Prima di giungere nel borgo di Gallicianò, risalendo i lunghi tornanti che dal torrente Amendolea con i suoi paesaggi aspri e la sua natura dura e tagliente, si incrocia il belvedere del Calvario. In questo luogo silente, una stele carica di voci antiche ed allo stesso tempo moderne così accoglie il viandante: Calos irthete, ode manacho stes oscie fortomene ascepono ce asce tragudia, che nella lingua dei padri – i greci di Calabria – vuol significare: benvenuti (a Gallicianò), qui solo tra le montagne cariche di dolore e di canti.

Lo sguardo, da questo balcone sull’Aspromonte, è rapito dal fascino di questo borgo, che quasi nascosto fino a quel belvedere, all’improvviso mostra le sue pietre cariche di storia ed il suo legame inscindibile con quel torrente, l’Amendolea, che rappresentò per secoli la via d’accesso di quest’area.

L’origine di Gallicianò si perde nella notte dei tempi, ignote sono le origini del borgo1, e c’è chi ritiene che l’attuale collocazione sia dovuta alla ricerca da parte degli abitanti del vicino centro di Amendolea di un più sicuro riparo verso l’interno, che potesse offrire maggiore protezione dalle invasioni dal mare.

La prima attestazione storica di Gallicianò si ha nel 1060, nel brebion2 della chiesa metropolita di Reggio Calabria, dove indicando i beni che furono donati da Ruggero II al monastero di Hagios-Angelos Ta Kampa è riportato come toponimo Galikianon che seguirà poi le sorti della baronia di Amendolea3 capoluogo dell’area, che amministrava oltre a Gallicianò, Roccaforte (Vunì), Roghudi (Richoudon) e successivamente Condofuri.

Il borgo di Gallicianò oggi è distinto in due nuclei fondamentali Anuchorìo, la parte alta del borgo e Catuchorìo la parte bassa.

La parte alta del paese è caratterizzata dalla presenza di un ricco museo etnografico dedicato a Anzel Bogasar-Merianoù (filologa greca) che viene ripartito in due ambienti e meriterebbe ulteriori spazi per la ricchezza del suo contenuto. Nella sala A sono ospitati oggetti da lavoro nei campi e per le attività domestiche, strumenti musicali e della tradizione come le Musulupare, che servivano a realizzare particolari tipi di formaggio dalle forme che ricordano nei disegni un passato romeo. L’ambiente B invece riproduce l’ambito domestico, delle semplici dimore di Gallicianò e di buona parte delle abitazioni delle aree limitrofe.

Sempre nella parte alta del borgo, insiste l’antica fonte che prende il nome di “Fontana dell’amore”, in quanto, in un passato non molto lontano, quando il borgo non era fornito di acqua nelle abitazioni, questa era l’unico posto dove le donne venivano a raccogliere l’acqua divenendo così un punto per il corteggiamento per i giovani di Gallicianò.

Proseguendo oltre si arriva in quello che è il teatro del borgo intitolato al patriarca Bartolomeo I che anticipa di pochi metri la chiesetta ortodossa.

L’edificio sacro, costruito negli anni ‘90 del secolo scorso, insiste sui resti di un’antica abitazione che fu donata ai monaci del Monte Athos4. L’interno è ricco di icone donate da ogni angolo del mondo, e l’edificio è dedicato alla madonna di Grecia, Panaghia tis Elladas, chiaro rimando, dicono al borgo, a quel monastero che un tempo sul monte Sofia, poco più su dell’odierno abitato, era intitolato alla Vergine in una località con un toponimo Grecia, che decisamente lascia tante suggestioni.

L’area di Grecia, che offre affacci unici su tutta la valle dell’Amendolea, è attraversata dal vecchio sentiero che collegava i due centri di Gallicianò e Roccaforte del Greco. Ancora oggi sono visibili alcuni ruderi dell’edificio sacro, che meriterebbero ulteriori analisi e studi.

Quest’area, la Grecia, fu affidata dal comune di Condofuri ai monaci di San Giovanni Therestis di Bivongi per 99 anni, con la finalità di rinvigorire i legami antichi che questa terra ha con l’ascetismo ortodosso5.

Catuchorìo, la parte bassa di Gallicianò, presenta la piazza principale, Platia Alimos, sulla quale si affaccia la chiesa di San Giovanni Battista dove sono custodite due interessantissime acquasantiere e la statua del Santo che alcuni ritengono di scuola gaginiana6. Altri studi ricordano come la statua che regge sul Vangelo l’Agnello, simbolo che identifica immediatamente il Santo protettore di Gallicianò, presenti Il simbolo araldico del vescovo di Bova, Giovanni Camerota, che permette una datazione approssimativa dell’opera tra il 1592 e il 1620, mancano tuttavia le dovute certezze sulla paternità dell’opera.7

Interessante anche la statua lignea del Santo Bambino, recentemente restaurata, che nei giorni di festa (29 di agosto) viene portata in processione.

Di recente, proprio nei pressi della Chiesa di San Giovanni, gli abitanti del borgo hanno avviato una virtuosa operazione di bonifica dell’area dei frantoi del paese provando così a far diventare quello spazio, che era divenuto non più vivibile, un’area attrattiva che parla delle attività lavorative che il borgo doveva possedere per gestire la vita quotidiana.

Ma è chiaro che una delle grandi peculiarità di quest’area, che nel tempo ha mantenuto intatte le sue caratteristiche, è la lingua. Ancora oggi infatti sopravvive nella vallata dell’Amendolea ed in particolar modo a Bova e a Gallicianò la lingua greca della Bovesia.

Un tempo questa lingua, il greco, oggi minoranza, era espressione della cultura maggioritaria della Calabria meridionale e cominciò a perdere il suo impulso dal primo scorcio del XIV secolo8.

La lingua mantenne comunque nei due secoli successivi una pervicace vitalità in tutta l’area Aspromontana e andò via via ridimenzionandosi nel corso dell’800 e del ‘900. Ad oggi sono individuabili piccole sacche di resistenza nel cuore della vallata dell’Amendolea.9 10

Due poi le scuole di pensiero sull’origine di questa lingua, c’è chi come il grande glottologo tedesco Rohlfs sostenne l’origine “omerica”, mentre altri come Comparetti o Morosi sostennero che la lingua traesse la sua origine nella seconda ondata di “grecizzazione” di quest’area tra il 1000 ed il 120011 12.

Resta adesso da analizzare il perché questa lingua così diffusa sia diventata minoritaria anche in quest’angolo di Calabria.

Le motivazioni per la spiegazione di un fenomeno così complesso sono molteplici, com’è facile intuire, ma due1314 in particolare sembrano aver influito più di tutte, in primis l’apertura di quest’area al resto del territorio Calabrese e quindi anche oltre con annessi fenomeni di emigrazione che comportarono lo spopolamento dei borghi dell’entroterra e un’emigrazione in aree prive di interlocutori capaci di comprendere quest’antico idioma.

L’altro fenomeno che incise pesantemente, fu quello che forse è il più tragico dei motivi, la vergogna nei confronti di questa lingua che venne identificata come lingua volgare, del popolino minuto ed ignorante.

Oggi, alcune associazioni cercano di approcciarsi in un modo diverso a questa realtà delicata e complessa che generalmente viene definita “Area Grecanica” e chiaramente anche a Gallicianò. L’impegno oggi deve essere quello dello studio, della conservazione e del racconto di questa cultura antichissima.

Il torrente Amendolea, il più lungo dell’Aspromonte con i suoi 36 Km, nasce nel cuore della montagna per poi distendersi sinuoso come un gigante d’argento fino a giungere ad abbracciare il Mar Jonio. Nel suo lungo percorso attraversa un mondo fatto di contrasti e contraddizioni forti, un mondo a parte con la sua ritualità antica, la sua lingua e la sua gente che ancora oggi, in particolar modo a Gallicianò, l’acropoli dei greci di Calabria, conserva un patrimonio culturale da preservare e raccontare.

Gallicianò1E. NUCERA, Archeologia in Aspromonte, Reggio Calabria 2011, p.88

2A. GUILLOU, Le Brébion de la Métropole byzantine de Règion, Città del Vaticano 1974, rigo 377

3E. NUCERA, Archeologia…, cit, p.88

4F. CONDEMI, D. NUCERA, R.I. RODA’, Gallicianò acropoli della Magna Grecia, Reggio Calabria 2014, p.45

5F., C. COSTANTINO, G. CONDEMI, Gli ellenofoni del 2000 in Calabria, 2’ edizione, p. 35-36-37

6F. CONDEMI, D. NUCERA, R.I. RODA’, Gallicianò acropoli…, cit, p.21

8G. ROHLFS, Studi e ricerche su lingue e dialetti d’Italia, Firenze 1972, p.261

9D. RODA’, La lingua mozzata, Reggio Calabria 2006, p. 11

10Risulta molto interessante l’analisi statistica condotta da D. Rodà nella sua opera “La lingua mozzata”, dove vengono riportati censimenti che prendono in riferimento alcuni centri come Bova, Cardeto, Cataforio, Condofuri, Melito, Sant’Agata del Bianco, Staiti ecc. I dati riferiti a questi borghi riportano dei censimenti del 1861, 1901, 1911 e del 1921 trascrivendo sia il numero degli abitanti che quello dei grecofoni ed è facile così rilevare la riduzione della popolazione di questi centri al quale si accompagna una perdita sempre più elevata di parlanti la lingua greca.

Prendendo come campione Bova che è uno dei centri più popolosi dell’area grecanica, la rilevazione ha un saldo positivo tra il 1861 ed il 1901 e vede aumentare la popolazione da 2687 abitanti, tutti parlanti l’antico idioma a 4588 di cui 4268 grecofoni.

La popolazione scende vertiginosamente nel decennio successivo a Bova e si attesta a 2188 abitanti di cui solo 1557 si esprimono in greco e nel 1921 sono solo 976 i grecofoni su 2407 abitanti.

11D. RODA’, La lingua…, cit., p. 17

12F., C. COSTANTINO, G. CONDEMI, Gli ellenofoni…, cit, p.9.

13D. RODA’, La lingua…,cit, p. 20

14F., C. COSTANTINO, G. CONDEMI, Gli ellenofoni…, cit, p14.