grotta di Acquacadda Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

grotta di Acquacadda NuxisIl 2 settembre a Nuxis, presso la grotta di Acquacadda prenderà avvio la prima campagna di scavo archeologico diretta dal Professor Riccardo Cicilloni, Docente e Ricercatore di Preistoria e Protostoria presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali dell’Università degli Studi di Cagliari in collaborazione con la Prof.ssa Elisabetta Marini del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente. Lo scavo si svolgerà per tutto il mese di settembre.

Le attività di scavo e ricerca sono stare rese possibili grazie alla concessione di scavo da parte del MIBAC - Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e si svolgeranno con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna e del Comune di Nuxis, con il supporto tecnico dell’Associazione Speleo Club Nuxis, che gestisce l’area, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Oristano e Sud Sardegna.

grotta di Acquacadda NuxisL’importante sito preistorico della grotta di Acquacadda (o Grotta de Su Montixeddu), frequentato a scopo funerario almeno dall’età del Rame, è già noto in letteratura in quanto negli anni ’60 del secolo scorso fu oggetto di un primo saggio di uno scavo, ancora praticamente inedito, condotto dalla compianta Prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, afferente allora all’Università di Cagliari.

Da queste indagini si ricavò una delle prime datazioni radiocarboniche dell’archeologia sarda, che ha fatto sì che la grotta di Acquacadda sia stata citata in numerose pubblicazioni a carattere nazionale ed internazionale.

grotta di Acquacadda NuxisLa ricerca ricade nell’ambito di un progetto più ampio, portato avanti dalla Cattedra di Preistoria e Protostoria dell’Università di Cagliari, mirante all’investigazione delle fasi preistoriche antecedenti alla nascita della civiltà nuragica, con particolare riferimento alle attività di estrazione dei metalli ed alle attività metallurgiche che le popolazioni dell’età del Rame e poi del Bronzo effettuarono a partire dall’inizio del III millennio a.C. L’obiettivo principale delle indagini di scavo sarà quello di indagare il passaggio dalla cultura di Monte Claro (età del Rame) a quella di Bonnanaro (prima età del Bronzo), e capire quale ruolo quest’ultima abbia nella formazione della successiva civiltà nuragica.

La possibilità di riprendere le indagini archeologiche nella Grotta di Acquacadda ha da subito entusiasmato me ed il mio team di collaboratori. L’unione di intenti tra noi, l’amministrazione e lo Speleo Club è stata da subito importante per impostare un lavoro scientifico all’avanguardia e soprattutto duraturo” afferma Riccardo Cicilloni, direttore scientifico dello scavo.

Alla ricerca archeologica sul campo si alterneranno una serie di attività di tipo divulgativo, a cui prenderanno parte studiosi provenienti da più parti d’Europa, tra cui: Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento (31 agosto), di Fernando Molina Gonzalez, Juan Antonio Cámara Serrano e Liliana Spanedda dell’Universidad de Granada (4 settembre), di Valentina Matta dell’Università di Aarhus in Danimarca (11 settembre), di Sabrina Cisci, funzionaria archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano (17 settembre).

La giornata del 31 testimonia un passaggio molto importante nel progetto di valorizzazione delle risorse del territorio in cui l'Amministrazione Comunale ripone molta fiducia. Un percorso ancora lungo, nel quale crediamo e che abbiamo fortemente voluto, convinti possa aggiungere un tassello importante per lo sviluppo futuro delle nostre comunità” afferma Piero Andrea Deias, sindaco di Nuxis, “nutriamo molta fiducia e speranza nei risultati dello scavo, che sarà egregiamente coordinata e condotta dal Prof. Riccardo Cicilloni e dai suoi validissimi collaboratori e studenti, con l'indispensabile supporto logistico dello Speleo Club Nuxis”. “Chiedo ai cittadini e a tutte le Associazioni del nostro paese, in tanti lo hanno già fatto, di condividere, appoggiare e sostenere questo progetto, soprattutto in questa importantissima fase, che vorremmo diventasse, attraverso varie iniziative, un importante esperimento socioculturale per la comunità intera. Sono certo che saremo all'altezza” prosegue il primo cittadino di Nuxis. “Persone da più parti della Sardegna ma anche provenienti dal di fuori dell’isola risiederanno nella nostra comunità per un mese, e per noi anche questo aspetto sarà di fondamentale importanza”.

Alle attività in programma prenderà, infatti, parte un team di circa 30 studenti provenienti da diversi atenei europei e internazionali, oltre quello cagliaritano, le università di Bologna, Granada, Barcellona e Melbourne, coordinati sul campo dagli archeologi Marco Cabras e Federico Porcedda.

Tutto il progetto sarà caratterizzato dalla collaborazione interdisciplinare tra i dipartimenti di Lettere, Lingue e Beni Culturali e quello di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Cagliari, ma non solo. Sono in progetto una serie di analisi archeometriche finalizzate alla ricostruzione della vita delle comunità del tempo. L’obiettivo è quello di ricavare dati sul DNA e sulla dieta delle popolazioni dell’età del Rame sardo, sulle cause di morte degli individui sepolti nella grotta di Acquacadda. Tramite le analisi polliniche si proverà inoltre a ricostruire l’ambiente antico di questa zona del Sulcis. Sui reperti che verranno rinvenuti saranno immediatamente portate avanti una serie di attività laboratoriali: catalogazione, studio dei reperti ceramici, malacologici e metallici, ma anche dei resti osteologici.

Grande importanza verrà data alla comunicazione. Alle attività di studio e ricerca infatti ne saranno affiancate altre finalizzate alla divulgazione dei risultati e ad una maggiore conoscenza del dato scientifico attraverso una serie di iniziative online e offline: social network, scavo aperto al pubblico, seminari e attività con la comunità locale.

Tutto ciò rientra nella cosiddetta “Terza Missione” dell’Università di Cagliari, la quale si pone come obiettivi quelli di favorire l'applicazione diretta, la valorizzazione e l'impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società.

Per Roberto Curreli, presidente dell’Associazione Speleo Club Nuxis “lo scavo presso la grotta di Acquacadda consiste un quid in più nell’offerta di conoscenza che offre, già da anni, l’ex sito minerario di Sa Marchesa: un polo culturale che man mano si va perfezionando nella divulgazione degli aspetti geologici, speleologici e archeologici di quest’area del Sulcis”.

Conferenza stampa ed inaugurazione delle attività

31 AGOSTO DALLE ORE 10:30

presso sito geo speleo archeologico «Sa Marchesa»

Ex miniera Sa Marchesa – Acquacadda – Nuxis (SU) – incrocio: S.P. 78 km 0,2/S.S. 293 km 50,4

Plus code: 5QJ2+3F Acquacadda, Nuxis CI

Interventi:

Saluti delle autorità regionali e provinciali;

Piero Andrea Deias, Sindaco di Nuxis;

Tarcisio Agus, Presidente del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna;

Sabrina Cisci, Funzionario archeologo, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano;

Riccardo Cicilloni, Università di Cagliari, direttore scientifico dello scavo archeologico presso la Grotta di Acquacadda;

Elisabetta Marini, Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente;

Salvatore Buschettu, Presidente Federazione Speleologica Sarda;

Roberto Curreli, Presidente Associazione Speleo-Club Nuxis;

Marco Cabras, archeologo;

Federico Porcedda, archeologo.

DALLE ORE 18:00

Conferenza a tema archeologico

Annaluisa Pedrotti (Professore associato - Università degli Studi di Trento), Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci: le novità della ricerca scientifica.

La conferenza costituisce il primo evento del Ciclo di Conferenze «Incontri di archeologia alla Grotta di Acquacadda. Cinquant’anni di ricerche nel Sulcis-Iglesiente» organizzato dall’associazione speleo club Nuxis.

A seguire intervento dal titolo: Archeologia e viticoltura, a cura dell’Associazione Italiana Sommelier. Per finire degustazione di vini della Cantina di Santadi e dell’Agricola Punica.

Previsto intrattenimento per bambini nel giardino del sito di Sa Marchesa.


inchiostri Egitto

Uno studio rivela la composizione degli inchiostri per tessuti nell’Antico Egitto

Uno studio internazionale, coordinato dal Centro NAST -  Centro interdipartimentale Nanoscienze e Nanotecnologie e Strumentazione dell'Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, ha dimostrato l’utilizzo di inchiostri a base di ferro nell’Antico Egitto, fornendo così nuove informazioni e prospettive riguardo alla genesi degli inchiostri nelle antiche culture mediterranee.

inchiostri EgittoPubblicato su “Scientific Reports”, rivista open access del gruppo editoriale Nature, con il titolo “Egyptian metallic inks on textiles from the 15th century BCE unravelled by non-invasive techniques and chemometric analysis”, lo studio condotto su 19 tessuti dipinti, utilizzando tecniche non invasive, ha permesso di identificare la composizione chimica dell’inchiostro nero utilizzato su lino antico egiziano. 

I tessuti oggetto dello studio fanno parte del corredo funerario della tomba egizia dell’architetto Kha e della moglie Merit, datata XV secolo a.C., una delle più importanti scoperte archeologiche in Egitto condotta, nel 1906, nei pressi del villaggio di Deir el-Medina (Luxor) da Ernesto Schiaparelli (1856-1928), allora direttore del Museo Egizio. Il corredo funerario, ad eccezione di pochi oggetti, fu trasportato a Torino e rappresenta un ununicum in egittologia: si tratta, infatti, del corredo funerario non regale più ampio e completo mai ritrovato.

Poca attenzione era stata prestata finora alla natura e alla tecnologia degli inchiostri usati sui rituali e tessuti di uso quotidiano per l'Antico Egitto

Sebbene finora un grande sforzo di ricerca sia stato dedicato allo studio dei pigmenti e dei coloranti usati nell'antico Egitto per decorare le pareti e gli arredi delle sepolture, o per scrivere su papiro, poca attenzione è stata prestata alla natura e alla tecnologia degli inchiostri usati sui rituali e tessuti di uso quotidiano, che potrebbero aver favorito il trasferimento della tecnologia dell'inchiostro metallico su supporti di papiro e pergamino.

«Abbiamo osservato che gli inchiostri su questi tessuti hanno un aspetto brunastro e hanno corroso le fibre di lino nella maggior parte dei casi – racconta Giulia Festa, autrice dello studio e ricercatrice del Centro Fermi. Questa evidenza ci ha interessato e ne abbiamo quindi studiato la composizione tramite tecniche complementari». 

Un inchiostro metallico a base di ferro, quindi, che potrebbe essere definito un antenato dell’inchiostro ferro-gallico, la cui introduzione è comunemente attribuita al III secolo a.C., come spiega Roberto Senesi del Centro NAST Roma “Tor Vergata”.

 La ricerca dimostra che per produrre un liquido di scrittura nero/marrone non solo sono stati utilizzati i sali di ferro, probabilmente in combinazione con i tannini (ancora da accertare), ma è stata aggiunta anche l'ocra, ottenendo coloranti neri simili a quelli che venivano impiegati dagli indiani Navajo all'inizio del XX secolo. «I nostri risultati – continua Giulia Festa - suggeriscono che gli antichi egizi usavano un tipo di miscela simile già 3.400 anni fa. Perché questa miscela è stata impiegata non è noto; probabilmente, il motivo è legato alla resistenza di questi inchiostri al lavaggio, a differenza del nero carbone. Ma per rispondere a questa, e ad altre domande, con certezza, come la presenza o meno di tannini, sono necessari ulteriori lavori sperimentali per valutare la composizione e la provenienza dei composti di ferro e l’analisi degli inchiostri neri sugli altri oggetti inscritti, provenienti dalla tomba di Kha, come ceramiche, papiri e legno».

Lo studio è parte del progetto di ricerca ARKHA (ARchaeology of the invisible: unveiling the grave-goods of KHA) nell’ambito della convenzione tra l’Università di Roma “Tor Vergata”, il Museo Egizio Torino, il Museo Storico della Fisica e Centro Studi e Ricerche “Enrico Fermi”, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino e l’Università di Milano Bicocca.

inchiostri EgittoLeggi l’articolo pubblicato su Scientific Reports “Egyptian metallic inks on textiles from the 15th century BCE unravelled by non-invasive techniques and chemometric analysis”, Nature, 13 Maggio 2019

Immagini dall' Ufficio Stampa di Ateneo Università degli Studi di Roma "Tor Vergata".


Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei
La caldera dei Campi Flegrei vista da nord con la citta di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo (immagine da Google Earth)

Attribuita ai Campi Flegrei l’origine di una misteriosa grande eruzione che 29mila anni fa ha ricoperto di ceneri l’area del Mediterraneo centrale. A svelarlo, uno studio condotto da Cnr, Ingv, università britanniche di Oxford, Durham, St Andrews, Cnrs francese e Università di California. Il lavoro è stato pubblicato su Geology

È stata la misteriosa grande eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei, sconosciuta fino a oggi, a ricoprire di ceneri 29.000 anni fa l’area del Mediterraneo centrale. A individuarne l’origine, un team internazionale di ricercatori dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle Università britanniche di Oxford, Durham e St Andrews, del Cnrs francese e dell’Università di California. Il lavoro Evidence for a large magnitude eruption from Campi Flegrei caldera (Italy) at 29 ka è stato pubblicato su Geilogy.

“Il materiale vulcanico”, spiega Biagio Giaccio, ricercatore del Cnr-Igag, “proiettato nell’alta atmosfera durante le grandi eruzioni esplosive può raggiungere grandi distanze dal vulcano e, ricadendo al suolo, formare sottili coltri di ceneri che ricoprono enormi superfici, fino a milioni di km quadrati”. Sin dagli anni ’70 un livello di ceneri datato a circa 29.000 anni fa è stato ritrovato nei sedimenti lacustri e marini di un’ampia area del Mediterraneo centrale, fornendo la prova indiretta di una grande eruzione avvenuta nella regione. Nonostante questa considerevole evidenza regionale e la sua relativa giovane età, nessuna prova geologica di un simile evento era stata fino a oggi mai trovata nelle aree vulcaniche mediterranee.

“Attraverso indagini stratigrafiche, geochimiche e datazione di rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, rinvenute nella periferia settentrionale di Napoli, è stato possibile identificarne l’origine dell’eruzione che distribuì le sue ceneri nell’area”, prosegue Roberto Isaia, ricercatore dell’Ingv-Osservatorio Vesuviano. “Inoltre, attraverso un’elaborazione al computer dei dati di dispersione delle ceneri, eseguita da Antonio Costa, ricercatore dell’Ingv-Bologna, è stato possibile ottenere un modello simulato dell’eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei e la stima della sua magnitudo”. Questi dati indicano che la magnitudo (M) dell’eruzione di Masseria del Monte fu 6.6, quindi molto simile a quella della più recente grande eruzione del Tufo Giallo Napoletano (circa 14mila anni fa, M=6.8) i cui depositi formano uno spesso banco di tufo nel sottosuolo della città di Napoli, cavato e utilizzato fin dall’età classica come pietra da costruzione.

“Quella del Tufo Giallo Napoletano”, continua Giaccio, “è la seconda più grande eruzione della storia eruttiva dei Campi Flegrei, inferiore solo all’enorme eruzione dell’Ignimbrite Campana di circa 40mila anni fa che ricoprì la Campania di una spessa coltre di tufo, e le cui ceneri sottili raggiunsero anche la Pianura Russa, a migliaia di km di distanza”. Con l’identificazione dell’eruzione di Masseria del Monte, si aggiunge quindi un terzo evento di grande magnitudo nella storia vulcanica flegrea, che dimezza il tempo di ricorrenza medio delle grandi eruzioni di questo vulcano.

“Questo studio mette in evidenza come, nonostante la lunga storia di ricerca condotta nei Campi Flegrei, le testimonianze geologiche di questo vulcano possano essere frammentarie, difficili da cogliere e non pienamente rappresentative della storia e intensità degli eventi del passato. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare, che usa e integra dati da archivi sedimentari distali e delle aree vulcaniche, nonché modelli di dispersione delle ceneri, ai fini di una più dettagliata ricostruzione della storia e stima delle magnitudo e stili eruttivi, e quindi della pericolosità, di uno dei vulcani più produttivi dell’Europa”, concludono i due ricercatori.

 

Vedi anche:

 

Testo e immagine dal Consiglio Nazionale delle Ricerche


Time Machine: come liberare i big data del passato

LIBERARE I BIG DATA DEL PASSATO: CA’ FOSCARI NELLA ‘MACCHINA DEL TEMPO’ EUROPEA

L’ateneo nel progetto scelto dalla Commissione europea per sviluppare le future iniziative di ricerca su larga scala

Time MachineVENEZIA - La Commissione europea ha scelto Time Machine tra le sei proposte di iniziative di ricerca su larga scala da sviluppare strategicamente nei prossimi 10 anni. L’Università Ca’ Foscari Venezia è tra i 33 partner europei di questa iniziativa, coordinata dall‘Ecole Polytechnique Federale de Lausanne, che punta ad estrarre e utilizzare i big data del passato. I team di università, organizzazioni e imprese ha ora a disposizione un milione di euro per preparare nel dettaglio il progetto. Time Machine progetterà e metterà a disposizione nuove ed avanzate tecnologie di digitalizzazione e di intelligenza artificiale per esplorare il vasto patrimonio culturale europeo, garantendo l’accessibilità a informazioni che supporteranno futuri avanzamenti scientifici e tecnologici.

“L’Università Ca' Foscari è parte del network di istituzioni scientifiche, costituito da 33 partner e più di 200 altri enti e istituzioni coinvolti, finanziato dalla Commissione Europea per il progetto “Time Machine” nell’ambito del programma quadro Horizon2020 – dichiara il Rettore Michele Bugliesi - Il progetto permetterà alle ricercatrici e ai ricercatori di costruire e quindi di consentire l’accesso aperto a un patrimonio digitale sulla storia del passato conservato negli archivi, nei musei e nelle biblioteche di tutto il mondo. È un risultato di particolare rilievo per la ricerca di Ca’ Foscari in un campo, quello delle digital humanities, che vede il nostro Ateneo in prima linea con i propri gruppi scientifici e i finanziamenti di eccellenza già acquisiti dal MIUR, il finanziamento del Patto di Venezia con l’Università Iuav di Venezia e la partenship con l’Istituto Italiano di tecnologia”.

https://www.instagram.com/p/Bud_gCzlf_v/

Venice Time Machine

Venezia sarà protagonista, con una speciale ‘macchina del tempo’. Ca’Foscari, infatti, ha saputo negli anni costruire un polo di conoscenze trasversali nell’ambito di beni culturali e una solida rete di legami con le istituzioni locali depositari di questi beni come archivi, musei e biblioteche. Il suo ruolo fondamentale nella Venice Time Machine sarà sfruttare al meglio le conoscenze archivistiche, della storia del libro, dell’archeologia, della storia e storia dell’arte del paleografia, epigrafia e la lingua veneta per lavorare fianco a fianco con ingegneri, fisici, chimici, informatici e progettare una piattaforma multi-funzionale che potrebbe avere interessanti ricadute economiche sui settori di smart tourism, creative industries e GLAM (Galleries, Libraries, Archives, Museums).

“L'idea dietro la Venice Time Machine - spiega Dorit Raines, professoressa di Archivistica e coordinatrice scientifica del progetto per Ca’ Foscari -  è che estraendo milioni, miliardi di dati autenticati e inseriti in piattaforme interoperabili, interrogabili e ad accesso libero, saremmo in grado di porre nuove domande soprattutto riguardo a strutture e narrazioni invisibili che raccontano la storia di Venezia da una prospettiva diversa o che ci fanno comprendere sia a livello micro e macro i processi economici, sociali e culturali che hanno contribuito a plasmare Venezia così com'è oggi”.

Uno dei più avanzati sistemi di intelligenza artificiale

Time Machine creerà tecnologie avanzate di intelligenza artificiale per dare significato alla massa di informazioni contenute nei complessi archivi storici. Questo renderà possibile la trasformazione di dati frammentati in conoscenza utile per il settore industriale. Si parla di contenuti che spaziano dai manoscritti industriali e oggetti storici a smartphone e immagini satellitari. In sostanza, una grande infrastruttura di calcolo e digitalizzazione mapperà l’intera evoluzione sociale, culturale e geografica dell’Europa. Considerando la scala e la complessità senza precedenti dei dati, la tecnologia di Time Machine avrà anche il potenziale per creare un forte vantaggio competitivo per l’Europa nella corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

https://twitter.com/TimeMachineEU/status/1100081816998998017

Un’alleanza unica e un network di città

Time machine promuove un’alleanza europea unica nel suo genere, che comprende le maggiori organizzazioni accademiche e di ricerca, le istituzioni per la salvaguardia del patrimonio culturale e aziende private che colgano l’enorme potenziale della digitalizzazione e i percorsi scientifici e tecnologici che possono essere aperti attraverso il sistema informativo che verrà sviluppato, basato sui Big Data del passato. In aggiunta alle 33 istituzioni centrali che verranno finanziate dalla Commissione Europea, più di 200 organizzazioni di 33 paesi parteciperanno alle iniziative, comprese 7 biblioteche nazionali (Austria, Belgio, Francia, Israele, Paesi Bassi, Spagna, Svizzera), 19 archivi di stato (Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Ungheria, Lituania, Malta, Norvegia, Polonia, Romania, Slovenia, Spagna, Slovacchia, Svezia e Svizzera), musei di fama internazionale (Louvre, Rijkmuseum), 95 istituzioni accademiche e di ricerca, 30 aziende europee e 18 enti pubblici.

Time Machine è anche un network di città in continua crescita. Il progetto si basa su un modello di “franchise”, che riunisce studiosi, organizzazioni per il patrimonio culturale, enti pubblici e gruppi di volontari attorno a specifici progetti integrati, incentrati su temi riguardanti la città. La partecipazione di un gran numero di volontari a queste iniziative locali di Time Machine, è un altro elemento chiave per assicurare la sostenibilità a lungo termine del progetto. Al momento si stanno sviluppando Time Machine locali a Venezia, Amsterdam, Parigi, Gerusalemme, Budapest, Regensburg, Norimberga, Dresda, Antwerp, Ghent, Bruges, Napoli, Utrecht, Limburg e molte altre. Nei prossimi 12 mesi, Time Machine crescerà come una grande comunità fatta di comunità, che condivideranno tutte una piattaforma standardizzata, con strumenti più efficaci.

Il percorso

All’inizio del 2016, la Commissione Europea, tenne una consultazione pubblica della comunità ricercatrice al fine di raccogliere idee sulle sfide della scienza e della tecnologia, da affrontare nelle future edizioni di FET Flagships. A fine 2016, il Commissario Oettinger organizzò una tavola rotonda con alti rappresentanti degli Stati Membri, dell’industria e del mondo accademico. Vennero individuate le 3 macro-aree nelle quali agire con gli interventi delle FET Flagships: “ICT e società connessa”, “Salute e scienze della vita” e “Energia, ambiente e cambiamento climatico”. Come risultato di questa decisione, nell’ottobre 2017 è stata lanciata una call per azioni preparatorie riguardanti future iniziative di ricerca, come parte del programma operativo di  Horizon 2020 FET 2018. Su 33 proposte ricevute, 6 sono state selezionate per essere attuate, dopo un processo di doppia valutazione da parte di esperti indipendenti di alto livello.
Le 33 istituzioni che riceveranno parte del finanziamento del valore totale di 1 milione di euro per sviluppare Time Machine:

  1. Ecole Polytechnique Federale De Lausanne
  2. Technische Universitaet Wien
  3. International Centre For Archival Research
  4. Koninklijke Nederlandse Akademie Van Wetenschappen
  5. Naver France
  6. Universiteit Utrecht
  7. Friedrich-alexander-universitaet Erlangen Nuernberg
  8. Ecole Nationale Des Chartes
  9. Alma Mater Studiorum - Università Di Bologna
  10. Institut National De L'information Geographique Et Forestiere
  11. Universiteit Van Amsterdam
  12. Uniwersytet Warszawski
  13. Universite Du Luxembourg
  14. Bar-ilan University
  15. Universita Ca' Foscari Venezia
  16. Universiteit Antwerpen
  17. Qidenus Group Gmbh
  18. Technische Universiteit Delft
  19. Centre National De La Recherche Scientifique
  20. Stichting Nederlands Instituut Voor Beeld En Geluid
  21. Fiz Karlsruhe- Leibniz-institut Fur Informations Infrastruktur Gmbh
  22. Fraunhofer Gesellschaft Zur Foerderung Der Angewandten Forschung E.V.
  23. Universiteit Gent
  24. Technische Universitaet Dresden
  25. Technische Universitat Dortmund
  26. Oesterreichische Nationalbibliothek
  27. Iconem
  28. Instytut Chemii Bioorganicznej Polskiej Akademii Nauk
  29. Picturae Bv
  30. Centre De Visió Per Computador
  31. Europeana Foundation
  32. Indra
  33. Ubisoft

Link del Progetto Time Machine

Sito ufficiale: https://timemachine.eu/

Twitter: @TimeMachineEU

Instagram: @timemachineeu

 

Foto Pixabay di Gkenius

Testo da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Cani da lavoro e volpi domestiche nella Spagna dell'Età del Bronzo

Anche il modo col quale guardiamo agli animali domestici è cambiato nel tempo: un nuovo studio, pubblicato su Archaeological and Anthropological Sciences, ha evidenziato come gli uomini che abitarono tra il terzo e il secondo millennio a. C. nella parte nordorientale della Penisola Iberica utilizzassero cani da lavoro e avessero addomesticato le volpi. Non solo: era lì pratica funeraria diffusa quella di seppellire persone ed animali insieme.

Rappresentazione artistica di una donna dell'Età del Bronzo, accompagnata da un cane e da una volpe. Credits: J. A. Peñas

Anche se resti di canidi si possono ritrovare nelle sepolture di diversi siti spagnoli nordorientali per l'Antica e la Media Età del Bronzo, i siti di Can Roqueta (Barcelona) e Minferri (Lleida) spiccano rispettivamente per la scoperta di quattro volpi e un gran numero di cani, seppellite insieme ai loro padroni in questi grandi silos.

Aurora Grandal-d'Anglade, una delle autrici dello studio, spiega che: “abbiamo scoperto che in alcuni casi i cani ricevevano speciali tipologie di alimenti. Crediamo che questo sia collegato alla loro funzione di cani da lavoro. Inoltre, una delle volpi mostra i segni dell'essere stata a quei tempi un animale domestico”.

Gli autori dello studio in questione ritengono infatti che sia possibile delineare approssimativamente la relazione tra uomini e canidi, attraverso lo studio della loro alimentazione, individuando in particolare per cani e volpi la stessa dieta dei loro proprietari: questo ha spinto a ritenere che entrambi gli animali fossero addomesticati. L'analisi ha riguardato la dieta di 37 cani, 19 ungulati domestici e 64 umani.

E se le volpi di Minferri mostrano una dieta variegata, talvolta simile a quella dei cani, talvolta simile a quella di animali selvatici, “il caso della volpe di Can Roqueta” - come spiega ancora Aurora Grandal-d'Anglade - “è davvero speciale, perché si tratta di un animale anziano, con una gamba fratturata. La frattura è ancora in via di guarigione, e mostra i segni dell'essere stata immobilizzata (curata) dagli umani. L'alimentazione di questo animale è molto inusuale, poiché più simile a quella di un cucciolo di cane. La interpretiamo come quella di un animale domestico che visse a lungo con gli umani”.

Anche i cani provenienti da questi siti sono di grande interesse, poiché si tratterebbe di cani da lavoro, utilizzati per trasportare carichi anche pesanti per loro: alcuni di questi animali mostrano infatti alterazioni della colonna vertebrale. Come racconta un'altra autrice dello studio, Silvia Albizuri Canadell, “sono stati gli esemplari studiati da Can Roqueta che hanno fatto scattare l'allarme circa l'utilizzo di questo animale per carichi leggeri sin dall'antichità, e si tratta di un caso eccezionale in Europa”. Simili patologie sono state però ritrovate anche nei cani della Siberia del Paleolitico, per cui gli studiosi riterrebbero che tra i primi compiti affidati ai cani - oltre alla caccia - ci fosse quello di trainare slitte, anche con carichi. Lo stesso ruolo del cane come animale da trasporto nelle prime migrazioni umane potrebbe essere stato fondamentale e da rivalutare, quindi.

Lo studio evidenzia anche come per alcuni dei cani più grandi (probabilmente usati per questi carichi) ci fosse una dieta specifica, ricca in cereali, ritrovata anche per una delle volpi. Sempre Silvia Albizuri Canadell spiega che “potrebbe sembrare strano che i cani fossero fondamentalmente alimentati con cereali, ma questo genere di dieta era già raccomandato dall'agronomo ispano-romano Lucio Giunio Moderato Columella, nel suo lavoro De re rustica”.

Cani e umani mostrerebbero un certo consumo di proteine, che non necessariamente indicherebbe la carne, ma potrebbe essere dovuto dal latte. La dieta degli uomini comprendeva una maggiore quantità di carne rispetto a quella delle donne; gli autori dello studio ritengono che i cani si nutrissero di avanzi, e che la loro dieta fosse così più simile a quella di donne e bambini, per cui i primi sarebbero da vedersi in connessione con questi ambienti domestici.

Altri animali - come vacche, pecore e capre - avevano invece una dieta tipicamente erbivora, mentre i cavalli arriveranno solo in seguito.

Le tombe #88 e #405 da Minferri sarebbero poi di grande interesse, indicando trattamenti funerari differenziati già da allora. I resti di tre individui nelle suddette tombe sono stati ritrovati insieme a offerte di sacrifici animali. Nella tomba #88 un uomo anziano era con una vacca e gli arti inferiori di capre, fino a un numero di sette. Qui anche i resti di una giovane donna presentavano l'offerta di una capra intera, insieme a due volpi e un corno bovino. La tomba #405 ospiterebbe forse una donna, accompagnata da due bovini e due cani.

Gli autori dello studio ritengono che le offerte mostrino una differenza di status sociale, mentre quelle nelle tombe dei bambini rifletterebbero l'ereditarietà dello stesso alla nascita. Le offerte avrebbero avuto un senso di ostentazione, prestigio e protezione.

volpe volpi vulpes vulpes cani da lavoro Età del Bronzo Spagna Penisola Iberica preistoria
Due volpi rosse (vulpes vulpes) oggi, al British Wildlife Centre, nel Surrey, Inghilterra. Foto di Keven Law, CC BY-SA 2.0

Lo studio Dogs and foxes in Early-Middle Bronze Age funerary structures in the northeast of the Iberian Peninsula: human control of canid diet at the sites of Can Roqueta (Barcelona) and Minferri (Lleida), di Aurora Grandal-d'Anglade, Silvia Albizuri, Ariadna Nieto, Tona Majó, Bibiana Agustí, Natalia Alonso, Ferran Antolín, Joan B. López, Andreu Moya, Alba Rodríguez e Antoni Palomo, è stato pubblicato su Archaeological and Anthropological Sciences, pp. 1-30.


Roma: inaugurato "Riflessi", murale dello street artist Jerico

Inaugurato Riflessi, il murale dello street artist Jerico

L’opera si snoda come un antico fiume sul muro perimetrale esterno del Museo di Casal de’ Pazzi

  

Roma, 14 febbraio 2019 – All’importante deposito pleistocenico e ai numerosi reperti fossili conservati nel Museo di Casal de’ Pazzi si aggiunge oggi anche un’opera di street art. Sul muro perimetrale esterno del museo, lungo via Egidio Galbani, campeggia il grande murale realizzato dal giovane street artist Jerico Cabrera Carandang. L’opera pittorica dal titolo Riflessi ricostruisce, in maniera visionaria e avvolgente, l’ambientazione naturalistica pre-esistente alla struttura del museo rappresentato dall’immagine dell’antico fiume che una volta scorreva proprio dove oggi sorge il Museo.

 I riflessi dell’antico affluente dell’Aniene raccontano la quotidianità degli animali che popolavano la zona grazie alla sorgente di vita rappresentata dal fiume. Quel corso d’acqua che ha conservato i loro resti permette oggi di visitarli all’interno del Museo: i reperti sono un specchio della vita preistorica e l’originalità dell’opera sta proprio nello sfruttare questi riflessi per far viaggiare il visitatore nel passato.

L’evento è promosso da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

Da tempo, anche prima della sua regolare apertura al pubblico, il sito di Casal de’ Pazzi è entrato nell’immaginario collettivo come un luogo “preistorico”. Gli impressionanti resti fossili di elefante antico, oggi visibili nel museo, hanno suscitato nella fantasia dei residenti, e non solo, forti emozioni, concretizzate spesso attraverso l’immagine emblematica del mammut.

Nel complesso, l’area del Museo di Casal de’ Pazzi si presenta come un’oasi in un contesto suburbano non risolto. Esternamente, sul lato dell’ingresso per il pubblico, sono allestiti due pannelli ricostruttivi ideati e realizzati nel 2011 dall’artista Vincenzo Montini per la Cooperativa sociale APE che ben rappresentano le tematiche interne al Museo. Dal lato di Via Egidio Galbani, prima di questo intervento artistico, il sito presentava un muro perimetrale in intonacato e una parete in mattoncini sabbiati che non caratterizzavano i contenuti del Museo.

Per ovviare a tale mancanza di visibilità, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ha ritenuto opportuno far realizzare sul lato “anonimo” del Museo un’opera di street art, per migliorare l’impatto comunicativo del museo attraverso un intervento estetico su uno spazio periferico della città. L’intervento si inserisce in un contesto territoriale che si sta caratterizzando anche per le proposte artistiche di questo genere, costituendo un enorme beneficio per la valorizzazione del patrimonio culturale delle periferie e delle periferie nel loro complesso.

Jerico RiflessiPer questo motivo, tramite avviso pubblico, diffuso da Zètema Progetto Cultura su incarico della Sovrintendenza Capitolina, sono state richieste delle proposte progettuali per l’ideazione e la successiva realizzazione di un murale sulla parete esterna del Museo di Casal de’ Pazzi. Lungo via Egidio Galbani, il Museo comunica il suo contenuto secondo un linguaggio moderno che sia intellegibile a tutti i livelli. L’iniziativa esprime una nuova modalità di intendere la relazione tra artista, Museo e territorio attraverso la realizzazione di nuove forme di arte contemporanea.

Le proposte, pervenute a seguito dell’avviso pubblico, esaminate da una commissione appositamente costituita, sono state nel complesso di notevole qualità, tutte strettamente ispirate dai contenuti del Museo. Tra esse è risultata vincitrice la proposta del giovane artista Jerico Cabrera Carandang (classe 1992), che con il suo progetto “Riflessi” ha proposto di svelare con immediatezza universale il ricordo della vita che centinaia di migliaia di anni fa si svolgeva proprio dietro le mura del museo. L’immagine del fiume, che una volta scorreva proprio dove oggi sorge il Museooccupa interamente le pareti esterne. In tal modo l’opera muraria funge da portale: permette non solo di espandere verso l’esterno, verso la città industrializzata, l’oasi preistorica, ma ne ricostruisce accuratamente le sensazioni di maestosità e stupore con le quali l’uomo preistorico, che abitava queste terre, doveva confrontarsi.

L’opera è stata pensata utilizzando collettivamente tutti e quattro i muri disponibili come se fossero un’unica tela. Una visione frontale del corso di un fiume che si estende su tutta la lunghezza del primo e dell’ultimo muro per poi aprirsi alla visione di una scena naturalistica preistorica sul muro centrale.

L’intervento di street art di Jerico rientra nei progetti di valorizzazione del patrimonio museale, archeologico e storico-artistico di Roma Capitale realizzati grazie alle piccole donazioni in denaro, che dal 2016 il pubblico può effettuare attraverso appositi raccoglitori situati negli 8 Musei Civici gratuiti (Museo Napoleonico, Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Museo Pietro Canonica, Museo delle Mura, Museo di Casal de' Pazzi, Villa di Massenzio, Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina). Un risultato dovuto alla generosità dei cittadini e dei turisti, che hanno aderito con entusiasmo all’idea di contribuire concretamente e in prima persona alla valorizzazione del museo visitato, con una crescente partecipazione che è testimoniata da un notevole aumento, anno dopo anno, delle somme donate (nel 2017 e nel 2018 raddoppiate rispetto al 2016).

 Per restituire ai fruitori un segnale concreto e tangibile del loro utilizzo, si è deciso di adoperare le somme donate nell’ambito degli stessi spazi museali che le hanno ricevute.

Con i fondi raccolti nel 2017 e nel 2018, partiranno altri nuovi progetti che riguarderanno anzitutto interventi permanenti di miglioria e di valorizzazione degli ambienti museali.

 

 

Museo di Casal de’ Pazzi

Via Egidio Galbani, 6

 

Orario di apertura del Museo

Dal martedì al venerdì: ore 9.00-14.00; sabato e domenica: ore 10.00-14.00

Ultimo ingresso ore 13.00

 

Ingresso contingentato: ogni ora max 30 persone, su prenotazione

 

Info e prenotazioni

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00)

 

www.museocasaldepazzi.it

 

https://www.facebook.com/museocasaldepazzi

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


La "globalizzazione alimentare" comincia dalla preistoria

Oggi non ci sorprendiamo di come molte delle attuali coltivazioni siano diffuse sull'intero globo, ma se buona parte di questa globalizzazione alimentare è il risultato delle moderne reti di scambio, le radici della stessa affondano però nel lontano passato preistorico.

Molti conoscono - almeno per il fatto di toccarne quotidianamente con mano gli effetti - lo scambio colombiano, che avvenne dopo il viaggio di Cristoforo Colombo e che determinò un vasto interscambio culturale, di piante e di animali tra il cosiddetto Vecchio Mondo e il Nuovo. Tuttavia, una globalizzazione dagli effetti non meno drammatici avrebbe avuto luogo in epoca preistorica: a sostenerlo e sottolinearlo è il professor Xinyi Liu - tra gli autori di un nuovo studio pubblicato su Quaternary Science Reviews.

globalizzazione alimentare

L'animazione mostra come quattro delle più antiche coltivazioni domesticate si siano diffuse nel Vecchio Mondo, nel periodo compreso tra 7.000 e 3.500 anni fa. Credits: per i dati Xinyi Liu; per l'animazione, Javier Ventura/Washington University in St. Louis.

Gli stessi archeologi hanno cercato le prove della domesticazione delle colture stesse sin dagli albori della disciplina. Si sono prodotti studi che hanno cercato di individuare quali fossero le aree dove è avvenuta la domesticazione di piante, e lo si è fatto - ad esempio - partendo dall'esame dei resti carbonizzati di frumento, orzo, miglio, riso, ritrovati nei focolari e nei fuochi da campo.

A partire proprio dalle prove di carattere archeologico, questo nuovo studio ha cercato di ricostruire le distanze "percorse" dalle coltivazioni cerealicole nel periodo compreso tra il 5.000 e il 1.500 a. C., realizzando una nuova cronologia e biogeografia di questa antica globalizzazione alimentare, che precedette di millenni le prime prove materiali di scambi all'interno dell'Eurasia (ad esempio, la stessa Via della Seta).

Frumento e orzo viaggiarono dall'Asia sud-occidentale verso l'Europa, l'India e la Cina, mentre il miglio e il panìco si mossero nella direzione opposta, dalla Cina verso occidente; il riso viaggio per tutta l'Asia, meridionale, orientale e sud-occidentale; il sorgo e specie di miglio proveniente dall'Africa si mossero lungo l'Africa sub-sahariana e l'Oceano Indiano.

C'è però un aspetto anche di carattere sociale. Come ha spiegato il professor Xinyi Liu, “il fatto stesso che la ‘globalizzazione alimentare’ nella preistoria abbia interessato più di tre millenni indica probabilmente che uno dei principali motori del processo fu il perenne bisogno dei poveri, piuttosto che le più effimere scelte culturali dei potenti nel Neolitico e nell'Età del Bronzo”. L'intero processo non ha implicato solo l'adozione di coltivazioni da parte delle comunità, ma anche il loro rifiuto, determinati questi da considerazioni di carattere economico o da conservatorismo culinario.

Orzo (Hordeum_vulgare), United States National Arboretum, foto di CliffCC BY 2.0

Lo studio From ecological opportunism to multi-cropping: Mapping food globalisation in prehistory, opera di Xinyi Liu, Penelope J. Jones, Giedre Motuzaite Matuzeviciute, Harriet V. Hunt, Diane L. Lister, Ting An, Natalia Przelomskaef, Catherine J. Kneale, Zhijun Zhaog, Martin K. Jones, è stato pubblicato su Quaternary Science Reviews, volume 206, 15 Febbraio 2019, pp. 21-28.

 

 


Sull'origine dell'ocra della Signora Rossa della grotta di El Mirón

Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, è tornato ad esaminare la sepoltura della “Signora Rossa” (Red Lady) della grotta di El Mirón, nella regione spagnola della Cantabria.

In particolare, i ricercatori coinvolti - provenienti dalle Università di Alicante, della Cantabria e del Nuovo Messico - hanno preso in esame il pigmento rosso lì ritrovato, che sarebbe stato impiegato durante il rituale di sepoltura della stessa Signora Rossa.

I ricercatori sono andati così a confermare un'importante ipotesi presentata in un primo studio del 2015, per la quale l'ocra utilizzata nella sepoltura non proverrebbe da fonti prossime al sito di El Mirón, ma bensì da Monte Buciero, a circa 27  km a nord sull'attuale costa atlantica a Santoña.

Si sono analizzati sedimenti sia dalla sepoltura che da Monte Buciero, oltre che l'ocra proveniente dai depositi sopra lo strato della sepoltura, da un blocco calcareo immediatamente adiacente la sepoltura stessa, e da un'altra area della grotta, dove è raffigurato un cavallo. È stato così possibile confermare che l'ocra ritrovata nella sepoltura di questa donna proveniva effettivamente da Monte Buciero.

Oltre ad analizzare origine e datazione dei diversi depositi di ocra, lo studio si è concentrato sull'investigazione della relazione esistente tra l'ocra impiegata nella sepoltura e il blocco calcareo adiacente quest'ultima. Il blocco presentava numerose raffigurazioni (inclusa quella ipotizzata di una vulva), che furono in seguito coperte. Anche l'ocra sul blocco proveniva da Monte Buciero, ma è risultata l'aggiunta di microframmenti ossei, probabilmente con un qualche collante di origine animale o con qualche grasso vegetale.

Il pigmento rosso utilizzato dove il cavallo è raffigurato deriva invece da diversi ossidi di ferro, tra i quali la goethite. È invece risultato che l'ocra impiegata negli strati superiori del sito sarebbe completamente differente sulla base di varî fattori, come grana e composizione.

In conclusione, si confermerebbe che il blocco situato presso la sepoltura della Signora Rossa sarebbe indubbiamente legato alla stessa. Considerando l'assenza di corpi seppelliti nel Magdaleniano nella Penisola Iberica, per i ricercatori fu sicuramente un trattamento speciale quello che ricevette questa donna, le cui ossa furono ricoperte di ocra dopo la morte, che avvenne quando la Signora Rossa aveva un'età compresa tra i 35 e i 40 anni.

Grotta di El Mirón, Signora Rossa Red Lady Cantabria Paleolitico Superiore Magdaleniano
La grotta di El Mirón, foto del Gabinete de Prensa del Gobierno de CantabriaCC BY 3.0

Lo studio Sources of the ochres associated with the Lower Magdalenian “Red Lady” human burial and rock art in El Mirón Cave (Cantabria, Spain), opera di Romualdo Seva Román, Mª. Dolores Landete Ruiz, Jerónimo Juan-Juan, Cristina Biete Bañón, Lawrence G. Straus, Manuel R. González Morales, è stato pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.


Ceramica giapponese Jomon incorpora circa cinquecento Curculionidi

Uno studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Report, relaziona del ritrovamento di una ceramica del Tardo Periodo Jomon (4500-3300 anni prima del tempo presente) per la quale i ricercatori stimano la presenza di circa cinquecento calchi prodotti dallo Sitophilus zeamais, insetto della famiglia dei Curculionidi. Il reperto, davvero raro, proviene dalle rovine del sito archeologico di Tatesaki, nell'isola giapponese di Hokkaido, e gli insetti sono incorporati nella ceramica stessa.

Quella dei Curculionidi (Curculionidae) è una famiglia di insetti di grande importanza, addirittura la più estesa del mondo animale e dannosa per le coltivazioni; in particolare lo Sitophilus zeamais appartiene alla sottofamiglia Dryophthorinae e si ritrova in numerose aree tropicali del pianeta, oltre che negli Stati Uniti, e colpisce - tra gli altri - il mais, il frumento, il riso, il sorgo, l'avena, l'orzo, la segale, il grano saraceno, i piselli, il cotone.

Sopra, contenitore ceramico ritrovato presso il sito di Tatesaki. Sotto, la collocazione dei Curculionidi.
Credit: Prof. Hiroki Obata

A partire dal 2003 si cominciarono a notare calchi sulle ceramiche Jomon provenienti da diversi siti nella regione giapponese. I segni provengono da semi o da insetti, e lo Sitophilus zeamais rappresenta il 90% circa del totale dei calchi provenienti da questa seconda categoria. Nel 2010 il professor Obata, autore dello studio qui in esame, trovò calchi di questo insetto su ceramiche di diecimila anni fa dall'isola di Tanegashima, andando così a dimostrare che lo Sitophilus zeamais era presente in Giappone ben prima dell'arrivo del riso. Nel 2012 i calchi dell'insetto furono ritrovati presso il sito di Sannai-Maruyama, nella prefettura di Aomori, andando così a riferire la presenza dell'insetto anche in quest'area settentrionale dai freddi inverni, ma con un ambiente antropico più caldo.

Al 2016 risale invece la scoperta della ceramica qui in esame: i ricercatori hanno ritrovato 417 calchi dell'insetto adulto; considerando le parti mancanti si stima un totale di 501 Curculionidi che furono mescolati alla terracotta per comparire così nel manufatto al suo completamento.

Per importare castagne non native di Hokkaido (presso il sito archeologico di Tatesaki) sarebbe stato necessario attraversare il mare (sito di Sannai-Maruyama nella prefettura di Aomori).
Credit: Prof. Hiroki Obata

L'altro aspetto di grande interesse di questa scoperta è il fatto che lo Sitophilus zeamais era di un 20% più lungo nell'area orientale del Giappone che in quella occidentale: questo si spiegherebbe coi diversi valori nutrizionali delle ghiande a oriente rispetto alle dolci castagne dell'occidente.

Le castagne non erano però native dell'isola di Hokkaido e studi precedenti ipotizzarono che a portarle qui sia stato l'uomo; lo studio in esame dimostrerebbe che gli Jomon di Tohoku (a sud di Hokkaido) abbiano trasportato via nave le castagne infestate dai Curculionidi (e insieme ad altre merci), lungo lo stretto di Tsugaru.

Non rimane che interrogarsi sul significato che potesse avere l'incorporare questi insetti nelle ceramiche. Si tratta di un aspetto non investigato dallo studio, ma il professor Obata ritiene che lo si facesse nella speranza di un buon raccolto.

Sitophilus zeamais Giappone Hokkaido Curculionidi Curculionidae Tatesaki
A sinistra, un esemplare di Sitophilus zeamais; a destra il calco lasciato sulla superficie di un frammento ceramico.
Credit: Prof. Hiroki Obata

Lo studio Discovery of the Jomon era maize weevils in Hokkaido, Japan and its mean, di Hiroki Obata, Katsura Morimoto e Akihiro Miyanoshita, è stato pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, 23, pp. 137-156.


Il più antico caso di peste data al Neolitico

Un nuovo studio, da poco pubblicato sulla rivista scientifica Cell, documenterebbe non solo il primo caso di peste della storia, ma spiegherebbe anche il decadimento di molte società neolitiche dell'Eurasia all'alba dell'Età del Bronzo.

Tra i cinque e i seimila anni fa, infatti, molte società neolitiche dell'Eurasia occidentale videro un sensibile declino delle loro popolazioni: le ragioni di questo declino sono oggetto di discussione e probabilmente legate a una combinazione di fattori.

Lo studio in questione riporta in particolare la scoperta e la ricostruzione genomica dello Yersinia pestis presso gli agricoltori neolitici in Svezia, che va a predatare e a risultare alla base di tutti i ceppi moderni e antichi di questo agente patogeno.

peste Yersinia pestis Neolitico Eurasia occidentale Gokhem
I resti di una donna ventenne (Gokhem2) vissuta circa 4900 anni prima del tempo presente, che fu uccisa dalla prima pandemia di peste. Credits: Karl-Göran Sjögren / University of Gothenburg

Il team internazionale di ricercatori ha in particolare individuato il DNA di questo nuovo ceppo di Yersinia pestis nel DNA estratto da resti di una donna che morì circa cinquemila anni fa. Il ceppo possedeva già allora tutti i geni che rendono oggi letale la peste polmonare, e tracce dello stesso sono state ritrovate in un altro individuo nello stesso luogo di sepoltura, suggerendo che la donna morì della stessa causa.

Come anticipato, a rendere di straordinario interesse la scoperta non sarebbe solo il fatto che si tratta del ceppo più antico di Yersinia pestis, ma le loro analisi indicano come questo sia il più vicino (tra quelli finora identificati) all'origine genetica della peste.

Inoltre, si dimostrerebbe come diversi ceppi indipendenti esistessero all'epoca; questi si andarono quindi ramificando ed espandendo. Quello di cui si è appena detto probabilmente diverse dagli altri ceppi attorno a 5.700 anni fa, mentre la peste che era comune durante l'Età del Bronzo e quella che è l'antenata dei ceppi esistenti oggi, diversero rispettivamente 5.300 e 5.100 anni fa.

Lo studio suggerisce anche che la peste possa essersi diffusa negli insediamenti neolitici per via dei commerci, contribuendo al declino dei primi. Altri ricercatori, in passato, avevano ipotizzato che il declino delle società agricole neolitiche in queste aree fosse stato causato dalle massicce migrazioni dalla steppa eurasiatica verso l'Europa. Se il ceppo di Yersinia pestis della donna svedese diverse 5.700 anni fa, questo significherebbe che la sua evoluzione avvenne prima delle suddette migrazioni, e che al loro arrivo gli insediamenti neolitici europei stavano già collassando.

All'epoca, insediamenti di dieci e ventimila abitanti cominciavano a divenire comuni in Europa, rendendo possibile la specializzazione del lavoro, nuove tecnologie e commerci; si preparava però al contempo il terreno per la peste: animali, persone e cibo erano negli stessi luoghi, in condizioni igieniche pessime.

Mancano ancora alcuni elementi per confermare queste teorie, ma in realtà i ricercatori non hanno ancora cominciato a guardare in questa direzione: se si trovasse lo Yersinia pestis in questi grandi insediamenti, si tratterebbe di prove molto forti a supporto delle loro ipotesi.

Lo Yersinia pestis al microscopio a fluorescenza. Foto di repertorio, opera dei Centers for Disease Control and Prevention, parte dello United States Department of Health and Human Services

Lo studio Emergence and Spread of Basal Lineages of Yersinia pestis during the Neolithic Decline, opera di Nicolás Rascovan, Karl-Göran Sjögren, Kristian Kristiansen, Rasmus Nielsen, Eske Willerslev, Christelle Desnues, Simon Rasmussen , è stato pubblicato su Cell (December 6, 2018; DOI: https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.11.005).