Museo di Santa Scolastica Bari

Il Museo di Santa Scolastica racconta 3800 anni di storia di Bari

Il Museo di Santa Scolastica, che sorge nei luoghi che costituivano il monastero omonimo a Bari, restituisce finalmente un luogo fondamentale alla vita cittadina, con l'apertura di tre nuove sale inaugurate il 12 ottobre. Le sale sono dedicate in particolare all'archeologia di Bari: i materiali esposti provengono infatti da diversi punti della città.

Museo di Santa Scolastica BariQuanti baresi conoscono - almeno a grandi linee - la storia della loro città?
Il Museo Archeologico di Santa Scolastica potrà sicuramente contribuire a schiarire le idee a tanti, ma soprattutto sarà in grado di farlo in modo variegato e coinvolgente.

Museo di Santa Scolastica BariAll'interno del Bastione - che insieme all'area archeologica di San Pietro era già in precedenza visitabile - si viene accolti dalle teche di anfore e crateri, e dal sarcofago marmoreo dell'abadessa benedettina Guisanda Sebaste (dodicesimo secolo). Sulla destra, si ha l'impressione netta di stare per intraprendere un viaggio nel passato di questi luoghi.

Museo di Santa Scolastica BariProseguendo sul percorso, è possibile ammirare gli elmi bronzei provenienti da Bitonto e Ruvo di Puglia, tutti datati al quinto secolo a. C.

Museo di Santa Scolastica Bari
Elmo bronzeo da Ruvo di Puglia, V secolo a. C. Collezione archeologica della Provincia di Bari, inv. 7697

In un vano porticato lungo cinquanta metri circa, e costruito dalla stessa Sebaste, è quindi ospitata la sezione Archeologia di Bari. Sulla destra, è qui possibile scorgere sulla la lastra sepolcrale della badessa Adriana Gerumda, proveniente dalla cappella maggiore della chiesa del monastero.

Museo di Santa Scolastica BariIn questa sezione si mostra quindi Bari, partendo da epoca tardoantica e bizantina (tra quarto e dodicesimo secolo) e andando indietro nel tempo, fino al primo insediamento cittadino: un villaggio di capanne dell'Età del Bronzo (tra diciottesimo e undicesimo secolo a. C.) alla fine della sequenza stratigrafica.

Tra i due estremi, ritroviamo le testimonianze relative all'abitato nella prima Età del Ferro (900-700 a. C.) e alla necropoli peucezia (con reperti del IV e V secolo a. C.); relativamente poche le testimonianze di età romana, anche perché molto è stato oggetto di reimpiego da parte dei Bizantini. Non numerose sono pure quelle relative al momento di transizione dei secoli dal quarto al sesto d. C.
Bari acquisterà quindi grande importanza coi Bizantini, diventando capitale del thema di Langobardia e poi del Catapanato d'Italia.

Museo di Santa Scolastica Bari
Cratere apulo a figure rosse dalla necropoli peucezia, 380-370 a. C.

Impossibile non perdersi per ore ad ammirare le opere presenti in questa sezione del Museo di Santa Scolastica, che come si è detto riguardano un ampio spettro temporale. I vasi, il cinturone in bronzo dalla necropoli peucezia del IV secolo a. C., l'anello di Minerva di prima età imperiale romana, le monete bizantine, e le epigrafi di età romana con le loro storie. Tanti oggetti che ci raccontano della vita quotidiana a Bari nei secoli passati, insomma, e sicuramente si sta facendo torto a qualcuno di loro, non citandolo.

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Una sezione del Museo di Santa Scolastica ci narra poi della Vita nel monastero: e lo fa in particolare col pozzo-immondezzaio, i reperti esposti e la proiezione di un video. Il pozzo-immondezzaio (XIV-XV secolo) ci parla del periodo di massimo sviluppo del convento, con un forte aumento del numero delle monache.

Museo di Santa Scolastica BariQuesto pozzo fu in seguito utilizzato per riporvi rifiuti, che si sono quindi conservati come testimonianza preziosa fino a noi. Si rimane qui colpiti da un catino poliansato rivestito di vetrina e dipinto in bruno e verde, con motivo di pesci e uccelli.

Museo di Santa Scolastica BariSanta Scolastica non è però solo storia della città di Bari, ma pure quella dello stesso Museo Archeologico, del quale ripercorre i passi nella sezione Museo com'era. Istituito il 16 agosto 1875 come Museo Archeologico della Provincia di Bari, la sua organizzazione fu affidata al barese Michele Mirenghi, cultore di numismatica, ad Antonio Jatta (figlio del fondatore del Museo a Ruvo di Puglia) e a Giovanni Jatta, botanico e paletnologo. Costituì un vibrante centro fino alla chiusura avvenuta il 31 gennaio 1994. Un angolo del nuovo museo propone uno scorcio con l'approccio ottocentesco alla presentazione dei reperti, con una teca dell'epoca e il registro dei visitatori, e poi con pubblicazioni, documenti, reperti, e altri materiali d'epoca. Ci si arriva per mezzo di un corridoio arricchito di foto e spiegazioni e tramite questo punto si arriva a un secondo cortile.

Museo di Santa Scolastica Bari
Un muro impedisce di proseguire negli spazi dove procedono i lavori, ma si può sbirciare

Tantissime foto e schede informative spiegano poi quello che è stato, oltre a quello che potrà essere il Museo di Santa Scolastica: nuovi locali verranno aperti in futuro e tantissimi reperti non sono ancora esposti. Alcuni tra questi ultimi è però possibile vederli proiettati nella sala multimediale.

Museo di Santa Scolastica BariPure visitabile è l'attigua area archeologica di San Pietro, che costituisce un vero e proprio palinsesto architettonico. Alla chiesa di San Pietro Maggiore (esistente almeno dal dodicesimo secolo), si affiancò un convento francescano (nel quindicesimo secolo), che a partire dal 1887 divenne il primo Ospedale della città di Bari. Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, il complesso fu gravemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi. Versò quindi in uno stato di abbandono fino alla (già allora discussa) decisione di demolirlo. Rimane in piedi il chiostro del convento.

Museo di Santa Scolastica BariNel 1912 Michele Gervasio individuò in quest'area il villaggio dell'Età del Bronzo che costituisce il primo insediamento cittadino, risalente al secondo millennio a. C. Dopo la demolizione, la ricerca archeologica riprenderà solo a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Museo di Santa Scolastica BariA visita conclusa si rimane impressionati dalla diversità delle possibilità di fruizione, in grado di immergere pienamente i visitatori nel passato. Non si può non auspicare che la città di Bari sappia apprezzare il meraviglioso lavoro che è stato fatto al Museo di Santa Scolastica, e che possa attingere a tutta la ricchezza della storia e l'arte ivi custodita.

Foto di Giuseppe Fraccalvieri.


Uma história com 29 000 anos: recriação imaginada do enterramento do Menino do Lapedo Una storia di 29000 anni fa. La ricostruzione ideale della sepoltura del Bambino di Lapedo

Una storia di 29000 anni fa. La ricostruzione ideale della sepoltura del Bambino di Lapedo

Un bimbo vissuto troppo poco, cui la comunità di appartenenza rese l'ultimo omaggio seppellendolo nella grotta di Lagar Velho, a Lapedo: è quanto ci racconta Una storia di 29000 anni fa. La ricostruzione ideale della sepoltura del Bambino di Lapedo, il breve documentario di Diogo Vilhena prodotto da Arqueohoje Lda, in programma la mattina del 19 ottobre, durante la sezione dedicata ai giovanissimi nella Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.

Uma história com 29 000 anos: recriação imaginada do enterramento do Menino do Lapedo

Una storia di 29000 anni fa. La ricostruzione ideale della sepoltura del Bambino di Lapedo

Nazione: Portogallo

Regia: Diogo Vilhena

Consulenza scientifica: Ana Cristina Araùjo, Ana Maria Costa

Durata: 5’

Anno: 2015

Produzione: Arqueohoje Lda – Museu de Leiria

Sinossi: 29000 anni fa un bimbo venne seppellito nel riparo rupestre di Lagar Velho, a Lapedo, nella regione di Leira. Fu avvolto in un sudario tinto d’ocra rossa, elemento che ha donato al suolo della tomba una tonalità rossastra e che implica un rituale attento e complesso. Il racconto audiovisivo di questo rituale nasce dai risultati dell’indagine sul campo e da studi interdisciplinari condotti sullo scheletro, testimonianza di una delle più importanti scoperte nella conoscenza della storia dell’evoluzione umana.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Proiezione del film presso il Museo Archeologico del Carmo (MAC), Lisbona, il 30/04/2018

  • I edizione di Firenze Archeofilm, 2018

  • I edizione di ArcheoCineMANN, 2018

Premi e riconoscimenti:

  • Menzione speciale al festival Firenze Archeofilm, edizione 2018

Informazioni regista: Diogo Vilhena è nato nel 1985 a Vila Nova de Milfontes, Portogallo. Nel 2008 si è diplomato presso la ESAD in Suono e Immagine, specializzandosi in comunicazione visiva. Ancora studente, ha co-diretto il breve documentario: “Cinema com Gente Dentro”, dedicato a quanto rimane del cinema itinerante in Portogallo. Il film ha ricevuto diversi premi ed è stato proiettato a Fantasporto 2010. A Sines, ha realizzato pubblicità televisive per il Festival delle Musiche del Mondo (FMM – Festival Musicas do Mundo), un festival di riferimento per le produzioni musicali dal mondo, dove è anche responsabile dei video dell’evento e della sua promozione, a livello nazionale e internazionale. È stato coinvolto in numerosi altri progetti, perlopiù dedicati al patrimonio culturale. Alcuni lavori sono stati realizzati per il Museo di Leiria, distinguendosi nel 2017 con il conseguimento di diversi premi.
Il primo lungometraggio è stato prodotto nel 2015, ed è il documentario: “Mar de Sines” (Un mare di suoni), premiato come miglior film etnografico nell’ambito del Festival Internazionale di Film Etnografici di Recife (Brasile), e selezionato all’interno di oltre 12 film festival e conferenze internazionali.

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://www.cm-leiria.pt/frontoffice/pages/617?news_id=3079

https://www.jornaldeleiria.pt/detalhe-noticia-print/8432

Informazioni casa di produzionehttps://www.arqueohoje.com/

Scheda a cura di: Alessandra Cilio


La noce moscata: un ingrediente alimentare già 3500 anni fa

La noce moscata è il seme decorticato dell'albero Myristica fragrans, originario delle isole Molucche, in Indonesia. Il nome col quale è nota da noi deriva però da quello della capitale dell'Oman, Mascate, da dove questa spezia veniva commercializzata.

Un nuovo studio, pubblicato su Asian Perspectives, ha descritto quello che sarebbe il primo utilizzo alimentare della preziosa spezia. Presso il sito di Pulau Ay si sono difatti ritrovati residui di noce moscata su frammenti ceramici, risalenti a 3500 anni fa: costituiva perciò un ingrediente alimentare ben duemila anni prima di quanto si ritenesse finora.

Il professor Peter Lape e il dottor Daud Tanudirjo al lavoro. Foto Credit: Andrew Lawless

Pulau Ay si trova nelle vulcaniche isole Banda (nel mare omonimo), che sono parte delle Molucche, a loro volta appartenenti al più vasto arcipelago malese (Insulindia). Due scavi (2007 e 2009) furono condotti qui, sotto la guida di Peter Lay, professore di antropologia dell'Università di Washington, e curatore archeologico del Burke Museum, in collaborazione con colleghi provenienti dall'Università indonesiana Gadjah Mada, dall'Università australiana del Nuovo Galles del Sud e da altre istituzioni.

Il sito di Pulau Ay fu occupato tra i 3500 e i 2300 anni fa, e vi si sono ritrovati oggetti in terracotta, strumenti litici, ossa animali, e stampi utilizzati possibilmente per la costruzione di edifici.

I manufatti provano come nel tempo gli abitanti abbiano utilizzato risorse alimentari dal mare, animali domestici e ceramiche. Nei primi 500 anni di occupazione del sito si passò da un dieta prevalentemente a base di pesce a una legata al consumo di suini domesticati. Anche le ceramiche si modificarono di conseguenza, con un incremento dello spessore delle pareti.

Frammento ceramico da Pulau Ay, con residui alimentari. Foto Credit: Peter Lape/University of Washington

Oltre alla noce moscata, sulle ceramiche si sono trovati residui di altre sei piante, compreso il sago (estratto dal midollo di piante del genere Metroxylon, Cycas e Phoenix) e l'igname viola (Dioscorea alata). Potrebbe trattarsi di piante selvatiche o anche coltivate.

L'importanza di questo sito - come spiega il professor Lape - è dunque legata al fatto che ci mostra come le popolazioni si siano adattate alla vita in queste piccole isole tropicali, oltre a un utilizzo così precoce della noce moscata, la preziosa spezia che alcune migliaia di anni dopo avrebbe cambiato il mondo e portato prestigio a queste isole.

Pulau Ay è una piccola isola, priva di acque superficiali e di mammiferi terrestri indigeni. Non sarebbe stato possibile viverci senza animali domestici o la capacità di immagazzinare acqua. Nonostante questo, doveva apparire attraente per le ricche risorse marine. Il suo abbandono, avvenuto 2300 anni fa, è ancora oggetto di indagini, e non vi sono altri siti nelle isole Banda ad esser stati popolati tra 2300 e 1500 anni fa.

Il Benteng (Forte) Nassau, costruito dagli olandesi nel 1609 sull'isola indonesiana di Banda Naira, per il controllo dei traffici di noce moscata. Foto Credit: Andrew Lawless

Lo studio New Data from an Open Neolithic Site in Eastern Indonesia, di Peter Lape, Emily Peterson, Daud Tanudirjo, Chung-Ching Shiung, Gyoung-Ah Lee, Judith Field, e Adelle Coster, è stato pubblicato su Asian Perspectives (volume 57, numeo 2, 2018, pp. 222-243, DOI: 10.1353/asi.2018.0015).


Cereali, legumi, prodotti caseari e carne nella dieta di Çatalhöyük

L'analisi dei lipidi assorbiti dalla ceramica ha rivoluzionato lo studio delle diete e della cucina del passato; si tratta tuttavia di una tecnica che ha i suoi limiti. Un nuovo studio, pubblicato su Nature Communications, espone ora l'analisi delle proteine estratte dalle antiche ceramiche dall'insediamento di Çatalhöyük, nell'Anatolia centrale. Con questo nuovo approccio si è riusciti a identificare gli alimenti contenuti in ciotole e giare dall'antico insediamento, con uno spettro e una risoluzione senza precedenti.

Un sommario delle proteine identificate: sulla sinistra quelle sul lato interno del frammento, sulla destra i depositi calcificati sul lato interno. Credit: Jessica Hendy; Hendy et al. 2018

Gli studiosi del Max-Planck-Institut für Menschheitsgeschichte, della Freie Universität di Berlino e dell'Università di York sono così scesi nei dettagli della dieta di questi agricoltori di ottomila anni fa. Hanno così mostrato come questa comprendesse cereali, legumi, prodotti caseari e carne, in alcuni casi giungendo addirittura a individuare le singole specie.

 

Depositi calcificati antichi e moderni a Çatalhöyük. Credit: Ingmar Franz; Hendy et al. 2018

Gli agricoltori che abitavano a Çatalhöyük costruivano le loro case una di fronte all'altra in ogni direzione. L'insediamento, che si trova in quella che è l'attuale Turchia centrale, fu abitato tra il 7100 a. C. e il 5600 a. C. ed è oggetto di intense ricerche da venticinque anni. I resti ceramici esaminati nella ricerca in questione datano tra il 5900 e il 5800 a. C.; siamo quindi verso la fine dell'occupazione del sito.

I prodotti caseari provenivano principalmente da ovini e caprini, ma pure da bovini. Le ossa di questi animali son state ritrovate nel sito e in passato si sono estratti pure grassi del latte dai resti ceramici, ma è la prima volta che si identificano quali animali si utilizzavano per il loro latte. I cereali identificati sono invece orzo e frumento, i legumi comprendevano piselli e veccie. La carne proveniva da ovini e caprini, e in alcuni casi da bovini e cervidi.

Uno degli aspetti più interessanti è dato dal fatto che le prove fanno desumere che gli abitanti di Çatalhöyük mescolassero gli alimenti nella loro cucina, creando porridge e minestre. Ci sarebbero anche prove della realizzazione di prodotti caseari e si suggerisce che gli abitanti separassero cagliata e siero di latte, e che utilizzassero quest'ultimo per scopi ulteriori in seguito. Insomma, sembrerebbe che le attività casearie possano rimontare qui al sesto millennio a. C., con l'utilizzo di latte di vacca, pecora e capra.

Tuttavia, i ricercatori sottolineano pure come sia ben possibile che gli alimenti consumati a Çatalhöyük fossero persino di più, in particolare per quanto riguarda quelli di origine vegetale. La tecnica utilizzata, con approcci proteomici "shotgun", purtroppo dipende dal database a disposizione, e questo in futuro potrà essere ampliato a quelle specie vegetali che oggi non sono rappresentate o sono rappresentate limitatamente. In ogni caso il nuovo approccio ha dimostrato con questo studio tutte le sue straordinarie potenzialità.

 

Çatalhöyük. Credit: Jason Quinlan

Lo studio Ancient proteins from ceramic vessels at Çatalhöyük West reveal the hidden cuisine of early farmers, di Jessica Hendy, Andre C. Colonese, Ingmar Franz, Ricardo Fernandes, Roman Fischer, David Orton, Alexandre Lucquin, Luke Spindler, Jana Anvari, Elizabeth Stroud, Peter F. Biehl, Camilla Speller, Nicole Boivin, Meaghan Mackie, Rosa R. Jersie-Christensen, Jesper V. Olsen, Matthew J. Collins, Oliver E. Craig ed Eva Rosenstock, è stato pubblicato su Nature Communications 9 (2018).


Prime pratiche di preparazione della birra dai Natufiani di 13 mila anni fa

Nuove prove, provenienti dai mortai in pietra dalla grotta di Raqefetnel distretto israeliano di Haifa, suggeriscono che le pratiche di preparazione della birra nel Mediterraneo Orientale possano datarsi addirittura a 13 mila anni fa.

Così secondo un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, che sposterebbe quindi queste pratiche di birrificazione a più di cinquemila anni da quelle che fino ad oggi erano considerate le più antiche prove in merito. Le collocherebbe pure a migliaia di anni prima della fondazione di villaggi sedentari e dell'agricoltura cerealicola.

Le bevande alcoliche e fermentate giocarono un ruolo fondamentale nelle feste e negli eventi sociali delle società agricole e urbane del passato, ma le loro origini continuano ad essere elusive. Si è persino speculato a lungo, in passato, sul fatto che proprio il bisogno di birra sia stato lo stimolo dietro la domesticazione dei cereali, ma si tratta di ipotesi controverse.

Nel caso in questione i ricercatori hanno esaminato tre mortai in pietra da un sito con sepolture risalenti alla cultura Natufiana, presso la grotta di Raqefet (13.700-11.700 anni prima del tempo presente), frequentata da un gruppo di foraggiatori semi-nomade. I risultati delle analisi rilevano che i Natufiani sfruttavano almeno sette taxa vegetali, comprendenti: frumento od orzo, avena comune, legumi, e piante dalle quali ricavavano fibre come il lino. In particolare, le analisi hanno dimostrato che i tre mortai erano impiegati per la conservazione dei cibi e per la preparazione della birra a partire da frumento/orzo. I cibi erano probabilmente collocati all'interno di ceste in fibra.

In conclusione, questa comunità raccoglieva piante che si trovavano in loco, conservava chicchi per il malto e utilizzava la birra come parte dei suoi rituali. “I resti natufiani nella Grotta di Raqefet non smettono mai di sorprenderci”, ha concluso il professor Dani Nadel dell'Università di Haifa. Dopo cinque stagioni di scavi e ricerche di natura differente (che spaziano dalle sepolture con fiori, agli strumenti litici, all'analisi del DNA), con questa nuova scoperta abbiamo un quadro molto vivo dell'esistenza dei Natufiani.

 

Credits: Elsevier, Journal of Archaeological Science: Reports; Credits per le foto: Dror Maayan; Graphic design: Anat Regev-Gisis

Lo studio Fermented beverage and food storage in 13,000 y-old stone mortars at Raqefet Cave, Israel: Investigating Natufian ritual feasting, di Li Liu, Jiajing Wang, Danny Rosenberg, Hao Zhao, György Lengyel, Dani Nadele, è stato pubblicato su Journal of Archaeological Science: Reports (Volume 21, Ottobre 2018, pp. 783-793).


Da Blombos in Sud Africa viene il più antico disegno astratto

Il più antico esemplare di disegno astratto, realizzato con l'ocra su roccia silicea, è stato ritrovato presso il sito preistorico di Blombos, una piccola grotta presso Capo Agulhas in Sud Africa. La roccia è stata datata a 73 mila anni fa, sulla base della sua provenienza da uno strato al quale erano associati strumenti litici del tipo Still Bay.

La grotta di Blombos. Credits: Magnus Haaland

I risultati, pubblicati su Nature, sono ritenuti importanti dal team di ricercatori dietro lo studio, in quanto il disegno realizzato sulla silcrete costituirebbe un primo indicatore cognitivo e di comportamento. Con la datazione suindicata, andrebbe a precedere di 30 mila anni il più antico disegno astratto finora noto.

Foto © D'Errico/Henshilwood/Nature

A lungo gli studiosi sono stati convinti del fatto che solo l'Homo sapiens fosse in grado di realizzare simboli, ma recenti scoperte - spiega il professor Christopher Henshilwood - suggeriscono invece che la produzione e l'uso di simboli emerse molto prima, in Africa, in Asia, in Europa. Ad esempio, un'incisione è stata ritrovata su una conchiglia di bivalve di 540 mila anni fa a Trinil, Giava, mentre oggetti decorativi sono stati ritrovati in Africa e datati a un periodo compreso tra i 70 mila e i 120 mila anni prima del tempo presente. Nella Penisola Iberica si è proposto che una raffigurazione di 64 mila anni fa sia stata realizzata dai Neanderthal.

Il disegno da Blombos consta di nove linee, alcune delle quali si incrociano; il ritrovamento è stato effettuato dall'archeologo dottor Luca Pollarolo, ricercatore onorario presso l'Università del Witwatersrand.

Una delle sfide metodologiche principali per gli autori dello studio è stata quella di dimostrare che i disegni furono tracciati intenzionalmente sulla silcrete. Si trattava di linee naturali, parte della roccia? Del problema si sono occupati i membri francesi del team, specializzati nell'analisi chimica dei pigmenti utilizzati: sono giunti alla conclusione che i segni furono tracciati con uno strumento appuntito in ocra, utilizzato su una superficie precedentemente levigata.

Lo strato dal quale proviene il reperto aveva già in passato reso molti altri oggetti rivelatori di pensiero simbolico, e altri frammenti in ocra con simili incisioni. Secondo il professor Henshilwood si dimostrerebbe quindi anche la capacità di questi primi Homo sapiens di produrre disegni con tecniche e materiali diversi.

Link: CNRS; University of Witwatersrand, Johannesburg; National Geographic.

Lo studio An abstract drawing from the 73,000-year-old levels at Blombos Cave, South Africa, di Christopher S. Henshilwood, Francesco d’Errico, Karen L. van Niekerk, Laure Dayet, Alain Queffelec & Luca Pollarolo, è stato pubblicato su Nature.


Primi agricoltori in Brasile a Morro do Ouro, 4.800 anni fa?

Già 4.800 anni fa una stretta striscia costiera del Brasile meridionale era probabilmente oggetto di coltivazione di piante come la patata dolce e l'igname.

Così secondo un nuovo studio pubblicato su Royal Society Open Science, opera di un team internazionale di scienziati guidati dai ricercatori dell'Università di York, che ha preso in esame il sito di Morro do Ouro, situato nella Baia di Babitonga. Morro do Ouro è un sambaqui, cioè un deposito realizzato dall'uomo con l'accumulo di materiali organici e calcare, che va quindi incontro a una sorta di fossilizzazione chimica.

Qui aveva luogo un'economia diversificata con consumo di risorse vegetali, supportando una densa popolazione attorno a 4500 anni prima del tempo presente. La loro dieta era inaspettatamente ricca di carboidrati, una composizione unica se confrontata a quella degli altri gruppi contemporanei e successivi nella regione; gli studiosi suggeriscono perciò che qui ci si nutrisse di igname e patate dolci.

Igname selvatico, foto di Marco Schmidt

Le conclusioni alle quali sono giunti gli studiosi, determinate dai risultati relativi alla dieta e ricavati dall'esame delle patologie orali, sono anche corroborate dalla presenza di strumenti litici atti alla lavorazione di materiali vegetali, e da microresti vegetali ritrovati nel tartaro degli stessi individui presenti a Morro do Ouro.

© 2018 degli autori dello studio

L'area è nota come la "foresta atlantica" del Sud America, e fino ad oggi non era stata considerata come parte della storia della prima produzione alimentare e agricola della regione, nonostante la sua ricchezza in termini di biodiversità vegetale e le prove archeologiche di una densa occupazione umana.

Questi nuovi dati suggerirebbero invece che le prime pratiche agricole avessero luogo in questa regione così come già sappiamo essere per Amazzonia e bacino del Río de la Plata.

 

Lo studio Middle Holocene plant cultivation on the Atlantic Forest coast of Brazil?, di Luis Pezo-Lanfranco, Sabine Eggers, Cecilia Petronilho, Alice Toso, Dione da Rocha Bandeira, Matthew Von Tersch, Adriana M. P. dos Santos, Beatriz Ramos da Costa, Roberta Meyer, André Carlo Colonese, è stato pubblicato su Royal Society Open Science.


Villaggio neolitico del quinto millennio a Tell al-Samara

La missione congiunta franco-egiziana a Tell al-Samara, guidata da Frederic Guyot dell'Institut Français d’Archéologie Orientale, ha svelato uno dei più antichi villaggi nel Delta del Nilo, nella provincia settentrionale egiziana del Governatorato di Daqahliyya. Daterebbe alla fine del quinto millennio a.C. Nella regione del Nilo, ritrovamenti risalenti al periodo neolitico sono presenti solo a Sais.

Tra i ritrovamenti effettuati dalla missione congiunta dell'IFAO e del Ministero delle Antichità egizie: ceramiche, strumenti litici, diversi silos nei quali erano resti animali e vegetali.

Le dichiarazioni di Ayman Ashmawy, a capo delle Antichità Egiziane per l'area, e di Nadia Khedr, responsabile del Ministero per le antichità egizie, romane e greche nel Mediterraneo, sembrano andare nella stessa direzione: i risultati della missione che opera a Tell Samara dal 2015 da una parte, e i materiali ritrovati dall'altra, permetteranno una migliore comprensione delle prime comunità insediate sul Delta del Nilo.

In particolare, potranno aiutare nella comprensione della transizione e del conseguente balzo tecnologico che portò da un'agricoltura neolitica fondata sulla pioggia a una invece fondata sull'irrigazione grazie al Nilo.

Link: Ministry of Antiquities, Luxor Times, Djed MeduEgypt Independent, Reuters.


L'ambra siciliana arrivò prima di quella dal Baltico nell'Europa occidentale

Secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, l'arrivo dell'ambra siciliana nell'Europa occidentale precedette quello dell'ambra dal Baltico di almeno 2.000 anni

L'ambra 'baltica" dalla Scandinavia è spesso considerata come uno dei materiali chiave a circolare nell'Europa preistorica. Un nuovo studio, pubblicato su PLOS ONE, presenta ora prove archeologiche provenienti dalla penisola iberica, che dimostrerebbero l'esistenza di estese reti di scambio del materiale nel Mediterraneo della tarda preistoria.

Esempio di veste con ambra e conchiglie dal tholos di Montelirio. Credits: M. Murillo-Barroso e Alvaro Fernandez Flores

La preziosa resina fossile dalla Sicilia avrebbe dunque viaggiato attorno al Mediterraneo occidentale almeno a partire dal quarto millennio a. C. e cioè almeno 2.000 anni prima dell'arrivo di qualsiasi ambra baltica in Iberia.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Secondo la dott.ssa  Mercedes Murillo-Barroso dell'Università di Granada, le nuove prove presentate nello studio permettono di rivedere le datazioni sull'approvvigionamento e lo scambio della resina fossile nell'Iberia preistorica, indicando l'arrivo di ambra siciliana almeno dal quarto millennio a. C.

Ed è interessante notare che i primi oggetti in ambra ad essere prodotti in Sicilia (qui nota come simetite, dal nome del fiume Simeto; si tratta di una varietà rara e pregiata) risalgano proprio a quell'epoca. Eppure non vi sono prove che indichino uno scambio diretto tra Sicilia e Iberia per quel periodo; tuttavia è nota l'esistenza di legami tra penisola iberica e Nord Africa. Parrebbe dunque plausibile che l'ambra siciliana sia arrivata in Iberia per questo tramite.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Per la dottoressa è anche importante notare che la resina fossile appaia in siti dell'Iberia meridionale, con una distribuzione simile a quella degli oggetti in avorio; entrambi i materiali potrebbero essere dunque arrivati grazie agli stessi canali.

Collocazione dei ritrovamenti della resina fossile. Credits: M. Murillo-Barroso

Per il professor Marcos Martinón-Torres, del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge, anche lui tra gli autori dello studio, solo a partire dalla tarda Età del Bronzo che l'ambra proveniente dal Baltico avrebbe raggiunto un gran numero di siti iberici. Pure lì appare più probabile sia arrivata attraverso il Mediterraneo, che non per il tramite di uno scambio diretto con la Scandinavia. A indicare il Mediterraneo sarebbe soprattutto l'associazione della resina fossile con ferro, argento e ceramiche.

A permettere agli studiosi di giungere a queste conclusioni è stata l'analisi effettuata con la spettroscopia infrarossa su 22 campioni di ambra portoghese e spagnola, datati tra il 4000 e il 1000 a. C.

L'ambra è una pietra preziosa, una resina fossile utilizzata già dalla Preistoria, con reti di scambio che precedenti studi hanno ricondotto al Tardo Paleolitico. Insieme ad altri materiali come giada, ossidiana e cristallo di rocca costituì un'importante materia prima per oggetti ornamentali.

Gli studiosi concludono che rimangono ancora aspetti inesplorati, meritevoli di investigazione futura, come la presenza della resina fossile in contesti nord-africani dello stesso periodo, oltre a quelli relativi all'introduzione e diffusione dell'ambra baltica in Iberia.

Credits: M. Murillo-Barroso and Alvaro Fernandez Flores

Testi dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge e dalla Public Library of Sciences.

Lo studio Amber in prehistoric Iberia: New data and a review, di Mercedes Murillo-Barroso, Enrique Peñalver, Primitiva Bueno, Rosa Barroso, Rodrigo de Balbín, Marcos Martinón-Torres, è stato pubblicato su PLOS ONE.


È stato il clima a causare la scomparsa dei Neanderthal in Europa?

L’estinzione dei Neanderthal è un tema ancora dibattuto: c'è chi sostiene sia stato causato da una scarsa diversità genetica, chi dal clima, chi dall’avvento dell’Homo sapiens. I Neanderthal popolarono l'Eurasia ma scomparvero da gran parte dell'Europa attorno ai 40 mila anni fa.

Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, sostiene ora che a determinare la scomparsa dell'Homo neanderthalensis in Europa siano stati periodi di clima freddo e secco. In corrispondenza di questi periodi si sarebbe verificata una riduzione della popolazione di Neanderthal, che avrebbe facilitato un turnover genetico in Europa, con la loro sostituzione da parte dei moderni umani.

Lo studio ha notato in particolare due periodi di freddo secco: il primo attorno a 44.000 anni fa, della durata di mille anni, e il secondo attorno ai 40.800 anni fa, della durata di seicento anni. Le rilevazioni sarebbero state effettuate in particolare nei Carpati, un'area importante per la diffusione dell'Homo sapiens in Europa.

Allo stress ecologico verificatosi durante questi periodi di espansione della steppa si sarebbero dunque meglio adattati i moderni umani. Michael Staubwasser dell'Università di Colonia, uno degli autori dello studio, rileva però che per i Neanderthal “non siamo in grado di dire se si spostarono o se morirono”.

Già in passato un nesso di casualità tra cicli climatici e sostituzione dei Neanderthal coi moderni umani. Ad esempio, uno studio pubblicato sul Journal of Human Evolution aveva rilevato stress nutrizionali per i Neanderthal durante i periodi di freddo estremo.

La discussione sul tema non sembra però destinata ad estinguersi: per quanto i dati rilevati da questo studio siano sicuramente importanti, non è neppure chiaro se la scomparsa degli uni e l'apparizione degli altri sia effettivamente avvenuta alle date indicate, come nota Katerina Harvati dell'Università di Tubinga.

Lo studio Impact of climate change on the transition of Neanderthals to modern humans in Europe, di Michael Staubwasser, Virgil Drăgușin, Bogdan P. Onac, Sergey Assonov, Vasile Ersek, Dirk L. Hoffmann, and Daniel Veres, è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Link: PNAS; AP; SKY TG 24Haaretz.

Scheletro e ricostruzione di Neanderthal (La Ferrassie 1), dal Museo Nazionale della Natura e della Scienza a Tokyo. Foto di PhotaroCC BY-SA 3.0, da Wikipedia.