Una finestra sul pavimento del Duomo di Siena

Fino al 27 ottobre sarà possibile osservare il pavimento del Duomo di Siena, anche in un modo nuovo. Con il percorso “Come in cielo così in terra. Dalla porta alla città del cielo al pavimento” infatti, il pavimento si può guardare dall’alto: un punto di vista insolito che dà al visitatore la possibilità di raccogliere in un unico sguardo la complessa decorazione a intarsi marmorei.

E come sempre, se guardiamo con attenzione alle immagini, anche quelle su cui mettiamo i piedi, c’è tutto un mondo da scoprire. In questo caso si tratta del mondo della cultura quattrocentesca a Firenze e Siena.

Il Duomo di Siena (cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta). Foto © Raimond Spekking, CC BY-SA 4.0

Il Duomo

Si comincia a costruire il duomo di Siena nel la seconda metà del Duecento, e circa un secolo dopo si progetta di ampliarlo e farlo diventare un’opera grandiosa. Siena è, in quel periodo, una grande potenza, fiera del regime comuale, che viene celebrato il più possibile, pure nei colori scelti per la decorazione del duomo: il nero e il bianco della balzana senese. Le date non sono così semplici, però, perché ci sono stati molti restauri, rifacimenti e la fase costruttiva del duomo è durata molto tempo. Il pavimento, decorato a intarsio marmoreo (una specie di puzzle fatto con tessere di marmo) ha richiesto quasi tre secoli per essere portato a termine, perciò è difficile anche capire se l’intera area tratta un unico racconto (come sostengono alcuni studiosi) o se quelle che vediamo sono scene slegate tra loro, nate una dopo l’altra, ciascuna per esigenze diverse. In ogni caso, al 1480 possiamo certamente ricondurre l’esecuzione della parte di pavimento con dieci sibille e Hermes.

Hermes lo si vede appena si entra in chiesa, è rappresentato in una grande immagine, e a lui sono collegate le dieci sibille che si snodano nelle navate laterali. Tutto regolare?

Non proprio, perché Hermes, come le sibille, arriva dritto dalla mitologia antica e non lo troviamo molto spesso nelle chiese cristiane; e poi le sibille “canoniche” a fine Quattrocento sono diventate dodici già da un pezzo. Si tratta quindi di una scelta particolare: di cosa ci parlano questi personaggi “pagani” in una chiesa cristiana?

Scorcio della navata centrale verso la controfacciata. Foto di James Gose, CC BY 2.0

Sibille

Partiamo dalle sibille: la sibilla è una figura del mito antico greco, le prime fonti ci dicono che è una, anzi: “una bocca”, ma durante l’Ellenismo diventa un donna in carne e ossa, e poi numerose donne, numerosissime, tanto che Marco Terenzio Varrone, nel I secolo d.C. deciderà di creare un elenco limitando il numero a dieci.

Il canone di Varrone viene ripreso da Lattanzio, che è impegnato nel descrivere tutti gli errori in cui sono incorsi i “pagani” con lo scopo di “smontare” le loro credenze ed esaltare quelle dei cristiani. Lattanzio, ovviamente, parla delle sibille, ma non le colloca tra i pagani, bensì tra coloro che sono testimoni della gloria di Dio. Nella sua opera, le Divine Istituzioni, troviamo sia le dieci sibille, che Hermes: proprio come nel pavimento di Siena.

Hermes

Anche Hermes è una figura della mitologia antica che si diffonde intorno al II secolo e rappresenta il “maestro dei maestri”, l’unione di tutti i saperi: la grande sapienza greca e quella egizia. Per questo viene chiamato Ermete Trismegisto, cioè tre volte grandissimo. Gli scritti che sono attribuiti a Hermes sono raccolti nel Corpus Hermeticum e contengono l’idea di una grande conoscenza che può avvicinare l’uomo alla divinità, innalzarlo spiritualmente; una conoscenza antica che però è misteriosa e va indovinata, letta tra le righe, interpretata.

Questi concetti passano in secondo piano quando il Cristianesimo viene definito, un concilio dopo l’altro, in un processo che continua anche dopo la morte di Lattanzio. Gli scritti ermetici, pur essendo in parte noti agli intellettuali, non hanno grande fama per tutto il Medioevo e la figura di Ermete Trismegisto viene dimenticata dalla maggior parte dei cristiani.

Diversamente accade invece per le dieci sibille, che sono figure così poco definite da poter entrare facilmente nella tradizione cristiana medievale, con un ruolo nuovo e ben preciso: le sibille sono coloro che Dio ha incaricato di annunciare la venuta di Cristo ai “pagani”. Secondo i devoti Cristiani, sono stati i “pagani” a non averle ascoltate, ma le sibille (che ormai sono profetesse) hanno fatto il proprio dovere e meritano quindi un posto in affreschi, dipinti e ogni altro mezzo di celebrazione e comunicazione tra la Chiesa e i fedeli.

Siena

Nel corso del Quattrocento però, dopo secoli di attesa nell’ombra delle biblioteche, anche Hermes rivede la luce: nel 1471 si pubblica il testo delle Divine Istituzioni di Lattanzio dove, come abbiamo detto, anche Hermes era descritto; qualche anno più tardi Marsilio Ficino traduce anche una parte del Corpus Hermeticum dal greco al latino, quindi in molti possono leggerlo. Operazioni come queste erano parte del lavoro degli intellettuali umanisti, che andavano a cercare testi e saperi antichi e provenienti dall’oriente, e li diffondevano nella cultura contemporanea. La figura di Hermes sta quindi vivendo una nuova fortuna in un contesto culturale dove la conoscenza degli antichi sembra essere la porta per il futuro, per il vero sapere. E nello stesso periodo si lavora al pavimento del Duomo di Siena, e si cerca, ovviamente, di esprimere il meglio della cultura del momento, le teorie più aggiornate e moderne.

Duomo di Siena Ermete Trismegisto
Ermete Trismegisto raffigurato nel pavimento del Duomo di Siena; l'opera è datata al 1488 ed è attribuita a Giovanni di Stefano.

Sibille e Hermes a Siena

Le teorie più moderne, ormai, comprendevano anche Hermes. All’ingresso del Duomo troviamo il mitico personaggio raffigurato mentre dà una libro a due uomini; la frase scritta nel libro ci aiuta a capire di chi si tratta: Suscipite o licteras et leges Egiptii, “Ricevete, la cultura e la legge, o Egizi”. Le due figure sono quindi un egiziano, quindi orientale, e lo riconosciamo dal turbante e dall’esotica barba a punta, e un occidentale col capo velato, a rappresentare i cristiani che seguiranno. È il momento in cui la scrittura, viene data agli uomini e Hermes si pone alla base della fondazione di cultura e sapienza; con la mano, il mitico sapiente indica un altro testo, che comunica pure a noi il messaggio fondamentale: “Dio creatore di tutte le cose, fece un altro Dio visibile e questo fu il primo e il solo nel quale si dilettò e amò suo figlio, che fu chiamato Santo Verbo”.

Ma se deve esserci qualcuno che accoglie i cristiani nel Duomo e trasmette la Sapienza mandata da Dio, perché questo qualcuno è un pagano?

Il contesto in cui queste immagini si collocano è quello delle teorie espresse da Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Secondo i due dotti umanisti esiste un antico sapere, unico, dato da Dio all’uomo all’inizio dei tempi, trasmesso di generazione in generazione e (secondo Pico) culminante nella religione Cristiana. Tutti i testi che compaiono nelle immagini di Ermete e delle sibille sono tratti dalle opere di Lattanzio, che a sua volta le aveva tratte da autori più antichi. Marsilio Ficino legge i testi di Lattanzio, vede che anche lui ha citato autori più antichi, e trova la conferma del fatto che il sapere è unico e molto antico e che quindi parte da ancora più lontano, da prima del Cristianesimo.

Ermete Trismegisto, mitica incarnazione della Sapienza, dona quindi la sapienza agli Egizi, tra i quali figura il suo contemporaneo Mosè, che la traghetterà nel mondo ebraico. Sul rapporto cronologico tra Ermete-Mosé, è da dire però che non tutti i teologi e intellettuali erano d’accordo, ma ai piedi della scena di cui parliamo c’è scritto che sono contemporanei.

Uno strano gruppetto

Quindi, se la presenza di Hermes è giustificata dai testi di Lattanzio, ripresi e interpretati dalla filosofia rinascimentale di Marsilio Ficino, che senso hanno le sibille associate al mitico sapiente?

La traduzione del Corpus Hermeticum fatta da Marsilio Ficino, si pubblica col nome di Pimander, e in questo testo Ficino scrive (forse sbagliando a tradurre), che Dio svela il futuro tramite alcuni segni, tra cui le sibille.

Il ruolo delle sibille, secondo i cristiani, l’abbiamo già detto, era stato quello di annunciare ai pagani la prossima venuta di Cristo; trovandole assieme al grande sapiente Hermes nella sua opera, è stato normale inserirle nella decorazione: sono anche loro anelli della catena della trasmissione del sapere.

Duomo di Siena Sibilla Cumana
La Sibilla Cumana, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è opera documentata di Giovanni di Stefano.

Ciascuna sibilla è rappresentata come una donna antica, rivestita di lunghi abiti e panneggi e tiene in mano un libro, attributo del sapere e della conoscenza. La sibilla Cumana è l’unica ad avere accanto a sé degli oggetti specifici: i libri sibillini che ha provato a vendere a Tarquinio e che poi, al rifiuto del re, ha bruciato. La stessa sibilla tiene in mano anche un ramo con foglie, perché Virgilio racconta che sulle foglie erano scritte le sue profezie. Le altre sibille sono identificate dai testi delle profezie, ciascuno attribuito a una sibilla e tutti tratti dall’opera di Lattanzio.

Lattanzio quindi si conferma come una fonte privilegiata, ma letta e interpretata in accordo con il Corpus Hermeticum per via delle teorie di Marsilio Ficino, che alla fine del Quattrocento è uno degli umanisti di maggiori rilievo nel panorama culturale, nonché l’intellettuale di punta nella cerchia dei Medici.

Proprio come in Lattanzio, infine, le sibille sono dieci, non dodici come si trovano invece, già da inizio secolo, in gran parte delle serie dipinte. Si trovano disposte in ordine lungo le navate, ai margini dell’edificio, a segnalare la loro funzione di “confine” tra i “pagani” che sono fuori dalla chiesa, e coloro che, camminando sulla via segnata dall’antico sapere, possono raggiungere il cuore del cristianesimo: l’altare su cui si celebra la messa.

Così, camminando sugli intarsi del pavimento, il fedele che entra in chiesa percorre la strada che rappresenta questo sapere. Allo stesso modo il visitatore di oggi ripercorre una delle tappe salienti della cultura rinascimentale, che porta alla rinascita del neoplatonismo e ha risultati anche oggi, nelle numerose espereienze di recupero delle teorie esoteriche. Ancora una volta, quindi, guardando un manufatto artistico, si può guardare oltre la “bellezza” e aprire una finestra sulla complessità del passato, un passato che noi siamo abituati a classificare in maniera molto netta e decisa per comodità di studio, ma che è fatta di uomini e donne come noi, che vivevano in un mondo complesso, ricco di diversi stimoli, pensieri e influenze e che davano vita a realtà stratificate e complesse, tanto quanto lo è la nostra, di oggi.

Duomo di Siena Sibilla Ellespontica
La Sibilla Ellespontica, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è datata al 1483 e attribuita a Neroccio di Bartolomeo de' Landi.

Monet e gli Impressionisti in Normandia a Palazzo Mazzetti - Asti

Dopo il grande successo della mostra Chagall. Colore e magia conclusasi il 3 febbraio che ha accolto 46.908 visitatori, grazie ad un progetto condiviso con Vittorio Sgarbi, dal 13 settembre arriva a Palazzo Mazzetti di Asti un eccezionale corpus di 75 opere che racconta il movimento impressionista e i suoi stretti legami con la Normandia.
Monet Etretat 1964


Sul
palcoscenico di questa terra, pittori come Monet, Renoir, Delacroix e Courbet - in mostra insieme a molti altri - colgono l’immediatezza e la vitalità del paesaggio imprimendo sulla tela gli umori del cielo, lo scintillio dell’acqua e le valli verdeggianti della Normandia, culla dell’Impressionismo.

Grazie alla Fondazione Asti Musei, la mostra “Monet e gli impressionisti in Normandia” curata da Alain Tapié, ripercorre le tappe salienti della corrente artistica: opere come Falesie a Dieppe (1834) di DelacroixLa spiaggia a Trouville (1865) di CourbetCamille sulla spiaggia (1870) e Barche sulla spiaggia di Étretat (1883) di MonetTramonto, veduta di Guernesey (1893) di Renoir - tra i capolavori presenti in mostra - raccontano gli scambi, i confronti e le collaborazioni tra i più grandi dell’epoca che - immersi in una natura folgorante dai colori intensi e dai panorami scintillanti - hanno conferito alla Normandia l’immagine emblematica della felicità del dipingere.
Un progetto espositivo che si concentra sul patrimonio della Collezione Peindre en Normandie, una delle collezioni più rappresentative del periodo impressionista, accanto a opere provenienti dal Musée de Vernon, dal Musée Marmottan Monet di Parigi e dalla Fondazione Bemberg di Tolosa.
Grand Palais


Furono gli acquarellisti inglesi come Turner e Parkes che, attraversata la Manica per abbandonarsi allo studio di paesaggi, trasmisero la loro capacità di tradurre la verità e la vitalità naturale ai pittori francesi: gli inglesi parlano della Normandia, della sua luce, delle sue forme ricche che esaltano i sensi e l’esperienza visiva. Luoghi come Dieppe, l’estuario della Senna, Le Havre, la spiaggia di Trouville, il litorale da Honfleur a Deauville, il porto di Fécamp - rappresentati nelle opere in mostra a Palazzo Mazzetti - diventano fonte di espressioni artistiche di grande potenza, dove i microcosmi generati dal vento, dal mare e dalla bruma possiedono una personalità fisica, intensa ed espressiva, che i pittori francesi giungono ad afferrare dipingendo en plein air dando il via così al movimento impressionista.

DELACROIX Falaises à Dieppe v. 1834
La mostra è realizzata dalla Fondazione Asti Musei, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dalla Regione Piemonte e dal Comune di Asti, in collaborazione con Ponte - Organisation für kulturelles management GMBH, organizzata da Arthemisia, sponsor Gruppo Cassa di Risparmio di Asti e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

Paestum in un futuro senza di noi? Ultime prove per la mostra che racconta i disastri ambientali futuri scavando nel passato remoto

Quale sarà il futuro della memoria in un mondo segnato dalle catastrofi ambientali e dai cambiamenti climatici? La mostra “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici”, che aprirà il 4 ottobre 2019 al Parco Archeologico di Paestum, gira intorno a questa domanda agghiacciante – ma anche stimolante se inquadrata in una prospettiva di speranza e responsabilità.

Unendo archeologi, scienziati, scrittori e artisti contemporanei, la mostra, a cura di Paul CarterAdriana  Rispoli Gabriel Zuchtriegel, racconterà la storia del territorio di Paestum, la greca Poseidonia, attraverso il rapporto tra gli uomini e l’ambiente, in particolare il mare. Fondamentali per l’elaborazione del tema della mostra saranno le proiezioni sui cambiamenti climatici e ambientali che potrebbero investire la Piana del Sele nei prossimi 100 anni, elaborate dal Centro di Studi sui Cambiamenti Climatici nel Mediterraneo. Inoltre, in questi giorni si sono svolte con successo le prove tecniche per il video-mapping sul Tempio di Nettuno dell’artista napoletana Alessandra Franco che andrà in scena nell’ambito della mostra. Archeologia, arte e scienza: tutti uniti nel tentativo di sensibilizzare il pubblico su di un tema cruciale.

Poseidonia. Statere incuso

“Dopo le previsioni preoccupanti pubblicate da parte di scienziati di tutto il mondo, è la prima mostra che integra il discorso sui cambiamenti climatici con una prospettiva storica e archeologica –  spiegano il direttore di Paestum Gabriel Zuchtriegel e il co-curatore anglo-australiano Paul Carter, autore di Turbulence: Climate Change and the Design of Complexity – l’obiettivo è di attirare l’attenzione su una storia caratterizzata dall’espansione imperialistica, dall’asservimento coloniale, da sostanziali e insostenibili cambiamenti ambientali e, soprattutto, dalla capacità delle società umane di comprendere cambiamenti imprevisti, adattarsi e ricostruirsi. Vogliamo mostrare la rilevanza del passato per il futuro: la nostra responsabilità come custodi del patrimonio culturale è la costante reinterpretazione delle realizzazioni passate alla luce di ciò che conosciamo e di cui facciamo esperienza nel presente”.

Tra i protagonisti del progetto e del corposo catalogo, oltre a archeologi, storici e scienziati, c’è anche Andrea Marcolongo, autrice di “Una lingua geniale: 9 ragioni per amare il greco” e “La misura eroica”. Nel suo contributo la scrittrice evidenzia le ragioni per le quali Poseidonia, la città di Poseidone, dio del mare, è un luogo speciale per affrontare la storia del clima e dell’ambiente: “Prima ancora di essere associato agli oceani, Poseidone era il dio chiamato da Omero ed Esiodo gaiéochos, ‘colui che feconda la terra’, oppure ennosìgaion, ‘colui che la stessa terra scuote con i terremoti’. Ecco il primo dei paradossi - saranno moltissimi, tutti affascinanti - che s’incontrano ripercorrendo a ritroso la storia della divinità che diede il nome alla città di Poseidonia, fondata da coloni greci giunti in nave da Sibari intorno al 600 a.C.”.

Installazione di Alessandra Franco

L’idea della mostra, che è co-finanziata dalla Regione Campania e comprende anche la realizzazione di vetrine cilindriche che con la loro forma richiamano l’installazione dedicata alla Tomba del Tuffatore di Carlo Alfano, è nata nel 2018 da una visita di Zuchtriegel alla Galleria Nazionale di Roma, la cui direttrice Cristiana Collu fa parte anche del comitato scientifico della mostra. “Quando vidi il quadro di Federico Cortese ‘Ruderi di un mondo che fu…’, realizzato nel 1892, che mostra i templi di Paestum sott’acqua, mi venne in mente uno studio recentemente pubblicato su Nature Communications, nel quale si prospettano danni gravi causati dall’alzamento del livello del mare e dall’erosione di costa in 42 su 49 siti UNESCO intorno al Mediterraneo analizzati dagli autori, tra cui Paestum” – racconta Zuchtriegel. Il quadro sarà l’unica opera prestata in mostra, mentre gli altri oggetti provengono dalle collezioni di Paestum; in parte si tratta di oggetti mai esposti prima.

Info:

Titolo: “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici”

Date: 4 ottobre 2019 – 31 gennaio 2020

Luogo: Museo Archeologico Nazionale di Paestum

Tutti i giorni (escluso il lunedì) dalle ore 8:30 alle ore 19.30 (ultimo biglietto 18:50).

La visita alla mostra è inclusa nel biglietto di ingresso al sito, nel biglietto annuale Paestum Mia e nella card Adotta un blocco.

Sito web: http://poseidonia-citta-dacqua.eu/


Un percorso inedito e un biglietto unico per visitare il complesso di Santa Maria La Nova Duomo

Il sogno grandioso di re Guglielmo il Buono: un complesso monumentale autonomo, straordinario, enorme e variegato. E così restò fino al 1866, anno della soppressione degli Ordini religiosi, quando passò allo Stato che in seguito lo affidò, dividendolo, alla Regione e al Comune. Ma il complesso abbaziale è un unicum, e non soltanto perché è straordinario: è un tutto omogeneo, formato dalla chiesa e dal chiostro, dal refettorio e da uno scriptorium. Finora non è stato mai possibile comprenderne la complessa omogeneità. Finora. Perché da sabato prossimo – 7 settembre – alle 18,30 sarà inaugurato il nuovo percorso di visita che comprende anche il Duomo (con il commovente Cristo Pantocratore), l’elegante Cappella Roano, il chiostro, il giro completo delle terrazze (da dove lo sguardo abbraccia l’intera vallata), il Museo Diocesano, ma anche la torre meridionale, di cui si sta completando il restauro proprio in queste ore, che ospiterà quattro nuove sale espositive (sviluppate in altezza) per accogliere le opere finora conservate nei magazzini del museo. Per l’inaugurazione ci sarà la possibilità di visitare gratuitamente il complesso fino a mezzanotte e sulla facciata del Duomo, verrà proiettato un videomapping.

Cappella Roano

Per il complesso di Monreale si tratterà quindi di una nuova/antica vita: di fatto chiunque lo visiterà potrà finalmente riassorbirne la storia nella sua interezza, ma si farà anche un’idea della potenza dell’intero progetto monumentale normanno. Che sarà raccontato anche da una guida nuova di zecca, edita da Skirà su commissione di CoopCulture che cura in ATI (CoopCulture, Mo.Mo e SKIRA) i servizi aggiuntivi del chiostro di Monreale, che da qualche mese fa parte di un unico itinerario di visita con il Duomo e, da sabato in poi, anche con il Museo Diocesano e gli altri ambienti del complesso. Saranno anche disponibili una app di ultimissima generazione per poter visitare il complesso in piena autonomia; e un’audioguida in 4 lingue (italiano, inglese, francese e tedesco)

L’itinerario di visita finora è stato premiato: il chiostro dei Benedettini ha visto crescere il numero dei visitatori passando dalle 214.254 alle 260.300 (+ 46 mila). Il biglietto unico chiostro e duomo (avviato da marzo) è stato scelto da oltre 100 mila visitatori. Da sabato il biglietto sarà quindi di 12 euro per la visita completa dell’intero complesso, compreso il Museo Diocesano e le nuove aree espositive.

Cristo Pantocratore

“Il complesso abbaziale di Monreale è qualcosa di unico che non si può separare: pensate soltanto ai capitelli del Chiostro dei Benedettini: raccontano scene dell’Antico e Nuovo Testamento che si ritrovano anche nei mosaici del duomo - sottolinea monsignor Michele Pennisi, arcivescovo della Diocesi di Monreale – Pur mantenendo distinte le proprietà, ben vengano sinergie, tra la Regione con la Soprintendenza, CoopCulture e la Diocesi, che permettono una visione complessiva. Speriamo parta presto il restauro della Cappella Roano, finanziato dalla Fabbriceria ma non ancora avviato per intoppi burocratici; ma nel frattempo apriamo le due torri, quella meridionale con gli archivi e quella settentrionale che ospiterà i paramenti sacri del Duomo. Senza dimenticare che la visita al Duomo permetterà di scoprire la splendida  icona della Madonna Odigitria, appena restaurata, dinanzi alla quale ho visto inginocchiarsi i fedeli russi”.

La nuova visione che il visitatore avrà di uno dei più grandi esempi architettonici della preziosa testimonianza della dinastia normanna in Sicilia, è il risultato di una perfetta sinergia tra istituzioni e privati – spiega il presidente della Regione Siciliana,  Nello Musumeci -. Un biglietto unico, un percorso di visita realizzato con una rigorosa cura scientifica da parte della Regione Siciliana e la possibilità di ammirare nella sua interezza un capolavoro di originale sintesi stilistica, sono la cifra dell’offerta che vogliamo dare ai visitatori. E’ il nuovo percorso di valorizzazione dei Beni Culturali siciliani già intrapreso da tempo, e che consentirà ai tanti turisti che visitano la Sicilia di potere fruire dei luoghi della cultura in maniera moderna e completa”.

Abside centrale

Monreale riaccoglierà il suo Duomo: alla vigilia della festa della Madonna del Popolo - la prima e la più antica celebrazione mariana nella cittadina normanna – l’arcivescovo Michele Pennisi aprirà alle 18,30 il nuovo percorso di visita all’intero sito, in maniera globale. Alle 21, dopo una rappresentazione teatrale sulla vita di Guglielmo II curata dalla Compagnia dei Normanni, si srotolerà un impressionante videomapping proiettato sulla facciata della Cattedrale. Per “Il sogno di Guglielmo”, il Duomo si animerà di luci e colori che racconteranno la sua storia, a partire dalla leggenda sul re normanno Guglielmo II. La performance, realizzata da Odd Agency, celebrerà l’architettura e i mosaici del prezioso monumento. Dopo lo spettacolo, sarà possibile visitare gratuitamente la Cattedrale, la sagrestia, il chiostro, la torre settentrionale e quella meridionale, le terrazze, gli archivi, il Museo Diocesano e la cappella Roano.

La chiave sta tutta nella sinergia e nella collaborazione avviata prima con la Soprintendenza, ed oggi con CoopCulture che gestisce i servizi aggiuntivi del chiostro dei Benedettini dal 2017, di cui ha riprogettato l'ingresso e aperto un bookshop nelle sale dove sono stati  scoperti e restaurati antichi affreschi. Nel 2018 CoopCulture ha sottoscritto l'accordo di valorizzazione con la Cattedrale per il biglietto unitario.

 

"Monreale è l’esempio di una best pratice nel rapporto tra pubblico e privato in grado di restituire alla comunità un sito UNESCO nella sua completezza – interviene Letizia Casuccio, direttore di CoopCulture -, ma è anche la sperimentazione di un nuovo modello di gestione del patrimonio sempre più integrato tra beni culturali e territorio, cultura, turismo ed economia locale. E’ giunto il momento di presentare  Monreale sul mercato turistico mondiale: ma deve essere pronto. E quindi, più servizi, vendita on line dei biglietti, visite guidate, audioguide e App, eventi, un merchandising dedicato e una front line di alto profilo. Noi faremo la nostra parte, già dai prossimi mesi realizzeremo un sito web di ultima generazione e presenteremo Monreale alle fiere di Rimini e Londra".

Si potrà così passare liberamente dal duomo al chiostro, e raggiungere il Diocesano con il nuovo allestimento museale a cui sta lavorando la direttrice Maria Concetta Di Natale. I lavori di ristrutturazione e restauro della torre meridionale, iniziati nel 2018, sono invece seguiti  dall’architetto Roberto Pupella, e realizzati dalla ditta Oliveri di Partinico, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza, a cui si deve la cura scientifica del nuovo percorso.

Un itinerario di visita inedito

L’intento dichiarato del re normanno era quello di divenire il punto di riferimento del mondo ecclesiastico sul territorio; anche per questo motivo, concesse il monastero ai Benedettini giunti da Cava dei Tirreni. Sede arcivescovile sin dalla sua fondazione, architettonicamente il Duomo venne completato con l’edificazione dello straordinario chiostro, elegante esempio di architettura monastica, vero hortus conclusus in cui è facile immaginare i monaci camminare, cantare e pregare. Il percorso di visita guiderà gli spettatori nell’esplorazione del Duomo, leggerà il Vecchio e il Nuovo Testamento sui mosaici, ammirerà il Cristo Pantocratore e passerà quindi alla cappella del Crocifisso - meglio nota come Cappella Roano, dal nome del suo fondatore - che accoglie il Tesoro del Duomo; proseguendo poi, si visiterà il Museo Diocesano, e l’aula capitolare di San Placido che ospitava l’assemblea dei monaci, le nuove sale espositive nella Torre, per concludere la passeggiata lungo il giardino, il Paradisus, l’ hortus conclusus della tradizione monastica. Da non perdere l’esperienza condivisa delle terrazze del Duomo da cui si gode una straordinaria vista sulla città.

Info e prenotazioni: 091 7489995 | www.coopculture.it


Casa Batlló Antoni Gaudí i Cornet

Gaudí: dopo oltre cento anni torna a splendere Casa Batlló

Due anni di pianificazione, sei mesi di attività di restauro esterno e successivi lavori di restauro interno stanno restituendo al pubblico l’antico splendore di Casa Batlló, uno dei principali esempi dell’operato di Antoni Gaudí (1852-1926), celeberrimo architetto spagnolo ideatore della rinomata Sagrada Família, simbolo di Barcellona. La città, infatti, non sarebbe stata la stessa senza l’esistenza di questa peculiare figura che ne ha plasmato abilmente la fisionomia, attraverso edifici colorati e dalle forme inusuali, sette dei quali inseriti tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Vissuto a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, Gaudí fu esponente primario del Modernismo catalano, del quale esprimeva il punto di vista ideologico e tematico arricchito da forme naturali che lo indussero a rigettare le rigide e consone linee rette, a favore invece di curve quali iperboloidi ed elicoidi. Si è così contraddistinto per lo stile estremamente fantasioso, eclettico ed originale, anticipando le successive soluzioni espressioniste e surrealiste.

Il tetto di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Una genialità che emerse subito durante i suoi giovani studi architettonici, intrapresi a diciassette anni proprio a Barcellona e che lo vedranno poi divenire anche scultore, decoratore e progettista d’interni. Una vita ardua la sua, caratterizzata da numerosi lutti familiari e da una salute precaria dovuta a forti reumatismi che ne esasperarono l’indole schiva e solitaria che lo caratterizzò fino all’assurda morte, per mano di un tram cittadino che lo investì e lasciò agonizzante nella generale indifferenza pubblica, poiché non riconosciuto a causa del suo aspetto trasandato.

Casa Batlló Antoni Gaudí i Cornet Barcellona
Facciata di Casa Batlló a Barcellona. Foto di Amadalvarez, CC BY-SA 3.0

Numerosi i segni lasciatici dalla sua prolificità: Parc Güell (1900-1914), la Pedrera (1906-1912), la sopracitata Sagrada Família (iniziata nel 1882 e non ancora terminata) e l’oggetto principale di questo articolo, Casa Batlló. I materiali da lui prediletti e plasmati furono la pietra, il ferro ed il laterizio, unitamente a legni, stucchi, vetrate e ceramiche. Elementi qui finalmente ravvivati e nuovamente visibili dopo esser stati celati per mezzo anno dai ponteggi, per un’operazione di restauro atta a ridare al luogo la forza cromatica che lo caratterizzava originariamente, nel lontano 1906.

In realtà l’edificio risaliva al 1875, progettato da Emilio Sala Cortés, insegnante di Gaudí; fu riplasmato dal suo allievo per volere del ricco Josep Batlló i Casanovas, proprietario di un’industria tessile che ambiva a rinnovare l’estetica della casa adattandola al quartiere borghese in cui si inseriva, ricolmo di abitazioni dall’aspetto particolare. Ne seguì uno stravolgimento del sito: la totale modifica della facciata in pietra arenaria, la ridistribuzione delle sezioni interne, l’aggiunta di due piani (che ne ha modificato l’altezza dai 21 ai 32 metri, per 14,5 metri di larghezza) e l’ampliamento del cortile, donandogli l’aspetto unico che oggi ammiriamo. Otto piani in totale: un seminterrato, un primo piano abitato dalla famiglia Batlló, altri piani adibiti all’affitto ed un soppalco, nonché un cortile centrale dalle ceramiche azzurre variegate al di sopra del quale è posto un lucernario che lo richiude. Le antiche scuderie invece col tempo sono state adibite a sala multifunzionale per convegni, nel corso degli anni Novanta.

Vetrate del piano nobile di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

La policromia della facciata è stata esaltata dai vetri istoriati e dalle ceramiche iridescenti, fonte di lucentezza con riflessi cangianti al sole. Inoltre, è stata fornita una piacevole ventilazione ed una buona illuminazione mediante l’aperto spazio centrale del patio. Estrosità congiunta a funzionalità, ciò che Gaudí ha magistralmente donato al luogo. Il risultato fu fortemente apprezzato, al punto da concorrere al titolo di “migliore architettura dell’anno”, sebbene poi non conseguito.

Da allora il palazzo, monumento storico-artistico nazionale (1969) e patrimonio mondiale dell’UNESCO (2005), aveva subito un solo restauro nel 2001. Il secondo ed ultimo intervento ha richiesto 1,3 milioni di euro, cifra mirante non solo ad una rivalorizzazione e migliore conservazione del sito, ma anche ad un’ottimizzazione del percorso di visita. A due anni di analisi hanno seguito vari mesi di operazioni di restauro che hanno coinvolto oltre 30 persone operanti in sette diversi settori. I lavori hanno riguardato principalmente la facciata e si sono svolti da gennaio a maggio 2019, sebbene siano ancora in corso attività di restauro di alcune sale interne. Attività di pulizia, ripristino, conservazione hanno riguardato materiali differenti quali pietra, vetro, ceramica, ferro e legno, ognuno dei quali richiede un trattamento specifico.

Per quanto concerne il vetro (presente nei pezzi componenti il trecandís, tipico ornamento in mosaico), ha subìto un processo di pulizia basato su acqua calda nebulizzata e, laddove necessario, spazzole e bisturi che ne hanno restituito l’originale brillantezza. I pezzi scomparsi sono stati invece replicati al fine di completare la trama multicolore, mentre il vetro a piombo presente in Galleria ha riassunto l’aspetto originario dai bordi placcati in oro.

La ceramica ha presentato la problematica del recupero delle piastrelle, alcune delle quali in avanzato stato di rovina, reso complesso dalla loro combinazione di colori. Presenti sui trecandís, sul tetto e sulla croce che lo sovrasta, le ceramiche sono state ripulite e talune trattate poiché prive dello smalto e ricoperte da muffe che sono state rimosse per poi procedere con un trattamento di protezione.

Il ferro battuto delle ringhiere dei balconi è stato riportato al suo colore d’origine, con barre dorate e ringhiere in piombo bianco, ripristinando una trave danneggiata e proteggendo il ferro per garantirne la conservazione.

Scale e soffitto. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Il legno, visibile in particolar modo sulle persiane, è stato ricomposto nelle parti in cui risultava danneggiato aggiungendo altri elementi lignei con le medesime caratteristiche, ovvero pino mugo degli inizi del Novecento. Il restauro ha restituito tonalità di colore ligneo prima non osservabili, ossia un tono di verde più chiaro sulle finestre e un tono più scuro sulle persiane.

La pietra tipica della porzione inferiore della facciata è stata pulita con vapore e spazzole rimuovendo la polvere e l’inquinamento accumulatosi negli anni. Riempiti i fori tra i vari blocchi e restituiti alla pietra gli originali colori e venature, si è proceduto alla stesura di un prodotto idrorepellente che impedisca allo sporco di penetrare nella pietra.

Molteplici, dunque, i miglioramenti ricevuti, tra i quali il recupero del vistoso lampadario di cristallo scomparso dal 1927 (anno a cui risale l’ultima testimonianza fotografica). Il lampadario, dal diametro di un metro ed il peso di 65 kg, è stato riposizionato nuovamente al centro della conchiglia in gesso del salone principale.

L’intera procedura di restauro è visionabile tramite specifici video presenti nella casa-museo ma anche su Internet, come indicato dal direttore dei lavori, Xavier Villanueva. Così si è ridato splendore ad una facciata fiabesca, contrassegnata da un ritmo ondulato e sinuoso che richiama la natura: le colonne poste alla base ricordano delle zampe di elefante ed esaltano la dimensione del palazzo, mentre il tetto è simile ad una coda di drago. A tal proposito, in virtù della forte religiosità dell’autore, una particolare interpretazione del luogo lo ha voluto accostare alla storia di San Giorgio e il drago: al di sotto del tetto dall’aspetto rettile vi sono balconi e colonnine scheletriche che raffigurerebbero le vittime della belva, mentre al di sopra vi è una torretta identificata con la spada del santo e decorata con anagrammi della Sacra Famiglia (“IHS” per indicare Gesù, “M” con la corona per la Madonna e “JHP” per San Giuseppe). Meno appariscente la facciata posteriore, sebbene sia anch’essa contraddistinta da ondulazioni (fornite da terrazze con rientranze e sporgenze alternate) e sormontata da un colorato trecandís con frammenti di ceramica dai motivi geometrici e floreali. La cura dell’esterno si ritrova ovviamente anche negli spazi interni, minuziosamente abbelliti nei particolari di maniglie, porte e sedie di particolare pregio scultoreo.

Casa Batlló Antoni Gaudí
Casa Batlló a Barcellona. Foto di Shawn Lipowski, CC BY 2.5

Lo scorso anno Casa Batlló ha oltrepassato un milione di visitatori con un guadagno di oltre 27 milioni di euro, continuando ad attirare sempre più turisti che sono soliti fotografarsi dinnanzi ad essa. A distanza di quasi un secolo l’estro di Gaudí continua a stupire, lasciando al mondo un patrimonio che va assolutamente preservato. Concludiamo con il divertente commento di Elies Rogent, direttore della facoltà ove Gaudí si diplomò a pieni voti: «Non so se abbiamo conferito il titolo a un pazzo o ad un genio, con il tempo si vedrà». Ai posteri l’ardua sentenza.

Le foto nell'articolo sono di repertorio e quindi precedenti i restauri; i video provengono dal sito ufficiale e mostrano invece i restauri.


Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi

"Locroi Epizephyroi": Andrea Chiesi interviene al museo locale

Locroi Epizephyroi

Musei e parco archeologico nazionale di Locri

Locri (Reggio Calabria)

Giovedì 29 agosto 2019 – Ore 12.00

Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi
Giovedì 29 agosto 2019, alle ore, 12.00, a Locri (Reggio Calabria), presso il Parco archeologico nazionale di Locri, si terranno un atteso intervento di Andrea Chiesi dal titolo Locroi Epizephyroi e la cerimonia di consegna di una sua opera al museo locrese. 
Visionario e poetico, Andrea Chiesi dipinge paesaggi contemporanei dai colori freddi e dai tratti veloci. Dedito alla pittura a olio e al disegno, di cui predilige la tecnica dell’inchiostro, sovente Chiesi raccoglie le sue impressioni di viaggio in taccuini, alla pari di un esploratore contemporaneo che durante un Grand Tour fissa in istanti eterni i ricordi. 
Per il Museo di Locri, Chiesi ha realizzato un taccuino espanso, un’opera che rispecchia la “responsabilità dell’artista”, ovvero la convinzione che ogni museo, seppur piccolo, sia spazio pubblico, in cui si sedimenta il senso di appartenenza della comunità e al contempo si favorisca la diffusione di valori condivisi. 
L’intervento di Andrea Chiesi è documentato da uno dei Contrappunti visivi, ovvero la sezione di audiovisivi di Ceilings per la regia di Giovanni Carpanzano e la fotografia di Demetrio Caracciolo, realizzato da Doc Servizi. È stato realizzato un making of sull’opera specifica e sulla poetica dell’artista, che sarà proiettato durante la giornata.
L’iniziativa è parte integrante del progetto Ceilings. Musei in rete, promosso e organizzato dall’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro.
Ceilings cofinanziato per il secondo anno consecutivo dalla Regione Calabria, vanta un accordo di valorizzazione con la Direzione territoriale delle reti museali della Calabria, già Polo museale della Calabria, nonché numerosi partner istituzionali e di settore. Ogni artista è invitato a confrontarsi con il territorio, con lo spazio museale, per realizzare interventi site-specific che si integrino con l’identità del luogo. Tali interventi artistici, lungi dall’essere una sterile operazione decorativa, rappresenteranno - e dovranno rappresentare nel lungo termine - la specificità della “rete dei musei”, per costituire quell’itinerario turistico del contemporaneo, tutto da scoprire, disseminato tra il patrimonio culturale della Regione.
Rossella Agostino - Direttore Museo e Parco Archeologico di Locri

Parteciperanno all’iniziativa: Rossella Agostino, direttore Musei e parco archeologico nazionale di Locri; Giuseppe Carmine Soriero, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Vittorio Politano, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Simona Caramia, curatrice del progetto e Anna Sofia, assessore alla cultura del comune di Locri.

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Pandora III

Interpol ed Europol coordinano l'operazione "Pandora III"

OPERAZIONE “PANDORA III”

-Italia-

L’Italia ha partecipato all’operazione internazionale denominata “Pandora III”, coordinata centralmente da Interpol ed Europol e finalizzata a contrastare, simultaneamente in più Paesi, la commercializzazione di beni d’arte di provenienza illecita.

Nella settimana di azione coordinata, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, con il supporto dell’Arma territoriale e in collaborazione con la Direzione Centrale Antifrode e Controlli dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato ha:

  • effettuato 56 controlli ad aree terrestri d’interesse archeologico e monumentale;

  • verificato 108 esercizi antiquariali, case d’asta, gallerie, restauratori e trasportatori;

  • controllato 17 opere in transito presso porti, aeroporti e aree doganali;

  • contestato 3 violazioni amministrative;

  • identificato 116 persone;

  • denunciato 26 persone in stato di libertà;

  • verificato 329 beni nella Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti, localizzando 17 opere su cui sono in corso indagini tese al recupero;

  • sequestrato 367 beni culturali per un valore complessivo di € 5.510.000, tra cui:

  • Roma: 2 capitelli corinzi lignei del XVIII secolo, parziale provento del furto commesso, nel marzo 2013 in danno della chiesa “San Martino” di Rocca Santa Maria (TE);

  • Ancona: 2 opere falsamente attribuite all’artista Michelangelo Pistoletto;

  • Jesi (AN), Falconara Marittima (AN), San Severino Marche (MC) e Matelica (MC): 2 dipinti raffiguranti “Annunciazione, Madonna con angelo”, parziale provento del furto commesso, nel marzo 2001, ai danni di un privato di San Silvestro Curatone (MN) e “Deposizione di Cristo”, parziale provento del furto, commesso nel giugno 1974, ai danni della Chiesa “Santa Maria Assunta” di Castel d’Arco (MN);

  • Rimini: rocchio di colonne in pietra di natura archeologica; elemento architettonico;

  • Galatone (LE): 70 monete in bronzo di natura archeologica; 17 oggetti archeologici in bronzo tra cui 2 anelli;

  • Firenze: statuetta egizia del VII secolo a.C., raffigurante “Ushabti in Faience”, provento del furto, commesso nel dicembre 1964, in danno del Museo Civico Archeologico di Modena

Pandora III
“Ushabti”, in faience, VI sec a.C.
  • Bologna: dipinto dal titolo “Half Dollar”, falsamente attribuito all’artista Franco Angeli;

  • Firenze: dipinto del XVII secolo, raffigurante “Natura morta”, provento del furto, commesso nel novembre 1988, in danno di un antiquario di Firenze;

  • Taormina (ME): 109 monete in bronzo di natura archeologica;

  • Perugia: opera grafica, raffigurante “Sacco e Rosso”, falsamente attribuita all’artista Alberto Burri;

  • Modena: 33 volumi dell’Enciclopedie ou dictionnaie raisonnè des sciences….. del XVIII secolo, scritta da Diderot e D’Alembert, asportati in data imprecisata ad un privato di Città di Castello (PG);

  • Grottammare (AP): dipinto del XVI secolo, raffigurante “Madonna con Bambino e Santi”, dell’artista Cesura Pompeo, provento del furto, commesso nel settembre 2013, in danno di privato di Ofena (AQ);

  • Bronzolo (BZ): dipinto senza titolo falsamente attribuito all’artista Gerardo Dottori;

  • Ochsenhausen (Germania): statua raffigurante “Sant’Agata”, asportata nel 1984 dalla chiesa di Commezzadura (TN)

Statua di Sant’Agata
  • Udine e Bronzolo (UD): 3 statue policrome appartenenti alla Civiltà Maya; dipinto falsamente attribuito all’artista Georges Mathieu.


Madonna con Bambino Pinturicchio

La “Madonna col Bambino” del Pinturicchio torna a Perugia dopo 30 anni

Pinturicchio torna a Perugia dopo 30 anni

 

L’opera “Madonna col Bambino” esposta fino a gennaio 2020 alla Galleria Nazionale dell’Umbria

PERUGIA, 9 AGOSTO 2019 – Torna a Perugia il dipinto su tavola “Madonna col Bambino”, trafugato nel 1990 e attribuito al Pinturicchio.

L’opera, che resterà esposta nella Galleria Nazionale dell’Umbria dal 10 agosto al 26 gennaio prossimo, è rientrata in Italia grazie all’efficace opera di diplomazia culturale condotta dal Ministero per i Beni e le attività culturali e all’attività investigativa dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio culturale.

Madonna col Bambino Pinturicchio"Questo ennesimo recupero mi rende particolarmente contento - ha detto in un video messaggio il Ministro Bonisoli - sia perché un altro frammento del nostro immenso patrimonio culturale è tornato nel nostro Paese, sia perché sarà possibile renderlo fruibile, per un periodo di tempo, ai cittadini e ai turisti che andranno a visitare la Galleria Nazionale dell’Umbria. L’evento di oggi sottolinea, ancora una volta, quanto sia importante che questo Paese porti avanti, nel modo più efficace, costante e determinato possibile, le iniziative di diplomazia culturale".

“Grazie alla diplomazia culturale – ha dichiarato il Ministro plenipotenziario Marco Ricci, intervenuto su delega del Ministro per i beni e le attività culturali Alberto Bonisoli - si restituiscono alle culture di appartenenza opere d’arte illecitamente sottratte, ma, altresì, si contribuisce a promuovere un mercato dell’arte internazionale basato su principi e valori etici universalmente accettati”.

Per il Generale di brigata Fabrizio Parrulli, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale “ancora una volta, grazie alle preziose informazioni contenute nella Banca Dati dei Beni culturali illecitamente sottratti, anche a distanza di quasi trent’anni, è stato possibile individuare il dipinto rubato, che da oggi fa ufficialmente il suo ritorno”.

“Questo recupero - ha aggiunto il Generale Parrulli - dimostra, ancora una volta, da un lato il carattere sempre più transnazionale delle attività criminali in questo settore e dall’altro l’importanza dello scambio di informazioni, anche tra le Forze di polizia di diversi Paesi, come sistema consolidato di cooperazione internazionale per contrastare efficacemente i reati in danno del patrimonio culturale”.

Madonna col Bambino Pinturicchio
La Madonna col Bambino del Pinturicchio

Il Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria Marco Pierini ha sottolineato: “Il Museo è il luogo dove le opere sottratte al territorio, un tempo con violenza, adesso per amorevole premura, trovano una nuova casa e assumono una funzione e un valore diversi”.

“È bello - ha concluso - che anche opere abituate da sempre a mostrarsi nell’intimità delle raccolte private possano godere di un pubblico più vasto, come accadrà per qualche mese alla splendida ‘Madonna col Bambino’ la cui pertinenza con la raccolta della Galleria Nazionale dell’Umbria è palesemente testimoniata dalle tante consorelle che la accolgono dalle pareti del museo”.

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Sala Stampa dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale


Banksy genius vandal

"Banksy. Genius or vandal?" A Lisbona la mostra che ha girato l'Europa

Si tiene a Lisbona (alla Cordoaria Nacional di Belém) la prima grande mostra portoghese dedicata al più celebre street artist: Banksy. Genius or vandal? La domanda appare retorica, perché probabilmente saranno rimasti in pochissimi a considerare Banksy un vandalo, non fosse altro per il fatto che ormai tutto ciò che tocca diventa oro. Si tratta però di una considerazione che ha sicuramente un valore storico e legato alla Street Art, e critiche in tal senso sono arrivate all'artista anche in un recentissimo passato. D'altra parte non si può non notare come sia vero pure il contrario, e cioè che un gran numero di opere di Banksy siano state vandalizzate.

Banksy. Genius or vandal? è una mostra realizzata in collaborazione con Lilley Fine Art - Contemporary Art Trader, uno dei pionieri nella rivendita delle stampe dell'artista. Si tratta di una mostra non autorizzata (come si dichiara nel sito e nella guida ufficiale, liberamente scaricabile da Izi.travel, e che si consiglia di utilizzare nella lettura dell'articolo) che è stata già presentata con successo a Mosca, San Pietroburgo e Madrid.

Una volta varcata la soglia (con gli immancabili ratti, uno degli animali ricorrenti nelle sue opere), ci si rende immediatamente conto del carattere multimediale della mostra. Tre schermi mostrano le più celebri opere dello street artist, realizzate nei diversi continenti. La maggior parte sono collocate nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ma non si possono non ricordare, ad esempio, quelle realizzate in Israele e in Cisgiordania. Diversi altri video sono presenti a intervalli più o meno regolari, nei corridoi della Cordoaria Nacional.

Nella stanza successiva è stata invece ricreata la scena dell'intervista a Banksy nel documentario Exit through the Gift Shop: a Banksy film. L'oscurità copre il volto e l'identità del controverso artista. Buona parte della mostra è però avvolta dalle tenebre, dalle quali emergono le opere. Si tratta di una scelta d'impatto e suggestiva, che però alle volte rende davvero difficile leggere le informazioni relative alle stesse.

Banksy genius vandal

A rendere controverso lo street artist non sono però solamente le questioni relative al vandalismo e alla sua identità, ma sicuramente anche il modo col quale lo stesso ha affrontato diversi temi "caldi" del nostro tempo. La mostra ripercorre quindi quelli che appaiono i temi a lui più cari: consumismo, politica, guerra, arte.

Sale Ends Today

Si comincia con la campagna Stop Esso, che nel 2000 lo vide al fianco di Greenpeace e a sostegno dell'ambiente e della ricerca relativa al riscaldamento globale. Più in generale, Banksy si è spesso scagliato contro il consumismo, con opere come Flying Shopper, Rose Trap, Sale Ends Today, Grin Reaper, Chocolate Donut, Barcode, Trolleys and Trolleys.

Brexit, fotografia

Altri temi che spesso ricorrono nelle opere dello street artist sono la politica e la guerra. L'opinione dell'artista è spesso espressa senza mezzi termini, anche dissacrando le istituzioni più importanti, come la Regina o il Parlamento. Tra le "vittime" più frequenti della satira di Banksy ci sono poliziotti, soldati e macchine da guerra. Tra le opere esposte, si segnalano Brexit, Monkey Parliament, Rude Copper, Turf War, Bomb Love, Happy Choppers, Heavy Weaponry, Monkey Detonator, Applause, Holocaust Lipstick, la terribile Napalm e forse la più celebre di tutte, Flower War/Love is in the Air.

Monkey Parliament

A voler fare l'avvocato del diavolo, viene quasi da chiedersi quanto l'artista sia davvero riuscito nelle sue battaglie, visto che le sue opere sono esse stesse oggetto di consumo, e lui stesso (come la stessa Street Art) pare ormai istituzionalizzato. Rimarcarlo troppo sarebbe però forse ingeneroso e tutto sommato anche sterile.

Banksy. Genius or vandal?
Applause

L'arte è un altro grande tema nei lavori dello street artist, che da un lato si interroga lui stesso, dall'altro si ritrova a fare satira sul mondo dell'arte contemporanea e sulla grande questione della percezione della stessa. Banksy può riprendere pure capolavori del passato, come la Ragazza con l'orecchino di perla di Johannes Vermeer, che diventa la Girl with pierced eardrum, oppure può ancora provocare affermando che se i graffiti cambiassero qualcosa, sarebbero illegali (If Graffiti Changed Anything).

Verso la metà del percorso si presentano le opere che dissacrano la Disney; grande spazio è riservato a Dismaland, un parco giochi decisamente non adatto ai bambini.

La mostra ripercorre buona parte della carriera di Banksy, con il Cans Festival, il Banksy vs Bristol Museum, la mostra Barely Legal, l'iniziativa del Walled Off Hotel, la Graffiti Wars con Robbo. Onnipresenti sono i soggetti preferiti da Banksy: ratti, scimmie, elefanti, bambini e anziani, poliziotti. Tra le opere esposte, ricordiamo infine Choose your Weapon Right, Pulp Fiction, e la Girl with a Balloon recentemente salita agli onori della cronaca durante un'asta di Sotheby.

Ovviamente si esce dalla mostra attraverso il negozio di souvenir (riprendendo letteralmente il documentario del 2010, Exit through the Gift Shop: a Banksy film), ma questa volta lo si fa solo per entrare in una seconda mostra, Arte para respirar. Con una selezione effettuata da Rádio Oxigénio, espone opere di Inês Gato e Maria José Cabral. Lo spazio è dedicato all'associazione tra artisti visivi portoghesi e musica. Questa è però solo una prima selezione, e altre avverranno in futuro.

Il carattere più ricorrente nelle opere di Banksy - che sembra emergere dalla mostra - pare quello della provocazione. E se alcune opere (come quelle sul tema dell'arte) possono ricordare la semplicità della vignetta, della battuta e del tweet, anche utilizzando più volte lo stesso supporto (quasi un meme), in altre emerge invece una profonda complessità. Piazzare un tenero e stucchevole gattino sull'unico muro rimasto in piedi di un edificio a Gaza va al di là della semplice provocazione.

Moltissime delle sue opere sicuramente possiedono uno straordinario impatto pop, e non è un caso che il tanto abusato aggettivo "iconico" sia spesso associato all'artista. Da vero iconoclasta, Banksy riprende spessissimo fotografie e figure del nostro tempo per sovvertirle completamente, anche solo con l'aggiunta di un particolare che rende satirica l'intera composizione. Ed è forse anche grazie a questo carattere pop e di immediata riconoscibilità che si spiega come Banksy sia riuscito a dare un significativo contributo nel rendere la Street Art accettata dal grande pubblico.

Altro carattere dell'artista che pare pienamente colto dalla mostra è dunque quello del suo essere in grado di comunicare con le forme mediatiche del nostro tempo. Se Banksy parla soprattutto dal suo profilo Instagram, il visitatore è invitato a condividere i suoi scatti sullo stesso canale, ed è immerso in uno spazio multimediale.

In conclusione, per gli ormai tanti italiani che - tra residenti e turisti - saranno nella capitale portoghese fino al 27 ottobre, la mostra si presenta come una tappa invitante, che ripercorre buona parte della carriera di Banksy. Sicuramente accessibile, verrebbe da sottolineare - visti i numerosi giovanissimi presenti -  anche la potenziale capacità di questo popolare artista di avvicinare all'arte.

Banksy genius vandal
Locandina della mostra "Banksy. Genius or vandal?"

Per informazioni sui biglietti: Everything is New.

Foto di Giuseppe Fraccalvieri, ove non indicato diversamente.


Kronos e Kairos: il tempo al centro di una mostra al Palatino

Il tempo come flusso sequenziale e il tempo come attimo, momento propizio in cui avviene un determinato evento. Ecco il tema cardine della mostra che ci attende in questi giorni a Roma, che affronta attraverso l’arte contemporanea le sue diverse ma complementari sfaccettature: Kronos* e Kairos, la scorrevolezza e l’occasione, l’aspetto quantitativo e quello qualitativo dell’antico concetto di tempo.

Gli antichi Greci infatti suddividevano il concetto temporale in tre termini: oltre ai già citati Kronos e Kairos caratterizzanti il mondo degli uomini, vi era il trascendente Aion, tempo assoluto ed eterno sovente associato al Cosmo. Peculiari ed interessanti le iconografie cui ricorrevano per raffigurarli: Kronos mediante un potente titano che divora i suoi figli per mantenere il proprio potere; Kairos, figurativamente meno frequente, mediante un giovane dai piedi alati, un rasoio ed il capo rasato ad eccezione di un ciuffo che va afferrato mentre passa rapido. Il pensiero di allora associava Kronos alla divinità divoratrice poiché il tempo cronologico cancella ciò che crea (azioni meccaniche destinate a svanire), a differenza dei singoli attimi di illuminazione che si distinguono per la loro eccezionalità e vanno pertanto colti al volo.

In questo contesto l’arte contemporanea rientra nel Kairos, in quanto comporta una rottura tra presente e passato i cui sviluppi appartengono ad una dimensione “kairologica”, a differenza delle condizioni artistiche che solitamente vengono inquadrate cronologicamente. L’opera d’arte fa sì che l’artista condivida il momento creativo, il Kairos che proietta verso un tempo migliore gli atti creativi che esulano dagli schemi comuni. L’arte è dunque elemento cardine dell’evoluzione dal tempo quantitativo a quello qualitativo, poiché allontanando la bellezza dal distruttivo Kronos la rende eterna in Kairos.

Ecco la riflessione che sta alla base del progetto espositivo organizzato da Electa e curato da Lorenzo Benedetti, il quale ha coinvolto quindici artisti nostrani ed esteri che hanno ideato o riadattato le loro opere al luogo che le accoglie, il Palatino, fonte di riflessione sul rapporto tra passato e presente. Viene infatti ipotizzato un dialogo tra l’attuale ed il patrimonio storico, dialogo che restituisce continuità al Parco Archeologico del Colosseo, che la promuove. La direttrice Alfonsina Russo parla a tal proposito di interventi site-specific che congiungono archeologia e creatività, maestria arcaica ed estro contemporaneo.

Esito del coordinamento scientifico della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, l’esposizione si fonda dunque su quindici opere audiovisive e installazioni che si inseriscono perfettamente nelle diverse aree dell’antica location: le imponenti e complesse Arcate Severiane dalle antiche funzioni polivalenti; lo Stadio Palatino dalla forma simile ad un ippodromo originariamente dedicato alle attività di svago; la Domus Augustana che era luogo di rappresentanza per udienze; e la Sala dei Capitelli, un tempo avente la funzione di antiquario e così denominata poiché contenente numerosi capitelli ben conservati.

Di seguito una breve descrizione delle opere incluse nella mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea” e descritte nell’omonimo catalogo.

Nina Beier, Beast, 2018 ©ph_studiozabalik
Catherine Biocca, Hey Kiddo!, 2019 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fabrizio Cotognini, Four Beasts in One, 2019 ©ph_studiozabalik

Beast” (2018), dell’artista danese Nina Beier, riproduce l’opposizione alla dominazione umana attraverso due tori meccanici che attuano un ripetitivo movimento di resistenza. L’istallazione audio di Catherine Biocca, “Hey Kiddo!” (2019), si fonda invece su stampe PVC, colonne, griglie e speaker per rievocare l’epistolario incompleto di Seneca all’allievo Lucillo (65 d.C.). “Four Beats in One” (2019) di Fabrizio Cotognini raffigura il cigno antropomorfo Grillomostro, figura mitologica che ritratta nell’istante della morte vuol interrogare sulla contemporaneità; esito di un assemblaggio di più materiali (marmo, resina, ottone, rame e fegato di zolfo), diviene emblema di uno specifico momento storico, quello attuale destinato a divenire storia.

Kronos e Kairos
Dario D’Aronco, Composizione con voce (Hirayama), 2019 ©ph_studiozabalik

Composizione con voce” (2019) è un’opera di Dario D’Aronco fondata su un tatami, tipico pavimento giapponese con moduli rettangolari, sul quale vengono posizionate sculture che sembrano una pioggia di ricordi unti di una pittura vischiosa, mentre in sottofondo si ode una canzone di Michiko Hirayama. Antecedente è l’installazione “The Stand-In” (2011) dell’artista Rä Di Martino, fondata su dieci proiettori che mostrano aree del deserto nordafricano utilizzate come set cinematografici e divenute poi rovine abbandonate.

Jimmie Durham, Stone Foundation, 2019 ©ph_studiozabalik

Stone Foundation” (2019), dello statunitense Jimmie Durham, è un’opera site-specific che dialoga con l’ambiente circostante, un assemblaggio le cui parti espongono la rapida obsolescenza tecnologica in una sorta di mitologia industriale che illustra gli effetti del tempo e la sua relatività. “Krewne” (2010), scultura in acciaio ideata per la II Wola Biennale di Varsavia dall’inglese Kasia Fudakowski, è costituita da cancelli ritraenti volti astratti che da chiusi si fronteggiano e solo da aperti si “vedono”, illustrando la limpida evidenza tipica del senno di poi.

Giuseppe Gabellone, Senza titolo, 2018 ©ph_studiozabalik
Hans Josephsohn, Untitled (Mirjam), 1953 ©ph_studiozabalik

Giuseppe Gabellone ci propone “Senza titolo” (2018), una struttura in metallo con assi e luci dalle sagome antropomorfe, le cui braccia sembrano voler ampliare lo spazio e sfidare la luce naturale esterna, risultando industriale e poetica al tempo stesso. Hans Josphsohn coi suoi molteplici “Untitled” incentra l’arte sulla forma umana, con figure intere o smezzate poste in varie posizioni e relazionate l’una all’altra.

Kronos e Kairos
Oliver Laric, Hundemensch, 2018 ©ph_studiozabalik
Cristina Lucas, PANTONE -500 +2007, 2007 ©ph_studiozabalik

Con l’opera in poliuretano “Hundermensch” (2018) l’austriaco Oliver Laric vuol far riflettere sul concetto di metamorfosi, di effetti del tempo, di dinamiche tra vita umana e non umana, adoperando lo strumento tecnologico in relazione alla scultura classica. Attraverso l’installazione “Pantone – 500 +2007” (2007) la spagnola Cristina Lucas compara l’astrazione del pantone (sistema internazionale di riferimento per grafica e stampa che relaziona colori e numeri) con quello della mappa del mondo che associa colori e paesi.

Matt Mullican, Untitled (subject, world framed, elements), 2019 ©ph_studiozabalik
Hans Op de Beeck, Blossom Tree (Bronze), 2018 (dettaglio) ©ph_studiozabalik

Untitled” (2019), ideata dallo statunitense Matt Mullican appositamente per la mostra, coniuga storia, geografia e diversità culturali attraverso pittogrammi colorati con cui l’artista realizza tre bandiere nel tentativo di descrivere la relazione tra uomo ed universo. “Blossom Tree” (2018) del belga Hans Op de Beek è invece un albero bronzeo dallo stile nipponico, caratterizzato da particolari effetti visivi con raffigurazioni di sagome umane, oggetti, edifici e panorami usuali ma riprodotti in maniera tacita e distaccata.

Giovanni Ozzola, 3000 BCE – 2000 Il cammino verso se stessi, 2012 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fernando Sànchez Castillo, Hojarasca (Leaf Litter), 2019 ©ph_studiozabalik

Giovanni Ozzola ha realizzato “3000 B.C.E – 2000 (Il cammino verso se stessi)” (2012) con 98 incisioni su ardesia formanti sulla parete un’ampia immagine del mondo con le rotte dei più celebri esploratori, producendo un effetto poetico da lui definito “stimmung”. Infine, l’opera “Hojarasca” (2019) dello spagnolo Fernando Sánchez Castillo vuol analizzare le diverse forme di potere basandosi su oggetti quotidiani tramutati in sculture in bonzo resi peculiari da una specifica patina.

Come si evince da questa rapida descrizione, numerosi sono gli spunti riflessivi originati dalle suddette creazioni artistiche. Inoltre, dal 1° settembre al 3 novembre, giorno di chiusura della mostra, verrà attuato un progetto formativo di mediazione culturale didattica che coinvolgerà nell’interazione coi visitatori gli studenti di Storia dell’arte dell’Università La Sapienza: forniranno chiarimenti e ausilio nella fruizione attiva delle opere.

Orari di apertura: 10,00 – 17,00 (dal 19 luglio al 30 settembre), 9,00 – 16,00 (dal 1° ottobre al 3 novembre).

Per informazioni sulla mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea”: www.parcocolosseo.it

Kronos e Kairos* in realtà con la traslitterazione Kronos (Κρόνος) si intende solitamente il padre di Zeus, divinità pre-olimpica; con la traslitterazione Chronos (Χρόνος) si indica invece il dio del tempo. Le due figure furono equate già almeno in Plutarco (insieme a Saturno, nelle Questioni romane 12, 266 E), ma non si può escludere che questa equivalenza fosse pure precedente. In italiano entrambe le figure si rendono spesso col nome Crono. Nota a cura di Giuseppe Fraccalvieri.