Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu

L'acqua presso gli ahu e i moai dell'Isola di Pasqua

L'Isola di Pasqua è celebre per i moai, gigantesche statue in pietra che erano supportate dalle piattaforme note come ahu. Suscitano la nostra curiosità, anche perché ci lasciano nel dubbio sulle motivazioni dietro la loro costruzione. Al fine di poter dipanare questi dubbi, tuttavia, potrebbe essere fondamentale rispondere a un'altra domanda: perché ahu e moai venivano costruiti proprio in quei luoghi e non altrove?

Un nuovo studio - pubblicato su PLOS One - ha indagato proprio questo aspetto, spiegando come gli antichi abitanti polinesiani dell'isola, i Rapa Nui, costruissero gli ahu e i moai in prossimità delle fonti d'acqua costiere.

Uno dei temi più indagati nell'archeologia antropologica contemporanea è quello dello spiegare i processi sottostanti l'emergere delle costruzioni monumentali, e recenti studi hanno anche cercato di spiegarne i pattern impiegando quello che è definito come spatially-explicit modeling. Lo studio in questione ha utilizzato proprio queste tecniche per mettere in relazione ahu e moai con tre risorse fondamentali dell'Isola di Pasqua: gli spazi agricoli relativi ai giardini nei quali si praticava la pacciamatura con rocce, le risorse marine e le fonti di acqua dolce. Attraverso queste analisi si è così sottolineata la centralità di queste ultime per le popolazioni che vissero qui prima dell'arrivo degli Europei, suggerendo che la costruzione degli ahu si spieghi più semplicemente attraverso le stesse.

Nel passato altri ricercatori avevano percorso questa via, ma fino ad oggi queste ipotesi non erano state verificate statisticamente. Come spiega l'archeologo Carl Lipo, dell'Università di Binghamton: "mentre cominciavamo a guardare nelle aree attorno agli ahu, scoprivamo che questi luoghi erano precisamente legati ai punti dove emerge l'acqua sorgiva [...]. Più cercavamo e più osservavamo questo pattern in modo coerente. Luoghi senza ahu/moai mostravano l'assenza di acqua dolce. Il pattern era impressionante e sorprendente nel suo essere coerente. Persino quando ritrovavamo ahu/moai nell'interno dell'isola, ritrovavamo vicine fonti di acqua potabile. Questo studio riflette il nostro lavoro nel dimostrare come questo pattern sia statisticamente fondato e non solo una nostra percezione."

Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu
(In alto a sinistra) Rapa Nui in Polinesia, (in alto a destra) luoghi dove sono gli ahu a Rapa Nui, e (in basso) Ahu Tongariki coi moai (Foto R.J. DiNapoli), © 2019 DiNapoli et al., CC-BY 4.0

Lo studio ci dice anche molto dell'antica società dei Rapa Nui, e come spiega Terry Hunt, dell'Università dell'Arizona, "i monumenti e le statue degli antenati divinizzati degli isolani riflettono generazioni di condivisione, forse persino su base giornaliera - incentrati sull'acqua, ma pure sul cibo, sulla famiglia e sui legami sociali, così come una tradizione culturale che rinforzava la conoscenza della precaria sostenibilità dell'isola." E - sempre per Hunt - proprio la condivisione spiegherebbe il paradosso dell'Isola di Pasqua, in grado di durare per oltre 500 anni prima del contatto con gli Europei, e quindi con le malattie, col commercio di schiavi e con altre disgrazie legate agli interessi coloniali.

Gli autori dello studio insomma prendono anche posizione su quello che è uno dei grandi temi che ruotano intorno ai Rapa Nui, quello del loro collasso demografico. In generale, questo viene spiegato con un eccessivo sfruttamento delle risorse dell'isola, o al contrario si ritengono responsabili gli Europei, arrivati qui nel 1722.

 

Carl Lipo Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu
L'archeologo Carl Lipo, dell'Università di Binghamton, tra gli autori dello studio in questione. Credits: Binghamton University, State University of New York

Lo studio Rapa Nui (Easter Island) monument (ahu) locations explained by freshwater sources, opera di Robert J. DiNapoli, Carl P. Lipo, Tanya Brosnan, Terry L. Hunt, Sean Hixon, Alex E. Morrison, Matthew Becker, è stato pubblicato su PLOS One (10 gennaio 2019).


Maria vola via

Le nuvole, un campo, l’acqua di un canale, un anziano che torna a casa. Il tempo scorre piano nella campagna veneta di Angelo e Gabriella. È maggio e, come molti altri in paese, si adoperano peraccogliere la processione delle Rogazioni, con cui si affida a Dio il territorio e coloro che vi abitano.
Maria vola via, una tenera dichiarazione di amore del regista Michele Sammarco alle sue radici, verrà proiettato venerdì 19 ottobre alle 21.30 nell'ambito di Cinema ed etnoantropologia per l'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.

Maria vola via

Nazione: Italia

Regia: Michele Sammarco

Consulenza scientifica: Dino Coltro

Durata: 16’

Anno: 2017

Produzione: Michele Sammarco

 

Sinossi:Le nuvole, un campo, l’acqua di un canale, un anziano che torna a casa.  Il tempo scorre piano nella campagna veneta di Angelo e Gabriella. È maggio e, come molti altri in paese, si adoperano per accogliere la processione delle Rogazioni, con cui si affida a Dio il territorio e coloro che vi abitano. Preparano ciò di cui hanno bisogno per chiedere la protezione dalle calamità naturali che potrebbero, come già accaduto in passato, colpire il paese.

 

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Accademia del Cinema Italiano – Premio David di Donatello 2018 - Roma
  • XVIII Lucania Film Festival – Pisticci, Matera
  • International Festival of Ethnological Film 2017 – Belgrado, Serbia
  • Edera Film Festival 2018 – Treviso
  • Rassegna Internazionale “Vittorio De Seta” del documentario etnografico (ottobre 2018) – Castrovillari (Cosenza)

 

Premi e riconoscimenti:

  • Premio Migliore Soggetto Cortometraggi Documentari – XVIII Lucania Film Festival
  • Candidatura alla 57a Edizione dei Globi D’Oro – Associazione Stampa Estera in Italia

 

Informazioni regista: Classe 1991. Nato e cresciuto in provincia di Padova. Diplomato in Regia Cinematografica presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Laureato in Arti Visive e dello Spettacolo, facoltà Design e Arti dell'Università IUAV di Venezia con una tesi sui percorsi e confronti tra cinema e arte contemporanea. Ha parallelamente seguito corsi singoli presso l'Università Ca Foscari di Venezia. Appassionato di cinema del reale e opere ibride ai confini tra le arti. Il suo primo cortometraggio è "Questo sono io" (ITA, 2015). Ha curato la regia dell'Installazione multimediale "Un secolo di Abissi. Principessa Mafalda 1927”. Filmografia: “Setteporti Walkabout” (2018) – Soggetto, sceneggiatura e regia; “Maria Vola Via” (2017) – Soggetto, sceneggiatura, montaggio, fotografia, suono e regia; “Questo sono io” (2015) – Soggetto, sceneggiatura, fotografia, montaggio, suono, produzione e regia.

 

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.giovaniartisti.it/michele-sammarco/maria-vola

http://www.fitp.org/news/la-rassegna-internazionale-vittorio-de-seta-del-documentario-etnografico-46

http://www.etnofilm.org/index.php/en/archive/ifef2017/ifef-2017-programme/informative-programme-2017/maria-vola-via

 

Scheda a cura di: Fabio Fancello


C'era una volta la terra

C'era una volta la terra è il documentario che apre la nuova sezione etnoantropologica della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.
Il film, firmato da Ilaria Jovine e Roberto Mariotti, verrà proiettato la sera di giovedì 18 ottobre 2018, alle ore 21.

Nel film, le parole e le tematiche affrontate da Francesco Jovine, scrittore e giornalista molisano, si fanno racconto e, affidate alla voce di Neri Marcorè, offrono una visione della realtà contemporanea e del rapporto che l’uomo ha oggi con la terra, intesa come suolo da coltivare, territorio da salvaguardare e patria da cui emigrare o in cui immigrare.

https://vimeo.com/234492819

C’era una volta la terra                                      

Nazione: Italia

Regia: Ilaria Jovine, Roberto Mariotti

Durata: 73’

Anno: 2018

Produzione: Iljà Film – Effendemfilm

Sinossi: “La terra narra la difficile gestazione delle sue vite e gli uomini la sentono vibrare sotto i piedi come una creatura viva.” Scriveva così, in un articolo apparso nel 1943 su Il giornale d’Italia, Francesco Jovine, scrittore, giornalista e saggista molisano, morto nel 1950 a soli 48 anni, dopo aver scritto moltissimi articoli e reportage giornalistici, numerosi racconti e due romanzi (“Signora Ava” e “Le terre del Sacramento”), il secondo dei quali, pubblicato postumo, gli ha fatto vincere il Premio Strega. La terra è fondamentale per la figura di Jovine e di terra si è spesso occupata la sua scrittura: la terra del suo Molise, la terra del Mezzogiorno d’Italia, la terra coltivata dai braccianti, la terra delle lotte contadine, la terra abbandonata per emigrare in America, la terra aggredita dal dissesto idrogeologico. In “C’era una volta la terra”, le parole e le tematiche affrontate da Jovine si trasformano in una voce guida, affidata all’attore Neri Marcorè, alla luce della quale osservare la realtà di oggi, il rapporto che oggi ha l’uomo con la terra, intesa come suolo da coltivare, territorio da salvaguardare e patria da cui emigrare o in cui immigrare. Inevitabilmente, affiorano assonanze e dissonanze tra la realtà sociale, politica e antropologica descritta dallo scrittore e quella contemporanea vissuta dai personaggi incontrati e raccontati nel documentario. Come bozzetti delineati sulla base del tema filmico, emergono la figura di un anziano professore di geografia ormai in pensione che, a bordo di un vecchio camper, si avventura tra le crepe di una frana o alle pendici di una discarica a rischio di smottamento, per riportare quanto ha visto agli studenti che ancora segue; la figura, misteriosa e quasi zen, di un giovane coltivatore di cereali e leguminose che, in un isolamento da eremita, sperimenta innovative tecniche di coltivazione insieme all’antica sapienza dei contadini e infine la realtà multietnica di una masseria, nella quale si distinguono due fratelli emigrati dal Punjab, ormai perfettamente inseriti nel nostro paese, e alcuni immigrati afghani, appena sbarcati in Italia e ospitati nel centro di accoglienza sorto all’interno della masseria stessa.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Festival del Cinema NatuRurale 2018 - Golena del Furlo, Acqualagna (PU)
  • Festival Molise Cinema 2018 – Casacalenda (CB)
  • Cinema al MAXXI - Roma

 

Informazioni regista:

  • Ilaria Jovine, regista. Nipote dello scrittore neorealista Francesco Jovine, si è laureata nel 1999 con una tesi in Storia della Letteratura Contemporanea, sul suo romanzo “Signora Ava”. Dopo aver frequantato vari stage e scuole di recitazione, ha studiato sceneggiatura cinematografica con Sergio Donati, diplomandosi in regia e drammaturgia teatrale all’Accademia del Teatro dell’Orologio. Debutta come autrice-regista nel 2003 con lo spettacolo “Fuori Tempo”, segnalato dalla Giuria al Premio Vallecorsi. È stata autrice anche di varie sceneggiature per il cinema, come quella di “Amaro Amore”, scritta insieme al regista Francesco Henderon Pepe, il cui film è stato poi selezionato al Festival di Taormina e al Festival di Mosca nel 2012. Nel 2010 è stata autrice di una serie di documentari dal titolo “Hotel Rooms”, andata in onda su Sky Red-Tv, oltre che del documentario “Giulietta e Federico”, in onda su La7 come omaggio al regista Fellini. La sua prima regia cinematografica è datata 2012, con il documentario sullo storico mercato rionale di Testaccio, intitolato “In piazza – Voci intorno Piazza Testaccio”. Nello stesso anno ha iniziato le riprese del docufilm “Almas en juego”, vincitore del contributo di produzione disposto da Marechiaro Film e poi selezionato alla XXI edizione di SguardiAltrove FilmFestival.
  • Roberto Mariotti, regista e sceneggiatore. Si è laureato in Lettere all’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sul romanzo “Signora Ava” di Francesco Jovine. Diplomato in drammaturgia e regia teatrale all’Accademia del Teatro dell’Orologio, ha studiato sceneggiatura cinematografica con Sergio Donati, Mariella Buscemi e Arcangelo Mazzoleni. Ha esordito al teatro come autore e regista nel 2003, con la pièce “Fuori Tempo”. Dopo aver scritto molti film come ghost writer, ha esordito come sceneggiatore cinematografico nel film “Amaro Amore” e ha debuttato come regista cinematografico con il documentario “In piazza – Voci intorno Piazza Testaccio”. Nel 2013 è uscito il suo secondo documentario “Almas en juego”, che è stato in concorso in più di 10 festival cinematografici. Nel 2014 ha scritto la sceneggiatura di “Il dono”, un cortometraggio vincitore di Short Food Movie, sezione competitiva all’interno dell’edizione 2015 del Molise Cinema Film Festival e presentato all’Expo di Milano nel settembre 2015.

 

Informazioni casa di produzione: http://www.effendemfilm.com/ - https://www.facebook.com/Effendemfilm-372691592749338/

 

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

 

Scheda a cura di: Fabio Fancello

 


Babinga, piccoli uomini della foresta

Superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga, piccoli uomini della foresta, sono l’immagine di quella che probabilmente fu la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. Il film Babinga, piccoli uomini della foresta, fuori concorso, verrà proiettato domenica 21 ottobre 2018, nell'ambito dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.

Babinga, piccoli uomini della foresta*

Nazione: Italia

Regia: Lucio Rosa

Consulenza scientifica: Lucio Rosa

Durata: 26’

Anno: 1987

Produzione: Studio Film TV

* Opera fuori concorso

Sinossi: Superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga, piccoli uomini della foresta, sono l’immagine di quella che probabilmente fu la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. La buia ed impraticabile foresta equatoriale africana ha contribuito a proteggere la loro esistenza. Ma le cose stanno cambiando repentinamente. L’impatto con altre civiltà sta fatalmente distruggendo la loro cultura e le loro tradizioni.

 

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • XXVI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico – Rovereto (TN)
  • XXXII Bolzano Film Festival – Bolzano
  • Trasmesso all’interno della trasmissione televisiva RAI Quark

 

Informazioni regista: Lucio Rosa, artista poliedrico, veneziano d’origine, ormai naturalizzato bolzanino, grande viaggiatore ed, etnografo ha documentato con storie, film ed immagini – con oltre 150 produzioni – i suoi viaggi avventurosi nel mondo, soprattutto in Africa. Importante testimone dei tempi, che raccontiamo attraverso il nostro festival, con quattro documentari.

Informazioni casa di produzione: http://www.studiofilmtv.it/

 

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/tag/film-babinga-piccoli-uomini-della-foresta/

 

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Di cu semu. Reportage su rituali e sopravvivenze popolari

Di cu semu. Reportage su rituali e sopravvivenze popolari è un documentario etnoantropologico, che racconta di una Sicilia rurale quasi dimenticata.

Realizzato da Salvatore Russo e Giuppy Uccello per Aditus in Rupe e Museo Etnografico "Nunzio Bruno", con la consulenza scientifica di Ninni Cannata e Claudia Pantellaro, sarà presente all'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea in data 19 ottobre 2018, alle ore 21.00.

https://www.facebook.com/Aditusinrupe/videos/1809369085753653/

Di cu semu. Reportage su rituali e sopravvivenze popolari

Nazione: Italia

Regia: Salvatore Russo, Giuppy Uccello

Consulenza scientifica: Antonino Cannata, Claudia Pantellaro

Durata: 24’

Anno: 2018

Produzione: Associazione Aditus in rupe – Museo Etnografico “Nunzio Bruno”

Sinossi: Un viaggio nelle suggestioni e nella magia del mondo rurale, visto attraverso gli occhi e le parole dei suoi protagonisti. Il racconto di un mondo, a tratti un po' sbiadito, di uomini e donne e delle loro esistenze legate alla campagna e alla terra, nelle bellezza delle loro relazioni quotidiane e della loro visione della vita.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Vuci ‘i populu Le tradizioni popolari degli iblei tra storia, archeologia e filologia” – Museo Etnografico “Nunzio Bruno”, Floridia (SR)

Informazioni regista: Salvatore Russo, nato a Siracusa, il 24 agosto 1981. Diplomatosi presso l’Istituto Tecnico per Geometri “F. Juvara” di Siracusa, lavora come tecnico esperto in metodi e tecniche di acquisizione dati mediante 3D Laser Scanner del patrimonio culturale e di videoispezione in contesti ipogeici con trattamento in post-produzione dei dati acquisiti e realizzazione di elaborati grafici, presso la sede di Catania dell’IBAM – CNR. Ha all’attivo diversi progetti orientati alla fruizione e all’esplorazione “aumentata” dei Beni Culturali, tra cui il Progetto sperimentale di Valorizzazione e fruizione dell’Anfiteatro Romano di Catania e il Pompei Sustainable Preservation Project, promossi dall’IBAM – CNR.

Informazioni casa di produzione:

https://www.facebook.com/Aditusinrupe/

http://www.museofloridia.it/

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.notabilis.it/articolo/2018/1/23/gli-iblei-si-raccontano-nel-reportage-di-cu-semu

http://www.museofloridia.it/conferenza-lelli.html

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Popolazioni KhoeSan, genetica e Deserto del Kalahari

6 Settembre 2016

Nama con la sua frusta. Photo courtesy of Justin Myrick.
Nama con la sua frusta. Photo courtesy of Justin Myrick.

Le differenze genetiche sono fortemente correlate alle storie linguistiche, e i due fattori sono a loro volta legati alla geografia. Brenna Henn della Stony Brook University di New York sottolinea in particolare il ruolo svolto da ecologia e geografia insieme in tal senso, e però si è spesso prestata poca attenzione alle stesse.

In Africa, poi, c'è la tendenza a raggruppare tutti gli indigeni della parte meridionale del continente in un unico insieme, spesso chiamandoli "Boscimani". Le popolazioni KhoeSan - spesso note per le loro lingue click - includono però gruppi distinti, sia di cacciatori raccoglitori che di pastori.

Le montagne aride nella Richtersveld Community Conservancy, in Sud Africa. Credit: Brenna Henn
Le montagne aride nella Richtersveld Community Conservancy, in Sud Africa. Credit: Brenna Henn

Un nuovo studio, pubblicato su Genetics, ha perciò analizzato le informazioni genetiche dei KhoeSan, raccogliendo i genomi di tre popolazioni: dai Nama, dai ≠Khomani San, e dal gruppo dei South African Coloured (SAC). Nell'analisi si sono inclusi campioni da diciannove altre popolazioni sud africane. È stato subito evidente come la geografia del Deserto del Kalahari fosse strettamente legata alla struttura della popolazione. Il bordo esterno del Kalahari ha rappresentato una barriera al mescolamento genetico, mentre le popolazioni che vivevano nel bacino del Kalahari si mescolarono più liberamente.

I ritrovamenti suggeriscono pure una storia più complessa per le popolazioni KhoeSan. Se lavori precedenti notavano una divergenza nord-sud, il nuovo studio ha individuato cinque stirpi primarie nella regione, che indicano una serie di eventi migratori per spiegare l'eterogeneità osservata.

Un carro di ≠Khomani San, trainato da un asino. Photo courtesy of Brenna Henn.
Un carro di ≠Khomani San, trainato da un asino. Photo courtesy of Brenna Henn.

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Boom di popolazioni prima della domesticazione delle piante in Nord America

2 Agosto 2016

L'area coperta dallo studio. Credit: Elic Weitzel, University of Utah.
L'area coperta dallo studio. Credit: Elic Weitzel, University of Utah.

Un nuovo studio, pubblicato su Royal Society Open Science, è giunto alla conclusione che - cinquemila anni fa nella parte orientale del Nord America - la domesticazione delle piante, per ricavarne cibo, fu in ultima analisi determinata da un boom demografico con conseguente scarsità di fonti selvatiche di cibo.

Uno degli autori dello studio, l'antropologo Elic Weitzel, ha sottolineato come per la maggior parte della storia umana, le persone siano vissute grazie a fonti di cibo selvatiche: è solo di recente che si è avuto questo cambiamento.

La ricerca ha preso in esame le datazioni al radiocarbonio di manufatti provenienti da siti archeologici dell'area, esaminando non le economie agricole pienamente sviluppate, ma il precedente passo riguardante la domesticazione. Le prime piante ad essere domesticate qui furono zucche, girasoli, Iva annua, chenopodium berlandieri. Solo le prime due rimangono importanti oggi, anche se lo è pure la quinoa, alla quale l'ultima è relazionabile. Anche dopo le domesticazioni, queste popolazioni continuarono le loro attività di caccia e foraggiamento.

Almeno 11 eventi di domesticazione sono stati identificati nella storia dell'uomo, partendo da quella del frumento nella Mezzaluna Fertile, 11.500 anni fa. Quello relativo al Nord America orientale sarebbe il nono, e si verificò 5.000 anni fa in conseguenza del boom di popolazione verificatosi tra 6.900 e 5.200 anni fa. In questo modo, permisero l'emergere delle civilizzazioni nell'area. L'inizio della sedentarietà determina un'espansione delle comunità e di una serie di cambiamenti sociali.

A lungo, sono state due le teorie sugli esordi dell'agricoltura. Per la prima, la crescita delle popolazioni e scarsità di cibo determinarono la necessità di far crescere le colture per le quali già si svolgevano attività di foraggiamento. Per la seconda, le attività di sperimentazione cominciarono in tempi di abbondanza, quando queste non erano ancora immediatamente necessarie.

Gli antropologi dell'Università dello Utah, Brian Codding ed Elic Weitzel. Credit: University of Utah
Gli antropologi dell'Università dello Utah, Brian Codding ed Elic Weitzel. Credit: University of Utah

Lo studio "Population growth as a driver of initial domestication in Eastern North America", di Elic M. Weitzel, Brian F. Codding, è stato pubblicato su Royal Society Open Science.
Link: Royal Society Open ScienceEurekAlert! via University of Utah


La Frontiera e il governo di periferie remote

14 Marzo 2016
Frederick_Jackson_Turner
In molti paesi, le regioni di frontiera possono essere popolate in epoca più recente e ritardare anche da un punto di vista economico, in confronto al centro della nazione. Questo vale, ad esempio, per la Russia.
La tesi è nota a storici e antropologi, e fu formulata per la prima volta con la teoria della frontiera di Frederick Turner. Un nuovo studio, pubblicato su Governance, l'ha però esaminata empiricamente, applicandola a Russia, Brasile, Stati Uniti e Canada.
Le zone di frontiera si definiscono in base alla distanza dal governo centrale, alla densità inferiore e arrivo recente di nuovi coloni. Le zone di frontiera posseggono livelli inferiori di ordine pubblico, e forniture di merci anche carenti.
La maggior parte delle terre di frontiera in Russia sono scarsamente popolate, e posseggono tassi superiori relativamente a suicidi e criminalità, e uno sviluppo socioeconomico inferiore. Per la Siberia, questo si può spiegare anche storicamente, con il flusso di criminali: la regione fu pure attivamente colonizzata, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo e in epoca sovietica.
La teoria che il centro amministrativo possa avere difficoltà a governare periferie remote può rimanere valida, però non spiegherebbe variazioni nello sviluppo territoriale.
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Microbioma intestinale umano: dai cacciatori raccoglitori alla società industriale

25 Febbraio 2016

Mercato Bantu. Credit: Andres Gomez
Mercato Bantu. Credit: Andres Gomez

Il microbioma intestinale degli occidentali differisce da quello dei cacciatori raccoglitori: è meno diversificato. Perché e come questa divergenza sia venuta in essere non è però noto.
Una nuova ricerca, pubblicata su Cell Reports, ha preso in esame il microbioma intestinale di una comunità Bantu della Repubblica Centrafricana, una popolazione di agricoltori tradizionali che incorpora alcune pratiche tipiche dello stile di vita occidentale, come l'economia di mercato. Questa comunità coltiva tuberi, frutti e altre piante, utilizza farine e alleva capre per la loro carne, ma fa pure uso di antibiotici e farmaci. Questo gruppo rappresenterebbe dunque uno stadio intermedio tra quello dei cacciatori raccoglitori e quello degli appartenenti alle società occidentali industrializzate.
I cacciatori raccoglitori presi in considerazione dalla ricerca sono i BaAka, pigmei che si nutrono di selvaggina, pesce, frutta e vegetali. Dal confronto è risultato che il microbioma intestinale dei Bantu è a metà strada tra quello delle società occidentali industrializzate e quello dei BaAka, che a sua volta è più simile a quello dei primati selvatici che non a quello degli occidentali.
Lo studio conclude suggerendo - ma invitando egualmente alla cautela, poiché ulteriori analisi sono necessarie - che il microbioma intestinale possa essere legato alla dieta e al consumo di farmaci.
Donne e bambini BaAka preparano un cefalofo azzurro (Philantomba monticola). Credit: Carolyn A. Jost-Robinson
Donne e bambini BaAka preparano un cefalofo azzurro (Philantomba monticola). Credit: Carolyn A. Jost-Robinson

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Credenze religiose e cooperazione nelle società umane

10 Febbraio 2016
Durga_idol
Un nuovo studio, pubblicato su Nature, sottolinea come le credenze relative a divinità onniscienti e castigatrici possano aver giocato un ruolo chiave nella cooperazione tra popolazioni distanti e nello sviluppo dei moderni stati.
La ricerca, che ha visto una collaborazione tra antropologi e psicologi, ha guardato alle modalità con cui la religione influenza la volontà di cooperare, al di là della propria cerchia sociale. Si sono effettuati colloqui ed esperimenti in molti paesi: Vanuatu, Fiji, Brasile, Mauritius, Siberia e Tanzania. Le credenze religiose in queste nazioni sono varie e comprendono quelle del Cristianesimo, dell'Induismo, dell'animismo e della venerazione degli antenati.
Certe tipologie di credenze, come quelle che implicano divinità che sono coscienti delle interazioni umane, possono influenzare la volontà di cooperazione. Se si è convinti di essere osservati, e di essere puniti da una divinità - ad esempio per avarizia o per furto - si può essere meno inclini a simili comportamenti antisociali. Coloro che hanno simili credenze possono anche essere più inclini a comportamenti più corretti nei confronti degli appartenenti alla stessa religione, sebbene distanti.
Secondo gli autori, questo genere di comportamenti può dunque contribuire a sostenere strutture che sono alla base della società moderna: istituzioni, mercati, collaborazioni. Le religioni avrebbero dunque svolto un ruolo importante nello sviluppo e per la stabilità di organizzazioni statali complesse, come gli stati.
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