Augustus John Williams Ottaviano Augusto

L'uomo del destino: Augustus di John Williams

Chi era veramente Augusto? Il devoto figlio che vendicò il padre assassinato? L’ultimo difensore di quella Repubblica che Antonio voleva abbattere? Il pacificatore del mondo? L’inventore del principato (la versione tutta ‘romana’ dell’assolutismo)? Il restauratore degli ‘antichi costumi’? Un dio in terra? Queste sono alcune delle maschere che Ottaviano Augusto indossò nella sua lunghissima e cinquantennale carriera politica (morì infatti a 76 anni a Nola nel 14 d.C.). In ogni epoca la sua figura fu vista come un modello, positivo o negativo: ora sovrano perfetto, venerato dagli autocrati, ora cinico tiranno, disdegnato dai filosofi. Di nessun uomo si è mai scritto tanto pur conoscendo così poco della sua vita privata.

Mausoleo di Augusto sul Campo Marzio: qui dovevano essere poste le tavole bronzee con incise le Res gestae, foto di Russel YarwoodCC BY-SA 2.0

Dalle fonti antiche ne vien fuori un ritratto inevitabilmente parziale: da un lato la storia ‘sacra’, ossia il racconto di come Augusto divenne il ‘primo cittadino’ della Repubblica, racconto che lui stesso modellò e scrisse nei (perduti) Commentarii de vita sua e fece incidere sulla ‘faraonica’ stele bronzea delle Res Gestae; dall’altro la versione dei suoi nemici e detrattori, i pettegolezzi, le manie e le superstizioni, l’ossessione per le congiure, il suo perfido sarcasmo, la fragile salute, i compromessi e le efferatezze di cui si macchiò sin da giovanissimo per conquistare e preservare il proprio potere.

La copertina della prima edizione di Augustus, Viking Press, 1972, Fair use

Se la critica storiografica difficilmente potrà darci un ritratto univoco di una personalità così complessa e a tratti inaccessibile, forse può farlo il romanzo. Ad intuire, infatti, il potenziale romanzesco di una vita come quella di Augusto fu lo scrittore americano John Edward Williams che, con il suo quarto ed ultimo romanzo, Augustus, fu insignito, nel 1973, del National Book Award for Fiction ex aequo con Chimera di John Barth. Williams, morto nel 1994, resta ancora oggi un personaggio poco noto: docente universitario di Letteratura Inglese nell’Università del Missouri, il suo talento letterario è stato apprezzato e rivalutato soltanto di recente. Non bastarono il National Book Award e le ottime recensioni della critica a fare di lui uno scrittore di successo in vita. Il suo terzo romanzo, Stoner (1965), è stato solo negli ultimi anni un acclamatissimo caso letterario che ha spinto in Italia la Fazi a ripubblicare tutte le sue opere. Riabilitato dalla New York Review of Books nel 2006 ed elogiato da scrittori come Ian McEwan, Nick Hornby e Bret Easton Ellis, oggi Williams è riconosciuto come uno dei massimi talenti americani del ‘900. Ed Augustus conferma a pieno questo giudizio.

Il romanzo, polifonico, si struttura in tre parti: nel Libro I, Williams assembla documenti originali e fittizi (lettere, diari, dispacci, memorie) di amici, nemici, conoscenti del giovane Ottaviano, ricostruendo indirettamente e cursoriamente, da romanziere e non da storico, il ‘castello di carte’ che ha portato il figlio adottivo di Cesare al vertice dell’Impero; il Libro II, è incentrato sul rapporto fra il princeps e sua figlia Giulia, costretta anche lei a diventare un personaggio nella grande ‘recita’ del padre: prima è obbligata a sposare in serie tutti i successori designati del padre e infine viene mandata in esilio; nel Libro III, leggiamo finalmente le parole di Augusto, autore di tre lunghe lettere, scritte poco prima di morire, testamento spirituale di un uomo che aveva compreso, prima di tutti gli altri, che il proprio destino fosse quello di «cambiare il mondo». Sono queste senza dubbio le pagine più ispirate del romanzo, insieme a quelle del diario di Giulia e alla descrizione della battaglia di Azio, il punto di svolta definitivo della vita e della carriera del princeps.

Chi ben conosce e ha studiato gli eventi che hanno portato Augusto al potere, potrà storcere il naso dinnanzi a certi passaggi di questo romanzo: non mancano omissioni, semplificazioni ed errori che tuttavia non stravolgono la verità storica (d’altronde Williams mette le cose in chiaro sin dalla nota prefatoria: «Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia»).

Pertanto, Augustus va letto per ciò che è, ossia un romanzo sull’amicizia (tema molto caro all’autore), sul potere e la solitudine, sul dovere e sulla rinuncia agli affetti. Williams rischia (come chiunque approcci una materia così incandescente), ma riesce nell’impresa: scava in quel «luogo segreto» del cuore dove l’imperatore si è nascosto per tutta la vita «per obbedire al proprio destino» e lo fa con una scrittura elegante ed efficace, molto spesso mimetica dello stile con cui realmente si esprimevano i protagonisti di questa vicenda.

La grandezza del romanzo di Williams sta nella capacità dell’autore di sondare le emozioni dietro le difficili decisioni e gli eventi dolorosi che costellarono la vita di Augusto e dei suoi familiares senza fare di lui né un vecchio saggio né un freddo ‘Stalin togato’, ma tracciando da più punti di vista il ritratto di un essere speciale, andando più a fondo di quanto sia concesso alle armi della critica storiografica.

«Non è mai stata la mia politica, quella di svelare ad altri il mio cuore» fa scrivere Williams all’imperatore morente, racchiudendo in un giro di frase una delle caratteristiche peculiari della personalità di un uomo talmente indecifrabile, stando allo storico Svetonio, da mettere per iscritto i propri discorsi prima di affrontare una qualunque discussione, persino con sua moglie Livia.

Il “Grand Camée de France”, dettaglio con Augusto e Livia, cameo in onice, 23 d. C. circa, Cabinet des Médailles, Parigi, foto di Carole RaddatoCC BY-SA 2.0

Non è forse un caso se Williams considerasse proprio Augustus e non Stoner (vita di un professore universitario) il suo ‘vero’ romanzo autobiografico: come Augusto, anche Williams vide per primo qualcosa che gli altri non potevano vedere. Infatti, secondo la sua ultima moglie, Nancy Gardner, in un’intervista concessa a Repubblica nel 2014, Williams «non ha mai sofferto la fama sfuggitagli in vita». Forse (ci piace pensare) intimamente convinto che prima o poi il valore della sua scrittura sarebbe stato riconosciuto.

«Il resoconto delle mie gesta, dunque, dovrà essere limitato a circa diciottomila caratteri. Mi sembra del tutto appropriato che io debba scrivere di me stesso rispettando queste condizioni, per quanto arbitrarie possano essere; perché come le mie parole devono conformarsi a questa pubblica necessità, così è accaduto alla mia vita. E come fecero le mie gesta, così le mie parole devono nascondere la verità, nella stessa misura in cui la espongono; essa resterà sepolta da qualche parte, sotto a queste parole incise nel bronzo, nella dura pietra che avvolgeranno. E anche questo è appropriato; perché buona parte della mia vita si è svolta nel segreto». Queste sono le illuminanti parole ‘testamentarie’ che fa scrivere al vecchio Augusto John Williams, lo scrittore che, dice Nancy, «ogni tanto amava immaginarsi nei panni di un imperatore».


Il sale, romanzo di salsedine e ferite

"Il sale": il titolo di questo romanzo di Jean-Baptiste Del Amo non poteva essere più appropriato.
Il sale, infatti, richiama l’ambientazione (Sète nella regione francese dell’Occitania), anzi la salinità e il mare sono un elemento così persistente e costante della narrazione che sembra quasi di sentirne l’odore leggendo le pagine, ma il sale è anche quella sostanza, che messa sulle ferite, le fa bruciare di nuovo.

Jean-Baptiste Del Amo a Barcelona (2011) per la presentazione del libro che l'ha rivelato al grande pubblico, Une Éducation libertine, foto Editorial Cabaret VoltaireCC BY-SA 3.0

La trama di questo romanzo è all’apparenza minimale: cosa succede nella giornata prima che una famiglia, composta da madre e figli ormai adulti con le relative famiglie si ritrovi insieme la sera a cena. In realtà l'attesa di questo evento è l'occasione per scavare nella psicologia dei personaggi e nel loro dolore, andando ad aprire, con precisione chirurgica, le ferite delle loro vite.

Così scopriamo che la madre, Louise, ormai vedova, è intrappolata in una vita miserevole e solitaria, dopo aver investito la sua esistenza nella relazione con il marito violento, Armand, e aver dedicato tutta se stessa ai tre figli.

Figli, però, che oltre a essere distanti, non sono poi così felici.

Fanny è intrappolata nel lutto senza fine per la morte della figlia Lèa, ha messo la propria vita in pausa e vive sospesa tra tristezza e rancore, incapace di comunicare col marito e con l'altro figlio.

Albin, così simile al loro padre-padrone, ne ha ricalcato le orme, senza mai chiedersi se era quello che volesse davvero. La sua violenza, esercitata forse più con le parole che con i gesti, provocherà l'allontanemnto della moglie, la quale deciderà (giustamente) di porre una fine alla loro relazione.

Infine c'è Jonas, il figlio minore, omosessuale, per cui l'autore sembra avere un occhio di riguardo. Mai accettato dal padre nè dal fratello, ha un compagno innamorato e amorevole, ma non riesce a scacciare il ricordo e i sentimenti per un vecchio amore, morto di AIDS.

Jean-Baptiste Del Amo durante Le Livre sur la Place (2016), foto ActuaLitté, CC BY-SA 2.0

Il libro è architettato magistralmente, con cura ed equilibrio nel narrare le varie vicende e nel ricondurre tutti i fili insieme, verso una catastrofe (o una catarsi?) che non sapremo mai se arriverà.

Credo, però, che il punto forte di tutto il romanzo sia soprattutto lo stile (e grandi complimenti per questo al traduttore, che ha ben saputo rendere la sintassi e il lessico dell'autore in italiano). Le parole scavano, in una sintassi piana, incalzante: non c'è una frase imperfetta, una parola fuori posto. Se c'è un difetto che posso trovare è che la perfezione formale mi ha portata a lasciare in secondo piano la trama, che non mi ha coinvolto, in favore di lasciarsi trascinare dalla magia della lingua.

È un libro che consiglio a chi sa apprezzare lo stile di una storia, la cesellatura delle parole, che costruiscono personaggi anche con il ritmo e la musicalità.

Jean-Baptiste Del Amo il sale Francia libriIl sale  di Jean-Baptiste Del Amo, traduzione di Sabrina Campolongo, Neo Edizioni, 2013 (ed. or. Le sel, Gallimard, 2010).


Lo spazio bianco

Che suono ha il silenzio? Me lo domando sfogliando lentamente questo libro consunto, le cui pagine si tengono insieme grazie a un filo di cotone sottile che resiste ostinato alle angherie del tempo, mentre la carta, ingiallita e sfatta, reca tracce del passaggio delle nostre mani. Prima edizione, 1947, di Se questo è un uomo. Ricordo di averlo letto a dodici anni, in una estate afosa e interminabile trascorsa al mare, alternando nuotate e compiti per le vacanze, solfeggi parlati e cantati e risoluzioni di accordi. Ricordo l’odore di quelle pagine, sopravvissute a numerosi traslochi e all’aria salmastra che le aveva rese umide e grevi, come la terra di un cimitero. Seguivo le macchie di muffa disegnando nella mente figure senza senso. E leggevo cose incomprensibili. Scritte con parole nude, spoglie, prive di orpelli. Soppesate al milligrammo, con una bilancia di precisione, stilistica e morale, che impedisse l’esubero, il superfluo, il sentimentale.

Se questo è un uomo, copertina della prima edizione, Fair use

Parole che giungevano al limite e improvvisamente tacevano, arretrando di fronte alle fauci spalancate del silenzio. Pagine costellate di spazi vuoti, cicatrici del testo che non potevano rimarginarsi e continuavano ad esporre la loro nudità ai miei occhi impreparati, alla mia mente incapace di comprendere ciò che non si può comprendere.

Lunghe pause che racchiudevano l’indicibile in un vuoto sospeso e atemporale, un punto coronato che interrompeva la narrazione con una dissonanza stridente e impossibile da risolvere. In quella voragine di bianco il senso più profondo dell’opera, il vuoto che nessuna parola può colmare, l’abisso di non senso in cui precipitare per tentare di sopravvivere a una realtà feroce, sconcertante, incomprensibile.

Nelle edizioni successive, probabilmente per esigenze tecniche, gli spazi bianchi si sono ridotti fin quasi a scomparire. La parola ha ritrovato il suo flusso tranquillizzante, il silenzio è stato relegato a chiudere, come una doppia stanghetta, ogni singolo capitolo. Un tentativo di normalizzazione, di ricercato ordine, di ripristinata consuetudine. Il tempo passa e leviga ogni spigolo, attenua i contrasti, ricopre le contraddizioni e gli errori con una coltre spessa di polvere. Che tuttavia non cancella dalla mia mente quella lingua paralizzata e impietrita, fatta di frammenti aguzzi di vetro trasparente, di sangue vivo e pulsante.

Schegge che si conficcano nella carne e restano sotto pelle, ferite sotterranee di una coscienza collettiva che tenta invano di ignorarle, relegandole in una parentesi della storia e illudendosi che mai si ripeterà.
C’era un silenzio irreale a Dachau. Era il 4 luglio del 2014, lo ricordo bene. Camminavo nell’enorme spiazzo assolato, nel quale erano asserragliati plotoni di studenti provenienti da ogni angolo d’Europa. E scalpitavano, annoiati e accaldati, desiderosi che la visita finisse prima possibile. Li osservavo camminare in fila senza guardarsi attorno, intenti a giocare con i telefonini e a fare battute tra loro. Anche davanti ai forni del crematorio nuovo non hanno fatto una piega, quasi fosse normale, assodato, banale che in quelle bocche spalancate avessero trovato la morte a migliaia.

Campo di concentramento di Dachau, Krematorium. Foto di Erik DrostCC BY 2.0

Un silenzio della ragione soffocato dal continuo brusio, dal chiacchiericcio osceno, dalle urla improvvise e trattenute a stento. Un silenzio che aveva il suono del vento tra le foglie e l’odore aspro e pungente della resina, il colore screziato dei sassi e il sapore di sangue rappreso. Come se i boschi avessero voluto ingoiare quello squarcio di terra e di morte, occultandolo nell’erba spessa, tra i fitti rami verdissimi. E le risate leggere, feroci come pugnalate. Dissonanti, abnormi, mostruose. Pietre ovunque, piccole, tonde, colorate. E canti di uccelli tutto attorno. La natura che sopravvive all’orrore. Alberi giganteschi, le cui radici si fanno largo tra le ossa.

Dachau, MemorialePubblico Dominio

Cosenza: presentazione "L’arte e il paesaggio. Le belle contrade"

Presentazione volume

L’ARTE E IL PAESAGGIO

Le belle contrade

Galleria Nazionale di Cosenza

Cosenza – Palazzo Arnone – Salone “Giorgio Leone”

Martedì 18 dicembre 2018 – Ore 16.30

Martedì 18 dicembre 2018, alle ore 16.30, a Cosenza, presso la Galleria Nazionale di Cosenza, Salone “Giorgio Leone”, sarà presentato il volume di Giorgio Ceraudo dal titolo L’ARTE E IL PAESAGGIO Le belle contrade (Rubbettino Editore).

Interverranno all’iniziativa, moderata dallo scrivente, Domenicantonio Schiava, dirigente Regione Calabria; Mario Pagano, soprintendente SABAP CZ- CS – KR; Anna Cipparrone, storico dell’arte; Mariano Bianchi, architetto direttore area paesaggio SABAP CZ - CS – KR; Maria Francesca Corigliano, assessore Regionale alla Cultura; Gino Crisci, rettore Università della Calabria. Sarà presente l’autore.

L'arte e il paesaggio Giorgio Ceraudo libriL’architetto Giorgio Ceraudo – come riportato nel volume – è stato Soprintendente della Calabria per un quinquennio. Ha ideato e realizzato diversi progetti e interventi di restauro e valorizzazione sui più importanti monumenti della Regione, tra i quali il progetto delle “città d’arte” e della “rete museale” con notevoli concretizzazioni come la prestigiosa Galleria Nazionale di Cosenza, il Museo Statale di Mileto e la definitiva sistemazione del Parco Archeologico e Museale della Roccelletta di Borgia (Catanzaro) ed è autore di numerose pubblicazioni inerenti ai temi della tutela e conservazione del patrimonio storico-artistico.

Il lavoro dell’architetto Ceraudo è un viaggio nell’arte e nella bellezza di una regione che ha tesori inestimabili e indiscusse potenzialità.

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Castro. Il Parco archeologico. Presentazione della guida

Giorno 5 dicembre, alle ore 16.30 sarà presentata al pubblico la guida “Castro. Il Parco Archeologico” a Roma presso il Palazzo Patrizi Clementi-Sala Conferenze, sede della Soprintendenza. Di recente istituzione da parte del Comune di Ischia di Castro, il Parco Archeologico Antica Castro, gestito da Fondazione Vulci e Cooperativa Zoe, comprende tutta l’area della città antica e una porzione delle numerose necropoli etrusche che si estendono intorno all’isolata rupe.

Numerosi sono i reperti rinvenuti in queste ultime dei quali alcuni famosissimi, come la biga in bronzo, scoperta nel 1967 e oggi esposta al Museo Nazionale di Viterbo, o gli impressionanti animali fantastici scolpiti nel nenfro che stavano quale imponente scenografia della Tomba dei Bronzi. Ma la sua notorietà si deve soprattutto ai Farnese ed in particolare ad Alessandro, meglio conosciuto come Papa Paolo III, che volle farne la capitale di Famiglia. Per questo chiamò a seguire i lavori di ristrutturazione del modesto borgo già esistente Antonio da Sangallo il Giovane, il quale rifondò la città a partire dalla realizzazione di un imponente circuito difensivo che però non bastò a difendere i castrensi dall’ira di Papa Innocenzo X che nel 1649 la distrusse completamente.

L’ agile ma completa guida si pone alla fine di un lungo lavoro svolto negli anni dalle Soprintendenze ministeriali, l’architettonica, l’archeologica e la storico-artistica, oggi riunite in un unico Ufficio: un lavoro fatto di studio, di tutela e di restauro che, grazie al coordinamento con gli enti locali, ha portato alla nascita del Parco e alla sua fruizione.

Dopo i saluti del Soprintendente Margherita Eichberg, del Sindaco di Ischia di Castro Salvatore Serra e del Sindaco di Montalto di Castro Sergio Caci, presenta la guida Enzo Bentivoglio, Professore Ordinario di Storia dell’Architettura. Intervengono: Andreas Steiner, Direttore della rivista Archeo; Carmelo Messina, Presidente di Fondazione Vulci; Giuseppe Simonetta,  già Funzionario architetto MIBAC e Docente di Restauro Architettonico; Fabiano Fagliari Zeni Buchicchio, Ispettore Onorario della Soprintendenza; Renzo Chiovelli, Docente presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della Sapienza-Università di Roma; Gianfranco Gazzetti, già Funzionario Archeologo della Soprintendenza;  Maria Letizia Arancio, Funzionario Archeologo di zona; conclude Michele Trimarchi, Economista della cultura.

Sarà presente l’autore, Carlo Casi.


I libri di Michel Vovelle che dovreste leggere

Due libri di Michelle Vovelle, La mentalità rivoluzionarie e I giacobini e il giacobinismo, nell'edizione italiana per i tipi Laterza.

Il 6 ottobre scorso si è spento Michel Vovelle, lo storico francese che ha saputo coniugare una rigorosa impostazione marxista allo studio della mentalità sociale e dell'ideologia. Ammetto che mi è scesa una lacrima, perché gli studi di Vovelle hanno acceso e alimentato la mia passione per la storia.

Vovelle ha scritto tantissimo, ma non tutti i suoi testi hanno avuto uguale fortuna in Italia (molti a lungo non sono stati tradotti). Io ve ne voglio consigliare tre che non potete perdervi e che vi faranno innamorare del suo modo di fare storiografia.

 

La morte e l'Occidente

Questo è forse lo studio più famoso. È un'indagine accuratissima su come la percezione della morte, il rapporto con essa e dunque le ritualità sia cambiato in Europa dal Medioevo a oggi. Il libro combinadati statistici (ove disponibili), fonti storiche di vario genere, metodo antropologici e persino letterario per ricstruire come le persone abbiano affrontato il mistero della morte, quali spiegazioni abbiano dato, quali siano state le visioni oltremondane che hanno attraversato i secoli. Non soltanto, La morte e l'Occidente si occupa anche di riti e ritualità e indaga il rapporto, spesso complesso e contraddittorio tra rito (pubblico e privato) e sentimento di lutto.

Oltre a essere una lettura scorrevole, che di fatto attraverso il tema ripercorre la storia delle nostre radici culturali, il libro è interssantissimo dal punto di vista metodologico perché mostra come un sapiente approccio multidisciplinare potenzi la nostra conoscenza e come il rigore del materialismo storico dia forse i suoi risultati più strabilianti in combinazione con altre metodologie.

 

La mentalità rivoluzionaria

La mentalità rivoluzionaria è il saggio che consiglio sempre a chi si avvicini al periodo della Rivoluzione Francese, anche solo per vie traverse (per esempio a chi sia interessato al nostro Ugo Foscolo). Se si vuole davvero capire cosa sia stata la Rivoluzione Francese oltre la fattualità storica e come abbia cambiato per sempre la mentalità occidentale, bisogna leggere questo studio. La mentalità rivoluzionaria è stato il primo studio a rispondere alla domanda per nulla banale sulle motivazioni psicologico-antropologiche del processo rivoluzionario e sul suo effetto nel modificare le visioni del mondo preesistenti e nel crearne di completamente nuove.

Il saggio si articola in sei parti, che si occupano rispettivamente dei prodromi della Rivoluzione, della distruzione del mondo passato, della costruzione di un nuovo universo di valori e riferimenti e infine delle reazioni di rifiuto del cambiamento. Inutile dire che la parte più interessante è proprio quella centrale (parti terza, quarta e quinta), nelle quali si ricostruisce la complessità della costruzione sociale, teorica e pratica, dei rivoluzionari, attraverso l'analisi delle dottrine politiche, ma anche della quotidianità. Particolarmente affascinante e nodo centrale per immergersi davvero nel modo di pensare dei rivoluzionari francesi sono i capitoli dedicati a quello che Vovelle chiama l'homo novus rivoluzionario. Proprio la definizione di un'umanità ideale, con una nuova socialità e nuovi spazi di vita, il cui fare deve essere il bene comune, è uno dei temi portanti della Rivoluzione, terreno di dialogo e di scontro acceso tra i più importanti politici dell'epoca.

 

I Giacobini e il Giacobinismo

Dei tre libri che ho segnalato, forse I Giacobini e il Giacobinismo è quello più tecnico e anche il più politico. Il libro è lo studio più approfondito sulle differenti correnti dell'ideologia giacobina.

Chi si aspetta un libro sugli anni 1789-1794 si troverà spiazzato dalla prefazione del libro: solo una delle tre parti, infatti, è dedicata a quello che Vovelle chiama "giacobinismo storico", indossolubilmente legato agli eventi della Rivoluzione Francese, mentre le altre due sono dedicate al giacobinismo "trans-storico", cioè a come gli ideali teorizzati da Robespierre e dagli altri teorici giacobini siano sopravvissuti alla fine della rivoluzione e, attraverso trasformazioni e rinnovamenti nel linguaggio, siano diventati parte del dibattito storico-politico novecentesco e contemporaneo (a tal proposito basti ricordare che sull concetto giacobino di vertu si è imperniata la campagna elettorale di Mélanchon). Scritto con il consueto stile accessibile anche ai non specialisti, il libro è anche una riflessione sulle radici della sinistra europea, sul rapporto tra marxismo e giacobinismo e su quanto sia necessario, oggi più che mai, lo studio e la comprensione dei processi rivoluzionari perché, dice Vovelle, "Quan'danche non restasse altro di quest'eredità che la memoria di una volontà collettiva di cambiare il mondo e di unire a questo scopo le volontà individuali in un gigantesco sforzo di generosità, di proselitismo e di azione concertata, il giacobinismo [...]lascia ancora il ricordo di un'esperienza esaltante. E ci sorprendiamo a sperare che, sul banco su cui Jaurès sognava, attraverso il tempo, di andare a sedersi accanto a Robespierre al club dei giacobini, ci sia ancora un posticino per noi."

 

 


Luce d'agosto William Faulkner

Luce d’agosto: la tragedia americana di William Faulkner

Se la grande letteratura del ‘900 ha prodotto qualcosa che si avvicina alla forza suggestiva della tragedia greca di V secolo a.C., questo qualcosa è certamente Luce d’agosto di William Faulkner. Il premio Nobel, due volte premio Pulitzer e sceneggiatore americano è annoverato tra le più grandi penne del secolo passato. Celebre è infatti la sua scrittura magmatica e a tratti oscura, soprattutto quando si perde nei meandri di menti ‘ritardate’ o allucinate - come quelle dei fratelli Compson de L’urlo e il furore - o nella narrazione corale e multipolare di Mentre morivo (entrambi romanzi-capolavoro, ignorati dai suoi contemporanei e acclamati dai nostri). Il flusso di coscienza di matrice joyciana in Faulkner assorbe tutto, anche la realtà, mescolandola, quasi senza soluzione di continuità, ai pensieri dei suoi personaggi. Tra continui flashback e flashforward, il lettore si muove, tra le sue pagine, a tentoni, come in una nebbia, ma invogliato ad ogni giro di frase a proseguire il cammino, alla ricerca della luce, della parola che scioglie l’intreccio e lo riempie di significato.

Le storie che Faulkner narra riguardano vicende torbide e squallide, dalle atmosfere pulp e gotiche. Incesti, omicidi, delitti di sangue, adulteri, stupri erano il fulcro delle tragedie dell’antichità, e lo sono anche delle storie dello scrittore di New Albany, che nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, Mississippi ambienta la maggior parte dei suoi racconti.

Luce d'agosto William Faulkner
La "Faulkner Portable", la macchina da scrivere Underwood Universal Portable appartenuta a William Faulkner. Foto di Gary Bridgman, CC BY-SA 3.0

Dopo il flop dei suoi ‘capolavori’ d’esordio, Faulkner raggiunge finalmente il successo con Santuario (1931) e Luce d’agosto (1932). Agli albori degli anni ’30 gli Stati Uniti sono nel pieno della recessione economica, la Jim Craw Law legalizza la segregazione razziale e il proibizionismo è ormai agli sgoccioli. Ed è proprio il contrabbando di alcool a fare da sfondo ai due romanzi di Faulkner più apprezzati dal pubblico dell’epoca: da un lato un cupo dramma senza possibilità di redenzione, Santuario, con al centro la vicenda personale (e scandalosa) di Tample Drake, giovane ragazza violentata in un capanno e poi segregata in un bordello di Memphis dal glaciale contrabbandiere senza scrupoli Popeye; dall’altro Luce d’agosto, la storia travagliata di Joe Christmas, uomo dalla pelle ‘color pergamena’ e ‘sangue negro’ nelle vene, anche lui contrabbandiere di alcool e assassino della donna bianca che amava, l’unica donna bianca che potesse amare a Yoknapatwapha: Joanna Burden, ultima superstite di una famiglia di abolizionisti del New England, trapiantata nell’ostile Mississippi schiavista, dopo la guerra civile.

È la natura equivoca e ambigua di Joe Christmas, metà bianco e metà nero, a renderlo uno degli antieroi più affascinanti e rari della letteratura americana. Come gli eroi tragici della tragedia greca, le cui contraddizioni venivano portate all’estremo sino ad implodere sulla scena, così Joe Christmas assurge a personaggio sommamente tragico: il suo non ri-conoscersi, non conoscere la propria reale natura ‘bianca’ o ‘nera’ nel mondo segregazionista e fanatico del Mississippi degli anni ’30, non può che spingerlo a rotta di collo verso un destino ineluttabile. Su di lui, come una spada di Damocle, pende (e penderà sino agli ultimi istanti di vita) quel ‘non conoscere’ la propria reale natura che era stata la causa dell’abbandono ancora in fasce in un orfanotrofio e poi dell’adozione da parte del fanatico religioso McEachern, che si era assunto il ‘fardello’ di redimerlo dalla sua natura ‘nera’ educandolo ad una vita di sacrifici e devozione religiosa che non gli impedirà però di ribellarsi e uccidere il suo padrone-patrigno.

Luce d'agosto William Faulkner
Uno stabilimento per la lavorazione del legno negli anni '30, simile a quello descritto nel romanzo. Foto U.S. National Archives and Records Administration

Tuttavia, è l’amore ‘impossibile’ per Joanna la chiave di volta della vicenda umana di Joe, quell’amore che lei voleva in qualche modo ‘istituzionalizzare’, spingendolo ad abbandonare la vita facile del contrabbandiere di alcool. Unire due mondi che tutti volevano separati: è questo che fa esplodere la contraddizione profonda, ossia l’impossibilità di riconoscersi in una delle sue due nature in quanto entrambe mescolate nel proprio sangue; l’impossibilità di vivere una vita da bianco, lui sempre dimidiato, che per non pagare le prostitute nei bordelli si fingeva bianco per poi dichiararsi negro.

Nella tragedia antica, l’eroe tragico è messo in scacco nel momento in cui ‘riconosce’ di essere vittima di un dissidio insolubile legato alle proprie azioni consapevoli o meno: Edipo si acceca dopo la scoperta dell’incesto con sua madre e dell’omicidio del padre; suo figlio Eteocle è diviso tra la difesa della città e il legame che lo lega a suo fratello Polinice che voleva usurpare il suo trono; Aiace si suicida per la vergogna delle sue azioni mentre era acciecato dalla follia.

Nella tragedia americana di Faulkner, invece, il dissidio è nella natura stessa del suo antieroe: Joe Christmas è egli stesso la ‘sua’ contraddizione e l’omicidio dell’unica donna che lo potesse amare non è che la conseguenza del riconoscimento di questa sua condizione.

Ma non è tutto: a ben vedere, questo suo dissidio - il suo essere l’«ombra di un bianco»- è in verità il dramma di un’intera nazione. Joe Christmas, infatti, porta nelle sue vene quella ‘maledizione’ americana che è la «razza nera». Così la definisce il padre di Joanna Burden mentre mostra alla figlia la tomba in cui erano sepolti suo padre e suo figlio, ammazzati dal colonnello schiavista Sartoris: «Ricordatelo. Il tuo nonno e il tuo fratello giacciono lì, trucidati non da un bianco ma dalla maledizione che Dio ha gettato su un’intera razza prima che il tuo nonno o il tuo fratello o io o te fossimo mai stati anche solo pensati. Una razza condannata alla maledizione di essere in eterno per la razza bianca la maledizione e la condanna per i suoi peccati. […] la maledizione della razza nera è la maledizione di Dio. Ma la maledizione della razza bianca è il negro che sarà in eterno l’eletto di Dio perché una volta Egli lo maledisse».

La maledizione, che nella tragedia greca il dio scagliava come punizione contro il ghenos, la stirpe familiare, minandone l’integrità di generazione in generazione, in Luce d’agosto diventa la maledizione di tutta la nazione. Il dramma del razzismo, d’altronde, innerva la società americana e ne ha segnato irrimediabilmente la storia e la cultura. Il razzismo, inteso come la concezione della superiorità antropologica dell’uomo bianco su quello nero, per gli americani del Sud, come Faulkner e i suoi avi, non era semplice odio o paura del diverso, ma rappresentava l’architrave della propria identità culturale e, dopo la guerra civile, invece di essere estirpato dall’abolizione della schiavitù, si estese come un virus dal Sud in tutto il Paese.

Luce d'agosto William Faulkner
Rex Theatre for Colored People, Leland, Mississippi, giugno 1937. Un luogo di segregazione. Foto di Dorothea Lange

Joe Christmas, dunque, non è che un mescolamento innaturale, un «abominio della carne» (queste le parole deliranti del folle Doc Hines, il nonno che lo aveva abbandonato in orfanotrofio), vero e proprio emblema di una nazione che non può ignorare - sembra dire Faulkner -, con l’illusione segregazionista, il suo dissidio e la maledizione per il proprio peccato originale. Ed è in questa follia collettiva, in questo fervore religioso quasi oracolare (che anima molti dei personaggi chiave di questa vicenda), che si consuma la tragedia di Joe Christmas, una tragedia tutta americana.

Luce d'agosto William Faulkner
William Faulkner, fotografato da Carl Van Vechten (11 dicembre 1954). Foto Prints and Photographs division della United States Library of Congress, digital ID cph.3f06403

Eppure in Luce d’agosto manca quel nichilismo cieco e senza redenzione che corrode le anime ‘perdute’ di Santuario: è la Speranza infatti ad aprire e chiudere il romanzo, nella persona di Lena Grove, la giovane giunta a piedi, incinta, dall’Alabama, da sola e scalza, in cerca del padre della creatura che porta in grembo. Grazie a lei, alla sua ingenuità, che è seconda solo alla sua forza ostinata, Faulkner guida il lettore nell’abisso di Joe Christmas, ossia quella Dark House (titolo originale del romanzo, a cui fu poi preferito Light in August) che in fondo non è che l’America-Mississippi; ed è sempre grazie a lei, alla fine, che ne esce con gli occhi rivolti verso il Domani, verso il Tennessee.

Luce d'agosto William Faulkner
La prima edizione di Luce d'agosto di William Faulkner.

correttore di bozze Giovannino Guareschi

Considerazioni a margine di pagina

Considerazioni a margine di pagina:

per il riscatto sociale dei fantasmi, degli ologrammi, degli ingranaggi silenti del sistema

Il correttore di bozze fu inventato verso il 1440: quando, cioè, il signor Gutenberg, inventata la stampa propriamente detta e tirata una bozza della sua prima composizione tipografica, trovò, nella seconda riga, una signora elefante al posto di una signora elegante. Allora il signor Gutenberg lanciò un grido di trionfo: aveva inventato l’errore di stampa.

Giovannino Guareschi, La donna elefante.

Gutenberg inventant l’imprimerie, di Jean-Antoine Laurent (1831). Foto di Xavier Caré

Nell’Art de toucher le clavecin di François Couperin si legge la seguente affermazione:

Se si trattasse di scegliere tra accompagnamento e pièces per giungere alla perfezione di uno o delle altre, sento che l’amor proprio mi spingerebbe a preferire le pièces. Convengo tuttavia che non c’è niente di più divertente per noi stessi, e utile per creare legami con gli altri, che diventare ottimi accompagnatori. Ma che ingiustizia! L’accompagnatore è l’ultimo a venire elogiato dopo un concerto! L’accompagnamento del clavicembalo, in queste occasioni, viene considerato come le fondamenta di un edificio, di cui non si parla mai, e che tuttavia sostengono tutto. Chi invece eccelle come solista gode dell’attenzione e degli applausi del pubblico.

Curiose considerazioni, per un trattato di tecnica clavicembalistica datato 1716-1717. Osservazioni che tuttavia hanno sollecitato una riflessione su quel mondo sommerso, fatto di fantasmi incorporei e sottopagati, di ingranaggi del sistema costretti a lavorare per pochi centesimi, il cui nome non figurerà mai, neppure nelle ultime righe dei titoli di coda di un film di quart’ordine passato dopo mezzanotte su Telecapri. Quelle anonime fondamenta sorreggono ogni cosa e non meritano di vedere la luce, non hanno diritto a un nome, a un ruolo; sono mere funzioni meccaniche, senza le quali, però, va tutto a ramengo.

Discorso applicabile a innumerevoli scenari, dal mondo dello spettacolo all’editoria, dalle sale da concerto ai teatri. Chi va in scena, sotto i riflettori, non è che la punta dell’iceberg. Che a detta di Greenpeace non se la passa neppure troppo bene ultimamente. Al di là del riscaldamento globale, sarebbe il caso di restituire un po’ di dignità e di considerazione a figure marginali ma imprescindibili, senza le quali non potremmo godere di un film, di uno spettacolo teatrale, di una mostra, di un piatto di carbonara, di un disco, di un libro. Sì, perché esiste ancora una sottile frangia di irriducibili feticisti che mantiene in vita il culto del libro senza vergogna e che si trova a maneggiare, purtroppo, idoli realizzati con sempre meno cura, precisione e riguardo.

Cosa c’è di più fastidioso e disturbante che scorgere tra le righe di un libro, pagato a volte anche a caro prezzo, refusi, errori di battitura, quando non addirittura imprecisioni sintattiche, concordanze sballate, segni di interpunzione lanciati a caso nella pagina? L’epidemia dilaga da quando il ruolo del correttore di bozze è stato accantonato, declassato, ridicolizzato, e il suo intervento ritenuto superfluo, pedante, inutile. Ci si affida all’autore per ripulire il testo e mai vi è stato errore più fatale: seguendo gli antichi dettami (“ogni scarrafone è bello a mamma sua”), il “genitore” è la figura meno adatta a giudicare la propria creatura e a correggerne i difetti caratteriali; gli errori sfuggono perché si è troppo “dentro” la propria scrittura, il cervello e gli occhi congiurano contro la pulizia e la precisione e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Qui avrei voluto mettere volontariamente un refuso, ma sono un correttore di bozze e per me è moralmente inconcepibile disseminare il testo di errori, fosse anche per gioco o provocazione.

correttore di bozze Giovannino Guareschi
Milano, 1950. Giovannino Guareschi legge il Candido e mostra la vignetta satirica di Carletto Manzoni contro il Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, a causa della quale fu processato e condannato con la condizionale a otto mesi di carcere. Foto Farabola - Giovanni Lugaresi, Guareschi: fede e libertà, Monte Università Parma Editore, 2010.

 

 

Mentre mi attorciglio in queste riflessioni, cercando di irrobustirle con una buona dose di teorie ed assiomi, mi capita tra le mani un delizioso libretto, che cattura la mia attenzione per fattura, dimensioni e sottotitolo. Parlo di un volumetto della collana “Piccoli quaderni di prosa e di invenzione” dell’editore Henry Beyle, stampato a Milano nell’ottobre del 2014 in 375 copie numerate (la mia è la 146). Un libriccino, formato 10x12, intitolato La donna elefante. Elogio del correttore di bozze di Giovannino Guareschi, estratto da Celebrazione del tipografo (Editrice Il quadratino, Torino 1968). La risposta alle mie istanze, il sollievo alle mie ambasce si concentra in poche illuminanti righe scritte dal creatore dell’epopea di Don Camillo e dell’onorevole Peppone; penna affilata, matita appuntita, mente brillante al di là delle posizioni ideologiche, autore più visto che letto (grazie anche alle indimenticabili interpretazioni di Gino Cervi e Fernandel) che ci offre, con la consueta tagliente ironia, un ritratto divertentissimo in forma di elogio della figura più bistrattata dal mercato editoriale di tutti i tempi. Apprendiamo così che:

Il correttore di bozze vive acciambellato in piccoli recinti situati nei punti più oscuri e più disturbati delle tipografie, essendo, il suo, un lavoro che richiede calma e ottima visibilità.

Chissà cosa penserebbe oggi, sapendo che il correttore di bozze è stato estromesso anche dallo sgabuzzino della tipografia e il suo ufficio trasferito a casa, alla fioca luce di un monitor, sotto una lampada giallastra che non affatichi gli occhi. Chissà cosa direbbe, sfogliando un Meridiano Mondadori, un Supercorallo Einaudi, un pregiato volume della Pléiade, di fronte a orrori quali “benediva”, “maledendo”, “dorghiere” et similia; chissà se proverebbe il mio stesso sgomento leggendo articoli di quotidiani on-line sgrammaticati, sciatti e zeppi di errori, perché l’importante è la sostanza non la forma, perché il correttore di bozze è un paladino di una crociata inutile, vezzosa, priva ormai di significato. La sua è una missione, più che una professione e oggi che il lavoro intellettuale è considerato mediamente un hobby, una forma sofisticata di volontariato, un mezzo attraverso cui gonfiare l’ego in luogo del più comune elio per i palloncini, questa considerazione, opportunamente distorta, appare quanto mai attuale.

È dura la vita del correttore di bozze. Con una paga media di cinquanta centesimi a cartella non può programmare le vacanze, non può permettersi di affittare qualcosa di più dignitoso di un sordido tugurio, non può pagare la cena alla fidanzata, e neppure una pizza biologica con farine di grani antichi, vegana e macrobiotica. Non può andare in palestra e neppure dal parrucchiere: per questo lo si riconosce per strada, dimesso, leggermente pingue, con le mani che tremano per i troppi caffè, i capelli – quando ci sono – arruffati e di colore indistinto, la borsa di moda in una precedente era geologica ricolma di foglietti, di qppunti, di ibuprofene, di quattro paia di occhiali, perché non è solo la masturbazione a creare problemi di vista gravi, di cioccolatini mezzi sciolti, di fazzolettini intrisi di lacrime raccolte dopo l’ennesimo accredito della vertiginosa somma di 20 euro per una settimana di lavoro matto e disperato.

Il correttore di bozze è di solito un uomo infelice: egli gira per le strade del mondo sempre in affannosa ricerca di errori. Legge tutti i cartelli, tutte le insegne, le epigrafi delle lapidi e dei monumenti, le pubblicità luminose, si arrampica fin sui tetti pur di segnare col suo lapis la parola o la lettera errate. Per il correttore di bozze l’errore di stampa è la più grave delle provocazioni.

Idraulico al lavoro. Foto di rick da Flickr, CC BY 2.0

Al correttore di bozze va tutta la nostra sempiterna gratitudine, possibilmente accompagnata da una cifra idonea alla sopravvivenza dignitosa, perché ho scoperto a mie spese che non puoi pagare al discount con una pacca sulla spalla della cassiera o scrivendo ai gestori delle utenze primarie missive in stile epico-tragico o declamando versi appassionati all’idraulico che ha appena chiesto 100 euro per aver estratto dal cestello della tua lavatrice 50 centesimi lucidi e storti, il corrispettivo di 2000 battute spazi inclusi, ossia il tuo compenso per un’ora di lavoro accurato. Idraulico che, contravvenendo alla mitologia erotica legata alla sua figura, rifiuta un pagamento in natura, uno scambio di servigi, una fratellanza tra poveri. Già, perché la povertà è stata abolita due giorni fa e quindi va tutto bene. Ed io che, come una stupida, continuo a chiedermi come arrivare a fine mese? Semplice: aboliamo il mese, aboliamo le settimane, aboliamo tutto l’abolibile. E il vile denaro lo lascio a voi, capitalisti succhiasangue. Io mi taccio perché in fondo, molto in fondo, sono una donna elefante.


ClassiCOOLt: ripartiamo dai classici della letteratura

ClassiCOOLt

Rubrica mensile a cura di Sara Ricci e Stefano Tonietto

I classici della letteratura sono quella cosa che tutti si vantano di aver letto almeno una volta nella vita, i più audaci addirittura due; che i più spudorati dichiarano di conoscere come le proprie tasche – nelle quali chissà perché ci finisce di tutto in maniera indistinta e poi in lavatrice è un casino.

I classici della letteratura sono una specie di status symbol, al pari di una borsa di Vuitton o di un paio di esosi trampoli di Louboutin, di un pregiato orologio da pseudoplutocomunista, di una fuoriserie parcheggiata in doppia fila perché ricchezza è impunità, di un Iphone scintillante che dura quanto uno sbadiglio e si impalla a morte due giorni prima dell’uscita del modello successivo.

I classici sono diventati un feticcio dell’alta borghesia dei salotti buoni, da esibire tra un martini e un sorso di champagne millesimato, con il tono distaccato da apericena o, in alternativa, con la pacata seriosità del marpione che seduce la fanciulla plasticosa con parole alate, attentando al mascara water proof discioltosi in una valle di lacrime di commozione.

I classici della letteratura ce li hanno rubati. I borghesi? No, sarebbe troppo anche per loro. Gli autori reali del furto sono l’indifferenza, la velocità, il culto del mordi e fuggi, la parcellizzazione. Non si può assaggiare un pezzettino di Anna Karenina per dirsi cultori di Tolstoj, non si può solo annusare il fetore di cadavere dello Ieroschimonach Zosima per accedere al torbido universo della genealogia di Fëdor Pavlovic: la letteratura non è un gioco di società, è piuttosto il suo disvelamento, la lente deformante che restituisce all’occhio del lettore la realtà nelle sue inestricabili connessioni, nelle sue immancabili contraddizioni, nella sua pulsante vitalità.

Perché dunque non riappropriarci della sola cosa che ci potrebbe arricchire senza infliggere il colpo di grazia al salvadanaio a porcellino o al nostro precario conto in banca? Noi che una Vuitton neppure serbando sotto il cuscino sei mesi di stipendi al netto delle ritenute d’acconto, noi che per sapere che roba è una Louboutin siamo andati a cercare su google, noi che al polso al massimo abbiamo lo Swatch dei diciotto anni e che in doppia fila parcheggiamo forse le natiche, sorseggiando una birra seduti sul cofano di una macchina generalmente altrui, noi che andiamo orgogliosi della vita eterna del nostro nokia 3310, il non-morto, il telefono che prende anche nelle caverne, il più amato dalle madri apprensive e dalle fidanzate con manie di controllo.

Noi dobbiamo riprenderci il piacere, il gusto e la bellezza dei classici. Non da sfoggiare come l’ultimo modello di Chie Mihara, non da esibire come una metaforica (o effettiva) erezione, non da adoperare per segnare il confine, l’abisso, la distanza siderale tra i due mondi. Ma da possedere per ampliare i nostri orizzonti, per viaggiare senza bisogno del supplemento bagagli a mano Ryanair, per esplorare il mondo senza esserne allontanati, banditi, ignorati.

Leggere i classici significa vivere più vite insieme, conoscere le pieghe dell’animo umano – dai meandri più oscuri e biechi alle luminose vette di bontà – acquisire spirito critico, affinare i sensi, praticare la lentezza, l’indugio, l’incanto. Perché i classici hanno bisogno di tempo, di silenzio, di pazienza, di dedizione. Non sono libri da leggere mentre la lavatrice finisce la centrifuga, mentre si è in fila alla posta, nella confusione di un autobus o nelle infinite sospensioni temporali di un viaggio in regionale. No, i classici hanno bisogno di attenzione, di una poltrona comoda, di una coperta se fa freddo, di una tazza di qualunque liquido – dal caffè alla grappa – che contribuisca al rilassamento e alla concentrazione. Se proprio non riuscite a rilassarvi, all’inizio, si può ricorrere al Tiocolchicoside, ma con moderazione, non più di 8mg ogni 12 ore.

Ecco svelato il mistero di questa nuova rubrica, che ogni mese vi ricongiungerà a un classico con l’obiettivo di sedurvi, irretirvi e avvincervi tra le pagine intramontabili di opere ormai desuete che, tuttavia, hanno ancora molte cose da dire. Ci rivolgiamo a lettori appassionati, ai quali speriamo di offrire un nobile servigio; ma anche a lettori implumi, che trarrebbero enorme giovamento da queste letture; ci rivolgiamo infine anche agli esibizionisti da salotto, i quali, grazie a questo piccolo vademecum per muoversi nell’intricato mondo della letteratura, potranno se non altro azzeccare qualche citazione, contestualizzare meglio le proprie esternazioni, sedurre fanciulle facilmente impressionabili con le poesie di Verlaine e non, santi numi, con le massime filosofiche ed esistenziali di Fabio Volo.

Vi diamo quindi appuntamento al prossimo mese con un piccolo gioiello semi-sconosciuto, recentemente ripubblicato nella bella traduzione di Gina Martini da Quodlibet Compagnia Extra: l’immenso, ironico, destabilizzante, bizzarro ultimo romanzo incompiuto di Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet. [SR & ST]


La galassia dei dementi Ermanno Cavazzoni

Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi: appunti di lettura

Oggi 14 settembre, a poche ore dalla proclamazione del vincitore del Premio Campiello 2018, con tutti i giochi ancora aperti, mi è possibile pubblicare qualche riflessione nata dalla lettura di questo romanzo di oltre 660 pagine, inatteso da parte di uno scrittore che ci ha abituato a libri sottili, apparentemente svagati, in realtà profondi e acutamente satirici, filosofici. Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, il mio intervento varrà, in caso di vittoria, ad anticipare il torrente di recensioni che inevitabilmente si scatena in questi casi, e nel caso più probabile di “sconfitta” (a Cavazzoni la sconfitta sembra più interessante e più istruttiva della vittoria, e sono certo che in cuor suo non si fa un cruccio di questo verdetto) a fissare le prime impressioni prodotte in me dalla lettura di quest’opera, a pochi giorni dall’uscita (le righe che seguono sono state stese nell’aprile scorso, in contemporanea ad interessanti e illuminanti interviste rilasciate da Cavazzoni, come quella a Antonio Gnoli su La Repubblica del 18 marzo).

Ermanno Cavazzoni, foto ad opera dell'associazione Amici di Piero Chiara, CC BY 2.0, da Flickr

Ci vuole coraggio in Italia e per un Italiano nell’affrontare il genere della finzione fantascientifica, da sempre in pratica monopolio anglosassone. E infatti siamo abituati a collocare le vicende di contatti alieni, UFO e città futuristiche varie in contesti certamente stranieri e spesso decisamente inglesi o statunitensi. Cavazzoni invece ci sorprende attraverso il contrasto che si crea fin da subito tra tutto l’apparato di droidi, androidi, ginecoidi, robot, alieni, veicoli antigravitazionali ecc. e i luoghi italici, domestici, per un lettore del Nord quasi familiari, per l’autore stesso in pratica nel cortile di casa. I personaggi umani non si chiamano Gordon o Han o Jeff Hawke, ma Hanz Vitosi, Ena Vitosina, signor (mi raccomando il “signor”!) Purcassea. La tecnologia robotica è nostrana, i nomi dei vari modelli sono tratti di peso dal repertorio degli studi classici. La città distrutta da una lontana invasione dallo spazio non è New York, una volta tanto, ma… Bologna! L’astronave aliena si posa su una vetta… non delle Rocky Mountains, ma dei Colli Euganei. La droide-servitrice dei Vitosi, la Cassandra, è programmata per ripetere ossessive esclamazioni d’altri tempi, quali: “Dio mio, santo cielo, misericordia, mariavergine!”, solo perché gli umani la vogliono così.

Eppure Cavazzoni sa adattare le formule della Science Fiction ad un telaio narrativo che è indubitabilmente italiano, letterario, tradizionale: il poema cavalleresco. Come ha rivelato egli stesso, lo scrittore reggiano si è proposto di affrontare l’unica forma oggi possibile di romanzo cavalleresco, appunto la fantascienza. E i rimandi sono puntuali e riconoscibili: la bellissima robottina Dafne, che tutti concupiscono e che da tutti fugge, è Angelica; l’enorme, invincibile robot militare Xenofon è Orlando; Jim, timido robot giardiniere, è forse Medoro, e si potrebbe andare avanti con le identificazioni. Cavazzoni ha detto che i paladini di Boiardo e Ariosto si chiudono nelle loro corazze come i robot e gli androidi nelle loro lamiere; come i paladini, prigionieri delle loro idee fisse (conquistare una donna, una spada, un destriero, un regno), sono incapaci di pensiero libero, così i robot devono forzatamente agire come i loro programmatori hanno voluto.

L’universo futuribile cavazzoniano è popolato di creature artificiali; gli umani, quando ci sono, si trovano ridotti ad obesi collezionisti di grucce per abiti o di stampi per scarpe, accuditi da androidi e ginecoidi che ne esaudiscono gli ormai scarsi desideri sessuali, incapaci di lavorare e persino di muoversi. Cosa resterebbe ad un’umanità privata dell’obbligo di dover lavorare? Visto che lo sport sarebbe impraticabile per l’obesità dilagante, resta il darsi agli hobby, per gli uomini soprattutto il collezionismo; in fondo, quale collezione non è fatta di cose inutili?

Il narratore è onnisciente, proprio come nell’Orlando furioso, ma sottilmente svagato e quasi distaccato: sembra poco partecipe del destino dei propri personaggi, ne racconta i casi con completezza ma senza parteggiare per loro, compiangerli, o al contrario criticarli e condannarli. Si tratta di una delicatissima prosa che ricorda un precedente capolavoro cavazzoniano, La città dei ladri, altro universo (in quel caso, concentrazionario) popolato da figure evanescenti e insieme concretissime, quasi anime condannate ad una incoercibile coazione a ripetere.

La vicenda è narrata secondo la tecnica cavalleresca dell’entrelacement: molteplici fili narrativi si dipartono da un nucleo iniziale, si intrecciano, tornano a divergere, confluiscono, indefinitamente, capitolo dopo capitolo. I capitoli (stavamo per dire “i canti”) sono ben 41, per circa 670 pagine, e questo è proprio del genere cavalleresco: l’opera deve essere ipertrofica (proprio come gli obesi umani che la popolano) per mimare la complessità del reale. Tale complessità però è governata da una logica stringente: tutto si tiene, tutto è credibile e coerente nella sua incoerenza programmatica. La storia in realtà non ha un vero inizio e nemmeno una vera conclusione, come sa bene chi ha letto Boiardo e Ariosto: c’è una situazione iniziale che dipende da certe premesse (lo sviluppo della tecnologia robotica, l’invasione aliena, la devastazione del pianeta) che non risultano risolte né chiarite alla fine dell’opera: solo il destino di alcuni personaggi arriva ad una qualche, provvisoria, definizione. Si intuisce che la narrazione potrebbe proseguire ancora, indefinitamente, per altri capitoli; è non è piccolo merito di Ermanno Cavazzoni il fatto che il lettore, giunto a pagina 670, quasi quasi “ne vorrebbe ancora”.

Androidi, dicevamo. E quindi tecnologia. Si nota per tutta l’opera l’arguta competenza con cui Cavazzoni adopera cognizioni di fisica, chimica, neurologia e altre scienze. Tutto è coerente nel mondo da lui costruito, persino il motore ad energia negativa si ha l’impressione che potrebbe funzionare, se realizzato. È piacevole vedere sfatato il mito che vuole gli intellettuali umanisti desolantemente ignoranti in ambito scientifico-tecnologico. Ma torniamo agli androidi, i veri protagonisti del complesso romanzo.

I nomi dei modelli di robot sono quasi tutti classici: l’unità militare si chiama Xenofon, come il celebre condottiero ateniese, la bellissima bambolotta programmata per soddisfare i desideri sessuali dei maschi umani si chiama Dafne, l’androide pedante pieno di erudizione inutile se non fastidiosa si chiama Ippia minore (con una deliziosa allusione per pochi intenditori). Altri modelli di macchine si chiamano Mantinea, Epaminonda, Leonida, Cassandra e così via. Ciascuno di loro è stato progettato, costruito e programmato per determinati servizi o compiti, dai lavori domestici alla guerra, dal sollevamento di carichi ai rapporti col pubblico negli sportelli amministrativi. In pratica l’essere umano non deve fare più nulla, è completamente accudito dai robot. Un futuro che forse ci aspetta, tra qualche secolo.

Le donne invece – almeno quelle delle Città femminili fortificate – hanno, per privilegio biologico, qualcos’altro da fare: hanno da riprodursi. Un’attività tuttavia a tal punto slegata da ogni possibile progetto di coppia, di vita in comune, di condivisione, che queste donne si accoppiano tutte con un solo maschio, il Pipo, che – pingue ed anemico fuco – serve contemporaneamente a tutte le regine dell’alveare, è il padre di tutti i figli che nascono nella Città, è il cocco di tutte le donne in età fertile, almeno per i due o tre anni che regge a quella vita di continua, quotidiana e sfrenatamente poligamica attività sessuale, finché persino una dolce morte gli appare preferibile a tanto dispendio di energie; ed ecco che un altro fortunato subentra in questo sfibrante ruolo.

Gli alieni di questo romanzo sono alieni mai visti prima nella fantascienza. Non tanto perché siano strani, simili a enormi seppie oppure a superorganizzate colonie d’insetti; non tanto perché abbiano raso al suolo sul pianeta ogni traccia d’attività umana; non tanto perché tendano a trasformare gli umani in cibo per le loro larve o, magari, ad accoppiarsi con le femmine umane mediante certe spermatofore dotate di vita propria, come le code delle lucertole. Nemmeno l’essere giunti su enormi astronavi dalla tecnologia avanzatissima distingue gli alieni cavazzoniani da quelli cui ci hanno assuefatti decenni di narrativa e di cinematografia. No, gli alieni in questo romanzo restano memorabili innanzitutto perché non è possibile comunicare in modo sensato con loro, malgrado l’utilizzo di un pezzo classico della fantascienza come il traduttore automatico. L’autore ritiene che gli eventuali alieni che venissero a farci visita sarebbero per davvero totalmente alieni da noi, non sarebbe possibile alcuna interazione comunicativa perché le loro esperienze, e quindi il loro linguaggio, sarebbero radicalmente diversi dai nostri. Proviamo a immaginare di dover tradurre per un alieno la frase: “Porco cane, ma che cazzo dici?”. Innanzitutto bisogna vedere se sul pianeta degli alieni esistono mammiferi come il cane o il porco, poi, che si fa se il loro sistema riproduttivo è di tipo asessuato o si basa, ad esempio, sulla diffusione di spore?

Questo per quanto riguarda la comunicazione, l’incontro ravvicinato con l’extraterrestre. Ma, si chiede ancora Cavazzoni, e se questo E.T., lungi dall’essere superintelligente e superevoluto, è un povero idiota, un demente? Questi alieni simili a seppie cadono dalle astronavi quasi fossero buttati giù, quasi fossero dei noiosissimi rompipalle o dei cerebrolesi che i loro stessi compagni non sopportano e che scaricano sul nostro pianeta per liberarsene. Un ottimo spunto di riflessione per quanti sono convinti che la civiltà umana abbia preso l’avvio grazie ai suggerimenti di visitatori venuti dallo spazio nella preistoria.

I robot, gli androidi e le ginecoidi, che non sono altro che macchine programmate per determinati compiti, malgrado l’aspetto a volte perfettamente umano, o forse proprio per quello, manifestano reazioni agli stimoli esterni che sembrano mimare quelle umane. Il senso di soddisfazione per il proprio dovere eseguito si manifesta attraverso un più agevole flusso della corrente elettrica; la necessità di ricaricare le batterie spinge il robot-femmina Dafne a liberarsi degli abiti e a stendersi al sole (la sua epidermide è un insieme di microscopiche celle solari); il disagio di non poter attendere ai propri compiti istituzionali spinge l’androide-cameriere a iterare fino all’inverosimile il processo di produzione-allestimento-offerta della tazza di caffè, un programma che possiede in memoria e che ripete in maniera che, fosse umano, diremmo ossessiva. Viene il dubbio – e non è un dubbio, perché la scienza lo ha dimostrato – che anche le nostre reazioni di piacere, di dolore, di noia, disagio, paura, soddisfazione, persino i sentimenti, come la simpatia, l’avversione, la solidarietà, l’ostilità, l’amore siano il frutto di sversamenti chimici e di impulsi elettrici da qualche parte nel nostro sistema nervoso e nel nostro cervello.

Nel mondo così ostile descritto da La galassia dei dementi c’è spazio per una prospettiva ottimistica? Non si tratta certo della vita eterna promessa da emissari degli extraterrestri a determinati umani, come Avoscàn, un uomo viziato e losco, interessato solo al proprio piacere somministratogli dai droidi a ciò adibiti, anch’egli come quasi tutti invaghito della bellissima Dafne; senza troppo pensarci su egli accetta la generosa offerta della vita eterna, ma si ritrova ridotto ad una testa staccata dal resto del corpo, conservata dagli alieni in una specie di teca e condannato per quella che in effetti potrebbe essere l’eternità a far funzionare, grazie ai neuroni del proprio cervello in rete con innumerevoli altre teste mozze, un gigantesco computer semibiologico. La sua vita eterna, ma si dovrebbe forse dire il suo inferno o il suo purgatorio (Cavazzoni, come Daniele Benati, è un noto esperto di purgatori) si riduce ad un inudibile farfugliamento (non avendo polmoni, non può nemmeno parlare), una serqua di insulti triviali rivolti alla testa a lui più vicina, quella del Pipo che egli considera colpevole della sua scelta avventata.

Forse l’unico spiraglio positivo sull’avvenire si apre per l’Angelica fuggitiva di questo strano poema in prosa, per quella bambolotta del tipo Dafne che, concupita da qualunque essere di sesso maschile, biologico o meccanico, e sempre scivolata via da ogni insidia grazie alla protezione dell’autore, finisce col trovare un equilibrio, una pace, un proprio spazio in una “libera terra” in mezzo alle paludi del delta del Po, lontano da ogni presenza umana, in un efficiente ménage a quattro con altri tre robot: lo Xenofon, androide militare, che trova soddisfazione e appagamento nel proteggerla da ogni eventuale pericolo; Jim, l’ex-cameriere-giardiniere che pur non possedendo un apparato sessuale funzionante, prova “la disposizione attiva a provvedere alla Dafne sul piano amministrativo e conservativo, però con un sovrappiù indefinito, energizzante, che si può paragonare all’amore”; e infine il Cupido, che, progettato come “articolo per il piacere romantico delle femmine umane”, è dotato dell’apparato necessario e pertanto si congiunge con lei “come avrebbe fatto una vite con un bullone”. Questi quattro personaggi raggiungono nel romanzo un equilibrio invidiabile, scevro da ogni forma di gelosia o di invidia: “La Dafne stava la maggior parte del tempo congiunta con il Cupido, come due calamite, come un perno nel suo alloggiamento, senza muoversi; la risultante della somma era zero, cioè lo stato di mutuo equilibrio. Jim intanto la teneva per mano, gli occhi negli occhi, paroline dolci d’amore, questo era il secondo completamento, lei la chiamava complicità”; e per ultimo lo Xenofon “non aveva altre pretese che di fare la guardia armata, dove esprimeva devozione, fedeltà e qualcosa come un piacere, mentre girava di ronda, lui e il suo cannoncino AZ, a protezione della Dafne e della libera terra”. Sembra suggerire, Cavazzoni, che la coppia perfetta sia formata da quattro individui; a patto, naturalmente, che centro e perno dell’unità così creatasi sia lei, la femmina.

Da meditare.

La galassia dei dementi Ermanno Cavazzoni