Paris Blues: due storie d’amore jazz a cavallo tra due epoche

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Poster del film Paris Blues. Fair use, copyright degli aventi diritto.

Paris Blues di Martin Ritt è un film sul jazz ambientato a Parigi, ma soprattutto è un film sull’America. Uscita nelle sale il 27 settembre 1961, a pochi mesi dall’elezione di John F. Kennedy a 35° Presidente degli Stati Uniti, la pellicola può dirsi ‘epocale’ nel vero senso della parola in quanto riassume da un lato le tensioni che avevano animato la gioventù americana negli anni ‘50, dall’altro anticipa temi che saranno centrali nel dibattito pubblico americano degli anni ‘60 (questione razziale, lotta per i diritti civili, tossicodipendenza).

Eddie Cook (Sidney Poitier) è un musicista afroamericano, ben lieto di essere sfuggito all’ambiente razzista e discriminatorio della Harlem anni ‘50; Ram Bowen (Paul Newman), talentuoso ma musicalmente indisciplinato, cerca nella Ville Lumiére la propria consacrazione come trombonista jazz, dedicandosi alla scrittura di un’opera sinfonica, Paris Blues, appunto. La loro vita sregolata, tutta dedita all’arte e alle donne, viene interrotta dall’incontro casuale con due giovani turiste americane, ipostasi dell’America che verrà nel decennio successivo: da un lato Connie (Diahann Carroll), insegnante afroamericana, legata alle sue radici e desiderosa di battersi per i diritti della propria gente; dall’altro Lilian (Joanne Woodward), divorziata, con due figlie. Inizialmente, i due musicisti si invaghiscono entrambi di Connie, ma sarà la sfrontatezza e la caparbietà di Lilian a persuadere Ram. Tra le due coppie nascerà subito un amore ‘impossibile’, vissuto intensamente per ‘dodici dolci e amari giorni’ durante i quali tutte le loro certezze vacilleranno al punto da spingere sia Ram che Eddie a decidere di tornare in America e rinunciare così alle proprie ambizioni artistiche, alle proprie vite ‘libere’ (ma da semi-reietti) su e giù tra tetti e scantinati, tra artisti bohémiens, raffinati intellettuali parigini e tossicodipendenti. Ma la loro risoluzione durerà molto poco.

Lilian (Joanne Woodward) e Ram (Paul Newman)

A rappresentare sul piano simbolico la tensione che scuote interiormente i quattro giovani non può che essere, ovviamente, il jazz, quella temperie musicale che aveva agitato le anime più irrequiete e turbolente d’America, quel genere ‘sconcertante’ e vitalistico, nero ma anche bianco (non a caso è solo a Parigi che Ram e Eddie possono fare stabilmente coppia) che aveva rappresentato la più grande rivoluzione musicale dei decenni centrali del XX secolo e che ancora per tutti gli anni ‘60 avrebbe consacrato alcune delle sue più grandi personalità. A fare di Paris Blues un film jazz è la favolosa colonna sonora, curata quasi interamente da Duke Ellington e dalla sua orchestra, nonché l’apparizione di Louis Armstrong, nel ruolo del famoso jazzista Wild Man Moore, il quale dà vita, in un’elettrizzante ‘battle royal’ con Poitier e Newman a una delle scene più celebri e riuscite del film. Va segnalato, inoltre, il personaggio di Michel Devigne (ben interpretato da un intenso Serge Reggiani), omaggio ad uno dei più grandi chitarristi jazz francesi: Django Reinhardt.

Il cameo ‘musicale’ di Louis Armstrong nei panni di Wild Man Moore

Il film, che non può essere ascritto, nonostante il cast stellare, tra le pietre miliari del cinema hollywoodiano (troppo spesso naïf e ‘americano’ nella descrizione del panorama musicale parigino dell’epoca), merita però di essere recuperato come documento storico.

Inizialmente, infatti, la sceneggiatura originale, ispirata all’omonimo romanzo del 1957 di Harold Flender, prevedeva due storie d’amore interraziali che furono però ritenute troppo audaci dalla United Artists per il pubblico americano. Il tema, infatti, viene solo accennato all’inizio del film, quando sia Ram che Eddie vengono attratti dalla bellezza di Connie. Eppure è evidente quanto tale questione sia nodale soprattutto nella storia fra Eddie e Connie, che incarnano due anime differenti del mondo afroamericano: lui, disilluso e più propenso all’evasione, lei, pronta a ‘combattere per gli anni che verranno’, ben inquadrata in un processo di attivismo e cambiamento ormai già in essere e che Eddie, con il suo ormai quinquennale ‘esilio’ parigino aveva totalmente mancato. Se anticonformista è la scelta dei due giovani musicisti, certamente lo è anche quella delle due ragazze: non era consuetudine che una madre e un’insegnante partissero da sole in vacanza in Europa, adottando un comportamento decisamente spigliato e in controtendenza rispetto all’immaginario femminile coevo (si pensi a Lilian che con il suo atteggiamento vince le resistenze di Ram, rifiutato da Connie).

Paris Blues, pertanto, va rivisto e apprezzato non solo per riascoltare la sua splendida colonna sonora, ma anche perché riesce ad essere al tempo stesso un film che sintetizza i caratteri peculiari di un’epoca e fa da cerniera con un’altra, nuova ed incipiente: da un lato, infatti, porta sullo schermo il disagio esistenziale della ‘gioventù bruciata’ degli anni ‘50 che aspirava ad una propria realizzazione ‘fuori’ dalle gabbie dei conformismi americani (Parigi per i due protagonisti è sia oasi che esilio, mentre l’America resta sullo sfondo come un inferno lontano da cui fuggire), dall’altro lascia intravedere a livello seminale quei cambiamenti nelle sfere dei costumi sessuali, delle libertà di espressione e dei diritti civili che caratterizzeranno il ventennio successivo.

Connie (Diahann Carroll) e Eddie (Sidney Poitier) passeggiano per le vie di Parigi.

A Palazzo Morando gli abiti da star di Rosanna Schiaffino

Cultura

A Palazzo Morando gli abiti da star di Rosanna Schiaffino raccontano la sua vita privata e la sua carriera cinematografica

Abiti, tessuti, ricami, grandi firme e film si intrecciano con la vita privata dell’attrice in un racconto che si dipana dalla fine degli anni Cinquanta per arrivare al Duemila, ripercorrendo non solo le sue scelte in fatto di moda, ma anche la sua carriera di attrice, segnata da collaborazioni con registi come Rossellini, Lattuada, Rosi, Minnelli e tanti altri.

Milano, 30 dicembre 2018 – Palazzo Morando | Costume Moda Immagine presenta al pubblico il prezioso guardaroba dell’attrice Rosanna Schiaffino, recentemente entrato a far parte delle collezioni del Museo. Il progetto espositivo, promosso dal Comune di Milano-Cultura e curato da Enrica Morini e Ilaria De Palma, racconta attraverso gli abiti e la figura di Rosanna Schiaffino non solo i momenti più significativi della recente storia della moda, ma anche il modo di presentarsi al pubblico di una star del cinema degli anni ’60 e quello privato di una signora dell’alta società milanese degli anni ’80 e ’90.

In programma nelle sale del Palazzo fino al 29 settembre 2019, con ingresso libero, “Rosanna Schiaffino e la moda. Abiti da star” espone oltre quaranta abiti di alta moda e prêt-à-porter delle più importanti firme del secondo Novecento. Abiti, tessuti, ricami, grandi firme e film si intrecciano con la vita privata dell’attrice in un racconto che si dipana dalla fine degli anni Cinquanta per arrivare al Duemila, ripercorrendo non solo le sue scelte in fatto di moda, ma anche la sua carriera di attrice, segnata da collaborazioni con registi come Rossellini, Lattuada, Rosi, Minnelli e tanti altri. Fotografie di scena e di backstage, oltre che immagini tratte dai suoi album personali, messe generosamente a disposizione dalla famiglia, contribuiscono a ricrearne la figura.

Gli anni della Hollywood sul Tevere sono rappresentati dalle sartorie di alta moda fra le più importanti del periodo: da Federico Forquet, creatore del giacchino indossato da Rosanna Schiaffino in occasione delle sue nozze con Alfredo Bini, pigmalione dell’immagine della star, a Germana Marucelli, autrice tra gli altri di uno straordinario modello Totem completamente ricamato.

Negli anni Settanta è la novità del prêt-à-porter ad affascinare l’attrice, che nelle collezioni di Saint Laurent Rive Gauche sceglie capi iconici come lo smoking, la sahariana, fino ai caftani.

Il matrimonio con Giorgio Falk corrisponde al ritiro dalla scena e segna da un lato un ritorno alla haute couture e agli spettacolari modelli di Valentino e Gianfranco Ferré, dall’altro la scoperta del prêt-à-porter degli stilisti italiani, quello che rappresentò il periodo di maggior successo e creatività del Made in Italy.

La sezione cinema, curata da Elena Gipponi, è stata realizzata grazie al supporto dell’Università IULM.

Il catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, esplora il rapporto di Rosanna Schiaffino con la moda e la sua carriera cinematografica e costituisce una preziosa occasione per studiare tessili e ricami di un trentennio di grandi eccellenze industriali e artigianali italiane.

 

Come da Comune di Milano.


Un posto al sole e il lato oscuro del sogno americano

Quando fu proiettato nelle sale, nel 1951, A Place in the Sun di George Stevens, remake di An American Tragedy di Josef Van Stenberg del 1931, già riadattamento dell’omonimo romanzo del 1925 di Theodor Dreiser, ottenne un successo straordinario di pubblico e di critica (sei Oscar, un Golden Globe, un Nastro d’argento). Il film fu una delle prime grandi prove attoriali di Montgomery Clift e Elizabeth Taylor, giovani astri nascenti del cinema hollywoodiano.

Un posto al sole Elizabeth Taylor Montgomery Clift Shelley Winters George Stevens A place in the sun cinema
Poster del film

La pellicola portava sul grande schermo un intenso dramma (scabroso sotto certi aspetti per la pruderie americana d’inizio anni ’50) che vede come fulcro narrativo la figura di George Eastman (Montgomery Clift), un ragazzo povero di Kansas City, figlio di pastori metodisti, che va a cercare fortuna ad Ovest presso il ricco zio industriale. Accolto con diffidenza per le sue umili origini, George accetta una modesta mansione alla catena di montaggio. Qui, disobbedendo alle ferree regole della fabbrica, frequenta la giovane operaia Alice (un’efficacissima Shelley Winters) con la quale intraprende una relazione clandestina. Quando, però, lo zio di George, visti i suoi buoni modi e il suo spirito di abnegazione, decide di promuoverlo ad un ruolo di responsabilità, tutto nella vita del giovane è destinato a cambiare.

Il timido e impacciato ragazzo di provincia è ora ammesso alle feste dell’alta società americana. Qui incontra Angela Vickers (un’incantevole Liz Taylor), giovane e ricca rampolla, la cui vita privata è argomento di tutti i rotocalchi dell’epoca. Il loro è un amore a prima vista. L’ambizione e l’ingenua passione di George lo portano a coltivare una doppia relazione e il sogno di una scalata sociale.

George Eastman (Montgomery Clift) e Angela Vickers (Elizabeth Taylor)

Tuttavia, a far precipitare la situazione è la notizia della gravidanza di Alice. Esclusa l’opzione aborto (non vi sono medici disposti ad aiutare la giovane coppia), a George non resta che pianificare l’omicidio di Alice, sempre più irrequieta e indisposta a ritardare il loro matrimonio, che avrebbe significato per George la rovina: perdere la fiducia dello zio, perdere Angela, decisa a sposarlo ad ogni costo, e rinunciare così alle sue ambizioni. Pronto a farla finita, George conduce Alice in barca su un lago, ma nel momento fatale non ha il coraggio di uccidere la ragazza che, però, maldestramente, cade dalla barca dopo un litigio. Quando si decide ad intervenire per salvarle la vita, è già troppo tardi. Logorato dal senso di colpa e scoperto ben presto dalla polizia, George finisce in tribunale dove, nonostante l’accorata confessione, viene condannato alla sedia elettrica.

La vicenda drammatica di George riflette a pieno il titolo originale del romanzo (An American Tragedy): George è davvero un personaggio tragico perché diviso fra due mondi, quello ‘basso’ dell’umiltà e della povertà a cui lo aveva costretto la scelta di vita religiosa dei suoi genitori e a cui lo avrebbe costretto, ancora una volta, il matrimonio con Alice, e dall’altro il mondo ‘alto’, del benessere, del sogno americano, della promessa di migliorare la propria condizione, incarnato dall’irresistibile e sensuale Angela a cui un ragazzo come George non può in alcun modo dire di no.

George non è un cinico parvenu, disposto a tutto, persino all’omicidio, pur di realizzarsi, ma è una vittima ingenua di un ingranaggio più grande di lui, quell’ingranaggio alla cui base vi è la catena di montaggio dove nasce e fiorisce la relazione con la povera Alice. George così come Alice e la stessa Angela sono vittime di un ingranaggio che non contempla gli affetti, che non può essere ostacolato da essi (in questo il divieto dello zio di intrattenere relazioni con altri salariati della fabbrica è simbolico, oltre che decisivo nello sviluppo della vicenda). Il venir meno di George al divieto dello zio e ai divieti morali e religiosi della madre (che si era raccomandata con il figlio prima della sua partenza per l’Ovest) lo spinge verso il baratro. Nel momento in cui George viene promosso, cioè si allontana dalla catena di montaggio, l’amore naturale, genuino per Alice è inutile, se non controproducente, e perciò va soppresso in funzione di un ‘bene superiore’, che è reale e concreto al tempo stesso: George è davvero innamorato di Angela, è davvero disposto a tutto pur di sposarla e trovare così il suo ‘posto al sole’. È impossibile, dunque, scindere il sentimento amoroso dall’ambizione nella figura complessa e sfaccettata di George, magistralmente interpretato da un introspettivo Montgomery Clift (attore che, nei suoi film, insieme con Marlon Brando e James Dean, incarnò la ‘gioventù bruciata’ dell’America eisenhoweriana). I suoi silenzi e la sua enigmatica espressività, infatti, riescono in modo molto efficace a rendere la complessità di un personaggio solo in apparenza molto semplice e lineare.

Questo torbido triangolo rappresenta, ad una più profonda analisi, su un piano simbolico, il lato oscuro del sogno americano e porta alla luce una falla enorme nella sua narrazione ottimistica ed entusiastica: la scalata sociale è possibile, ma solo a determinate condizioni, solo a costo di enormi sacrifici, solo a costo di frenare anche i propri più naturali e genuini sentimenti. In questa duplice e contemporanea tensione verso l’‘alto’ e verso il ‘basso’, George resta schiacciato: ha voluto tutto e ha voluto troppo, proprio perché non aveva avuto niente.

Vittima di quella sperequazione sociale che sostanzia il sistema economico americano, la Giustizia, che vede in lui solo un bugiardo, lo condanna a morte come colpevole di un omicidio che non aveva commesso, ma che aveva intimamente desiderato (beffardo paradosso).

Quella di George è una fiaccola che brucia in fretta: tutta la sua vicenda umana si consuma senza che lui possa rendersene conto. Solo alla fine, solo dopo la visita di Angela in carcere, capisce di aver perso tutto fuorché l’unica cosa per cui aveva agito, cioè Angela, che gli giura amore eterno e a cui lui chiede di amarlo ‘per il tempo che gli rimane da vivere’. È questo l’unico bene vero che gli resta, l’ultima scintilla di quel sogno che era stato la sua rovina.


Roma: la Casa del Cinema ricorda Bernardo Bertolucci

Casa del Cinema ricorda Bernardo Bertolucci

con la proiezione gratuita del film Il conformista

Mercoledì 28 novembre ore 20.30

ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili

Roma, 26 novembre 2018 – Sedici film, un genio che attraversa come una cometa la storia del cinema, un uomo buono e gentile, sempre affamato di cinema e di giovinezza, sempre a casa alla Casa del Cinema di Roma, Bernardo Bertolucci se ne è andato e la Casa del Cinema lo saluta con l’affetto che si riserva a un amico e a un grande artista, con uno dei suoi film più emozionanti e personali. Mercoledì 28 novembre alle 20.30 ritorna sul grande schermo di Sala Deluxe Il conformista (Italia, Francia, Germania, 1970, 112').

“Stupore e sgomento - dice Giorgio Gosetti - ci prendono alla gola pensando a questo grande uomo che se ne va e che mercoledì vogliamo accompagnare ricordando il suo sorriso e la sua passione. La parola che amava di più era ‘compassion’, una partecipazione alla vita che aveva imparato dalla pratica del Buddha. E compassion resterà la sua lezione per tutti noi che restiamo orfani del suo genio e della sua dolcezza”.

CASA DEL CINEMA

Spazio culturale di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale

Gestione Zètema Progetto Cultura

Direzione Giorgio Gosetti

in collaborazione con Rai; Rai Cinema 01 distribution

 

INDIRIZZO Largo Marcello Mastroianni, 1

INFO tel. 060608 www.casadelcinema.it www.060608.it

INGRESSO GRATUITO

 

Testo e immagine da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


La piccola grande comparsa nella serie "I Medici": Poliziano

In questi ultimi anni ha spopolato in televisione come in rete la serie esclusiva Rai, frutto di una magistrale collaborazione tra Italia e Inghilterra, che ha raccontato le vicende di una tra le famiglie più celebri del Rinascimento (se non della storia) italiano: quella dei Medici, signori di Firenze.

Centro storico di Firenze. Particolare della Cattedrale di Santa Maria del Fiore e del Battistero di San Giovanni.
Foto di Lorenzo Testa, CC BY SA 4.0

In particolar modo quella che è andata in onda in queste settimane, esordendo il 23 ottobre e concludendosi il 13 novembre, è stata la seconda stagione e ha visto protagonisti i figli di Piero di Cosimo de’ Medici (Julian Sands), detto il Gottoso, Lorenzo (Daniel Sharman) e Giuliano (Bradley James), nel loro percorso di ascesa per il potere, sapientemente tracciato dal nonno Cosimo (Richard Madden), di cui si era ben visto l’operato nella prima stagione. Ovviamente, trattandosi di una serie televisiva liberamente tratta e non di un documentario, non sono mancate alcune incongruenze storiche, che hanno fatto storcere il naso ai ferrati in materia, così come alcuni fatti e alcune relazioni tra personaggi sono stati romanzati per rendere la storia più godibile e coinvolgente agli occhi di una fetta di pubblico il più vasta possibile.

Lorenzo de' Medici, ritratto di Agnolo di Cosimo, 1555-1565, conservato oggi alla Galleria degli Uffizi di Firenze
Daniel Sharman, ha interpretato Lorenzo nella serie. Molti hanno criticato la scarsa somiglianza, fisica e caratteriale (ma quello dipende dalla sceneggiatura ovviamente) tra lui e il suo personaggio.
Foto di Gage Skidmore, CC BY SA 3.0.
Giuliano de' Medici, ritratto di Sandro Botticelli, oggi alla National Gallery di Londra.
Bradley James, ha interpretato Giuliano nella serie e anche lui ha subito delle critiche riguardo la sua poca somiglianza con il personaggio, oltre che con il collega attore, con il quale dovrebbe dimostrare un rapporto di parentela.
Foto di Gage Skidmore, CC BY SA 3.0.

Ma in un momento storico in cui il nostro passato non è che un peso per una memoria già affollata di cose considerate più importanti, a parere di chi scrive è stato emozionante vedere gli spettatori confrontarsi sui social network riguardo l’evolversi della storia e dichiarare la propria volontà di approfondire al più presto.

Certamente l’intento del presente articolo non è recensire questa serie, ma “dar voce” ad un personaggio che, proprio in questa seconda stagione, di contro alla sua importanza accanto alla figura del Magnifico, è stato appena appena nominato: si tratta del Poliziano (interpretato da Jack Bannon).

È una scelta che si può comprendere sotto diversi aspetti, malgrado il malcontento della compagine letteraria all’ascolto. Si potrebbe riassumere in pochi punti. Avendo già mostrato al pubblico (coerentemente con la realtà) il grande interesse che avesse la famiglia Medici a rendere Firenze una città artistica, oltre che circondarsi essa stessa di personaggi illustri, la produzione può aver voluto dare più spazio al Botticelli (Sebastian De Souza) che al Poliziano, continuando il binomio mecenate/artista rappresentato nella prima stagione da Cosimo de’ Medici e Filippo Brunelleschi (Alessandro Preziosi); sicuramente un'arte “visiva” come quella del Botticelli si sposa meglio ad una trasposizione televisiva che quella filologico/compositiva del Poliziano; mostrare l’operato del Botticelli porta a mostrare i suoi splendidi ritratti di Simonetta Vespucci (Matilda Lutz), e dunque quella breve ma intensa relazione amorosa che ella ebbe con Giuliano de’ Medici, che ha fatto sognare milioni di telespettatori, ma anche l’amore incondizionato che l’artista ebbe per la sua Musa, che vivrà eternamente nei suoi dipinti.

Dettaglio de La nascita di Venere, Sandro Botticelli, databile tra il 1482 e il 1485 e conservato presso la Galleria degli Uffizi di Firenze. È uno degli innumerevoli quadri che hanno reso immortale il volto della donna genovese tra le più belle dell'epoca.
Matilda Lutz, nel ruolo di Simonetta Cattaneo in Vespucci. L'attrice ha dichiarato in una intervista di considerare un onore essere stata scelta per impersonare la donna, con la quale condivide, oltre una certa somiglianza, persino la data di nascita, il 28 gennaio.

Poco o nulla invece, come si preannunciava, è stato raccontato agli spettatori di colui che meglio seppe trasporre in poesia il gusto umanistico-rinascimentale, lo scrittore Angelo Ambrogini (1454-1494), detto Poliziano da “mons Politianus” (Montepulciano, provincia di Siena, ove nacque).

Angelo Ambrogini Poliziano
Angelo Poliziano, particolare di Zaccaria nel Tempio, Domenico Ghirlandaio.

Quello che nella fiction viene presentato solo come un compagno di brigata, forse un po’ impacciato, fu in realtà un ragazzo padrone delle lingue classiche giovanissimo, brillante e caparbio al punto che neanche ventenne era già membro della cancelleria privata di Lorenzo e precettore del piccolo Piero, nonostante le modeste origini. Si prospettava per lui, dopo la perdita dei genitori in tenera età ma con la protezione del Magnifico, una vita dedita agli studi e libera da obblighi politici, che gli valse il titolo di maggiore umanista di Firenze (accanto a Marsilio Ficino, che era stato maestro di Lorenzo).

Senza dubbio da ricordare la sua opera di esordio, una traduzione dal greco al latino dell’Iliade, fatta appena sedicenne, trasudante un rigore filologico ed una sensibilità che mai si potrebbero apprendere sui libri. Seguono una ricca produzione giovanile in latino (*epigrammi, *egloghe, *odi) e poi anche in volgare (soprattutto *canzonette, *canzoni da ballo e *rispetti continuati e *spicciolati) dove il tema portante per il poeta è la bellezza femminile, la sua caducità e la necessità di goderne prima che sfiorisca (“Quando la rosa ogni suo’ foglia spande, / quando è più bella, quando è più gradita, / allora è più buona a mettere in ghirlande, / prima che la sua bellezza sia fuggita, Rime).

Il Poliziano scelse di dedicarsi anche ad altre forme, cimentandosi in due opere molto significative per aspetti però diversi: Le Stanze per la Giostra (1475-1478) e La Fabula di Orfeo (1480).

Le Stanze furono concepite come un poemetto in ottave con intenzione encomiastica, secondo la tradizione del *poema cavalleresco e dei *cantari, ed intendeva esaltare i fratelli Medici per il loro trionfo nella torneo d’armi del 1475. Tuttavia non sapremo mai né quale sarebbe stato il progetto reale dell’autore, né se ne sarebbe stato all’altezza, giacchè la morte per tubercolosi di Simonetta nel 1476, la morte di Giuliano durante la congiura ordita dalla famiglia Pazzi due anni dopo, fecero desistere il Poliziano dall’andare oltre la quarantaseiesima ottava del secondo libro. Ciò che si legge oggi è quello che il poeta aveva scritto, ma non fu pubblicato da lui bensì stampato a Bologna poco dopo la sua morte, senza il suo consenso e deliberatamente rimaneggiato. Tra le pagine di questo poema, per quanto una trama scorrevole sia sacrificata in onore dell’elemento descrittivo, saltano all’occhio le numerose fonti letterarie, equamente classiche (Virgilio, Orazio, Ovidio delle Metamorfosi)  e stilnovistiche/volgari (Cavalcanti, Dante, Petrarca, Boccaccio), sapientemente rielaborate in una nuova lingua, che è il volgare fiorentino arricchito sia di prestiti del parlato sia di latinismi, e in una nuova prospettiva, quella dell’evasione dalla società mediante la trasposizione mitica. Giuliano infatti diventa Iulio, un giovane sdegnoso dell’amore e dedito solo al piacere della caccia, che da Amore stesso per vendetta è condotto proprio mediante la passione per la caccia a Simonetta, una donna che aveva le sembianze di una cerva bianca. Iulio viene così vinto da Amore decide di dedicare la sua vita ad imprese gloriose per conquistare la sua donna, mentre Amore si vanta con la madre Venere di aver attratto a sé un nobile Medici. In quest’opera è evidente l’affinità di pensiero con il Botticelli, con cui il Poliziano condivide gli stessi temi (Giuliano e Simonetta rappresentati come Venere e Marte) e stilizzazioni (donne vestite di fiori).

Venere e Marte, Sandro Botticelli, databile tra il 1482 e il 1483 e conservato presso la National Gallery di Londra. Una delle tante incongruenze storiche lamentate nella serie ma che in fondo è piaciuta al pubblico è stata vedere Giuliano e Simonetta posare insieme per Botticelli, quando è evidente dalla datazione che entrambi erano morti al momento della realizzazione del quadro.

La Fabula di Orfeo invece appartiene ad un breve periodo che vede il Poliziano lontano dalla sua Firenze, a causa di temporanei dissapori con la famiglia Medici. Ospite a Mantova presso Francesco Gonzaga, approntò in pochi giorni, seppur con gli schemi tradizionali della *sacra rappresentazione, la prima opera teatrale in Italia di argomento profano, e non poté non scegliere di portare sulla scena un mito classico, nella fattispecie il mito di Orfeo, così caro alla cultura platonica della sua formazione. La vicenda è ripresa da Virgilio e da Ovidio e i metri sono vari, ma la vera nota originale è l’assenza di drammaticità nella perdita di Euridice da parte del cantore, che, tradito il patto con Plutone di non voltarsi a guardarla mentre va via dagli Inferi, maledice semplicemente l’amore e viene fatto a pezzi da un coro di Baccanti.

Fortunatamente la riappacificazione con Lorenzo riportò il Poliziano a Firenze dove dal 1481 ricoprì la cattedra di eloquenza greca e latina presso lo Studio cittadino. Qui può riprendere anche ciò che lo ha accompagnato per tutta la vita. L’attività filologica e gli studi di varia lunghezza su differenti argomenti si condensano nei Miscellanea, pubblicati nel 1489. Questa raccolta era ben diversa dal pedissequo commento riga per riga, procedimento usuale per le opere a carattere filologico, in favore di un’ottica e una cultura poliedrica. Il Poliziano mirava alla promozione della cultura e della lingua latina ad ogni livello: ad esempio non aveva disdegnato di studiare e copiare numerosi testi medici ma soprattutto credeva fermamente potessero essere presi a modello, qualora fossero validi, altri autori che non fossero obbligatoriamente Cicerone, senza che scattasse l’accusa di eclettismo (Poliziano la chiama docta varietas, in polemica contro le visioni di Lorenzo Valla e Paolo Cortese sul problema dell’imitazione). In ambito strettamente filologico fu un sostenitore della *collatio sistematica tra i manoscritti anche qualora si fosse sicuri del testo in proprio possesso (acquisizione questa molto prematura rispetto a studiosi con ben più mezzi dei suoi), sostenitore del criterio del *codex vetustissimus, contrario all’*emendatio ope ingenii se i codices bastano da soli a restituire il testo.

Quella che sembrerebbe la cronaca di una vita lunghissima è quella di un ragazzo di soli trenta anni, ma che era conosciuto già in tutta Europa. Dotti da ogni dove avevano sentito parlare di lui e dei suoi corsi su Ovidio, Stazio, Virgilio, Teocrito, Esiodo, Persio, Orazio, Omero e Aristotele, il filosofo che nei suoi ultimi anni di vita meglio rispose al razionalismo scientifico che ricercava nella lingua. Perché nel Poliziano tutto si risolve nel riconoscere che della parola bisogna fare un culto, perché è bellezza. E il compito dell’artista di valore è assimilare quanto più possibile da tutti i grandi scrittori del passato, perché il vero artista non potrebbe tollerare che si scegliesse un solo modello di lingua e andasse perduto tutto il resto. Anche la parola per il Poliziano può essere una forma di resistenza alle corruttele del tempo ed essere trasposta nell’eternità dell’arte.

Chi scrive non pretende di aver reso giustizia ad un autore al quale occorrerebbero più che alcune righe, ma almeno spera di aver approfittato della curiositas per dargli una voce.

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

"Copisti e Filologi" di Reynolds, Wilson, 2016

"La genesi del metodo del Lachmann", Timpanaro, 2004

Enciclopedia Italiana, di Enrico Carrara, 1935

 

 


Università Ca' Foscari Venezia Carlo Scarpa

Carlo Scarpa 'il professore': Ca' Foscari dedica un docufilm e ricordi inediti al grande architetto

Giornata scarpiana mercoledì 28 novembre dalle 9.15

SCARPA ‘IL PROFESSORE’: CA’ FOSCARI DEDICA

UN DOCUFILM E RICORDI INEDITI AL GRANDE ARCHITETTO

La figura di educatore, il rapporto con matematica, luce e cinema in Aula Baratto. Proiezione di “Nel cuore muto del divino” alle 14.30 a CFZ

Università Ca' Foscari Venezia Carlo Scarpa docufilm  

VENEZIA – Ca’ Foscari dedica una giornata a Carlo Scarpa “il professore”, tra i grandi dell’architettura del XX secolo come testimoniano anche gli interventi nel palazzo dell’ateneo ‘in volta de canal’. Proprio nell’Aula Baratto ridisegnata da Scarpa si svolgerà mercoledì 28 novembre dalle 9.15 un convegno aperto a tutti su “Carlo Scarpa come educatore”, seguito, alle 14.30, dalla proiezione del docufilm ”Nel cuore muto del divino, Carlo Scarpa a Ca’ Foscari”, del regista Riccardo De Cal (a CFZ Cultural Flow Zone, Zattere).

La giornata scarpiana chiude una serie di iniziative attorno al rapporto tra Scarpa e Ca’ Foscari che l’ateneo ha curato in occasione del 150° anniversario dalla sua fondazione. ll progetto “Una perla in volta de canal” ha infatti valorizzato con un film e una ricerca d’archivio uno spazio architettonico che racchiude in sé due straordinarie stagioni scarpiane (lavori del 1937 e 1957).

Gli interventi

Scarpa, la Tomba Brion e il fotografo Sekiya (1942-2002). Dall’archivio Sekiya, Tokyo

J.K. Mauro Pierconti, Waseda University, Tokyo

Una riflessione sull’opera di Carlo Scarpa attraverso gli scatti di un fotografo d’eccezione, il giapponese Sekiya Masaaki. Il lavoro di ordinamento del suo archivio sta portando alla luce molti fondi, tutti riguardanti architetti del XX° secolo, da F.L. Wright a Richard Rogers.

Il fondo Scarpa è uno dei più ricchi e solo alla Tomba Brion ha dedicato più di 1000 scatti. Una piccola selezione di immagini ci guiderà così in un percorso di lettura dell’opera di Scarpa più rappresentativa.

La luce di Carlo

Franca Pittaluga

Vagando tra stanze museali di Carlo Scarpa da tutti conosciute, si propone un itinerario inedito e assai tendenzioso: una sorta di ‘visita  guidata’ che induce ad ignorare le distanze di tempo e di territorio, per concentrarsi piuttosto sugli stratagemmi che l’allestitore preordina  nel ‘mettere in luce’ le opere che espone. Cercando di disvelarne gli artifizi, lungo l’itinerario proposto si focalizza lo sguardo su un solo elemento: la luce naturale. Imparando ad osservare come Scarpa la modula, la inquadra, la nega, la ruba, la chiama, la costringe… creando vere trappole emotive, di cui il visitatore diviene inconsapevole - se pur felice - vittima.

Carlo Scarpa e il cinema

Riccardo De Cal

Alcune considerazioni su cinema e architettura per arrivare nello specifico alla narrazione per immagini delle opere di Scarpa.

Capire la mente di un artista con la matematica

Paolo Pellizzari

Cosa aveva in mente Carlo Scarpa disegnando il pavimento-mosaico del Palazzo Querini Stampalia? La ricerca delle possibili fonti d’ispirazione e la decomposizione dell’opera in “componenti semplici” consente di costruire immagini “matematicamente” simili a quella messa in opera nel marmo. È illusorio affermare che si sia compreso il disegno originale e la sua complessità ma è interessante osservare altri pavimenti che forse avrebbero potuto essere ma non hanno mai visto la luce.

Carlo Scarpa come educatore

Tobia Scarpa e Ferruccio Franzoia

Ricordi e considerazioni sullo stile e sul ruolo di educatore di Carlo Scarpa.

Carlo Scarpa e la Grecia

Franca Semi

Carlo Scarpa come educatore

Guido Pietropoli

Perché Carlo Scarpa è quasi più noto con il titolo di Professore piuttosto che con quello di architetto? Dal 1926 alla sua morte (28/11/1978) Carlo Scarpa svolse un'intensa attività didattica presso l'Università come docente e lui stesso dichiarò che gli sarebbe stato difficile scegliere tra  la scuola e la professione d'architetto. Pochi studiosi hanno trattato questo versante della sua vita che si estende per più di cinquant'anni e se Franca Semi non avesse pubblicatone 2010  il suo libro che trascrive alcune lezioni tenute all'IUAV all'inizio degli anni '70 saremmo privi di una straordinaria testimonianza del suo metodo didattico. Fortunatamente un grande numero dei suoi disegni è custodito attualmente al Centro Carlo Scarpa di Treviso e al Museo MAXXI di Roma; grazie a questi documenti straordinari - più di 18.000 unità - è ora possibile ricostruire opera per opera il processo progettuale dell'architetto, quello che Paul Klee ha chiamato la "confessione creatrice" dell'artista.

Lo studio di questa mole straordinaria di elaborati regalerà importanti informazioni sulla sua  euristica progettuale e sulla genesi delle varie opere.Scarpa continuerà così a insegnare e a mostrare agli  allievi e agli architetti il suo processo di elaborazione della forma architettonica. Uno spunto interessante per avvicinare la personalità dell'architetto è offerto da un ritratto di Carlo Scarpa a firma di Andy Warhol; l'analisi di quest'opera sciamanica con le implicazioni concettuali che la sua visione comporta è l'occasione per ragionare sulla cultura come cibo dello spirito così come ne parla Platone nel suo Protagora.

Cenni biografici

Carlo Scarpa (1906-178) è stato un architetto, designer e accademico italiano tra i più importanti del XX secolo.

Si diplomò in architettura all'Accademia di Belle Arti nel 1926, anno in cui iniziò l'attività didattica presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, dove operò in qualità di professore ordinario di composizione dal 1964 al 1976 e come direttore dal 1972 al 1974. Grazie all'insegnamento, Scarpa contribuì alla formazione di diverse generazioni di architetti, ai quali trasmise grande perizia nell'uso dei materiali e la profonda conoscenza della storia.

La sua attività di professionista si concentrò prevalentemente nell'allestimento di esposizioni e mostre, nel restauro di complessi monumentali e musei, nella realizzazione di abitazioni private e negozi. Tra gli interventi museali più famosi si possono ricordare i lavori alle Gallerie dell’Accademia a Venezia (1948-55), Palazzo Abatellis a Palermo (1953-54), Gipsoteca Canoviana di Possagno (1956-57), Museo di Castelvecchio a Verona (1958-74) e Fondazione Querini Stampalia a Venezia (1961-65).

Fin dal 1926 lavorò come progettista di vetri e dal 1932 al 1947 fu alle dipendenze della vetreria di Murano Venini, divenendone anche direttore artistico. Al compimento dei suoi trent'anni, tra il 1935 e il 1937, Scarpa realizzò la sua prima opera impegnativa, la sistemazione della Ca' Foscari di Venezia, sede dell'omonima università.

Ottenne numerosi riconoscimento fra cui il Premio Nazionale Olivetti per l'architettura nel 1956 e la stessa azienda gli commissionò la sistemazione dello spazio espositivo Olivetti in piazza San Marco. La sua opera venne presentata in Italia e all'estero in importanti mostre personali presso il Museum of Modern Art di New York nel 1966, la Biennale di Venezia nel 1968, la Heinz Gallery di Londra, l'Institut de l'Environnement a Parigi, e infine a Barcellona nel 1978. Nello stesso anno ricevette una laurea honoris causa in architettura dall'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Fra le opere più importanti si segnala la Tomba Brion a S. Vito di Altivole, che era quasi terminata quando nel 1978 Scarpa morì a Sendai in Giappone.

Testi da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia:


Gian Lorenzo Bernini Galleria Borghese Magnitudo film docufilm

Gian Lorenzo Bernini nella Galleria Borghese

GIAN LORENZO BERNINI

nella Galleria Borghese

Il docufilm Bernini, ambientato nella Galleria Borghese, è un intreccio dell’artista con il museo romano. Bernini non avrebbe scolpito le quattro colossali statue se il suo committente, il cardinale Scipione Borghese, non le avesse commissionate, proprio per quel determinato ambiente.

Possiamo ammirare il ratto di Proserpina, il Davide, Enea con Anchise e Ascanio, Apollo e Dafne: sono opere scolpite in bianco marmo e alte circa tre metri. Due crocifissi bronzei, per l’occasione insieme (oggi non si trovano in Italia, ma uno in Spagna, l’altro in America) e i bozzetti in creta, future, colossali statue, alcune delle quali mai realizzate.

La quattro solenni realizzazioni, fatte da un Gian Lorenzo giovanissimo (alcune di esse, forse, anche con l’aiuto del talentuoso scultore, suo padre Pietro Bernini), sono osservabili da tutti i punti possibili. Bernini vuole dare vita, infonde movimento alla composizione, è una novità, riesce a lavorare il marmo fino al limite massimo prima che si frantumi (le dita di Dafne ormai trasformate in foglie di alloro) o perda il suo baricentro (Enea che avanza con il peso del vecchio padre Anchise).

Studia le statue antiche, iniziando la sua carriera le restaura (come l'Ermafrodito dormiente, copia romana del II secolo d.C., che crea un materasso tattile, oggi la statua è conservata nel Louvre) facendo sua l’arte passata, e una volta conquistata la maestria rompe gli schemi. E così vediamo Ade che affonda le sue possenti mani nella coscia di Proserpina che tende una mano nello spazio e che piange; per la prima volta, una statua esprime un sentimento. La statuaria al pari della pittura è viva.

Ma Bernini, (Napoli 1598 - Roma 1680) non è solo uno scultore, lui è anche architetto, pittore, ritrattista, disegnatore, caricaturista, scenografo e scrittore di opere teatrali.

Pittore di se stesso, le fonti coeve ci raccontano di un Bernini pittore molto talentuoso. Architetto, i papi lo chiamano per creare strutture e tombe in Vaticano; sempre per la città di Roma realizza fontane, piazze, chiese; inoltre le fonti ci descrivono opere teatrali avvincenti con scenografie realistiche. Ritrattista, attua numerosi busti di Papi, cardinali e un sensualissimo busto di Costanza Buonarelli, sua amante (attualmente nel museo fiorentino del Bargello).

 

La sua fama oltrepassa la nostra Patria e viene incaricato di eseguire opere per la Francia e per l’Inghilterra.

Luigi XIV lo chiama a Parigi nel 1665, per realizzare il progetto della facciata del Louvre ed esegue anche un grande monumento equestre, che oggi si trova nel parco di Versailles.

In Inghilterra nel 1637, concretizza da un triplice ritratto dipinto dal Van Dyck di faccia e di profilo, il busto di Carlo I d'Inghilterra, oggi a Windsor.

Il documentario soffermandosi su particolari, angoli, punti, che ad un osservatore in loco non sarebbe permesso vedere (ricordiamo la maestosità delle opere) e con musiche appositamente scelte per catturare definitivamente l’attenzione dello spettatore, regala, una meravigliosa scoperta del bianco berniniano.

Gian Lorenzo Bernini docufilm Galleria Borghese Magnitudo Film


Milano e il cinema Palazzo Morando mostre

"Milano e il Cinema": la mostra che racconta cento anni di storia cinematografica della città

Cultura

Palazzo Morando, apre oggi “Milano e il Cinema”, il racconto di cento anni di storia cinematografica in città

Milano, 7 novembre 2018 – Apre al pubblico oggi, giovedì 8 novembre, “Milano e il Cinema”, la mostra che indaga il rapporto tra il capoluogo lombardo e lo sviluppo dell’industria cinematografica durante il secolo scorso. L’esposizione è infatti inserita nel palinsesto “Novecento Italiano”, promosso e coordinato dal Comune di Milano, che propone un calendario di appuntamenti lungo tutto il 2018 per raccontare lo straordinario sviluppo del pensiero creativo che ha caratterizzato la nostra città nel ventesimo secolo.

Milano e il cinema Palazzo Morando mostrePromossa da Comune di Milano|Cultura-Direzione Musei Storici, organizzata da MilanoinMostra col patrocinio della Regione Lombardia e curata da Stefano Galli, “Milano e il Cinema” è in programma nelle sale espositive di Palazzo Morando|Costume Moda Immagine fino al 10 febbraio 2019.

Prima che il regime fascista concentrasse le grandi produzioni nelle nuove strutture romane di Cinecittà, quindi negli anni Dieci e Venti, Milano ha rappresentato il centro nevralgico delle prime sperimentazioni in Italia, luogo di fiorente innovazione e capitale della nascente industria cinematografica.Negli anni Trenta, la costruzione dei teatri di posa capitolini e il conseguente trasferimento a Roma delle attività produttive provocarono una perdita di centralità del capoluogo lombardo nell’ambito del processo produttivo. Occorre aspettare gli anni Cinquanta-Sessanta perché Milano si trasformi lentamente in set di innumerevoli pellicole che cercavano di cogliere nei cambiamenti repentini della città l’essenza stessa della modernità.

Da “Miracolo a Milano” a “Rocco e i suoi fratelli”, da “La Notte” a “Il posto”, si contarono a decine le produzioni che immortalarono le atmosfere cittadine e catturarono l’incanto e le contraddizioni di una metropoli che evolveva a ritmi vertiginosi.

Negli stessi anni Milano seppe convertirsi nel luogo ideale dove sviluppare due nuovi filoni produttivi legati alla cinematografia: quello pubblicitario, che avrà la sua più clamorosa espressione in “Carosello”, e quello industriale - che vedrà protagoniste aziende come Pirelli, Breda, Campari, Edison - teso a valorizzare le realtà imprenditoriali attraverso l’utilizzo del linguaggio cinematografico.

Dopo la stagione dei “poliziotteschi” degli anni Settanta, che proprio nel capoluogo lombardo troveranno il set ideale, gli ultimi decenni del Novecento vedranno proliferare la commedia in salsa meneghina con protagoniste figure entrate di diritto nell’immaginario di tutti.

“Milano e il Cinema” è il nuovo appuntamento espositivo a Palazzo Morando | Costume Moda Immagine iniziato con “Milano tra le due guerre. Alla scoperta della città dei Navigli attraverso le fotografie di Arnaldo Chierichetti” (2013) e proseguito con “Milano, città d’acqua” (2015) e “Milano, storia di una rinascita. 1943-1953 dai bombardamenti alla ricostruzione” (2016) e “Milano e la mala” (2017). Questa serie di iniziative racconta il capoluogo lombardoa partire dalla sua storia, dalla sua specificità, dalle sue vicende sociali, capaci di trasformare in modo radicale il volto della città.


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Berni e il giovane faraone Museo Egizio di Torino Disney

Il Museo Egizio di Torino set cinematografico per il nuovo film Disney "Berni e il giovane Faraone"

Si concludono oggi le quattro settimane di riprese tutte interamente girate a Torino del nuovo action-movie della Disney "Berni e il giovane faraone".

Il lungometraggio è prodotto da 3ZERO2 e The Walt Disney Company Italia, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte. Questa produzione tutta italiana e diretta da Marco Chiarini racconta la storia della speciale amicizia tra il giovane faraone Ramses, detto Ram (intepretato da Jacopo Barzaghi) e Berni, una ragazzina che vive con la madre archeologa nel Museo e interpretata da Emily de Meyer.

Una profezia riporterà in vita il giovane discendente della potente dinastia ramesside e lo catapulterà nel caotico mondo contemporaneo. Qui farà conoscenza con la giovane Berenice (Berni) e insieme vivranno una entusiasmante avventura, ricca di elementi fantastici e con tanti riferimenti alla storia dell'antico Egitto.

Oltre al Museo Egizio, le riprese hanno toccato il Collegio San Giuseppe, IRV – Istituto di Riposo per la Vecchiaia (Poveri Vecchi) e ville private in Torino e in Moncalieri.

Questa produzione ci piace tantissimo anche perché è totalmente "environment friendly" dal momento che è stato applicato protocollo Edison Green Movie, le prime linee guida europee per il cinema sostenibile, che ha messo in pratica varie misure previste dal progetto Green Set curato da FCTP.
Seguendo Edison Green Movie, 3ZERO2 ha ripensato l’intero ciclo produttivo del film adottando comportamenti di risparmio, rispetto e uso intelligente delle risorse. L’applicazione del protocollo a tutte le fasi di produzione ha permesso di ottimizzare i consumi energetici e di materiali contribuendo a ridurre l’impatto ambientale del film e portando concreti risparmi economici.

La presidentessa del Museo Egizio Evelina Christillin, ha dichiarato che "la collaborazione con Disney e 3ZERO2 è stata un’ottima opportunità per tutti: ambientando il racconto nelle sale museali, la produzione ha scelto di puntare sul patrimonio culturale e, parallelamente, ha consentito all’Egizio di diventare ancora più famigliare per i giovanissimi, un luogo in cui far viaggiare la fantasia. Anche da un punto di vista operativo è stato un rapporto assai proficuo, che non ha sottratto il museo ai suoi visitatori neppur per un’ora. Tutte le riprese si sono svolte con modalità impeccabile in orario di chiusura e nel pieno rispetto delle collezioni".

Adesso non ci resta che aspettare il nuovo anno per godere di questa produzione che promette di deliziare grandi e piccini, e soprattutto noi amanti dell'archeologia.

Foto di Giuliana Dea


L'uomo che uccise Liberty Valance

L'uomo che uccise Liberty Valance: storia dell'anti-mito che fece l'America

L’UOMO CHE UCCISE LIBERTY VALANCE:

STORIA DELL’ANTI-MITO CHE FECE L’AMERICA

Poster della pellicola, copyright Paramount Pictures (1962)

Il western americano, così popolare tra gli anni ‘30 e ‘50, si avviava ormai a sparare i suoi ultimi grandi ‘colpi di fucile’ quando il genio assoluto del genere, John Ford, nel 1961 convinse James Stewart, John Wayne e la Paramount a portare nelle sale il suo nuovo film o meglio la sua nostalgica e acuta riflessione sul mito e sull’epopea del West di cui lui stesso fu, con John Huston, il massimo cantore. Questo film è intitolato L’uomo che uccise Liberty Valance ed è la storia di Rance Stoddard (un formidabile James Stewart), giovane avvocato squattrinato e in cerca di fortuna, che giunge a Shinbone, un villaggio di frontiera, dove i piccoli allevatori in rivolta reclamano la tutela dalle leggi e dello Stato per contrastare i soprusi dei grandi proprietari terrieri, la cui unica legge è quella del «chi spara più veloce». Stoddard appena arrivato viene rapinato, aggredito e frustato da Liberty Valance (Lee Marvin), bandito al soldo dei grandi latifondisti e incarnazione della legge del più forte che domina il West.

Il giovane comprende presto, a sue spese, che a Shinbone le leggi di Washington non esistono e che conta solo la legge della pistola, come gli spiegherà insistentemente il mandriano Tom Doniphon (un John Wayne in stato di grazia), simbolo positivo di un’America primigenia e leggendaria, nonché nemesi naturale di Liberty Valance. Tutti gli sforzi di Stoddard sono volti a difendere il piccolo giornale locale con cui collabora, a portare l’alfabetizzazione nel villaggio (celebre la scena in cui catechizza contadini e mandriani sul significato della parola democrazia), nonché a tutelare, senza l’uso delle armi, la legge che a Shinbone è incarnata da uno sceriffo ubriacone e sovrappeso.

Le provocazioni e le aggressioni di Valance si fanno sempre più continue e violente. Dopo la vile aggressione di Valance alla sede del giornale (il Shinbone Star diretto da Dutton Seabody) Stoddard non può più sottrarsi allo scontro armato.

Da una parte l’Arbitrio (Liberty Valance, cappello, pistola e stivali), dall’altra la Legge, la Civiltà (Stoddard con indosso il grembiule da lavapiatti). Il giovane sembra essere spacciato, ma è proprio lui a prevalere, uccidendo clamorosamente il bandito.

Grazie a questo trionfo, Hallie (Vera Miles), la ragazza amata da Tom Doniphon, si innamora del giovane Rance, che diverrà poi tre volte governatore del nuovo Stato, senatore e sfiorerà la vicepresidenza degli Stati Uniti. Tuttavia, il mito, la leggenda che aveva dato il là alla sua strabiliante carriera politica non è altro che un inganno: al momento della sua candidatura al Congresso, Stoddard viene accusato di dovere la sua ascesa all’uccisione di un uomo, ma nel momento in cui decide di rinunciare alla candidatura, arriva Tom Doniphon a persuaderlo, rivelandogli che in verità era stato lui a uccidere Valance, con un colpo di fucile, mentre si nascondeva nel buio, senza che nessuno se ne accorgesse.

Il duello tra Rance Stoddard (James Stewart) e Liberty Valance (Lee Marvin)

Stoddard, la Legge, la Civiltà, il Progresso, la Nuova America, ha prevalso sull’Arbitrio dell’America Arcaica di Valance soltanto grazie al sacrificio di Doniphon che, per salvare la vita a Stoddard, in nome di un bene superiore perde tutto: la donna amata e il codice valoriale che costituiva l’architrave della propria esistenza.

Tutta questa vicenda è narrata dallo stesso Stoddard, ormai anziano, tornato con Hallie a Shinbone per far visita alla bara del defunto Doniphon. Il film, infatti, non è altro che un lungo flashback omerico in cui Stoddard racconta la ‘vera’ vicenda dell’uccisione di Liberty Valance ad un giornalista, in cerca di un grande scoop. Ma quando il nodo è sciolto e il mito ‘smascherato’, il giornalista straccia i suoi appunti e si rifiuta di pubblicare l’incredibile storia: «Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda». Il mito, l’epopea, alla fine prevale su tutto il resto, la narrazione si impone sulla verità. Il progresso che Stoddard aveva portato con i suoi mandati da governatore, trasformando Shinbone da villaggio di frontiera in un ‘giardino’, affonda le sue radici in una bugia. Raccontando il mito dell’uomo che uccise Liberty Valance, Stoddard de facto lo decostruisce, lo trasforma in ‘realtà’. Il mito diventa così anti-mito.

Stoddard, l’eroe (ma solo presunto!), è un politico, un anti-cowboy refrattario all’uso delle armi, poco abile a tirar di pugni, istruito, lavapiatti squattrinato. Non c’è epica nelle sue imprese (ossia i compromessi della politica). Eppure Stoddard è una figura necessaria e assolutamente positiva, che opera nell’interesse esclusivo della comunità. Doniphon, di contro, sarebbe l’eroe western per eccellenza, ma la fama gli è negata e il suo eroismo è tragico perché deve rinunciare a tutto pur di far prevalere un altro (e tragica è la scena in cui Doniphon, ubriaco e disperato, dà fuoco al suo ranch).

Il paradosso che fa di questo film uno dei più grandi capolavori del genere è che Doniphon è necessario e superfluo al tempo stesso: è lui l’eroe ‘vero’ ma non può più esserlo, perché per l’interesse della comunità è necessario che l’eroe sia un altro, cioè Stoddard, portatore di un nuovo linguaggio e di nuove istanze che Doniphon non sarebbe in grado di incarnare. Lui, che naturaliter sarebbe il vero rivale di Valance, si nasconde nell’ombra.

Tom Doniphon (John Wayne) convince Rance Stoddard a candidarsi al Congresso

Ed è su questo paradosso, su questa ‘bugia bianca’ che si fonda l’America moderna, l’America della libertà di stampa e di espressione, l’America dello Stato di diritto. La visione di Ford non è pessimistica, ma semplicemente nostalgica: un’era americana è finita e ha lasciato il posto ad un’altra. Un genere è ormai esaurito e Liberty Valance sembra sancire questa fine (sebbene di western se ne facciano ancora oggi), ma forse ad essersi esaurito era lo spirito della conquista eroica di nuovi spazi e mondi (vero propellente del western). La pellicola, infatti, (forse anche per i limiti al budget imposti dalla Paramount) si discosta dal repertorio tipico del genere: mancano i grandi spazi aperti e le grandi battaglie campali. La maggior parte delle scene, infatti, si svolge in interni (la cucina e il ristorante di Hallie, la sede del giornale, la casa di Doniphon, il Saloon, il treno su cui Stoddard torna e riparte da Shinbone). Uno dei temi cardine del western però resta: il mito di fondazione, l’eroe che plasma la natura e gli conferisce un nuovo ordine, fonda nuove comunità, nuove città. Questo tema è presente ed è centralissimo. È Stoddard il ‘mitico’ padre fondatore di Shinbone e dello Stato, ma il velo nostalgico con cui Ford ammanta il finale del film (immortale l’ultima scena in treno) ci ricorda che l’America è davvero grande come colui che l’ha fatta, ma in questo non c’è nulla di mitico, come tutti invece credevano, perché non è Stoddard in realtà l’uomo che uccise Liberty Valance.

Rance Stoddard e sua moglie Hallie (Vera Miles) lasciano Shinbone