ClassiCOOLt

Rubrica mensile a cura di Sara Ricci e Stefano Tonietto

I classici della letteratura sono quella cosa che tutti si vantano di aver letto almeno una volta nella vita, i più audaci addirittura due; che i più spudorati dichiarano di conoscere come le proprie tasche – nelle quali chissà perché ci finisce di tutto in maniera indistinta e poi in lavatrice è un casino.

I classici della letteratura sono una specie di status symbol, al pari di una borsa di Vuitton o di un paio di esosi trampoli di Louboutin, di un pregiato orologio da pseudoplutocomunista, di una fuoriserie parcheggiata in doppia fila perché ricchezza è impunità, di un Iphone scintillante che dura quanto uno sbadiglio e si impalla a morte due giorni prima dell’uscita del modello successivo.

I classici sono diventati un feticcio dell’alta borghesia dei salotti buoni, da esibire tra un martini e un sorso di champagne millesimato, con il tono distaccato da apericena o, in alternativa, con la pacata seriosità del marpione che seduce la fanciulla plasticosa con parole alate, attentando al mascara water proof discioltosi in una valle di lacrime di commozione.

I classici della letteratura ce li hanno rubati. I borghesi? No, sarebbe troppo anche per loro. Gli autori reali del furto sono l’indifferenza, la velocità, il culto del mordi e fuggi, la parcellizzazione. Non si può assaggiare un pezzettino di Anna Karenina per dirsi cultori di Tolstoj, non si può solo annusare il fetore di cadavere dello Ieroschimonach Zosima per accedere al torbido universo della genealogia di Fëdor Pavlovic: la letteratura non è un gioco di società, è piuttosto il suo disvelamento, la lente deformante che restituisce all’occhio del lettore la realtà nelle sue inestricabili connessioni, nelle sue immancabili contraddizioni, nella sua pulsante vitalità.

Perché dunque non riappropriarci della sola cosa che ci potrebbe arricchire senza infliggere il colpo di grazia al salvadanaio a porcellino o al nostro precario conto in banca? Noi che una Vuitton neppure serbando sotto il cuscino sei mesi di stipendi al netto delle ritenute d’acconto, noi che per sapere che roba è una Louboutin siamo andati a cercare su google, noi che al polso al massimo abbiamo lo Swatch dei diciotto anni e che in doppia fila parcheggiamo forse le natiche, sorseggiando una birra seduti sul cofano di una macchina generalmente altrui, noi che andiamo orgogliosi della vita eterna del nostro nokia 3310, il non-morto, il telefono che prende anche nelle caverne, il più amato dalle madri apprensive e dalle fidanzate con manie di controllo.

Noi dobbiamo riprenderci il piacere, il gusto e la bellezza dei classici. Non da sfoggiare come l’ultimo modello di Chie Mihara, non da esibire come una metaforica (o effettiva) erezione, non da adoperare per segnare il confine, l’abisso, la distanza siderale tra i due mondi. Ma da possedere per ampliare i nostri orizzonti, per viaggiare senza bisogno del supplemento bagagli a mano Ryanair, per esplorare il mondo senza esserne allontanati, banditi, ignorati.

Leggere i classici significa vivere più vite insieme, conoscere le pieghe dell’animo umano – dai meandri più oscuri e biechi alle luminose vette di bontà – acquisire spirito critico, affinare i sensi, praticare la lentezza, l’indugio, l’incanto. Perché i classici hanno bisogno di tempo, di silenzio, di pazienza, di dedizione. Non sono libri da leggere mentre la lavatrice finisce la centrifuga, mentre si è in fila alla posta, nella confusione di un autobus o nelle infinite sospensioni temporali di un viaggio in regionale. No, i classici hanno bisogno di attenzione, di una poltrona comoda, di una coperta se fa freddo, di una tazza di qualunque liquido – dal caffè alla grappa – che contribuisca al rilassamento e alla concentrazione. Se proprio non riuscite a rilassarvi, all’inizio, si può ricorrere al Tiocolchicoside, ma con moderazione, non più di 8mg ogni 12 ore.

Ecco svelato il mistero di questa nuova rubrica, che ogni mese vi ricongiungerà a un classico con l’obiettivo di sedurvi, irretirvi e avvincervi tra le pagine intramontabili di opere ormai desuete che, tuttavia, hanno ancora molte cose da dire. Ci rivolgiamo a lettori appassionati, ai quali speriamo di offrire un nobile servigio; ma anche a lettori implumi, che trarrebbero enorme giovamento da queste letture; ci rivolgiamo infine anche agli esibizionisti da salotto, i quali, grazie a questo piccolo vademecum per muoversi nell’intricato mondo della letteratura, potranno se non altro azzeccare qualche citazione, contestualizzare meglio le proprie esternazioni, sedurre fanciulle facilmente impressionabili con le poesie di Verlaine e non, santi numi, con le massime filosofiche ed esistenziali di Fabio Volo.

Vi diamo quindi appuntamento al prossimo mese con un piccolo gioiello semi-sconosciuto, recentemente ripubblicato nella bella traduzione di Gina Martini da Quodlibet Compagnia Extra: l’immenso, ironico, destabilizzante, bizzarro ultimo romanzo incompiuto di Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet. [SR & ST]