Tommaso d'Aquino Summa Theologiae vita

Tommaso d’Aquino e l'inizio della vita

Da che momento possiamo parlare di persona? Il feto ha gli stessi diritti dell'individuo adulto? Interrompere volontariamente una gravidanza costituisce un omicidio?

Queste e altre domande simili animano il dibattito contemporaneo su temi come l'aborto e la fecondazione assistita ma esse non sono affatto recenti: già in epoca medioevale infatti ci si interrogava se il feto potesse essere definito una persona umana.

Per Tommaso d'Aquino, probabilmente il più importante teologo cristiano medievale, il feto non riceve da Dio l'anima intellettiva (e immortale) al momento del concepimento ma solo dopo un graduale processo di sviluppo.

Per l'Aquinate solo un corpo dotato di organi è la materia adeguata per ricevere l’anima intellettiva e prima di arrivare a questo grado di sviluppo il feto deve attraversare alcuni stadi intermedi in cui assume prima la forma vegetativa e poi sensitiva.

In altri termini, il corpo umano viene formato e disposto a ricevere l’anima in modo graduale: per cui in un primo momento, finché la sua disposizione è imperfetta, riceve prima l'anima vegetativa e poi quella sensitiva (che sono mortali); poi, quando ha raggiunto la perfetta disposizione, riceve l’anima intellettiva che comprende la sensitiva e la vegetativa.

Tommaso d'Aquino Summa Theologiae vita
Barbieri Giovan Francesco detto il Guercino, San Tommaso d'Aquino  in atto di scrivere l'Inno del Santissimo Sacramento (1662), dal transetto destro della Basilica di San Domenico a Bologna. Foto di Georges Jansoone (JoJan, 2006)

Come scrive l'Aquinate nella sua Summa Theologiae:

Bisogna ammettere che nell'embrione preesiste già l'anima, da prima vegetativa, poi sensitiva e infine intellettiva. [..] Dobbiamo perciò concludere che, al sopraggiungere d'una forma più perfetta, si opera la corruzione della forma precedente, poiché la generazione di un essere implica sempre la corruzione di un altro essere, tanto nell'uomo che negli animali: e questo avviene in maniera che la forma seguente abbia tutte le perfezioni della precedente, e qualche cosa in più. Così, attraverso varie generazioni e corruzioni, si giunge all'ultima forma sostanziale, tanto nell'uomo quanto negli altri animali. [..] Quindi bisogna affermare che l'anima intellettiva è creata da Dio al termine della generazione umana, con la scomparsa delle forme preesistenti, e che essa è insieme sensitiva e nutritiva” (ST, I, q. 118, a. 2 ad 2)

E ancora nella Summa contra Gentiles nel secondo libro al capitolo 89 si afferma:

La specie dell’essere formato non rimane la stessa: poiché dapprima ha forma di seme, poi di sangue, e così via fino a che non arriva al suo ultimo compimento. [..] Nella generazione degli altri corpi [non semplici ma complessi come l’uomo] bisogna ammettere una gradualità per le molte forme intermedie esistenti tra la forma primordiale degli elementi e l’ultima forma . Perciò l’anima vegetativa, che viene per prima, mentre l’embrione vive la vita della pianta, si corrompe e le succede un’anima più perfetta, che è insieme nutritiva e sensitiva, e allora l’embrione vive la vita dell’animale; distrutta questa, le succede l’anima razionale che viene infusa dall’esterno, sebbene le anime precedenti derivassero dalla virtù del seme”.

Quindi per Tommaso l’embrione appena concepito non può avere un'anima intellettiva, pur essendo orientato costitutivamente a riceverla da Dio, poiché non possiede un’organizzazione materiale adeguata per poter supportare eventuali atti intellettivi.

L'embrione possiede una natura umana solo virtualmente poiché vive durante il processo generativo prima la vita di un vegetale poi quella di un animale: solo alla fine, quando riceve l'anima intellettiva, diviene formalmente ciò che virtualmente è stato fin da principio cioè un essere umano.

Non si può parlare quindi di vita umana prima nell'infusione da parte di Dio dell'anima intellettiva: ne deriva che sopprimere un feto allo stadio vegetativo o sensitivo, pur essendo un grave peccato in quanto interruzione di un processo che avrebbe condotto al sorgere di una persona umana, non può essere considerato formalmente un omicidio se non in un senso puramente virtuale.

Tommaso d'Aquino Summa Theologiae vita
Bernardo Daddi, Vergine Maria tra i santi Tommaso d'Aquino e Paolo (1330 circa). Foto di Sailko, CC BY-SA 3.0

Per chi volesse approfondire il tema e le sue implicazioni nella bioetica contemporanea consiglio la lettura di Amerini, Fabrizio, Tommaso d’Aquino. Origine e fine della vita umana Pisa, Ets, 2009, pp. 250.


I libri di Michel Vovelle che dovreste leggere

Due libri di Michelle Vovelle, La mentalità rivoluzionarie e I giacobini e il giacobinismo, nell'edizione italiana per i tipi Laterza.

Il 6 ottobre scorso si è spento Michel Vovelle, lo storico francese che ha saputo coniugare una rigorosa impostazione marxista allo studio della mentalità sociale e dell'ideologia. Ammetto che mi è scesa una lacrima, perché gli studi di Vovelle hanno acceso e alimentato la mia passione per la storia.

Vovelle ha scritto tantissimo, ma non tutti i suoi testi hanno avuto uguale fortuna in Italia (molti a lungo non sono stati tradotti). Io ve ne voglio consigliare tre che non potete perdervi e che vi faranno innamorare del suo modo di fare storiografia.

 

La morte e l'Occidente

Questo è forse lo studio più famoso. È un'indagine accuratissima su come la percezione della morte, il rapporto con essa e dunque le ritualità sia cambiato in Europa dal Medioevo a oggi. Il libro combinadati statistici (ove disponibili), fonti storiche di vario genere, metodo antropologici e persino letterario per ricstruire come le persone abbiano affrontato il mistero della morte, quali spiegazioni abbiano dato, quali siano state le visioni oltremondane che hanno attraversato i secoli. Non soltanto, La morte e l'Occidente si occupa anche di riti e ritualità e indaga il rapporto, spesso complesso e contraddittorio tra rito (pubblico e privato) e sentimento di lutto.

Oltre a essere una lettura scorrevole, che di fatto attraverso il tema ripercorre la storia delle nostre radici culturali, il libro è interssantissimo dal punto di vista metodologico perché mostra come un sapiente approccio multidisciplinare potenzi la nostra conoscenza e come il rigore del materialismo storico dia forse i suoi risultati più strabilianti in combinazione con altre metodologie.

 

La mentalità rivoluzionaria

La mentalità rivoluzionaria è il saggio che consiglio sempre a chi si avvicini al periodo della Rivoluzione Francese, anche solo per vie traverse (per esempio a chi sia interessato al nostro Ugo Foscolo). Se si vuole davvero capire cosa sia stata la Rivoluzione Francese oltre la fattualità storica e come abbia cambiato per sempre la mentalità occidentale, bisogna leggere questo studio. La mentalità rivoluzionaria è stato il primo studio a rispondere alla domanda per nulla banale sulle motivazioni psicologico-antropologiche del processo rivoluzionario e sul suo effetto nel modificare le visioni del mondo preesistenti e nel crearne di completamente nuove.

Il saggio si articola in sei parti, che si occupano rispettivamente dei prodromi della Rivoluzione, della distruzione del mondo passato, della costruzione di un nuovo universo di valori e riferimenti e infine delle reazioni di rifiuto del cambiamento. Inutile dire che la parte più interessante è proprio quella centrale (parti terza, quarta e quinta), nelle quali si ricostruisce la complessità della costruzione sociale, teorica e pratica, dei rivoluzionari, attraverso l'analisi delle dottrine politiche, ma anche della quotidianità. Particolarmente affascinante e nodo centrale per immergersi davvero nel modo di pensare dei rivoluzionari francesi sono i capitoli dedicati a quello che Vovelle chiama l'homo novus rivoluzionario. Proprio la definizione di un'umanità ideale, con una nuova socialità e nuovi spazi di vita, il cui fare deve essere il bene comune, è uno dei temi portanti della Rivoluzione, terreno di dialogo e di scontro acceso tra i più importanti politici dell'epoca.

 

I Giacobini e il Giacobinismo

Dei tre libri che ho segnalato, forse I Giacobini e il Giacobinismo è quello più tecnico e anche il più politico. Il libro è lo studio più approfondito sulle differenti correnti dell'ideologia giacobina.

Chi si aspetta un libro sugli anni 1789-1794 si troverà spiazzato dalla prefazione del libro: solo una delle tre parti, infatti, è dedicata a quello che Vovelle chiama "giacobinismo storico", indossolubilmente legato agli eventi della Rivoluzione Francese, mentre le altre due sono dedicate al giacobinismo "trans-storico", cioè a come gli ideali teorizzati da Robespierre e dagli altri teorici giacobini siano sopravvissuti alla fine della rivoluzione e, attraverso trasformazioni e rinnovamenti nel linguaggio, siano diventati parte del dibattito storico-politico novecentesco e contemporaneo (a tal proposito basti ricordare che sull concetto giacobino di vertu si è imperniata la campagna elettorale di Mélanchon). Scritto con il consueto stile accessibile anche ai non specialisti, il libro è anche una riflessione sulle radici della sinistra europea, sul rapporto tra marxismo e giacobinismo e su quanto sia necessario, oggi più che mai, lo studio e la comprensione dei processi rivoluzionari perché, dice Vovelle, "Quan'danche non restasse altro di quest'eredità che la memoria di una volontà collettiva di cambiare il mondo e di unire a questo scopo le volontà individuali in un gigantesco sforzo di generosità, di proselitismo e di azione concertata, il giacobinismo [...]lascia ancora il ricordo di un'esperienza esaltante. E ci sorprendiamo a sperare che, sul banco su cui Jaurès sognava, attraverso il tempo, di andare a sedersi accanto a Robespierre al club dei giacobini, ci sia ancora un posticino per noi."

 

 


Museo di Santa Scolastica Bari

Il Museo di Santa Scolastica racconta 3800 anni di storia di Bari

Il Museo di Santa Scolastica, che sorge nei luoghi che costituivano il monastero omonimo a Bari, restituisce finalmente un luogo fondamentale alla vita cittadina, con l'apertura di tre nuove sale inaugurate il 12 ottobre. Le sale sono dedicate in particolare all'archeologia di Bari: i materiali esposti provengono infatti da diversi punti della città.

Museo di Santa Scolastica BariQuanti baresi conoscono - almeno a grandi linee - la storia della loro città?
Il Museo Archeologico di Santa Scolastica potrà sicuramente contribuire a schiarire le idee a tanti, ma soprattutto sarà in grado di farlo in modo variegato e coinvolgente.

Museo di Santa Scolastica BariAll'interno del Bastione - che insieme all'area archeologica di San Pietro era già in precedenza visitabile - si viene accolti dalle teche di anfore e crateri, e dal sarcofago marmoreo dell'abadessa benedettina Guisanda Sebaste (dodicesimo secolo). Sulla destra, si ha l'impressione netta di stare per intraprendere un viaggio nel passato di questi luoghi.

Museo di Santa Scolastica BariProseguendo sul percorso, è possibile ammirare gli elmi bronzei provenienti da Bitonto e Ruvo di Puglia, tutti datati al quinto secolo a. C.

Museo di Santa Scolastica Bari
Elmo bronzeo da Ruvo di Puglia, V secolo a. C. Collezione archeologica della Provincia di Bari, inv. 7697

In un vano porticato lungo cinquanta metri circa, e costruito dalla stessa Sebaste, è quindi ospitata la sezione Archeologia di Bari. Sulla destra, è qui possibile scorgere sulla la lastra sepolcrale della badessa Adriana Gerumda, proveniente dalla cappella maggiore della chiesa del monastero.

Museo di Santa Scolastica BariIn questa sezione si mostra quindi Bari, partendo da epoca tardoantica e bizantina (tra quarto e dodicesimo secolo) e andando indietro nel tempo, fino al primo insediamento cittadino: un villaggio di capanne dell'Età del Bronzo (tra diciottesimo e undicesimo secolo a. C.) alla fine della sequenza stratigrafica.

Tra i due estremi, ritroviamo le testimonianze relative all'abitato nella prima Età del Ferro (900-700 a. C.) e alla necropoli peucezia (con reperti del IV e V secolo a. C.); relativamente poche le testimonianze di età romana, anche perché molto è stato oggetto di reimpiego da parte dei Bizantini. Non numerose sono pure quelle relative al momento di transizione dei secoli dal quarto al sesto d. C.
Bari acquisterà quindi grande importanza coi Bizantini, diventando capitale del thema di Langobardia e poi del Catapanato d'Italia.

Museo di Santa Scolastica Bari
Cratere apulo a figure rosse dalla necropoli peucezia, 380-370 a. C.

Impossibile non perdersi per ore ad ammirare le opere presenti in questa sezione del Museo di Santa Scolastica, che come si è detto riguardano un ampio spettro temporale. I vasi, il cinturone in bronzo dalla necropoli peucezia del IV secolo a. C., l'anello di Minerva di prima età imperiale romana, le monete bizantine, e le epigrafi di età romana con le loro storie. Tanti oggetti che ci raccontano della vita quotidiana a Bari nei secoli passati, insomma, e sicuramente si sta facendo torto a qualcuno di loro, non citandolo.

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Una sezione del Museo di Santa Scolastica ci narra poi della Vita nel monastero: e lo fa in particolare col pozzo-immondezzaio, i reperti esposti e la proiezione di un video. Il pozzo-immondezzaio (XIV-XV secolo) ci parla del periodo di massimo sviluppo del convento, con un forte aumento del numero delle monache.

Museo di Santa Scolastica BariQuesto pozzo fu in seguito utilizzato per riporvi rifiuti, che si sono quindi conservati come testimonianza preziosa fino a noi. Si rimane qui colpiti da un catino poliansato rivestito di vetrina e dipinto in bruno e verde, con motivo di pesci e uccelli.

Museo di Santa Scolastica BariSanta Scolastica non è però solo storia della città di Bari, ma pure quella dello stesso Museo Archeologico, del quale ripercorre i passi nella sezione Museo com'era. Istituito il 16 agosto 1875 come Museo Archeologico della Provincia di Bari, la sua organizzazione fu affidata al barese Michele Mirenghi, cultore di numismatica, ad Antonio Jatta (figlio del fondatore del Museo a Ruvo di Puglia) e a Giovanni Jatta, botanico e paletnologo. Costituì un vibrante centro fino alla chiusura avvenuta il 31 gennaio 1994. Un angolo del nuovo museo propone uno scorcio con l'approccio ottocentesco alla presentazione dei reperti, con una teca dell'epoca e il registro dei visitatori, e poi con pubblicazioni, documenti, reperti, e altri materiali d'epoca. Ci si arriva per mezzo di un corridoio arricchito di foto e spiegazioni e tramite questo punto si arriva a un secondo cortile.

Museo di Santa Scolastica Bari
Un muro impedisce di proseguire negli spazi dove procedono i lavori, ma si può sbirciare

Tantissime foto e schede informative spiegano poi quello che è stato, oltre a quello che potrà essere il Museo di Santa Scolastica: nuovi locali verranno aperti in futuro e tantissimi reperti non sono ancora esposti. Alcuni tra questi ultimi è però possibile vederli proiettati nella sala multimediale.

Museo di Santa Scolastica BariPure visitabile è l'attigua area archeologica di San Pietro, che costituisce un vero e proprio palinsesto architettonico. Alla chiesa di San Pietro Maggiore (esistente almeno dal dodicesimo secolo), si affiancò un convento francescano (nel quindicesimo secolo), che a partire dal 1887 divenne il primo Ospedale della città di Bari. Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, il complesso fu gravemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi. Versò quindi in uno stato di abbandono fino alla (già allora discussa) decisione di demolirlo. Rimane in piedi il chiostro del convento.

Museo di Santa Scolastica BariNel 1912 Michele Gervasio individuò in quest'area il villaggio dell'Età del Bronzo che costituisce il primo insediamento cittadino, risalente al secondo millennio a. C. Dopo la demolizione, la ricerca archeologica riprenderà solo a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Museo di Santa Scolastica BariA visita conclusa si rimane impressionati dalla diversità delle possibilità di fruizione, in grado di immergere pienamente i visitatori nel passato. Non si può non auspicare che la città di Bari sappia apprezzare il meraviglioso lavoro che è stato fatto al Museo di Santa Scolastica, e che possa attingere a tutta la ricchezza della storia e l'arte ivi custodita.

Foto di Giuseppe Fraccalvieri.


W poszukiwaniu średniowiecza Alla ricerca dei secoli bui Chodlik

Alla ricerca dei secoli bui

Alla ricerca dei secoli bui, di Jakub Stępnik, racconta la missione archeologica condotta nella cittadella altomedievale in Chodlik (Polonia). Lo fa spostando la camera su archeologi e studenti, lasciando scoprire i piccoli gesti quotidiani, ma anche la passione e la serità con cui uno scavo archeologico viene condotto.

Il film verrà proiettato sabato 20 ottobre 2018, alle 17.00, nell'ambito dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.

 

W poszukiwaniu średniowiecza

Alla ricerca dei secoli bui

Nazione: Polonia

Regia: Jakub Stępnik

Consulenza scientifica: Łukasz Miechowicz

Durata: 8’

Anno: 2017

Produzione: Jakub Stępnik

 

Sinossi: Breve racconto incentrato sulla passione per la ricerca e il modo in cui viene percepita l’atmosfera di una missione archeologica. Questo filmato riassume la seconda stagione di scavi condotti presso un deposito di derrate nella cittadella altomedievale di Chodlik, in Polonia.

 

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://sketchfab.com/chodlik

https://it-it.facebook.com/chodlik/

Scheda a cura di: Alessandra Cilio

 


Fortificazioni, palizzate e ardesia. La Raya all’inizio del Medioevo

Il docufilm Fortificazioni, palizzate e ardesia. La Raya all'inizio del Medioevo, prodotto da Contracorriente Producciones per la regia di Pablo Moreno Hernandez, aprirà il pomeriggio dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, venerdì 19 ottobre 2018, alle ore 17.30.

Fortificaciones, poblados y pizarras. La Raya en los inicios del Medievo

Fortificazioni, palizzate e ardesia. La Raya all’inizio del Medioevo

Nazione: Spagna

Regia: Pablo Moreno Hernández

Consulenza scientifica: Iñaki Martín Viso

Durata: 11’

Anno: 2018

Produzione: Contracorriente Producciones S.L.U.

Sinossi: Il cortometraggio illustra il tema della mostra omonima di Palacio de los Águila a Rodrigo, in Spagna, in programma da marzo 2018 a giugno 2019, che si ispira alle tre principali caratteristiche che definiscono l’evoluzione della Raya, così come altre regioni, in questo periodo. Il primo termine, infatti, si riferisce alle fortificazioni, agli insediamenti rurali fortificati destinati a trasformarsi in centri di controllo dei territori limitrofi. Questi luoghi hanno sostituito i vecchi centri del potere, caratterizzandosi per la presenza di gruppi socialmente ed economicamente emergenti. Il termine “palizzate” si riferisce ai villaggi contadini che in questo momento cominciano a prendere forma, riflettendo le attività della maggior parte della popolazione, dedita all’agricoltura e all’allevamento del bestiame, in un contesto più autonomo rispetto a quello precedente, dominato dalle aristocrazie locali. La parola “ardesia”, infine, fa riferimento alle iscrizioni lasciate su questo materiale, che testimoniano la sopravvivenza della cultura scritta e le trasformazioni linguistiche. Molte iscrizioni sono di difficile interpretazione, ma la loro concentrazione all’interno di alcuni insediamenti fortificati lascia supporre che facessero parte degli strumenti con cui veniva esercitato il controllo su questi luoghi. La mostra, a cui si lega il film, si concentra su aspetti particolari, come la produzione di oggetti di uso quotidiano, il mondo funerario o il ruolo di studiosi locali, come Serafin Tella. Un periodo a lungo ritenuto “oscuro” viene così rischiarato, seppure parzialmente, e ci offre un quadro inedito, di persone che non appaiono nelle grandi storie storiche. È una storia di contadini, di leader locali il cui orizzonte appariva limitato alla loro regione d’appartenenza. Un’esperienza condivisa in tutto il territorio della Raya, e che ha dato vita ad un patrimonio storico-culturale che è ancora conservato in queste terre dell’entroterra della penisola iberica.

Informazioni regista: Pablo Moreno Hernández, regista. Nato il 16 giugno 1983 a Salamanca, ha un diploma magistrale con indirizzo in Educazione Infantile e una laurea in Comunicazione Audiovisiva presso l’Università di Salamanca, contando anche su una formazione in materia di regia e interpretazione. È socio fondatore e direttore della società di produzione audiovisiva Contracorriente Producciones S.L.U, sin dalla sua costituzione nel 2006. Direttore del Festival del film educativo e spirituale FICEE, presidente dell’associazione Kinema Siete, è membro del consiglio pastorale del Consiglio Pastorale della diocesi di Rodrigo e responsabile della delegazione diocesana di Evangelizzazione e Nuove Tecnologie, sceneggiatore e direttore della maggior parte delle produzioni audiovisive della Contracorriente Producciones S.L.U. Ha anche esplorato il campo della interpretazione e della direzione teatrale.

Informazioni casa di produzione: http://contracorrienteproducciones.es/

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.academia.edu/36220216/Exposici%C3%B3n_Fortificaciones_poblados_y_pizarras_la_Raya_en_los_inicios_del_Medievo_

https://ataemhis.usal.es/exposicion-fortificaciones-poblados-y-pizarras-la-raya-en-los-inicios-del-medievo/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Nuove ipotesi sull'antico abitato di Torcello

In corso lo scavo dell’Università Ca’ Foscari Venezia

L’ANTICO ABITATO DI TORCELLO RESTITUISCE UNO SCHELETRO – NUOVE IPOTESI SUI PRIMI ABITANTI DELL’ISOLA E LA LORO VITA

L’origine di Venezia si arricchisce di nuovi dati interpretativi

LO SCHELETRO

A Torcello, isola veneziana nella laguna, presso lo scavo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, iniziano ad emergere i protagonisti della millenaria storia dell’isola. Una sepoltura databile intorno all’VIII secolo d.C. è stata infatti scavata in questi giorni dall’equipe di studiosi sotto la direzione scientifica dell'archeologo Diego Calaon (Marie Curie Fellow). "Si tratta di un giovane adulto, la cui sepoltura – non troppo lontana dall’area che immaginiamo essere stata adibita a cimitero intorno alla Basilica nelle sue fasi altomedievali – di cui si è conservato piuttosto bene quasi tutto lo scheletro, ad eccezione della testa. Non lasciamoci ingannare però: il ritrovamento delle parti residuali di lato destro del cranio e il taglio di una buca di età moderna (probabilmente per un palo strutturale) proveniente dall’alto, ci indicano che la sepoltura era completa e che solo le attività successive svolte nell’area hanno determinato le mancanze di oggi".

Si tratta di un rinvenimento importante: a Torcello negli scavi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso erano state indagate aree cimiteriali, ma generalmente più moderne, ovvero pertinenti al pieno medioevo. Potere analizzare dati biometrici degli antichi Torcellani tra VI e IX secolo è un’occasione unica. Chi erano gli antichi abitanti dell’isola che vivevano nelle ben costruite case di legno presente densamente nell’area? Lavoratori liberi? Schiavi? Si tratta di una comunità già profondamente cristianizzata o meno? La presenza di una tomba isolata, o non connessa direttamente alla chiesa apre a molte ipotesi: le analisi DNA e biometriche ci indicheranno importanti dati interpretativi.

L’AREA

La sepoltura è stata scavata in un area molto interessante da un punto di vista stratigrafico: siamo sull’intestatura di un antico canale lagunare che separava l’isola dell’Antica Chiesa di Santa Maria dall’area dell’abitato medievale: il canale nel tempo è stato bonificato con centinaia di pali lignei, indice di una “fame di spazio” per abitazioni e attività artigianali che richiedeva l’allargamento e la creazione di nuovi spazi abitati.

Lo scavo nella sua estensione, ci sta rivelando come l’VIII i il IX secolo siano centrali per attestare l’esplosione demografica nell’isola: presenza di fitte case in legno, moli, focolari e strutture produttive, testimoniate da centinaia di frammenti di ceramica da cucina (tra cui molti catini coperchio, gli antichi testi per la cottura di pani e focacce nei focolari a terra), anfore da olio e vino, pietra ollare per la cottura di zuppe e minestre.

 LA DIETA

Cosa mangiavano i primi abitanti dell’isola? Anche a questa domanda possiamo già dare qualche risposta: mangiavano molto pesce, visto l’ambiente lagunare, comprese ostriche, cozze e molluschi, ma anche pesce d’altura, alcuni resti in corso di studio sembrano riferirsi addirittura a tartarughe e delfini. Attestati consumi importanti di carni bianche da pollame, di maiale e carne bovina, anche se i consumi di carne dimostrano la presenza di numerosi ovini, presenti sia per la carne che per la probabile produzione di pergamene. Oltre a ciò una grande varietà di verdure e frutta. Il contenuto delle anfore invece attestano consumi di olio, vino e spezie dal sud del Mediterraneo.

IL PORTO

L’abitato copre un’area molto ampia di magazzini, costruiti e attivi nei due secoli precedenti, tra VI e VII secolo dopo cristo: "Torcello diventa un punto nodale della portualità lagunare proprio in questo momento. Altino non è più praticabile come porto, e i magazzini che stiamo scavando nell’isola - continua Diego Calaon- ci dicono come molto prima di “immaginate” o “leggendarie” distruzioni barbariche le élite locali avevano investito pienamente per la creazione di uno scalo efficiente proprio nell’area del litorale dell’epoca. Magazzini costituiti con mattoni romani di riuso, alcuni anche iscritti, fondati con pietre spogliate dall’antica città romana. Il magazzino portuale porticato visibile a Torcello in questi giorni è eccezionalmente ben conservato".

UNA NUOVA INTERPRETAZIONE SULLE ORIGINI DI VENEZIA

 Tradizionalmente, Torcello si è sempre considerata nell’ottica di Venezia, come la prima Venezia, come l’origine della Serenissima, affidando a Torcello il ruolo del luogo dove gli antichi altinati (romani) si sarebbero rifugiati per scappare dai barbari. Se fosse così, come ci racconta il mito, gli spazi geografici dell’antica Torcello (ma anche di Rialto) dovrebbero essere considerati come luoghi “impervi, inaccessibili” dove nessuno avrebbe mai voluto mettere piede. Questa narrativa, fatta di guerre, barbari, lotte ha molto fascino, ma va riconsiderata alla luce dei recenti rinvenimenti.

L’archeologia ci racconta una storia completamente diversa. Una storia di trasformazioni ambientali e lenti adattamenti, su cui si sono fatti importanti investimenti sul piano commerciale e delle infrastrutture portuali. Ci racconta una storia di genti, di case, di relazioni. Una storia da narrare.

L’interpretazione nuova che se ne vuole dare è negli spazi e nelle stratigrafie Torcellane: “Torcello è il Porto Tardo-Antico e Altomedievale di Altino”. La collocazione del nuovo porto è essenzialmente dovuta ai cambiamenti ambientali, sia su larga scala (la progressiva trasformazione dei delta/estuari dei fiumi che sfociano in area costiera, con apporti progressivi verso il mare e la creazione di nuove aree mediamente acquatiche con barene, dossi e dune litoranee) che a scala locale (il progressivo interramento delle aree portuali di Altino e la necessità di spostare gli scali commerciali su aree con canali/lagune con maggiore capacità acquea).

Nella nostra narrativa, inoltre, hanno largo spazio i materiali da costruzione (il legno, il fango), l’approccio antropologico alla vita sulle lagune (il rapporto con l’acqua), e la fondamentale prospettiva dell’uso di forze lavoro per mantenere in vita i nuovi porti (schiavi).

Nel frattempo continuano anche le indagini in un altro settore, dove una costruzione di grandi dimensioni (più di 25 metri di lunghezza), interpretabile come una rimessa per le barche e magazzino, databile al XIV secolo, è in corso di scavo e studio. L’edificio con solide fondazioni in pietra (ancora  ”pezzi” di Altino riutilizzati in laguna,) si affaccia ad una robustissima antica riva in pietra, rinforzata successivamente da un pontile esterno per raggiungere quello che era il corso dell’antico Sile. Tra la riva e il magazzino i segni evidenti e abbondanti di un cantiere medievale per la sistemazione delle barche, probabilmente per la pesca, con le tracce dei pali per l’alaggio, per la sistemazione sul fianco dei natanti e, probabilmente, per la preparazione delle peci.

Insomma, una nuova storia sulle origini di Venezia tutta da raccontare: un lento spostamento di un centro commerciale e fluviale. Una storia densa di elementi, ricca da scoprire giorno per giorno.

L’ARCHEOLOGIA PARTECIPATA – IL PROGETTO TORCELLO ABITATA

Di conseguenza queste le riflessioni: “Come raccontare dunque questo materiale? Come “esporlo”? Come conservarlo?”

Da questo concetto prendono avvio gli APERITIVI ARCHEOLOGICI, le azioni di archeologia partecipata del Progetto Torcello Abitata 2018che ha ideato una forma insolita di incontro, condividendo insieme un aperitivo proprio lì, dove il cantiere di scavo è in corso, ascoltando dalla voce degli archeologi anticipazioni e news esclusive, ma anche proponendo giochi per bambini e visite guidate live, incontri con gli autori (Valerio Massimo Manfredi e Tiziano Scarpa) e momenti di riflessione sul possibile parco archeologico con i Soprintendenti ai beni Archeologici . PROGRAMMA APERITIVI ARCHEOLOGICI

Gli scavi saranno in corso fino al 14 ottobre.

Testo e immagini da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Università Ca' Foscari Venezia


Festival del Medioevo: oltre cento eventi per la grande manifestazione eugubina

Sono davvero tantissimi gli appuntamenti di questa IV edizione del Festival del Medioevo che si terrà a Gubbio dal 26 al 30 settembre. Il tema di questa quarta edizione è Barbari. La scoperta degli altri, il cui programma potete trovare qui o scaricare qui.

Un viaggio tra i popoli e gli individui. In mezzo ai “forestieri” e intorno ai confini, le convenzioni della storia e della geografia: segni che indicano un limite comune. Qualcosa che separa ma allo stesso tempo può anche unire. E che costruisce l'alterità e l'identità, l'amico e lo straniero, l'estraneo e il diverso. Una parola che contiene in sé l'idea di un territorio definito, di una separazione. Ma che indica anche una meta da raggiungere o un obiettivo da superare.

In pochi anni il Festival del Medioevo è diventata la più importante manifestazione nazionale di divulgazione storica intorno ai secoli della cosiddetta Età di Mezzo. L'appuntamento annuale a Gubbio è insieme colto e popolare. Propone più di cento eventi. Oltre duecento i protagonisti:  storici, scrittori, artisti, architetti, scienziati e giornalisti.

Il Festival del Medioevo 2018 è quindi ricco di eventi collaterali al programma delle Lezioni di Storia: sono previste numerose attività come incontri con gli autori, la Fiera del libro medievale, mostre,
dimostrazioni, living history, spettacoli e concerti, visite guidate e attività per i più piccoli.

Ritroverete parte dei suddetti eventi in questo post in aggiornamento quotidiano.

Indice:

  • Trekking letterari gratuiti tra le meraviglie eugubine
  • Due spettacoli sotto gli affreschi di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant'Agostino
  • Tre spettacoli di falconeria al Festival del Medioevo
  • Il Gruppo Sbandieratori Gubbio per due esibizioni coinvolgenti
  • Bambini e ragazzi protagonisti tra letture, giochi di ruolo e teatro delle ombre
  • Laboratorio di danze medievali
  • Con la funivia per salire in cima al "Colle Eletto"

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Il padre della letteratura italiana: Dante

La notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 moriva a Ravenna, gravemente malato, il padre della letteratura italiana, Dante Alighieri.

Intellettuale di riferimento per la nostra identità nazionale, è nel panorama italiano certamente uno dei più affascinanti. Nelle sue opere convergono tutti gli aspetti della cultura medievale, che sempre egli è pronto ad analizzare con curiosità e passione. Ma il suo merito più importante è forse la totale disponibilità al nuovo e all’autocritica, ciò che lo rende il prototipo dell’intellettuale per i letterati di tutto il mondo e di tutte le epoche, a partire dai contemporanei – si pensi alle letture pubbliche della Commedia tenute da Boccaccio - per andare poco più in là con Leonardo Bruni, nel Seicento con Milton e nel Novecento con Eliot e Montale.

E come non nominare l’impegno politico profuso per l’amata Firenze, cominciato con l’iscrizione all’Arte dei Medici e degli Speziali (era il 1295, aveva trent’anni) e culminato con l’accusa di appropriazione di denaro pubblico e di baratteria mentre era Priore del Consiglio dei Cento; nel 1302, con il prevalere della fazione nera guelfa, la pena si sarebbe tramutata in esilio e confisca dei beni. Dopo un periodo di sodalizio con i guelfi bianchi cacciati da Firenze, Dante scelse di accettare la pena e questa si rivelò la scelta definitiva, dopo che l’unica possibilità onesta e dignitosa di rientrare in patria, tramite l’auspicata liberazione della città ad opera di Arrigo VII nel 1310, era svanita. Gli ultimi anni della sua vita lo vedono muoversi di città in città, ospite gradito di eminenti personaggi, come Cangrande della Scala, dedicatario della terza Cantica della Commedia, e Guido Novello da Polenta, a Ravenna, dove tutt’ora giacciono le sue spoglie, invano richieste in futuro dai fiorentini.

Per quanto concerne la sua produzione letteraria, non si esagera quando si dice che nelle sue opere si può rintracciare tutto ciò che caratterizzerà la nostra letteratura nei secoli a venire: la Vita Nova è un prototipo di romanzo; le rime filosofiche, politiche o amorose innalzano la tradizione lirica; il Convivio è il primo esemplare di prosa filosofico-scientifica in volgare; il De vulgari eloquentia getta le basi per quello che sarà un dibattito di secoli sulla lingua letteraria.

Ma a 697 anni dalla sua scomparsa non si può non ricordarlo se non con l'opera che lo ha reso immortale: la Commedia. Questa non solo dà finalmente una possibilità concreta al volgare di dimostrare le sue potenzialità come lingua di cultura, ma racchiudendo in sé ogni campo del sapere, dalla religione, alla filosofia tomistica, all’amore, alla politica, alla cultura classica, alla mitologia, in un impianto organico e brillante, rende la scelta di Dante audace e il suo prodotto un unicum nella storia della nostra cultura.

Si citano qui alcune terzine che, a parere di chi scrive, rappresentano un punto di snodo - brutale forse - all'interno del percorso spirituale del poeta:

“così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

 

sovra candido vel cinta d’uliva

donna m’apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

 

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

 

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d’antico amor sentì la gran potenza.

 

Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

prima ch’io fuor di püerizia fosse,

 

volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quand'elli è afflitto,

 

per dicere a Virgilio: ’Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma’.

 

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’ mi;

 

né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

che, lagrimando, non tornasser atre.

 

"Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

ché pianger ti conven per altra spada".”

[Purgatorio XXX, vv 28-57]

Nell’arco di pochissime terzine avviene  quel che tutti sanno essere il definitivo passaggio del testimone di Virgilio a Beatrice. Ma andando un po’ oltre, si legge un richiamo chiaro alla Vita Nova, con la quale Dante sembra volersi riallacciare solo un istante, per riprenderne sentimenti e motivi subito vestiti però di significati teologici: ecco che “candido vel”, “verde manto” e “vestita di color fiamma viva” indossati dalla figura descrivono niente altro che i colori delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità – anche nella Vita Nova Beatrice vestiva di rosso); la “cinta d’uliva” che ha sul capo rappresenta la Pace e la Sapienza; “lo spirito mio […] tremando” adesso trema di fronte alla divinità che trasuda, di natura diversa da quella di VN XXVI.

Il poeta non l’ha riconosciuta, e vorrebbe chiedere, come un bambino, il perché percepisca un “antico amor” e una “antica fiamma” al “carissimo padre” Virgilio. Ma Virgilio è scomparso. O meglio, Dante si è tolto da solo quel padre da cui sembrava volersi affrancare già in Inf. XXV 45, quando lo aveva zittito; che aveva affiancato a Stazio da Pur. XXI e che già in Pur. XXVII aveva pronunciato le sue ultime parole (vv 124-142), congedandosi come maestro e guida (“Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;/ lo tuo piacere omai prendi per duce[…]/per ch’io te sovra te corono e mitrio). Ma cosa potrebbe simboleggiare tutto questo?

Quello che avviene in questi versi non è che la rinuncia a tutto ciò che riguarda la condizione umana, a tutto il passato, a tutto il male visto e compiuto, all’amore per qualsiasi altra cosa non sia Dio, alla conoscenza di qualsiasi altra cosa non sia Dio. Ecco perché Dante, tramite quella che gli si presenterà qualche verso più tardi come Beatrice, la donna un tempo amata, si rimprovera immediatamente per indugiare ancora nel pensiero di ciò che ormai è passato e si invita a pensare al lungo cammino che ancora lo attende.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto.

Fonti

La Scrittura e l’Interpretazione, Palermo, 2011

La Divina Commedia, Torino, 2012


Nuovo studio interdisciplinare getta luce sulle prime comunità di Longobardi

Nonostante i secoli di studi e ricerche, rimane ancora assai dibattuto il periodo di migrazioni che ebbero luogo in Europa tra il quarto e il sesto secolo. Quell'epoca si caratterizzò per il verificarsi di importanti cambiamenti di carattere socio-economico nel continente, oltre che per il declino dell'Impero Romano d'Occidente.

Gli autori di un nuovo studio, pubblicato su Nature Communications, hanno analizzato il DNA antico ricavato da 63 campioni provenienti da due cimiteri (Collegno in Piemonte e Szólád in Pannonia, nell'attuale Ungheria) in precedenza associati alla presenza longobarda. Dopo aver invaso la Pannonia nel 568 d.C., i Longobardi regnarono su gran parte dell'Italia per oltre duecento anni.

A guidare lo studio il professor Patrick Geary dell'Institute for Advanced Study, il professor Krishna Veeramah della Stony Brook University statunitense, il professor Johannes Krause del Max Planck Institute for the Science of Human History da Jena, in Germania, e il professor David Caramelli dell'Università di Firenze.

Cartina con il Regno Longobardo e la Pannonia, e i due cimiteri oggetto di sequenziamenti. Credits: Krishna R Veeramah

Il nuovo studio getta luce sulla formazione di queste comunità, su come vivevano queste popolazioni e sull'interazione con le popolazioni locali, che si suppone andassero a dominare. Il denso campionamento rivela che ciascun cimitero era primariamente organizzato sulla base della stirpe, suggerendo quindi che le relazioni di carattere biologico giocassero un ruolo importante in quelle prime società medievali. Si è quindi identificata una struttura genetica con almeno due gruppi aventi una stirpe differente, e molto diversi in termini di costumi funerari.

Entrambi i cimiteri sono organizzati sulla base di principi di carattere biologico. Le tombe a Szólád risalgono al secondo terzo del sesto secolo e sono prevalentemente maschili. Si suggerisce che i Longobardi occuparono quest'area per venti o trent'anni, erano insomma una comunità molto mobile. Gli individui con una dieta più ricca in proteine animali occupano un ruolo prominente.

Il cimitero a Collegno fu invece utilizzato dal tardo sesto secolo fino all'ottavo secolo, il primo periodo del Regno Longobardo in Italia. Qui siamo invece di fronte a una comunità da molte generazioni in Italia e a una ben maggiore mescolanza tra i gruppi genetici, ma si potrebbe suggerire un'influenza dominante esercitata dai nuovi arrivati sulle popolazioni locali.

Come spiega il professor Patrick J. Geary, prima di questo studio non si era notata, né ci si aspettava, una così forte relazione tra background genetico e cultura materiale. Questo suggerirebbe che le comunità in questione fossero caratterizzate da individui aventi un background genetico differente, che fossero consapevoli di queste loro differenze e che questo influenzasse la loro identità sociale. Le tombe aventi un più ricco corredo funerario, con spade e scudi per gli uomini e spille e collane per le donne, risultano essere associate ad individui legati da un punto di vista genetico ai moderni abitanti del Centro e del Nord Europa. Costoro avevano anche una dieta più ricca di proteine. Sono invece meno ricchi i corredi funerari legati a coloro il cui genoma appare più vicino a quello dei moderni abitanti dell'Europa meridionale. Nella ricerca, gli studiosi invitano però comunque alla prudenza sul legame tra stirpe e cultura materiale: ricerche future potranno meglio spiegare quanto forte sia stato.

I dati ricavati sono anche compatibili con la tesi della migrazione dei Longobardi dalla Pannonia all'Italia, nel sesto secolo d. C. Come sottolinea il professor Davide Caramelli, si evidenzia però un mescolamento genetico e culturale tra i nuovi arrivati e le popolazioni italiche già presenti, e non un netto distacco tra le stesse.

L'importanza di questa ricerca è anche nella sua natura interdisciplinare. “Quello che abbiamo presentato in questo studio è un impianto unico, di carattere interdisciplinare, per il futuro,” spiega il professor Patrick J. Geary, “unendo esperti provenienti da diverse discipline al fine di reinterpretare e riconciliare le prove di carattere storico, genomico, isotopico e archeologico; per migliorare la nostra conoscenza del passato, per produrre nuove informazioni su come le popolazioni si muovono, su come si trasmettono le culture; per meglio comprendere le identità, e nuove modalità di comprensione della complessità, dell'eterogeneità, e della malleabilità della popolazione europea nel passato e nel presente.”

A guidare la ricerca sono stati il professor Patrick Geary dell'Institute for Advanced Study, il professor Krishna Veeramah della statunitense Stony Brook University, il professor Johannes Krause del Max Planck Institute for the Science of Human History da Jena, in Germania, e il professor David Caramelli dell'Università di Firenze. Ha visto anche contributi da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, delle Università degli Studi di Ferrara, di Padova e di Sassari.

Ritrovamenti nella tomba 53 a Collegno. Credits: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino

 

Link: ANSACorriere della Sera; Repubblica 1, 2.

Lo studio Understanding 6th-century barbarian social organization and migration through paleogenomics, di Carlos Eduardo G. Amorim, Stefania Vai, Cosimo Posth, Alessandra Modi, István Koncz, Susanne Hakenbeck, Maria Cristina La Rocca, Balazs Mende, Dean Bobo, Walter Pohl, Luisella Pejrani Baricco, Elena Bedini, Paolo Francalacci, Caterina Giostra, Tivadar Vida, Daniel Winger, Uta von Freeden, Silvia Ghirotto, Martina Lari, Guido Barbujani, Johannes Krause, David Caramelli, Patrick J. Geary & Krishna R. Veeramah, è stato pubblicato su Nature Communications.


Insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso

Gli archeologi trovano insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso in Bulgaria, nel Mar Nero

Pubblicato su Archaeology in Bulgaria il 23 agosto 2018 da Ivan Dikov; traduzione italiana ad opera di Margherita Guccione

Le rovine di un piccolo monastero medievale (angolo in alto a destra) sono state scoperte tra strutture tracie, bizantine, sulla minuscola isola nel Mar Nero, al largo della costa bulgara. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

Un antico insediamento tracio, un insediamento del primo periodo bizantino e un piccolo monastero tardo medioevale sono stati scoperti dagli archeologi nella piccola isola di San Tommaso (Snake Island) in Bulgaria, nel Mar Nero.

Le strutture archeologiche sull'isola di San Tommaso sono state scoperte nel giugno 2018, durante la prima fase della prima ricerca archeologica condotta sull’isola, guidata dal Prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia.

Nella seconda fase della ricerca, nell'agosto 2018, il team di Hristov ha effettuato una spedizione di archeologia subacquea.

È stata scoperta una fortezza, ormai affondata, dell’Antica Tracia nelle acque tra l’isola e la terraferma bulgara, o quello che un tempo era un istmo, mentre l'isola di San Tommaso era una penisola fino al Medioevo.

I resti archeologici che, invece, sono stati scoperti adesso sull'isola di San Tommaso, comprendono i resti di un antico insediamento tracio risalente alla Prima Età del Ferro, antiche fosse rituali traci e un insediamento Proto Bizantino (Tardo-romano) del V-VI secolo d.C. , e un piccolo monastero medioevale, più precisamente del XII-XIV sec., periodo del Secondo Impero Bulgaro (1185 - 1396/1422).

L'isola di San Tommaso è collocata a nord della foce del fiume Ropotamo, nella Baia di Arkutino, ed è attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

L'esplorazione archeologica dell'isola di San Tommaso nel Mar Nero è stata effettuata secondo i severi requisiti del Ministero dell'Ambiente e delle Acque della Bulgaria, poiché l'isola fa parte della Ropotamo Natural Preserve.

L'isola di San Tommaso giace a sole 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma bulgara, al largo della costa di Primorko, sul Mar Nero. Foto: Municipalità di Sozopol

L'esplorazione stessa dell'isola e la ricerca archeologica subacquea nella Baia di Arkutino sono finanziate dal Ministero della Cultura della Bulgaria.

"Circa un secolo fa, l'isola è stata fotografata da un aero e le foto mostravano i contorni del piccolo monastero", ha detto su Air TV il subacqueo Tencho Tenev, che è stato responsabile della spedizione subacquea.

Il Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, ipotizza che probabilmente ci sono più antiche fosse rituali traci sull'isola di San Tommaso, al largo della costa del Mar Nero, in Bulgaria, Primorsko, oltre alle due che sono state scoperte.

Frammenti di antiche anfore rinvenute nelle fosse indicano che furono utilizzate dagli antichi Traci per rituali sacrificali a partire dal V secolo a.C.

"I reperti esposti indicano che un grande santuario marittimo si trovava sull'isola di San Tommaso", dice il Museo, riferendosi a quella che era una piccola penisola del Mar Nero in quel momento.

"Il posto è stato scelto per una precisa ragione, dal momento che si trovava proprio al largo dell’antica strada che collegava Sozopol (Apollonia Pontica, Sozopolis) a Costantinopoli (all’epoca antica colonia greca di Byzantium o Byzantion)", aggiunge il Museo.

Le rovine recentemente dissotterrate del piccolo monastero che esisteva nel dodicesimo-quattordicesimo secolo sull'isola di San Tommaso. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

La prima e unica precedente spedizione archeologica sull'isola di San Tommaso, in Bulgaria, nel Mar Nero iniziò nel 1955.

Allora gli archeologi portarono alla luce le rovine di una piccola chiesa e alcuni edifici ausiliari. Ora, la spedizione archeologica del 2018 ha ipotizzato, sulla base di quella ricerca, le rovine di quello che era un piccolo monastero medievale.

L'isola di San Tommaso si trova al largo della costa della località bulgara del Mar Nero di Primorsko (che più recentemente ha fatto notizia per la scoperta dell'Antico tesoro tracio d'oro di Primorsko).

L'isola di San Tommaso nel Mar Nero ha un territorio totale di 0,012 chilometri quadrati (12 ettari o 3 acri).

Si trova a soli 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma e a nord della foce del fiume Ropotamo, nella baia di Arkutino, attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve.

È anche conosciuta come Snake Island/Isola dei Serpenti (da non confondere con la Snake Island ucraina - o Serpent Island - nel Mar Nero settentrionale) a causa del gran numero di serpenti d’acqua grigi che la abitano.

La Bulgaria conta solo alcune piccole isole al largo delle sue coste nel Mar Nero (sei, sette o otto a seconda della definizione di un'isola e se le isole ora artificialmente collegate alla terraferma vengono contate.)

Molte di queste erano apparentemente delle penisole, e praticamente tutta la costa del Mar Nero in Bulgaria vanta straordinarie scoperte archeologiche sottomarine, proprio grazie all’inabissamento parziale o totale della costa nella preistoria, nell'antichità e nel medioevo.

Altrimenti, la più notevole delle isole bulgare del Mar Nero, negli ultimi anni, è stata l'isola di Sant'Ivan al largo della costa di Sozopol, che è conosciuta per il suo monastero Paleocristiano/Proto Bizantino dove nel 2010 furono rinvenute le reliquie di San Giovanni Battista, e l'isola di Sant'Anastasia vicino a Burgas con il suo monastero tardo medievale.

Un'altra intrigante storia di archeologia subacquea recentemente collegata al Mar Nero, è stata l'ipotesi che una grande isola affondata esistesse nella zona sud-occidentale, vicino alla costa odierna della Bulgaria e della Turchia.

Un’antica nave romana affondata 2000 anni fa, è stata recentemente scoperta sul fondo del Mar Nero in acque territoriali bulgare dalla spedizione internazionale “M.A.P.”, oltre a diverse dozzine di altri relitti di Età antica, medievale e moderna.

L'antica fortezza tracia affondata, recentemente scoperta presso l'isola di San Tommaso aggiunge un altro grande punto di riferimento archeologico sottomarino per la costa del Mar Nero bulgaro.

Il prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, è un ricercatore di lunga data di siti archeologici lungo la costa bulgara del Mar Nero, tra cui un certo numero di insediamenti e fortezze completamente o parzialmente affondati.

Recentemente ha pubblicato un libro basato su 8 anni di ricerche sul campo di fortezze e insediamenti sulla costa meridionale del Mar Nero della Bulgaria odierna, o quella che una volta era Haemimontus, provincia di Bisanzio.

Il libro è intitolato "Mare Ponticum. Fortezze costiere e zone portuali nella Provincia di Haemimontus, V-VII secolo d.C.", e tratta la provincia di Haemimontus del primo Impero bizantino nella Tarda Antichità e nell'Alto Medioevo.