Maramonte

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

Maramonte
Interno della cattedrale di Otranto, che ai tempi dei Maramonte doveva apparire ben diversa. Foto di Lupiae, CC BY-SA 3.0

È il 20 febbraio 1305. Disposti su doppie file di seggioloni di legno a ridosso delle pareti della sala grande della residenza vescovile di Otranto si assiepavano una ventina di canonici con i loro abiti corali ricamati a balze di seta colorata. Assiso nel mezzo su un piccolo trono marmoreo, l’arcivescovo Giacomo Maramonte sedeva vestito di abiti sfarzosi, una tunica violacea ricamata con fili dorati e azzurri e il saturno ricamato con oro e seta rossa, le chiroteche violacee e dorate alle mani, il pallio bianco che spiccava sul petto e sulle spalle. La sala non era molto grande e buona parte delle pareti restavano al buio, nonostante la luce pallida del sole invernale salentino. Le pareti erano affrescate con teorie di santi secondo lo schematico stile bizantino. L’aria era tesa mentre l’avvocato della curia e della chiesa otrantina sciorinava le formule di rito. Tutti attendevano con paziente silenzio che si giungesse alla determinazione della sentenza.

Finalmente furono pronunciate le fatidiche parole: scomunicato. La soddisfazione iniziò a circolare sul volto di alcuni; qualcuno tra i presenti borbottò nel suo greco salentino parole di soddisfazione. Nulla, invece, dal lato del condannato, il cui seggio era e rimase vacante per tutto il tempo. L’avvocato della curia continuò impassibile la lettura del dispositivo di sentenza e comunicò l’adozione del divieto per il condannato di godere di ogni carica e di ogni beneficio ecclesiastico. Un altro sottile mormorio di soddisfazione accolse quelle parole.

Particolare del mosaico della Cattedrale di Otranto, con l'immagine di un uomo legato all'inferno e Satana. Foto di Palickap, CC BY-SA 4.0

Ancora qualche minuto e tutto si concluse. A quel punto, Giacomo diede l’ordine al notaio di apporre il proprio sigillo verde sulla pergamena dove era stata vergata la sentenza. Era a suo modo soddisfatto, anche se un certo disagio sembrava adombrare la sua risolutezza. Quel processo gli sembrava l’unica soluzione per uscire dal caos nel quale il condannato, Tommaso Maramonte, aveva fatto precipitare la chiesa otrantina e mezzo Salento1.

Così si consumava la giustizia della Chiesa contro un uomo, Tommaso, qui dicitur archidiaconus Brundusinus (cioè che si definisce arcidiacono di Brindisi) e si metteva fine a una vicenda che ha a tratti dell’incredibile per la pervicacia della violenza che la caratterizzò. La chiesa otrantina scomunicava quest’uomo e ne deplorava il comportamento con una gelida diminutio dallo stato clericale resa con una relativa dubitativa (si dice che sia arcidiacono, ma non è sicuro!) che in qualche modo fa vacillare ogni certezza sullo scomunicato. Chi è questo Tommaso? E soprattutto, cosa aveva commesso per ricevere tale dura condanna dal plenum della chiesa otrantina?

La minuziosità e il puntiglio solito delle carte processuali medievali ci aiuta a ricostruire le vicende andando indietro di oltre dieci anni, periodo nel quale tale Tommaso ebbe modo di forgiare la sua carriera criminale. Sappiamo dagli atti che questi apparteneva alla famiglia dell’arcivescovo e che godeva di un canonicato nel capitolo della cattedrale di Otranto. È piuttosto probabile che questi era stato nominato e consacrato proprio da Giacomo, a sua volta asceso al soglio arcivescovile di Otranto nel 1284 per iniziativa del potentissimo delegato papale Gerardo Bianchi2.

La fine della via Appia, segnalata da una colonna, in corrispondenza del Porto di Brindisi. Foto di Jeronimus72, CC BY-SA 3.0

Nonostante il favore del potente parente, Tommaso non dimostrò la giusta propensione per la vita religiosa, anzi. La sua carriera criminale iniziò molto presto, poiché veniamo a sapere che mise insieme una banda di facinorosi suoi pari coi quali molestava le donne in pubblico, picchiava gli stranieri e si dedicava ad attività contrarie al suo status religioso. L’apice di quel primo periodo di malefatte fu il brutale omicidio del portolano di Otranto, Hugo Gallicus, picchiato e seviziato a tal punto da spirare dopo pochi giorni. Il fatto fece scalpore, perché a morire era stato un ufficiale regio, per di più ultramontano (cioè proveniente dai domini francesi della famiglia reale del tempo, gli Angiò).

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Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo, sovrano ai tempi dei Maramonte. Immagine in pubblico dominio

Se fino a quel momento tutti avevano finto di non vedere, dinanzi a quel fatto la curia otrantina fu costretta a muoversi, con molto cautela (cautius) come si precisa nel documento. Nel settembre 1291 l’istruttoria giunse a compimento e fu emanata una prima sentenza di scomunica, valida per sette anni; contemporaneamente Tommaso fu spogliato di qualsiasi beneficio, tra cui il titolo di canonico e la relativa rendita di una masseria, Castrignano. La condanna divenne immediatamente operativa, per cui Tommaso si ritrovò improvvisamente senza appoggi e senza rendita.

Per rifarsi, decise di lasciare Otranto e riparò a Brindisi, dove gli effetti della scomunica non l'avrebbero raggiunto. Qui riuscì ad attirarsi il favore dell’arcivescovo locale, Adenolfo, grazie al quale divenne canonico della sua cattedrale. Non sappiamo come riuscì nell’impresa, eppure Tommaso si considerava ormai al sicuro.

La notizia giunse a Otranto, dove Giacomo credeva di essersi liberato di quell’imbarazzante parente e, invece, fu costretto a riprendere in mano la questione. Era intollerabile che un omicida scomunicato potesse condurre una vita agiata e continuare a godere della protezione ecclesiastica. L’arcivescovo scrisse missive al suo omologo, ma invano. Adenolfo non ne voleva sapere di rimuovere il chierico scomunicato. Fu una decisione scellerata: Tommaso, infatti, sfruttò quell’insperata protezione per riorganizzare la propria banda di malviventi e organizzò una spedizione punitiva contro Castrignano; depredò tutti i beni mobili e portò via gli animali. In seguito, s’impossessò dei beni dell’arcidiacono di Oria, città soggetta all’arcivescovo di Brindisi, il quale aveva lasciato alcuni suoi beni ai canonici otrantini.

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La Cattedrale di Brindisi oggi. Foto di Mentnafunangann, CC BY-SA 4.0

Il salto di qualità giunse con l’arrivo alla cattedra di Brindisi del capuano Andrea Pandone. Questi nominò Tommaso arcidiacono della cattedrale, mettendolo di fatto alla guida del capitolo e destinandogli una ricca rendita. Così facendo Andrea rafforzava la propria posizione nel contesto locale, in quanto Tommaso gli garantiva la sua mano armata per controllare la diocesi.

Quest’accresciuta forza, però, infiammò di nuovo le mire violente dell’arcidiacono. Al centro di tutto c’era la vendetta contro quei canonici della cattedrale di Otranto che avevano sostenuto la sua scomunica e il suo esilio. I suoi uomini assalirono prima il ricco monastero greco di S. Nicola di Casole, a pochi chilometri dalla città. Fu un gesto del tutto gratuito, ma utile a creare un senso di insicurezza a Otranto e nel resto della regione.

La sua tattica serviva a colpire i suoi avversari a Otranto, ma anche a lanciare un messaggio chiaro ai suoi nemici di Brindisi, dove nel frattempo si era aperto un vuoto di potere dopo il trasferimento dell’arcivescovo Pandone a Capua. Lì, infatti, era intento a modificare radicalmente gli equilibri di potere all'interno del capitolo a tutto svantaggio delle famiglie locali, come l'episodio del 1298 aveva chiaramente dimostrato. In quell'occasione, Tommaso aveva tentato di liberarsi degli obblighi pecuniari verso i propri confratelli canonici e, ovviamente, le loro famiglie3. Nonostante queste tensioni a Brindisi, l'arcidiacono riuscì a organizzare due spedizioni punitive contro la cattedrale di Otranto. Nel giorno di Pasqua del 1304 entrò nel palazzo arcivescovile assieme ai suoi sgherri e portò via i beni asportabili; nell’inverno successivo assalì la cattedrale, dove penetrò armato e ferì con frecce di balestra due canonici.

Era troppo.

Dopo la prima sentenza di scomunica del 1291, estintasi ormai da qualche anno, il tribunale diocesano rinnovò la decadenza a divinis e la scomunica. Giacomo e il capitolo sottoscrissero e bollarono il documento. Questa volta la scomunica doveva fermare Tommaso e privarlo di qualsiasi supporto economico, cogliendo l’occasione del suo isolamento a Brindisi. L’arcidiacono, infatti, era stato denunciato dalle famiglie brindisine e aveva prodotto una prima reazione della corona angioina, stanca di tollerare le scorrerie e le violenze di quest’uomo4.

La curia, però, aveva bisogno di un appiglio giuridico per poter intervenire, dato che le costituzioni del regno di Sicilia vietavano agli ufficiali del re di perseguire gli ecclesiastici, a meno che un’autorità religiosa non ne censurasse il comportamento. Fu così che si giunse alla scomunica, la quale metteva in dubbio l’appartenenza di Tommaso allo stato clericale sin dall’inizio del suo dispositivo, ne ricostruiva minuziosamente i crimini e si chiudeva con le massime censure ecclesiastiche possibili.

Così facendo si veniva a costruire quella solida impalcatura  di accuse necessaria per giustificare il perseguimento dell’autorità laica contro Tommaso. Soltanto a questo punto, dunque, il potentissimo arcidiacono di Brindisi fu costretto a fare ammenda delle proprie colpe. Fu necessaria la sinergia tra i vertici della Chiesa otrantina, l’élite brindisina e la curia regia per riuscire a fermare la forza di un solo uomo, in grado di mobilitare una comitiva di uomini d’armi tanto potente da mettere a ferro e fuoco mezzo Salento, penetrare nella cattedrale d’Otranto, devastare i patrimoni di diverse famiglie e chiese.

Il finale di questa vicenda, però, ha dell’incredibile: dopo aver minacciato e ferito i canonici di Otranto, quegli stessi uomini cinque anni dopo lo scelsero come nuovo arcivescovo, successore del parente Giacomo5.

Anche la Basilica di Santa Maria Maggiore a Santa Maria Capua Vetere è oggi molto diversa che ai tempi dei Maramonte: a partire dal sedicesimo secolo fu completamente rinnovata. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 3.0

Non conosciamo le procedure che portarono alla sua ascesa e, quindi, quali ragioni o quali manovre consentirono questa soluzione. Siamo più fortunati per quanto riguarda le reazioni a quell’elezione: pochi mesi dopo, infatti, il notaio estensore del documento di scomunica, il canonico Pietro, fuggì da Otranto portando con sé la copia autentica della sentenza e ne fece produrre una copia a Santa Maria Capua Vetere6. Fu probabilmente il gesto di un uomo che non voleva lasciar cadere nell’oblio le vicende e le gravi colpe di quell’uomo, il quale nel frattempo era diventato arcivescovo e aveva ordinato la distruzione di tutte le carte riguardanti i suoi processi di scomunica.

La vicenda di Tommaso dimostra la grande forza e la grande debolezza della Chiesa medievale: da una parte, la capacità di mobilitare uomini e mezzi per una missione; dall’altra, l’incapacità di risolvere da sé i problemi di controllo della disciplina dei propri membri. Sopra ogni cosa, a dominare le scelte e le azioni furono le capacità di intessere relazioni dei singoli attori, ciascuno artefice del proprio successo o del proprio fallimento. Questo spiega come mai Tommaso riuscì a resistere alle scomuniche incrociate dei molti suoi nemici così a lungo e, alla fine, a diventare pastore di quella chiesa che tanto aveva fustigato.

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Satana nel mosaico della Cattedrale di Otranto. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

1 Archivio Apostolico Vaticano, Instr. Misc. 382. Le vicende riportate di seguito fanno riferimento a questo documento, seppure in forma regestata e tradotta.

2 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, I: Da Innocenzo III a Nicola IV, Trani 1940, pp. 319-320.

3 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino, vol. I: 492-1299, a cura di G.M. Monti, Brindisi 1940, pp. 210-211

4 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino. II: 1304-1397, a cura di M. Pastore Doria, Trani 1964, pp. 6-8.

5 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, II: Da Bonifacio VIII a Clemente V, Trani 1963, pp. 122-124.

6 Il documento Instr. Misc. 382 è, infatti, non l’originale della scomunica, ma la copia fatta produrre dal canonico e notaio Pietro Iohannis.


Il monastero di San Zaccaria: l'unione (delle donne) fa la forza

Una storia di donne forti e influenti nello studio di Anna Maria Rapetti (Università Ca Foscari)

IL MONASTERO FEMMINILE DI SAN ZACCARIA A VENEZIA: L'UNIONE (DELLE DONNE) FA LA FORZA (ANCHE NEL MEDIOEVO

Lo spunto da un antico documento notarile del 1195

La facciata della chiesa di San Zaccaria a Venezia. Foto Flickr di Leandro Neumann Ciuffo, CC BY 2.0

VENEZIA – La splendida chiesa di San Zaccaria a Venezia è sempre stata studiata per la magnificenza architettonica dei suoi marmi rinascimentali e per i tesori che custodisce, Bellini, Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane, ma altrettanto interessante è la storia della comunità monastica femminile che abitò il vicino chiostro.

Di questo si è occupata Anna Maria Rapetti, docente di storia medievale e di storia della chiesa medievale all’Università Ca’ Foscari, nel suo articolo Uscire dal chiostro. Iniziative di riforma e percorsi di autonomia di un monastero femminile (Venezia, XII secolo) pubblicato sulla rivista Reti medievali.

“La ricerca-  spiega Anna Maria Rapetti, del Dipartimento di Studi Umanistici - mostra l'importanza della presenza e dell'azione femminile nelle società del passato, anche in culture che il sentire comune ritiene fortemente misogine, e in particolare il ruolo propulsivo della componente femminile del monachesimo medievale non solo in ambito religioso e spirituale, ma anche sociale e politico”.

I documenti conservati presso l’Archivio di Stato appartenenti a San Zaccaria ci parlano in particolare di una operazione fondiaria e della partecipazione diretta delle monache, guidate con mano sicura ed energica dalle loro badesse, alle iniziative di riforma del monastero nella seconda metà del XII secolo e rivelano l'intraprendenza di un gruppo di donne vissute all'interno di questo grande ed antico monastero femminile veneziano, che era solito ospitare per tradizione le figlie dell’aristocrazia del dogado, ma non solo.

“In un ambiente regolato da rigide norme – continua Rapetti - che limitavano la libertà di iniziativa e persino di movimento delle donne che avevano preso il velo e, per amore o per forza, erano diventate monache, e in un'epoca considerata, non a torto profondamente misogina, vediamo agire queste donne come comunità organizzata e coordinata di persone di cui conosciamo spesso nomi e cognomi (ed è un elemento molto raro per quest'epoca)”. I documenti ci parlano della badessa Casota Caisolo che agisce a nome dell’ente e della comunità delle monache e di altre quattro monache che la assistono Emerienziana, Celestina, Calandria, Imilia, persone in carne ed ossa che prendono nuova vita dalle pergamene facendoci intuire episodi di vita reale.

Queste donne trovano la propria realizzazione non individualmente, nella preghiera e nel silenzio che ci si aspetta da chi si è ritirato tra le mura di un chiostro, ma nel progetto condiviso e perseguito collettivamente di accrescere il prestigio e l'influenza della propria comunità monastica anzitutto attraverso il collegamento alla potentissima abbazia borgognona di Cluny e l'adozione delle sue Consuetudini”.

Nel periodo che seguì questa affiliazione, le monache furono in grado di costruire una rete di appoggio, una tela di relazioni sociali con uomini potenti, ecclesiastici e laici, vicini e lontani: il doge, il patriarca, alcuni aristocratici veneziani, ma anche l'abate di Cluny, e persino - forse - il papa. Rapetti sottolinea come furono le monache le vere artefici di quel progetto di rilancio del loro San Zaccaria, che pianificarono con cura, intelligenza e attenzione agli aspetti della comunicazione.

Le ritroviamo citate infatti nei documenti notarili relativi ad una importante operazione fondiaria (riguardante dei fondi situati nel territorio dell’odierno Ronco allAdige, nel distretto veronese) che le monache avevano trattato e concordato con un interlocutore di tutto rispetto, vale a dire il comune di Verona, città molto importante in quel periodo.

Il documento del 22 dicembre 1195 ha colpito la studiosa perché in un epoca in cui le donne non avevano spazi politici, in cui si riteneva che le monache avessero, nella migliore delle ipotesi, solo limitate possibilità di movimento e influenza, le religiose di San Zaccaria si rivelano invece vere artefici del rilancio del monastero, presentandosi di persona la badessa e quattro monache a Verona e infrangendo, se necessario, anche lobbligo della clausura che le confinava nei limiti delle mura monastiche. Trattano direttamente con il podestà di Verona e con le principali autorità comunali, giudici e consoli, affiancate dalla delegazione veneziana, riuscendo a concludere un accordo che ha grande importanza non solo per San Zaccaria, ma anche, sul piano politico e strategico, per Venezia.

Dimostrano una capacità progettuale, unautonomia di azione ed una abilità imprenditoriale che si credeva appannaggio del solo mondo maschile, sanno trattare direttamente i loro affari, anche in contesti complessi, hanno capacità di gestione economica dei beni del monastero e di rinnovamento nell’amministrazione.

“In tale documento – conclude Rapetti - si ravvisa dunque il percorso di consolidamento compiuto dall’antico cenobio e la sua raggiunta capacità di porsi come autorevole soggetto politico tra altri soggetti, a difesa e promozione anzitutto dei propri interessi specifici, ma anche di quelli della madrepatria”.

Testo dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia

Le news di Ca’ Foscari: news.unive.it


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La santa anoressia: studi tra digiuno e misticismo

SOFFERENZA FISICA, CORPO, APERTURA AL DIVINO, SESSUALITÀ/EROS: LA SANTA ANORESSIA

C'è un legame che accomuna le giovani anoressiche del XXI secolo e le sante ascetiche – Caterina da Siena (1380†), Veronica Giuliani (1727†) – che in età medievale si mortificavano in continui digiuni, talvolta lasciandosi morire di fame? A tal proposito Rudolph M. Bell, professore di Storia alla Rutgers University (New Jersey, U.S.A.), espose chiaramente il suo pensiero attraverso il volume titolato La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma - Bari 1987, analizzando questo rifiuto del cibo come un medesimo meccanismo psicologico indotto da condizioni sociali simili che spingono le adolescenti a liberarsi di un mondo opprimente con un totale rifiuto della società, della vita e del proprio corpo.

Oggetto dello studio di Bell sono le centinaia di sante, venerabili e beate italiane vissute tra XIII e XX secolo, che presentano comportamenti anoressici. Il loro rifiuto del cibo viene individuato come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica perpetuata dal genere maschile. Nel Medioevo la società era improntata all’uomo e al suo predominio: le donne apparivano come realtà contrastanti prodotte dalle fantasie e dai timori di padri, mariti e uomini di Chiesa. Questa tendenza maschile all’idealizzazione e alla sottovalutazione della donna dominava socialmente l’universo femminile che si vedeva così imprigionato e custodito in un corpo tutto fisico, sensuale, simbolo del peccato, al quale era preclusa un’autonoma esperienza nel contesto sempre più costrittivo della società cittadina del tardo Medioevo, delle sue regole e delle sue esclusioni.

La copertina americana del libro di Rudolph M. Bell, Holy Anorexia, University of Chicago Press, 1985.

Nel primo capitolo del suo saggio, Bell rappresenta queste donne attraverso la patologia dalla quale crede siano affette, l’anoressia nervosa: ossia l’avversione del cibo dovuta a qualche disturbo della personalità che provoca un affamarsi volontario. Convinto che il modello di comportamento anoressico non sia soltanto un fenomeno intrapsichico ma anche un dato sociale, l’autore esamina come l’anoressia nervosa sia stata definita e trattata nel corso di vari secoli.

Richard Morton, Philippe Pinel e molti altri specialisti della mente, vissuti tra XVII e XVIII secolo, non riuscivano a distinguere l’anoressia nervosa da altre malattie «nervose», come l’isteria. Gli studi, alla fine del XIX secolo, dei medici William W. Gull e Charles E. Lasègue portavano ad una diagnosi e nomenclatura precise, differenziando l’anoressia dal dimagrimento isterico e sintomatico. Inoltre, queste osservazioni portano Bell a considerare i componenti del nucleo familiare e/o quelli emotivamente vicini alle pazienti responsabili della malattia, poiché alimentavano il conflitto interiore, facendo crescere nelle ragazze il desiderio di autonomia e di fissazione di un’identità personale che dipendesse solo dal rifiuto del cibo, reso amaro a causa delle preoccupazioni affettive di coloro che, non solo inconsciamente, volevano controllare il loro corpo ed il loro comportamento.

Sigmund Freud, foto di Max Halberstadt in pubblico dominio

In questa cammino verso l’autoaffermazione, il rifiuto del cibo incontra la pulsione sessuale: nel XX secolo, Freud pone alle origini della negazione della paziente anoressica per il cibo la sua stessa proiezione del rifiuto verso una fantasia di fecondazione orale connessa con il fallo paterno. Bell non accetta questo transfert ma riconosce il vincolo tra appetito e pulsione sessuale, comunque distinti dalle necessità fisiologiche che le “sante anoressiche” cercano di domare ed infine di sopprimere. Queste violente privazioni permettono al corpo e all’anima di comunicare con Dio e saranno compensate tramite la liberazione estrema rappresentata dalla morte. Il cibo diventa un ostacolo all’elevazione dello spirito e la rinuncia ad esso diventa una scelta religiosa affinché si abbandoni quella materialità che rende impossibile l’elevazione dell’anima. Così all’astinenza alimentare si lega quella sessuale, entrambe indispensabili a mantenere quell’equilibrio psico-fisiologico utile per garantire lo status verginale, obiettivo privilegiato per incontrare la grazia divina. Ed ecco comparire una santa ed illustre vittima del digiuno (protagonista del secondo capitolo), Caterina da Siena (1380†): in essa l’insorgenza dell’anoressia che la porterà alla morte sarà dovuta a fattori psichici, alla lotta costante contro i suoi impulsi fisici, veri nemici nel suo cammino verso la santità.

Alle donne medievali è legata l’affermazione di una spiritualità che si esprimeva tramite il linguaggio del corpo: lontane dal controllo del potere e della ricchezza, l’unico ambito che potevano controllare era quello del cibo, così la loro devozione alla carne e al sangue di Dio era totale.

Donne e “sante anoressiche” si battono per la ricerca e l’accettazione del proprio essere poiché, in qualunque epoca storica vivano, cercano l’approvazione attraverso l’annullamento provocato dall’imposizione di altri modelli di vita lontani dalla propria natura. Allora l’intima sfida per il controllo di sé si gioca su di un campo mutevole e prezioso, quello del corpo, dove sono le uniche ad avere pieno dominio.

Questa ricerca di affermazione e indipendenza, prosegue Bell, si riflette, nel caso della santa anoressia, nel rifiutare la pratica cattolica di passività e dipendenza attraverso la mediazione dei sacerdoti e l’intercessione dei santi. In questo modo la donna diventa essa stessa una santa, la sposa di Cristo, non la Sua ancella.

L’acquisizione del dominio della propria vita conduce l’anoressica ad un comportamento autodistruttivo, dove l’unica identità che le rimarrà sarà la malattia stessa.

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Agostino Carracci, estasi di santa Caterina da Siena, Galleria Borghese, Roma. Immagine in pubblico dominio

Bell sembra interessarsi al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico; la malattia insorge quando la giovane tende ad un fine socialmente apprezzato che nel XX secolo sarà la stereotipata e bramata magrezza, mentre nel Medioevo la pura salute spirituale. La sola differenza con l’odierna anoressia nervosa è che quest’ultima si propone modelli e valori del tutto estranei a quelli della santità medievale. Una volta definita e raccontata l’evoluzione di questa patologia, lo storico statunitense esplora in profondità tipi diversi di santa anoressia, volendo così dimostrare come questa non rappresenti una malattia caratteristica solo della nostra epoca. Inizia trattando del digiuno mortale attraverso l’esperienza di Caterina da Siena. Bell racconta, quasi con occhio clinico, la vita della Benincasa (Siena 1347- Roma 1380†), figlia di Lapa Piacenti e del tintore Giacomo Benincasa, ripercorrendo gli avvenimenti fondamentali che avrebbero concorso allo sviluppo e all’aggravamento della malattia. L’infanzia di Caterina viene subito turbata da un tragico evento: la prematura morte della piccola Giovanna, sua gemella, instillerà nella santa un profondo senso di colpa per essere sopravvissuta, allattata dalla madre. Non nasconderà i suoi sentimenti ostili allo svezzamento: imposizione che non perdonerà mai alla madre ma che la motiverà alla vittoria in ogni battaglia futura. La bambina speciale, ventitreesima figlia, inizia ad avere le prime visioni all’età di sei anni ma non le condividerà con i familiari, iniziando un percorso di appropriazione del sé e di coinvolgimento totale con Dio.

Nel 1348 arriva la peste a Siena e gli affari della famiglia Benincasa ne risentono, così non resta che investire nel matrimonio della giovane Caterina. Inizialmente restia, ella si abbandona alla mondanità ma la morte della sorella Bonaventura, avvenuta nel suo quindicesimo anno di vita, va cospicuamente a nutrire il senso di colpa della giovane: la collera di Dio per il desiderio materiale di Caterina aveva provocato la morte di un’altra sorella. La futura santa sopravvive nuovamente alla dipartita di un altro familiare, ma se alla scomparsa della piccola Giovanna ancora non aveva un contatto diretto con Dio, adesso la repulsione per questo mondo carnale e contaminato la porta a concedersi totalmente a Cristo, suo unico Sposo. Inizia così, a sedici anni, la conquista del suo corpo: lunghi digiuni, dieta a base di acqua e vegetali crudi, abiti di lana grezza e catena di ferro intorno ai fianchi. Tutto questo provoca un’ostilità da parte dei parenti: Bell sottolinea questo scontro per ricordarci che l’anoressia nervosa di Caterina sta evolvendo e che il rifiuto del nucleo familiare a queste negazioni alimentari, all’implicito allontanamento della giovane dal loro controllo, rientra nel mortale processo intrapsichico da lui indagato. Il digiuno della giovane –in principio frutto genuino dell’ispirazione religiosa- finisce per divenire ingestibile ed involontario, sfuggendo alla sua volontà e trasformandosi nel non poter mangiare, medesima malattia delle ragazze del nostro secolo.

Raimondo da Capua o delle Vigne, Legenda maior sanctae Catharinae Senensis (1477), biblioteca digitale BEIC, immagine in pubblico dominio

Raimondo da Capua, suo fedele confessore, ci narra nella sua Legenda (racconto autorevole sulla vita di Caterina, scritto dieci anni dopo la sua scomparsa) le abitudini alimentari ed i patimenti fisici della santa ; a queste angustie si aggiungevano le accuse di eresia contro un digiuno non ottemperato dalle Sacre Scritture e quelle di stregoneria, secondo cui la Benincasa si saziava esclusivamente del demonio. Ma, forte del suo amore per Dio, la giovane superava le sue sensazioni corporee distruggendo la volontà personale, nutrendosi del corpo di Cristo. La sua conversione alla totale santità inizia nel 1362 e coincide cronologicamente con la morte di un’altra delle sue sorelle, Nanna, chiamata così in ricordo della gemella di Caterina defunta in fasce. Bell sottolinea come la perdita di appetito della santa vada di pari passo con gli eventi negativi nelle sue relazioni familiari: la dipartita della quattordicenne Nanna coincide con la sua conversione all’ascetismo totale attraverso la rinuncia al cibo – mangia solo pane, vegetali crudi e acqua e di lì a poco solo erbacce senza deglutirle- e la necessità di penitenze sempre più grandi e dolorose. Allora, afflitta da una grave malattia della pelle, convince la famiglia della profondità della sua conversione e diventa Sorella della Penitenza presso la chiesa di S. Domenico, guarendo subito dopo. La scelta di entrare nell’ordine terziario delle domenicane Mantellate rivela, secondo lo scrittore, una sua predisposizione ad una vita attiva per salvare la Chiesa, segno di una vocazione pubblica e riformatrice.

Intorno ai venti anni decide di tornare a casa tra i suoi familiari come ascetica penitente, poiché i meriti acquisiti in vita attraverso la sua virtù avrebbero poi riscattato i peccati dei suoi parenti, salvandoli al cospetto di Dio. Il rapporto tra la giovane ed il suo Sposo diventa sempre più forte, ma il suo corpo ancora non Gli appartiene pienamente: Caterina sente il bisogno di penitenze sempre più forti, viene assalita dai demoni e la sua dipendenza emotiva dalla famiglia blocca la sua unione totale con Dio.

Nel 1368, l’enorme dolore causato dalla perdita dell’amato padre Giacomo viene mitigato da una visione rivelatrice: la possibilità di salvarlo dal Purgatorio attraverso le preghiere e il sacrificio. In questo modo la santa senese arriva a percepire l’unione mistica con il Signore attraverso l’immagine di Gesù e Maria che le infilano al dito l’anello nuziale . Smette di mangiare pane e di dormire, aumenta la sua devozione eucaristica perché a saziarla basta il corpo di Dio. Dopo aver assicurato la sua famiglia alla Grazia – anche la madre Lapa entra nell’ordine delle Mantellate – ella rivolge i suoi sforzi alla salvezza della Chiesa. Caterina allarga la sua famiglia abbracciando con il suo spirito di sacrificio anche il clero: scrive lettere a Gregorio XI (ultimo papa ad Avignone), chiamandolo «dolcissimo babbo», il quale nel 1377 riporta a Roma la sede pontificia. Soddisfatta che il papa abbia ascoltato le sue preghiere, la santa percepisce di poter includere la Chiesa all’interno di quel processo volto alla salvazione spirituale che tanto aveva giovato alla sua famiglia. Ma nel 1378 muore Gregorio XI; l'8 aprile i cardinali si riuniscono in conclave ed eleggono al Soglio di Pietro il napoletano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che assume il nome di Urbano VI. Inizia così per l’Occidente il Grande Scisma che verrà ricomposto solo nel 1417 a seguito del Concilio di Costanza e dell’elezione di Martino V. Per Caterina è un durissimo colpo: perdendo le speranze di riformare la Chiesa il 1° gennaio 1380, riflettendo sul prezioso sangue di Cristo, decide di non bere più acqua e muore dopo pochi mesi.

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Francesco Vanni, Santuario della casa della Santa; immagine in pubblico dominio

Bell ci presenta Caterina come una ragazza alla conquista di se stessa, con un desiderio di autonomia talmente forte da condurla alla morte. I suoi impulsi religiosi si sviluppano nel contesto familiare da cui non riuscirà mai totalmente a staccarsi. Il senso di colpa nei confronti dei suoi cari causato dal ritenersi incapace di ricambiare l’amore da essi ricevuto la condurrà al sacrificio: così Caterina si sentirà in dovere di essere una buona figlia e di espiare i peccati ed i debiti mondani della sua famiglia. Quest’ultima rappresenterà il filtro attraverso cui la Benincasa guarderà il mondo, la sua prigione.

Per riuscire ad analizzare nel profondo l’anoressia di queste sante, Bell ci conduce verso nuovi orizzonti: scoperta la devozione attiva e pubblica di Caterina, ecco aprirsi le porte del convento. Il mondo claustrale rimane la scelta maggioritaria perseguita dalle vergini durante il Medioevo e l’Età Moderna, accolte da un abbraccio spirituale, rassicurante e stabile. La donna è un essere naturale, elemento essenziale della natura affinché l’essere umano si perpetui ed il suo corpo sfugga al dominio dello spirito, come essere governato dai suoi organi sessuali. Fredda e umida, bella e putrefatta, ogni donna deve conoscere la castità, l’umiltà, la modestia, la sobrietà, il silenzio, l’operosità, la misericordia attraverso la custodia dell’uomo dalla paternità al matrimonio. Così, in questo mondo misogino, il chiostro rappresentava una via per ribellarsi dalle condizioni sociali ed acquisire autonomia e dignità. La giovane anoressica cerca disperatamente di far riconoscere la propria personalità ribellandosi al mondo circostante, incarnato dalla sua famiglia.

Secondo Bell, il convento diventa il miglior posto dove realizzare il bisogno femminile di autosufficienza e dove le “sante anoressiche” possono guarire: spesso sono bambine molto amate che vivono l’autorità materna percependo lo svezzamento come frustrazione del proprio piacere e della propria volontà e si rifugiano nella calorosa figura paterna. Egli(o la madre come succede per Caterina) trasforma il piacere della bambina in dolore ed ella, che desiderava solo essere amata, esprimerà la sua disposizione all’amore solo tramite la sofferenza. In convento, la “santa anoressica”, sarà disposta ad ogni penitenza, un atto di liberazione per superare il trauma paterno.

Santa Veronica Giuliani. Immagine in pubblico dominio

Questo è il caso di Veronica Giuliani (1660 Mercatello sul Metauro – 1727 Perugia), battezzata con il nome di Orsola, figlia del gonfaloniere Francesco Giuliani e della pia nobildonna Benedetta Mancini. Per circa 33 anni terrà un diario e più volte scriverà la sua autobiografia ed è in relazione alla quantità ed alla qualità di queste testimonianze che Bell decide di presentarcela. Veronica era una bambina felice, educata alla religione cristiana dalla devota madre; aveva un ottimo rapporto con le religiosissime sorelle che intraprendono la via della clausura prima di lei. Era adorata dal padre e questo amore ,in seguito, lo avrebbe ripagato con il proprio sacrificio a Dio. Alla morte della madre l’educazione di Orsola, che aveva sette anni, viene affidata alle sorelle maggiori e quando il padre deciderà, di lì a breve, di partire per Piacenza resterà nella casa natia. Dopo due anni la piccola santa si trasferisce con le sorelle in Emilia per raggiungere il padre; costui nel frattempo si era ricreato un nuovo nucleo familiare: avvenimento che comporta per Orsola un dolore ed una colpa così cospicui da essere ritenuti imperdonabili.

Ella si abbandona alla mondanità ma desidera fortemente diventare suora, benché il padre sia ostile: dedicare la sua vita a Dio, possedendolo ed essendone posseduta, è l’unico modo per conquistare l’autonomia dagli affetti terreni. Francesco Giuliani rimanda la ragazza e le sorelle a Mercatello in casa dello zio e dopo poco inizia l’anoressia di Orsola. Probabilmente le origini della sua scelta sono da ricercare nel noviziato delle sorelle e nel loro conseguente allontanamento da casa. La santa guarisce solo entrando, nel 1677, nel convento dei Cappuccini a Città di Castello; alla cerimonia della vestizione sceglie il nome di Veronica, dopo aver sopportato il lungo rifiuto del padre e del suo confessore che la riteneva ancora acerba per la vita claustrale. Ma durante il suo noviziato, durato tre anni, ci sarà una ricaduta della malattia: digiuni,iperattività, insonnia e allucinazioni. Bell, allora, ci mostra il cammino per la riconquista del sé di una giovane ragazza che accoglie gli aiuti del clero che la circonda, la guida e la ammonisce. Finisce la sua fuga dal padre, riconosce la propria corporeità e si vota totalmente a Dio attraverso le afflizioni, poiché la madre le aveva insegnato a praticare l’amore punendo se stessa. Riesce a superare la malattia e trascorre tutta la vita in convento diventando anche badessa. Nel chiostro riesce ad interiorizzare il mondo esterno e ad avere maggiore contatto con se stessa; controlla la sua ossessione per il corpo maschile di Cristo in croce, al quale, con dolore, offre l’amore che il padre rifiuta , attraverso gli insegnamenti materni dell’amore/sacrificio ricordati dalle osservanze conventuali.

L’analisi umana di Bell indaga il Medioevo e l’Età Moderna, forzando una categorizzazione anacronistica attraverso uno studio parziale delle sue protagoniste. L’autore si interessa al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico e tralascia, volutamente, la realtà culturale, simbolica ed intimamente religiosa. Le “sante anoressiche” diventano lo strumento di un’indagine psicopatologica che cerca di trascendere il tempo storico, condensandosi in una realtà sociale asettica. Dio diventa la trasposizione di un amore paterno negato e dall’unione con la santa dipende il riscatto della vita di quest’ultima. Sembra che la santità e la spiritualità non siano le vere protagoniste: il digiuno, la ricerca di autoaffermazione attraverso l’anoressia combattono il conflitto di potere tra i due sessi, dimostrandosi come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica dei maschi.

La copertina americana del libro di Caroline Walker Bynum, Holy Feast and Holy Fast. The Religious Significance of Food to Medieval Women, University of California Press, 1988

Al rapporto tra rinuncia al cibo e santità femminile si è dedicata, poco dopo Bell, Caroline Walker Bynum - docente di religioni comparate e studi femminili all’Università di Washington - nel suo libro Sacro convivio, sacro digiuno, Milano 2001, presentando una prospettiva totalmente diversa da quella indagata finora. La scrittrice ci propone una ricerca totalmente incentrata sul Medioevo e perciò dotata di una maggiore compattezza di contenuti e di riferimenti documentari, soffermandosi sull’uso che le donne fanno del cibo come simbolo, ponendolo in un contesto culturale. In questo saggio il digiuno sembra essere visto come una scelta intenzionale, consapevole e riconducibile alle pratiche ascetiche di mortificazione e astinenza del cristianesimo medievale del IV e V secolo. Il cibo assume un valore simbolico perché se ne occupano le donne ed è l’unica cosa che possono controllare: l’uomo la ricchezza e il potere, la donna il cibo. Il dominio esclusivo sull’alimentazione da parte delle donne è un fatto transculturale; così il digiuno e la distribuzione caritativa del cibo erano espressione di pratiche sociali ben consolidate in quanto rendevano manifesta nei comportamenti religiosi la divisione sessuale del lavoro. La Bynum sottolinea la centralità dell’eucarestia e del digiuno nel cristianesimo dove l’astinenza dal cibo alimentava il corpo di Cristo. La privazione alimentare indica il desiderio, indomabile, che il fedele sente verso Dio. Così la devozione eucaristica diventa centrale anche nella spiritualità femminile dove l’ostia consacrata rappresenta la sofferenza di Cristo che muore e si sacrifica per l’umanità: il cibarsene comporta un coinvolgimento ed un’inclusione nell’afflizione redentrice. Per Caterina da Siena il pane sacro, il sangue di Dio e la sofferenza rappresentano i fondamenti della propria spiritualità. La carnalità della santa è antierotica: mentre Bell interpretava l’ imitatio christi femminile come risposta alla struttura sociale e patriarcale del cattolicesimo medievale e ad una trasposizione di un amore paterno bramato e colpevolizzato, la Bynum fonde la fisicità di Cristo con il corpo femminile, collegando al simbolismo di una mistica unione l’ elaborazione storica e culturale degli stereotipi di genere e di nozione cristiana di associazione della donne alla debolezza e alla sensualità nel contesto storico indagato. Caterina vede Cristo come una madre allattante così come S. Chiara vedeva S. Francesco.

La storica sottolinea la visione teologica della santa basata sull’incarnazione e non sulla resurrezione: Cristo si era fatto carne e sanguinando e morendo aveva salvato il mondo, la sofferenza era l’unico modo per servirLo. Sofferenza per l’amore di Dio a cui non ci si può mai unire a pieno, consolata dal corpo di Cristo che diventa cibo e redenzione.

Se per Bell il digiuno ha valore solo se ricondotto ai termini di una patologia clinica mentre per la Bynum si può spiegare attraverso il simbolismo religioso del cibo, Alessandra Bartolomei Romagnoli, in Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto 2013, ci propone un’altra prospettiva. La storica analizza il linguaggio del corpo delle sante medievali, indagando il digiuno di Caterina da Siena. La santa vive la sua tensione religiosa in contatto con il pubblico, scegliendo di entrare nell’ordine terziario domenicano, ed attraverso la sua materialità testimonia il Verbo, lo copia su di sé e lo trasmette alla comunità. Il corpo diventa lo strumento della Verità e dell’ineffabile, senza il quale non avrebbe modo di esprimersi. La mistica ha un proprio linguaggio coerente, culturalmente riconoscibile e decodificabile che non può essere esiliato nell’irrazionale anomalia psichica. Il digiuno non deve essere letto come un rifiuto del corpo ma come strumento controllato di conoscenza e di unione con Dio. Il sangue di Cristo diventa parola fluida e nutriente per il fedele ed il mistero nascosto diviene pubblico nell’estasi cateriniana manifestandosi poi nelle stigmate.

Caterina da Siena ritratta da Rutilio Manetti; immagine in pubblico dominio

Bibliografia

Bartolomei Romagnoli A. 2013, Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto;

Bell M. R. 1987, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma-Bari;

Bynum C. W. 2001, Sacro convivio. Sacro digiuno, Milano;

Duby G., Perrot M. 2009, Storia delle donne. Il Medioevo, Klapisch-Zuber C. (a cura di), Roma-Bari;

Montanari M. 2004, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Roma-bari;

Raimondo da Capua 1978, S. Caterina da Siena, Tinagli G. (a cura di), Siena;

S. Caterina da Siena 1940, Epistolario, Duprè Theseider E. (a cura di), Roma;

Vauchez A. 2006, La spiritualità dell’occidente medioevale, Milano.


scrittura minuscola

Dai cocci di vaso a Carlo Magno: storia della scrittura minuscola

SCRIPTA MANENT VII

Dai cocci di vaso a Carlo Magno:

storia della scrittura minuscola

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'articolo che state leggendo è stato scritto utilizzando l'elaborazione elettronica di quello che sin dall'età scolastica siamo abituati a chiamare “stampatello minuscolo”; il nome della serie Scripta Manent, con tanto di numero romano, è invece in “stampatello maiuscolo”, mentre il titolo dell'articolo viene presentato in “corsivo”. Questi modi di scrivere uno stesso alfabeto ci sono estremamente familiari: essi sono adoperati per gran parte dei testi che quotidianamente ci passano sotto gli occhi; allo stesso modo i termini che li indicano sono entrati nel linguaggio comune, assieme ad altri più pertinenti all'ambito tipografico (“grassetto”, “carattere”, “interlinea” e così via). Siamo talmente abituati a usarli che spesso ignoriamo che, come qualsiasi prodotto dell'intelletto umano, queste scritture hanno una loro storia e una loro evoluzione; da circa un secolo e mezzo esiste una disciplina, la paleografia, che si occupa di ricostruire questa storia, tanto affascinante quanto, per certi versi, ancora sconosciuta.

L'avventura grafica che ha portato alla formazione della scrittura che oggi usiamo comunemente va a intrecciarsi con eventi storici e fenomeni socioculturali, che vale la pena di prendere in esame.

Dalla capitale alla minuscola

Agli occhi di noi contemporanei “maiuscole” e “minuscole” sembrano quasi del tutto differenti: se m e M si assomigliano, non è così per B e b, R e r, D e d e così via, tanto da far pensare che si tratti di due scritture distinte. Per i paleografi non è così: l'alfabeto è uno solo, quello latino, trascritto con due sistemi alfabetici differenti; in altre parole la scrittura è la stessa, mentre a cambiare è il modo di scriverla. “Maiuscolo” e “Minuscolo” sono infatti due concetti ben definiti, la cui storia e le regole grafiche sono state puntualmente ricostruite.

Semplificando al massimo la nomenclatura accademica si potrebbe dire che, in un virtuale “pentagramma”, le lettere appartenenti al sistema maiuscolo possono essere inscritte in un sistema bilineare, mentre quelle minuscole si sviluppano in quattro righe, come ben illustrato nel seguente schema.

Tra i due sistemi quello più antico è il maiuscolo, diretto discendente dell'alfabeto latino arcaico, che trova la sua massima espressione nella scrittura capitale. Si tratta di una scrittura totale, ossia adoperata indifferentemente in qualsiasi ambito: in effetti tutte le testimonianze scritte del mondo latino databili tra il secolo III a.C. e I d.C., siano esse lapidee, librarie o documentarie sono vergate in una variante di questa scrittura.

Avendo una tradizione antichissima la scrittura maiuscola possiede forme semplici e facili da memorizzare e trascrivere, tant'è che il suo utilizzo non è mai venuto meno nel corso di oltre tre millenni: verrebbe quasi da domandarsi perché mai essa sia stata sostituita dalla minuscola, che invece possiede delle forme più elaborate.

La ragioni principale risiede nel ductus, ossia nel grado di velocità con cui ciascuna mano è in grado di scrivere, che può essere posato oppure veloce, ovvero corsivo. La scrittura maiuscola ha un disegno fortemente geometrizzato, e perché sia comprensibile è necessario che le lettere siano ben staccate e distinte le une dalle altre: questo è difficilmente conciliabile con un ductus corsivo, a causa del quale le lettere tendono a comprimersi, ad accavallarsi le une sulle altre e, soprattutto, a deformarsi abbandonando la loro regolarità geometrica; tuttavia il ductus corsivo è proprio di un utilizzo istintivo della scrittura; non è dunque un caso che le prime trasformazioni delle scritture maiuscole si siano verificate in età Imperiale, quando l'accessibilità degli insegnamenti primari consentì l'alfabetizzazione delle classi sociali più basse.

È proprio nell'ambito della scrittura d'uso comune che la capitale subisce i suoi primi cambiamenti, riscontrabili nelle testimonianze grafiche di artigiani e commercianti ma anche nei moltissimi graffiti pervenutici: le rigide regole che avevano caratterizzato la scrittura fino al secolo I d.C. vengono pian piano meno e si assiste a una corsivizzazione della capitale, specie in ambito documentario; questa usanza finirà per canonizzarsi in una vera e propria tipologia grafica denominata corsiva romana (anche detta antica). A partire da essa si svilupperanno in seguito due scritture a sé stanti, l'onciale e la semionciale, entrambe adoperate massimamente in ambito librario. Sebbene si tratti di scritture maiuscole, alcune lettere (A,D,E,M e altre) si sviluppano in un sistema quadrilineare: è dunque lecito pensare che all'epoca della loro invenzione sussistessero già alcune forme di scrittura minuscola.

Terra sigillata iscritta da Condatomagos (La Graufesenque). Foto di Rossignol Benoît, CC BY-SA 3.0

I paleografi hanno individuato i primissimi esempi di scrittura minuscola in un giacimento di ostraka nel sito archeologico francese di Condatomagos, databile tra il III secolo a.C. e il I d.C.: in età imperiale questa città era celebre per la produzione di vasellame in ceramica. Gli artigiani erano soliti riutilizzare i cocci dei manufatti scartati per incidervi a sgraffio brevi frasi con fini pratici (nome del committente, luogo di consegna e così via); l'istintiva velocità con cui questa operazione veniva compiuta, unitamente all'angolo di scrittura sfalsato, causava una deformazione delle lettere maiuscole. Fenomeni molto simili si verificarono in altre zone dell'Impero: l'utilizzo sempre più frequente di questo modo di scrivere ebbe come risultato un nuovo sistema alfabetico, quello minuscolo. Dunque la scrittura minuscola deriva geneticamente dalla maiuscola e ne rappresenta una vera e propria evoluzione, come ben si vede nello schema che illustra tutte le forme intermedie della lettera E.

scrittura minuscolaLa minuscola, più pratica e veloce da vergare, fu pian piano preferita alla maiuscola; nata come scrittura d'uso comune, pian piano si diffuse anche nei ceti sociali alti e, intorno al III secolo d.C., fu canonizzata la minuscola romana (anche detta corsiva nuova), adoperata dapprima in ambito documentario; nello stesso periodo, complice anche la diffusione della nuova forma libraria a codex, la minuscola fu adottata anche in ambito letterario, nel quale convisse a lungo con le scritture maiuscole: si cominciò ad utilizzare queste ultime per mettere in evidenza le porzioni rilevanti del testo, il cui corpo principale era invece in scrittura minuscola.

Il particolarismo grafico

Lungo tutta l'età tardoantica le scritture romane, ormai pienamente formate, si diffusero uniformemente in tutte le zone dell'Impero Romano, comprese le colonie mediorientali, africane e britanniche. L'unità grafica era uno strumento efficace per appianare le inevitabili divergenze socioculturali tra i popoli di un territorio tanto vasto: l'utilizzo di una stessa scrittura e di una stessa lingua facilitava la comprensione dei documenti e rendeva vivace la circolazione libraria.

Nel V secolo, all'indomani della dissoluzione dell'Impero, il panorama cambiò drasticamente: ciascuno dei popoli germanici che presero possesso dei territori romani instaurò nella sua zona nuove infrastrutture politiche e burocratiche, spesso estremamente diverse da quelle imperiali; le nuove genti parlavano lingue di ceppo germanico estremamente diverse dal latino, ma anche tra loro stesse; i centri scrittori laici vennero meno, così come il sistema scolastico; ci fu, in altre parole, una completa frammentazione socioculturale che influenzò notevolmente la produzione scritta, e di conseguenza l'evoluzione della scrittura.

Questa situazione frammentaria cagionò l'insorgere di impeti nazionalistici da parte di ciascuno dei regni romano-barbarici, che desideravano mettere in luce la propria supremazia nei confronti di tutti gli altri; è questo il periodo in cui vengono composte le historiae barbariche, poemi di carattere annalistico finalizzati a indagare le origini del regno, ma soprattutto a sancirne il primato assoluto. Il recupero delle proprie radici ebbe come risultato indiretto la ricerca (e talvolta l'invenzione) di quegli stilemi artistici propri di ciascun popolo, che poi venivano declinati in tutti i linguaggi artistici, esattamente com'era accaduto con i mores del mondo romano.

Questi caratteri tipici andarono quindi a fondersi con la sparuta eredità culturale dell'Impero, che comprendeva anche le scritture da noi prese in esame; esse andarono incontro a un'evoluzione grafica senza precedenti che portò alla formazione delle scritture barbariche, aventi come base principale la minuscola romana ma con l'aggiunta di caratteri tipici del regno d'adozione.

scrittura minuscola
Diploma del re franco merovingio Childeberto III (695), minuscola merovingica; dal libro di Franz Steffens, Paléographie latine, Parigi 1910, tav. 28. Foto in pubblico dominio

Così in Francia fu elaborata la scrittura merovingica, caratterizzata da un corsivo esasperato e dal disegno elaborato dei caratteri; usata in origine per la documentazione della dinastia da cui prende il nome, fu in seguito adottata per la produzione libraria dei maggiori centri scrittori monastici in area francese, Corbie, Laon e Luxeuil, ciascuno dei quali ne elaborò una propria tipizzazione.

Nei territori ispanici si diffuse invece la scrittura visigotica, detta anche mozarabica poiché nel suo disegno sussistono evidenti reminiscenze delle grafie adoperate dai popoli arabi, stanziati nella parte meridionale della Penisola. È importante notare che la visigotica, più di qualunque altra scrittura barbarica, recuperasse non solo le forme minuscole ma anche le maiuscole, le quali furono elaborate in un elegante sistema dal disegno estremamente raffinato.

Scrittura minuscola beneventana: la Regola di San Benedetto, scritta a Montecassino (tardo XI secolo), Biblioteca dell'Abbazia, Cas. 444; da E. A. Lowe, Scriptura Beneventana. A history of the South Italian minuscule, 2 voll., Oxford 1929. Foto in pubblico dominio

In Italia il panorama era invece molto più variegato: nella zona settentrionale continuò a insistere l'utilizzo delle scritture d'età romana, con minime variazioni che non trovarono mai piena canonizzazione; nel Sud, invece, fece la sua comparsa la littera langobardisca, più nota come scrittura benventana. Diretta discendente della minuscola romana, ma con un disegno ben più sofisticato e con rigide regole di realizzazione, la beneventana è per molti versi ancora avvolta dal mistero; non è ben chiaro, ad esempio, in quale centro scrittorio essa fu inventata. Non deve trarre in inganno il nome comune, che rimanda piuttosto al principale ducato longobardo: l'ipotesi più probabile è il centro di origine sia stata l'abbazia benedettina di Capua oppure quella di Cava de'Tirreni. Certo è che questa scrittura, a differenza delle altre, si rivelò estremamente longeva e fu adoperata ininterrottamente fino al XV secolo in due tipizzazioni ben distinguibili, quella d'area cassinese e quella barese.

Un caso a sé è invece costituito dalle Isole Britanniche: nell'Alto Medioevo questi territori avevano visto una massiccia immigrazione di missionari cristiani giunti per convertire i popoli autoctoni, per lo più di religione pagano-celtica; costoro avevano portato con sé una gran quantità di testi realizzati in area romana, con le scritture in uso prima del particolarismo grafico: i monasteri che essi fondarono divennero quindi delle vere e proprie roccheforti dove l'eredità grafica romana venne conservata e preservata; inoltre, poiché i testi più antichi venivano presi a modello per quelli prodotti ex novo, questi ultimi vennero trascritti con grafie imitative che riprendevano in toto i caratteri primigeni, senza le modificazioni delle scritture barbariche.

Si svilupparono quindi diversi gruppi di minuscole insulari, ben distinte le une dalle altre ma tutte riconducibili al modello romano, ben più delle scritture che sul continente avevano gradualmente soppiantato le originali romane.

La nascita della carolina

scrittura minuscola
Scrittura minuscola carolina: Volgata, Luca 1, 5-8. Foto in pubblico dominio

La data con cui convenzionalmente si fa terminare il periodo del particolarismo grafico è l'800, anno in cui Carlo Magno divenne imperatore di un territorio vastissimo nel quale erano stanziati popoli molto diversi tra loro per lingua, società e cultura. Il sovrano comprese immediatamente che amministrarli avrebbe necessariamente comportato una nuova uniformazione delle strutture politiche e burocratiche per garantire, pur nella divisione tipica della feudalità, un forte accentramento dei poteri in nome di un'identità comunitaria che unisse tutti i popoli: diede dunque inizio a quel processo che oggi chiamiamo renovatio carolingia.

Carlo Magno e la sua corte, nell'opera di Jacob van Maerlant, "Spieghel Historiael" Originale alla Koninklijke Bibliotheek, Paesi Bassi. Firma KB, KA 20, p. 208. Immagine in pubblico dominio

Questo rinnovamento comprendeva anche la burocrazia, e uno dei dilemmi da sciogliere fu proprio l'adozione di una grafia comune, facile da vergare e da leggere. Le scritture barbariche erano del tutto inadatte allo scopo, in quanto eccessivamente cariche di orpelli; il modello a cui attenersi erano invece le minuscole romane delle origini: occorreva però enuclearne le regole di base, canonizzarle e possibilmente elaborare nuove norme che le semplificassero ulteriormente per sveltirne l'apprendimento.

Non fu dunque un caso che Carlo Magno chiamasse come suo consigliere personale Alcuino di York, celebre erudito britannico, il quale portò con sé una gran quantità di libri trascritti in minuscola insulare; fu proprio grazie al raffronto tra essa e le tipizzazioni di Corbie e Laon che fu elaborata una grafia che ereditava i caratteri antichi, eppure del tutto nuova, che in onore del grande imperatore prese il nome di carolina.

Albrecht Dürer, Carlo Magno. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

La nuova scrittura recuperava quasi totalmente le forme della minuscola romana, rendendole se possibili ancora più veloci da scrivere grazie a uno snellimento del tratteggio; per facilitare la comprensione del testo fu inoltre elaborato un sistema di punteggiatura: sebbene anche i romani ne avessero utilizzato diversi, quello elaborato alla corte carolingia comprendeva caratteri del tutto nuovi che sono giunti fino a noi, come il punto interrogativo.

Complice anche una progressiva ripresa degli studi, questa nuova scrittura ebbe molto successo e fu presto adottata in tutti gli ambiti; successivamente essa si diffuse in tutte le zone dell'Europa continentale, andando a sostituire le scritture preesistenti; l'unica a resistere fu la Beneventana, attestata nell'Italia Meridionale fino al secolo XIV: si verificò tuttavia una vera e propria convivenza tra le due scritture, e in molti centri si adoperarono indifferentemente l'una o l'altra.

Dall'Umanesimo ai giorni nostri

Tra IX e XII secolo molti fenomeni socioculturali trovarono il loro effettivo compimento: la ripresa degli studi rese alfabetizzata gran parte della popolazione; si verificò un massiccio inurbamento che favorì la nascita delle università e, in parallelo, quella di centri scrittori laici affrancati dagli ambienti monastici. Di conseguenza il numero di persone in grado di leggere e scrivere tornò a crescere, e con esso il fabbisogno di testi e di scritture adatte alle varie necessità.

La carolina fu presa come base per lo sviluppo di nuove scritture “professionali” come la mercantesca e la notarile, adoperate in ambito commerciale e giuridico; negli ambienti universitari nacque invece la famigerata gotica: di quest'ultima parleremo diffusamente in un prossimo articolo, ma in questo contesto è bene sottolineare che essa ebbe un successo clamoroso che la portò in breve a essere la scrittura di riferimento per la produzione libraria, fino all'invenzione della stampa.

Scrittura minuscola umanistica: Poggio Bracciolini firma la sua trascrizione di Cicerone (1425). Foto in pubblico dominio

Tra '300 e '400, tuttavia, la carolina conobbe un timido revival a opera degli studiosi umanisti, i quali mal sopportavano la gotica ritenendola inutilmente artificiosa e difficile da leggere; inoltre, per i loro studi che si rifacevano ai testi antichi, desideravano una scrittura priva di modernismi e adulterazioni, rispondente invece ai modelli di austera perfezione dell'antichità. La carolina, essendo la diretta discendente dei modelli romani, fu dunque recuperata e ulteriormente perfezionata: vennero rivisti il sistema abbreviativo e la punteggiatura, e furono messe a punto efficaci regole di distanziamento tra lettere e righe, volte a rendere il testo ancora più sobrio e leggibile.

Francesco Petrarca, in un ritratto del XV secolo di Giusto di Gand ove porta la tradizionale corona d'alloro, simbolo del poeta laureato. Oggi è conservato presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Nonostante tra i promotori della minuscola umanistica ci fossero personalità del calibro di Francesco Petrarca, questa scrittura non godette di particolare successo ai suoi esordi, e terminata la stagione dell'Umanesimo scomparve quasi del tutto per oltre un secolo; la gotica continuò a essere adoperata massicciamente anche dopo l'avvento della stampa a caratteri mobili, negli incunaboli e i libri del primo '500.

Versò la metà del XVI secolo, tuttavia, la massiccia diffusione dei libri ebbe come conseguenza la profonda trasformazione dei modi di fruirne: il consumo di massa aveva reso necessaria l'elaborazione di nuovi specchi grafici ed espedienti tipografici volti a snellire il processo di lettura; le forme imitative dei codici medievali, che prevedevano lo specchio grafico a due colonne, l'ampia marginatura e un sistema di abbreviazioni estremamente complesso, non era funzionale a questo scopo; e soprattutto non lo era la gotica, col suo disegno elaborato che rendeva difficile realizzare i caratteri tipografici. A quel punto, iniziò l'elaborazione della minuscola tipografica, quasi del tutto identica a quella umanistica a eccezione di una sola lettera: la s.

Sin dai tempi dell'Impero romano la s minuscola era molto diversa da come la conosciamo: somigliava a una f priva del tratto orizzontale, cosa che spesso portava alla confusione dei due caratteri; per evitare questo sbaglio, nel sistema gotico si preferiva utilizzare la forma maiuscola in finale di parola, mentre all'interno di uno stesso vocabolo la s rimaneva “a effe”.

I tipografi del XVI secolo decisero di abbandonare completamente la s “a effe”, andando a creare un nuovo carattere denominato s lunga da usare all'interno della parola, mentre in finale si utilizzava ancora la s maiuscola a modulo ridotto. Questa usanza rimase in voga fino ai primi decenni del XX secolo, quando la s minuscola divenne quella che noi conosciamo: questa fu l'ultima tappa di un lunghissimo processo attraverso il quale la scrittura che oggi adoperiamo si è stabilizzata; nonostante le molte trasformazioni subite nel corso dei millenni, essa è rimasta sostanzialmente uguale a quella utilizzata dai romani e da Carlo Magno.


Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità: la riscoperta della vecchia Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità. La riscoperta della vecchia Cerreto Sannita (Benevento) e la creazione del parco archeologico per la nuova Cerreto

Cerreto Sannita
Fig. 1. Il torrente Titerno nei pressi di Cerreto Sannita (foto Lester Lonardo)

Nella media valle del torrente Titerno, affluente di sinistra del Volturno contraddistinto da un percorso sinuoso che attraversa luoghi di rara bellezza (Fig. 1), sorge Cerreto Sannita, noto insediamento del Beneventano nord-occidentale per la produzione di ceramica di pregio. L’abitato titernino è altresì ben conosciuto per il suo particolare impianto urbanistico costituito da tre arterie viarie principali legate da una trama di assi viari minori, da ampi slarghi e da isolati dalla forma regolare. Si tratta di una pianta, progettata dall’ingegnere Giovanni Battista Manni alla fine del Seicento, che risponde a criteri di razionalità e rigore propri di una città di fondazione, quale era Cerreto.

Fig. 2. Cerreto Sannita ed il suo territorio visti da Monte Coppe (foto Lester Lonardo)

La progettazione di tale impianto si rese necessaria in seguito agli effetti del devastante sisma del 5 giugno 1688. Il terremoto, uno dei più catastrofici eventi tellurici che colpirono il Meridione ed il Sannio, con epicentro nella vicina località di Civitella (a circa 4 km da Cerreto), comportò la distruzione del più antico insediamento ubicato su di un’altura posta immediatamente a monte dell’area prescelta per la ricostruzione del nuovo abitato (Fig. 2). I conti cerretesi Marzio e Marino Carafa promossero con energia l’edificazione della nuova Cerreto per scongiurare il collasso della fiorente economia cerretese basata principalmente sulla produzione dei ben noti e richiesti “panni-lana”. Ricostruita con particolari accorgimenti volti a prevenire i devastanti effetti a catena che furono fatali per il vecchio abitato, la nuova Cerreto fu in parte edificata con i materiali edilizi provenienti dai crolli degli edifici della Cerreto medievale (Fig. 3).

Fig. 3. Uno dei tanti elementi di reimpiego provenienti dalla vecchia Cerreto presenti nel nuovo insediamento (foto Lester Lonardo)

La prima attestazione conosciuta dell’insediamento cerretese è riferibile alla fine del X secolo, precisamente al 22 aprile 972 allorché l’imperatore Ottone I confermò ad Azzo, abate del monastero di Santa Sofia di Benevento, i suoi beni tra i quali «in Cereto cappella in honore S(an)c(t)i Martini cum p(er)tinentiis eor(um)».

In età normanna, come traspare dal Catalogus Baronum, Cerreto compare come feudo di 3 militi appartenente a Guglielmo di Sanframondo, esponente dell’omonima famiglia che ne deterrà il dominio, insieme ad altri centri (Limata, Guardia e Civitella Licinio) quasi ininterrottamente fino alla seconda metà del XV secolo.

La crescita dell’abitato culminò tuttavia fra la fine del medioevo e la prima età moderna, allorché Cerreto divenne l’abitato più importante dell’area campano-molisana nel commercio della lana e nella produzione di stoffe.

A partire dalla metà del XII secolo, l’insediamento fu interessato dal rinnovamento degli impianti difensivi con l’implementazione della cinta muraria e la costruzione, tra le altre cose, del maestoso donjon cilindrico che occupava la porzione mediana dell’abitato.

La crescita della popolazione, che si accentuò fra la fine del XV secolo e gli inizi del successivo, portò non solo ad acutizzare il fenomeno dell’edificazione incontrollata di strutture all’interno del perimetro urbano, ma altresì ad un’espansione dell’abitato al di fuori delle mura ed alla conseguente costruzione di un sempre più elevato numero di abitazioni a ridosso della cinta muraria.

Il terremoto del 5 giugno 1688 andò quindi a colpire un insediamento densamente abitato e costruito: in un documento del 1622 le abitazioni vengono ricordate, non a caso, come «folte e confuse». Gli effetti devastanti del sisma furono tali che la maggior parte delle strutture del vecchio abitato di Cerreto venne rasa al suolo.

Cerreto Sannita
Fig. 4. L’area della vecchia Cerreto prima delle indagini archeologiche (foto Lester Lonardo)

Sebbene il ricordo del vecchio insediamento non venne mai meno e la stessa altura, prima cava di materiali edili poi sede di masserie dedite allo sfruttamento agricolo dell’area, non fu mai completamente abbandonata, la “riscoperta archeologica” ed un interesse più puntuale sulle non poche strutture in elevato sopravvissute al sisma del 1688 si è avuta soltanto a partire dal 2012 (Fig. 4). L’area della vecchia Cerreto è stata al centro di un programma di ricerca condotto dal prof. Marcello Rotili e dall’équipe della cattedra di Archeologia cristiana e medievale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” (Dipartimento di Lettere e Beni Culturali). Tra il 2012 ed il 2015 sono state condotte tre campagne di scavo grazie alla sinergia fra la Soprintendenza archeologica di Salerno-Avellino-Benevento-Caserta, il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali della Vanvitelli ed il Comune di Cerreto Sannita che le ha promosse ai fini della riscoperta, della valorizzazione e fruizione dell’importante sito archeologico.

Fig. 5. Il donjon (XII-inizi XIII secolo) della vecchia Cerreto dopo il restauro del 2015 (foto Lester Lonardo)

Le indagini archeologiche, avviate nella porzione centrale dell’insediamento ove sussistevano gli edifici di rappresentanza, quali il palatium della fine del Quattrocento dimora dei Carafa, il donjon di XII-inizi XIII secolo (Fig. 5), la chiesa dedicata a S. Martino ed alcuni edifici abitativi, hanno offerto non pochi dati sulla cultura materiale della comunità cerretese fra il basso medioevo e la prima età moderna e sull’organizzazione dello spazio urbano dell’abitato. I dati scaturiti dalle attività di scavo e di survey che hanno interessato tutta la superficie dell’altura e dei territori contermini hanno evidenziato come l’area urbana cinta dalle mura fosse organizzata su terrazzamenti predisposti per ottimizzare meglio lo spazio data la particolare orografia del colle. Le strutture abitative, produttive, religiose e del potere civile assecondavano pertanto i salti di quota creando un reticolo urbano piuttosto irregolare.

Nel 2015, in rapporto al progetto di restauro e di scavo archeologico del donjon di età normanna finanziato dalla Regione Campania, il settore della vecchia Cerreto interessato dalle indagini archeologiche è stato oggetto di attività di restauro, di tutela delle evidenze archeologiche rinvenute e di operazioni volte alla completa fruizione dell’area indagata. Inoltre, i risultati delle campagne di scavo, presentati in convegni nazionali ed internazionali ed editi in molteplici riviste scientifiche ed in una monografia di imminente uscita, sono stati illustrati “in corso d’opera” alla comunità della nuova Cerreto che ha partecipato sempre con entusiasmo alle iniziative volte alla riscoperta del passato cerretese.

Cerreto Sannita
Fig. 6. Il parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Al visitatore che si reca in località “Cerreto vecchia”, dopo aver percorso la strada di accesso al parco archeologico e dopo aver valicato il cancello di ingresso, si apre uno scenario unico capace di trascinare in un’esperienza sensoriale (Fig. 6): in un paesaggio incontaminato composto da uliveti secolari intervallati a fitti boschi di querce e di altre essenze arboree, fra il profumo di arbusti e di fiori di campo che si alternano in tutto il corso dell’anno (Fig. 7), i resti archeologici della vecchia Cerreto dialogano armonicamente con la razionalità dell’impianto urbano della nuova Cerreto che, posta ai piedi del vecchio insediamento, ha raccolto l’eredità di un importante - ed ora finalmente riscoperto - passato.

Cerreto Sannita
Fig. 7. Primavera nel parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Tutte le foto di Cerreto Sannita sono di Lester Lonardo


Palokaster Cosma Damiano

Epirus Vetus: scavi nella fortificazione di Palokaster e culto dei santi Cosma e Damiano

Epiro, regione storica situata sul Mare Adriatico, a Nord Ovest dell’antica Grecia e che oggi, in gran parte, corrisponde ai territori dell’Albania.

La regione venne conquistata dai romani verso il 168 a. C., ma solo con l’imperatore Traiano avrebbe ricevuto lo statuto di provincia autonoma, separata dalla Macedonia.

A partire dal III secolo d. C. la regione fu interessata da una serie di invasioni ed in funzione della necessità di difendere e riorganizzare il territorio in età dioclezianea, la regione venne divisa in due nuove province, denominate rispettivamente Epirus Nova ed Epirus Vetus.

Proprio nell’Epirus Vetus, nella valle del fiume Drino, lungo l’importante asse viario Apollonia-Nikopolis, venne edificata la fortificazione di Palokaster (anche Palokastra), in un’area oggi compresa nell’Albania meridionale, nella regione di Gjirokaster.

Dal 2018 la fortificazione in questione è soggetta ad attività di ricerche archeologiche coordinate dall’Istituto Archeologico di Tirana, con la direzione di Luan Përzhita, e dall’Università di Macerata, con direzione affidata a Roberto Perna.

Le ricerche hanno interessato due aree diverse del perimetro della fortificazione. Il primo saggio ha riguardato la “Porta Ovest”, accesso principale dell’insediamento; il secondo l’edificio di culto interno.

Proprio sull’edificio religioso vira la nostra attenzione, in quanto la scoperta di un frammento di laterizio ha fornito un contributo eccellente a tutta la ricerca scientifica. In particolare, il laterizio riporta su entrambi i lati delle incisioni. La Faccia A riporta un’iscrizione incisa dopo la cottura, su due linee sovrapposte, preceduta e conclusa con una croce latina. L’iscrizione in questione riporta i nomi dei due martiri Cosma e Damiano, il cui culto era diffuso enormemente nella parte orientale dell’Impero Romano, soprattutto dopo l’insediamento sul trono di Giustiniano. L’analisi stilistica effettuata ha dimostrato che il tipo di scrittura ha i suoi natali nel III secolo d. C. In particolare, però, l’incisione è di grande importanza perché, anche  considerando che il culto di Cosma e Damiano si afferma tra la fine del IV secolo e gli inizi del V secolo d. C., costituisce l'unica attestazione, attualmente ritrovata, del culto dei due santi Anargyroi (guaritori) nell’Epirus Vetus

Palokaster Cosma Damiano

La Faccia B, invece, riporta un’iscrizione che recita l’acclamazione a Dio santo, forte e immortale, che entra nella liturgia bizantina alla metà del V secolo ed è comunemente noto col nome trisagion. Le due iscrizioni sono state eseguite da mano diversa e in due momenti distinti (sebbene ravvicinati, e comunque entro il VI secolo, secondo gli studiosi) della vita dell’edificio religioso.

Per informazioni più dettagliate non resta che consultare l'importante studio di Simona Antolini, Silvia Maria Marengo, Yuri A. Marano, Roberto Perna, Luan Përzhita, La prima attestazione del culto dei Santi Cosma e Damiano nell'Epirus Vetus dagli scavi della fortificazione di Palokastra, contenuto nel volume 97 dell’Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle missioni italiane in Oriente (2019).

Hadrianopolis

Come ci ha spiegato il professor Roberto Perna, «l'attività a Palokaster è parte di un lavoro più articolato che grazie alla realizzazione di diversi scavi archeologici (Hadrianopolis, Melan, Palokaster, Frashtan e Selo), rilievi di siti fortificati, ricognizioni ed indagini di natura storica ed epigrafica vuole affrontare lo studio dell'evoluzione in età antica della valle del Drino in forma globale. Tale studio, grazie alla stesura del Piano di gestione delle emergenze archeologiche della valle del Drino ha anche una sua forte declinazione sui temi della pianificazione e gestione territoriale avendo consentito di realizzare, ad esempio, il piano di protezione civile beni culturali della valle del Drino e, dopo la rifunzionalizzazione del teatro di Hadrianopolis, di avviare la stagione teatrale "Sul sentiero di Adriano"».

Hadrianopolis

Ci rivolgiamo adesso ai responsabili della missione archeologica a cui porgiamo delle domande, per meglio comprendere come avviene l’esperienza di scavo e se possono esserci dei risvolti futuri a documentazione terminata. Ci ha risposto proprio il professor Roberto Perna, del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Macerata.


Quanto è importante l'attività didattica per istruire i ragazzi all'avvio di uno scavo? E quanto lo è stata in questo scavo?

È fondamentale che gli studenti apprendano le metodologie dello scavo stratigrafico partecipando ad attività pratiche sul terreno: è questo infatti l’unico modo per appropriarsene ed interiorizzarle. Lo scavo è anche il momento in cui si insegnano le tecniche e le metodologie più attuali per il rilievo, la documentazione e la ricerca, anche con l’ausilio dell’ICT, conoscenze fondamentali per realizzare fattivamente il mestiere di archeologo.

Credo sia anche importante il fatto che nell’ambito di missioni così articolate e complesse, realizzate all’estero e con una significativa risonanza internazionale, come quella presso Palokaster, sia possibile acquisire consapevolezza, partecipare e contribuire a quei processi ed attività che oggi vanno sotto il nome di Archeologia pubblica, ormai imprescindibili se vogliamo dare un senso alla nostra ricerca sul terreno che abbia un valore per le comunità che ci ospitano.

Lo scavo di Palokaster è inoltre inserito in un progetto più ampio ed articolato volto alla ricostruzione delle vicende storiche ed archeologiche della valle del Drino dall’età tardoclassica a quella bizantina, e credo che l'attività didattica che qui si può svolgere in maniera più efficace è volta ad insegnare proprio la dimensione storica dell’archeologia nell’ambito della quale l’apprendimento di metodi e tecniche sono obiettivi strumentali che hanno un significato solo se utilizzati ai fini della ricostruzione storica. La nostra attività didattica sullo scavo è dedicata proprio a far acquisire agli studenti categorie interpretative e metodi finalizzati alla ricostruzione storica e per tale motivo molti degli stessi studenti che partecipano allo scavo proprio su temi e materiai epiroti, spesso originali, elaborano la loro tesi di laurea.

Nel corso delle campagne avete ripreso le indagini nei saggi già eseguiti negli anni ‘70 e se sì, quali informazioni ne avete ricavato? Più in generale quali aree di scavo avete individuato per la missione?

Nel corso degli anni ‘70 erano stati riportati in luce il perimetro delle fortificazioni, una parte della chiesa, più tarda, posta in posizione centrale, e alcune tombe ed alcune strutture al di fuori della cinta fortificata.

Purtroppo la documentazione dello scavo non ci ha consentito di associare i materiali individuati, ed in parte significativa editi, con contesti stratigrafici utili, anche nei punti dove erano stati realizzati alcuni saggi di approfondimento.

Palokaster Cosma Damiano

Per tale motivo le prime attività, dopo la realizzazione della Carta archeologica del territorio di riferimento, contestualizzata nell’ambito di uno studio di carattere idrografico e morfologico, sono state dedicate alla pulizia archeologica delle strutture, alla realizzazione di un nuovo rilievo tramite laser scanner degli elementi visibili ed a quella di prospezioni geofisiche, sia geomagnetiche che georadar, nell’area interna delle fortificazioni. L’insieme di questi dati, integrati con quelli delle foto aeree, ci ha consentito di individuare alcune aree che ci sembravano più utili proprio per meglio definire alcuni fenomeni storici che ci interessava analizzare nell’ambito del progetto di ricerca storico-archeologica nella valle del Drino.

Si trattava dunque di approfondire le nostre conoscenze sulle dinamiche storiche legate sia al momento ed alle funzioni del primo insediamento di età ellenistico-romana che occupò il sito, sia alle trasformazioni del modello di occupazione del territorio, e alle sue relazioni con il capoluogo Hadrianopolis, che sembrano verificarsi dalla fine del V agli inizi del VII sec. d.C.

Per tale motivo un saggio è stato realizzato in un’area dove, al di sotto delle baracche, sembrava di poter individuare, coperte da alluvioni antiche, strutture precedenti la fondazione della fortificazione, mentre altri due saggi si sono rivolti sulla chiesa che alle baracche si sovrappone, privilegiando aree non precedentemente indagate, con significative e potenzialmente utili anomalie.

Considerando che il terminus post quem utilizzato per datare la prima fase di costruzione della fortificazione è l’anno 293 d. C., ovvero la datazione di una delle due iscrizioni individuate in situ, è possibile ipotizzare che le baracche ritrovate al di sotto della struttura ecclesiastica indagata potessero appartenere a resti di una Domus Ecclesiae, come se ne ritrovano altre nella parte orientale dell’impero e risalenti allo stesso periodo?

La planimetria delle baracche e delle strutture collocate all’interno della fortificazione è a noi nota non solo grazie agli scavi degli anni ‘70 ed a quelli attuali, ma in forma quasi integrale anche grazie alle indagini geofisiche ed essa non ci consente di formulare tale ipotesi. Lo schema planimetrico che stiamo analizzando, perfettamente coerente rispetto al disegno delle cortine, delle torri e delle porte, corrisponde infatti in maniera estremamente coerente ad un quadriburgus di tipo “dioclezianeo”, un modello planimetrico ampiamente diffuso in fortificazioni coeve. Le stesse caratteristiche architettoniche e le tecniche edilizie delle strutture individuate negli scavi più recenti sembrano confermare tale interpretazione.

L’analisi stilistica effettuata sul laterizio rinvenuto durante la fase di scavo della chiesa ha appurato come l’iscrizione riportata sulla Faccia A, dove sono citati i due martiri, sia precedente rispetto all’incisione della Faccia B, riportante il testo del trisagion. Considerando che al momento del rinvenimento il laterizio si presentava con la Faccia B rivolta verso la vista, quindi come a voler quasi nascondere il testo A, si può pensare che l’iscrizione B sia stata incisa in seguito ad un cambio di titolarità dell’edificio ecclesiastico, e quindi da un culto dei santi martiri Cosma e Damiano a un culto di Dio santo, forte e immortale come recitato nel trisagion?

La domanda affronta in maniera specifica il tema della dimensione dell’archeologia come disciplina storica e dunque quello della necessaria di interdisciplinarietà soprattutto con la storia, e l’epigrafia. Sulla base delle indagini condotte insieme ai colleghi S. Antolini, Y. Marano e S. M. Marengo, che hanno condiviso con me lo studio del manufatto, le due iscrizioni non sono molto distanti nel tempo, pur rimandando a modelli scrittori diversi, ma probabilmente sono dovute a mani diverse. Probabilmente il lato con i Santi è forse di poco precedente e potrebbe avere a che fare con le reliquie prima della loro definitiva deposizione (dunque il nome dei Santi avrebbe avuto dunque a che fare con le reliquie stesse o con la titolarità dell’edificio), mentre il trisagion sull’altro lato si connetterebbe con la liturgia di posa in opera della lastra. Si sottolinea inoltre che tutti e due i testi erano nascosti alla vista e mantenevano la loro funzione comunicativa con la divinità: l’iscrizione più recente non avrebbe defunzionalizzato la più antica, a differenza di quanto succede di norma nel caso di documenti opistografi dove la nuova iscrizione cancella di fatto la precedente, ed il carattere opistografo del documento non delineerebbe la volontà di nascondere il lato A, ma indicherebbe semplicemente una successione temporale.

 

Tutte le foto sono state cortesemente fornite dal professor Roberto Perna.


I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano

I Padroni dell'Acciaio: dieci protagonisti dell'ars bellica

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano è stata una boccata d'aria fresca, un'interessantissima lettura che potrà appassionare tantissimi. Gli amanti della storia, i neofiti che vogliono immergersi in un mondo affascinante quanto duro e spietato, o gli specialisti che possono confrontarsi con monografie eccezionalmente curate sotto l'aspetto critico.

Infatti è proprio questo I Padroni dell'Acciaio: una raccolta di dieci monografie dedicate a grandi personaggi storici e protagonisti dei più disparati eventi bellici. L'attenzione di Campagnano è tuttavia rivolta a quelle figure ingiustamente dimenticate da molti storiografi contemporanei, ma non per questo di minor conto.
Nel volume, riccamente illustrato dal magistrale Francesco Saverio Ferrara, avremo modo di approfondire le peculiarità biografiche e geopolitiche di questi uomini d'arme:

1) Giorgio Castriota Scanderbeg
2) Pregianni De Bidoux
3) Ettore Fieramosca
4) Pier Gerlofs Donia
5) Enrico V di Brunswick
6) Jean de la Valette
7) Giovanni delle Bande Nere
8) Alberto Alcibiades
9) Astorre Baglioni
10) Franz Schmidt

Sicuramente merita una menzione d'onore uno de I Padroni dell'Acciaio tra i più atipici, che ha fatto della morte la sua vita. Franz Schmidt conosciuto come il boia di Norimberga. Tutta la vita della famiglia Schmidt si interseca con le vicende di un altro dei protagonisti delle monografie, ovvero Alberto Alcibiades, margravio di Brandeburgo-Kulmbach: nel 1547 il "bellator" di Brandeburgo mette a morte 3 armaioli rei di tradimento.

In quella circostanza non c'era il boia e quindi Alcibiade rievoca un'usanza cittadina; scegliere il boia tra la folla degli spettatori. Il suo dito sceglie Heinrich Schmidt, il padre di Franz, e condanna tutta la famiglia degli Schmidt a un'esistenza poco nobile, visto che il mestiere del boia non era certo ben visto dall'intera popolazione. Franz cresce aiutando il padre e già da giovane è un esperto torturatore e sviluppa una corporatura massiccia abituata ai lavori più pesanti.

Di pari passo svilupperà una certa sensibilità scientifica, grazie allo studio dei cadaveri e dell'anatomia umana. Questo padrone dell'acciaio poi sarà ricordato come "L'onorabile Franz Schmidt, medico"; perché dopo aver abbandonato il mestiere del boia (esercitato per 40 anni) a causa della vecchiaia presterà servizio come medico (come in parte già faceva durante gli anni precedenti). Non solo: una notifica imperiale gli laverà l'onta di essere stato un "portatore di morte" e gli garantirà la nobile posizione di medico.
Nel suo diario apprendiamo che ha accompagnato il trapasso di 361 criminali; ma possiamo credere a ben ragione che con le sue doti scientifiche abbia salvato quasi diecimila abitanti di Norimberga, grazie alla sua spiccata inclinazione medica.

Uno dei maggior pregi del volume è quello di rivolgersi al lettore senza un apparato di note, la volontà dell'autore è di offrire un testo direttamente fruibile a tutti senza il proliferare di commenti che possono appesantire l'esposizione della materia. Con una prosa cristallina, svuotata di qualsivoglia retorica o spirito romantico (tipico di alcuni storici schierati e fin troppo “innamorati” dell'argomento), Campagnano offre tutte le informazioni in uno slancio divulgativo dall'alto valore. A mio avviso raramente troverete, inoltre, una bibliografia così commentata, che permette la nascita di un'interfaccia ragionata tra lo scritto dell'autore e i suoi predecessori, che si tratti di colleghi del passato recente o di cronisti dei tempi più remoti. Infatti, come dice Campagnano nell'introduzione, questo è l'obiettivo dello storico del futuro, “della storiografia 2.0”, ovvero intessere un dialogo con le fonti e riesumarle dal dimenticatoio, correggere dove c'è ne il bisogno, arricchirle con fonti iconografiche e visive, usare i supporti informatici e tecnologici al servizio della storia, senza aver il timore di esserne dipendenti.

Il risultato è palese, un libro - manifesto che permette a chiunque di assaporare la Storia da punti di vista inediti e affascinanti. Non solo episodi bellici, ma vivi ritratti di antagonisti eccezionali, coinvolgenti spiegazioni dei contesti geo-politici e degli scacchieri mediterranei, italici e nordici. Aneddoti, episodi estrapolati dal retaggio leggendario e snocciolati con accortezza storiografica, mitologie personali declinate alla rappresentazione dell'uomo prima dell'eroe invincibile e molto altro. I Padroni dell'Acciaio è un libro magistralmente presentato nell'estetica e nella qualità della stampa, con una carta patinata opaca da 135 grammi: il volume si presenta come un monolite solido dal peso notevole. La carta è la stessa che troverete in mirabili cataloghi d'arte e permette di apprezzare in pieno le cartine geografiche, le illustrazioni di Ferrara e il font grande dei caratteri.
Il volume inoltre presenta la dedica dell'autore (menzionato con onore su Indiegogo come “Top Inspirational Project”, unico in Italia), i segnalibri sempre illustrati da Ferrara e delle Card A5 che derivano dalle impressionanti illustrazioni interne.

Non posso far altro che invitarvi a conoscere le gesta dell'irriducibile Scanderbeg d'Albania, genio militare che si oppose allo strapotere di Maometto II il conquistatore di Costantinopoli, ad avventurarvi per mare con Piergianni l'ospitaliere, a vendicare i torti subiti a colpi di spada titanica come Pier Gerlofs Donia o a difendere ogni palmo della sacra Malta, come Jean de la Valette fece contro le armate di Solimano il Magnifico.
Gabriele Campagnano è il fondatore e il curatore del Centro Studi Zhistorica e dell'omonima pagina Facebook, autore di articoli, monografie e del romanzo dark-fantasy Zodd. Alba di Sangue.

Sito: http://zweilawyer.com/

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano
I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano e con illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, pubblicato da Zhistorica


e-book libro

Dal papiro all'e-book: le controversie nella storia del libro

SCRIPTA MANENT VI

Dal papiro all'e-book:

le controversie nella storia del libro

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

e-book libro
E-book e libro a confronto. Foto di Felix Lichtenfeld

Da oltre un decennio la popolazione dei lettori contemporanei è divisa in due fronti contrapposti: quelli che adoperano gli e-book e quelli che restano fedeli al libro cartaceo. Da ambo i lati fioccano numerose critiche al supporto avversario: se chi usa gli e-book imputa al libro tradizionale la scarsa praticità, il costo eccessivo e l'impatto ambientale negativo, i lettori old style ritengono che le pagine elettroniche non possano sostituire quelle vere, che mantengono un fascino innegabile e consentono di entrare fisicamente in contatto col testo.

Quella a cui stiamo assistendo è una diatriba generazionale destinata a perdurare a lungo, ma non si tratta di un'esclusiva dei nostri tempi: critiche e polemiche hanno sempre accompagnato gli esordi di qualsiasi forma libraria sia mai stata introdotta nel mondo latino. Anche in passato la diffidenza verso una nuova tecnologia giocava un ruolo fondamentale nella disputa, tuttavia il più delle volte si trattava di questioni di ordine etico-ideologico. Prendere in esame queste circostanze vuol dire mettere in luce le motivazioni per le quali una forma libraria sia stata preferita a un'altra, nonché comprendere perché l'adozione della stessa sia stata immediata in un determinato luogo e più lenta in un altro; in altre parole significa scrivere un capitolo fondamentale della plurimillenaria storia del libro.

I problemi del volumen papiraceo

Il ritratto di Paquio Proculo con la moglie, che rappresenta in realtà il panettiere Terenzio Neo. Affresco al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Foto in pubblico dominio

In un celebre affresco rinvenuto a Pompei sono raffigurati due personaggi tradizionalmente ma erroenamente identificati come Paquio Proculo e sua moglie; ciascuno dei due tiene in mano un oggetto: l'uomo stringe un rotolo di papiro, la moglie mostra una tavoletta cerata e se ne porta lo stilo alle labbra. La presenza di questi due oggetti non è casuale: il rotolo (volumen) e la tavoletta (tabula cerata) erano i supporti da scrittura più adoperati nel mondo latino del secolo I d.C., epoca al quale l'affresco risale.

I codicologi non sono tutti concordi nel ritenere entrambi i supporti forme librarie: di sicuro lo era il volumen, oggetto di tradizione greca che serviva ad accogliere i testi letterari, saggistici e matematici. Le tabulae erano invece autoctone, ma la destinazione d'uso era ben diversa: la possibilità di riutilizzare la superficie in ceralacca sulla quale si era in precedenza scritto sgraffiando via le parole vergate le rendeva poco adatte ad accogliere testi che necessitavano di una conservazione durevole; pertanto esse erano usate quasi esclusivamente per l'apprendimento scolastico della scrittura, oppure per la registrazione della contabilità domestica. Quando la situazione lo richiedeva, potevano essere legate insieme per mezzo di cinghie e lacci: ciò avveniva per esempio per tenere insieme i compiti di uno stesso allievo o i registri di un'unica annata. I gruppi di tabulae così legate assumevano una forma vagamente simile a quella di un libro come lo conosciamo noi, laddove ogni tavoletta era una sorta di pagina. Dunque l'affresco di Paquio Proculo andrebbe letto come una dimostrazione grafica dei ruoli socioculturali attribuiti a marito e moglie, con l'uomo dedito alla lettura erudita e la donna preposta a curare gli affari di casa.

Al di là dell'insito maschilismo, nel periodo in cui era utilizzato il volumen fu oggetto di aspre critiche: innanzitutto il papiro era un materiale estremamente costoso poiché era necessario importarlo; oltre a non consentire una coltivazione in loco, i climi umidi dei territori latini impedivano anche la corretta seccatura del foglio, che tendeva costantemente a sfibrarsi e accoglieva male quasi tutti gli inchiostri. Sul lato pratico, inoltre, la necessità di scrivere solo sul recto (rarissimi sono i volumina opistografi, scritti anche sul verso) e al tempo stesso di contenere la lunghezza del rotolo rendeva necessario scomporre una stessa opera in più porzioni: quando oggi parliamo dei libri dell'Iliade o dell'Odissea, tanto per fare un esempio, parliamo di uno dei rotoli in cui questi poemi erano convenzionalmente suddivisi. Questo comportava un eccessivo fabbisogno di spazio adatto alla loro conservazione: una sola opera poteva necessitare di uno scaffale intero, se non di più.

Tutti questi elementi rendevano il costo del volumen particolarmente ingente; non è un caso che i maggiori fondi papiracei latini siano correlati a persone di altissimo lignaggio come Lucio Calpurnio Pisone, il proprietario della Villa dei Papiri di Ercolano.

Dalla Villa dei Papiri ad Ercolano. Foto Parco Archeologico di Ercolano

Le critiche al volumen, in ogni caso, raramente sfociarono sul piano sociale: sebbene fosse assurto a status quo dell'aristocrazia, esso non fu mai visto di cattivo occhio dalle classi sociali inferiori; addirittura alcuni patrizi romani, come Asinio Pollione, trassero vantaggio dalla possibilità di procurarsi volumina mettendo a disposizione del popolo la propria collezione: nacquero così le prime biblioteche pubbliche del mondo latino, che a differenza dei corrispettivi greci in genere collegati alle strutture religiose e/o politiche, per lungo tempo furono di proprietà privata.

Col passare dei secoli si tentò di elaborare nuove forme librarie a partire dal volumen, ad esempio sostituendo il papiro con altri materiali: abbiamo già parlato in un altro articolo dei libri lintei, realizzati in fibra di lino, che i codicologi ritengono comunque una tipologia libraria a sé stante; più complesso è parlare del rotolo pergamenaceo, certamente diffuso in territorio latino a partire dal secolo I a.C., ma scarsamente utilizzato a causa dei costi e dell'oggettiva difficoltà d'utilizzo.

Dal volumen al codex

Una vera e propria svolta nella storia del libro si ebbe intorno al secolo III d.C., quando si diffuse ampiamente la nuova forma di libro a codice (codex): anziché realizzare un unico lungo foglio da arrotolare, molti fogli di dimensioni ben più modeste venivano chiusi insieme a fascicolo e infine rilegati tra loro, esattamente come accade nei libri che leggiamo tuttora.

Sulle sue origini si sono fatte moltissime ipotesi, ma lo stesso sostantivo sembra fornire un prezioso indizio: la parola latina caudex indica la corteccia degli alberi, la stessa con cui si fabbricavano le tabulae ceratae; e in effetti l'aspetto del codice era molto simile a quello dei gruppi di tavolette legate tra loro.

In effetti il codice risolveva gran parte dei problemi pratici del volumen: più durevole, comodo da consultare e riporre, consentiva la trascrizione di uno stesso testo (o addirittura di più testi) in un solo libro; inoltre, sebbene la pergamena rimanesse costosa, si aveva comunque un notevole risparmio complessivo rispetto all'esborso richiesto dal rotolo di papiro. In alcuni famosi epigrammi Marziale ne loda la comodità e la capacità di contenere numerosi testi; eppure, nonostante questi vantaggi, anche il codex non fu esente da polemiche perfino più feroci di quelle riservate al volumen.

Occorre considerare che il primo periodo di diffusione del codice coincise con l'ascesa della religione cristiana: ricorderete che in quegli anni i primi cristiani erano visti con estremo sospetto, e c'era chi li considerava tra le cause della decadenza dell'Impero che cominciava a essere avvertita a tutti i livelli sociali. Sebbene oggi si tenda a escludere che l'invenzione del codex sia avvenuta in seno agli ambienti cristiani, di sicuro questa forma libraria entrò da subito in simbiosi con quella religione: il libro a codice consentiva infatti una più rapida e efficace circolazione dei testi dogmatici e liturgici, nonché il loro occultamento in caso di necessità. In breve il codex fu associato alla cristianità, pertanto lo si guardò con estrema diffidenza: per la prima volta le critiche a una forma libraria non erano di carattere pratico, ma ideologico.

Col tempo, man mano che le divergenze si appianavano e la religione cristiana usciva dall'ombra, si venne a verificare una spaccatura tra i sostenitori del libro a codice e tra i tradizionalisti che continuavano a preferire il volumen, il quale per contrapposizione finì per essere associato alla “vecchia” aristocrazia pagana e dunque a un mondo culturale sulla via di un inesorabile tramonto. Non sappiamo con certezza quanto durò questa diatriba, ma possiamo ipotizzare che l'editto di Costantino (313 d.C.) ne rappresentò la svolta: in seguito alla proclamazione della libertà di culto le strutture politiche cominciarono ad essere influenzate dal cristianesimo, e ciò causò una graduale scomparsa della classe alta pagana; a ciò va unita la sempre crescente difficoltà di reperire il papiro, che con la perdita dei territori africani (IV- V secolo) divenne irrimediabile.

Pagine proibite e inchiostro del diavolo

Il profeta Ezra nel folio 5r del Codex Amiatinus (MS Amiatinus 1), conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Foto in pubblico dominio

A partire dall'Alto Medioevo in poi il codice andò incontro a un'evoluzione continua, le cui tappe fondamentali furono l'adozione della carta come materia scrittoria (a partire dai secc. VI-VII) e l'invenzione della stampa a caratteri mobili, avvenuta in Cina già nel secolo XI, ma perfezionata da Gutenberg nel secolo XV. Il risultato di queste innovazioni fu il progressivo abbandono del codice manoscritto in favore del libro a stampa, nuova forma libraria che, con le dovute modifiche tecnologiche, usiamo ancora oggi.

Il libro a stampa godeva di ulteriori migliorie rispetto al codice: oltre a essere più maneggevole (la carta pesa dalle cinque alle venti volte meno della pergamena), consentiva l'utilizzo di inchiostri più economici; oltre ai costi, inoltre, si abbattevano i tempi di realizzazione visto che per elaborare una tiratura da decine di copie occorrevano pochi giorni, a fronte delle molte settimane necessarie ad approntare un solo codice manoscritto.

La copia della Bibbia di Gutenberg alla Biblioteca del Congresso di Washington. Foto di Raul654, CC BY-SA 3.0

Tuttavia, dopo millenni in cui ogni libro era un unicum nel quale si rifletteva totalmente l'abilità dello scrivente, sin dall'inizio l'automazione del processo e la creazione di centinaia di libri identici furono viste con estremo sospetto: perfino la possibilità di emendare in corso d'opera o in successive edizioni eventuali errori di stampa fu additata come una pratica inumana, quasi diabolica. Fu per questo motivo che gli incunaboli, i primissimi testi a stampa databili agli ultimi anni del secolo XV, furono realizzati in modo da assomigliare il più possibile ai manoscritti: da essi mutuarono la suddivisione in colonne, l'ampia marginatura e la scrittura più diffusa in quel periodo, la gotica; laddove possibile si continuò perfino a realizzare a mano miniature e capilettera ornati, sebbene fossero note da tempo tecniche imitative quali la xilografia e l'acquaforte.

In effetti dietro queste polemiche di carattere pratico si nascondevano istanze ben più gravi: la possibilità di produrre un maggior numero di libri comportava incidentalmente la circolazione incontrollata di idee non mediate dall'autorità. Siamo ancora ben lontani dai volantini e dai pamphlet politici che sarebbero diventati irrinunciabili strumenti di propaganda nei secoli successivi, ma già agli albori del secolo XVI venivano liberamente distribuiti libri che andavano contro la morale del tempo: a essere bollati come tali c'erano manuali di stregoneria, ma anche “semplici” critiche alle infrastrutture politiche e religiose; perfino il Decameron di Giovanni Boccaccio era ritenuto licenzioso al pari di testi simili.

Queste circostanze si aggravarono dal 1517 in poi, all'indomani della riforma luterana, e com'è lecito aspettarsi le reazioni più drastiche vennero dalla classe religiosa, che attuò una serie di provvedimenti tra cui i più rimarcabili sono l'imposizione dell'imprimatur (1515) e la redazione dell'indice dei libri proibiti (1559).

Gli storiografi contemporanei hanno molto ridimensionato la portata di queste disposizioni, che in passato venivano aprioristicamente indicate come repressive e oscurantiste: ad esempio, la mancanza dell'imprimatur non impediva la stampa dell'edizione, che in tal caso diveniva però oggetto di indagine; inoltre le sanzioni più drastiche previste dall'Indice (rogo dell'edizione nel suo complesso e punizione del responsabile) vennero attuate raramente e solo in caso di reale minaccia ideologica; nella maggior parte dei casi ci si limitò a una massiccia opera di censura, con l'epurazione delle porzioni di testo ritenute perniciose, se non dell'intera opera. Col tempo gli stessi tipografi, di fronte al pericolo della censura, preferirono curare preventivamente i testi da mandare in stampa: ciò portò a un'evoluzione nella figura dello stampatore, che dovette rifinire non solo la qualità tipografica del testo ma anche la sua correttezza filologica; nasceva dunque la figura dell'editore come tuttora lo conosciamo, al netto delle opportune innovazioni.

Vero è, tuttavia, che le succitate disposizioni influenzarono pesantemente la circolazione libraria, causando una serie di reazioni contrarie che sfociarono nel contrabbando dei testi: a Napoli, Anversa e Lione, vere e proprie capitali di queste pratiche, operavano decine di stampatori non autorizzati in grado di produrre e far circolare sottobanco edizioni pregiatissime di testi proibiti. La realtà documentata (raccolta tra gli altri da Mario Ajello nel suo libro L'inchiostro del diavolo) è avvincente quanto un feuilleton e ci parla di schermaglie tra autorità e contrabbandieri, trattative e sotterfugi per mantenere in piedi l'attività e, talvolta, asperrime punizioni nei confronti degli editori fuorilegge.

Queste pratiche perdurarono fino alle soglie del secolo XIX, quando cambiarono drasticamente gli assetti politici e i valori sociali; in parallelo le innovazioni tecnologiche nel campo dell'editoria portarono alla nascita di un'ulteriore tipologia libraria: alla carta di stracci si sostituì la cellulosa cerata, agli inchiostri vegetominerali furono preferiti quelli sintetici e ai caratteri mobili subentrò il rullo inchiostratore. Nasceva, in altre parole, l'editoria serigrafica o “di massa”, quella di cui ci serviamo tuttora, il cui più recente esito è proprio il libro elettronico.

A questo punto è lecito provare a dare una risposta all'interrogativo posto all'inizio dell'articolo: chi vincerà la disputa tra libro cartaceo ed e-book? La storia sembrerebbe suggerirci che, tra le forme librarie tradizionali e quelle più evolute siano sempre state queste ultime a prevalere, dopo lunghissimi periodi di polemiche e discussioni; tuttavia le leggi di mercato attuali influiscono fortemente su questa diatriba, che probabilmente non si concluderà a breve. Inoltre, dobbiamo considerare un elemento non da poco: difficilmente i supporti elettronici saranno mai in grado di eguagliare l'umana necessità di collezionare e di possedere oggetti fisici, che quasi in modo subliminale ha condizionato la storia del libro lungo i millenni da noi presi in esame.

Bibliografia

AGATI M., Il libro manoscritto. Da Oriente a Occidente. Per una codicologia comparata, Roma 2009.

AJELLO M., L'inchiostro del diavolo. Storia di censura, stampa clandestina, poeti e castrati nella Napoli del '700, Zingonia (BG) 2004.

BALDACCHINI L., Il libro antico, Roma 1982.

BISCHOFF B., Paleografia Latina. Antichità e medioevo, Padova 1992.

CAVALLO G., Libro e cultura scritta, in Storia di Roma, vol. III.

MANIACI M., Terminologia del libro manoscritto, Roma 1996; e Archeologia del manoscritto. Metodi, problemi, bibliografia recente, Roma 2007.

PO- CHIA HSIA R., La Controriforma. Il mondo del rinnovamento cattolico (1540-1770), Bologna 2012.


Santa Maria di Canneto presso Roccavivara. Una perla del Molise medievale

Santa Maria di Canneto presso Roccavivara. Una perla del Molise medievale

Nella Valle del Trigno, al confine tra Abruzzo e Molise, sorgeva un’abbazia benedettina intitolata alla Vergine, iuxta fluvium Trinium, documentata come ecclesia dall’VIII secolo nel Chronicon di San Vincenzo al Volturno (Fig. 1). Il toponimo «Canneto» è dato dalla rigogliosa vegetazione di canne che caratterizza il paesaggio e che denota ancora oggi il nome del santuario mariano.

La chiesa è uno degli esempi meglio conservati di arte «romanica» nel Molise, anche se non esente da qualche intervento riparativo più tardo e da indispensabili restauri, anche recenti.

Santa Maria di Canneto Roccavivara
Fig. 1. Santa Maria di Canneto presso Roccavivara. Foto di Cristina Rossi

Le vicende storiche si legano a quelle dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno e, dal X secolo, di Montecassino. La chiesa, infatti, rimase in possesso di San Vincenzo fino al 1038, quando fu concessa da Benedetto IX e da Corrado II ai benedettini di Montecassino: il passaggio di consegna avvenne ufficialmente venti anni dopo, nel 1058, da quando il monastero di Santa Maria di Canneto è regolarmente presente nei privilegi papali.

Fino alla metà del XII secolo, Santa Maria è oggetto di numerose attestazioni pontificie a favore della badia di San Benedetto, affiancate da tre diplomi imperiali, di Enrico II, Corrado II e Enrico III che ne confermano l’appartenenza alla casa madre laziale. Nel 1159 papa Alessandro III menzionava la chiesa di Santa Maria in una dichiarazione di conferma di beni nella bolla inviata a Rainaldo II, abate di Montecassino dal 1137 al 1166. Nel 1179 il cenobio fu elevato ad abbatia nullius per volere di Alessandro III, inviandone comunicazione all’abate Raynaldo di Santa Maria di Canneto; a questo momento si lega la costruzione della chiesa che vediamo oggi, come testimonia anche l’iscrizione posta nella lunetta del portale maggiore, che ricorda che proprio Raynaldo fece costruire la chiesa, probabilmente a partire dall’anno in cui la bolla papale lo menziona come abate.

Il terremoto del 1456 accelerò i tempi della caduta del monastero che nel 1476 fu ceduto in commenda da Sisto IV a Giovanni d’Aragona, figlio del re di Napoli, Ferdinando I, già abate commendatario di Montecassino. Nel 1505 lo divenne il Cardinale Scipione Caracciolo, già commendatario di San Vincenzo al Volturno, a cui si attribuisce la riedificazione delle strutture murarie della navata sinistra della chiesa di Canneto che da allora, infatti, poggiano su pilastri e non su colonne, come invece avviene nella navata opposta. Nel 1760 subentrò come commendatario l’abate salernitano Onorio Alfano, col quale si chiuse la parentesi di affidamento giuridico di Canneto.

Dal 1930, un sacerdote coraggioso e zelante, Don Duilio Lemme, parroco di Roccavivara, con l’aiuto del popolo, iniziò l’opera di risanamento. Il Santuario veniva riaperto al culto nel 1935. 

Della lunga stagione benedettina rimanevano ancora visibili, all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, le vestigia dell’antico monastero congiunto con la facciata della chiesa da un muro posticcio, in seguito abbattuto per lasciare un corridoio che separa l’edificio dall’area archeologica che preserva le rovine di una villa rustica di età romana (Fig. 2).

Fig. 2. Villa rustica. Foto di Cristina Rossi

Per la ricostruzione delle fasi edilizie della chiesa precedente al XII secolo (attestata sin dall’VIII), si hanno a disposizione solo frammenti a bassorilievo, primo fra tutti la scultura datata tra il IX e il X secolo, che presenta una schiera di personaggi disposti frontalmente dinanzi a una tavola imbandita, riconosciuta come L’ultima cena o Cena monastica, in precedenza collocata sul piano pavimentale dell’ingresso e poi reimpiegata come paliotto dell’altare maggiore (Fig. 3).

Santa Maria di Canneto
Fig. 3. Santa Maria di Canneto presso Roccavivara, paliotto d’altare. Foto di Cristina Rossi

La pianta della chiesa restituisce l’invaso attuale costituito da una sala tripartita e triabsidata senza transetto, con il corpo centrale più alto delle due navate laterali, con copertura a doppio spiovente. Le navate sono alternate da una sequenza di colonne e di pilastri e nella navata destra, all’altezza della prima campata, si innesta il campanile a base quadrangolare. Quest’ultimo, si eleva ripartito in tre registri aperti da monofore e da trifore.

L’impianto basilicale di Santa Maria di Canneto si ritrova diffusamente nel territorio molisano, dalla chiesa del San Mercurio a Campobasso a quella di Santa Maria della Strada a Matrice e di San Nicola a Guglionesi, a riprova di una comune adesione al modulo costruttivo diffuso nel corso del XII secolo.

All’interno della chiesa, appoggiato alla parete che separa la navata centrale da quella sinistra, si trova un ambone datato da un’epigrafe al 1223, caratterizzato da quattro colonne che sorreggono tre archi, (l’ultimo, più ampio e più alto), reca l’iscrizione anno domini millesimo ducentesimo vigesimo terzio (Fig. 4).

Santa Maria di Canneto
Fig. 4. Santa Maria di Canneto presso Roccavivara, ambone del 1223. Foto di Cristina Rossi

L’arredo liturgico, oggi ben illuminato da un sofisticato sistema di luci, in origine era collocato in un altro luogo della chiesa. Fino al 1931, infatti, esso trovava posto all’interno del presbiterio, a ridosso della prima arcata della navata sinistra, a fianco dell’altare maggiore. Attraverso l’analisi stilistica delle sculture che riempiono gli archetti del mobilio, che rappresentano una teoria di monaci, è possibile sostenere che l’attuale prospetto sia il risultato di un ampliamento duecentesco di un precedente ambone collocabile nel XII secolo, sulla base di confronti formali e iconografici con altri manufatti abruzzesi dell’epoca.

Il monumento è meta di pellegrinaggi mariani, che dagli ultimi giorni di agosto fino alla prima settimana di settembre celebrano le festività per il giorno della nascita della Madonna, che cade l’8 settembre. In questa occasione la statua lignea della Vergine, un’opera del XIV secolo chiamata Madonna del sorriso per via dell’espressione dolcemente sorridente, conservata sull’altare maggiore, viene portata solennemente in processione (Fig 5).

Fig. 5. Santa Maria di Canneto presso Roccavivara, statua lignea della Vergine con Bambino. Foto di Cristina Rossi


Storie longobarde dal Parco Archeologico di Castelseprio

Tra le testimonianze archeologiche più significative del territorio lombardo è certamente il castrum della regione del Sebrio, il territorio che oggi identifichiamo con l'area della provincia di Varese, o meglio con il triangolo di terra compreso tra il lago di Varese, l'aeroporto della Malpensa e la statale saronnese.

Questo territorio, lontano da Roma, ma di diretto accesso all'arco alpino, presentava un ulteriore vantaggio: un fiume di media portata, l'Olona, attraversava in lungo la vallata circondata da area boschiva di robinie di alto fusto con querce e castagni e da un fitto sottobosco tipico delle brughiere. Il percorso del fiume si snoda attraverso la stretta lingua di terra, ai cui lati si dipartono due profondi valloni, che la isolano il territorio dai pianalti circostanti, creando un perfetto canale protetto di comunicazione tra l'area di confine alpina e la città di Mediolanum.

La abside della Basilica di S. Giovanni. Foto di Jessica Lombardo

È fondamentale ricordare che quest'ultima, a partire dal 286 d.C. fu scelta da Massimiano quale nuova residenza e capitale per l'Impero romano d'Occidente.

In questo contesto storico, molto probabilmente, dobbiamo collocare una progressiva intensificazione della frequentazione dell'area, che aveva visto la presenza di abitati fin dalla tarda età del Bronzo e l'inizio dell'età del Ferro e che assume solo ora un ruolo funzionale essenziale, in relazione alle esigenze militari di controllo della valle dell’Olona e dell’importante via di comunicazione tra Como e Novara. Purtroppo pochissime sono le testimonianze di epoca tardo romana, a fronte di una più significativa stratificazione di epoca gota e longobarda.

L'ipotesi più verosimile colloca la fondazione del castrum vero e proprio al V sec. sotto dominio goto e un passaggio in mano longobarda sul finire del VI sec. con l'acquisizione di un ruolo primario nel controllo amministrativo e giurisdizionale di un ampio territorio, la Giudicaria del Seprio.

Visitare Castelseprio: vademecum per un percorso di visita al Parco Archeologico

La posizione scelta per la fortificazione, ovvero il rilievo che domina la vallata dell’Olona, rese la struttura del castrum più complessa del previsto: era necessario disporre di una doppia posizione: una a monte, per una visione complessiva del territorio e un' estensione a valle, una propaggine di struttura difensiva che giungesse fin quasi alle sponde del fiume.

La Basilica di S.Giovanni. Foto di Jessica Lombardo

Questa conformazione influenza anche il nostro percorso di visitatori moderni: il sito del castrum, a monte rientra nel comune di Castelseprio, l'area a valle, successivamente trasformata in monastero e reimpiegata come cascina agricola in tempi più recenti è invece il ben noto sito FAI del Monastero di Torba a Gornate Olona. L'organizzazione del castrum, che possiamo definire di tipo “urbano”, si articola in tre grandi settori, nei quali possiamo individuare almeno cinque punti focali di visita:

  1. La visita al Parco ha come fulcro il complesso di San Giovanni, edificio di culto principale dell'area, dotato di battistero e cisterna per la raccolta dell'acqua, eretto tra V e VI secolo. La basilica di forma rettangolare, prevedeva tre navate con relativi ingressi (probabilmente quello centrale preceduto da un portichetto). La abside semicircolare orientale risulta dunque adiacente ad un battistero ottagonale. In prossimità dell'area della torre campanaria, nello stesso spazio dell'abside e persino nel tamponamento dell'ingresso settentrionale furono sepolti personaggi influenti: sono infatti documentate numerose lastre decorate con croci astili a bassorilievo, utilizzate come coperture sepolcrali, oggi custodite presso l'esposizione permanente dell'Antiquarium.
  2. Si data invece all’XI secolo la chiesa di San Paolo, distante pochi passi dal complesso basilicale: a pianta centrale, esagonale, con abside collocata a est. L’edificio era probabilmente dotato di un deambulatorio al piano terreno con volte rette da colonne a sostegno di un piano superiore.
  3. Ancora diverse sono le testimonianze relative a edifici di culto nell'area di Castelseprio: il cosiddetto “Conventino” di San Giovanni, oggi per l'appunto adibito a spazio museale; la chiesa di Santa Maria a Torba (VII-VIII secolo), in origine probabilmente ad aula unica con cripta, poi estesa nella creazione di una vera e propria struttura conventuale e infine, all’esterno del castrum, nell'area rialzata circondata dai castagni che vide lo sviluppo di un vasto borgo, fu costruito l’oratorio di Santa Maria foris portas, un piccolo edificio preceduto da un atrio, per alcuni studiosi eretto tra VI e VII secolo, per altri tra VIII e forse IX secolo. Santa Maria è forse la tappa più interessante del sito di Castelseprio: la sua abside orientale conserva un ciclo di affreschi straordinari e di ancora dubbia attribuzione, dedicati alla natività e all'infanzia di Cristo e ispirati a vangeli apocrifi di tradizione orientale. Certamente questi ultimi edifici, complessi e ricchi di spunti di discussione, meritano un'argomentazione a sé.
  4. Dirigendosi in un percorso ad anello verso il sentiero che costeggia le mura esternamente e che permette al visitatore di ritornare al punto di partenza del tour si incontra la struttura della cosiddetta casaforte: collocata in posizione centrale e protetta, sul fondo di un ampio spazio, una propaggine aggiunta al castrum, direttamente accostata alle mura, fa supporre che questa fosse la sede dell’autorità civile, del comandante militare o di un alto funzionario, o forse di un corpo di guardia. Internamente divisa in due ambienti con finestre ad arco oltrepassato era disposta su più piani collegati da scale. Non è mai stata oggetto di scavi stratigrafici.
  5. Per permettere al visitatore di concludere il percorso di rientro avendo un'idea concreta della struttura del castrum è stato previsto l'arrangiamento di un sentiero esterno alle mura: una passeggiata nella natura, tra i castagni e ciò che rimane delle torri a base quadrata che cadenzavano il perimetro dell'accampamento fino al ricongiungimento con il torrione di ingresso, sul lato ovest del pianoro, dove un ponte ligneo, sorretto da una struttura a quattro torri, permetteva l’ingresso al castrum.
Castelseprio
L'oratorio di Santa Maria foris portas. Foto di Jessica Lombardo

Dal 2011 il sito di Castelseprio rientra nel progetto Italia Langobardorum promosso dall'omonima associazione nata nel 2008 con sede presso il Comune di Spoleto. Ne fanno parte i Comuni di Benevento, Brescia, Campello sul Clitunno, Castelseprio, Cividale del Friuli, Monte Sant’Angelo, Spoleto, la Fondazione CAB-Istituto di cultura Giovanni Folonari e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.