Lucrezia Borgia Bartolomeo Veneziano lettere

L'intelligenza delle mani: un video ci mostra il restauro delle lettere di Lucrezia Borgia

Entrare in un laboratorio di restauro, per chi non l’ha mai fatto e per mestiere si occupa d’altro, è un’esperienza davvero curiosa.

Può cambiare in modo drastico il nostro modo di guardare all’arte, alle opere, agli oggetti che chiamiamo “patrimonio”.

Il merito di operazioni come quella messa in atto dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il Turismo attraverso il proprio canale YouTube sta proprio nell’aprire a tutti esperienze altrimenti precluse.

In questo caso un video ci consente di fare qualcosa che al pubblico di “non addetti ai lavori” è di regola precluso: entrare nel laboratorio di restauro dell’Archivio di Stato di Modena.

Assistiamo a tutte le operazioni necessarie alla conservazione di documenti davvero eccezionali: le lettere autografe di Lucrezia Borgia.

Se la forza di un nome e della leggenda che lo accompagna fanno presa sul nostro immaginario, sapere che Lucrezia può ancora parlare per se stessa, farci conoscere i suoi pensieri attraverso la parola scritta ci fa toccare con mano l’immenso valore culturale dei nostri archivi.

Lucrezia Borgia
Bartolomeo Veneto, dipinto tradizionalmente ritenuto di Lucrezia Borgia. Immagine Web Gallery of Art, in pubblico dominio

Ma credo che la cosa più scioccante per chi assiste per la prima volta a questo tipo di procedure sia percepire quanto questi beni, a cui giustamente assegniamo un altissimo valore culturale e quindi simbolico, siano, nella loro nuda essenza, oggetti.

Prima di tutto, materia. Materia che si bagna e si asciuga,  inchiostro che si scioglie, più o meno facilmente, bordi che si sfrangiano e possono essere ricomposti. Credo che la naturalezza con cui i restauratori maneggiano queste carte (ma lo stesso vale per dipinti, ceramiche, oreficerie …) sia davvero istruttiva, soprattutto per studiosi e storici dell’arte, troppo abituati a trasformare gli oggetti in veri e propri feticci.

Foto di Michal Jarmoluk

 

Così vediamo la carta (una carta cinquecentesca, bellissima e solida nella purezza delle fibre di cotone e tanto lontana dalla fragile acidità della cellulosa moderna) venir completamente immersa in una vasca d’acqua distillata. Poi tirata su, distesa su quello che pare un comunissimo leggio di plastica e generosamente spennellata di colla.
Attenzione, la restauratrice, Maria Antonietta Labellarte, parla di colla: si tratta in realtà di un materiale per il consolidamento della carta (Tylose) che ha la capacità di ridare densità alle fibre ma non ha nulla a che vedere con la nostra idea casalinga di cosa sia la colla! Il restauro è così: prodigi della chimica si accompagnano a gesti di sapienza artigiana.

Vediamo maneggiare con perfetta naturalezza la copertura che protegge il sigillo originale apposto da Lucrezia alla sua missiva, per arrivare al momento in cui, armata di bisturi, la restauratrice procede a “scarnificare” la carta giapponese in eccesso per restituire il documento agli occhi e alle mani di chi vorrà consultarlo.


Foto di Alessio Fiorentino

Perché a questo servono i documenti, e altrimenti troppo del loro valore andrebbe perso. Alcune operazioni che si vedono nel filmato, come il consolidamento con la stesura di Tylose o la ricostruzione dei margini persi attraverso un’integrazione in carta di riso, potrebbero anche non servire. Se il documento fosse conservato in un cassetto, magari al buio, e nessuno dovesse toccarlo, prenderlo in mano, movimentarlo, leggerlo.

Ma una lettera è scritta per essere letta, un documento ha valore perché ci racconta la storia e ce la racconta senza mediazioni. Le lettere di Lucrezia Borgia stanno in mano nostra come stavano cinquecento anni fa tra le mani di chi le aveva ricevute.

A questo serve il meraviglioso lavoro dei restauratori: ad evitare che le opere diventino aridi feticci, e siano sempre parte viva della nostra cultura, quindi della nostra vita.

Foto di Sear Greyson

Per questo sono determinanti iniziative come il progetto “Cantiere Estense” per la valorizzazione, il restauro e la riqualificazione delle eccellenze architettoniche e paesaggistiche  del territorio compreso tra Emilia-Romagna e Garfagnana (tra cui anche beni coinvolti nel sisma del 2012) grazie al quale sono stati possibile questo e molti altri restauri.

Per questo è importante raccontarli e farli vedere attraverso iniziative come la pagina, voluta dal Ministero, “La cultura non si ferma”, che raccoglie molti materiali di grande interesse in un database che di per sé diventa patrimonio.


Pantagruel Alissa Ciccarelli pane 4

In principio era “Il pane”: il nuovo libro-rivista Pantagruel

Pantagruel” è il nome di una rivista decisamente inusuale, nuova nata in casa (editrice) La Nave di Teseo; inusuale è anche la scelta di iniziare col numero zero della prima pubblicazione: zero, non uno, poiché indica l'origine di un'idea, anarchica nel suo genere.

Il titolo stesso racchiude in sé diversi significati e influssi. Come scrive la direttrice Elisabetta Sgarbi nelle prime pagine, esso richiama alla memoria la storica rivista “Panta”, fondata tra gli altri da lei e Pier Vittorio Tondelli agli inizi degli anni novanta; il rimando rabelesiano, inoltre, mette in chiaro l’intento di non circoscrivere argomenti, stili e temi trattati in un unico filone ma, al contrario, di svilupparli in ogni maniera possibile e da vari punti di vista (romanzato, saggistico, fotografico, pittorico). Dunque “vocazione al disordine” e “voracità” sono inevitabilmente caratteristiche intrinseche di ogni numero tematico del libro-rivista.

Come primo argomento scelto, o argomento “zero”, troviamo “Il pane”: il pane come elemento essenziale ma che contemporaneamente racchiude in sé innumerevoli storie e culture; malleabile di fatto ma statuario in senso ideologico, esso viene così rappresentato dai diversi autori, invitati a contribuire con una propria personalissima variazione sul tema.

Pantagruel Alissa Ciccarelli pane 4

A riprova di questa “fusione tra diverse arti”, per la copertina viene scelta una rappresentazione di Giorgio De Chirico ("Le salut de l'ami lointain", 1916, olio su tela, collezione privata), avente come soggetto il tipico pane ferrarese, la cosiddetta “coppia”. Il pittore stesso, nelle sue Memorie, risale alle origini della sua metafisica: quando, passeggiando per le strade della sua città natale, si imbatteva nelle vetrine dei forni, allestite con biscotti e dolci dalle forme più disparate (un rimando degno della madeleine proustiana); l’immagine in copertina ci si concede allora come la fessura di una porta dalla quale poter sbirciare all’interno.

E così, per questo innovativo progetto editoriale, si potrebbe concludere (o iniziare, a seconda della prospettiva) esclamando: “in principio era il pane, e luce fu!”

Pantagruel Alissa Ciccarelli pane
La copertina del numero zero di Pantagruel, dedicato al tema Il pane, pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo

 

Tutte le foto del numero zero di Pantagruel, dedicato al tema del pane, sono di Alissa Ciccarelli


tirannide

La nascita della tirannide: da capi del popolo a lupi famelici

LA NASCITA DELLA TIRANNIDE

da capi del popolo a lupi famelici

Nella Grecia antica, il tiranno era colui che si proclamava signore di una città, assumendone qualsiasi tipo di potere, sia civile che militare. Il termine è probabilmente di origine anatolica e significa appunto signore. La parola, che non è presente nei poemi omerici, ricorre, ad esempio, in Archiloco, Semonide, Solone, Alceo e Teognide. Nelle Storie di Erodoto, il lemma τύραννος non ha ancora l’accezione negativa che acquisirà in seguito.

A partire dalla seconda metà del V secolo a.C., il termine allude ad un dominio esercitato senza il consenso dei cittadini. Si inizia ad identificare con τυραννίς ogni forma di regime non fondata su un libero patto costituzionale e sorta in modo rivoluzionario.

La tirannide era percepita ad Atene come un disvalore assoluto e la paura del tiranno era un sentimento diffuso, che contribuiva al rafforzamento dell'identità collettiva della πόλις.

tirannide
I tirannicidi Armodio e Aristogitone uccidono Ipparco. I liberatori, col loro martirio divennero simboli della riacquistata democrazia in contrasto col precedente stato di tirannide. Da uno stamnos attico (470-450 a. C.) del pittore di Siriskos, immagine dalla tav. 12 del vol. XLI (1883) di Archäologische Zeitung, Deutsches Archäologisches Institut, a cura di Eduard Gerhard, Ernst Curtius, Max Fränkel; Berlino, 1884.

Le tirannidi nacquero e si svilupparono principalmente nel corso del VII secolo a.C., un periodo di forti trasformazioni sociali, in cui vari fattori contribuirono al diffondersi di idee nuove, significative per la crescita dello spazio pubblico nella gestione cittadina.

I tiranni si inserirono entro il contesto delle lotte per il potere delle varie aristocrazie, di cui facevano parte, ma dalle quali erano generalmente emarginati. Trovarono spesso appoggio nel ceto degli opliti e grazie a questi riuscirono ad instaurare un potere fortemente personale. La tirannide ebbe successo perché i suoi rappresentanti seppero sfruttare il desiderio di riscossa sociale del popolo e delle classi meno abbienti, che, ad esempio, non venivano incluse nella ridistribuzione delle terre.

Anche se non furono né dei legislatori né dei veri e propri riformatori, i tiranni favorirono l'isonomia ed accelerarono la crisi dei regimi aristocratici ed oligarchici. Ciò non toglie, comunque, che alcuni tiranni diedero un taglio dispotico al loro regno.

Platone tratta a fondo il tema della tirannide nella Repubblica. In maniera particolare, nell’VIII libro, alcune sezioni sono dedicate interamente alla nascita di questa forma di governo (562a-566d). In questo libro, Glaucone chiede a Socrate di riprendere il discorso interrotto all’inizio del V libro. Socrate, infatti, stava per illustrare i differenti tipi di costituzione in relazione ai diversi tipi di personalità umana, sulla base del principio che la giustizia per il singolo ha il medesimo significato della giustizia per la πόλις. Ci sono tante specie di uomini quante costituzioni, perché le πολιτειαι nascono dai costumi dei cittadini (Resp., VIII, 544d). All’aristocrazia, la πολιτεία migliore, si aggiungono quattro forme costituzionali degeneri: la timocrazia, l’oligarchia, la democrazia e la tirannide. Quest’ultima, secondo Socrate, nascerebbe proprio dalla democrazia (Resp., VIII, 562a).

Incalzato dal suo interlocutore, Socrate spiega che la trasformazione della democrazia in tirannide sia dovuta, come nel caso dell’oligarchia, al bene fondamentale che i cittadini si propongono di tutelare. L’oligarchia viene instaurata per privilegiare la ricchezza, ma sono proprio l’insaziabilità di ricchezza e la negligenza di ogni altra cosa per la dedizione agli affari a causarne la rovina. Allo stesso modo, la democrazia, nata per tutelare la libertà, muore per l’eccesso di questo bene, aprendo la strada alla tirannide (Resp., VIII, 562b-c).

Socrate rimpingua il discorso di immagini straordinarie, descrivendo una città democratica assetata di libertà, ma guidata da governanti simili a cattivi coppieri, incapaci di mescere il vino, metafora della stessa libertà, e, di conseguenza, responsabili dell’ubriacatezza della comunità, non più in grado di farsi guidare dalla ragione e volta ad accusare i capi di essere abominevoli oligarchi. Se la libertà non viene mescolata con l’autorità, inoltre, i cittadini coprono di insulti coloro che obbediscono ai governanti, definendoli schiavi e nullità. Vorranno, al contrario, governanti simili a sudditi e sudditi simili a governanti (Resp., VIII, 562d).

Aristofane
Aristofane, busto dalle Gallerie degli Uffizi, Firenze. Foto in pubblico Dominio

Se il principio di libertà efferata viene esteso a tutto, viene generata l’anarchia, destinata a radicarsi nelle case e a diffondersi persino tra gli animali (Resp., VIII, 562e). Glaucone appare scettico e chiede a Socrate di esemplificare quanto enunciato. Socrate, di conseguenza, si sofferma su una situazione ben presente soprattutto ai commediografi attici del V secolo e, in particolare, ad Aristofane nelle Nuvole. Espone, infatti, l’annullamento di una presunta gerarchia sociale, tanto da parlare di padri che diventano simili ai ragazzi e che temono i figli, che, a loro volta, non temono e non rispettano i loro genitori. In questa situazione, anche i meteci, stranieri di condizione libera che risiedevano nella πόλις, ma senza godere di importanti diritti riservati ai cittadini, si eguagliano ai cittadini con pieni diritti e viceversa, come accadrà per gli stranieri (Resp., VIII, 563a).

Appare certamente evidente, soprattutto in merito al rovesciamento dei ruoli in ambito familiare, il parallelo con i personaggi aristofanei di Strepsiade e Fidippide. Il ragazzo perdigiorno e amante delle corse di cavalli arriverà a picchiare Strepsiade, il padre, e a dimostrare che ciò sia giusto, in virtù di nuovi valori introiettati per mezzo della lezione dei Sofisti, rappresentati, paradossalmente, da Socrate e dalla sua scuola, che, alla fine della commedia, tra le grida del coro, Strepsiade incendierà.

Socrate, in questo passo platonico, descrive e condanna una situazione degenere, che, però, come si è visto, sarà accusato di aver favorito dal punto di vista aristofaneo.

Continua a presentare gli esiti negativi di un governo democratico e, nel farlo, parla di maestri che temono gli alunni e li adulano e, in questo modo, di allievi che non tengono in nessun conto i maestri e i pedagoghi. I giovani, poi, competono con gli anziani e i vecchi imitano i ragazzi per compiacerli (Resp., VIII, 563a-b).

L’estremo limite della libertà di massa, per Socrate, viene raggiunto quando gli schiavi non sono poi meno liberi di chi li ha acquistati e quando le donne, a livello legale, eguagliano gli uomini (Resp., VIII, 563b). Da queste parole sulla condizione servile, emerge la chiara critica conservatrice che aleggia sull’Atene democratica e che è ben riportata in Pseudo-Senofonte Costituzione di Atene I 10-11. Anche Strepsiade, nel prologo delle Nuvole, lamenta l’eccessiva sfrontatezza degli schiavi, determinata da una libertà ormai invalsa nell’Atene democratica e sostenuta dalle vicende della guerra del Peloponneso. Il discorso viene spostato sugli animali domestici, esasperando, con immagini bizzarre, un eccesso di libertà che pervade tutti gli ambiti e caratterizza negativamente la città. Il riferimento al capoluogo attico è confermato dai lapidari interventi di Glaucone (Resp., VIII, 563d).

Questa insaziabilità di libertà porta al fatto che i cittadini non rispettino più le leggi, esecrando qualsiasi grado di asservimento e ritenendolo intollerabile (Resp., VIII, 563d). E’ proprio da qui che nasce la tirannide. Ecco che la democrazia, per via di un eccesso di licenza, viene trasformata in schiavitù. L’eccesso di libertà viene paragonato, con un’immagine molto suggestiva, ad una malattia, che uccide le costituzioni (Resp., VIII, 563e-564a). Socrate, dunque, si sofferma sul concetto, basilare per comprendere questa parte di dialogo, che da una estrema libertà non possa che emergere una estrema schiavitù. La tirannide, dunque, è annidata nei regimi democratici (Resp., VIII, 564a).

A questo punto, Socrate, ritornando su un quesito formulato da Glaucone in 563e5, entra nel vivo della questione, soffermandosi sull’esatta natura della malattia che riduce la democrazia in schiavitù.

Socrate, nella fattispecie, individua due gruppi letali. Tra uomini oziosi, si riconosce una categoria più coraggiosa, composta da fuchi1, e una categoria meno virile, priva, cioè, di pungiglione. Una volta nati, in qualsiasi forma costituzionale, questi gruppi arrecano non pochi disturbi al corpo dello stato (Resp., VIII, 564b-c). Nel riferimento al flegma e alla bile che ammorbano una città paragonata ad un corpo, si riconosce la celebre metafora fisiologica che tanta fortuna avrà nel mondo greco e nel mondo latino. Si ricordi, a tal proposito, il celebre apologo di Menenio Agrippa in Livio II, 32 o l’immagine adoperata da Marco Terenzio Varrone per descrivere l’ultimo secolo della Res publica romana, infettata da una ferita sanguinolenta causata dalla frattura della civitas, martoriata dai conflitti fra le varie factiones e stremata dalle guerre civili. Socrate vede la πόλις bisognosa di cure da parte del buon medico e del legislatore, paragonando il loro operato a quello del saggio apicoltore, che deve eliminare sul nascere ogni pericolo per il suo alveare (Resp., VIII, 564c).

A questo punto, ricorrendo ad una tripartizione tracciata in Euripide Supplici 238-45, Socrate divide la città democratica in tre gruppi (Resp., VIII, 564d-565a). Identifica i parassiti che cercano di arricchirsi con la vita politica, i ricchi e il δῆμος, la massa del popolo composta da persone che lavorano, non si occupano di politica e non hanno grandi proprietà, ma che, quando si radunano, rappresentano il gruppo più numeroso e potente.

Nel primo gruppo, Socrate riconosce, con qualche eccezione, il motore principale della democrazia. Tra questi personaggi, viene individuata un’ala più dedita all’azione e un’ala composta dalla claque demagogica, che non ammette posizioni diverse dalla propria (Resp., VIII, 564d).

Il primo gruppo ottiene l’appoggio del δῆμος contro i ricchi, per impossessarsi delle loro sostanze (Resp., VIII, 565a). I ricchi, a loro volta, cercando di difenderle, diventano oligarchici, se già non lo erano prima. A quel punto, sorgono denunce, processi e controversie in gran numero e il popolo concede poteri straordinari ad un solo capo (Resp., VIII, 565b-c). Il προστάτης riesce ad imporsi all’attenzione collettiva ed è da questo personaggio che sorgerà il tiranno. In 565d, Socrate afferma esplicitamente di individuare l’origine del tiranno nella radice del capo del popolo. Per spiegare la trasformazione da capo a tiranno, Socrate ricorre, allusivamente, al mito raccontato a proposito del santuario di Zeus in Arcadia (Resp., VIII, 565d). Si fa riferimento al mito di Licaone, riportato anche da Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi, che narra la triste vicenda del re Licaone, punito da Zeus con la trasformazione in lupo per aver sacrificato un bambino. Questo mito, tra l’altro, è stato messo in rapporto con i sacrifici umani che si svolgevano in Arcadia in onore di Zeus Liceo.

Si mette dunque in relazione la trasformazione di Licaone in lupo alla trasformazione di un capo del popolo in tiranno. Il capo del popolo, infatti, avendo ottenuto il controllo di una folla docile, manda a morte uomini, esilia e compie ogni tipo di nefandezza, adombrando una condotta scellerata e tenendo aggiogato il popolo con promesse di remissioni di debiti e spartizioni di terre. Dopo aver commesso questi crimini, la trasformazione in tiranno/lupo è assolutamente inevitabile (Resp., VIII, 565e-566a). La potenza dirompente di queste parole e l'incisività atemporale delle immagini ricreate si insinuano nelle crepe del nostro presente, rintracciando meccanismi disgraziatamente familiari e troppe volte trascurati. Costantemente nutriamo i lupi di cui ci parla Platone con la nostra stessa carne. Alimentiamo la nostra rovina e, illusoriamente, crediamo di allontanare retaggi totalitari, senza considerare le nubi nere che sovrastano i nostri tempi. Acclamiamo chi ci spinge, giorno dopo giorno, verso il baratro, implorando libertà da spietati carcerieri. Platone ci riguarda. L'antichità ci riguarda. Non possiamo dirci contemporanei del nostro presente senza lasciarci guidare dalle voci distinte di mondi passati, che rivivono nei passi della Storia.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

Nel dialogo platonico, la descrizione di una massa del tutto inerme e influenzabile, sobillata dalle angherie di capi dall’agire ferino, richiama alla memoria immagini esopiche, associabili al contesto e alla sfera semantica ricreata da Socrate. Il προστάτης, evidentemente, cercherà di approfittare della sua posizione per arricchirsi a scapito degli altri e per schiacciare i propri avversari. Si farà dei nemici che cercheranno di ucciderlo e questo sarà il pretesto col quale chiederà al popolo una guardia personale (Resp., VIII, 566b). Non si può omettere, a questo punto, l’esplicito riferimento alla celebre richiesta da parte di Pisistrato, rintracciabile in Erodoto I 59.4-5 e in Aristotele Costituzione di Atene 14.2. Il popolo, concedendo una guardia armata al tiranno, non fa altro che innescare un clima golpista, segnato da violenza e sangue, mirato ad eliminare cittadini per espropriarli delle proprie ricchezze. Nell’argomentazione socratica, viene ripreso l’oracolo della Pizia citato in Erodoto I 55.2 (Resp., VIII, 566c).

Anfora attica a figure nere (530-525 a. C.), con la guardia di Pisistrato. Museo Archeologico Nazionale di Atene, inv. no. 15111. Foto di Zde, CC BY-SA 4.0

Il προστάτης non è più un cittadino come gli altri, perché dispone di una forza armata personale. Egli, di conseguenza, non giace al suolo come Patroclo, colpito letalmente da Ettore in Iliade XVI 776, ma, trionfante, si erge sul carro, avendo sbaragliato le ultime resistenze e portato a compimento la trasformazione da capo a tiranno (Resp., VIII, 566d).

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Pisistrato torna ad Atene, al suo fianco una donna travestita da Atena (come narrato da Erodoto). Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

L’esito della democrazia è dunque, per Platone, la violenza della tirannide. Sta a noi impedire che questa degenerazione avvenga, accogliendo moniti pericolosamente ignorati e mai come adesso imploranti ascolto.

James Barry (1741-1806), Crowning the Victors at Olympia, terzo della serie 'The Progress of Human Culture and Knowledge', dettaglio del carro, con Gerone I di Siracusa, c.1777-84 (olio su tela). Immagine © R.S.A, London, UK; The Bridgeman Art Library

1 564d2, trad. Di M. Vegetti, in M. Vegetti (a cura di), Platone. La Repubblica, Rizzoli, Milano, 2006.


Almarina Valeria Parrella

Almarina, un'esperienza quasi onirica

Ho letto Almarina di Valeria Parrella senza aver volutamente letto recensioni e neppure la trama, perché volevo scoprire da sola cosa si nascondesse dietro l'elegante copertina Einaudi.

Ho trovato un libro che mi ha affascinato fin dalla prima pagina per la scrittura densa e immaginifica. Almarina è la storia del rapporto tra la protagonista, Elisabetta, una docente di matematica nel carcere minorile di Nisida, e una giovane detenuta di origine rom, Almarina. Elisabetta, la cui vita personale è stata sconvolta dalla perdita del marito e dal rimpianto di una maternità mancata, dà tutta se stessa al suo lavoro e soprattutto alle e ai giovani del carcere, facendosi assorbire dalla trappola del lavoro-missione. La sua storia, come al centro del romanzo fa presente il direttore del carcere, potrebbe essere quella di tante persone che entrano in contatto con la realtà carceraria e che a un certo punto si convincono di poter salvare che è dentro, offrendo una vita diversa e forse una strada di redenzione. Ma Elisabetta ha una resistenza e una tenacia che la rendono eccezionale: la forza del legame materno e viscerale che la lega sempre di più ad Almarina la porteranno a perseguire, come in una favola, il suo obiettivo di redenzione e liberazione.

Ma liberazione di chi? Perché in questo racconto, forse quella più libera è Almarina, che trova un suo spazio di autonomia proprio all'interno del carcere, lontana da un passato doloroso, da una vita di privazione e di stenti, da un padre violento. E forse è questo che attira Elisabetta sopra ogni altra cosa, la prospettiva di trovare un senso anche alla propria libertà attraverso il rapporto con la giovane.

Non è un caso che le protagoniste siano entrambe donne, perché c'è un altro politico filo rosso che percorre questo romanzo di sommesso impegno civile, quello del rapporto di sorellanza, che anche fra generazioni e classi diverse, lega le donne, poiché, anche se con diversi gradi di coscienza, patiscono la medesima oppressione da parte della società.

Il romanzo, però, pur scrivendo una storia tanto plausibile da sembrare ordinaria, racconta le vicende con una scrittura che produce immagini e sogni, proprio come un racconto sospeso nel tempo del "c'era una volta". Lo stile è proprio il punto di forza che fa dell'esperienza delle protagoniste, documentata quasi quanto un reportage giornalistico (Valeria Parrella inserisce persino stralci di composizioni scritte da giovani detenuti durante un laboratorio che lei ha tenuto in carcere), una storia che parla di tutte e tutti.

Almarina è una lettura densa, ma allo stesso tempo tanto affascinante che si legge in un fiato perché è quasi impossibile non rimanere incantate/i dalla sinergia tra storia e stile.

La copertina del romanzo Almarina, di Valeria Parrella, pubblicato da Giulio Einaudi Editore (2019) nella collana Supercoralli

Almarina di Valeria Parrella è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.


Roberto Mussapi i nomi e le voci

Il risonante richiamo del mito

Poesia e teatro custodiscono da sempre, in uno scrigno adamantino, il cuore fragile del mito, serbandone la ieratica verità in una dimensione capace di sollevarsi al di sopra del tempo. A questo principio immutabile e, in una certa misura, sacro paiono ispirarsi i monologhi in versi di Roberto Mussapi, composti nel corso della sua lunga e fertile produzione letteraria e da poco raccolti in una silloge - I nomi e le voci - edita da Mondadori, nella storica collana Lo Specchio. Sin dal titolo, così evocativo, si intuisce che la cifra che contraddistingue l’opera è la pluralità; dalla folla di volti, di maschere e di parole, emergono di volta in volta personalità uniche e dirompenti, che spiccano, oltre che per la loro irripetibile individualità, anche per i significati profondi di cui la loro storia è vibrante espressione.

Scongiurato il pericolo dell’anacronismo – perché il mito per la natura ribelle scavalca le leggi caduche del tempo –, come un demiurgo Mussapi opera sui personaggi dell’epica e della tragedia greca una sorta di palingenesi, permettendo ai protagonisti della classicità di pronunciare visioni rinnovate, all’insegna di una modernità ritrovata e incredibilmente sensuale. Così la sua Cassandra, profetessa troiana dalla voce inascoltata e franta, trascinata come bottino di guerra in un mondo che non ha bisogno di profeti, percepisce il fetore di sangue e morte nel palazzo degli Atridi, è tormentata dalle visioni di un mare che sanguina, e parla a se stessa dal dolore pungente della sua assoluta cecità; Eco, la risonante, la ninfa che si invaghisce di Narciso senza esserne ricambiata e che viene condannata a replicare in eterno un suono privo di significato, serba la memoria di un passato corporale, mentre in lei già dolora il supplizio di un presente mutilo: «A quel tempo non ero pura voce ma avevo un corpo, / e un tempo avevo anche la voce che senti, / che sta svanendo, ascolta, sta trapassando / a quella che sarà e che senti, al tuo presente». Il suo futuro è attesa e nascondimento, vergogna per un amore rifiutato, e voce, voce che «perdura, e ciò che vive è suono».

Particolare dell'opera Teseo e il Minotauro del Maestro dei Cassoni Campana (1510-15). Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Le immagini che da un testo all’altro si rincorrono evidenziano la rilevanza assunta, tra le sfere sensoriali, dal tatto: colpisce, in questo senso, l’esempio di Arianna, che nel ricordo alterna la sensazione della ruvidezza del filo tra le dita alla percezione altrettanto netta della sua assenza; nel sonno dell’abbandono sulla riva di Nasso, i due polpastrelli ora si sfiorano nudi, sono stati derubati della traccia tangibile di un legame salvifico, che aveva concesso alla fanciulla di essere vicina all’eroe nel suo oscuro viaggio verso il Minotauro e, soprattutto, nel ritorno alla luce. L’errore di Teseo, nella rilettura di Mussapi, consiste nel confondere amore e magia, attribuendo allo stratagemma del filo, e non al sentimento puro di Arianna, la riuscita dell’impresa: «e non è contro natura Teseo, / che non seppe riconoscere l’amore, / che usò il mio filo e lo spezzò come un fiore, / non è contro natura non capire, / non essere all’altezza dell’amore?». Anche le due voci di Penelope, che risuonano in una persona sola, proferiscono la palpabilità di una trama intrecciata di giorno e disfatta di notte in un lavorio incessante, e parlano di dita che il filo riga ora su ora: «Certo, raccontano, la moglie di Ulisse / non poteva non condividerne scaltrezza e acume, / ma questa è solo la verità apparente della storia. / Che fu tramata, questa sì, tramata / da quel disegno che muove le dita di una donna / nel buio della notte, per amore. / Che vuole dire non sottomettersi al tempo, / salvare con le mani il primo incanto».

Rudolf Seitz, Penelope alla tela in un tessuto (1893) dal Castello di Ratibor a Roth. Immagine CC0

Mussapi risale alla radice più profonda del significato del mythos, recuperandone la nodale valenza narrativa: le presenze che popolano la verticalità dei suoi monologhi si esprimono in versi, ma non si limitano a pronunciare i tormenti dell’io, anzi raccontano i destini dell’uno e del molteplice, gli impervi cammini che il poeta percorre per scovare l’alterità e partecipare della sua creaturale ferita. Dal buio oltremondano, Enea e Didone testimoniano la loro verità: e se il primo chiede salvezza e perdono («io lasciai lei e la vita, / per dare altrove vita ai miei morti»), la seconda nel fitto della tenebra si dice ferma nel ricordo di Enea («nella sua voce ancora mi tengo»). Altrettanto terribile risuona la condanna di Antigone, di fronte alla violazione del sacro confine tra i due regni, quello dei vivi, con le sue norme scritte, e quello degli inferi, con le sue leggi eterne e immutabili.

Dettaglio di affresco dalla Tomba del tuffatore a Paestum. Fotografia autoprodotta di Michael Johanning (2001) in pubblico dominio

Il viaggio nell’antico si conclude con le Parole del tuffatore di Paestum, che dal fondo dell’abisso consegna a suo figlio l’esperita certezza dell’eternità dell’amore, e con le Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, che nella lava incandescente riconosce la scintilla che avvampa dentro di sé da sempre e che lo riconduce a se stesso: «Arduo è durare, più raro esistere, / protrarre nella durata quella fiamma, / e solo in quella vampa io fui alla sua altezza». I voli di Mussapi proseguono nel vasto cielo di Shakespeare e nelle speziate notti arabe, per planare poi nella Grotta Azzurra in cui rendere onore al suo tempo e alle parole che, assecondando il richiamo del mito, possono talvolta salvare la vita.

Roberto Mussapi legge da I nomi e le voci.

Roberto Mussapi i nomi e le voci
La copertina del libro I nomi e le voci di Roberto Mussapi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nella collana Lo Specchio

Spoletium

Spoletium: l’incontro tra arte, storia e cultura

Fu il fondatore Giovanni Antonelli a porre le basi affinché la rivista annuale Spoletium fosse considerata riferimento per la rivalutazione del patrimonio storico e culturale dell’ex Ducato longobardo. Per i primi cinque numeri venne curata dall’Azienda del Turismo di Spoleto e dal 1957 sotto la guida delle edizioni dell’Accademia degli Ottusi, già Spoletina.

L'uscita annuale della rivista è solitamente anticipata e seguita da un fitto ciclo di conferenze e concerti da camera che quest'anno sono stati limitati dalle chiusure imposte dall’emergenza da Coronavirus. L'ultimo numero (n. 56, nuova serie 12/2019) che è appena uscito in libreria non tradisce le aspettative e si rivolge al lettore con un ampio quadro di curiosità e di approfondimenti storico-artistici, archeologici, letterari, musicali, tutti rivestiti da un tono scientifico e da un metodo di ricerca rigoroso.

“Nell’ambito della promozione e della conoscenza della storia di Spoleto è emerso il progetto di sviluppare gli studi sull’Umanesimo” scrive in apertura la direttrice scientifica Giovanna Sapori che dal vivo spiega da come, a partire dal lancio di una borsa di studio nel 2017, sia nata l’idea: “Questo concorso è stato vinto da una giovane studiosa di Torino che sta lavorando su uno di questi umanisti, sulla sua attività letteraria, cioè Pier Francesco Giustolo (…)  Per una cittadina così piccola c’è un numero di intellettuali fra Trecento e Cinquecento abbastanza consistente. È un fenomeno – continua - che non tutte le cittadine simili a Spoleto hanno e in parte perché c’era nel convento degli Agostiniani di San Nicolò, l’attuale chiesa convento centro convegni, un polo culturale, anche rispetto a Roma, ed è quindi in questa cerchia di Agostiniani che si ritrovano molti studiosi e intellettuali. Siccome la maggior parte son poco studiati e comunque studiati nelle città in cui hanno fatto fortuna, per esempio Giovanni Pontano a Napoli era il segretario del Re di Aragona, Gregorio Elladio era a Firenze, etc., il progetto prevede di studiarli anche nel contesto spoletino, cioè studiare ad esempio documenti, ricostruire la loro storia, le biografie della famiglia e capire come funzionava”.

La rivista è divisa in cinque parti (saggi, note e contributi, schede e documenti, scavi e scoperte, recensioni e Notiziario) e ogni contributo vi è incasellato; la copertina di questo numero è ricavata da un particolare della Camera Pinta della Rocca Albornoziana, adibita a carcere fino al 1982, le cui scene affrescate riscoperte dopo il restauro sono all’interno rilette e narrate, su un supposto poema del Boccaccio, dalla sagace penna dello storico dell’arte Bruno Toscano.

Nel rintracciare documenti di e per Spoleto, se non per l’encomio e l’orgoglio per la valorizzazione del patrimonio, troviamo in questo numero due contributi firmati da personalità ben riconosciute dall’Accademia e recentemente scomparse. Il primo scritto, su concessione dell’editore Bardi, è di Letizia Ermini Pani, docente di archeologia medievale, intitolato agli elementi scultorei che a Spoleto si trovano dall’età longobarda. Il secondo, inedito, di Bernardino Ragni e Lucia Ragni è dedicato alla domesticazione del gatto in epoca etrusca tramite raffigurazioni artistiche. Benché quest’ultimo potrebbe apparentemente fuorviare l’interesse collettivo, sussiste una spiccata relazione tra Bernardino Ragni, docente di zoologia ambientale e gestione faunistica, e lo stesso territorio che a gennaio scorso - nell’intento di suggellarne la memoria - aveva presentato una tre giorni dedicata all’ambiente e alla fauna selvatica (cfr. Fauna 2020), intitolata proprio al gatto.

I segni di inchiostro sulla carta patinata della rivista che rimandano al progetto partono da Ginette Vagenheim, esperta di cultura umanistica italiana dell’Università di Rouen, con un saggio dedicato a Benedetto Egio, “una studiosa di fama internazionale – sottolinea la Sapori - che dai codici conservati nella Biblioteca Vaticana e in altri archivi ha tirato fuori l’attività di questa personalità che era fino adesso sconosciuta”. Al saggio segue il contributo di Elisabetta Frullini che “fa il dottorato a Vienna – presenta la direttrice scientifica - e studia le collezioni d’arte e il mecenatismo dei cantanti e dei musicisti nel Seicento” dedicandosi qui al cavalier Loreto Vittori, soprano naturale di cui aveva già riferito in una conferenza nel giugno scorso.

Ad illustrare invece un recente ritrovamento custodito nell’archivio dei due Convitti spoletini (Maschile e Femminile) è lo storico dell’arte Roberto Quirino: “Nel corso di un recente riordino – scrive - l’archivio ha riservato una sorpresa: un documento firmato da Federico Zeri (…) Si tratta della dichiarazione rilasciata e firmata da Zeri il 24 febbraio 1949, nelle vesti di ispettore della Soprintendenza alle Gallerie, per aver ricevuto dalla Direzione del Convitto due opere d’arte (…) provenienti dalla Galleria romana di Palazzo Spada”. Sulla linea degli studi umanistici segue Livia Nocchi con un testo sul mercato dei marmi policromi: un documento inedito datato 1583 ne rivelerebbe gli sviluppi tra Roma e l’Umbria a partire da due protagonisti quali lo scultore Giovan Battista Della Porta e lo scalpellino Giovanni Marchesi. Si sofferma poi sul pubblico geometra Anselmo Ludovico Avellani, a Spoleto ben prima del 1756, l’architetto Giuliano Macchia che ne descrive alcuni disegni a penna e ad acquarello. Alle sorti di cose “sparite perché distrutte, vendute o rubate” non indugia Lamberto Gentili a partire da “un raro lucerniere del sec. XV con stemma della famiglia Eroli, posto sullo spigolo del Palazzo Vescovile” per arrivare a quegli oggetti quasi spariti appartenuti “al grande sipario del Teatro Nuovo”.

Quasi preludio, ricompensa del sacrificio, per il Ponte delle Torri (il cui attraversamento è stato impedito da un’ordinanza subito dopo il sisma del 2016) che collega la Rocca Albornoziana al Fortilizio dei Mulini e al Monteluco ne scrive l’architetto Fabio Fabiani che sceglie di riportarlo brevemente in luce citando Louis I. Kahn “nell’elenco degli architetti che hanno studiato il Ponte”.

A chiudere gli studi, infine, Maria Cristina De Angelis, della Soprintendenza Archeologica per l’Umbria, con un testo pensato per la Grotta del Lago di Triponzo, nella zona sud-orientale della regione, individuata “nell’estate de 1991, durante un rilevamento geomorfologico”,  Marco Tonelli che, attuale direttore di Palazzo Collicola, ricorda le esperienze espositive di Leoncillo Leonardi dal 2015 e Liana Di Marco che, in qualità di presidente dell’Accademia, nel Notiziario aggiorna sui cambiamenti e sulle attività svolte.

Spoletium
Copertina dell'ultimo numero (n. 56, nuova serie 12/2019) della rivista Spoletium, pubblicata dalle Edizioni dell'Accademia degli Ottusi

L'Italia trionfa al Bram Stoker Award con Alessandro Manzetti, il poeta dark

Alessandro Manzetti vince per la secondo volta il Bram Stoker Award, nella sezione poetica con la raccolta The place of broken things scritta insieme a Linda D. Addison.
È la seconda volta che conquista questo prestigioso premio, ma la cosa più importante è che sia stato l'unico italiano nella storia del premio ad averlo vinto. È anche editore della Indepedent Legions Publishing di Trieste e si occupa di promuovere la letteratura dark, gotica e horror. Con lo pseudonimo di Caleb Battiago ha scritto molti romanzi e firmato raccolte di racconti per il pubblico italiano.

 

Iniziamo con le domande più semplici (o forse le più difficili). Come ci si sente a vincere un Bram Stoker Award? E a vincerne due?

Naturalmente è una grande soddisfazione, il Bram Stoker Award rappresenta, per gli autori horror e dark fantasy, uno dei traguardi più ambiti a livello internazionale, un punto d’arrivo e nello stesso tempo di ripartenza, e un riscontro di notevole importanza per il proprio lavoro. Difficile spiegare come ci si sente, cosa si prova, a salire sul palco per accettare un premio di tale caratura, come mi è successo nel 2016, a Las Vegas; la mia prima volta, che è quella che lascia il segno più profondo.

La kermesse della convention annuale (lo StokerCon) che ruota attorno alla cerimonia di premiazione è di grande impatto. L’emozione è forte, specie quando si rappresenta un paese, l’Italia, che non aveva mai portato un proprio autore fino a quei livelli, considerati (erroneamente) dai nostri stessi connazionali come inaccessibili fino a poco tempo fa.

Vincere di nuovo il premio quest’anno, e quindi confermarsi, è ancora più difficile e importante; è una sorta di certificazione, da parte di tantissimi colleghi e operatori del settore, e dunque del mercato internazionale stesso, della continuità di un percorso artistico di qualità portato avanti negli anni, che nel mio caso era già stato avvalorato in precedenza, attraverso 10 nomination ricevute in varie edizioni del premio, a partire dal 2014, e in diverse categorie.

Però l’emozione della prima volta non è ripetibile, a livello personale, e la stessa cosa mi hanno raccontato altri autori, parlandomi della loro esperienza a questo premio.


Ho avuto il piacere di leggere in lingua originale il volume che ha meritato di vincere il Bram Stoker: parlo ovviamente di The Place of Broken Things (Crystal Lake Publishing). Una raccolta di poesie struggenti, dolci, oscure e scritte con l'anima, davvero uniche. Ci sarà modo di leggerle anche in italiano?

Purtroppo in Italia la poesia moderna e contemporanea non ha mercato, se non per i classici, e questo è un vero peccato, considerando invece la dignità, importanza e visibilità offerta a questa forma di comunicazione in tutti gli altri paesi, dagli Stati Uniti all’Europa.

Non credo che l’opera sarà tradotta in Italiano, non ho ricevuto manifestazioni di interesse di editori del nostro paese, ma per i lettori italiani ci sarà l’opportunità di leggere alcune poesie incluse in The Place of Broken Things (pubblicato in inglese dall’editore Crystal Lake Publishing) all’interno di una raccolta di racconti e poesie in uscita questi giorni per la mia casa editrice Independent Legions, dal titolo I Sogni del Re Nero, un’edizione a tiratura limitata, da collezione.

Diversamente, l’altra mia raccolta di poesie vincitrice nel 2016 del Bram Stoker Award, Eden Underground, è stata pubblicata anche in italiano, in edizione illustrata, dall’editore Cut Up Publishing. Ma si tratta della classica eccezione che conferma la regola.

La poesia in Italia, a causa di una formazione scolastica inadeguata, e della conseguente poca conoscenza della materia da parte di gran parte di lettori ed editori stessi, legati ad antichi pregiudizi di forme e linguaggi di tempi lontani, è purtroppo marchiata come difficilmente commercializzabile, e se ne disinteressano, mentre in tutti gli altri paesi viene considerata (come è giusto e normale che sia) un’essenziale contributo alla cultura, e punta di avanguardia anche della fiction, che da sempre è stata profondamente nutrita e influenzata dalla poesia, in termini di visione e linguaggio.

Vai a far capire, qui da noi, che la poesia (che esiste anche di genere, quindi dark o speculativa) è la forma più moderna e attuale di scrittura, la più affilata per raccontare le dinamiche del mondo contemporaneo, non il contrario, come purtroppo viene ritenuto nel nostro mercato.

In Francia, tanto per parlare di un paese europeo, senza prendere sempre come esempio il mercato di lingua anglosassone, la poesia viene promossa, divulgata, tradotta, pubblicata in tutti i modi e canali/media possibili.
Un mercato, il loro, che promuove anche gli editori indipendenti, che non sono vittime di cartelli di distribuzione, e dunque è facile trovare pubblicazioni di qualità in ogni libreria (e in vetrina) che non sono per niente meri supermercati di libri.

Invito lettori ed editori (in particolare) a tirar fuori la testa, per un momento, dalla cupola trasparente che tiene sottovuoto il nostro mercato editoriale, e a stupirsi di ciò che accade nella maggior parte degli altri paesi, anche a pochi chilometri da noi.

Non serve nemmeno parlare degli Stati Uniti e Inghilterra, mercati sui quali ormai lavoro da anni, che fin dall’inizio si sono mostrati aperti e interessati a recepire opere di qualità, sia prosa che poesia, senza dover contare su amici in paradiso. I premi internazionali, e le tante mie opere pubblicate in lingua inglese (e non solo) sono prova di questo diverso approccio editoriale.

Un libro scritto a quattro mani con Linda D. Addison e credo sia impossibile non parlare di lei. Come è nato e come si è sviluppato questo sodalizio? Ci nascondete un nuovo progetto?

Scrivere un libro insieme a una cara amica e grande poetessa come Linda è stata un’esperienza formidabile per entrambi. Il sodalizio è nato anni fa per l’amicizia e il feeling che ci lega, non per lo stile e visione delle nostre poetiche, che è molto diverso.

Per i poeti, scrivere assieme e collaborare, e dunque stimolarsi a vicenda, è cosa naturale da sempre, così nel 2016 è nata l’idea di scrivere assieme una raccolta di poesie dark/speculative, che si è materializzata lo scorso anno con The Place of Broken Things.

Gran parte delle opere contenute nella raccolta sono scritte a quattro mani, e ciò ha materializzato qualcosa di diverso, che va oltre me e Linda come singoli autori. Ha preso vita uno stile e visione peculiare di un’unione artistica. Nonostante le profonde differenze, siamo riusciti a mescolare in modo armonico le nostre singole voci e visioni, creandone una nuova di zecca. Scrivere assieme, come ha più volte affermato la stessa Linda, Premio Bram Stoker Award alla carriera, è stato semplice e naturale. Sicuramente in futuro lavoreremo ancora assieme, per un altro progetto che abbiamo già in testa, e nel cuore.

Tra le poesie che trovo più belle c'è senza ombra di dubbio Kolkata's Little Girl e la rivisitazione di Linda con Philly's Little Boy. Quanto è importante nel tuo immaginario l'India e in particolar modo Calcutta?

Qui parliamo di due poesie ‘soliste’ della raccolta, quindi non scritte a quattro mani, ma anche in questo caso la collaborazione artistica a tutto tondo si è ben manifestata, in quanto Linda ha scritto il suo pezzo ispirandosi al mio, quindi creando una virtuosa connessione.

L’India è sempre stata uno dei cardini della mia immaginazione, basti pensare ai miei romanzi Naraka, Shanti e Samsara (titoli in sanscrito) che contengono riferimenti alle tradizioni e filosofie induiste. La città di Calcutta invece è entrata nelle mie visioni successivamente, diventandone sempre più protagonista, grazie al celebre racconto Calcutta Lord of Nerves di Poppy Z. Brite, che tradussi cinque anni fa (opera mai apparsa prima di allora in italiano, eppure da anni già tradotta in diverse lingue) e poi per la sceneggiatura che ho scritto recentemente (adattamento di quel racconto) della graphic novel Calcutta Horror (che ha ricevuto proprio quest’anno una nomination al Bram Stoker Award), illustrata da Stefano Cardoselli, che mi ha costretto a studiare a lungo e nei dettagli la città, scoprendone ogni singola via, cosa che ha aumentato a dismisura il mio interesse per quella che viene definita City of Joy (Città della Gioia), nonostante la povertà, le immense baraccopoli, le sperequazioni sociali e tanti altri aspetti negativi, noti a tutti, di quei luoghi e regioni.

Studiando e approfondendo, ho scoperto la magia e i colori metafisici di Calcutta, e ne sono rimasto imprigionato, tanto da scrivere poi altri racconti ambientati nella Città della Gioia, e sto per accingermi a lavorare a un’altra sceneggiatura, stavolta con un mio soggetto originale, per una graphic novel ambientata in questa città che non ho mai visitato, ma che ha penetrato profondamente le mie emozioni.

Non solo autore, ma pure editore e curatore delle pubblicazioni per Indipendent Legion Publishing, realtà editoriale vivacissima e attenta a proporre contenuti di qualità e testi altrimenti inediti e non nel focus dei famosi "grandi editori". Parlaci dell'obiettivo della tua casa editrice, del perché è così importante (ri)leggere il dark fantasy, l'horror, il weird e tutte le sfumature che ne derivano

L’obiettivo della mia casa editrice penso sia evidente, basta osservare l’offerta che abbiamo messo in piedi durante questi anni, caratterizzata da opere tradotte in italiano di grandi autori internazionali di genere, molti dei quali dimenticati o sconosciuti ai lettori italiani.

Come editore sono orgoglioso di aver tradotto e opere inedite in italiano di autori del calibro di Clive Barker, Richard Laymon, Ramsey Campbell, Poppy Z. Brite, Robert McCammon, Jack Ketchum, Brian Keene, John Skipp e Craig Spector, David J. Schow e tanti altri.

Sono ancora più felice di aver pubblicato per la prima volta nella nostra lingua altri grandi maestri, come Edward Lee, Charlee Jacob, Richard Christian Matheson (con una sua opera completa), Owl Goingback, Nicole Cushing, giusto per citarne alcuni, e di aver pubblicato diverse antologie di racconti di alto livello, contenenti opere di autori da noi già molto noti (King, Lansdale, Ellison, Gaiman, Lindqvist) ma anche di interpreti da conoscere (Kiernan, Etchison, Hodge, Lumley).

La missione di Independent Legions è dunque ben chiara, proporre ai lettori italiani le opere dei grandi maestri dell’horror e del dark fantasy internazionale, che erano diventate sempre più irreperibili (perfino classici come ‘Schiavi dell’Inferno’ di Barker o ‘Cadavere Squisito’ di Poppy Z. Brite, che abbiamo tradotto di nuovo e ristampato).

Oltre al beneficio per i lettori, che possono scoprire nuovi interpreti di genere, e riscoprire o approfondire i grandi maestri, ciò che sta portando avanti la mia casa editrice è di indubbio valore per la diffusione nel nostro paese di cultura di genere, e di ricucire un movimento degno di questo nome, di appassionati e autori stessi.
Il genere horror/dark fantasy, con tutti i vari sottogeneri, può proporre titoli per tutti i gusti, e conoscerne storia, derivazioni e nuove interpretazioni, con vista internazionale, è una grande opportunità.

Ma, oltre all’offerta per il mercato italiano, Independent Legions opera direttamente anche sul mercato internazionale, con un’offerta di titoli in lingua inglese, diversi dalla selezione di opere in lingua italiana, alcuni dei quali premiati o in nomination in molti importanti premi internazionali. Un’altra caratteristica molto peculiare della mia casa editrice.
Manzetti Bram Stoker Award

Una delle cose che mi ha colpito di più del vostro lavoro è il connubio tra "letteratura d'intrattenimento" e apparati critico-saggistici, come per esempio i titoli Leggere Stephen King, Horror Guru e Colpevole ma pazza; questo è sicuramente ammirevole perché noi fruitori  possiamo anche essere, come nel mio caso, animati da interessi accademici e divulgativi. Questa inclinazione connota la casa editrice come una voce importante del panorama culturale di questa letteratura, intendete proporre altri volumi simili?

Oltre alla narrativa e al fumetto di genere, pubblichiamo anche saggistica, e ai titoli da te menzionati intendiamo aggiungerne altri, per rafforzare quest’offerta specifica; pubblicazioni mirate alla formazione e approfondimento del lettore. Fatto sta che il programma Elite, dedicato ai migliori lettori di Independent Legions, propone tra l’altro titoli di saggistica gratuiti, in funzione della formazione del lettore, cosa penso senza precedenti in Italia.

Il progetto integra pubblicazioni di grandi classici del genere come le poesie di Poe e Crowley e le ritraduzioni "moderne" dei racconti lovecraftiani. Avete annunciato una nuova edizione integrale della Justine scritta da De Sade. Ci parleresti nel dettaglio delle attenzioni filologiche che state dedicando al capolavoro del marchese ?

Oltre alla narrativa horror e dark fantasy moderna e contemporanea, che resta il nostro focus principale, abbiamo recentemente ampliato l’offerta con la creazione delle collane Specters, dedicata ai grandi classici di genere (vedi Poe e Lovecraft), includendo anche la poesia, e Imaginarium, caratterizzata da una selezione di capolavori precursori del moderno hardcore horror o della letteratura dark contemporanea, con titoli come Justine di De Sade o Le Undicimila Verghe di Apollinaire.

Per quanto riguarda Sade, stiamo attualmente lavorando a un recupero storico del celebre romanzo ‘Justine’, per una nuova traduzione (naturalmente integrale) della primissima versione dell’opera, scritta dall’autore durante la sua permanenza alla Bastiglia, differente dalla successiva versione modificata da Sade e poi data alle stampe (l’edizione che poi viene comunemente tradotta in italiano).

Per la ricerca del testo originale di riferimento e per la traduzione, ci siamo affidati a un gruppo di artisti, scrittori e traduttori che opera in Francia per nostro conto, dedicato alla letteratura francese, capeggiato da Barbara Manzetti, ballerina, artista, scrittrice e scenografa che lavora nell’ambiente artistico parigino da oltre trentacinque anni.
La nostra Justine in questo momento è già stata tradotta, e stiamo revisionando il testo per mandare in stampa il libro.

Leggendo Il Libro degli Orrori, raccolta antologica dei grandi maestri del settore,  scopro che il curatore Stephen Jones denuncia la presenza sempre più invasiva (se non un vero e proprio monopolio per il settore) dell'horror lite, ovvero quella letteratura che stempera i toni e gli obiettivi del vero horror. Secondo te con i tuoi scritti e le tue proposte editoriali stai riportando l'attenzione dei lettori verso standard nuovi per questo genere? Ovviamente senza rinunciare allo sperimentalismo e all'originalità dei contenuti

Si parla molto dell’horror lite, sul mercato internazionale, ed effettivamente negli ultimi anni ha una certa prevalenza tra le opere pubblicate. Credo si tratti del tentativo di avvicinare al genere una più ampia audience, ma non è una strategia che condivido. L’horror fiction, che si suddivide in molti rivoli e correnti, sottogeneri e contaminazioni (queste specie negli ultimi anni) andrebbe comunicato meglio, più che tagliargli le ali, scardinarne alcuni punti di forza o adattarlo a qualcosa di diverso dalla sua essenza. Molti lettori potrebbero avvicinarsi a questo genere, avendo informazioni più accurate, senza essere deviati altrove da pregiudizi costruitisi negli anni a causa della scarsa conoscenza dell’argomento ‘letterario’, che viene equiparato, grossolanamente, con la cinematografia di intrattenimento di genere, che fa da erroneo ‘testimonial’ di qualcosa di molto diverso, in realtà.

Le mie proposte editoriali, sia come autore che come editore, cercano dunque di diffondere il genere per ciò che è, nella sua massima espressone di qualità e non di semplice intrattenimento, senza cercare mezze misure, ma accendendo la luce sulle tante meraviglie sconosciute che purtroppo il più delle volte restano nell’ombra.
Lavorando con passione, e selezionando le giuste opere, gli appassionati stanno iniziando ad aprire gli occhi, e capire di quante belle cose sono stati privati da una pessima editoria (e comunicazione) italiana di genere, e dai tanti pregiudizi senza alcun fondamento dai quali sono stati bersagliati, e danneggiati.

 

 

Tutte le foto sono state gentilmente fornite da Alessandro Manzetti


Tutto chiede salvezza: delicatezza per una storia complessa

Uno dei più acclamati fra i dodici candidati al Premio Strega 2020 è il secondo romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, uscito per Mondadori il 25 febbraio 2020.

Il libro tratta con tatto ed efficacia un tema delicato e quanto mai complesso, quello della malattia mentale: si tratta, infatti, della cronaca, giorno per giorno, dei sette giorni del TSO a cui viene sottoposto il protagonista (nella finzione, omonimo dell’autore), un ventenne che soffre di depressione e attacchi di rabbia. Ed è proprio dopo un’esternazione particolarmente violenta e devastante di questa rabbia che il giovane è costretto ad un trattamento sanitario obbligatorio, in una caldissima settimana dell’estate 1994, nei giorni d’esordio dei mondiali di calcio in USA.

L’autore non è nuovo a questo tipo di tema. Nel suo primo romanzo, La casa degli sguardi, Mencarelli ci raccontava di un altro giovane (ancora una volta Daniele), affetto da depressione, e del suo tentativo di dare un senso alla propria vita. Entrambi gli omonimi protagonisti hanno a che fare con la poesia. Quello de La casa degli sguardi il poeta lo fa di professione, mentre il Daniele di Tutto chiede salvezza scrive poesia nel tempo libero, condividendola solo con sua madre, e, nel piccolo frangente costituito dal suo TSO, ad un certo punto, anche con i compagni di reparto.

Non è un caso che Daniele Mencarelli, prima ancora che romanziere, sia un poeta. È forse proprio la poesia a conferirgli il tatto e la delicatezza con cui raccontare storie tanto dolorose e spesso controverse, se si pensa ai pregiudizi e alle idee distorte che sono ancora drammaticamente diffuse riguardo i problemi di salute mentale.

La trama è estremamente semplice, leggiamo il resoconto giornaliero del TSO, fatto in prima persona dal protagonista. I personaggi, che conosciamo attraverso il filtro della percezione di Daniele, sono molto ben delineati. I “compagni di prigionia” (per quanto totalmente improprio sia il termine prigionia) sono esempi della varietà di ragioni per cui si può finire in un ospedale psichiatrico.

I compagni più vicini a Daniele sono due: Gianluca, un giovane uomo con disturbo bipolare, costretto ad un TSO da un episodio di depressione maggiore, e la cui madre bigotta collega il problema psichiatrico del figlio alla sua omosessualità; e Giorgio, un gigantesco e muscoloso trentenne, vittima del proprio autolesionismo e di violentissimi attacchi di rabbia, in seguito al trauma della perdita della madre, che non poté vedere un’ultima volta, dopo la morte improvvisa, quando lui era solo un bambino.

Sebbene queste siano le personalità più definite e approfondite (perché più vicine al protagonista), le storie degli altri pazienti risultano altrettanto ben delineate. Abbiamo Mario, un maestro in pensione, apparentemente “normale” nel presente, ma vittima di un passato atroce, Alessandro, affetto da catatonia, e “Madonnina”, un ragazzo, ormai incapace di rispondere di sé, che ripete la straziante preghiera “Maria ho perso l'anima, aiutami Madonnina mia”.

Ma non sono questi gli unici personaggi della storia. Uno dei meriti di Mencarelli è quello di aver saputo ricostruire un intero microcosmo, che include pazienti, medici e infermieri. Abbiamo infermieri anestetizzati dall’abitudine di un lavoro così aspro, altri infermieri, invece, ben più capaci di stabilire un rapporto empatico con i pazienti. Poi abbiamo i medici, alcuni più distaccati, altri più attenti. Non ci troviamo di fronte a una realtà dalle tinte necessariamente chiarissime. Non ci sono pazienti buoni e medici cattivi, né medici buoni e pazienti cattivi. Ci sono esseri umani con storie diverse. Esseri umani che, come da titolo, chiedono salvezza, apertamente (come Daniele) o in silenzio, quasi nascondendolo (come Mario, o perfino Alessandro). Esseri umani capaci di sentire la vita con più o meno forza, capaci di percepire tanto o poco, troppo o niente. Capaci o incapaci di curare o curarsi.

Va detto: in questo romanzo non succede moltissimo. Sono pochi gli episodi veramente drammatici, che contribuiscono al dipanarsi della trama. Eppure sono lì, e mantengono la propria forza, senza sconfinare in eccessi o drammi irreversibili. Questa diffusa semplicità (nella trama, negli episodi salienti) si ritrova nei dialoghi – un po’ in italiano, un po’ in romanesco – e nella lingua della narrazione, che è asciuttissima, essenziale, quasi non letteraria. Non so dire se è questo tratto a farmi apparire il romanzo, nel suo complesso, poco incisivo. Qualcosa manca, qualcosa sfugge. Se, da un lato, questa delicatezza (e torno a ripetere questo termine, quasi fino alla nausea) è sicuramente meritevole di elogio, dall’altro è come se stemperasse la letterarietà e la forza del romanzo.

È, comunque, in sostanza, una prova letteraria interessante, quella di Mencarelli con Tutto chiede salvezza. È tempo che si scriva di più (e bene) anche in Italia – perché in altri paesi, già lo si fa di più e da più tempo – su temi di questo tipo, e Daniele Mencarelli sembra aver trovato il suo personale ed efficace linguaggio per farlo.

 

tutto chiede salvezza Daniele Mencarelli
La copertina del romanzo Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, pubblicato da Mondadori

 

Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.  


santa anoressia

La santa anoressia: studi tra digiuno e misticismo

SOFFERENZA FISICA, CORPO, APERTURA AL DIVINO, SESSUALITÀ/EROS: LA SANTA ANORESSIA

C'è un legame che accomuna le giovani anoressiche del XXI secolo e le sante ascetiche – Caterina da Siena (1380†), Veronica Giuliani (1727†) – che in età medievale si mortificavano in continui digiuni, talvolta lasciandosi morire di fame? A tal proposito Rudolph M. Bell, professore di Storia alla Rutgers University (New Jersey, U.S.A.), espose chiaramente il suo pensiero attraverso il volume titolato La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma - Bari 1987, analizzando questo rifiuto del cibo come un medesimo meccanismo psicologico indotto da condizioni sociali simili che spingono le adolescenti a liberarsi di un mondo opprimente con un totale rifiuto della società, della vita e del proprio corpo.

Oggetto dello studio di Bell sono le centinaia di sante, venerabili e beate italiane vissute tra XIII e XX secolo, che presentano comportamenti anoressici. Il loro rifiuto del cibo viene individuato come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica perpetuata dal genere maschile. Nel Medioevo la società era improntata all’uomo e al suo predominio: le donne apparivano come realtà contrastanti prodotte dalle fantasie e dai timori di padri, mariti e uomini di Chiesa. Questa tendenza maschile all’idealizzazione e alla sottovalutazione della donna dominava socialmente l’universo femminile che si vedeva così imprigionato e custodito in un corpo tutto fisico, sensuale, simbolo del peccato, al quale era preclusa un’autonoma esperienza nel contesto sempre più costrittivo della società cittadina del tardo Medioevo, delle sue regole e delle sue esclusioni.

La copertina americana del libro di Rudolph M. Bell, Holy Anorexia, University of Chicago Press, 1985.

Nel primo capitolo del suo saggio, Bell rappresenta queste donne attraverso la patologia dalla quale crede siano affette, l’anoressia nervosa: ossia l’avversione del cibo dovuta a qualche disturbo della personalità che provoca un affamarsi volontario. Convinto che il modello di comportamento anoressico non sia soltanto un fenomeno intrapsichico ma anche un dato sociale, l’autore esamina come l’anoressia nervosa sia stata definita e trattata nel corso di vari secoli.

Richard Morton, Philippe Pinel e molti altri specialisti della mente, vissuti tra XVII e XVIII secolo, non riuscivano a distinguere l’anoressia nervosa da altre malattie «nervose», come l’isteria. Gli studi, alla fine del XIX secolo, dei medici William W. Gull e Charles E. Lasègue portavano ad una diagnosi e nomenclatura precise, differenziando l’anoressia dal dimagrimento isterico e sintomatico. Inoltre, queste osservazioni portano Bell a considerare i componenti del nucleo familiare e/o quelli emotivamente vicini alle pazienti responsabili della malattia, poiché alimentavano il conflitto interiore, facendo crescere nelle ragazze il desiderio di autonomia e di fissazione di un’identità personale che dipendesse solo dal rifiuto del cibo, reso amaro a causa delle preoccupazioni affettive di coloro che, non solo inconsciamente, volevano controllare il loro corpo ed il loro comportamento.

Sigmund Freud, foto di Max Halberstadt in pubblico dominio

In questa cammino verso l’autoaffermazione, il rifiuto del cibo incontra la pulsione sessuale: nel XX secolo, Freud pone alle origini della negazione della paziente anoressica per il cibo la sua stessa proiezione del rifiuto verso una fantasia di fecondazione orale connessa con il fallo paterno. Bell non accetta questo transfert ma riconosce il vincolo tra appetito e pulsione sessuale, comunque distinti dalle necessità fisiologiche che le “sante anoressiche” cercano di domare ed infine di sopprimere. Queste violente privazioni permettono al corpo e all’anima di comunicare con Dio e saranno compensate tramite la liberazione estrema rappresentata dalla morte. Il cibo diventa un ostacolo all’elevazione dello spirito e la rinuncia ad esso diventa una scelta religiosa affinché si abbandoni quella materialità che rende impossibile l’elevazione dell’anima. Così all’astinenza alimentare si lega quella sessuale, entrambe indispensabili a mantenere quell’equilibrio psico-fisiologico utile per garantire lo status verginale, obiettivo privilegiato per incontrare la grazia divina. Ed ecco comparire una santa ed illustre vittima del digiuno (protagonista del secondo capitolo), Caterina da Siena (1380†): in essa l’insorgenza dell’anoressia che la porterà alla morte sarà dovuta a fattori psichici, alla lotta costante contro i suoi impulsi fisici, veri nemici nel suo cammino verso la santità.

Alle donne medievali è legata l’affermazione di una spiritualità che si esprimeva tramite il linguaggio del corpo: lontane dal controllo del potere e della ricchezza, l’unico ambito che potevano controllare era quello del cibo, così la loro devozione alla carne e al sangue di Dio era totale.

Donne e “sante anoressiche” si battono per la ricerca e l’accettazione del proprio essere poiché, in qualunque epoca storica vivano, cercano l’approvazione attraverso l’annullamento provocato dall’imposizione di altri modelli di vita lontani dalla propria natura. Allora l’intima sfida per il controllo di sé si gioca su di un campo mutevole e prezioso, quello del corpo, dove sono le uniche ad avere pieno dominio.

Questa ricerca di affermazione e indipendenza, prosegue Bell, si riflette, nel caso della santa anoressia, nel rifiutare la pratica cattolica di passività e dipendenza attraverso la mediazione dei sacerdoti e l’intercessione dei santi. In questo modo la donna diventa essa stessa una santa, la sposa di Cristo, non la Sua ancella.

L’acquisizione del dominio della propria vita conduce l’anoressica ad un comportamento autodistruttivo, dove l’unica identità che le rimarrà sarà la malattia stessa.

santa anoressia
Agostino Carracci, estasi di santa Caterina da Siena, Galleria Borghese, Roma. Immagine in pubblico dominio

Bell sembra interessarsi al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico; la malattia insorge quando la giovane tende ad un fine socialmente apprezzato che nel XX secolo sarà la stereotipata e bramata magrezza, mentre nel Medioevo la pura salute spirituale. La sola differenza con l’odierna anoressia nervosa è che quest’ultima si propone modelli e valori del tutto estranei a quelli della santità medievale. Una volta definita e raccontata l’evoluzione di questa patologia, lo storico statunitense esplora in profondità tipi diversi di santa anoressia, volendo così dimostrare come questa non rappresenti una malattia caratteristica solo della nostra epoca. Inizia trattando del digiuno mortale attraverso l’esperienza di Caterina da Siena. Bell racconta, quasi con occhio clinico, la vita della Benincasa (Siena 1347- Roma 1380†), figlia di Lapa Piacenti e del tintore Giacomo Benincasa, ripercorrendo gli avvenimenti fondamentali che avrebbero concorso allo sviluppo e all’aggravamento della malattia. L’infanzia di Caterina viene subito turbata da un tragico evento: la prematura morte della piccola Giovanna, sua gemella, instillerà nella santa un profondo senso di colpa per essere sopravvissuta, allattata dalla madre. Non nasconderà i suoi sentimenti ostili allo svezzamento: imposizione che non perdonerà mai alla madre ma che la motiverà alla vittoria in ogni battaglia futura. La bambina speciale, ventitreesima figlia, inizia ad avere le prime visioni all’età di sei anni ma non le condividerà con i familiari, iniziando un percorso di appropriazione del sé e di coinvolgimento totale con Dio.

Nel 1348 arriva la peste a Siena e gli affari della famiglia Benincasa ne risentono, così non resta che investire nel matrimonio della giovane Caterina. Inizialmente restia, ella si abbandona alla mondanità ma la morte della sorella Bonaventura, avvenuta nel suo quindicesimo anno di vita, va cospicuamente a nutrire il senso di colpa della giovane: la collera di Dio per il desiderio materiale di Caterina aveva provocato la morte di un’altra sorella. La futura santa sopravvive nuovamente alla dipartita di un altro familiare, ma se alla scomparsa della piccola Giovanna ancora non aveva un contatto diretto con Dio, adesso la repulsione per questo mondo carnale e contaminato la porta a concedersi totalmente a Cristo, suo unico Sposo. Inizia così, a sedici anni, la conquista del suo corpo: lunghi digiuni, dieta a base di acqua e vegetali crudi, abiti di lana grezza e catena di ferro intorno ai fianchi. Tutto questo provoca un’ostilità da parte dei parenti: Bell sottolinea questo scontro per ricordarci che l’anoressia nervosa di Caterina sta evolvendo e che il rifiuto del nucleo familiare a queste negazioni alimentari, all’implicito allontanamento della giovane dal loro controllo, rientra nel mortale processo intrapsichico da lui indagato. Il digiuno della giovane –in principio frutto genuino dell’ispirazione religiosa- finisce per divenire ingestibile ed involontario, sfuggendo alla sua volontà e trasformandosi nel non poter mangiare, medesima malattia delle ragazze del nostro secolo.

Raimondo da Capua o delle Vigne, Legenda maior sanctae Catharinae Senensis (1477), biblioteca digitale BEIC, immagine in pubblico dominio

Raimondo da Capua, suo fedele confessore, ci narra nella sua Legenda (racconto autorevole sulla vita di Caterina, scritto dieci anni dopo la sua scomparsa) le abitudini alimentari ed i patimenti fisici della santa ; a queste angustie si aggiungevano le accuse di eresia contro un digiuno non ottemperato dalle Sacre Scritture e quelle di stregoneria, secondo cui la Benincasa si saziava esclusivamente del demonio. Ma, forte del suo amore per Dio, la giovane superava le sue sensazioni corporee distruggendo la volontà personale, nutrendosi del corpo di Cristo. La sua conversione alla totale santità inizia nel 1362 e coincide cronologicamente con la morte di un’altra delle sue sorelle, Nanna, chiamata così in ricordo della gemella di Caterina defunta in fasce. Bell sottolinea come la perdita di appetito della santa vada di pari passo con gli eventi negativi nelle sue relazioni familiari: la dipartita della quattordicenne Nanna coincide con la sua conversione all’ascetismo totale attraverso la rinuncia al cibo – mangia solo pane, vegetali crudi e acqua e di lì a poco solo erbacce senza deglutirle- e la necessità di penitenze sempre più grandi e dolorose. Allora, afflitta da una grave malattia della pelle, convince la famiglia della profondità della sua conversione e diventa Sorella della Penitenza presso la chiesa di S. Domenico, guarendo subito dopo. La scelta di entrare nell’ordine terziario delle domenicane Mantellate rivela, secondo lo scrittore, una sua predisposizione ad una vita attiva per salvare la Chiesa, segno di una vocazione pubblica e riformatrice.

Intorno ai venti anni decide di tornare a casa tra i suoi familiari come ascetica penitente, poiché i meriti acquisiti in vita attraverso la sua virtù avrebbero poi riscattato i peccati dei suoi parenti, salvandoli al cospetto di Dio. Il rapporto tra la giovane ed il suo Sposo diventa sempre più forte, ma il suo corpo ancora non Gli appartiene pienamente: Caterina sente il bisogno di penitenze sempre più forti, viene assalita dai demoni e la sua dipendenza emotiva dalla famiglia blocca la sua unione totale con Dio.

Nel 1368, l’enorme dolore causato dalla perdita dell’amato padre Giacomo viene mitigato da una visione rivelatrice: la possibilità di salvarlo dal Purgatorio attraverso le preghiere e il sacrificio. In questo modo la santa senese arriva a percepire l’unione mistica con il Signore attraverso l’immagine di Gesù e Maria che le infilano al dito l’anello nuziale . Smette di mangiare pane e di dormire, aumenta la sua devozione eucaristica perché a saziarla basta il corpo di Dio. Dopo aver assicurato la sua famiglia alla Grazia – anche la madre Lapa entra nell’ordine delle Mantellate – ella rivolge i suoi sforzi alla salvezza della Chiesa. Caterina allarga la sua famiglia abbracciando con il suo spirito di sacrificio anche il clero: scrive lettere a Gregorio XI (ultimo papa ad Avignone), chiamandolo «dolcissimo babbo», il quale nel 1377 riporta a Roma la sede pontificia. Soddisfatta che il papa abbia ascoltato le sue preghiere, la santa percepisce di poter includere la Chiesa all’interno di quel processo volto alla salvazione spirituale che tanto aveva giovato alla sua famiglia. Ma nel 1378 muore Gregorio XI; l'8 aprile i cardinali si riuniscono in conclave ed eleggono al Soglio di Pietro il napoletano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che assume il nome di Urbano VI. Inizia così per l’Occidente il Grande Scisma che verrà ricomposto solo nel 1417 a seguito del Concilio di Costanza e dell’elezione di Martino V. Per Caterina è un durissimo colpo: perdendo le speranze di riformare la Chiesa il 1° gennaio 1380, riflettendo sul prezioso sangue di Cristo, decide di non bere più acqua e muore dopo pochi mesi.

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Francesco Vanni, Santuario della casa della Santa; immagine in pubblico dominio

Bell ci presenta Caterina come una ragazza alla conquista di se stessa, con un desiderio di autonomia talmente forte da condurla alla morte. I suoi impulsi religiosi si sviluppano nel contesto familiare da cui non riuscirà mai totalmente a staccarsi. Il senso di colpa nei confronti dei suoi cari causato dal ritenersi incapace di ricambiare l’amore da essi ricevuto la condurrà al sacrificio: così Caterina si sentirà in dovere di essere una buona figlia e di espiare i peccati ed i debiti mondani della sua famiglia. Quest’ultima rappresenterà il filtro attraverso cui la Benincasa guarderà il mondo, la sua prigione.

Per riuscire ad analizzare nel profondo l’anoressia di queste sante, Bell ci conduce verso nuovi orizzonti: scoperta la devozione attiva e pubblica di Caterina, ecco aprirsi le porte del convento. Il mondo claustrale rimane la scelta maggioritaria perseguita dalle vergini durante il Medioevo e l’Età Moderna, accolte da un abbraccio spirituale, rassicurante e stabile. La donna è un essere naturale, elemento essenziale della natura affinché l’essere umano si perpetui ed il suo corpo sfugga al dominio dello spirito, come essere governato dai suoi organi sessuali. Fredda e umida, bella e putrefatta, ogni donna deve conoscere la castità, l’umiltà, la modestia, la sobrietà, il silenzio, l’operosità, la misericordia attraverso la custodia dell’uomo dalla paternità al matrimonio. Così, in questo mondo misogino, il chiostro rappresentava una via per ribellarsi dalle condizioni sociali ed acquisire autonomia e dignità. La giovane anoressica cerca disperatamente di far riconoscere la propria personalità ribellandosi al mondo circostante, incarnato dalla sua famiglia.

Secondo Bell, il convento diventa il miglior posto dove realizzare il bisogno femminile di autosufficienza e dove le “sante anoressiche” possono guarire: spesso sono bambine molto amate che vivono l’autorità materna percependo lo svezzamento come frustrazione del proprio piacere e della propria volontà e si rifugiano nella calorosa figura paterna. Egli(o la madre come succede per Caterina) trasforma il piacere della bambina in dolore ed ella, che desiderava solo essere amata, esprimerà la sua disposizione all’amore solo tramite la sofferenza. In convento, la “santa anoressica”, sarà disposta ad ogni penitenza, un atto di liberazione per superare il trauma paterno.

Santa Veronica Giuliani. Immagine in pubblico dominio

Questo è il caso di Veronica Giuliani (1660 Mercatello sul Metauro – 1727 Perugia), battezzata con il nome di Orsola, figlia del gonfaloniere Francesco Giuliani e della pia nobildonna Benedetta Mancini. Per circa 33 anni terrà un diario e più volte scriverà la sua autobiografia ed è in relazione alla quantità ed alla qualità di queste testimonianze che Bell decide di presentarcela. Veronica era una bambina felice, educata alla religione cristiana dalla devota madre; aveva un ottimo rapporto con le religiosissime sorelle che intraprendono la via della clausura prima di lei. Era adorata dal padre e questo amore ,in seguito, lo avrebbe ripagato con il proprio sacrificio a Dio. Alla morte della madre l’educazione di Orsola, che aveva sette anni, viene affidata alle sorelle maggiori e quando il padre deciderà, di lì a breve, di partire per Piacenza resterà nella casa natia. Dopo due anni la piccola santa si trasferisce con le sorelle in Emilia per raggiungere il padre; costui nel frattempo si era ricreato un nuovo nucleo familiare: avvenimento che comporta per Orsola un dolore ed una colpa così cospicui da essere ritenuti imperdonabili.

Ella si abbandona alla mondanità ma desidera fortemente diventare suora, benché il padre sia ostile: dedicare la sua vita a Dio, possedendolo ed essendone posseduta, è l’unico modo per conquistare l’autonomia dagli affetti terreni. Francesco Giuliani rimanda la ragazza e le sorelle a Mercatello in casa dello zio e dopo poco inizia l’anoressia di Orsola. Probabilmente le origini della sua scelta sono da ricercare nel noviziato delle sorelle e nel loro conseguente allontanamento da casa. La santa guarisce solo entrando, nel 1677, nel convento dei Cappuccini a Città di Castello; alla cerimonia della vestizione sceglie il nome di Veronica, dopo aver sopportato il lungo rifiuto del padre e del suo confessore che la riteneva ancora acerba per la vita claustrale. Ma durante il suo noviziato, durato tre anni, ci sarà una ricaduta della malattia: digiuni,iperattività, insonnia e allucinazioni. Bell, allora, ci mostra il cammino per la riconquista del sé di una giovane ragazza che accoglie gli aiuti del clero che la circonda, la guida e la ammonisce. Finisce la sua fuga dal padre, riconosce la propria corporeità e si vota totalmente a Dio attraverso le afflizioni, poiché la madre le aveva insegnato a praticare l’amore punendo se stessa. Riesce a superare la malattia e trascorre tutta la vita in convento diventando anche badessa. Nel chiostro riesce ad interiorizzare il mondo esterno e ad avere maggiore contatto con se stessa; controlla la sua ossessione per il corpo maschile di Cristo in croce, al quale, con dolore, offre l’amore che il padre rifiuta , attraverso gli insegnamenti materni dell’amore/sacrificio ricordati dalle osservanze conventuali.

L’analisi umana di Bell indaga il Medioevo e l’Età Moderna, forzando una categorizzazione anacronistica attraverso uno studio parziale delle sue protagoniste. L’autore si interessa al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico e tralascia, volutamente, la realtà culturale, simbolica ed intimamente religiosa. Le “sante anoressiche” diventano lo strumento di un’indagine psicopatologica che cerca di trascendere il tempo storico, condensandosi in una realtà sociale asettica. Dio diventa la trasposizione di un amore paterno negato e dall’unione con la santa dipende il riscatto della vita di quest’ultima. Sembra che la santità e la spiritualità non siano le vere protagoniste: il digiuno, la ricerca di autoaffermazione attraverso l’anoressia combattono il conflitto di potere tra i due sessi, dimostrandosi come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica dei maschi.

La copertina americana del libro di Caroline Walker Bynum, Holy Feast and Holy Fast. The Religious Significance of Food to Medieval Women, University of California Press, 1988

Al rapporto tra rinuncia al cibo e santità femminile si è dedicata, poco dopo Bell, Caroline Walker Bynum - docente di religioni comparate e studi femminili all’Università di Washington - nel suo libro Sacro convivio, sacro digiuno, Milano 2001, presentando una prospettiva totalmente diversa da quella indagata finora. La scrittrice ci propone una ricerca totalmente incentrata sul Medioevo e perciò dotata di una maggiore compattezza di contenuti e di riferimenti documentari, soffermandosi sull’uso che le donne fanno del cibo come simbolo, ponendolo in un contesto culturale. In questo saggio il digiuno sembra essere visto come una scelta intenzionale, consapevole e riconducibile alle pratiche ascetiche di mortificazione e astinenza del cristianesimo medievale del IV e V secolo. Il cibo assume un valore simbolico perché se ne occupano le donne ed è l’unica cosa che possono controllare: l’uomo la ricchezza e il potere, la donna il cibo. Il dominio esclusivo sull’alimentazione da parte delle donne è un fatto transculturale; così il digiuno e la distribuzione caritativa del cibo erano espressione di pratiche sociali ben consolidate in quanto rendevano manifesta nei comportamenti religiosi la divisione sessuale del lavoro. La Bynum sottolinea la centralità dell’eucarestia e del digiuno nel cristianesimo dove l’astinenza dal cibo alimentava il corpo di Cristo. La privazione alimentare indica il desiderio, indomabile, che il fedele sente verso Dio. Così la devozione eucaristica diventa centrale anche nella spiritualità femminile dove l’ostia consacrata rappresenta la sofferenza di Cristo che muore e si sacrifica per l’umanità: il cibarsene comporta un coinvolgimento ed un’inclusione nell’afflizione redentrice. Per Caterina da Siena il pane sacro, il sangue di Dio e la sofferenza rappresentano i fondamenti della propria spiritualità. La carnalità della santa è antierotica: mentre Bell interpretava l’ imitatio christi femminile come risposta alla struttura sociale e patriarcale del cattolicesimo medievale e ad una trasposizione di un amore paterno bramato e colpevolizzato, la Bynum fonde la fisicità di Cristo con il corpo femminile, collegando al simbolismo di una mistica unione l’ elaborazione storica e culturale degli stereotipi di genere e di nozione cristiana di associazione della donne alla debolezza e alla sensualità nel contesto storico indagato. Caterina vede Cristo come una madre allattante così come S. Chiara vedeva S. Francesco.

La storica sottolinea la visione teologica della santa basata sull’incarnazione e non sulla resurrezione: Cristo si era fatto carne e sanguinando e morendo aveva salvato il mondo, la sofferenza era l’unico modo per servirLo. Sofferenza per l’amore di Dio a cui non ci si può mai unire a pieno, consolata dal corpo di Cristo che diventa cibo e redenzione.

Se per Bell il digiuno ha valore solo se ricondotto ai termini di una patologia clinica mentre per la Bynum si può spiegare attraverso il simbolismo religioso del cibo, Alessandra Bartolomei Romagnoli, in Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto 2013, ci propone un’altra prospettiva. La storica analizza il linguaggio del corpo delle sante medievali, indagando il digiuno di Caterina da Siena. La santa vive la sua tensione religiosa in contatto con il pubblico, scegliendo di entrare nell’ordine terziario domenicano, ed attraverso la sua materialità testimonia il Verbo, lo copia su di sé e lo trasmette alla comunità. Il corpo diventa lo strumento della Verità e dell’ineffabile, senza il quale non avrebbe modo di esprimersi. La mistica ha un proprio linguaggio coerente, culturalmente riconoscibile e decodificabile che non può essere esiliato nell’irrazionale anomalia psichica. Il digiuno non deve essere letto come un rifiuto del corpo ma come strumento controllato di conoscenza e di unione con Dio. Il sangue di Cristo diventa parola fluida e nutriente per il fedele ed il mistero nascosto diviene pubblico nell’estasi cateriniana manifestandosi poi nelle stigmate.

Caterina da Siena ritratta da Rutilio Manetti; immagine in pubblico dominio

Bibliografia

Bartolomei Romagnoli A. 2013, Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto;

Bell M. R. 1987, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma-Bari;

Bynum C. W. 2001, Sacro convivio. Sacro digiuno, Milano;

Duby G., Perrot M. 2009, Storia delle donne. Il Medioevo, Klapisch-Zuber C. (a cura di), Roma-Bari;

Montanari M. 2004, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Roma-bari;

Raimondo da Capua 1978, S. Caterina da Siena, Tinagli G. (a cura di), Siena;

S. Caterina da Siena 1940, Epistolario, Duprè Theseider E. (a cura di), Roma;

Vauchez A. 2006, La spiritualità dell’occidente medioevale, Milano.


Narcisista come te

È da poco uscita per Neri Pozza la riedizione di uno dei saggi più importanti dello storico e sociologo statunitense Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, la cui prima pubblicazione avvenne nel 1979.

La decisione dell’editore sembra dettata dall’intuizione di dover mettere a punto la rivendicazione di quanto “la svalutazione del passato”, nel nostro presente, risulti ancora una volta danneggiata, a dimostrazione del fallimento della nostra cultura.

Ma chi è e cosa intese Lasch scrivendo del narcisista? “[Egli] incontra grosse difficoltà a interiorizzare le esperienze felici o a crearsi un patrimonio di ricordi cari a cui attingere negli ultimi anni delle sua vita, che anche nelle migliori condizioni portano tristezza e dolore” spiega nell’introduzione, “La svalutazione culturale del passato non riflette soltanto la miseria delle ideologie prevalenti, che hanno perso il controllo della realtà e abbandonato il tentativo di dominarla, ma anche la miseria della vita interiore del narcisista. Una società che ha fatto della ‘nostalgia’ un prodotto commerciale del mercato culturale rifiuta immediatamente l’idea che in un passato la vita fosse, per certi aspetti rilevanti, migliore di quella d’oggi”.

Nell’essenza, profetico, riscopriamo un testo che va ben al di là della patologica auto-esaltazione tanto cara alla psicanalisi per, invece, riflettere in uno specchio di contrasti un’incarnazione meno mitologica e più sociale.

Il soggetto irrequieto, alla base delle considerazioni di Lasch, tenta di superare storicamente il suo senso di inferiorità, mal gestito nell’infanzia da una famiglia sollecitata e tenuta insieme dal mancato affetto del padre e/o della madre, edificando l’autostima tramite la dipendenza dallo Stato e dalle relazioni. “Trascurano di indagare quei tratti del carattere che si trovano associati al narcisismo patologico e che in forma più attenuata si manifestano con tanta profusione nella vita quotidiana” sottolinea, aggiungendo “certe costanti caratteristiche della cultura contemporanea, quali il terrore della vecchiaia e della morte, l’alterazione del senso del tempo, il fascino della celebrità, la paura della competizione, il declino dello spirito ludico, il deterioramento dei rapporti tra uomo e donna”.

Un narciso. Foto di Elena Voroniouk

Tutto di quei comportamenti adottati e reiterati può sembrare allora giustificato e voluto; psicologicamente l’Io rappresentato è soggiogato e suggestionato da quel narcisismo che potrebbe curare la personalità benché la renda incapace ad affrontare la vita.

Lasch - con la vocazione che gli è propria - riuscì a comporre un quadro di argomenti che andassero a coprire l’esistenza individuale e pubblica: dal capitalismo industriale al ruolo della pubblicità, dalla teoria biologica alla scolarizzazione, dalla teatralità della politica all’esaltazione nazionale nello sport e nella competizione.

Diventato reale l’assurdo, celebrato e diffuso il cinismo il Sé si ritrova in uno “stato di allarmante indifferenza” che “rivela l’erosione della capacità di interessarsi a qualsiasi cosa esterna”,  con distacco osserva la propria solitudine, fugge dal sentimento e quindi si abitua a tutte le sue fasi fino a difendere con moderazione, nella nostra epoca, le proprie volontà.

Christopher Lasch, La cultura del narcisismo. L'individuo in fuga dal sociale in un'età di disillusioni collettive
La copertina del saggio di Christopher Lasch, La cultura del narcisismo. L'individuo in fuga dal sociale in un'età di disillusioni collettive, nella riedizione Neri Pozza per la collana I Colibrì

Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Neri Pozza Editore, pagg. 304, Euro 18 (cartaceo), Euro 9,99 (e-book)