Una conversazione con l’autore di Sonno bianco (Hacca 2018). Provocazioni, curiosità e divagazioni intorno alla scrittura e alle sue derive. Stefano Corbetta Sonno bianco

Che cos’è la letteratura oggi?

È quello che è sempre stata. I greci avevano l’epica e la mitologia che insegnavano loro il rispetto per gli dei, la convivenza nella città, la lealtà verso la famiglia, la stima per il nemico, l’ineluttabilità del destino. Noi non abbiamo più dei cantori, ma abbiamo ancora delle storie ed è evidente che il modo in cui possiamo raccontarle è influenzato dal tempo in cui viviamo, che lo si guardi da un punto di vista strettamente culturale, ma anche politico o sociologico. La letteratura, insomma, ci rende umani, e questo supera ogni tempo.

Lettura e scrittura: perché scrivere in un momento in cui si legge sempre meno? Per chi scrivere?

Si continua a scrivere per la stessa ragione per cui la medicina e la scienza progrediscono mentre gli uomini continuano a morire. Ci dicono che l’editoria è in crisi, che le persone leggono sempre meno, apriamo il quotidiano e leggiamo che la politica taglia i fondi per la cultura e via dicendo. Ma il punto è che scrivere, così come fare musica, teatro, arte, è un atto profondamente narcisistico – e quindi per sua natura prescinde dal grado di diffusione che riesce a raggiungere – e tuttavia mantiene un’accezione universale. Si scrive per se stessi, si scrive per comprendere il mondo, ma anche per metterlo in discussione; si scrive perché una storia, allo stesso modo in cui fa il mito, pone domande, e cerca di dare risposte. In altre parole, non mie, ma di un gigante come Igor Stravinskij, si fa arte – per lui era la musica, ovviamente – per il bisogno che abbiamo di far prevalere l’ordine sul caos. E mi sembra un’ottima ragione.

Lettura: quanto influisce sulla tua scrittura? Ritieni che sia un’attività imprescindibile o che al contrario possa inficiare, influenzare e rendere meno autentica la scrittura?

Io credo di essere stato influenzato più dall’immaginario dei romanzi che ho letto che non dalla scrittura in senso stretto. E credo anche che su di me abbiano avuto un impatto decisivo la lettura di saggi e la pratica del teatro, forme molto lontane dai meccanismi che entrano in gioco quando si costruisce una storia, qualunque sia la sua genesi. Penso al Mito di Sisifo di Camus, a La camera chiara di Barthes o ad alcune cose di Girard, e nel teatro alle improvvisazioni che si è soliti fare durante i training. Oltretutto c’è una questione che riguarda il processo imitativo, e su questo sono d’accordo con te: la scrittura di chi amiamo può ingannare, nel senso che il rischio, più o meno consapevole, potrebbe essere quello di non riuscire a far emergere la propria voce perché imbrigliata in un modello di riferimento da cui non riusciamo a distaccarci. Quindi sì, la lettura può in alcuni casi rendere meno autentica la scrittura, che è un processo creativo complesso, e solo in parte razionalizzabile, che richiede senz’altro controllo, ma non troppo.

Come sei approdato alla scrittura?

Ho iniziato a scrivere senza nessuna velleità di pubblicazione, non mi sono mai interessato al mondo editoriale. A un certo punto mi sono trovato a dare voce a delle immagini, a volte a dei personaggi, ma non ho mai ragionato in termini di trama. Parlo di immagini mentali che talvolta sono riuscito a ricondurre a esperienze vissute in prima persona e che altre volte invece non avevano nessuna connessione con una mia esperienza diretta, o comunque consapevole. Ho suonato jazz fino a quarant’anni, leggevo molto, certo, ma facevo esperienze collaterali non legate al mondo letterario (il teatro di cui accennavo prima), per cui i miei riferimenti sono sempre stati soprattutto extraletterari, diciamo così.

I modelli hanno ancora senso nella letteratura contemporanea? Se sì, quali? Esiste ancora un canone letterario a cui guardare o da rispettare?

L’unico rispetto di cui dovremmo preoccuparci è quello per l’autenticità di ciò che facciamo. Il discorso del canone letterario è talmente vasto che rischieremmo di non uscirne più, e poi a essere sincero io non credo proprio di essere all’altezza per sostenere una discussione su questo argomento. L’unica cosa che posso dire è che un canone letterario esiste per i classici, perché per costruire un canone serve mettere del tempo tra la contemporaneità e l’opera. Quindi un classico è tale se resiste alla prova del tempo. Esistono certamente dei contemporanei cui guardare, e sono tantissimi, anche se non sono ancora canonizzati. Forse si può dire che nella contemporaneità il canone sia più fluido e che ogni scrittore si costruisca il proprio. I modelli hanno sempre senso, credo sia impossibile non averne, si impongono, in qualche modo. E poi non si può creare niente dal nulla. Senza i modelli non esisterebbero le avanguardie, perché per rompere la tradizione e innovare bisogna conoscere ciò che c’è stato prima. A ben guardare, in realtà, anche questi fenomeni di rottura o sfumano dopo una prima fase di sperimentazione, o si strutturano creando un nuovo modello pronto a sua volta per essere infranto da una neoavanguardia successiva.

Come nasce l’idea di un romanzo? Come si struttura? Come si stratifica?

Nel mio caso è sempre un’immagine, o almeno è stato così finora, che poi significa uno o più personaggi nel contesto di quella specifica immagine, della loro insistenza a voler farsi raccontare. Parlo di insistenza perché bisogna essere consapevoli che scrivere un romanzo significa investire una quantità enorme di tempo ed energie in quella storia e credo non sia conveniente farlo se non si è certi di potersi fidare della tenuta di quel personaggio. Il che non significa che il personaggio sia autonomo rispetto alla volontà dello scrittore, ma è indubbio che una sua tendenza a sfuggire dalla penna sia normale, anzi, direi augurabile. Il mio lavoro consiste poi nel capire quale sia all’interno dell’immagine l’elemento che più racconta. Barthes lo chiamerebbe il punctum. Normalmente è un dettaglio apparentemente insignificante ed è facile che possa sfuggire. Per questo motivo aspetto settimane prima di iniziare a cercare di costruire la storia. Una volta preso atto che racconterò a partire da quell’immagine, inizio a farmi tante domande su cosa sia successo prima di quell’attimo catturato nella fotografia e cosa sia successo dopo. A quel punto identifico una linea narrativa e di pari passo mi documento nel caso in cui io debba raccontare di qualcosa che non conosco. Nel caso di Sonno bianco si è trattato di riprendere il tema del doppio e di indagare cosa fosse la condizione di stato vegetativo, che nel romanzo è solo un’arteria laterale e che spesso viene invece percepito come il fulcro della storia. La stratificazione la fa il tempo, ed è la parte più piacevole, perché è il momento in cui vai a camminare e pensi a tutto fuorché alla storia.

La giornata di uno scrittore: rituali, tic, manie, ossessioni, disciplina o autarchia?

Scrivo di notte perché durante il giorno faccio un altro lavoro, senza contare le energie da dedicare alla gestione familiare, per cui direi che non ho spazi per tic e manie legate alla scrittura. Quello che faccio è semplicemente mettermi alla scrivania quando sono abbastanza sicuro di non essere disturbato e provare a tenere la concentrazione per un numero sufficiente di ore, di solito tre o quattro. Mi capita anche di dover scrivere su un taccuino che porto sempre con me, di solito annoto indicazioni per una scena che poi svilupperò la sera stessa. A volte scrivere “di getto” e senza troppi freni è utile; a volte invece bisogna misurare ogni parola. In ogni caso, come in tutte le cose, tanta disciplina, tanto confronto, tanto lavoro.

È possibile secondo te “costruire” un successo letterario? Se sì, quali sono gli ingredienti necessari? Qual è il tuo rapporto con il successo?

No, non credo sia possibile. Un successo letterario è spesso imprevedibile e dipende da tanti fattori. I casi letterari più importanti degli ultimi anni sono diventati tali grazie al passaparola, pubblicati da case editrici di medie dimensioni, al di fuori dei grandi gruppi editoriali e senza enormi investimenti alle spalle. Penso a Stoner di John Williams, a un titolo come L’eleganza del riccio o a Kent Haruf, che era stato già pubblicato in Italia diversi anni fa prima di tornare in libreria per i tipi di NN. Perché hanno venduto centinaia di migliaia di copie? Credo che nessuno possa dirlo con certezza. Quello che invece può accadere è che da un caso editoriale si crei un nuovo filone, probabilmente accadrà qui da noi con la Ferrante. Gli ingredienti? Non so, forse c’era già tutto in Dostoevskij, Poe e Kafka, si tratta di capire come raccontarli nel nostro tempo. Il successo? Io sono contento di avere la possibilità di scrivere ed essere arrivato dove sono, pubblicando con una casa editrice come Hacca, avere lettori che mi contattano dopo aver letto Sonno bianco per il desiderio di dirmi cosa sia stato il romanzo per loro. Per me questo è un traguardo importante. Porto avanti una mia idea di narrativa, cerco di essere onesto in questo. Il resto conta meno.

Come è cambiato il rapporto con i lettori nel mondo della comunicazione social? La rete è una protezione o una trappola?

La rete non è né una protezione né una trappola, forse è soltanto un nuovo mezzo di comunicazione che dobbiamo imparare a padroneggiare. Non so, dipende da come la si usa. La mia impressione è che sia una grande opportunità. Ho conosciuto persone che condividono con me una certa idea di letteratura, con alcuni di loro ci siamo incontrati, ho letto libri che non avrei mai avuto l’occasione di leggere, insomma, ho imparato delle cose. Poi c’è il lato più delicato, che è quello rappresentato dal pericolo di farsi fagocitare nell’ottica di una maggiore visibilità. E poi ho scoperto una cosa curiosa: il come ci si pone in ambito social non è così distante poi da come si è nella realtà. Non dico che sia una forma di conoscenza, ma credo che questo non-luogo abbia il potere di svelare comunque una parte non irrilevante di noi, al netto di troll, gattini e selfie. A parte questo, i social network permettono un rapporto con i lettori più diretto. Non so se questa sia una buona cosa, ma resta un fatto.

Chi vincerà lo Strega 2019? Perché?

Se mi stai chiedendo una previsione, purtroppo non ho elementi per esprimermi. Sto leggendo alcuni dei libri proposti, ma non è abbastanza. Quest’anno il regolamento è cambiato in alcune parti rispetto alle edizioni precedenti, per cui le dinamiche più o meno consolidate fino a oggi potrebbero cambiare e risultare imprevedibili. E poi è accaduto più volte che vincesse un romanzo sul quale pochi avrebbero puntato. Non credo che l’anno scorso Helena Janeczek fosse la favorita. Ogni libro ha un suo destino, esattamente come accade agli uomini, ed è sempre misterioso.