del Partenone. Un salto nell'Atene del V secolo a.C.

Da millenni domina il paesaggio della città di Atene, proprio lì nel cuore dell'Acropoli, ed è la migliore rappresentazione dell'arte classica. La sue fondamenta sorgono su un precedente tempio raso al suolo dai Persiani nel 480 a.C.: il nuovo edificio, progettato dai migliori architetti dell'epoca, avrebbe dovuto cancellare l'onta di una distruzione già annunciata e proclamare la rinascita della città. Farà molto di più: ne diventerà il simbolo.

L'audacia e l'ambizione di un'opera così imponente sono fondate sulle spoglie di una lunga guerra che ha determinato il destino della Grecia. Le ostilità tra i greci e i persiani andavano ormai avanti da decenni con scontri epocali: Maratona, le Termopili, Salamina e Platea. I rapporti turbolenti tra le due realtà vengono mitigati da una pace che impediva ai persiani di entrare nel Mar Egeo, la cosiddetta pace di Callia. Anche il rapporto tra Atene e i suoi alleati subisce delle modifiche: dopo aver rinforzato la sua egemonia, costituisce la lega delio-attica, nella quale ingloba in un'unica alleanza molte città del mondo ionico e molte delle isole che l'avevano spalleggiata nel corso delle Guerre Persiane. Grazie al ruolo guida che la città assume assieme a Sparta, inizia l'epoca aurea della Grecia. Con l'ascesa al potere dello statista democratico Pericle, Atene diviene la capitale politica e culturale del Mediterraneo.
Nel 443 a.C. prende forma il programma di ristrutturazione dell'Acropoli, grazie alle ingenti somme di denaro di cui poteva disporre la città.

Storia Partenone Acropoli di Atene

Il marmo pentelico

Il Partenone è il primo edificio su cui si concentreranno gli sforzi economici del piano di ristrutturazione di Pericle. Questo grande tempio di ordine dorico, dedicato alla dea Atena Parthenos, viene concepito per accogliere l'enorme statua criselefantina progettata da Fidia. È lungo 70×31 m e non ha un altare davanti a sé. Le processioni e i sacrifici venivano infatti effettuati nell'altare che stava di fronte al vecchio tempio di Atena Polias, proprio adiacente al luogo in cui sorge l'Eretteo.

È costruito con un marmo particolarissimo e splendente, ricavato dalle cave di marmo del Monte Penteli, a circa 15 km dalla città. Per trasportare gli enormi blocchi di marmo sulle ripide pendici dell'Acropoli era necessario utilizzare una tecnica particolare: l'ipotesi più accreditata è quella che prevede un sistema di intelaiature di legno, posizionate intorno alle colonne, che venivano trasportate con i buoi sulla collina a mo' di rullo. Sul luogo di costruzione venivano usate delle gru con un sistema di puleggie per sollevare i blocchi.

La planimetria del tempio presenta delle caratteristiche nuove, perché la fronte non è esastila come ci si aspetterebbe di vedere in un qualunque tempio dorico: la fronte è ottastila, cioè composta da 8 colonne sui lati brevi e 17 sui lati lunghi. Le numerose epigrafi, rinvenute sulla sommità dell'Acropoli, ci consentono di conoscere i nomi dei responsabili di questo cantiere sorto nel 447 e terminato nel 438 a. C.: il "sovrintendente" Fidia era affiancato da due architetti di altissimo valore, Iktynos e Kallikrates.

Commistione stilistica: un esperimento rivoluzionario

La cella del Partenone è suddivisa in due spazi: un ambiente rivolto ad ovest, caratterizzato dalla presenza di 4 colonne di ordine ionico (i cui frammenti sono esposti al Museo dell'Acropoli) che sorreggono le architravi del soffitto ligneo, e utilizzato per conservare gli arredi sacri e il peplo consegnato dalle fanciulle durante la cerimonia sacra delle feste Panatenee; un ambiente ad est, lungo 100 piedi, con un portico continuo che gira intorno alla cella formando un "pi greco" (π) grazie alla presenza di 10 colonne sui lati lunghi e 5 sui lati brevi, concepito in funzione di creare una quinta scenica per abbracciare il simulacro criselefantino della dea Atena Parthenos (di cui rimangono solo copie di età romana: la migliore tra esse è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene). Questa innovazione planimetrica verrà poi presa come modello nei templi eretti successivamente.

Ma la grande novità risiede nella compresenza in un unico edificio, per la prima volta nella storia dell'architettura greca, dei due ordini principali, quello dorico e quello ionico. Esternamente il tempio si presenta come un tempio di ordine dorico, invece nell'opistodomo compaiono le già menzionate colonne di ordine ionico. Anche i fregi, interni ed esterni, propongono una mescolanza di stili: alle metope e ai triglifi, simboli dell'ordine dorico, realizzati sulla sommità esterna del tempio, si contrappone il lungo fregio continuo di ordine ionico che gira attorno ai muri della cella interna.
Fino al periodo precedente, il cosiddetto "stile severo" (480 - 450 a. C.) vi era una rigida distinzione tra i due ordini: Fidia invece ne promuove una sintesi.

L'esaltazione della civiltà: il programma iconografico

Nella mentalità greca non esiste atteggiamento celebrativo che non faccia ricorso al patrimonio mitico. La volontà di Pericle era quella di esaltare la vittoria della piccola città di Atene contro il temibile nemico persiano. Ciascuno dei lati sviluppa un tema mitologico che vede la contrapposizione tra il mondo civile, rappresentato dagli dei dell'Olimpo e dagli eroi greci, e il mondo barbaro rappresentato da figure semiferine e poco civilizzate: ad est campeggia la Gigantomachia; ad ovest, l'Amazonomachia; a sud vi è la Centauromachia; a nord, la guerra di Troia, prefigurazione dello scontro tra Oriente e Occidente. Il progetto iconografico è unitario e coerente, ed è opera di Fidia; ma la sua realizzazione viene affidata a tanti artigiani coordinati dai capi bottega per hanno lavorato sull'Acropoli per ben 15 anni.

I frontoni rappresentano la miracolosa nascita di Atena (sul lato est) e la contesa tra la dea titolare del tempio e Poseidone per il possesso della regione dell'Attica.
Sfortunatamente la maggior parte delle metope risulta danneggiata per la vicenda travagliata di cui il Partenone è stato protagonista nel corso dei secoli. L'edificio è stato tramutato prima in chiesa, poi in sede vescovile e persino in moschea, ma il danno peggiore lo ha subito nel 1687 a seguito di un bombardamento a cui fu sottoposto durante il combattimento tra veneziani e turchi che ha danneggiato irrimediabilmente il programma decorativo quasi nella totalità.

La maggior parte delle metope oggi si trova esposta al British Museum, lì portate dall'ambasciatore britannico Sir Thomas B. Elgin nei primi decenni dell'Ottocento.
Nel fregio interno di ordine dorico viene rappresentata un'unica vicenda: la processione reale che gli ateniesi compivano salendo sulla Acropoli in occasione delle feste Panatenee. Vengono rappresentate tutte le classi sociali ateniesi che convergono sul lato est del tempio, dove si conclude la sfilata. Al centro, sopra la porta principale, sono rappresentate le fanciulle vergini che offrono il peplo sacro ad Atena in presenza degli dei e degli eroi. Tutti i personaggi sono connotati da una grande serenità mentre partecipano a questo rito identitario che celebra la pace, l'opulenza e l'orgoglio che la città è riuscita ad ottenere grazie alla benevolenza divina.

Storia Partenone Acropoli di Atene

Bibliografia:
1) Arte greca. Dal decimo al primo secolo a.C., G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013

2) Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, D. Musti, Editori Laterza, Roma 2006.

3) Από τον λατομείο στον Παρθενώνα, M. Korres, Εκδοτικός Οίκος ΜΕΛΙΣΣΑ, Atene 2000.

4) Parthenon. Power and Politics on the Acropolis, D. Stuttard, The British Museum Press, Londra 2013.

5) Viaggio in Grecia, Attica e Megaride (I), Pausania, BUR, Milano 1991.

 

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi

Una sfumatura nell'arcobaleno dell'Ulisse di Joyce

Oggi vorrei chiedere ai miei lettori, esortandoli ad alzare la mano se, almeno una volta nella vita, hanno lasciato l’Ulisse di Joyce, sbuffando o imprecando, sul comodino senza finirlo.
Lo sapevo, abbassate pure le mani.
È successo anche a me, per ben due volte: la prima perché, arrivata al terzo episodio, non avevo capito niente; la seconda perché, arrivata al decimo episodio, non avevo capito niente.

Quando, però, al secondo anno di università, un mio docente di letteratura inglese mi disse che il fatto di non capirci nulla, nel caso dell’Ulisse, può essere nient’altro che un buon segno, ho ripreso il “mattone” dalla libreria ed ho cominciato a (ri)leggerlo. La prima traduzione che lessi fu quella del 1960 di Giulio De Angelis per Mondadori. Poi, colpita quasi più dalla copertina che dal piacere di averne una seconda edizione tra gli scaffali della libreria, comprai quella del 2015 di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi per Newton Compton.

Non potei fare a meno di notare, anche se non ero e non sono tuttora un’esperta di traduzione (o come si dovrebbe dire, sempre nel caso dell’Ulisse, di straduzione), che più che due differenti traduzioni di uno stessa opera, mi sono sembrati due libri totalmente diversi. Pensai di non averci capito nulla per la terza volta, quindi decisi di abbandonare definitivamente Leopold Bloom e “compagnia bella” per dedicarmi ad altro, magari a quel genere di letteratura che fornisce risposte, anziché offrire nuove domande. Del resto, se la vita è così complicata, perché dovremmo leggere libri, opere che la complicano ulteriormente e che conducono la mente in abissi profondi ed oscuri? È vero che siamo attratti inspiegabilmente da ciò a cui non possiamo dare una risposta e da ciò che non riusciamo a comprendere, ma a tutto c’è un limite (o forse no?).

Purtroppo, però, la mia infinita testardaggine e la profonda seduzione che, come una calamita, mi attraeva verso quella complicata odissea, non mi hanno permesso di abbandonare quelle righe. Ed oggi, a distanza di cinque anni dall’uscita e dalla lettura dell’edizione a cura di Terrinoni, sono grata di non averlo fatto.

Un’altra strada, infatti, si apre all’orizzonte di chi l’Ulisse lo ha letto o vuole cominciare a farlo: sto parlando della nuova traduzione di Mario Biondi, edita da “La nave di Teseo” (1067 pagg., 25 euro). Mario Biondi, scrittore, poeta, critico letterario e traduttore di altre 71 opere, nei Prolegomeni dell’Ulisse afferma: “Dopo aver ripreso più volte in mano il progetto negli anni ottanta e novanta, nel duemila avanzato – essendomi lasciato 71 traduzioni e con esse “un grande avvenire dietro le spalle” – ho creduto di potermi finalmente sentire adeguato al compito, quindi eccolo qui. È un testo di grandissimo fascino, in larga misura anche proprio per le sue oscurità volute o indotte, i suoi giochi di parole, le sue onomaturgie. È del tutto possibile che qualche errore mi sia scappato. Prego il lettore di perdonarmi e di ricordarsi che, gli “errori sono […] i portali della scoperta”.
Del resto, il 16 giugno del 1904, Leopold Bloom non fa altro che errare per le strade di Dublino, incontrando tante altre persone e incontrando, in esse, se stesso.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

“Segnaliamoli, quindi, questi presunti errori, e cerchiamo anche attraverso essi di procedere ad almeno qualcuna delle infinite – e sempre nuove, e capaci di rinnovare lo stupore a ogni lettura – scoperte che questo tempestoso testo consente”, continua Biondi.

E voglio sottolineare alcune parole chiave di questa affermazione, a me molto care: infinite scoperte.
Non è forse vero che, proprio quando si smette di cercare e si abbandona quella frenetica voglia ed incolmabile sete di risposte, si riesce a scoprire qualcosa che si svela davanti ai nostri occhi con significati e volti totalmente nuovi? E come potremmo scoprire, e svelarci a noi stessi senza entrare in contatto con l’altro? Senza sperimentare ciò che percepiamo come “straniero”, come altro rispetto a noi? L’Ulisse, se ci invita a perderci, ci esorta anche a diventare stranieri, ad accettare la diversità e a diventare l’“altro”.

Stranieri lo siamo tutti, anche se non lo ammettiamo quasi mai e facciamo ancor più fatica ad accettarlo, ad accettarci: siamo stranieri a chi ci vive accanto, a chi crediamo di conoscere, a chi non ci conosce e, soprattutto, stranieri a noi stessi: e grazie a questi errori di cui parla Mario Biondi nei prolegomeni, riusciamo a tradurre anche noi stessi. La nostra personalità, il nostro essere, in quanto esseri umani, è aperto a molteplici traduzioni: nessuna giusta o sbagliata, semplicemente diversa. Perché, quindi, non dovrebbero esistere più traduzioni di una stessa opera?

I “quattro Ulisse italiani” (perché non bisogna dimenticare anche la traduzione di Gianni Celati, da alcuni critici non accolta benissimo, per Einaudi del 2013) non potrebbero essere più diversi tra loro, ma nessuna delle traduzioni va ad “ammazzare” o ad eclissare le altre. Sono come sfumature di un arcobaleno dopo la tempesta dell’errore, del vagare di Leopold, del suo e del nostro errare.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

L’Ulisse, quindi, è un’opera costituita, più che da frasi e pagine, da un’intersezione di vie e di percorsi che solo il lettore può costruire, per poi percorrere, con i personaggi. Ed il suo autore non poteva lasciare compito più arduo non solo ai critici, ma anche ai traduttori come Mario Biondi (costretti a misurarsi e a rendere “leggibile”ciò che, ancor più che infinito, è incompiuto o addirittura non ancora cominciato), ed ai lettori, in balia di ciò che percepiscono più grande di loro, ma scritto per e a proposito di loro.

Un altro modo di scrivere Ulysses, titolo inglese dell’opera, potrebbe essere “Youlisses”, perché se è vero che Leopold Bloom è il moderno antieroe dell’Ulisse di Omero, Ulisse è un libro che si rivolge ad ogni “tu” che si appresta a leggere.
Ma Ulysses non riguarda un solo “tu”, ma va ancora oltre: è la coincidenza di tanti opposti “tu”che diventano un bellissimo “noi”. Sono i nostri destini che si incontrano e trovano infiniti modi di coincidere.

arcobaleno Ulisse Joyce
La copertina della nuova traduzione dell'Ulisse di James Joyce, a cura di Mario Biondi, pubblicato da La nave di Teseo


Febbre Jonathan Bazzi

"Febbre": l'esordio dissacrante di Jonathan Bazzi

Il libro di Jonathan Bazzi, Febbre, è chiaro fin dal titolo. Nessun mistero su ciò di cui si parlerà, è tutto cristallino e stranamente semplice. Letterale. Non febbre illusoria, immaginaria o metaforica, ma una febbre reale, viscerale, la protagonista silenziosa di questa cruda autobiografia.

Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via.

La storia di Jonathan inizia in un momento cruciale della vita, quando inizia ad avere la febbre. Una cosa di poco conto, pensa all'inizio, come ne succedono tante. La sua vita di insegnante di yoga laureato in filosofia continua assecondando la malattia, appoggiandosi al compagno Marius. Ma la febbre non passa. Una stanchezza prepotente diventa ben presto l'unica sensazione che prova, insieme a freddo, caldo, sofferenza.
L'ansia divora lentamente Jonathan, che occupa le sue sempre più scarse energie in lunghe ricerche su internet. Fa propria ogni informazione, dalla più attendibile alla più favolistica con la devozione di chi attende un responso oracolare. Almeno finché non arriva il verdetto di sieropositività. Com'è successo?

La vita di Jonathan Bazzi inizia a Rozzano, cencioso 'ghetto' alle porte di Milano a cui non sente mai di appartenere. Si vergogna della casa popolare in cui vive, del quartiere decadente in cui abitano solo ex carcerati, prostitute, tossici, i derelitti della società. Auspica ad una vita a Milano, e quando alla fine la raggiunge, si trova a contemplare come dietro ad un vetro un mondo dei ricchi, degli snob, che gli ricordano in ogni momento da dove viene, quanto sia diverso.
La sua infanzia è vissuta tra i tradimenti del padre, il bullismo a scuola, e con la sensazione di non poter contare su nessuno esclusa sua madre Tina, l'unica a rimanergli vicina, sacrificando sé stessa più e più volte.

Il racconto si svolge su due linee temporali parallele, presente e passata, che si alternano tra loro in una narrazione senza alcun filtro, potente e verace ad ogni costo, anche a patto di essere fastidiosa. I frammenti della  giovinezza traviata sono l'anticamera alle lunghe digressioni sulla malattia, che lascia terreno fertile alla sua ansia innata ("Cosa avrò? Perché questa febbre non va via? Avrò un tumore? La SLA?"). Un'ansia che paradossalmente si attenua con la scoperta di aver contratto l'HIV. Almeno ora la febbre ha un nome, richiede una procedura precisa, concede un po' di rigorosa tranquillità all'immaginazione ipocondriaca di Jonathan.

Ad un certo punto del romanzo, l'HIV, la febbre, i sintomi sembrano quasi non avere più importanza, e fanno nascere la sensazione che tutti questi risvolti 'fisici' non siano che un pretesto dell'autore per ragionare su se stesso. Infatti nel momento in cui viene scoperta, la malattia finisce in secondo piano, mentre ciò che prima era sullo sfondo ora urla attenzione: i fantasmi di un passato ingiusto superano le angosce attuali, e si muovono sullo scenario di una società implacabile, così profondamente infetta che pare quasi un'estroflessione della condizione di Jonathan.

Jonathan Bazzi firma così un esordio feroce, a cui è difficile rimanere indifferenti. Scuote e sconvolge il lettore dalle prime pagine con il ritmo  frenetico di chi non ha tempo, deve andare subito al punto. Ogni ipocrita censura nel parlare di morte, sangue, sesso è bandita. Non servono eufemismi per questo, così come non servono per ricercare la causa di una malattia di cui non si conosce l'origine, o per accettare se stessi.

Febbre Jonathan Bazzi
La copertina del libro autobiografico Febbre di Jonathan Bazzi, pubblicato da Fandango Libri

 

Febbre di Jonathan Bazzi è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Si ringrazia Fandango Libri per le foto di Jonathan Bazzi.


Lucrezia Borgia Bartolomeo Veneziano lettere

L'intelligenza delle mani: un video ci mostra il restauro delle lettere di Lucrezia Borgia

Entrare in un laboratorio di restauro, per chi non l’ha mai fatto e per mestiere si occupa d’altro, è un’esperienza davvero curiosa.

Può cambiare in modo drastico il nostro modo di guardare all’arte, alle opere, agli oggetti che chiamiamo “patrimonio”.

Il merito di operazioni come quella messa in atto dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il Turismo attraverso il proprio canale YouTube sta proprio nell’aprire a tutti esperienze altrimenti precluse.

In questo caso un video ci consente di fare qualcosa che al pubblico di “non addetti ai lavori” è di regola precluso: entrare nel laboratorio di restauro dell’Archivio di Stato di Modena.

Assistiamo a tutte le operazioni necessarie alla conservazione di documenti davvero eccezionali: le lettere autografe di Lucrezia Borgia.

Se la forza di un nome e della leggenda che lo accompagna fanno presa sul nostro immaginario, sapere che Lucrezia può ancora parlare per se stessa, farci conoscere i suoi pensieri attraverso la parola scritta ci fa toccare con mano l’immenso valore culturale dei nostri archivi.

Lucrezia Borgia
Bartolomeo Veneto, dipinto tradizionalmente ritenuto di Lucrezia Borgia. Immagine Web Gallery of Art, in pubblico dominio

Ma credo che la cosa più scioccante per chi assiste per la prima volta a questo tipo di procedure sia percepire quanto questi beni, a cui giustamente assegniamo un altissimo valore culturale e quindi simbolico, siano, nella loro nuda essenza, oggetti.

Prima di tutto, materia. Materia che si bagna e si asciuga,  inchiostro che si scioglie, più o meno facilmente, bordi che si sfrangiano e possono essere ricomposti. Credo che la naturalezza con cui i restauratori maneggiano queste carte (ma lo stesso vale per dipinti, ceramiche, oreficerie …) sia davvero istruttiva, soprattutto per studiosi e storici dell’arte, troppo abituati a trasformare gli oggetti in veri e propri feticci.

Foto di Michal Jarmoluk

 

Così vediamo la carta (una carta cinquecentesca, bellissima e solida nella purezza delle fibre di cotone e tanto lontana dalla fragile acidità della cellulosa moderna) venir completamente immersa in una vasca d’acqua distillata. Poi tirata su, distesa su quello che pare un comunissimo leggio di plastica e generosamente spennellata di colla.
Attenzione, la restauratrice, Maria Antonietta Labellarte, parla di colla: si tratta in realtà di un materiale per il consolidamento della carta (Tylose) che ha la capacità di ridare densità alle fibre ma non ha nulla a che vedere con la nostra idea casalinga di cosa sia la colla! Il restauro è così: prodigi della chimica si accompagnano a gesti di sapienza artigiana.

Vediamo maneggiare con perfetta naturalezza la copertura che protegge il sigillo originale apposto da Lucrezia alla sua missiva, per arrivare al momento in cui, armata di bisturi, la restauratrice procede a “scarnificare” la carta giapponese in eccesso per restituire il documento agli occhi e alle mani di chi vorrà consultarlo.


Foto di Alessio Fiorentino

Perché a questo servono i documenti, e altrimenti troppo del loro valore andrebbe perso. Alcune operazioni che si vedono nel filmato, come il consolidamento con la stesura di Tylose o la ricostruzione dei margini persi attraverso un’integrazione in carta di riso, potrebbero anche non servire. Se il documento fosse conservato in un cassetto, magari al buio, e nessuno dovesse toccarlo, prenderlo in mano, movimentarlo, leggerlo.

Ma una lettera è scritta per essere letta, un documento ha valore perché ci racconta la storia e ce la racconta senza mediazioni. Le lettere di Lucrezia Borgia stanno in mano nostra come stavano cinquecento anni fa tra le mani di chi le aveva ricevute.

A questo serve il meraviglioso lavoro dei restauratori: ad evitare che le opere diventino aridi feticci, e siano sempre parte viva della nostra cultura, quindi della nostra vita.

Foto di Sear Greyson

Per questo sono determinanti iniziative come il progetto “Cantiere Estense” per la valorizzazione, il restauro e la riqualificazione delle eccellenze architettoniche e paesaggistiche  del territorio compreso tra Emilia-Romagna e Garfagnana (tra cui anche beni coinvolti nel sisma del 2012) grazie al quale sono stati possibile questo e molti altri restauri.

Per questo è importante raccontarli e farli vedere attraverso iniziative come la pagina, voluta dal Ministero, “La cultura non si ferma”, che raccoglie molti materiali di grande interesse in un database che di per sé diventa patrimonio.


Pantagruel Alissa Ciccarelli pane 4

In principio era “Il pane”: il nuovo libro-rivista Pantagruel

Pantagruel” è il nome di una rivista decisamente inusuale, nuova nata in casa (editrice) La Nave di Teseo; inusuale è anche la scelta di iniziare col numero zero della prima pubblicazione: zero, non uno, poiché indica l'origine di un'idea, anarchica nel suo genere.

Il titolo stesso racchiude in sé diversi significati e influssi. Come scrive la direttrice Elisabetta Sgarbi nelle prime pagine, esso richiama alla memoria la storica rivista “Panta”, fondata tra gli altri da lei e Pier Vittorio Tondelli agli inizi degli anni novanta; il rimando rabelesiano, inoltre, mette in chiaro l’intento di non circoscrivere argomenti, stili e temi trattati in un unico filone ma, al contrario, di svilupparli in ogni maniera possibile e da vari punti di vista (romanzato, saggistico, fotografico, pittorico). Dunque “vocazione al disordine” e “voracità” sono inevitabilmente caratteristiche intrinseche di ogni numero tematico del libro-rivista.

Come primo argomento scelto, o argomento “zero”, troviamo “Il pane”: il pane come elemento essenziale ma che contemporaneamente racchiude in sé innumerevoli storie e culture; malleabile di fatto ma statuario in senso ideologico, esso viene così rappresentato dai diversi autori, invitati a contribuire con una propria personalissima variazione sul tema.

Pantagruel Alissa Ciccarelli pane 4

A riprova di questa “fusione tra diverse arti”, per la copertina viene scelta una rappresentazione di Giorgio De Chirico ("Le salut de l'ami lointain", 1916, olio su tela, collezione privata), avente come soggetto il tipico pane ferrarese, la cosiddetta “coppia”. Il pittore stesso, nelle sue Memorie, risale alle origini della sua metafisica: quando, passeggiando per le strade della sua città natale, si imbatteva nelle vetrine dei forni, allestite con biscotti e dolci dalle forme più disparate (un rimando degno della madeleine proustiana); l’immagine in copertina ci si concede allora come la fessura di una porta dalla quale poter sbirciare all’interno.

E così, per questo innovativo progetto editoriale, si potrebbe concludere (o iniziare, a seconda della prospettiva) esclamando: “in principio era il pane, e luce fu!”

Pantagruel Alissa Ciccarelli pane
La copertina del numero zero di Pantagruel, dedicato al tema Il pane, pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo

 

Tutte le foto del numero zero di Pantagruel, dedicato al tema del pane, sono di Alissa Ciccarelli


tirannide

La nascita della tirannide: da capi del popolo a lupi famelici

LA NASCITA DELLA TIRANNIDE

da capi del popolo a lupi famelici

Nella Grecia antica, il tiranno era colui che si proclamava signore di una città, assumendone qualsiasi tipo di potere, sia civile che militare. Il termine è probabilmente di origine anatolica e significa appunto signore. La parola, che non è presente nei poemi omerici, ricorre, ad esempio, in Archiloco, Semonide, Solone, Alceo e Teognide. Nelle Storie di Erodoto, il lemma τύραννος non ha ancora l’accezione negativa che acquisirà in seguito.

A partire dalla seconda metà del V secolo a.C., il termine allude ad un dominio esercitato senza il consenso dei cittadini. Si inizia ad identificare con τυραννίς ogni forma di regime non fondata su un libero patto costituzionale e sorta in modo rivoluzionario.

La tirannide era percepita ad Atene come un disvalore assoluto e la paura del tiranno era un sentimento diffuso, che contribuiva al rafforzamento dell'identità collettiva della πόλις.

tirannide
I tirannicidi Armodio e Aristogitone uccidono Ipparco. I liberatori, col loro martirio divennero simboli della riacquistata democrazia in contrasto col precedente stato di tirannide. Da uno stamnos attico (470-450 a. C.) del pittore di Siriskos, immagine dalla tav. 12 del vol. XLI (1883) di Archäologische Zeitung, Deutsches Archäologisches Institut, a cura di Eduard Gerhard, Ernst Curtius, Max Fränkel; Berlino, 1884.

Le tirannidi nacquero e si svilupparono principalmente nel corso del VII secolo a.C., un periodo di forti trasformazioni sociali, in cui vari fattori contribuirono al diffondersi di idee nuove, significative per la crescita dello spazio pubblico nella gestione cittadina.

I tiranni si inserirono entro il contesto delle lotte per il potere delle varie aristocrazie, di cui facevano parte, ma dalle quali erano generalmente emarginati. Trovarono spesso appoggio nel ceto degli opliti e grazie a questi riuscirono ad instaurare un potere fortemente personale. La tirannide ebbe successo perché i suoi rappresentanti seppero sfruttare il desiderio di riscossa sociale del popolo e delle classi meno abbienti, che, ad esempio, non venivano incluse nella ridistribuzione delle terre.

Anche se non furono né dei legislatori né dei veri e propri riformatori, i tiranni favorirono l'isonomia ed accelerarono la crisi dei regimi aristocratici ed oligarchici. Ciò non toglie, comunque, che alcuni tiranni diedero un taglio dispotico al loro regno.

Platone tratta a fondo il tema della tirannide nella Repubblica. In maniera particolare, nell’VIII libro, alcune sezioni sono dedicate interamente alla nascita di questa forma di governo (562a-566d). In questo libro, Glaucone chiede a Socrate di riprendere il discorso interrotto all’inizio del V libro. Socrate, infatti, stava per illustrare i differenti tipi di costituzione in relazione ai diversi tipi di personalità umana, sulla base del principio che la giustizia per il singolo ha il medesimo significato della giustizia per la πόλις. Ci sono tante specie di uomini quante costituzioni, perché le πολιτειαι nascono dai costumi dei cittadini (Resp., VIII, 544d). All’aristocrazia, la πολιτεία migliore, si aggiungono quattro forme costituzionali degeneri: la timocrazia, l’oligarchia, la democrazia e la tirannide. Quest’ultima, secondo Socrate, nascerebbe proprio dalla democrazia (Resp., VIII, 562a).

Incalzato dal suo interlocutore, Socrate spiega che la trasformazione della democrazia in tirannide sia dovuta, come nel caso dell’oligarchia, al bene fondamentale che i cittadini si propongono di tutelare. L’oligarchia viene instaurata per privilegiare la ricchezza, ma sono proprio l’insaziabilità di ricchezza e la negligenza di ogni altra cosa per la dedizione agli affari a causarne la rovina. Allo stesso modo, la democrazia, nata per tutelare la libertà, muore per l’eccesso di questo bene, aprendo la strada alla tirannide (Resp., VIII, 562b-c).

Socrate rimpingua il discorso di immagini straordinarie, descrivendo una città democratica assetata di libertà, ma guidata da governanti simili a cattivi coppieri, incapaci di mescere il vino, metafora della stessa libertà, e, di conseguenza, responsabili dell’ubriacatezza della comunità, non più in grado di farsi guidare dalla ragione e volta ad accusare i capi di essere abominevoli oligarchi. Se la libertà non viene mescolata con l’autorità, inoltre, i cittadini coprono di insulti coloro che obbediscono ai governanti, definendoli schiavi e nullità. Vorranno, al contrario, governanti simili a sudditi e sudditi simili a governanti (Resp., VIII, 562d).

Aristofane
Aristofane, busto dalle Gallerie degli Uffizi, Firenze. Foto in pubblico Dominio

Se il principio di libertà efferata viene esteso a tutto, viene generata l’anarchia, destinata a radicarsi nelle case e a diffondersi persino tra gli animali (Resp., VIII, 562e). Glaucone appare scettico e chiede a Socrate di esemplificare quanto enunciato. Socrate, di conseguenza, si sofferma su una situazione ben presente soprattutto ai commediografi attici del V secolo e, in particolare, ad Aristofane nelle Nuvole. Espone, infatti, l’annullamento di una presunta gerarchia sociale, tanto da parlare di padri che diventano simili ai ragazzi e che temono i figli, che, a loro volta, non temono e non rispettano i loro genitori. In questa situazione, anche i meteci, stranieri di condizione libera che risiedevano nella πόλις, ma senza godere di importanti diritti riservati ai cittadini, si eguagliano ai cittadini con pieni diritti e viceversa, come accadrà per gli stranieri (Resp., VIII, 563a).

Appare certamente evidente, soprattutto in merito al rovesciamento dei ruoli in ambito familiare, il parallelo con i personaggi aristofanei di Strepsiade e Fidippide. Il ragazzo perdigiorno e amante delle corse di cavalli arriverà a picchiare Strepsiade, il padre, e a dimostrare che ciò sia giusto, in virtù di nuovi valori introiettati per mezzo della lezione dei Sofisti, rappresentati, paradossalmente, da Socrate e dalla sua scuola, che, alla fine della commedia, tra le grida del coro, Strepsiade incendierà.

Socrate, in questo passo platonico, descrive e condanna una situazione degenere, che, però, come si è visto, sarà accusato di aver favorito dal punto di vista aristofaneo.

Continua a presentare gli esiti negativi di un governo democratico e, nel farlo, parla di maestri che temono gli alunni e li adulano e, in questo modo, di allievi che non tengono in nessun conto i maestri e i pedagoghi. I giovani, poi, competono con gli anziani e i vecchi imitano i ragazzi per compiacerli (Resp., VIII, 563a-b).

L’estremo limite della libertà di massa, per Socrate, viene raggiunto quando gli schiavi non sono poi meno liberi di chi li ha acquistati e quando le donne, a livello legale, eguagliano gli uomini (Resp., VIII, 563b). Da queste parole sulla condizione servile, emerge la chiara critica conservatrice che aleggia sull’Atene democratica e che è ben riportata in Pseudo-Senofonte Costituzione di Atene I 10-11. Anche Strepsiade, nel prologo delle Nuvole, lamenta l’eccessiva sfrontatezza degli schiavi, determinata da una libertà ormai invalsa nell’Atene democratica e sostenuta dalle vicende della guerra del Peloponneso. Il discorso viene spostato sugli animali domestici, esasperando, con immagini bizzarre, un eccesso di libertà che pervade tutti gli ambiti e caratterizza negativamente la città. Il riferimento al capoluogo attico è confermato dai lapidari interventi di Glaucone (Resp., VIII, 563d).

Questa insaziabilità di libertà porta al fatto che i cittadini non rispettino più le leggi, esecrando qualsiasi grado di asservimento e ritenendolo intollerabile (Resp., VIII, 563d). E’ proprio da qui che nasce la tirannide. Ecco che la democrazia, per via di un eccesso di licenza, viene trasformata in schiavitù. L’eccesso di libertà viene paragonato, con un’immagine molto suggestiva, ad una malattia, che uccide le costituzioni (Resp., VIII, 563e-564a). Socrate, dunque, si sofferma sul concetto, basilare per comprendere questa parte di dialogo, che da una estrema libertà non possa che emergere una estrema schiavitù. La tirannide, dunque, è annidata nei regimi democratici (Resp., VIII, 564a).

A questo punto, Socrate, ritornando su un quesito formulato da Glaucone in 563e5, entra nel vivo della questione, soffermandosi sull’esatta natura della malattia che riduce la democrazia in schiavitù.

Socrate, nella fattispecie, individua due gruppi letali. Tra uomini oziosi, si riconosce una categoria più coraggiosa, composta da fuchi1, e una categoria meno virile, priva, cioè, di pungiglione. Una volta nati, in qualsiasi forma costituzionale, questi gruppi arrecano non pochi disturbi al corpo dello stato (Resp., VIII, 564b-c). Nel riferimento al flegma e alla bile che ammorbano una città paragonata ad un corpo, si riconosce la celebre metafora fisiologica che tanta fortuna avrà nel mondo greco e nel mondo latino. Si ricordi, a tal proposito, il celebre apologo di Menenio Agrippa in Livio II, 32 o l’immagine adoperata da Marco Terenzio Varrone per descrivere l’ultimo secolo della Res publica romana, infettata da una ferita sanguinolenta causata dalla frattura della civitas, martoriata dai conflitti fra le varie factiones e stremata dalle guerre civili. Socrate vede la πόλις bisognosa di cure da parte del buon medico e del legislatore, paragonando il loro operato a quello del saggio apicoltore, che deve eliminare sul nascere ogni pericolo per il suo alveare (Resp., VIII, 564c).

A questo punto, ricorrendo ad una tripartizione tracciata in Euripide Supplici 238-45, Socrate divide la città democratica in tre gruppi (Resp., VIII, 564d-565a). Identifica i parassiti che cercano di arricchirsi con la vita politica, i ricchi e il δῆμος, la massa del popolo composta da persone che lavorano, non si occupano di politica e non hanno grandi proprietà, ma che, quando si radunano, rappresentano il gruppo più numeroso e potente.

Nel primo gruppo, Socrate riconosce, con qualche eccezione, il motore principale della democrazia. Tra questi personaggi, viene individuata un’ala più dedita all’azione e un’ala composta dalla claque demagogica, che non ammette posizioni diverse dalla propria (Resp., VIII, 564d).

Il primo gruppo ottiene l’appoggio del δῆμος contro i ricchi, per impossessarsi delle loro sostanze (Resp., VIII, 565a). I ricchi, a loro volta, cercando di difenderle, diventano oligarchici, se già non lo erano prima. A quel punto, sorgono denunce, processi e controversie in gran numero e il popolo concede poteri straordinari ad un solo capo (Resp., VIII, 565b-c). Il προστάτης riesce ad imporsi all’attenzione collettiva ed è da questo personaggio che sorgerà il tiranno. In 565d, Socrate afferma esplicitamente di individuare l’origine del tiranno nella radice del capo del popolo. Per spiegare la trasformazione da capo a tiranno, Socrate ricorre, allusivamente, al mito raccontato a proposito del santuario di Zeus in Arcadia (Resp., VIII, 565d). Si fa riferimento al mito di Licaone, riportato anche da Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi, che narra la triste vicenda del re Licaone, punito da Zeus con la trasformazione in lupo per aver sacrificato un bambino. Questo mito, tra l’altro, è stato messo in rapporto con i sacrifici umani che si svolgevano in Arcadia in onore di Zeus Liceo.

Si mette dunque in relazione la trasformazione di Licaone in lupo alla trasformazione di un capo del popolo in tiranno. Il capo del popolo, infatti, avendo ottenuto il controllo di una folla docile, manda a morte uomini, esilia e compie ogni tipo di nefandezza, adombrando una condotta scellerata e tenendo aggiogato il popolo con promesse di remissioni di debiti e spartizioni di terre. Dopo aver commesso questi crimini, la trasformazione in tiranno/lupo è assolutamente inevitabile (Resp., VIII, 565e-566a). La potenza dirompente di queste parole e l'incisività atemporale delle immagini ricreate si insinuano nelle crepe del nostro presente, rintracciando meccanismi disgraziatamente familiari e troppe volte trascurati. Costantemente nutriamo i lupi di cui ci parla Platone con la nostra stessa carne. Alimentiamo la nostra rovina e, illusoriamente, crediamo di allontanare retaggi totalitari, senza considerare le nubi nere che sovrastano i nostri tempi. Acclamiamo chi ci spinge, giorno dopo giorno, verso il baratro, implorando libertà da spietati carcerieri. Platone ci riguarda. L'antichità ci riguarda. Non possiamo dirci contemporanei del nostro presente senza lasciarci guidare dalle voci distinte di mondi passati, che rivivono nei passi della Storia.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

Nel dialogo platonico, la descrizione di una massa del tutto inerme e influenzabile, sobillata dalle angherie di capi dall’agire ferino, richiama alla memoria immagini esopiche, associabili al contesto e alla sfera semantica ricreata da Socrate. Il προστάτης, evidentemente, cercherà di approfittare della sua posizione per arricchirsi a scapito degli altri e per schiacciare i propri avversari. Si farà dei nemici che cercheranno di ucciderlo e questo sarà il pretesto col quale chiederà al popolo una guardia personale (Resp., VIII, 566b). Non si può omettere, a questo punto, l’esplicito riferimento alla celebre richiesta da parte di Pisistrato, rintracciabile in Erodoto I 59.4-5 e in Aristotele Costituzione di Atene 14.2. Il popolo, concedendo una guardia armata al tiranno, non fa altro che innescare un clima golpista, segnato da violenza e sangue, mirato ad eliminare cittadini per espropriarli delle proprie ricchezze. Nell’argomentazione socratica, viene ripreso l’oracolo della Pizia citato in Erodoto I 55.2 (Resp., VIII, 566c).

Anfora attica a figure nere (530-525 a. C.), con la guardia di Pisistrato. Museo Archeologico Nazionale di Atene, inv. no. 15111. Foto di Zde, CC BY-SA 4.0

Il προστάτης non è più un cittadino come gli altri, perché dispone di una forza armata personale. Egli, di conseguenza, non giace al suolo come Patroclo, colpito letalmente da Ettore in Iliade XVI 776, ma, trionfante, si erge sul carro, avendo sbaragliato le ultime resistenze e portato a compimento la trasformazione da capo a tiranno (Resp., VIII, 566d).

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Pisistrato torna ad Atene, al suo fianco una donna travestita da Atena (come narrato da Erodoto). Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

L’esito della democrazia è dunque, per Platone, la violenza della tirannide. Sta a noi impedire che questa degenerazione avvenga, accogliendo moniti pericolosamente ignorati e mai come adesso imploranti ascolto.

James Barry (1741-1806), Crowning the Victors at Olympia, terzo della serie 'The Progress of Human Culture and Knowledge', dettaglio del carro, con Gerone I di Siracusa, c.1777-84 (olio su tela). Immagine © R.S.A, London, UK; The Bridgeman Art Library

1 564d2, trad. Di M. Vegetti, in M. Vegetti (a cura di), Platone. La Repubblica, Rizzoli, Milano, 2006.


Almarina Valeria Parrella

Almarina, un'esperienza quasi onirica

Ho letto Almarina di Valeria Parrella senza aver volutamente letto recensioni e neppure la trama, perché volevo scoprire da sola cosa si nascondesse dietro l'elegante copertina Einaudi.

Ho trovato un libro che mi ha affascinato fin dalla prima pagina per la scrittura densa e immaginifica. Almarina è la storia del rapporto tra la protagonista, Elisabetta, una docente di matematica nel carcere minorile di Nisida, e una giovane detenuta di origine rom, Almarina. Elisabetta, la cui vita personale è stata sconvolta dalla perdita del marito e dal rimpianto di una maternità mancata, dà tutta se stessa al suo lavoro e soprattutto alle e ai giovani del carcere, facendosi assorbire dalla trappola del lavoro-missione. La sua storia, come al centro del romanzo fa presente il direttore del carcere, potrebbe essere quella di tante persone che entrano in contatto con la realtà carceraria e che a un certo punto si convincono di poter salvare che è dentro, offrendo una vita diversa e forse una strada di redenzione. Ma Elisabetta ha una resistenza e una tenacia che la rendono eccezionale: la forza del legame materno e viscerale che la lega sempre di più ad Almarina la porteranno a perseguire, come in una favola, il suo obiettivo di redenzione e liberazione.

Ma liberazione di chi? Perché in questo racconto, forse quella più libera è Almarina, che trova un suo spazio di autonomia proprio all'interno del carcere, lontana da un passato doloroso, da una vita di privazione e di stenti, da un padre violento. E forse è questo che attira Elisabetta sopra ogni altra cosa, la prospettiva di trovare un senso anche alla propria libertà attraverso il rapporto con la giovane.

Non è un caso che le protagoniste siano entrambe donne, perché c'è un altro politico filo rosso che percorre questo romanzo di sommesso impegno civile, quello del rapporto di sorellanza, che anche fra generazioni e classi diverse, lega le donne, poiché, anche se con diversi gradi di coscienza, patiscono la medesima oppressione da parte della società.

Il romanzo, però, pur scrivendo una storia tanto plausibile da sembrare ordinaria, racconta le vicende con una scrittura che produce immagini e sogni, proprio come un racconto sospeso nel tempo del "c'era una volta". Lo stile è proprio il punto di forza che fa dell'esperienza delle protagoniste, documentata quasi quanto un reportage giornalistico (Valeria Parrella inserisce persino stralci di composizioni scritte da giovani detenuti durante un laboratorio che lei ha tenuto in carcere), una storia che parla di tutte e tutti.

Almarina è una lettura densa, ma allo stesso tempo tanto affascinante che si legge in un fiato perché è quasi impossibile non rimanere incantate/i dalla sinergia tra storia e stile.

La copertina del romanzo Almarina, di Valeria Parrella, pubblicato da Giulio Einaudi Editore (2019) nella collana Supercoralli

Almarina di Valeria Parrella è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.


Maramonte

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

Maramonte
Interno della cattedrale di Otranto, che ai tempi dei Maramonte doveva apparire ben diversa. Foto di Lupiae, CC BY-SA 3.0

È il 20 febbraio 1305. Disposti su doppie file di seggioloni di legno a ridosso delle pareti della sala grande della residenza vescovile di Otranto si assiepavano una ventina di canonici con i loro abiti corali ricamati a balze di seta colorata. Assiso nel mezzo su un piccolo trono marmoreo, l’arcivescovo Giacomo Maramonte sedeva vestito di abiti sfarzosi, una tunica violacea ricamata con fili dorati e azzurri e il saturno ricamato con oro e seta rossa, le chiroteche violacee e dorate alle mani, il pallio bianco che spiccava sul petto e sulle spalle. La sala non era molto grande e buona parte delle pareti restavano al buio, nonostante la luce pallida del sole invernale salentino. Le pareti erano affrescate con teorie di santi secondo lo schematico stile bizantino. L’aria era tesa mentre l’avvocato della curia e della chiesa otrantina sciorinava le formule di rito. Tutti attendevano con paziente silenzio che si giungesse alla determinazione della sentenza.

Finalmente furono pronunciate le fatidiche parole: scomunicato. La soddisfazione iniziò a circolare sul volto di alcuni; qualcuno tra i presenti borbottò nel suo greco salentino parole di soddisfazione. Nulla, invece, dal lato del condannato, il cui seggio era e rimase vacante per tutto il tempo. L’avvocato della curia continuò impassibile la lettura del dispositivo di sentenza e comunicò l’adozione del divieto per il condannato di godere di ogni carica e di ogni beneficio ecclesiastico. Un altro sottile mormorio di soddisfazione accolse quelle parole.

Particolare del mosaico della Cattedrale di Otranto, con l'immagine di un uomo legato all'inferno e Satana. Foto di Palickap, CC BY-SA 4.0

Ancora qualche minuto e tutto si concluse. A quel punto, Giacomo diede l’ordine al notaio di apporre il proprio sigillo verde sulla pergamena dove era stata vergata la sentenza. Era a suo modo soddisfatto, anche se un certo disagio sembrava adombrare la sua risolutezza. Quel processo gli sembrava l’unica soluzione per uscire dal caos nel quale il condannato, Tommaso Maramonte, aveva fatto precipitare la chiesa otrantina e mezzo Salento1.

Così si consumava la giustizia della Chiesa contro un uomo, Tommaso, qui dicitur archidiaconus Brundusinus (cioè che si definisce arcidiacono di Brindisi) e si metteva fine a una vicenda che ha a tratti dell’incredibile per la pervicacia della violenza che la caratterizzò. La chiesa otrantina scomunicava quest’uomo e ne deplorava il comportamento con una gelida diminutio dallo stato clericale resa con una relativa dubitativa (si dice che sia arcidiacono, ma non è sicuro!) che in qualche modo fa vacillare ogni certezza sullo scomunicato. Chi è questo Tommaso? E soprattutto, cosa aveva commesso per ricevere tale dura condanna dal plenum della chiesa otrantina?

La minuziosità e il puntiglio solito delle carte processuali medievali ci aiuta a ricostruire le vicende andando indietro di oltre dieci anni, periodo nel quale tale Tommaso ebbe modo di forgiare la sua carriera criminale. Sappiamo dagli atti che questi apparteneva alla famiglia dell’arcivescovo e che godeva di un canonicato nel capitolo della cattedrale di Otranto. È piuttosto probabile che questi era stato nominato e consacrato proprio da Giacomo, a sua volta asceso al soglio arcivescovile di Otranto nel 1284 per iniziativa del potentissimo delegato papale Gerardo Bianchi2.

La fine della via Appia, segnalata da una colonna, in corrispondenza del Porto di Brindisi. Foto di Jeronimus72, CC BY-SA 3.0

Nonostante il favore del potente parente, Tommaso non dimostrò la giusta propensione per la vita religiosa, anzi. La sua carriera criminale iniziò molto presto, poiché veniamo a sapere che mise insieme una banda di facinorosi suoi pari coi quali molestava le donne in pubblico, picchiava gli stranieri e si dedicava ad attività contrarie al suo status religioso. L’apice di quel primo periodo di malefatte fu il brutale omicidio del portolano di Otranto, Hugo Gallicus, picchiato e seviziato a tal punto da spirare dopo pochi giorni. Il fatto fece scalpore, perché a morire era stato un ufficiale regio, per di più ultramontano (cioè proveniente dai domini francesi della famiglia reale del tempo, gli Angiò).

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Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo, sovrano ai tempi dei Maramonte. Immagine in pubblico dominio

Se fino a quel momento tutti avevano finto di non vedere, dinanzi a quel fatto la curia otrantina fu costretta a muoversi, con molto cautela (cautius) come si precisa nel documento. Nel settembre 1291 l’istruttoria giunse a compimento e fu emanata una prima sentenza di scomunica, valida per sette anni; contemporaneamente Tommaso fu spogliato di qualsiasi beneficio, tra cui il titolo di canonico e la relativa rendita di una masseria, Castrignano. La condanna divenne immediatamente operativa, per cui Tommaso si ritrovò improvvisamente senza appoggi e senza rendita.

Per rifarsi, decise di lasciare Otranto e riparò a Brindisi, dove gli effetti della scomunica non l'avrebbero raggiunto. Qui riuscì ad attirarsi il favore dell’arcivescovo locale, Adenolfo, grazie al quale divenne canonico della sua cattedrale. Non sappiamo come riuscì nell’impresa, eppure Tommaso si considerava ormai al sicuro.

La notizia giunse a Otranto, dove Giacomo credeva di essersi liberato di quell’imbarazzante parente e, invece, fu costretto a riprendere in mano la questione. Era intollerabile che un omicida scomunicato potesse condurre una vita agiata e continuare a godere della protezione ecclesiastica. L’arcivescovo scrisse missive al suo omologo, ma invano. Adenolfo non ne voleva sapere di rimuovere il chierico scomunicato. Fu una decisione scellerata: Tommaso, infatti, sfruttò quell’insperata protezione per riorganizzare la propria banda di malviventi e organizzò una spedizione punitiva contro Castrignano; depredò tutti i beni mobili e portò via gli animali. In seguito, s’impossessò dei beni dell’arcidiacono di Oria, città soggetta all’arcivescovo di Brindisi, il quale aveva lasciato alcuni suoi beni ai canonici otrantini.

Maramonte
La Cattedrale di Brindisi oggi. Foto di Mentnafunangann, CC BY-SA 4.0

Il salto di qualità giunse con l’arrivo alla cattedra di Brindisi del capuano Andrea Pandone. Questi nominò Tommaso arcidiacono della cattedrale, mettendolo di fatto alla guida del capitolo e destinandogli una ricca rendita. Così facendo Andrea rafforzava la propria posizione nel contesto locale, in quanto Tommaso gli garantiva la sua mano armata per controllare la diocesi.

Quest’accresciuta forza, però, infiammò di nuovo le mire violente dell’arcidiacono. Al centro di tutto c’era la vendetta contro quei canonici della cattedrale di Otranto che avevano sostenuto la sua scomunica e il suo esilio. I suoi uomini assalirono prima il ricco monastero greco di S. Nicola di Casole, a pochi chilometri dalla città. Fu un gesto del tutto gratuito, ma utile a creare un senso di insicurezza a Otranto e nel resto della regione.

La sua tattica serviva a colpire i suoi avversari a Otranto, ma anche a lanciare un messaggio chiaro ai suoi nemici di Brindisi, dove nel frattempo si era aperto un vuoto di potere dopo il trasferimento dell’arcivescovo Pandone a Capua. Lì, infatti, era intento a modificare radicalmente gli equilibri di potere all'interno del capitolo a tutto svantaggio delle famiglie locali, come l'episodio del 1298 aveva chiaramente dimostrato. In quell'occasione, Tommaso aveva tentato di liberarsi degli obblighi pecuniari verso i propri confratelli canonici e, ovviamente, le loro famiglie3. Nonostante queste tensioni a Brindisi, l'arcidiacono riuscì a organizzare due spedizioni punitive contro la cattedrale di Otranto. Nel giorno di Pasqua del 1304 entrò nel palazzo arcivescovile assieme ai suoi sgherri e portò via i beni asportabili; nell’inverno successivo assalì la cattedrale, dove penetrò armato e ferì con frecce di balestra due canonici.

Era troppo.

Dopo la prima sentenza di scomunica del 1291, estintasi ormai da qualche anno, il tribunale diocesano rinnovò la decadenza a divinis e la scomunica. Giacomo e il capitolo sottoscrissero e bollarono il documento. Questa volta la scomunica doveva fermare Tommaso e privarlo di qualsiasi supporto economico, cogliendo l’occasione del suo isolamento a Brindisi. L’arcidiacono, infatti, era stato denunciato dalle famiglie brindisine e aveva prodotto una prima reazione della corona angioina, stanca di tollerare le scorrerie e le violenze di quest’uomo4.

La curia, però, aveva bisogno di un appiglio giuridico per poter intervenire, dato che le costituzioni del regno di Sicilia vietavano agli ufficiali del re di perseguire gli ecclesiastici, a meno che un’autorità religiosa non ne censurasse il comportamento. Fu così che si giunse alla scomunica, la quale metteva in dubbio l’appartenenza di Tommaso allo stato clericale sin dall’inizio del suo dispositivo, ne ricostruiva minuziosamente i crimini e si chiudeva con le massime censure ecclesiastiche possibili.

Così facendo si veniva a costruire quella solida impalcatura  di accuse necessaria per giustificare il perseguimento dell’autorità laica contro Tommaso. Soltanto a questo punto, dunque, il potentissimo arcidiacono di Brindisi fu costretto a fare ammenda delle proprie colpe. Fu necessaria la sinergia tra i vertici della Chiesa otrantina, l’élite brindisina e la curia regia per riuscire a fermare la forza di un solo uomo, in grado di mobilitare una comitiva di uomini d’armi tanto potente da mettere a ferro e fuoco mezzo Salento, penetrare nella cattedrale d’Otranto, devastare i patrimoni di diverse famiglie e chiese.

Il finale di questa vicenda, però, ha dell’incredibile: dopo aver minacciato e ferito i canonici di Otranto, quegli stessi uomini cinque anni dopo lo scelsero come nuovo arcivescovo, successore del parente Giacomo5.

Anche la Basilica di Santa Maria Maggiore a Santa Maria Capua Vetere è oggi molto diversa che ai tempi dei Maramonte: a partire dal sedicesimo secolo fu completamente rinnovata. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 3.0

Non conosciamo le procedure che portarono alla sua ascesa e, quindi, quali ragioni o quali manovre consentirono questa soluzione. Siamo più fortunati per quanto riguarda le reazioni a quell’elezione: pochi mesi dopo, infatti, il notaio estensore del documento di scomunica, il canonico Pietro, fuggì da Otranto portando con sé la copia autentica della sentenza e ne fece produrre una copia a Santa Maria Capua Vetere6. Fu probabilmente il gesto di un uomo che non voleva lasciar cadere nell’oblio le vicende e le gravi colpe di quell’uomo, il quale nel frattempo era diventato arcivescovo e aveva ordinato la distruzione di tutte le carte riguardanti i suoi processi di scomunica.

La vicenda di Tommaso dimostra la grande forza e la grande debolezza della Chiesa medievale: da una parte, la capacità di mobilitare uomini e mezzi per una missione; dall’altra, l’incapacità di risolvere da sé i problemi di controllo della disciplina dei propri membri. Sopra ogni cosa, a dominare le scelte e le azioni furono le capacità di intessere relazioni dei singoli attori, ciascuno artefice del proprio successo o del proprio fallimento. Questo spiega come mai Tommaso riuscì a resistere alle scomuniche incrociate dei molti suoi nemici così a lungo e, alla fine, a diventare pastore di quella chiesa che tanto aveva fustigato.

Maramonte
Satana nel mosaico della Cattedrale di Otranto. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

1 Archivio Apostolico Vaticano, Instr. Misc. 382. Le vicende riportate di seguito fanno riferimento a questo documento, seppure in forma regestata e tradotta.

2 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, I: Da Innocenzo III a Nicola IV, Trani 1940, pp. 319-320.

3 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino, vol. I: 492-1299, a cura di G.M. Monti, Brindisi 1940, pp. 210-211

4 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino. II: 1304-1397, a cura di M. Pastore Doria, Trani 1964, pp. 6-8.

5 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, II: Da Bonifacio VIII a Clemente V, Trani 1963, pp. 122-124.

6 Il documento Instr. Misc. 382 è, infatti, non l’originale della scomunica, ma la copia fatta produrre dal canonico e notaio Pietro Iohannis.


Roberto Mussapi i nomi e le voci

Il risonante richiamo del mito

Poesia e teatro custodiscono da sempre, in uno scrigno adamantino, il cuore fragile del mito, serbandone la ieratica verità in una dimensione capace di sollevarsi al di sopra del tempo. A questo principio immutabile e, in una certa misura, sacro paiono ispirarsi i monologhi in versi di Roberto Mussapi, composti nel corso della sua lunga e fertile produzione letteraria e da poco raccolti in una silloge - I nomi e le voci - edita da Mondadori, nella storica collana Lo Specchio. Sin dal titolo, così evocativo, si intuisce che la cifra che contraddistingue l’opera è la pluralità; dalla folla di volti, di maschere e di parole, emergono di volta in volta personalità uniche e dirompenti, che spiccano, oltre che per la loro irripetibile individualità, anche per i significati profondi di cui la loro storia è vibrante espressione.

Scongiurato il pericolo dell’anacronismo – perché il mito per la natura ribelle scavalca le leggi caduche del tempo –, come un demiurgo Mussapi opera sui personaggi dell’epica e della tragedia greca una sorta di palingenesi, permettendo ai protagonisti della classicità di pronunciare visioni rinnovate, all’insegna di una modernità ritrovata e incredibilmente sensuale. Così la sua Cassandra, profetessa troiana dalla voce inascoltata e franta, trascinata come bottino di guerra in un mondo che non ha bisogno di profeti, percepisce il fetore di sangue e morte nel palazzo degli Atridi, è tormentata dalle visioni di un mare che sanguina, e parla a se stessa dal dolore pungente della sua assoluta cecità; Eco, la risonante, la ninfa che si invaghisce di Narciso senza esserne ricambiata e che viene condannata a replicare in eterno un suono privo di significato, serba la memoria di un passato corporale, mentre in lei già dolora il supplizio di un presente mutilo: «A quel tempo non ero pura voce ma avevo un corpo, / e un tempo avevo anche la voce che senti, / che sta svanendo, ascolta, sta trapassando / a quella che sarà e che senti, al tuo presente». Il suo futuro è attesa e nascondimento, vergogna per un amore rifiutato, e voce, voce che «perdura, e ciò che vive è suono».

Particolare dell'opera Teseo e il Minotauro del Maestro dei Cassoni Campana (1510-15). Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Le immagini che da un testo all’altro si rincorrono evidenziano la rilevanza assunta, tra le sfere sensoriali, dal tatto: colpisce, in questo senso, l’esempio di Arianna, che nel ricordo alterna la sensazione della ruvidezza del filo tra le dita alla percezione altrettanto netta della sua assenza; nel sonno dell’abbandono sulla riva di Nasso, i due polpastrelli ora si sfiorano nudi, sono stati derubati della traccia tangibile di un legame salvifico, che aveva concesso alla fanciulla di essere vicina all’eroe nel suo oscuro viaggio verso il Minotauro e, soprattutto, nel ritorno alla luce. L’errore di Teseo, nella rilettura di Mussapi, consiste nel confondere amore e magia, attribuendo allo stratagemma del filo, e non al sentimento puro di Arianna, la riuscita dell’impresa: «e non è contro natura Teseo, / che non seppe riconoscere l’amore, / che usò il mio filo e lo spezzò come un fiore, / non è contro natura non capire, / non essere all’altezza dell’amore?». Anche le due voci di Penelope, che risuonano in una persona sola, proferiscono la palpabilità di una trama intrecciata di giorno e disfatta di notte in un lavorio incessante, e parlano di dita che il filo riga ora su ora: «Certo, raccontano, la moglie di Ulisse / non poteva non condividerne scaltrezza e acume, / ma questa è solo la verità apparente della storia. / Che fu tramata, questa sì, tramata / da quel disegno che muove le dita di una donna / nel buio della notte, per amore. / Che vuole dire non sottomettersi al tempo, / salvare con le mani il primo incanto».

Rudolf Seitz, Penelope alla tela in un tessuto (1893) dal Castello di Ratibor a Roth. Immagine CC0

Mussapi risale alla radice più profonda del significato del mythos, recuperandone la nodale valenza narrativa: le presenze che popolano la verticalità dei suoi monologhi si esprimono in versi, ma non si limitano a pronunciare i tormenti dell’io, anzi raccontano i destini dell’uno e del molteplice, gli impervi cammini che il poeta percorre per scovare l’alterità e partecipare della sua creaturale ferita. Dal buio oltremondano, Enea e Didone testimoniano la loro verità: e se il primo chiede salvezza e perdono («io lasciai lei e la vita, / per dare altrove vita ai miei morti»), la seconda nel fitto della tenebra si dice ferma nel ricordo di Enea («nella sua voce ancora mi tengo»). Altrettanto terribile risuona la condanna di Antigone, di fronte alla violazione del sacro confine tra i due regni, quello dei vivi, con le sue norme scritte, e quello degli inferi, con le sue leggi eterne e immutabili.

Dettaglio di affresco dalla Tomba del tuffatore a Paestum. Fotografia autoprodotta di Michael Johanning (2001) in pubblico dominio

Il viaggio nell’antico si conclude con le Parole del tuffatore di Paestum, che dal fondo dell’abisso consegna a suo figlio l’esperita certezza dell’eternità dell’amore, e con le Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, che nella lava incandescente riconosce la scintilla che avvampa dentro di sé da sempre e che lo riconduce a se stesso: «Arduo è durare, più raro esistere, / protrarre nella durata quella fiamma, / e solo in quella vampa io fui alla sua altezza». I voli di Mussapi proseguono nel vasto cielo di Shakespeare e nelle speziate notti arabe, per planare poi nella Grotta Azzurra in cui rendere onore al suo tempo e alle parole che, assecondando il richiamo del mito, possono talvolta salvare la vita.

Roberto Mussapi legge da I nomi e le voci.

Roberto Mussapi i nomi e le voci
La copertina del libro I nomi e le voci di Roberto Mussapi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nella collana Lo Specchio

Spoletium

Spoletium: l’incontro tra arte, storia e cultura

Fu il fondatore Giovanni Antonelli a porre le basi affinché la rivista annuale Spoletium fosse considerata riferimento per la rivalutazione del patrimonio storico e culturale dell’ex Ducato longobardo. Per i primi cinque numeri venne curata dall’Azienda del Turismo di Spoleto e dal 1957 sotto la guida delle edizioni dell’Accademia degli Ottusi, già Spoletina.

L'uscita annuale della rivista è solitamente anticipata e seguita da un fitto ciclo di conferenze e concerti da camera che quest'anno sono stati limitati dalle chiusure imposte dall’emergenza da Coronavirus. L'ultimo numero (n. 56, nuova serie 12/2019) che è appena uscito in libreria non tradisce le aspettative e si rivolge al lettore con un ampio quadro di curiosità e di approfondimenti storico-artistici, archeologici, letterari, musicali, tutti rivestiti da un tono scientifico e da un metodo di ricerca rigoroso.

“Nell’ambito della promozione e della conoscenza della storia di Spoleto è emerso il progetto di sviluppare gli studi sull’Umanesimo” scrive in apertura la direttrice scientifica Giovanna Sapori che dal vivo spiega da come, a partire dal lancio di una borsa di studio nel 2017, sia nata l’idea: “Questo concorso è stato vinto da una giovane studiosa di Torino che sta lavorando su uno di questi umanisti, sulla sua attività letteraria, cioè Pier Francesco Giustolo (…)  Per una cittadina così piccola c’è un numero di intellettuali fra Trecento e Cinquecento abbastanza consistente. È un fenomeno – continua - che non tutte le cittadine simili a Spoleto hanno e in parte perché c’era nel convento degli Agostiniani di San Nicolò, l’attuale chiesa convento centro convegni, un polo culturale, anche rispetto a Roma, ed è quindi in questa cerchia di Agostiniani che si ritrovano molti studiosi e intellettuali. Siccome la maggior parte son poco studiati e comunque studiati nelle città in cui hanno fatto fortuna, per esempio Giovanni Pontano a Napoli era il segretario del Re di Aragona, Gregorio Elladio era a Firenze, etc., il progetto prevede di studiarli anche nel contesto spoletino, cioè studiare ad esempio documenti, ricostruire la loro storia, le biografie della famiglia e capire come funzionava”.

La rivista è divisa in cinque parti (saggi, note e contributi, schede e documenti, scavi e scoperte, recensioni e Notiziario) e ogni contributo vi è incasellato; la copertina di questo numero è ricavata da un particolare della Camera Pinta della Rocca Albornoziana, adibita a carcere fino al 1982, le cui scene affrescate riscoperte dopo il restauro sono all’interno rilette e narrate, su un supposto poema del Boccaccio, dalla sagace penna dello storico dell’arte Bruno Toscano.

Nel rintracciare documenti di e per Spoleto, se non per l’encomio e l’orgoglio per la valorizzazione del patrimonio, troviamo in questo numero due contributi firmati da personalità ben riconosciute dall’Accademia e recentemente scomparse. Il primo scritto, su concessione dell’editore Bardi, è di Letizia Ermini Pani, docente di archeologia medievale, intitolato agli elementi scultorei che a Spoleto si trovano dall’età longobarda. Il secondo, inedito, di Bernardino Ragni e Lucia Ragni è dedicato alla domesticazione del gatto in epoca etrusca tramite raffigurazioni artistiche. Benché quest’ultimo potrebbe apparentemente fuorviare l’interesse collettivo, sussiste una spiccata relazione tra Bernardino Ragni, docente di zoologia ambientale e gestione faunistica, e lo stesso territorio che a gennaio scorso - nell’intento di suggellarne la memoria - aveva presentato una tre giorni dedicata all’ambiente e alla fauna selvatica (cfr. Fauna 2020), intitolata proprio al gatto.

I segni di inchiostro sulla carta patinata della rivista che rimandano al progetto partono da Ginette Vagenheim, esperta di cultura umanistica italiana dell’Università di Rouen, con un saggio dedicato a Benedetto Egio, “una studiosa di fama internazionale – sottolinea la Sapori - che dai codici conservati nella Biblioteca Vaticana e in altri archivi ha tirato fuori l’attività di questa personalità che era fino adesso sconosciuta”. Al saggio segue il contributo di Elisabetta Frullini che “fa il dottorato a Vienna – presenta la direttrice scientifica - e studia le collezioni d’arte e il mecenatismo dei cantanti e dei musicisti nel Seicento” dedicandosi qui al cavalier Loreto Vittori, soprano naturale di cui aveva già riferito in una conferenza nel giugno scorso.

Ad illustrare invece un recente ritrovamento custodito nell’archivio dei due Convitti spoletini (Maschile e Femminile) è lo storico dell’arte Roberto Quirino: “Nel corso di un recente riordino – scrive - l’archivio ha riservato una sorpresa: un documento firmato da Federico Zeri (…) Si tratta della dichiarazione rilasciata e firmata da Zeri il 24 febbraio 1949, nelle vesti di ispettore della Soprintendenza alle Gallerie, per aver ricevuto dalla Direzione del Convitto due opere d’arte (…) provenienti dalla Galleria romana di Palazzo Spada”. Sulla linea degli studi umanistici segue Livia Nocchi con un testo sul mercato dei marmi policromi: un documento inedito datato 1583 ne rivelerebbe gli sviluppi tra Roma e l’Umbria a partire da due protagonisti quali lo scultore Giovan Battista Della Porta e lo scalpellino Giovanni Marchesi. Si sofferma poi sul pubblico geometra Anselmo Ludovico Avellani, a Spoleto ben prima del 1756, l’architetto Giuliano Macchia che ne descrive alcuni disegni a penna e ad acquarello. Alle sorti di cose “sparite perché distrutte, vendute o rubate” non indugia Lamberto Gentili a partire da “un raro lucerniere del sec. XV con stemma della famiglia Eroli, posto sullo spigolo del Palazzo Vescovile” per arrivare a quegli oggetti quasi spariti appartenuti “al grande sipario del Teatro Nuovo”.

Quasi preludio, ricompensa del sacrificio, per il Ponte delle Torri (il cui attraversamento è stato impedito da un’ordinanza subito dopo il sisma del 2016) che collega la Rocca Albornoziana al Fortilizio dei Mulini e al Monteluco ne scrive l’architetto Fabio Fabiani che sceglie di riportarlo brevemente in luce citando Louis I. Kahn “nell’elenco degli architetti che hanno studiato il Ponte”.

A chiudere gli studi, infine, Maria Cristina De Angelis, della Soprintendenza Archeologica per l’Umbria, con un testo pensato per la Grotta del Lago di Triponzo, nella zona sud-orientale della regione, individuata “nell’estate de 1991, durante un rilevamento geomorfologico”,  Marco Tonelli che, attuale direttore di Palazzo Collicola, ricorda le esperienze espositive di Leoncillo Leonardi dal 2015 e Liana Di Marco che, in qualità di presidente dell’Accademia, nel Notiziario aggiorna sui cambiamenti e sulle attività svolte.

Spoletium
Copertina dell'ultimo numero (n. 56, nuova serie 12/2019) della rivista Spoletium, pubblicata dalle Edizioni dell'Accademia degli Ottusi