Meraviglie. Ecco il nuovo libro di Alberto Angela

Dopo il grande successo televisivo di “Meraviglie. Alla scoperta dei tesori”, Alberto Angela annuncia l’uscita del suo nuovo libro scritto sulla scia dell'amata trasmissione in onda su Rai 1. Dalle Alpi alla Valle dei Templi in Sicilia, passando per le ricche architetture e opere sparse sulla penisola, frutto dei geni dell’arte che l’Italia ha da sempre ospitato, il noto divulgatore ripercorre le tappe da nord a sud d'Italia alla riscoperta delle meraviglie e dei tesori che ogni giorno ci circondano e che ormai diamo per scontate, abituati come siamo a conviverci. Ma se ci soffermiamo a riflettere, probabilmente, nessun altro stato del mondo respira tanta bellezza come l'Italia. Attualmente ben 55 siti in Italia sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dall’UNESCO, comprendendo opere di ogni secolo, con una densità che non ha eguali in nessun altro paese del mondo.

Alberto Angela

Il libro di Alberto Angela si propone come viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca delle meraviglie italiane, della nostra identità e alla consapevolezza della responsabilità che ne consegue di proteggere, tutelare e conservare i luoghi in cui abitiamo che raccontano le nostre radici più profonde.

Come afferma il divulgatore più famoso d’Italia dalla sua Fan Page ufficiale su FB, il libro si basa sul lavoro corale che ha impegnato per tanti mesi tante straordinarie professionalità nella produzione del programma e nella sua post-produzione. All’interno del libro ci saranno le foto e le descrizioni dei siti che sono stati esplorati durante la messa in onda del programma televisivo, arricchiti da curiosità e contenuti inediti. Inoltre, vi sarà la possibilità grazie al codice QR, di vedere sul cellulare le immagini relative ai siti in questione. Questi non sono stati inseriti in ordine geografico nella pubblicazione ma sono stati messi in ordine dal punto di vista cronologico, partendo dalle civiltà più antiche che hanno abitato la nostra penisola fino ad arrivare ai giorni nostri.

Con l’acquisto del libro si contribuirà al restauro di un’opera che è stata salvata dal terremoto del 2016 a Castelluccio di Norcia: la Madonna Adorante risalente alla fine del Quattrocento.

 

 


Giulio Cesare Julius Caesar

Il tiranno non è un dio, non è un uomo

Ambizioso, visionario e creativo nella sua capacità di riscrivere la grammatica del mondo, Giulio Cesare giganteggia con intramontabile prestigio nell’orizzonte culturale dell’occidente. La fascinazione che il personaggio ha esercitato sull’immaginario collettivo è tale che autori estremamente distanti nel tempo, nello spazio e nel sentire hanno voluto cimentarsi con il racconto delle sue imprese, offrendo punti di vista e chiavi di lettura straordinariamente intriganti.

Giulio Cesare Julius Caesar
Julius Caesar (film del 1953); nella scena John Gielgud, Louis Calhern, John Hoyt ed Edmond O'Brien. Pubblico dominio

«Questo noi dovremmo imparare dai Greci, a rivestire i miti di una bellezza tale da farli diventare veri, da far crescere palme solo perché lo ha detto un poeta»: dal mondo della divulgazione televisiva intorno ai temi dell’antichità, Cristoforo Gorno si è recentemente cimentato con il romanzo storico (Io sono Cesare, Rai Libri, 2019), producendo la godibile narrazione di un mito in carne e ossa, quel Giulio Cesare assurto a simbolo, nella percezione comune, di strategia politica tanto acuta da far impallidire l’attuale dibattito pubblico. Numerose sono le questioni che una lettura del genere solleva: dalle amare considerazioni sull’opportunità della guerra – e persino della necessità dei suoi risvolti traumatici - alle riflessioni sul ruolo della comunicazione, che nel vortice della rivoluzione digitale agisce sull’opinione pubblica avvalendosi di canali e velocità precedentemente inimmaginabili, limitando di contro l’assennata consuetudine di ponderare, valutare, esaminare prima di esprimersi e prendere vincolanti decisioni.

Giulio Cesare, busto del primo secolo, scoperto a Pantelleria. Foto di Ed Uthman, CC BY-SA 3.0

L’immaginazione di Gorno ci consegna un uomo che, quasi presentendo ciò che il destino ha in serbo, sigilla come eredità per Ottaviano un memoriale denso e meditativo (alla dimensione pubblica dei Commentari si sostituisce qui il discorso in prima persona, ad accrescere l’intimità del lascito). Il tema del tempo, finora centrale per lo stratega nell’accezione di attimo da cogliere per sfruttare le opportunità favorevoli, si carica adesso di significati che afferiscono all’intero portato dell’esistenza; il senso della fine che si appresta è accompagnato da vaghe percezioni e un preoccupante sentore, proprio come accade nel play shakespeariano, Julius Caesar, costellato di segni, visioni, premonizioni.

Il testo del drammaturgo inglese fa tesoro, in effetti, della lezione plutarchea, mediata attraverso una traduzione cinquecentesca, e per mezzo di illuminanti intuizioni trasforma in poesia il racconto dello storiografo greco, proiettando nel passato romano lo sgretolarsi delle certezze che caratterizza il Seicento, secolo di profonde e significative trasformazioni. Assecondando il brivido metafisico che percorre l’uomo al cospetto dello spazio infinito, Shakespeare ritrae la caduta di un mito, ma con sorprendente lungimiranza si domanda quanti secoli vedranno rappresentata da attori quella grandiosa scena, in regni ancora non nati e con linguaggi ancora sconosciuti.

A ben vedere dunque il Bardo ammanta di antico domande e verità che appartengono all’età elisabettiana, al suo smarrimento, alle sue irrisolte inquietudini; con maestria egli tratteggia la volubilità di una folla che si lascia ammansire, irretire, infuocare dall’abile oratoria di Antonio. Non stupisce che la teatralità che risiede in una tale vicenda non manchi di essere recepita nei secoli successivi, attraverso riscritture e rappresentazioni di ogni genere. Di particolare interesse risulta il testo composto due anni fa da Fabrizio Sinisi, per la regia di Andrea De Rosa (Giulio Cesare. Uccidere il tiranno, Nardini Editore, 2017), dal momento che si sofferma sul portato politico della cospirazione e invita gli spettatori a elaborare l’esperienza della dittatura, interrogandosi in merito ai fatti del Novecento e ai loro tragici sviluppi.

Secondo i congiurati, è necessario arginare l’impudenza di Cesare, i cui gesti senza scrupoli dimostrano la volontà di approfittare dell’agonia della Repubblica per attribuirsi un ruolo egemonico: porre un freno alla deriva totalitaria, attentando alla vita del tiranno, violando la sacralità del suo corpo, significa per loro agire nell’interesse dello Stato. Eppure, chi insegue la libertà sarà costretto a fare i conti con gli ambigui risvolti che insidiano quel sogno e il suo contrario, e ad accorgersi di quanto un popolo possa amare la subalternità a un padrone, legittimandone il potere.

«Eravamo ciechi, ciechi per scelta, / contenti di esser ciechi, / ora quel tempo è finito: / gli dèi non ci sono più, / ci siamo solo noi»: il disincanto di Cassio si respira nell’intero corso della pièce, contagia gli interrogativi che si rincorrono e svelano il disorientamento di questi nostri giorni precari. «Nessuno di noi sa / che forma avrà la vita, / che forma avremo noi / quando riemergeremo / al mondo da quest’incubo. / Un tempo nuovo inizia», sentenzia definitivo Antonio, sancendo con risolutezza, nonostante le inevitabili incognite, una cesura tra quel che è stato e ogni possibile futuro.

Corpo divino che rinnega la sua umanissima origine, e tuttavia oltremodo terrestre nella sua vulnerabilità, la figura del tiranno solleva questioni insolute e, nei nodi irrisolti della nostra storia, ammonisce in merito alle contraddizioni di un passato che non smette di accadere.

Jean-Léon Gérôme, La Mort de César, pubblico dominio

L'Italia dopo la Ricostruzione, deve ricostruirsi!

Una delle domande che spesso venivano e, tutt’ora, vengono fatte ai nonni o ai genitori da parte di nipoti o figli è: come si viveva, in Italia, dopo la guerra? Come vi divertivate? Cosa facevate? Ci sono somiglianze con la nostra epoca?

Sono domande lecite, poste con quel pizzico di curiosità che anima i più piccoli alla ricerca di una identità o, almeno, desiderosi di capire la storia del nostro paese.

Aldo Cazzullo, inviato ed editorialista del Corriere della Sera, ha dedicato un libro alla tematica relativa alla Ricostruzione dell’Italia nel periodo post-bellico: Giuro che non avrò più fame (edito da Mondadori nel 2018). Un libro che, attraverso una scrittura lineare e concisa, racconta, con la tipicità della narrazione giornalistica, le sofferenze, i sacrifici e i divertimenti di chi, come nonni e genitori, hanno dovuto sopportare la fame, hanno combattuto per ridare all’Italia quella dignità lacerata e che hanno rischiato, anche, nell’investire in industrie che, ancora oggi, rappresentano i capisaldi dell’economia italiana.

Oggi, spesso, ci si lamenta di un cellulare retrogrado, di una linea internet poco veloce o di come ci si debba comportare e presentare sui diversi social, quasi fossimo alla ricerca di una perfezione che non esiste, non è esistita e non esisterà mai. Molti italiani restano inermi; il lavoro rappresenta un bene di prima qualità, ma, spesso, è denigrato. Molti ‘lavoretti’ non sono in linea con le nuove leve che pretendono la ‘pappa pronta’ e tanto, ma tanto riposo…

Milano, foto di anonimo, da SkyScraperCity - Milano Sparita, Pubblico Dominio

Questi discorsi, però, sono la diretta conseguenza di una mancata ricerca del passato italiano, quel passato recente che ha visto come protagonisti i nostri nonni e genitori. I giovani di un tempo, come racconta Cazzullo, non avevano tempo per lamentarsi, dovevano rimboccarsi le maniche e ricostruire l’Italia per le generazioni future. Se oggi il modus vivendi è sulla soglia della sufficienza e, alcune volte, la supera, lo si deve a chi, dal 1948 in poi, è sceso in campo per garantire quella libertà che per noi è un dato acquisito, per loro era un miraggio da rendere reale.

In ben dodici capitoli, Cazzullo esamina la situazione italiana post-bellica, prendendo in considerazione diverse tematiche: la politica, il cinema, gli imprenditori, lo sport. È esemplare come, il giornalista, spesso faccia un confronto tra gli anni post-bellici e i giorni nostri. È chiaro che i giovani del XXI secolo devono ritenersi fortunati o, almeno, devono riconoscere che la loro libertà è frutto di una lunga e dura conquista di chi, tra volontari e lavoratori d’ogni genere, ha dedicato la propria vita per instaurare quel diritto, sacro e inviolabile, insito nel concetto di democrazia.

Nel primissimo capitolo, Cazzullo si lascia ad una riflessione che suona icastica e che, spesso, non viene presa in considerazione da chi, nel continuo lamento, ritiene di vivere una vita di stenti «Avevamo 16 milioni di mine inesplose nei campi. Oggi abbiamo in tasca 65 milioni di telefonini, più di uno a testa, record mondiale. Solo un italiano su 50 possedeva un’automobile. Oggi sono 37 milioni, oltre uno su due. Tre famiglie su quattro non avevano il bagno in casa; per lavarsi dovevano uscire in cortile o sul balcone. L’Italia non esportava tecnologia, ma braccia: minatori in cambio di carbone». Questo confronto mette in mostra un differente modus vivendi che a noi risulta, ormai, quasi estraneo. Oggi l’Italia esporta menti e beni primari; gli italiani, oggi, piuttosto che scendere in piazza, si lamentano o, nel peggiore dei casi, fanno gran baccano sui social: la vita virtuale predomina su quella reale, si viaggia agli antipodi dei nostri antenati.

La politica italiana, dopo il 1945, doveva fare i conti con l’instaurazione del miglior governo possibile che garantisse stabilità e libertà ad un popolo in agonia: l’ombra del fascismo era ancora forte. La DC (Democrazia Cristiana) alle elezioni del 18 aprile 1948 vince sul Fronte Popolare, dopo una guerra politica combattuta con giornaletti, preghiere e persuasioni varie. Il partito di Alcide De Gasperi è al comando. Una nuova Italia sta crescendo.

La politica, o meglio, la guerra politica è solo uno degli ingredienti dell’Italia post-bellica. Oggi, a Natale, i regali che vanno per la maggiore sono: cellulari, viaggi, beni di lusso…ma i nostri nonni, invece, avevano regali? Certo, mandarini, fichi secchi, ceci e legumi vari: questi erano i regali. L’imperativo era far nutrire gli italiani. Lo stesso Cazzullo spiega che la tipologia di questi regali e l’ossessione per il cibo era dovuta alla volontà dei genitori di non far rivivere gli stessi stenti che loro stessi avevano vissuto durante il periodo bellico.

Si tornava a lavorare la terra; gli italiani, come dice Cazzullo, erano i ‘cinesi’ odierni: tanto lavoro e poco riposo.

Negli anni bellici e post-bellici si registrano una serie di personalità che hanno offerto all’Italia la possibilità di riscattarsi: Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Enrico Mattei, Luigi Einaudi, Lina Merlin.

Valletta è il precursore di Marchionne, è stato colui che ha portato in alto il nome della Fiat, lo stesso Cazzullo scrive «L’idea di Valletta è semplice: fare dell’Italia un Paese industriale, e della Fiat la prima industria d’Italia». Olivetti è, giustamente, definito da Cazzullo: lo Steve Jobs degli italiani. Il sogno di Olivetti è stato quello di «[…] dare all’Italia una cultura industriale moderna. Un progetto in cui far confluire cristianità e umanesimo, le scienze sociali e l’arte, la tecnologia e la bellezza». È stato l’ideatore della famosissima Lettera 22 con la quale miriadi di italiani hanno scritto libri, pensieri, tesi e lavori. Mattei è stato il pioniere dell’industria petrolifera italiana, fondando l’Eni nel 1952; ha permesso all’Italia di mettersi alla pari di USA, Inghilterra, Olanda nella lavorazione del petrolio. È stato, anche, il fondatore del quotidiano Il Giorno. Einaudi è stato il secondo presidente della Repubblica Italiana. La sua politica ha previsto delle riforme dal punto di vista economico, come afferma Cazzullo «[…] è il vero artefice della Ricostruzione sul fronte dello Stato». Ed, infine, la Merlin colei che ha permesso alle donne quel riscatto di cui necessitavano. Durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, le donne non avevano alcun diritto. La Merlin si è battuta, dura e coriacea, per chiudere le case chiuse: le donne non erano merce e non dovevano essere schiavizzate. Si deve a lei, anche, se nel 2016 si è giunti al divieto di licenziare le donne prima del matrimonio o del parto (disegno di legge avanzato dalla Merlin nel 1951).

A contorno di queste figure, si possono citare personalità quali: Achille Lauro, comandante e politico; amato dai napoletani perché egli stesso si prodigò per la sua terra «Sono un uomo che non ha rubato niente, che ha sempre lavorato, che ha dato ai poveri, e che prima di morire vorrebbe vedere felice questa bella e amatissima Napoli». Giuseppe Dossetti, vicesegretario della DC che, ritiratosi, si dedicò alla vita religiosa. Giuseppe Di Vittorio, strenuo difensore del Meridione, fondatore, insieme a Achille Grandi (DC) e Emilio Canevari (PSI), della CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) che vanta di essere, tutt’oggi, il più antico sindacato italiano. Guglielmo Giannini, fondatore del partito dell’Uomo Qualunque che ebbe vita effimera, osteggiato dalla Democrazia Cristiana e da Confindustria di Angelo Costa.

Come si è detto, però, dopo il 1948 gli italiani si divertivano e si dilettavano col cinema ed anche con lo sport. Ancora oggi riecheggiano le gesta del Grande Torino, cui è stato dedicato un film nel 2005 con Beppe Fiorello. Una squadra formidabile, artefice di cinque scudetti consecutivi; i componenti del Grande Toro furono i protagonisti della Nazionale che vinse per due competizioni consecutive i mondiali di calcio (1934-1938). La strage di Superga ancora oggi è ricordata ed ha lasciato una lacerazione incolmabile negli sportivi di un tempo e in quelli tutt’ora in attività; Indro Montanelli, nel tratteggiare la bellezza del suo sguardo sugli atleti Granata, dice «Gli eroi sono sempre stati immortali, agli occhi di chi in essi crede. E così crederanno, i ragazzi, che il Torino non è morto; è soltanto in trasferta».

Oggi il calcio è, giustamente, ritenuto sport nazionale. Negli anni bellici e nel dopoguerra era il ciclismo lo sport di massa. Chi può dimenticare Fausto Coppi e Gino Bartali? Due sportivi che hanno regalato all’Italia numerose vittorie nei diversi tour e che hanno divertito gli appassionati del settore nei loro ‘rispettosi’ duelli su due ruote.

Anche il cinema poteva vantare personalità di spicco: Totò, Macario, Alberto Sordi, Anna Magnani, Renato Rascel…e registi del calibro di Roberto Rossellini e Federico Fellini. Un cinema privo degli effetti scenici che si possono osservare oggi, ma ricco di quella semplicità che permetteva a chi, dopo una giornata di duro lavoro, voleva rilassarsi dinanzi alla TV (non tutti potevano permettersela!).

Aldo Cazzullo durante una conferenza su Beniamino Andreatta svoltasi a Trento. Foto di Filippo Caranti, CC BY-SA 3.0

«Molti giovani non hanno fiducia nel loro Paese, e il loro Paese non ha fiducia in loro. L’Italia investe troppo poco nelle cose per cui è importante: la cultura, l’arte, la bellezza, lo spettacolo, la ricerca». Queste sono le parole di Aldo Cazzullo in uno dei capitoli del suo libro; oggi c’è un profondo scoraggiamento, gli italiani sembrano arrendevoli e chi non s’arrende fugge all’estero per realizzarsi, dimenticandosi di come, un tempo, i loro genitori o nonni reagirono dinanzi ad un’Italia distrutta dalla guerra. Questo dipende, anche, dalle troppe comodità cui si è avvezzi nell’era della tecnocrazia, Cazzullo afferma «Il tempo della rete è il tempo del narcisismo, della fatuità, dell’effimero: fashion blogger, inventori di videogame, scrittori di ministorie pubblicitarie per smartphone; start-up tutte uguali […] Tutto molto smart, cool, trendy. Nel frattempo però si sta perdendo il gusto del lavoro ben fatto, dei mestieri d’arte, del talento delle piccole cose […]». La tecnologia non va demonizzata, certo!, ma è necessario quell’est modus in rebus oraziano che cerchi, almeno, di spingere gli italiani a rimboccarsi le maniche e dare una svolta ad uno Stato in stallo: se le formidabili personalità del passato, genitori e nonni, sono riusciti a far riemergere un’Italia distrutta, vinta e indebolita, anche Noi, sulle orme dei nostri predecessori, siamo tenuti ad offrire un valido contributo affinché la crisi che sta piegando l’Italia da anni possa cessare e che l’Italia rialzi il capo una buona volta!

Aldo Cazzullo Ricostruzione Giuro che non avrò più fameBIBLIOGRAFIA:

Aldo Cazzullo, Giuro che non avrò più fame, Milano 2018.


L'illusione di Gatsby e la sconfitta del sogno americano

L’ILLUSIONE DI GATSBY E LA SCONFITTA DEL SOGNO AMERICANO

Il Plaza Hotel e la Grand Army Plaza a Central Park, New York City, nei primi anni del ventesimo secolo. Foto della NYPL Digital Gallery

Tra i romanzi che hanno segnato la letteratura americana e mondiale va annoverato Il grande Gatsby (The great Gatsby), pubblicato a New York nel 1925 da parte di una delle penne più argute dell’intellettualismo americano, Francis Scott Fitzgerald.

Quando Fitzgerald, nel lontano 1925, pubblicò l’opera, questa non ebbe grande successo. Oggi, al contrario, Il grande Gatsby gode di fama imperitura e si candida tra le opere più simboliche del XX secolo.

Il romanzo di Fitzgerald si inserisce all’interno di un filone culturale definito Età del Jazz; età che va dal 1918 al 1928 e definita tale per l’interesse degli americani nei confronti di questo genere musicale che, da quel momento, cominciava a farsi largo nei diversi locali delle grandi metropoli. L’età del Jazz, però, cela al suo interno anche un altro fenomeno, cioè quello relativo al sogno americano. L’America è stata sempre definita la meta delle opportunità, delle grandi prospettive e dei sogni smisurati (basti pensare alle grandi migrazioni degli italiani durante gli anni sessanta e settanta). Quel sogno, però, sarebbe durato pochissimo, infatti l’avvento del secondo conflitto mondiale avrebbe piegato le sorti americane ed infranto i desideri di coloro i quali avrebbero scommesso parecchio sulle condizioni ‘eccezionali’ delle lande statunitensi.

All’interno del grande Gatsby le caratteristiche di quest’epoca sono ben definibili. L’autore, al di là dei fenomeni sociali dell’epoca, gioca con i personaggi e lo fa inserendo, anche, elementi autobiografici. Nick Carraway, il narratore e colui che accompagna il lettore alle feste di Gatsby e lo rende partecipe dei dialoghi, è un uomo del West, innamorato, però, della mondanità della Grande Mela. Dietro la figura del narratore si cela quella dell’autore, infatti Francis S. Fitzgerald nacque a Saint-Paul, una città del Middle-West da genitori di condizioni modeste; ebbe modo di trasferirsi a New York giovanissimo e di amarne la bellezza della vita e la tipicità della Grande Mela; questa, infatti, diventerà un vero e proprio ‘mito’ nei racconti dello scrittore.

L’elemento cruciale del racconto, però, è insito nel tentativo di definire la figura di Jay Gatsby. Sin dai primissimi capitoli del romanzo, il lettore non riesce a comprendere né la natura del personaggio stesso né come questo possa essersi arricchito dopo il suo trasferimento dal West all’East. A complicare la situazione, si inseriscono, anche, una serie di personaggi che se da un lato aiutano il lettore nella ricostruzione dell’adolescenza di Jay, come il signor Meyer Wolfsheim e, soprattutto, Daisy, amata profondamente da Gatsby, dall’altro tendono a complicarne il quadro della situazione, come la miriade dei personaggi presenti alle lussuose feste di Gatsby che cicaleggiano tra di loro e difficilmente interloquiscono con il padrone di casa. Come per ogni racconto, al protagonista fa da contraltare l’‘antagonista’: Tom Buchanan, uomo cinico e marito di Daisy; Tom è colui che cerca di distrugge la figura di Gatsby e ne smonta la grandezza; questo suo intento è la diretta conseguenza delle intenzioni del protagonista: riconquistare Daisy e convincere Tom che sua moglie non l’ha mai amato.

Nella fitta trama di personaggi e dialoghi, Fitzgerald inserisce, anche, Jordan Baker, una donna di classe e sportiva per la quale Nick prova attrazione. Questa attrazione, però, è destinata ad esaurirsi e a concludersi con un nulla di fatto; anche in questo caso l’autore inserisce un elemento autobiografico, infatti Fitzgerald, nel 1916 a Chicago, ebbe modo di conoscere Ginevra King con la quale diede inizio ad una relazione che sarebbe terminata prematuramente.

Tornando ad esaminare la figura di Gatsby, questa la si può definire l’emblema del tutto e del niente. Alla difficoltà del narratore, ed anche del lettore, nel tentare di definire Jay Gatsby (il suo vero nome è James Gatz, ulteriore elemento oscuro), si aggiungono sentimenti fortemente contrastanti. Nick prova quella sensazione di odi et amo, sensazione che può essere percepita anche dal lettore; Jay è il simbolo dei sentimenti contrastanti, ma finisce per essere amato, infatti lo stesso Nick si lascia trasportare, nel finale del racconto, dalle sue illusioni. Gatsby non è altro che la personificazione del sogno americano; è un personaggio fortemente malinconico e solo; alle sue feste, infatti, egli non partecipa mai e, anzi, preferisce restarsene solo nell’attesa di quella illusione che è rappresentata da Daisy e sarà proprio questa la causa della sua rovina (a questo teatrino partecipano Nick ed il lettore). Questa sua speranza è destinata ad infrangersi contro lo scoglio rappresentato da Tom che, azzardando un’interpretazione, può rappresentare quella atroce e ‘cattiva’ realtà che si sarebbe prospettata, come suddetto, durante gli anni venti del XX secolo: l’avvento della grande Depressione. Gatsby è un uomo illuso, fortemente ancorato al suo tentativo di ripristinare lo status quo prima del matrimonio tra Tom e Daisy (nel racconto è specificato che, dopo una prima sosta militare a Louisville, dove ebbe modo di conoscere Daisy Fay, viene inviato a combattere in Europa; prima di partire, giura fedeltà alla sua Daisy, ma così non sarà; quest’ultima si sposa con Tom Buchanan e da quel momento Jay promette a sé stesso di riconquistarla – invano-). Gatsby è sì illuso, ma accarezza il suo sogno; Fitzgerald scrive, infatti: «Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle […] Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia…e una bella mattina…». Questa cruda affermazione dello scrittore può dirsi sibillina: preannuncia l’infausto periodo che avrebbe piegato gli Stati Uniti.

Il romanzo Il grande Gatsby, divenuto un cult della letteratura mondiale, seppur letto da una miriade di persone ed una miriade di volte, si presta, ogni volta, alle più svariate interpretazioni che si mantengono, però, sul filo conduttore dello scontro tra l’illusione edonistica di Gatsby e la cruda e cinica realtà di Tom.

Il romanzo ha avuto tale successo da essere rappresentato, anche, al cinema: del 1974, Il Grande Gatsby, interpretato da Robert Redford (regia di Jack Clayton e sceneggiatura di Francis Ford Coppola) e, più recente, la pellicola del 2013 dove Gatsby è interpretato da un magistrale Leonardo di Caprio (regia di Baz Luhrmann).

Gatsby
Da sinistra verso destra: Joel Edgerton, Baz Luhrmann, Elizabeth Debicki, Carey Mulligan, Tobey Maguire and Catherine Martin alla prima del Grande Gatsby a Sydney (2013). Foto di Eva Rinaldi, CC BY-SA 2.0

Non di Scurati

Non aver letto il libro di Scurati mi esonera dai piaceri opposti dell’incensamento e della stroncatura. Parlerò dunque del genere letterario a cui il Premio Strega 2019 appartiene, dei suoi antecedenti e della sua parentela in altre arti.

L’editore Bompiani e i media definiscono “romanzo” questo M. Il figlio del secolo. Verrebbe da aggiungere: “romanzo storico”, in quanto narra fatti di cent’anni fa. La definizione di romanzo storico fu data da Manzoni: “componimento misto di storia e d’invenzione”. Ne I promessi sposi i protagonisti sono persone di bassa condizione, non realmente vissuti (cioè non attestati da documenti d’epoca), ma plausibili in quel tempo e in quei luoghi. I pezzi grossi della Storia, invece, si dividono le parti minori; e quanto grossi, poi? Nessun papa, nessun re o imperatore o scienziato o filosofo.

In tempi più vicini a noi, invece, si è andata affermando, sia in letteratura che nel cinema che in televisione, una fiction romanzesca i cui protagonisti sono proprio i Grandi della Storia, visti nel loro privato, nelle pieghe della loro anima. Si pensi alle grandi serie dedicate ai regnanti inglesi (The crown), ai film che ricostruiscono momenti decisivi della vita di personalità di primo piano come Churchill (L’ora più buia) o Giorgio VI (Il discorso del re).

Verrebbe da chiedersi quanto ci sia di vero e quanto di immaginario, di “ricostruito”, in queste opere; ovvero quale ne sia la percentuale di verità storica, inoppugnabile, basata su fonti sicure. Naturalmente una qualche percentuale di finzione deve essere presente: si pensi ad esempio alle numerose vicende che non hanno avuto testimoni, ai rovelli interiori del protagonista, a tutto ciò che non è attestato e che va per forza integrato tramite sforzo di fantasia (per fare un esempio celebre: le tentazioni di Gesù solo nel deserto, chi le ha raccontate agli evangelisti?). E qui le alternative sono due:

  • La ricostruzione storica è esatta nella misura del 100% o quasi; ma allora non si capisce perché l’opera debba essere definita “romanzo”. A rigore, la monumentale biografia di Mussolini di Renzo De Felice avrebbe dovuto concorrere al Premio Strega. Tali precise narrazioni di fatti storici si chiamano “saggi”.
  • La ricostruzione storica è largamente integrata da fatti, dialoghi e personaggi di fantasia; ma allora perché gli autori e gli editori di questo tipo di opere le definiscono puntuali ricostruzioni, studi fondamentali, riletture innovative?

Il dubbio rimane. Gli storiografi classici, Tacito ad esempio o Plutarco, davano vita ai nudi fatti storici indagando con potente fantasia l’animo di condottieri e imperatori. Anche le loro opere potrebbero quindi classificarsi tra gli antecedenti di questa non fiction (romanzo e saggio insieme, o forse né l’uno né l’altro). Sospetto tuttavia che le fonti d’ispirazione dei moderni prodotti editoriali siano più prosaiche, magari le ricostruzioni di fatti di cronaca tipiche di certi programmi d’inchiesta di matrice statunitense: giudicando il pubblico incapace di comprendere un dibattito storiografico su base scientifica, gli si dà una sceneggiata con attori che “rifanno”. E se la Storia così com’è andata non è abbastanza spettacolare, allora la si riscrive del tutto, come Tarantino in Inglorious bastards, facendo morire Hitler nell’incendio di un cinematografo a Parigi.

Resta da chiedersi se questa non-Storia finirà prima o poi, una generazione dopo l’altra, spentosi del tutto il senso critico, a sostituirsi alla Storia autentica.

figlio secolo Scurati

 


Scurati Strega

Premio Strega 2019 – Vince M. Il figlio del secolo, il Mussolini di Antonio Scurati

Premio Strega 2019 – Vince M. Il figlio del secolo, il Mussolini di Antonio Scurati

Nella serata di ieri, 4 luglio, nella rituale cerimonia tenutasi a Roma presso il Ninfeo di Villa Giulia, Antonio Scurati si è aggiudicato la LXXIII Edizione del Premio Strega. Ce l’ha fatta dunque lo scrittore napoletano a spezzare la sua personale ‘maledizione dello Strega’: per ben due volte, infatti, Scurati era andato vicino al più ambito premio letterario nazionale, senza mai ottenere la vittoria (una volta sfuggitagli addirittura per un solo voto). Stavolta, invece, il suo poderoso romanzo di oltre ottocento pagine, M. Il figlio del secolo (Bompiani), è stato incoronato con 228 voti a scapito degli altri quattro finalisti: Il rumore del mondo (Mondadori) di Benedetta Cibrario (127 voti), Fedeltà (Einaudi) di Marco Missiroli (91 voti), La straniera (La nave di Teseo) di Claudia Durastanti (63 voti) e Addio fantasmi (Einaudi) di Nadia Terranova (47 voti). A presiedere il seggio dei 660 votanti c’era Helena Janeczek, vincitrice della passata edizione dello Strega.

Scurati Strega
La cinquina dei finalisti mentre riceve il premio BPER

Il risultato non sorprende: Scurati era strafavorito e la sua vittoria è stata netta, nonostante alcune polemiche che avevano accompagnato la pubblicazione del romanzo: lo storico Ernesto Galli Della Loggia aveva, infatti, duramente attaccato Scurati per alcune imprecisioni e sviste ‘imperdonabili’ contenute nella prima edizione. Ciò non ha impedito, però, il successo di M., che ad oggi ha già venduto 200.000 copie e nelle settimane che hanno preceduto la cerimonia finale, era risultato primo nelle categorie la storia più amata e il miglior stile di scrittura, secondo i 1600 ‘recensori’ del concorso Caccia alla Strega, indetto dal sito IBS.it. Persino la Rai ha dedicato un reading speciale al romanzo, andato in onda l’11 maggio scorso su Rai 3, con la partecipazione di Luca Zingaretti, Valerio Mastrandrea e Marco D’Amore, per la regia di Alessandro Renna (a questo link potete recuperare lo speciale: https://www.raiplay.it/video/2019/05/Mussolini-il-figlio-del-secolo-fa9b31b7-7dae-4af6-ac53-e174cd59551e.html).

Scurati, giornalista e accademico, ha voluto raccontare con questo romanzo per la prima volta il fascismo «da dentro», dalla viva voce di chi il fascismo lo ha ‘inventato’, (secondo un’operazione che ricorda in parte quella già tentata da Manuel Vázquez Montalbán con Io, Franco, l’autobiografia fittizia del Generalísimo spagnolo), affinché chi legga possa diventare «antifascista alla fine e non all’inizio della lettura». M. nasce dall’urgenza, dice Scurati, di un «nuovo impegno civico». «Sono felice della vittoria ma sono anche molto contento che altri italiani leggeranno questo libro. Potranno conoscere meglio la nostra storia: con la speranza che non si ripeta, anche in forme diverse», ha detto l’autore dopo la premiazione. Non sono mancate le dediche finali: «Dedico la vittoria ai nostri nonni e ai nostri padri che furono prima sedotti e poi oppressi dal fascismo e soprattutto a quelli che poi fra loro trovarono il coraggio di combatterlo. Vorrei dedicare il Premio anche ai nostri figli con l’auspicio che non debbano tornare a vivere quello che abbiamo vissuto 100 anni fa. Una dedica speciale a mia figlia Lucia».

Premio Strega 2019


Giobbe

Giobbe, patrono dei musicisti: intervista a Mario Resta

Uno dei personaggi più noti della Bibbia ebraica, Giobbe compare innanzitutto nel libro che da lui prende il nome: descritto come giusto originario di Uz (territorio non individuabile con certezza), Giobbe è benedetto dal Signore e vive nella prosperità e con una famiglia numerosa. L'uomo di Uz viene messo alla prova da Satana (col "permesso" di Dio), e perde tutto, ma nonostante la sua condizione miserabile non maledice il Signore. Infine, come premio per la sua fedeltà, viene ripristinato in una condizione di prosperità persino maggiore di quella sua iniziale.

Nella Versione dei Settanta – cioè la prima traduzione greca esistente della Bibbia Ebraica, risalente al terzo secolo a. C. – siamo di fronte a un testo notevolmente differente da quello ebraico. Il Testamentum Iobi è invece un testo che rientra fra i cosiddetti apocrifi dell'Antico Testamento, dal carattere midrashico, volto cioè all'esegesi, all'interpretazione critica del testo biblico. In epoca medievale, il culto di Giobbe in ambito cristiano lo vede, fra l'altro, come patrono dei musicisti, una posizione che si spiegherebbe a partire dall'attenzione rivolta agli strumenti musicali nel Libro di Giobbe, che compaiono con il ricordo di un passato felice e sereno, durante il lungo monologo del protagonista.

Il culto medievale e nordeuropeo riservato a Giobbe merita però ancora ulteriori approfondimenti. Proprio in tal senso muove l'ultimo scritto di Mario Resta, postdoc (Accademia Nazionale dei Lincei) del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Il suo studio, "Un culto medievale: Giobbe, il santo dei musicisti" è stato pubblicato quest'anno (2019, n. 20-1, pp. 1-23) sulla rivista Reti Medievali (http://www.serena.unina.it/index.php/rm/article/view/5849).

Non si tratta però del primo lavoro del giovane ricercatore su questo argomento: segue infatti l'altro scritto "Giobbe, patrono dei musicisti: le origini del culto nel Libro di Giobbe e nel Testamentum Iobi", pubblicato nel 2015 sulla rivista Vetera Christianorum (n. 52, pp. 187-207). In questa sede è anche il caso di ricordare il libro – datato 2010 – di Laura Carnevale, professoressa associata presso la stessa Università, e intitolato "Giobbe dall'Antichità al Medioevo. Testi, tradizioni, immagini",  nel quale già si segnalavano alcuni elementi legati al patronato della musica ascritto a San Giobbe.

Si ringrazia Mario Resta per aver risposto alle domande di ClassiCult, qui di seguito riportate.

William Blake, Satana infligge le piaghe a Giobbe, illustrazioni del Libro di Giobbe, Tate Britain, Londra. The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH.ISBN3936122202. Immagine in pubblico dominio

Potrebbe spiegare il successo di Giobbe come santo dei musicisti in epoca medievale?

Il culto nordeuropeo riservato a Giobbe quale santo patrono dei musicisti, attestato nelle fonti letterarie e iconografiche, si è sviluppato tra XV e XVIII secolo: un periodo in cui il culto dei santi ebbe un notevole “successo”, tanto che «per le più svariate categorie professionali, gruppi di popolazione, e per ogni necessità possibile e immaginabile, ci fu ben presto un patrono particolare». Quanto affermato da Heinrich Dormeier risulta confermato da questa tipologia particolare di patronato, le cui origini, però, affondano negli alquanto marginali riferimenti musicali contenuti nel Libro di Giobbe (Gb 30,31: «La mia cetra accompagna lamenti e il mio flauto la voce di chi piange») e, soprattutto, nel testo apocrifo Testamentum Iobi (14,1-5; 52) di I-II secolo.

La Sacra Scrittura, infatti, non ha costituito l’unico motivo ispiratore della fortuna e dell’interpretazione in ambito agiografico delle vicende riguardanti i santi di matrice biblica e del conseguente culto a essi riservato, mediante originali sviluppi ed espressioni devozionali della pietà popolare: «una forza potente ‒ come ha affermato John J. Pilch ‒ difficile da imbrigliare o da correggere, e in molti casi è essa che l’ha vinta».

Rispetto all’originaria narrazione biblica, le tradizioni agiografiche connesse all’uomo di Uz (come in altri casi analoghi) si sono sviluppate, nel corso del tempo, in maniera spesso autonoma ‒ come emerge già dal Testamentum Iobi ‒, subendo progressivi e graduali cambiamenti riscontrabili nell’ambito della devozione popolare. Si tratta di trasformazioni condizionate da diversi fattori e, al contempo, attestate attraverso molteplici canali, che ne hanno altresì favorito la diffusione, come: liturgia, omelie, catechesi, sacre rappresentazioni (es. La pacience de Job del XV secolo), poemetti (es. The Life of Holy Job del XV secolo) e iconografia, poiché «un determinato contenuto esiste prima nell’ambiente ideologico di una determinata comunità, e solamente in un secondo tempo si concretizza e prende forma nella letteratura e nel monumento». Quanto osservato da Engelbert Kirschbaum, in riferimento all’epoca paleocristiana, trova conferma anche nella tradizione letteraria e iconografica di età medievale in connessione alla cultualizzazione di Giobbe in un settore della vita quotidiana, come la musica ‒ e non solo ‒, a riprova di quale distanza e differenza ci sia tra quanto narrato nel racconto biblico e la riflessione sulla figura e sulle vicende dell’uomo di Uz nell’ambito della cultura e della devozione popolari.

Le tradizioni agiografiche su Giobbe (come nel caso di altri santi) riflettono, perciò, aspetti, abitudini e convincimenti attinenti al vissuto quotidiano dei cristiani, che nella vicenda del personaggio biblico hanno trovato spunti di immedesimazione, riflettendo su aspetti della propria vita, che vengono a mescolarsi con le vicende di Giobbe, variamente raccontate per via orale e scritta, secondo continui processi di trasmissione, privi di confini crono-geografici e influenzati da componenti essenziali del vita dei cristiani, come la musica: espressione, tra le più antiche, del rapporto dell’homo religiosus con il mondo divino, nelle sue diverse forme e concezioni.

Laurent de La Hyre, Job Restored to Prosperity (1648), immagine in pubblico dominio

Quali sono gli aspetti più "scandalosi" del Libro di Giobbe che poi vengono meno nel testo apocrifo successivo, il Testamentum Iobi?

Testamentum Iobi è un testo apocrifo veterotestamentario, composto da 53 capitoli caratterizzati da diversioni e ampliamenti midrashico-haggadici rispetto all’avantesto biblico dei LXX. L’appartenenza al genere letterario dei testamenta aveva indotto inizialmente gli studiosi a collocare questo testo in un periodo compreso fra il I sec. a.C. e la metà del II sec. d.C., ma recentemente Piero Capelli ne ha circoscritto l’arco temporale tra il I e gli inizi II sec. d.C. Diverse sono state le ipotesi formulate sull’ambiente di origine dell’opera: dalla redazione cristiana, per la presenza di aspetti come la menzione dello Spirito Santo e l’attribuzione dell’appellativo “padre” a Dio, all’origine esseno-terapeutica, per una serie di elementi comuni con i Terapeuti d’Egitto descritti da Filone Alessandrino nel De vita contemplativa (83-90), come per esempio l’incisiva presenza femminile (tre figlie, la moglie e l’ancella), che ha indotto invece altri studiosi a ipotizzare persino la redazione di alcune parti del Testamentum in ambiente montanista.

Tralasciando la questione della genesi del testo, da collocare comunque in ambienti legati alla diaspora egiziana e forse ad Alessandria, la narrazione – per lo più autodiegetica, sebbene nella parte finale la voce narrante sia di Nereo (fratello di Giobbe) – si apre con Giobbe morente che chiama a sé i sette figli e le tre figlie per raccontare della sua vita e di come si sia trovato «a dover sostenere ogni sorta di sofferenza» (Testamentum Iobi 1,5), rimanendo sempre fedele a Dio. Giobbe del Testamentum, infatti, è un re dell’Egitto che viveva la propria condizione felice con liberalità ma, dopo aver distrutto per ordine di Dio un tempio pagano nelle vicinanze, viene perseguitato da Satana.

Il protagonista del Testamentum, a differenza di quello del libro biblico, è cosciente di quale sia l’origine delle sue sventure e perciò si mostra paziente nelle prove e nel sopportare le provocazioni della prima moglie, posseduta da Satana, e le accuse degli amici, anch’essi re d’Oriente come Giobbe. La storia di Giobbe del Testamentum risulta quindi privata di ogni drammaticità a favore di un misticismo visionario, che ha la sua massima espressione, alla conclusione dell’opera, nell’apparire del “carro” che porta via l’anima del protagonista. Per mezzo dell’inserzione di spunti narrativi originali, nell’apocrifo veterotestamentario sono amplificati episodi della storia biblica con la definizione di particolari sconosciuti o marginali.

Il Testamentum Iobi, dunque, è al tempo stesso punto di confluenza e sorgente di tradizioni diverse dalla narrazione biblica, a cominciare proprio dalla connessione con la dimensione musicale ma anche in riferimento alla caratterizzazione di Giobbe quale uomo “paziente” se non addirittura come figura Christi, poiché consapevole di essere perseguitato da Satana e non da Dio, nei confronti del quale resta fedele, non mostrando ribellione alcuna, come accade invece nel Libro di Giobbe. Come messo in luce in più occasioni da Laura Carnevale, tale tradizione «intesa a mitigare le caratteristiche più sconcertanti del libro canonico e del suo protagonista, consentì ai cristiani, soprattutto attraverso l’esegesi indiretta, di proporre Giobbe quale ideale di vita già a partire dal I secolo».

Icona di Giobbe, Russia settentrionale, diciassettesimo secolo. Immagine in pubblico dominio

È ancora possibile trovare Giobbe santo dei musicisti, oggi? Se sì, dove?

Le fonti letterarie e iconografiche che attestano la venerazione di Giobbe quale santo patrono dei musicisti, per quanto diverse per tipologia, contenuto e provenienza geografica, sono accumunate da specifiche caratteristiche, comprensibili solo se poste e analizzate in relazione tra loro, in quanto espressione e, allo tempo stesso, prova della varietà e della circolazione, attraverso i secoli, di tradizioni orali e scritte, di cui non è semplice individuare le origini e seguire gli sviluppi costituiti, per dirla con Jacques Le Goff, tanto sui «vuoti quanto sui pieni che sono giunti sino a noi».

Le fonti pervenute e in passato non abbastanza considerate, infatti, attestano che la tradizione agiografica della connessione di san Giobbe con la musica ha attraversato “carsicamente” il tempo e lo spazio per “affiorare” in forma scritta ‒ Testamentum Iobi, prima, La pacience de Job e The Life of Holy Job, poi ‒ e nelle varie rappresentazioni iconografiche nordeuropee. Sebbene si tratti di un culto di cui non abbiamo più traccia oltre il XVIII secolo, nessun lavoro di ricerca autentico si può dichiarare concluso, senza correre il rischio di un’innaturale asfissia. Le ricerche su Giobbe quale santo patrono dei musicisti (e non solo) sono perciò da considerarsi naturalmente in fieri.

Giobbe
Gerard Seghers, La pazienza di Giobbe, Galleria Nazionale, Praga. Immagine in pubblico dominio

Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo

Il Museo di Villa Giulia, la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e Strega Albertiaccolgono la 73° edizione de Il Premio Strega con una mostra temporanea dedicata al connubio fra letteratura e archeologia dal titolo "Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo".

La mostra rimarrà aperta fino al 20 luglio

Lungo un continuum narrativo che vede i libri dei 12 semifinalisti inseriti nelle vetrine del Museo, in una connessione ideale con le opere esposte, questo percorso espositivo, allestito in una sala dedicata fra la collezione kircheriana e la collezione Castellani, esalta il dialogo fra mito e immagine, fra cultura letteraria e patrimonio archeologico.

Nell'esposizione occupa un posto d’onore l'hydria a figure nere attribuita al ‘Pittore di Micali’ e datata al 510-500 a.C.. Una delle più vivide ed efficaci raffigurazioni della metamorfosi dei pirati Tirreni in delfini a opera di Dioniso, esattamente così come veniva descritta nell’Inno omerico dedicato a quest’ultima divinità, un componimento letterario risalente più o meno allo stesso periodo in cui venne realizzato il vaso (VII-VI sec. a.C.).

L’inno narra la storia del rapimento del giovane Dioniso a opera di una nave di pirati Tirreni (così i Greci chiamavano gli Etruschi) che lo avevano scambiato per il figlio di un sovrano e ambivano ad ottenerne un cospicuo riscatto. Dioniso, una volta sulla nave, manifestò la sua identità divina avvolgendo lo scafo e l’albero maestro con tralci di vite e di edera e tramutandosi in un terribile leone. I pirati, atterriti, si gettarono in mare e vennero trasformati simultaneamente in delfini. Ed è proprio questa mutazione che il pittore del vaso ha mirabilmente colto, utilizzando un espediente figurativo che ci mostra i Tirreni tramutarsi progressivamente da uomini in creature marine in sequenza continua. Dietro il mito si nasconde una metafora cui il nostro vaso potrebbe alludere essendo stato realizzato da un artista etrusco per una committenza locale: quello della contesa tra Greci ed Etruschi per il controllo del commercio del vino nel Tirreno e nel Mediterraneo, una competizione nella quale questi ultimi, come l’archeologia ci insegna, seppero prendersi le loro rivincite.

Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo

E’ la prima volta in assoluto che questo eccezionale reperto è esposto al Museo di Villa Giulia. Un pezzo unico con una storia recente a lieto fine: grazie all’attività investigativa del Comando carabinieri tutela patrimonio culturale, l’hydria è rientrata in Italia nel 2014 dal Toledo Museum of Art (Ohio, USA) ed occuperà un posto prestigioso nelle collezioni permanenti del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
La mostra è compresa nel prezzo del biglietto


La locanda di Asellina. Viaggio tra sapori e storia della città di Pompei

Un libro di veloce lettura, fresco e ricco di informazioni, La locanda di Asellina racconta un mistero che vede come protagonista una donna realmente esistita nella Pompei di 2000 anni fa che l’autrice Rosa Tiziana Bruno racconta con passione e accuratezza, senza tralasciare nessun dettaglio. Potrebbe apparentemente sembrare un libro per ragazzi, così come annunciato sul retro del volumetto, ma la storia appassiona e diverte fino all’ultima pagina che arriva un po’ presto e chiede all’autrice di continuare a raccontarci la vicenda.

Un intreccio ben scritto tra invenzione e caratterizzazione di un personaggio storico con continui riferimenti, mai banali e ben approfonditi, sui costumi dell’epoca, la terminologia latina e il cibo che, a fine di ogni capitolo, è possibile leggere in schede ben preparate anche graficamente. A Pompei inoltre, passeggiando su via dell’Abbondanza, si può ancora ammirare la locanda realmente appartenuta ad Asellina che con le schiave – locandiere Maria, Egle e Smyrina lavorava tra tavoli affollati e chiassosi. Tra il bancone di marmo e le scritte elettorali sui muri, chiudendo gli occhi, è ancora possibile immaginare il profumo dei piatti e il gran vocio degli avventori. Dagli scavi archeologici sappiamo anche che fu rinvenuto tutto il servizio necessario all’attività della locanda, tra cui brocche, orci, un bollitoio, una caldaia e una grande lampada di bronzo appesa, segno che la caupona con thermopolium rimaneva aperta fino a sera tarda.

E poi un viaggio alla ricerca di sapori antichi e ricette che allietano le papille gustative, e ci informano sulle pietanze più ricercate dalla nobiltà pompeiana che tra i profumi delle spezie, delle carni e del garum, protagonista di molte ricette presenti nella storia e dei piatti più famosi dell’epoca, ci racconta una storia multietnica di una delle città sicuramente più ricche della Campania antica.

Rosa Tiziana Bruno con la sua scrittura curata e ricca, riesce a raggiungere la curiosità del giovane lettore invitandolo ad appassionarsi alla storia antica che non è un semplice racconto sterile ma trova, nel corso del suo dispiegarsi, ricchi intrecci e storie affascinanti. Ma il libro può e deve essere letto anche dagli adulti perché il linguaggio non è assolutamente banale e si può riscoprire un mondo che, anche se abbandonato sui banchi di scuola, è sempre attuale, vivo e appassionante.

Come nasce La locanda di Asellina?

L’idea nasce dalla mia passione per la Storia, una disciplina viva e meravigliosa. E nasce anche dalle emozioni forti che ho provato, fin da bambina, passeggiando per le strade millenarie della Pompei romana.

Una donna protagonista di un mondo maschilista, forte e determinata. Come si è immaginata questo personaggio per la sua storia?

La locanda di Asellina è il primo romanzo ambientato nella Pompei dell’Impero romano che ha per protagonista un personaggio femminile reale: una donna imprenditrice che con la sua storia ci fa entrare nel mondo dell’antichità e ci guida nella scoperta di usanze, pensieri, giochi e ricette buonissime. Per raccontare di lei sono partita dalle notizie storiche che gli archeologici hanno raccolto, per poi proseguire immaginando emozioni e carattere di questa donna audace. Asellina gestiva una locanda in pieno centro, forse la più famosa e frequentata della città, e non era di certo un lavoro semplice, specie all’epoca. Infine, ho condito la trama con una punta di giallo, perché il mistero rende più divertenti le storie.

Dalla colazione alla cena, i Romani amavano il buon cibo e curavano ogni dettaglio. Quale ricetta l’ha incuriosita di più?

Difficile scegliere! Forse la ricetta del “moretum”, formaggio condito con erbe aromatiche e aglio, è fra quelle più interessanti perché ci ricorda la semplicità delle cose buone e, soprattutto, che il passato non è mai veramente passato, ma vive nel nostro quotidiano. Ancora oggi in molti paesi europei, oltre che in Italia, si preparano ricette a base di erbe e formaggio; dobbiamo ringraziare gli antichi Greci e Romani per la nostra tradizione culinaria e per la nascita della Dieta mediterranea.

Qual è il messaggio del suo libro?

Preferisco che siano i lettori a trovare fra le righe un messaggio. Mi limito a scrivere storie, anche se in questo caso, oltre che una trama inventata, ci sono tante notizie storiche approfondite. Ecco, sicuramente la mia speranza più grande è riuscire ad avvicinare i bambini e le loro famiglie alla Storia e al Patrimonio Culturale. Passeggiare nei siti archeologici con un libro tra le mani fa bene, sapete che in Canada prescrivono le passeggiate culturali come terapia per molte malattie?

Insegnante e sociologa. La scuola sembra aver dimenticato l’insegnamento della storia che vede sempre più una progressiva diminuzione delle ore d’insegnamento. Cosa rappresenta per lei questa materia che in realtà è fondamentale non solo per i giovani?

La conoscenza della Storia ci permette di essere liberi perché offre la possibilità di comprendere meglio il presente, di capirne i lati oscuri e apparentemente incomprensibili, e dunque ci aiuta a capire noi stessi e a fare delle scelte in piena consapevolezza.

Prossimo libro a cui sta lavorando?

Mi sono talmente divertita a scrivere di Asellina che poi ho pensato di pubblicare un altro libro ambientato a Pompei, stavolta con un protagonista maschile: un gladiatore (L’ultimo gladiatore di Pompei)! Adesso, invece, sto lavorando a una storia ambientata nella Magna Grecia. Spero di potervi parlare presto anche di questo nuovo libro, che sarà abbinato a un progetto educativo importante, per piccoli e adulti.


Io non sono Clizia Valeria Traversi

Recensione di "Io non sono Clizia" di Valeria Traversi

Valeria TRAVERSI, Io non sono Clizia, Raffaelli Editore, 2019.

Borges scrive di un leopardo in cattività nella Firenze di fine Duecento, povero animale che cammina incessantemente avanti e indietro nella sua gabbia e vi morirà, inconsapevole di aver vissuto prigioniero solo per donare a un poeta di quella città alcuni dettagli della lonza della selva oscura.

Così l’amore di Irma per Eugenio, i progetti di vita insieme e di felicità terrena che ogni coppia formula per sé, tutto deve venir sacrificato forse perché, nei piani oscuri di una qualche divinità o di un superiore destino, il mondo si arricchisca di altri versi, di sublime, eterna Poesia. A differenza del leopardo, tuttavia, Irma perverrà a questa consapevolezza, tardi, come tutti noi – tutti, almeno, quelli che alla consapevolezza hanno la ventura di poter pervenire.

Ho letto d’un fiato, in un pomeriggio, il romanzo di Valeria Traversi, che sulla base di documenti d’archivio (le lettere di Eugenio Montale) e delle poesie del premio Nobel mette a fuoco con penna ispirata l’animo di Irma Brandeis, la giovane studiosa ebrea americana che visse un’intensa storia d’amore con il poeta ligure, sullo sfondo della Firenze degli anni del fascismo, e che venne da lui cantata col nome di Clizia, la mitica ninfa che, trasformata nel fiore dell’eliotropo, ancora si gira per osservare da lontano l’amato dio Sole.

Foto di Kaj Hagman. - Ritaglio da Vasabladet, foto presa nel 1965.

Una storia dunque autentica che l’autrice ci fa vivere dall’interno, proprio come un romanzo: in un continuo flash-back vediamo Irma, durante la guerra, ricordare le varie tappe del suo rapporto col poeta italiano, che era venuta a conoscere in Italia dopo aver letto Ossi di seppia e che divenne, rapito dai suoi “occhi d’acquamarina”, l’uomo della sua vita. Un uomo debole, fragile, irresoluto, incapace di cogliere l’attimo fuggevole della felicità, riscattato da un poeta di levatura dantesca che farà di Irma la propria Beatrice, donna salvifica pur nell’assenza; assenza tuttavia, proprio per questo, divenuta condizione irrinunciabile perché la Poesia possa nascere. “La poesia è memoria e dolore”, egli le scriverà; ed ella dovrà vivere ancora a lungo per afferrare il senso di queste parole.

Un libro affascinante per chi ama Montale e insieme le profondità dell’animo femminile. Con Prefazione di Marco Sonzogni, e in chiusura una ricca bibliografia di fonti documentarie e interpretazioni critiche.

Io non sono Clizia Valeria Traversi