"Quanto piace al mondo è breve sogno": il 6 aprile giorno di incontro e addio per Laura e Petrarca

Il 6 aprile è un giorno che non può passare sotto silenzio per chiunque conosca il personaggio del Petrarca (1304-1374), una data alla quale egli attribuì simbolicamente gli stravolgimenti più significativi di tutte le sfaccettature del suo io, psicofisico, personale, intellettuale, amoroso: il 6 aprile 1327 da giovanissimo incontrò, nella Chiesa di Santa Chiara ad Avignone, la giovane e bella Laura; pochi anni dopo, il 6 aprile 1348, Laura fu una delle tante vittime della peste, lasciando al poeta null’altro che il ricordo di un amore più distruttivo che appagante.

Laura
"Laura e il poeta", raffigurati insieme in un affresco anonimo della casa del Petrarca ad Arquà. L'affresco fa parte di un ciclo pittorico realizzato nel corso del Cinquecento mentre era proprietario Pietro Paolo Valdezocco.

Il Petrarca fu un intellettuale di fama e produzione letteraria eccezionale della sua epoca, ma se c’è un’opera dove egli tentò di fare i conti con se stesso e con quello che l’amore per questa donna comportò nella sua vita, offrendo ai lettori quasi una autobiografia critica, quella è certamente il Canzoniere, che nel 2019 compie ben 645 anni dalla sua redazione definitiva del 1374 (che si conserva in un codice autografo preziosissimo, il Vaticano Latino 3195). Guardando l’opera nel dettaglio, è una raccolta di 366 componimenti poetici di metro vario (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali), sapientemente messi insieme da Petrarca di modo che possano essere letti sia individualmente, sia a gruppi, sia consequenzialmente senza l’ausilio di una cornice in prosa che li unisca e hanno la funzione di raccogliere i pensieri del poeta quasi come pagine di un diario e al tempo stesso raccontare le vicende di vita amorosa ma anche le idee sull’amicizia, sulla politica, sulla cultura e sulla religione come un’autobiografia; significativo come la raccolta subisca una sorta di giro di boa alla canzone CCLXIV, che fa a tutti gli effetti da spartiacque tra i carmina in vita di Laura e quelli che, di lì in avanti, saranno in morte di Laura.

Laura
La bellissima e precocemente strappata alla vita Laura in un ritratto conservato presso la Biblioteca medicea Laurenziana.

Certamente ciò non deve far cadere il lettore nell’equivoco di pensare che alla cronologia degli eventi corrisponda una contemporaneità o una cronologia della composizione: il Canzoniere, per quanto fosse dal Petrarca opera ritenuta di meno prestigio rispetto alle altre (si pensi all’Africa, al De viris illustribus, al Secretum, all’Epistolario, ai Triumphi ed altre;  si sappia che il discrimine nella produzione petrarchesca per capire se egli avrebbe destinato una sua opera a monumento di se stesso per i posteri è se la elaborò in latino, e non fu il caso del Canzoniere: paradossale che ad oggi sia invece l’opera con cui viene identificato, e soprattutto che per quanto possa aver voluto dare a vedere che non siano importate le sue opere in volgare, non avrebbe mai lasciato che degli “esperimenti letterari” a caso portassero il suo nome!) fu oggetto di continue rielaborazioni, aggiunte, tanto che Wilkins ha riscontrato, da una primordiale di 23 componimenti approntata già nel 1336, ben nove redazioni, fino alla definitiva del 1374 da cui poi fu tratta l’editio princeps nel 1470.

Francesco Petrarca, in un ritratto del XV secolo di Giusto di Gand ove porta la tradizionale corona d'alloro, simbolo del poeta laureato. Oggi è conservato presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

La tradizione consegna questa raccolta con il titolo di Canzoniere ma il titolo originario dato dall'autore fu Francisci Petrarche laureati poete Rerum vulgarium fragmenta, da altri detta solo Rerum vulgarium fragmenta, Rime sparse o solo Rime. Giacché in Petrarca nessuna parola è lasciata a casa, il titolo “frammenti di cose” è certamente paradigmatico di quello che è, parallelamente al rapporto con Laura, l'altro tema portante del Canzoniere: ripercorrere un'esistenza frammentata e tentare di ricomporla. La colpa è da imputare a questa donna bellissima, che lo aveva attirato nella trappola del peccato e tenuto anni in sospeso, nella speranza che realizzasse il suo desiderio di una vita amorosa felice. Da molti studiosi Laura è considerata un personaggio fittizio, soprattutto a causa del nome, ritenuto un nome parlante (in lirica provenzale senhal) dietro al quale si celerebbe il laurus, l’alloro simbolo della sacralità dell’arte o la laurea, conseguita a Roma e caratterizzata da un’incoronazione con l’alloro. Se anche fosse una finzione letteraria, sarebbe una finzione ben fatta, in quanto Laura è tutt’altro che convenzionale rispetto alle figure femminili che si trovano nella lirica di tipo amoroso precedente. Ella ha una propria personalità, caratteristiche psicosomatiche precise e mutevoli nel tempo, tanto che il poeta la descrive nel suo “invecchiare”, litiga e fa valere le sue ragioni con il poeta, risultando con dispiacere di quest’ultimo decisiva nel rapporto. Decisiva sarà persino nella sua assenza da morta in quanto, mediante il ricordo di quei pochi momenti di dolcezza e serenità vissuti con lei, Petrarca riuscirà a rimettere insieme quella vita andata in pezzi dapprima “il giorno ch’al sol si scoloraro” (sonetto III), e poi quando “Morte ebbe invidia al mio felice stato/anzi a la speme; et feglisi a l’incontra/a mezza via come nemico armato” (sonetto CCCXV).

A questo proposito è interessantissima la numerologia che sembra nascondersi dietro l’opera: ritornando alle date in cui il Petrarca e Laura si conobbero e poi lei morì, entrambe 6 aprile, per molti è una coincidenza incredibile che rende questo numero sacro alla donna (come il nove di Dante a Beatrice); 366 sono le poesie che compongono la raccolta, dove ricorre due volte il sei e togliendo il sonetto proemiale, il numero di carmina coincide ai giorni di un anno intero; l’innamoramento avvenne, secondo quanto il Petrarca afferma nel sonetto III, “il giorno ch’al sol si scoloraro”, dunque il giorno della Passione di Cristo, considerato per la cristianità il giorno in cui il peccato toccò l’apice nel mondo (non a caso anche Dante si smarrì nella selva oscura il venerdì santo dell’anno 1300); contando dal quel giorno i carmina come fossero giorni anch'essi, la prima poesia della seconda parte dell’opera, ovvero la canzone CCLXVII dove si preannuncia la morte di Laura, viene a coincidere con il 25 dicembre, simbolo della nascita del Salvatore: considerando che all’epoca si contavano gli anni proprio a partire dal Natale e non dal primo di gennaio, il Petrarca intendeva proprio significare una svolta alla sua vita, per quanto dolorosa. Laura nella morte diventa un mezzo attraverso il quale il poeta deve ristabilire un contatto con la propria identità perduta. La si vede infatti intervenire direttamente nei carmina per riscuoterlo (“Deh, perché inanzi ‘l tempo ti consume?”, sonetto CCLXXIX), consolarlo (“Alma felice che sovente torni/ a consolar le mie notti dolenti”, sonetto CCLXXXII) stargli vicino come mai aveva fatto da viva (vedi citazione precedente), incitarlo al superamento di quella passione carnale che lei prima di lui aveva capito avrebbe precluso ad entrambi le porte del Paradiso (“Di me non pianger tu, ché miei dì fersi/ morendo eterni, et ne l’interno lume/ quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi”, sonetto CCLXXIX). Certamente una impostazione di questo tipo, ben evidente fin dal sonetto proemiale dove Petrarca è già consapevole di aver nutrito "vane speranze" e aver provato un "vano dolore" per un "giovenile errore", non fa altro che influenzare tatticamente la lettura di tutta l'opera, che non lascia possibilità di replica: il lettore è obbligato tanto quanto ha già fatto il poeta stesso a criticarlo e biasimarlo per le scelte compiute e intraprendere con lui un cammino, seppur ricco di deviazioni verso la passione, verso la redenzione.

Il sonetto proemiale del Rerum Vulgarium Fragmenta in questo bellissimo codice membranaceo miniato del XV secolo, conservato a Trieste presso il Museo petrarchesco Piccolomineo.
Foto di Shakko

In conclusione, sarebbe ideale che fosse un testo a parlare, e ovunque ricadesse la scelta certamente essa sacrificherebbe i restanti 365 componimenti del Canzoniere. Tuttavia chi scrive crede che abbia un particolare impatto il già citato sonetto CCLXVII, il primo componimento in morte di Laura:

Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo,

oimè il leggiadro portamento altero;

oimè il parlar ch’ogni aspro ingegno et fero

facevi humile, ed ogni huom vil gagliardo!

et oimè il dolce riso, onde uscío ‘l dardo

di che morte, altro bene omai non spero:

alma real, dignissima d’impero,

se non fossi fra noi scesa sí tardo!

Per voi conven ch’io arda, e ‘n voi respire,

ch’i’ pur fui vostro; et se di voi son privo,

via men d’ogni sventura altra mi dole.

Di speranza m’empieste et di desire,

quand’io partí’ dal sommo piacer vivo;

ma ‘l vento ne portava le parole.

Il testo complessivamente è specchio delle emozioni senza filtri del poeta. Nelle quartine Petrarca vede tutti quei particolari fisici e caratteriali, che a lungo aveva ammirato di Laura, strappatigli via ingiustamente, all’improvviso e mentre è per giunta lontano da Avignone (si trovava infatti a Parma e ebbe la notizia più di un mese dopo). Ma il momento ancor più tragico si ha nelle terzine, ove ritorna prepotentemente alla sua memoria l’ultimo loro incontro, colmo di speranza in un futuro che non ci sarà mai più e per il quale a questo punto non vale la pena vivere, se non nella dimensione del ricordo. Significative le parole che Petrarca appuntò sul foglio di guardia (quel foglio bianco che si trova tra la legatura di un libro e il libro stesso) del suo libro più caro, un codice virgiliano, quando ricevette la triste notizia: “Laura, illustre per le sue virtù e lungamente celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi al principio della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sei di aprile nella Chiesa di Santa Chiara in Avignone, di prima mattina; e nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno.

Ecco il primo foglio del Virgilio ambrosiano del Petrarca, miniato da Simone Martini e recante soprattutto, in otto righe, il triste fato di Laura. Oggi è conservato presso la Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Foto Web Gallery of Art

Fonti:

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011

"Francesco Petrarca" in "I classici italiani" 2014, Treccani online

Il Virgilio Ambrosiano di Francesco Petrarca


Il grande parco monumentale di Roma antica: gli Horti Sallustiani

Con il nome di Horti, i Romani del periodo imperiale indicavano generalmente le grandi ville e i parchi all’interno delle città, costruiti secondo le modalità proprie delle ville di otium. Durante il periodo repubblicano, diversamente, con il termine hortus si intendeva un piccolo appezzamento di terra coltivato per le necessità della famiglia. Le modalità di costruzione di questi ampi spazi verdi non avevano come centralità gli ambienti destinati ai vari usi, ma l’elemento predominante era costituito proprio dalle piante, spesso foggiate in forme geometriche o animali e poi secondariamente dagli edifici. Mirabile esempio è la villa dell’imperatore Adriano a Tivoli costruita secondo questo modello.

Tra i primi giardini monumentali dell’Urbe si ricordano i numerosi horti di Cicerone di cui abbiamo eco nelle lettere ad Attico, quando l’Arpinate cercò di acquistare dei terreni per farvi costruire un sepolcro all’amata figlia Tullia morta nel 45 a.C. a Tusculum, o i famosi Horti di Cesare sulla sponda destra del Tevere lungo la via Portuense lasciati nel 44 a.C., anno della morte del dittatore, al popolo di Roma come eredità. Alcuni giardini cesariani si trovavano sul Quirinale, presso la porta Collina e furono acquistati, alla morte di Cesare, dallo storico Caio Sallustio Crispo, probabilmente con le enormi ricchezze accumulate in maniera illecita quando era governatore della Numidia e ancora oggi conosciuti con il nome di Horti Sallustiani.

Horti Sallustiani
Horti Sallustiani. Foto: Lalupa [Pubblico dominio]
Nato ad Amiternum, nella Sabina, il 1° ottobre dell’86 a.C. da famiglia facoltosa, compì i suoi studi probabilmente a Roma, dove i suoi interessi cominciarono ben presto a gravitare intorno alla carriera politica. Inizialmente si legò ai populares, fu tribuno della plebe nel 52 ma, poco dopo, per vendetta degli aristocratici, venne espulso dal senato nel 50 per indegnità morale. Dopo lo scoppio della guerra civile combatté appoggiando Cesare e fu così riammesso in senato dopo la vittoria di questo.

La sua carriera fu tutta in salita, tanto che nel 46 arrivò anche la nomina di pretore. Sconfitti i pompeiani in Africa, Cesare nominò Sallustio governatore della provincia di Africa nova, costituita per la maggior parte dal regno di Numidia sottratto a Giuba che aveva appoggiato i pompeiani. Il suo governo fu senza scrupoli. Al ritorno dalla provincia, venne colpito da un’accusa di malversazione e per evitargli un’altra espulsione dal senato Cesare gli consigliò di ritirarsi una volta per tutte dalla vita politica. Da questo momento Sallustio dedicherà la sua vita alla scrittura e in modo particolare alla storiografia. Morì nel 35 o nel 34 a.C. nella sua lussuosa residenza tra il Pincio e il Quirinale, proprio nei suoi Horti che da lui presero il nome.

Gaio Sallustio Crispo Horti Sallustiani
Sallustio Crispo in un'incisione ottocentesca, caricata da HeNRyKus [Pubblico dominio]
Non abbiamo notizie certe che riguardano il suo accumulo di ricchezze ma non vi è dubbio che queste contribuirono ad ampliare e ad abbellire la sua lussuosissima residenza. Gli ampliamenti ai vecchi giardini di Cesare riguardarono le aree a nord e ad est della villa, dove fu inglobato il tempio di Venere Ericina costruito nel 187 a.C. su modello del più famoso tempio dedicato alla dea nel sito siciliano di Erice. Probabilmente Venere era una delle dee protettrici degli Horti, come dimostra un altro luogo di culto dedicato alla dea della bellezza e dell’amore situato nella Valle Sallustiana e nume tutelare dello stesso Cesare che faceva risalire le origini leggendarie della sua famiglia proprio a Venere.

Alla morte dello storiografo, la villa andò in eredità al nipote Sallustio Crispo, ricordato dalle fonti come consigliere di Augusto e poi di Tiberio. Nel 21 d.C., dopo la morte di Crispo, i giardini entrarono a far parte dei possedimenti imperiali. La bellezza della residenza e la posizione favorevole fecero si che la villa spesso venne preferita dagli imperatori come residenza occasionale in alternativa alla residenza ufficiale sul colle Palatino. Tale preferenza era motivata anche da ragioni di sicurezza, in quanto la villa si trovava in prossimità dei Castra Pretoria, la caserma dove risiedevano le guardie personali dell’imperatore.

Tacito narra che Nerone, per fuggire dalle attenzioni della corte in occasione delle sue scorribande notturne tra i quartieri malfamati della città, si serviva spesso di questa residenza. Diversamente, con l’avvento dei Flavi e in particolare con Vespasiano, i grandi giardini del Quirinale vennero restituiti all’uso pubblico. L’imperatore si preoccupava infatti di aprire la grande villa ai cittadini dopo i lavori di restauro degli edifici a causa degli scontri tra le sue truppe e quelle di Vitellio, scontri avvenuti proprio in prossimità degli Horti Sallustiani.

Villa Adriana. Serapeo e Canopo. Foto MiBAC

Su esempio di Vespasiano, anche l’imperatore Nerva  preferì la residenza di Sallustio al palazzo imperiale sul Palatino, tanto da passarci gli ultimi anni della sua vita. Ancora una volta le fonti non ci aiutano e tacciono durante il periodo adrianeo sui lavori della villa, ma questa, quasi sicuramente, fu sottoposta ad una generale ristrutturazione, come dimostrano la tipologia degli edifici ancora oggi visibili. È in questo periodo che, seguendo anche l’inclinazione di Adriano per i progetti audaci e innovativi come la sua Villa a Tivoli, che si afferma il concetto di Parco monumentale con edifici distribuiti su una vasta area e adattati alla natura del terreno.

Dopo gli importanti interventi di Adriano, bisognerà giungere alla fine del III secolo d.C. con Aureliano per scoprire che gli Horti Sallustiani verranno inseriti nel progetto della nuova cinta muraria di cui si doterà Roma dopo i sopraggiunti problemi politici legati alla crisi dell’impero e alle incursioni barbariche. Fortunatamente, con un esito diverso rispetto ad altri giardini, quelli del Quirinale saranno risparmiati dai lavori per le nuove mura così che la struttura si preservò. Lo stesso imperatore Aureliano dimostrò per gli Horti un interesse particolare, tanto da farsi costruire un portico monumentale (Porticus Miliarensis), una sorta di maneggio lungo mille passi e decorato similmente ad un giardino dove l’imperatore era solito rilassarsi e montare a cavallo.

Trono Ludovisi. Foto: Marie-Lan Nguyen, Museo nazionale romano di palazzo Altemps [Pubblico dominio]
Inizierà con il sacco dei Goti, nel 410, il declino degli Horti Sallustiani così come degli altri grandi complessi monumentali dell’Urbe. I barbari, entrati dalla vicina porta Salaria, arrecheranno tanti di quei danni ai giardini che non potranno mai più essere avviati lavori di ristrutturazione. Ancora nel VI secolo, lo storico Procopio che abitò nella villa di Sallustio ricordava gli ingenti danni provocati dai saccheggi e gli edifici ormai in rovina, erano segni inequivocabili delle distruzioni passate.

Nonostante le varie menzioni nelle fonti storiche, molto si è discusso sulla effettiva estensione dei giardini, riconosciuti da tutti come il più grande parco monumentale della città di Roma. Nel periodo del suo massimo sviluppo, intorno al III secolo d.C., probabilmente l’area si estendeva dal Quirinale fino ad arrivare al Pincio, includendo anche la lunga valle che separava i due colli.  I numerosi plessi che erano sparsi nella villa, isolati o in gruppi, erano inseriti nell’ambiente circostante pur non costituendone la parte principale che ricordiamo essere stata costituita dal verde e dai numerosi alberi piantati. Tra le piante preferite vi erano i sempreverdi (bosso, cipresso, leccio) e molte siepi erano oggetto di vere e proprie realizzazioni scultoree dalla forma geometrica o fantastica. A completare la magnificenza generale, la presenza anche di numerose opere d’arte disseminate e raccolte nel tempo in ogni angolo dell’enorme villa.

Tra le opere di maggiore rilievo provenienti dagli Horti Sallustiani ricordiamo:

  • Il trono Ludovisi che ritrae la nascita di Venere e il ritorno di Persefone dall’Ade, oggi conservato al Museo Nazionale Romano;
  • La statua del Galata morente rinvenuta nel 1663 e oggi conservata ai Capitolini e il Galata suicida;
  • Fregi a girali d’acanto con sfingi databili alla prima età augustea, oggi alla Centrale Montemartini;
  • Lo splendido gruppo marmoreo con Oreste ed Elettra, opera dello scultore Menelaos con tracce di policromia originaria.

30 marzo 1748. Iniziano gli scavi ufficiali a Pompei

Il 30 marzo 1748 si diede ufficialmente avvio agli scavi nel sito di Pompei. Non essendo stato ancora inventato il metodo stratigrafico, le operazioni di sterro furono eseguite sotto la direzione dell’ingegnere militare spagnolo Rocco Gioacchino de Alcubierre, colonnello del genio borbonico e lo stesso che a partire dal 1738 intraprese gli scavi dei cunicoli di Ercolano utilizzando manovalanza più varia scelta tra la popolazione locale.

Complesso di Giulia Felice. Foto: Alessandra Randazzo

Nelle operazioni fu coadiuvato dall’ingegnere svizzero Karl Weber e poi da Francesco La Vega i quali compilavano i Giornali di scavo o stilavano le planimetrie dei siti esplorati assicurando quanto più una ricca descrizione dei lavori e non solo una lista degli oggetti ritrovati così come richiesto dalla corte. I disegni tecnici, ancora oggi, stupiscono per i tratti precisi e i dettagli, soprattutto se si pensa alle condizioni in cui questi venivano realizzati.

Anfiteatro di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

L'individuazione del sito dell’antica Pompei non era però certa. L’Alcubierre era convinto che le operazioni di sterro si stessero effettuando nell’antica Stabia e solo quando nel 1763 venne scoperta fuori porta Ercolano l’iscrizione di T. Suedius Clemens con esplicito riferimento alla “republica Pompeianorum” ci si rese conto che il colle della Civita corrispondeva al sito di Pompei.

Nella fase iniziale delle esplorazioni, due furono le aree maggiormente interessate dagli scavi: l’area dell’Anfiteatro e quella della necropoli di Porta Ercolano con gli edifici vicini. Data l’estrema facilità con la quale si poteva scavare il lapillo, non si dovettero utilizzare cunicoli per accedere all’interno degli edifici. In particolare nel 1754 venne esplorata e poi rinterrata la cosiddetta Villa di Cicerone fuori Porta Ercolano, già individuata nel 1749, mentre a nord dell’Anfiteatro venne scoperto il complesso di Giulia Felice.


Guerra del Peloponneso battaglia di Potidea

Il casus belli dello scontro peloponnesiaco

Non è sconosciuto, agli esperti e non, lo scontro ‘mondiale’ che ha visto contrapposte, nell’ultimo trentennio del V a.C., Atene e Sparta. Entrambe le egemonie giungevano da un periodo prospero: la vittoria contro il barbaro nemico persiano. Due potenze che, all’inizio del V a.C., combattevano insieme per fronteggiare il temibile e innumerevole esercito orientale, ma che si lanciarono, inevitabilmente, sul finire del secolo, l’uno contro l’altro.

Come per ogni fenomeno storico e non, si ricerca il motivo, il casus belli, con la finalità di comprenderne la natura; per questo è inevitabile prendere in considerazione le motivazioni che hanno indotto Atene e Sparta a fronteggiarsi in un lungo e sanguinoso conflitto.

Busto di Tucidide. Calco conservato presso la galleria Zurab Tsereteli di Mosca (parte dell'Accademia russa di belle arti), originariamente conservata nel Museo Pushkin. A partire da una copia romana del I secolo d. C., conservata presso Holkham Hall a Norfolk, da originale greco del IV secolo a. C. Foto di Shakko, CC BY-SA 3.0

È necessario fare, però, una piccola premessa: nel 446 a.C. Atene e Sparta avevano firmato, in seguito ad un iniziale conflitto d’interessi, un trattato di pace trentennale che prevedeva il rispetto dei possedimenti sia spartani che ateniesi e la non intromissione in questioni relative agli alleati dell’una e dell’altra fazione. Trattato di pace che, però, non fu rispettato; circa undici anni dopo, nel 435 a.C., i malumori tra le due potenze ricominciarono a riacuirsi. Le cause di questi possono essere ricercate su più fronti, ma, a detta di Tucidide, storico ateniese e cronista dello scontro peloponnesiaco, «il motivo più vero […] penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, sì da provocare la guerra» (I, 23, 6). In effetti, la constatazione tucididea ha ragion d’essere dal momento che, in quegli anni, Pericle aveva condotto Atene al suo massimo splendore e dal punto di vista politico-militare e da quello più strettamente architettonico (un esempio lampante è la riedificazione dell’Acropoli all’indomani dell’incendio persiano). È un dato non trascurabile che lo stesso stratega giudicasse la sua Atene pronta ad un conflitto che avrebbe sancito, forse secondo i suoi piani, l’egemonia ateniese nel panorama ellenico.

Al di là di questa prima motivazione, giudicata ‘vera’ da Tucidide, ai fini della comprensione del perché si sia giunti allo scontro tra Atene e Sparta, vanno analizzate altre circostanze, non meno cruciali dal punto di vista storico, che potrebbero aver spinto le due città egemoni al fatale confronto.

Tra le circostanza da analizzare, spicca il caso di Corcira. Ad Epidamno, colonia corcirese, vinsero, nel 435 a.C., i democratici che, forti della loro posizione acquisita, mandarono in esilio gli oligarchi, i vecchi governanti della città; quest’ultimi, allora, chiesero aiuto agli Illiri che non esitarono a schierarsi al loro fianco. I democratici, in risposta ai loro avversari, chiesero aiuto a Corcira, ma questa, pur essendo la loro madrepatria, rifiutò la richiesta di aiuto. A questo punto, i democratici si rivolsero a Corinto invisa, però, ai Corciresi. L’odio maturato dalle due città portò ad un inevitabile scontro. Come racconta Tucidide, i Corinzi malvedevano i Corciresi dal momento che questi, nelle riunioni che si tenevano tra tutti i greci «non tributavano loro l’onore rituale, né offrivano a un cittadino di Corinto le primizie dei sacrifici […] ma li disprezzavano e […] talvolta si vantavano di essere di gran lunga superiori nella flotta» (I, 25, 4). Lo scontro arrise, però, ai Corciresi che, dopo aver assediato Epidamno, sconfissero, in una battaglia navale, i Corinzi. L’anno successivo, nel 434 a.C., Corinto si preparava ad una controffensiva, volta a vendicare la sconfitta maturata l’anno precedente. Corcira, allora, si rivolse ad Atene promettendo, in caso di vittoria, la sua flotta; gli Ateniesi inizialmente tentennarono poiché temevano di venir meno agli accordi firmati nel 445 a.C., ma dal momento che si dava per imminente lo scontro con Sparta, approfittando della situazione, decisero di schierarsi in difesa dei Corciresi inviando dieci triremi. Nella battaglia delle isole Sibota, nel 433 a.C., furono i Corinzi a vincere sconfiggendo le circa cento triremi corciresi; gli Ateniesi, però, evitarono che Corinto cingesse d’assedio Corcira vanificando, di fatto, la vittoria corinzia. L’intervento ateniese, seppur cauto, fu giudicato dagli Spartani non rispettoso del trattato, firmato circa dodici anni prima (445 a.C.), e questo fu ritenuto un primo motivo di frizione tra le due potenze.

Dopo Corcira, un’altra circostanza che può aver scatenato lo scontro va analizzata nel caso di Potidea. Furono gli Ateniesi che, dopo la battaglia delle Sibota (433 a.C.), intimarono ai Potideiesi di abbattere il muro sulla penisola Pallene, di consegnare gli ostaggi ateniesi e di non accettare più gli epidemiurghi corinzi. Atene temeva, infatti, che Potidea, forte dell’aiuto di Corinto e di Perdicca il Macedone, potesse di lì a poco scatenare una controffensiva fatale. Potidea, però, rifiutò l’invito ateniese forte del sostegno e dei Corinzi e degli Spartani che di lì a poco avrebbero invaso l’Attica. Atene fu costretta a diverse battaglie, tra il 432 e il 431 a.C., che la videro impegnata contro Potidea che cadde, però, solamente nel 429 a.C. Fu vano l’invio, da parte di Corinto, di una spedizione, guidata da Aristeo, contro Atene; ormai Corinzi e Ateniesi erano in guerra. La tregua del 446 a.C. durava ancora perché, come afferma Tucidide (I, 66) «i Corinti avevano fatto tutto ciò a titolo proprio», senza chiedere consiglio, quindi, alla Lega del Peloponneso.

Guerra del Peloponneso battaglia di Potidea
La battaglia di Potidea in un'incisione del diciottesimo secolo, di Wilhelm Müller sulla base del disegno (1788) di Jakob Asmus Carstens (1754–1798). Dal libro: H.Riegel, Carstens Werke, 2nd ed., Leipzig 1869. Berlin, Sammlung Archiv für Kunst und Geschichte, AKG Images. Ateniesi contro Corinzi, Socrate che salva Alcibiade.

Duranti gli anni degli scontri che videro protagonisti Atene e Potidea, nel 432 a.C. Corinto chiede una riunione della Lega del Peloponneso per denunciare Atene poiché, come afferma Tucidide (I, 67, 1), aveva violato la tregua ed aveva commesso ingiustizia nei confronti dei Peloponnesiaci. I Corinzi vennero spalleggiati dai Megaresi ai quali Atene aveva impedito l’accesso al porto dell’impero e al mercato dell’Attica dal momento i Megaresi «avevano lavorato la terra sacra e quella priva di confini, e avevano accolto gli schiavi fuggitivi» (I, 139, 2). Si tratta di un decreto definito il ‘blocco di Megara’ che acuì lo screzio tra le fazioni.

L’incontro voluto da Corinto si ebbe e gli stessi Corinzi spronavano gli Spartani a difendere la Lega del Peloponneso e a vendicare l’oltraggio ricevuto dagli Ateniesi. A Sparta, però, Archidamo e Stenelaida prendevano tempo: da un lato, Archidamo, prudente e saggio nel voler attendere ad iniziare una guerra contro un avversario ben preparato come Atene, dall’ altro, Stenelaida, interventista senza freni e temerario oppositore degli Ateniesi. Ad Atene si cercava, con il pretesto di prendere un po’ di tempo prima che il conflitto avesse inizio, di dar vita a qualche ultimatum che potesse far reggere ancora il trattato del 445 a.C., ma così non fu: quando Sparta chiese ad Atene di lasciare libera Egina, di togliere il blocco megarese e quindi, per dirla in breve, di liquidare la lega Delio-Attica, Pericle rispose dichiarando i punti di forza di Atene che era ormai pronto a quell’inevitabile scontro che avrebbe caratterizzato e cambiato le sorti degli ultimi decenni del V a.C.


I consigli per una buona storiografia di Luciano di Samosata

IL «COME SI DEVE SCRIVERE LA STORIA» DI LUCIANO DI SAMOSATA. CONSIGLI PER UNA BUONA STORIOGRAFIA.

Agli antichisti specializzati e non, ai semplici e spassionati lettori capita di imbattersi nella lettura di opere storiche, spesso dimenticando le modalità attraverso le quali è necessario comporre una pregevole storiografia.

Prima di affrontare brevemente una disamina dell’opera lucianea: Come si deve scrivere la storia, è necessaria una piccola premessa di carattere prettamente nozionistico.

Oggi il termine ‘storiografo’ risuona particolarmente gradito a chi di esposizione storica vuole occuparsi; ma chi è lo ‘storiografo’? Stando alle notizie che ci giungono dall’antichità, epoca nella quale è ravvisabile l’origine del genere, lo storiografo è colui il quale desidera narrare, cronologicamente o meno, gli eventi socio-politici a lui antecedenti o contemporanei. Non si tratta di una narrazione stricto sensu, bensì di una vera e propria ‘ricerca’ (dal greco ἱστορία) basata su fonti, scritte (rare nell’antichità) o orali, e sull’esame autoptico.

Luciano di Samosata Come si deve scrivere la storia storiografia
Luciano di Samosata in un'incisione di William Faithorne (1616/1691). Washington D.C., The Library of Congress, Prints and Photographs Division, LC-USZ6-71. Dal libro di J. Dryden, The works of Lucian, translated from the greek by several eminent hands, v. 1. London: Sam Briscoe, 1711

Dopo Ecateo di Mileto, annoverato come il primo degli storiografi (in realtà è meglio definirlo un periegeta), i due storiografi che hanno rivoluzionato il panorama del genere sono, da un lato, Erodoto, greco d’Asia e narratore del conflitto tra Greci e Persiani, dall’altro, Tucidide, testimone oculare del conflitto Peloponnesiaco che ha sconvolto l’ultimo quarto del V secolo a.C. I due storiografi ci hanno lasciato una summa delle metodologie più efficaci per ‘scrivere’ la storia: Erodoto, l’autopsia e l’ascolto, Tucidide, il vaglio delle fonti e la meticolosità della ricerca delle stesse. Metodologie che hanno influenzato non poco gli storiografi successivi: dagli storici vissuti nel IV a.C. a Polibio di Megalopoli che non disdegna il suo predecessore Tucidide. Va annoverato, anche, seppur con caratteristiche diverse, Senofonte di Atene, storiografo, ma prima ancora scrittore di appunti diaristici (si veda l’Anabasi, per esempio).

Alla base dell’opera di Luciano di Samosata, scrittore vissuto nel II d.C. e legato alla cosiddetta ‘Seconda Sofistica’, c’è un intento sia polemico che paideutico. Luciano è un poligrafo, scrive su diversi argomenti trattandoli con un’ironia pungente e con estrema perizia. Nel Come si deve scrivere la storia questa caratteristica lucianea è ben evidente. Lo scrittore di Samosata parte dal presupposto che è utile, ai fine di una buona storiografia, smentire tutti quegli storiografi che sono lontani dalla perfezione del genere. Luciano attacca, con arguzia, tutti gli storiografi a lui contemporanei, accusandoli, da un lato, di falsare la storia, dall’altro, di essere fin troppo lusinghieri e faziosi. Una storiografia ben fatta è lungi da narrazioni mitiche, faziosità e poeticismi; lo scrittore riporta, nel libello, a riprova della sua tesi, diverse testimonianze di storiografi che, più che al vaglio degli episodi socio-politici, miravano al proprio tornaconto e a compiacere il proprio capo (cita, per esempio, Aristobulo, storiografo di Alessandro Magno, estremamente fazioso). Per Luciano è utile una storia priva di simpatie, per dirla come Tacito negli Annales: «sine ira et studio» e lo afferma prepotentemente al capitolo 41 del suo libello:

Tale dunque deve essere, a mio avviso, lo storico: senza paura, imparziale, libero, amante della libertà di parola e della veritàcome dice il comico, che chiami 'fico' il fico e 'barca' la barcauno che né per odio né per amicizia concede o tralascia qualcosa, che non ha compassione o vergogna o timore, un giudice giusto, benevolo con tutti ma solo finché non si conceda più del dovuto a una delle partinei suoi libri straniero e senza città, indipendente, senza reuno che non sta a fare i conti su cosa penserà questo o quell'altro, ma che dice quanto è accaduto”.

Oltre al contenuto, Luciano bada anche allo stile. Una storiografia ben fatta non bada agli abbellimenti stilistici, tipici di una raccolta poetica, ma ad un linguaggio sobrio e comprensibile, leggero, schietto e critico. Questo suo ideale, però, non va frainteso: Luciano non intende demolire ogni artificio stilistico, ma mira ad un moderato uso delle stravaganze linguistiche. Alla base di un’ottima storiografia, per Luciano va annoverato Tucidide, che è definito il ‘nomoteta’ del genere, imitandolo quanto più fedelmente per la metodologia. Lo stesso Luciano condanna, anche, chi si autoproclama ‘nuovo Erodoto o Tucidide’ non mostrando, però, le qualità metodologiche degli stessi. Per Luciano la storiografia è un lavoro di minuzia, di attendibilità, di libertà e sobrietà. I consigli che lo scrittore elargisce al suo Filone, destinatario del libello, sono utili, qualora fossero seguiti pedissequamente, a scrivere una ‘vera’ storiografia e non un’accozzaglia di cortesie e fantasie giudicate, falsamente!, storia.

L’opuscolo lucianeo si legge piacevolmente; è diviso in due parti: una prima parte, caratterizzata da una tenace invettiva contro i ‘falsi storiografi’ ed una seconda parte, ricca di consigli ed espedienti per una buona opera storica.

Un'allegoria sullo scrivere la storia, ad opera di Jacob de Wit (1754), dallo Amsterdams Historisch Museum.

Anche questo opuscolo di Luciano, infine, va annoverato tra quelle opere dell’antichità di immortale utilità; anche la storiografia moderna, sebbene arricchita dalle più sofisticate invenzioni, deve richiamarsi, non solo ai canonici Erodoto e Tucidide (per non dimenticare i romani Sallustio e Tacito, per citarne alcuni), ma anche ad un libello che può, o meglio, ha rivoluzionato la storiografia dal II d.C. in poi.

 


Gallicianò: un fascino di forti contraddizioni e ritualità antica

Prima di giungere nel borgo di Gallicianò, risalendo i lunghi tornanti che dal torrente Amendolea con i suoi paesaggi aspri e la sua natura dura e tagliente, si incrocia il belvedere del Calvario. In questo luogo silente, una stele carica di voci antiche ed allo stesso tempo moderne così accoglie il viandante: Calos irthete, ode manacho stes oscie fortomene ascepono ce asce tragudia, che nella lingua dei padri - i greci di Calabria - vuol significare: benvenuti (a Gallicianò), qui solo tra le montagne cariche di dolore e di canti.

Lo sguardo, da questo balcone sull’Aspromonte, è rapito dal fascino di questo borgo, che quasi nascosto fino a quel belvedere, all’improvviso mostra le sue pietre cariche di storia ed il suo legame inscindibile con quel torrente, l’Amendolea, che rappresentò per secoli la via d’accesso di quest’area.

L’origine di Gallicianò si perde nella notte dei tempi, ignote sono le origini del borgo1, e c’è chi ritiene che l’attuale collocazione sia dovuta alla ricerca da parte degli abitanti del vicino centro di Amendolea di un più sicuro riparo verso l’interno, che potesse offrire maggiore protezione dalle invasioni dal mare.

La prima attestazione storica di Gallicianò si ha nel 1060, nel brebion2 della chiesa metropolita di Reggio Calabria, dove indicando i beni che furono donati da Ruggero II al monastero di Hagios-Angelos Ta Kampa è riportato come toponimo Galikianon che seguirà poi le sorti della baronia di Amendolea3 capoluogo dell’area, che amministrava oltre a Gallicianò, Roccaforte (Vunì), Roghudi (Richoudon) e successivamente Condofuri.

Il borgo di Gallicianò oggi è distinto in due nuclei fondamentali Anuchorìo, la parte alta del borgo e Catuchorìo la parte bassa.

La parte alta del paese è caratterizzata dalla presenza di un ricco museo etnografico dedicato a Anzel Bogasar-Merianoù (filologa greca) che viene ripartito in due ambienti e meriterebbe ulteriori spazi per la ricchezza del suo contenuto. Nella sala A sono ospitati oggetti da lavoro nei campi e per le attività domestiche, strumenti musicali e della tradizione come le Musulupare, che servivano a realizzare particolari tipi di formaggio dalle forme che ricordano nei disegni un passato romeo. L’ambiente B invece riproduce l’ambito domestico, delle semplici dimore di Gallicianò e di buona parte delle abitazioni delle aree limitrofe.

Sempre nella parte alta del borgo, insiste l’antica fonte che prende il nome di “Fontana dell’amore”, in quanto, in un passato non molto lontano, quando il borgo non era fornito di acqua nelle abitazioni, questa era l’unico posto dove le donne venivano a raccogliere l’acqua divenendo così un punto per il corteggiamento per i giovani di Gallicianò.

Proseguendo oltre si arriva in quello che è il teatro del borgo intitolato al patriarca Bartolomeo I che anticipa di pochi metri la chiesetta ortodossa.

L’edificio sacro, costruito negli anni ‘90 del secolo scorso, insiste sui resti di un’antica abitazione che fu donata ai monaci del Monte Athos4. L’interno è ricco di icone donate da ogni angolo del mondo, e l’edificio è dedicato alla madonna di Grecia, Panaghia tis Elladas, chiaro rimando, dicono al borgo, a quel monastero che un tempo sul monte Sofia, poco più su dell’odierno abitato, era intitolato alla Vergine in una località con un toponimo Grecia, che decisamente lascia tante suggestioni.

L’area di Grecia, che offre affacci unici su tutta la valle dell’Amendolea, è attraversata dal vecchio sentiero che collegava i due centri di Gallicianò e Roccaforte del Greco. Ancora oggi sono visibili alcuni ruderi dell’edificio sacro, che meriterebbero ulteriori analisi e studi.

Quest’area, la Grecia, fu affidata dal comune di Condofuri ai monaci di San Giovanni Therestis di Bivongi per 99 anni, con la finalità di rinvigorire i legami antichi che questa terra ha con l’ascetismo ortodosso5.

Catuchorìo, la parte bassa di Gallicianò, presenta la piazza principale, Platia Alimos, sulla quale si affaccia la chiesa di San Giovanni Battista dove sono custodite due interessantissime acquasantiere e la statua del Santo che alcuni ritengono di scuola gaginiana6. Altri studi ricordano come la statua che regge sul Vangelo l’Agnello, simbolo che identifica immediatamente il Santo protettore di Gallicianò, presenti Il simbolo araldico del vescovo di Bova, Giovanni Camerota, che permette una datazione approssimativa dell’opera tra il 1592 e il 1620, mancano tuttavia le dovute certezze sulla paternità dell’opera.7

Interessante anche la statua lignea del Santo Bambino, recentemente restaurata, che nei giorni di festa (29 di agosto) viene portata in processione.

Di recente, proprio nei pressi della Chiesa di San Giovanni, gli abitanti del borgo hanno avviato una virtuosa operazione di bonifica dell’area dei frantoi del paese provando così a far diventare quello spazio, che era divenuto non più vivibile, un’area attrattiva che parla delle attività lavorative che il borgo doveva possedere per gestire la vita quotidiana.

Ma è chiaro che una delle grandi peculiarità di quest’area, che nel tempo ha mantenuto intatte le sue caratteristiche, è la lingua. Ancora oggi infatti sopravvive nella vallata dell’Amendolea ed in particolar modo a Bova e a Gallicianò la lingua greca della Bovesia.

Un tempo questa lingua, il greco, oggi minoranza, era espressione della cultura maggioritaria della Calabria meridionale e cominciò a perdere il suo impulso dal primo scorcio del XIV secolo8.

La lingua mantenne comunque nei due secoli successivi una pervicace vitalità in tutta l’area Aspromontana e andò via via ridimenzionandosi nel corso dell’800 e del ‘900. Ad oggi sono individuabili piccole sacche di resistenza nel cuore della vallata dell’Amendolea.9 10

Due poi le scuole di pensiero sull’origine di questa lingua, c’è chi come il grande glottologo tedesco Rohlfs sostenne l’origine “omerica”, mentre altri come Comparetti o Morosi sostennero che la lingua traesse la sua origine nella seconda ondata di “grecizzazione” di quest’area tra il 1000 ed il 120011 12.

Resta adesso da analizzare il perché questa lingua così diffusa sia diventata minoritaria anche in quest’angolo di Calabria.

Le motivazioni per la spiegazione di un fenomeno così complesso sono molteplici, com’è facile intuire, ma due1314 in particolare sembrano aver influito più di tutte, in primis l’apertura di quest’area al resto del territorio Calabrese e quindi anche oltre con annessi fenomeni di emigrazione che comportarono lo spopolamento dei borghi dell’entroterra e un’emigrazione in aree prive di interlocutori capaci di comprendere quest’antico idioma.

L’altro fenomeno che incise pesantemente, fu quello che forse è il più tragico dei motivi, la vergogna nei confronti di questa lingua che venne identificata come lingua volgare, del popolino minuto ed ignorante.

Oggi, alcune associazioni cercano di approcciarsi in un modo diverso a questa realtà delicata e complessa che generalmente viene definita “Area Grecanica” e chiaramente anche a Gallicianò. L’impegno oggi deve essere quello dello studio, della conservazione e del racconto di questa cultura antichissima.

Il torrente Amendolea, il più lungo dell'Aspromonte con i suoi 36 Km, nasce nel cuore della montagna per poi distendersi sinuoso come un gigante d'argento fino a giungere ad abbracciare il Mar Jonio. Nel suo lungo percorso attraversa un mondo fatto di contrasti e contraddizioni forti, un mondo a parte con la sua ritualità antica, la sua lingua e la sua gente che ancora oggi, in particolar modo a Gallicianò, l'acropoli dei greci di Calabria, conserva un patrimonio culturale da preservare e raccontare.

Gallicianò1E. NUCERA, Archeologia in Aspromonte, Reggio Calabria 2011, p.88

2A. GUILLOU, Le Brébion de la Métropole byzantine de Règion, Città del Vaticano 1974, rigo 377

3E. NUCERA, Archeologia…, cit, p.88

4F. CONDEMI, D. NUCERA, R.I. RODA’, Gallicianò acropoli della Magna Grecia, Reggio Calabria 2014, p.45

5F., C. COSTANTINO, G. CONDEMI, Gli ellenofoni del 2000 in Calabria, 2’ edizione, p. 35-36-37

6F. CONDEMI, D. NUCERA, R.I. RODA’, Gallicianò acropoli…, cit, p.21

8G. ROHLFS, Studi e ricerche su lingue e dialetti d’Italia, Firenze 1972, p.261

9D. RODA’, La lingua mozzata, Reggio Calabria 2006, p. 11

10Risulta molto interessante l’analisi statistica condotta da D. Rodà nella sua opera “La lingua mozzata”, dove vengono riportati censimenti che prendono in riferimento alcuni centri come Bova, Cardeto, Cataforio, Condofuri, Melito, Sant’Agata del Bianco, Staiti ecc. I dati riferiti a questi borghi riportano dei censimenti del 1861, 1901, 1911 e del 1921 trascrivendo sia il numero degli abitanti che quello dei grecofoni ed è facile così rilevare la riduzione della popolazione di questi centri al quale si accompagna una perdita sempre più elevata di parlanti la lingua greca.

Prendendo come campione Bova che è uno dei centri più popolosi dell’area grecanica, la rilevazione ha un saldo positivo tra il 1861 ed il 1901 e vede aumentare la popolazione da 2687 abitanti, tutti parlanti l’antico idioma a 4588 di cui 4268 grecofoni.

La popolazione scende vertiginosamente nel decennio successivo a Bova e si attesta a 2188 abitanti di cui solo 1557 si esprimono in greco e nel 1921 sono solo 976 i grecofoni su 2407 abitanti.

11D. RODA’, La lingua…, cit., p. 17

12F., C. COSTANTINO, G. CONDEMI, Gli ellenofoni…, cit, p.9.

13D. RODA’, La lingua…,cit, p. 20

14F., C. COSTANTINO, G. CONDEMI, Gli ellenofoni…, cit, p14.


In medio stat virtus: il Cortegiano di Baldassar Castiglione

Il mese in corso è senza dubbio ricco di ricorrenze per tutti gli appassionati di letteratura: l’8 febbraio del 1529 moriva a Toledo Baldassar Castiglione.

Diplomatico, umanista, letterato e anche militare italiano, è conosciuto soprattutto grazie al suo famosissimo Cortegiano, una prosa che si colloca nel solco della trattatistica cinquecentesca e che pur avendo le sembianze di un “manuale di comportamento”, ha in sé anche una proposta linguistica al pari di quella di letterati come Pietro Bembo, Niccolò Machiavelli e Gian Giorgio Trissino, rendendolo partecipe della cosiddetta “questione della lingua”.

Baldassar Castiglione Baldassare Castiglione il Cortegiano
Raffaello Sanzio, Ritratto di Baldassare Castiglione, foto di Elsa Lambert di C2RMFPubblico Dominio

Un breve cenno alle vicende dell’autore è però doveroso. Castiglione nacque nei pressi di Urbino nel 1478 da una famiglia agiata. Dopo essere stato a servizio, molto benvoluto, presso diversi signori, quali Ludovico il Moro e i Gonzaga, rientrò ad Urbino e trovò in questa corte, sotto Guidobaldo di Moltefeltro ed Elisabetta Gonzaga, l’ambiente ideale, quello dove ogni uomo vorrebbe vivere. A questo periodo risale Il libro del Cortegiano (1516). Rimasto vedovo pochi anni dopo il matrimonio, decise di intraprendere la carriera ecclesiastica e conseguentemente entrare al servizio di papa Leone X, da cui si era già recato in passato nelle vesti di ambasciatore del duca di Urbino. A Roma Castiglione terminò anche una seconda redazione dell’opera che aveva in mente, il Cortegiano, che si era già premurato di diffondere tra i letterati nella sua prima redazione (era pressoché normale che un’opera, prima di essere data alle stampe, circolasse manoscritta: l’opinione, interesse o anche solo dei consigli erano importanti per un autore. A tal proposito, è  notevole testimonianza una lettera che Castiglione inviò a Bembo, datata 15 gennaio 1520, in cui si evince come l’autore del Cortegiano avesse chiesto all’autore degli Asolani un parere non ancora giuntogli sul suo trattato, e sperasse fosse così per lo smarrimento della missiva di risposta, non per disinteresse nei confronti dell’opera: “ Signor messer Pietro, alli dì passati scrissi a vostra Signoria dolendomi della mia disgrazia, occorsami per lo mezzo di monsignor nostro di Baius, che fu il perdere la lettera ch’ella mi scrivea sopra il mio ‘Cortegiano’; e la pregai che si degnasse di replicarmi qualche cosa delle contenute in quella. E per non aver avuto risposta alcuna, mi è parso replicare questa e di nuovo ripiegarla del medesimo; ché sto pur troppo sospeso non avendo almen qualche scintilla in generale, se non si può in particolare del suo giudicio sopra questo povero ‘Cortegiano’, sicché vostra Signoria si degni di compiacermene. Desidero ancor sommamente sapere del ben esser suo, però la prego a darmene avviso. Io, Dio grazia, son sano con tutta la casa mia e a vostra Signoria di cuore mi raccomando.”; è evidente il tono reverenziale nei confronti di quella che a tutti gli effetti era diventata un’autorità in campo letterario nonostante non avessero ancora visto la luce le Prose della volgar lingua).

Uno dei ritratti più famosi di Pietro Bembo conservato alla National Gallery di Londra, ad opera di Tiziano Vecellio, Pubblico dominio

Mentre ultimava una terza redazione del suo trattato sulla vita di corte, nel 1524 papa Clemente VII lo nominò nunzio pontificio in Spagna, presso l’imperatore Carlo V. L’opera fu data alle stampe a Venezia presso Aldo Manuzio nel 1528 senza la revisione dell’autore. Castiglione morì l’anno seguente in preda a violenti attacchi di febbre, pianto dall’imperatore Carlo V in persona che si dice lo ricordasse come “uno dei migliori cavalieri del mondo”.

Ma venendo finalmente all’opera: cosa è il Cortegiano? Perché tre redazioni, ci sono differenze? Quali sono la struttura e i temi? Perché ha una valenza tale?

Tra il XV e il XVI secolo fiorirono trattatistiche di vario genere. In particolare la svolta di civiltà che vi fu spinse alcuni intellettuali a proporre quasi un nuovo codice di comportamento, che si adattasse ad una nuova cultura. Paolo Cortesi ad esempio scrisse De cardinalatu (una serie di precetti per la vita pubblica e privata dei cardinali), Niccolò Machiavelli scrisse De principatibus (più famoso come Il Principe), Giovanni Della Casa scrisse il Galateo ovvero de’ costumi (o semplicemente Galateo). Anche Baldassar Castiglione volle proporre un manuale di comportamento in quattro libri. La forma scelta è quella dialogica tra diversi interlocutori tra cui alcuni di spicco: Ludovico di Canossa, Federigo Fregoso, Giuliano de’ Medici, Ottaviano Fregoso e Pietro Bembo. Il dialogo è retrodatato al 1506.

Preferì scrivere l’opera in volgare, di modo che fosse di più immediata comprensione rispetto al modello a cui si era ispirato, il Tractato dello cortesano di Diomede Carafa (1487).

Se si confrontano tra loro le edizioni, si noteranno modifiche significative: il motivo conduttore del trattato è illustrare appunto, dopo una lettera dedicatoria a Michele de Silva, le qualità del perfetto cortigiano. Nel primo libro ci si focalizza sulla dote principale, la grazia, nel modo di porsi, di conversare, intrattenere e di ostentare una cultura anche fittizia. Nel secondo libro seguono le doti secondarie, quelle del canto, della danza e del saper primeggiare nelle giostre, il tutto nella più assoluta umiltà. Il resto del trattato è stato rivisto durante gli anni. Nella prima edizione del 1516 ad esempio vi erano delle lunghe trattazioni, alquanto misogine, sulla donna e sul suo ruolo all’interno della corte, poi smentite, attraverso le parole di Giuliano de’ Medici, nel libro terzo, probabilmente in virtù della profonda stima che nutriva Castiglione per la duchessa di Urbino nonché protagonista della vita culturale di corte, Elisabetta Gonzaga  (“perché molte virtú dell’animo estimo io che siano alla donna necessarie cosí come all’omo; medesimamente la nobilità, il fuggire l’affettazione, l’esser aggraziata da natura in tutte l’operazion sue, l’esser di boni costumi, ingeniosa, prudente, non superba, non invidiosa, non malèdica, non vana, non contenziosa, non inetta, sapersi guadagnar e conservar la grazia della sua signora e de tutti gli altri, far bene ed aggraziatamente gli esercizi che si convengono alle donne. Parmi ben che in lei sia poi piú necessaria la bellezza che nel cortegiano, perché in vero molto manca a quella donna a cui manca la bellezza. Deve ancor esser piú circunspetta ed aver piú riguardo di non dar occasion che di sé si dica male, e far di modo che non solamente non sia macchiata di colpa, ma né anco di suspizione, perché la donna non ha tante vie da diffendersi dalle false calunnie, come ha l’omo”[…] dico che a quella che vive in corte parmi convenirsi sopra ogni altra cosa una certa affabi1ità piacevole, per la quale sappia gentilmente intertenere ogni sorte d’omo con ragionamenti grati ed onesti, ed accommodati al tempo e loco ed alla qualità di quella persona con cui parlerà, accompagnando coi costumi placidi e modesti e con quella onestà che sempre ha da componer tutte le sue azioni una pronta vivacità d’ingegno, donde si mostri aliena da ogni grosseria; ma con tal maniera di bontà, che si faccia estimar non men pudica, prudente ed umana, che piacevole, arguta e discreta” capp IV-V. Si nota il rimarcamento della posizione di subalternità della “donna di palazzo”, la quale ha comunque un ruolo immancabile all’interno della società cortigiana; tutto il terzo capitolo della redazione definitiva le è dedicato); sono affrontate tematiche nuove, prima su tutte il rapporto che il cortigiano deve intessere con il principe (libro quarto): un rapporto di onestà totale. Il cortigiano può, anzi deve correggerlo, consigliarlo, influenzarlo affinché pratichi un buon governo. Perché ciò accada, occorre che il principe sia circondato da sudditi con qualità morali, che vogliano il bene loro e della corte intera attraverso di lui. Questa sembra essere una piacevole apertura dell’opera, fino a ora incentrata solo sull’utilitarismo. Chiude l’opera un elogio all’amore spirituale pronunciato da Bembo.

Elisabetta, figlia di Federico I Gonzaga e moglie di Guidobaldo di Montefeltro in un ritratto attribuito a Raffaello, foto SponsorhousePubblico dominio

Insomma, si nota come nel corso degli anni Castiglione avesse avuto modo di spostarsi di corte in corte, osservare diverse situazioni e studiarle fino a giungere alla formulazione di un modello di comportamento che fosse il meno idealizzato possibile, nonostante venga tacciato di idealismo, se paragonato al realismo machiavelliano del Principe. Secondo Salvatore Battaglia, non bisognerebbe lasciarsi ingannare dalla tipologia di trattazione o dagli antichi che l’autore dichiara di aver preso a modello nella lettera dedicataria (nomi altisonanti come Cicerone, Platone, Senofonte) ma guardare a quanto tenti di “calare nel reale” gli esempi che propone. Come non guardare in ultimo alla lingua. Castiglione infatti scrisse, come si è già evidenziato, in volgare, ma è esso un volgare d’uso, mobile, basato sul bon giudicio, l’unica lingua che poteva essere coerente con un dialogo tra persone; va da sé che si sia opposto dunque alla teoria imitativa, toscana e arcaizzante che aveva proposto Bembo nelle sue Prose. Al contempo era una proposta ancora diversa da quella di Machiavelli, che sosteneva sì la lingua toscana, ormai la più diffusa in tutta Italia grazie alla letteratura, ma nella sua forma moderna e parlata. Ancora diversa era la teoria italiana che propose nel 1529 Trissino (per tutti gli approfondimenti a piè pagina*).

Ritratto di Castiglione attribuito a Tiziano, Pubblico dominio

Nonostante vada apertamente contro quella che fu la teoria vincente, il Cortegiano ha avuto fortuna immediata in tutto il continente e prima della fine del XVI secolo fu tradotto nelle principali lingue europee, assunto a prontuario di buone maniere, inimitabile e citato ovunque.

Frontespizio di un'edizione inglese del Cortegiano di Baldassar Castiglione, file di Bryan DerksenPubblico dominio

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011

“La lingua italiana. Profilo storico” di Claudio Marazzini; Bologna, 2002

“La letteratura del comportamento e l’idea del Cortegiano” di Salvatore Battaglia; Milano, 1970

*“Questione della lingua” in Enciclopedia dell’italiano di Claudio Marazzini, 2011

“Baldassar Castiglione” in Enciclopedia dell’Italiano di Elisabetta Soletti, 2010


Un mito astrologico dalla Casa di Giove a Pompei

Passato un po’ in sordina tra i tanti ritrovamenti della Regio V di Pompei, il mosaico della Casa di Giove con mito astrologico ha finalmente una sua identità. Ad essere raffigurato è infatti Orione che dopo la morte diviene una costellazione. Per catasterismo, nella mitologia greco – romana, si intende la trasformazione in astro o costellazione, per lo più dopo la morte, di animali, uomini o eroi ed Orione è proprio uno dei personaggi del variegato mondo mitico a cui spetta questo particolare privilegio.

Nella mitologia greca, Orione era un abile cacciatore, secondo Esiodo figlio di Poseidone ed Euriale, figlia di Minosse re di Creta. Potendo camminare sulle acque come il padre, una volta giunto a Chio, usò violenza su Merope, figlia di Enopio il quale per vendetta lo accecò e lo esiliò. Rifugiatisi sull’isola di Lemno, Orione si fece condurre dal servo di Efesto, Cedealione, verso oriente dove riacquistò la vista osservando il sole nascente.

Catasterismo di Orione. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Secondo Omero, grazie alla sua propensione alla caccia, Orione era solito condividere molte battute con la dea Artemide e Sirio, suo fedele cane. Ma un giorno, minacciando di uccidere ogni belva esistente, fece infuriare Gea, la Terra, che da una fenditura fece uscire uno scorpione che punse il cacciatore a morte. Artemide, chiese a Zeus di collocare Orione tra le stelle, divenendone una costellazione che tramonta quando quella dello Scorpione sorge. Secondo un’altra versione del mito, la dea Artemide, gelosa di Orione che si era invaghito delle Pleiadi, gli mandò uno scorpione nella sua capanna che lo punse a morte con il suo pungiglione.

Ancora un’altra versione del mito racconta che Apollo, volendo ostacolare l’amore tra la sorella vergine e il cacciatore, mise a punto un abile piano per eliminarlo. Mentre Orione stava nuotando nel mare, con la testa appena visibile dal pelo dell’acqua, Apollo, sfidando la sorella con l’arco, le fece puntare la freccia in un punto poco visibile al largo, colpendo, ignara, proprio l’amato Orione. Quando le onde portarono a riva il corpo del cacciatore, di fronte alle lacrime di Artemide, il padre degli dei, Zeus, trasformò Orione e il suo fedele cane in una costellazione.

Catasterismo di Orione. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Nei tanti racconti su Orione, l’elemento comune a tutti è la sua collocazione tra gli astri. Stella luminosa, grande e visibile da entrambi gli emisferi, ha la forma di una figura umana, di un cacciatore per esattezza, che brandisce clava e tiene uno scudo nell’altra mano e ai suoi piedi, secondo la leggenda, Zeus collocò i suoi fedeli cani, il Cane maggiore e il Cane minore.  Alcuni antichi lo rappresentavano all’inseguimento del Toro, altri della Lepre, altri ancora delle Pleiadi.

Poche e rare sono le raffigurazioni di Orione che diviene astro e l’esemplare di Pompei assume quindi ancora di più un carattere di pregio assoluto. Nel mosaico, il cacciatore è dotato di ali da farfalla, un particolare abbastanza singolare perché attributo della dea Psiche il cui nome ha il duplice significato di “farfalla e “anima” e qui forse viene rappresentata l’anima di Orione che vola in cielo. Non ha le pupille negli occhi, viene forse ripresa e rappresentata la versione greca in cui viene accecato a Chio, e porta un pugnale appeso alla cintura, elemento che ne ha permesso l’identificazione. Presenti nel mosaico anche lo scorpione che da nemico mortale diventa un tutt'uno con Orione e personaggi che sovrastano il cacciatore non perfettamente identificabili per mancanza di attributi caratterizzanti.

Casa di Giove e mosaico con Catasterismo di Orione. Foto: Pompeii Parco Archeologico

Il mosaico si data al tardo II secolo a.C. quando dai ritrovamenti archeologici e dalle fonti sappiamo che la Campania si apre a scambi sempre più fitti con il Mediterraneo orientale e diviene sede di importanti scali commerciali. E proprio in questo particolare e felice momento che si diffondono miti e iconografie fino ad ora sconosciuti al mondo magno greco e sannita. Pompei ancora una volta è in grado di recepire e assimilare le connessioni mediterranee divenendo centro propulsore di mode e anche di unicum nel panorama artistico. La casa di Giove, del resto, si inserisce all’interno delle grandi case pompeiane, seppur ancora in corso di scavo, e ha sin dall’inizio stupito per qualità ed eccentriche mode che possiamo definire retrò. In alcuni ambienti, infatti, seppur la moda dettasse altri stili, i proprietari avevano voluto mantenere il I stile pompeiano con riquadri in stucco imitanti lastre marmoree policrome e cornici con modanature dentellate. È probabile che il proprietario non abbia cambiato appositamente la tipologia decorativa mantenendo volutamente il primo stile che via via era stato sostituito in altre dimore da pitture più moderne.


Il Laocoonte dei Vaticani. Storia di un gruppo scultoreo

Laocoonte era un sacerdote troiano addetto al culto di Apollo Timbreo, figlio di Antenore o di Capi e fratello di Anchise. Gli venne data in moglie Antiope con la quale si unì davanti alla statua del dio e così se ne attirò la sua ira. Conosciamo la sua tragica storia grazie al racconto di Virgilio nel secondo libro dell’Eneide, dove sappiamo che sconsigliò ai Troiani di far entrare dentro le mura della città il cavallo di legno lasciato dai Greci come dono: “timeo Danaos et dona ferentes” , "Temo i Greci, anche quando portano doni".

Il secondo libro dell'autore latino si apre con il racconto di Enea alla regina Didone degli eventi tragici della guerra che, a distanza di tempo, provocano ancora dolore al solo pensiero. Più di tutti, a provocare dolore è il non aver capito che il cavallo altro non era che un perfido inganno dei Greci aiutati dal simulatore Sinone, lasciato appositamente dai Greci sulle spiagge di Ilio per portare a termine la complessa trama dell’inganno. Quando il re di Troia chiede informazioni sul cavallo, Sinone racconta che era un dono votivo fatto dai Greci per placare l’ira di Minerva. Il favore della dea era mutato in avversione quando Ulisse e Diomede erano entrati di notte a Troia e avevano rubato il Palladio profanandolo con le loro mani insanguinate.

Ma all’improvviso a squarciare la scena un avvenimento che sa di straordinario:

Si ode uno scroscio mentre il mare spumeggia ed ormai toccavano terra con gli occhi ardenti iniettati di sangue e fuoco, lambivano le bocche sibilanti con le lingue palpitanti. A quella vista ci sparpagliammo impalliditi. I due serpenti con impeto sicuro si dirigono contro Laocoonte. Per prima cosa entrambi i serpenti avviluppano avviticchiandoli i piccoli corpi dei suoi due figli e sbranano a morsi le loro povere membra; poi attaccano anche lui mentre veniva in soccorso e portava delle armi e lo avviluppano con le enormi spire e, dopo averlo già avvinghiato in due giri attorno alla vita ed aver circondato in due giuri il suo collo con i dorsi squamosi, lo sovrastano con la testa e con i colli alti. Egli contemporaneamente prova con le mani a strappare le spire, con le bende sacre cosparse di bava e di terribile veleno; allo stesso tempo eleva al cielo urla strazianti, come un muggito, quando un toro ferito scappa dall’altare del sacrificio e strappa dal collo la scure non piantata bene. Ma i due serpenti, strisciando, fuggono verso gli alti templi e si dirigono verso la rocca della terribile Tritonide (Atena) e si coprono ai piedi della dea sotto la ruota dello scudo. Allora a tutti si insinua nei cuori tremanti un nuovo terrore e raccontano che Laocoonte abbia pagato meritevolmente la punizione per il suo delitto, lui che colpì con una lancia il sacro Cavallo e scagliò nella parte posteriore l’empio giavellotto. Esclamano a gran voce che il simulacro deve essere condotto al tempio e che bisognava pregare la potenza della dea”. Eneide II

Laocoonte e i suoi figli. Musei Vaticani.
Foto: Alessandra Randazzo

Fu allora abbattuta una porta e i Troiani portarono il talismano entro le mura assicurando così la protezione di Minerva. Mentre tutti i cittadini acclamavano con feste e danze il sacro dono, Cassandra invano avvertiva tutti del folle errore.

L’episodio, forse il più noto dell’Eneide, è rappresentato superbamente nel celebre gruppo del Laocoonte dei Musei Vaticani. Il gruppo venne alla luce il 4 gennaio 1506 in un sotterraneo delle Terme di Tito, presso la Domus Aurea. Subito vi fu riconosciuto il celebre episodio cantato da Virgilio in cui Laocoonte è raffigurato con i figli e i grovigli delle spire dei serpenti e che Plinio cita dicendo essere esposto nella casa di Tito. Il sacerdote troiano è ancora seduto sull’altare, nudo, con il corpo muscoloso fortemente portato bruscamente all’indietro, così come la testa, in un tentativo di fuga dal morso del serpente. Lo sguardo è rivolto all’insù e il viso è tratteggiato da forti caratteri chiaroscurali resi con grande effetto anche grazie ai riccioli della barba e alle ciocche dei capelli. Il corpo, in contrasto con la forte possenza che emana, è allo sfinimento, ormai avvolto e vinto dalle spire dei serpenti. Sulla sinistra e sulla destra sono presenti i due figlioletti, giovanetti di diversa età, anche loro in preda alle spire dei mostri.

Il figlio di sinistra ormai non oppone più resistenza e reclina la testa all’indietro, inerme. Quello di destra, invece, sembra riuscire a liberarsi dalla morsa del serpente che ancora gli avvinghia il braccio e la gamba. Forse sarà l’unico a salvarsi, come riporta una versione secondaria del mito della guerra di Troia. La critica, per quanto riguarda l’originalità del pezzo, si divide in due filoni: alcuni ritengono sia un capolavoro originale dell’ultimo Ellenismo creato a Rodi nel corso del I secolo a.C. da tre eclettici artisti che si ispirarono ad una scuola pergamena scomparsa; altri considerandolo eseguito da autori rodii in stile pergameno da ottimi copisti, lo credono una copia di età romana fatta da Atanodoro, Agesandro e Polidoro, replicando un originale in bronzo. Non dovrebbe meravigliare ne essere raro che una copia romana venga firmata da chi l’aveva materialmente realizzata considerandola non una copia ma un nuovo originale. Questi tre scultori furono comunque grandi artisti che lavoravano per la committenza più alta, la corte imperiale, ed erano dotati di tecnica eccezionale tanto più che l’opera fu realizzata da un unico blocco di marmo.


Lo spazio bianco

Che suono ha il silenzio? Me lo domando sfogliando lentamente questo libro consunto, le cui pagine si tengono insieme grazie a un filo di cotone sottile che resiste ostinato alle angherie del tempo, mentre la carta, ingiallita e sfatta, reca tracce del passaggio delle nostre mani. Prima edizione, 1947, di Se questo è un uomo. Ricordo di averlo letto a dodici anni, in una estate afosa e interminabile trascorsa al mare, alternando nuotate e compiti per le vacanze, solfeggi parlati e cantati e risoluzioni di accordi. Ricordo l’odore di quelle pagine, sopravvissute a numerosi traslochi e all’aria salmastra che le aveva rese umide e grevi, come la terra di un cimitero. Seguivo le macchie di muffa disegnando nella mente figure senza senso. E leggevo cose incomprensibili. Scritte con parole nude, spoglie, prive di orpelli. Soppesate al milligrammo, con una bilancia di precisione, stilistica e morale, che impedisse l’esubero, il superfluo, il sentimentale.

Se questo è un uomo, copertina della prima edizione, Fair use

Parole che giungevano al limite e improvvisamente tacevano, arretrando di fronte alle fauci spalancate del silenzio. Pagine costellate di spazi vuoti, cicatrici del testo che non potevano rimarginarsi e continuavano ad esporre la loro nudità ai miei occhi impreparati, alla mia mente incapace di comprendere ciò che non si può comprendere.

Lunghe pause che racchiudevano l’indicibile in un vuoto sospeso e atemporale, un punto coronato che interrompeva la narrazione con una dissonanza stridente e impossibile da risolvere. In quella voragine di bianco il senso più profondo dell’opera, il vuoto che nessuna parola può colmare, l’abisso di non senso in cui precipitare per tentare di sopravvivere a una realtà feroce, sconcertante, incomprensibile.

Nelle edizioni successive, probabilmente per esigenze tecniche, gli spazi bianchi si sono ridotti fin quasi a scomparire. La parola ha ritrovato il suo flusso tranquillizzante, il silenzio è stato relegato a chiudere, come una doppia stanghetta, ogni singolo capitolo. Un tentativo di normalizzazione, di ricercato ordine, di ripristinata consuetudine. Il tempo passa e leviga ogni spigolo, attenua i contrasti, ricopre le contraddizioni e gli errori con una coltre spessa di polvere. Che tuttavia non cancella dalla mia mente quella lingua paralizzata e impietrita, fatta di frammenti aguzzi di vetro trasparente, di sangue vivo e pulsante.

Schegge che si conficcano nella carne e restano sotto pelle, ferite sotterranee di una coscienza collettiva che tenta invano di ignorarle, relegandole in una parentesi della storia e illudendosi che mai si ripeterà.
C’era un silenzio irreale a Dachau. Era il 4 luglio del 2014, lo ricordo bene. Camminavo nell’enorme spiazzo assolato, nel quale erano asserragliati plotoni di studenti provenienti da ogni angolo d’Europa. E scalpitavano, annoiati e accaldati, desiderosi che la visita finisse prima possibile. Li osservavo camminare in fila senza guardarsi attorno, intenti a giocare con i telefonini e a fare battute tra loro. Anche davanti ai forni del crematorio nuovo non hanno fatto una piega, quasi fosse normale, assodato, banale che in quelle bocche spalancate avessero trovato la morte a migliaia.

Campo di concentramento di Dachau, Krematorium. Foto di Erik DrostCC BY 2.0

Un silenzio della ragione soffocato dal continuo brusio, dal chiacchiericcio osceno, dalle urla improvvise e trattenute a stento. Un silenzio che aveva il suono del vento tra le foglie e l’odore aspro e pungente della resina, il colore screziato dei sassi e il sapore di sangue rappreso. Come se i boschi avessero voluto ingoiare quello squarcio di terra e di morte, occultandolo nell’erba spessa, tra i fitti rami verdissimi. E le risate leggere, feroci come pugnalate. Dissonanti, abnormi, mostruose. Pietre ovunque, piccole, tonde, colorate. E canti di uccelli tutto attorno. La natura che sopravvive all’orrore. Alberi giganteschi, le cui radici si fanno largo tra le ossa.

Dachau, MemorialePubblico Dominio