La tradizione filologica che si basa soprattutto sulle lettere di Plinio il Giovane a Tacito, colloca l’eruzione del Vesuvio il 24 agosto del 79 d.C.

La “montagna” si era svegliata, nonostante varie avvisaglie non colte ne annunciassero da tempo una ripresa attività. Una pioggia di materiale piroclastico ricopre il cielo di Pompei e degli altri siti vesuviani, che di lì a poco subiranno la stessa tragica fine. Molti morirono già durante le prime fasi dell’eruzione. Pomici e lapilli in accumulo fecero crollare i tetti delle abitazioni, si svilupparono incendi e solo pochi riuscirono a fuggire, Quanti si erano attardati a prestare soccorso ad amici o parenti, o a raccogliere gli effetti personali, furono travolti da una nube tossica che li asfissiò in una crudele agonia causata dal micidiale mix di cenere vulcanica mista ai gas. Pochi giorni dopo il disastro, i sopravvissuti e forse molti sciacalli, cercarono di recuperare quanto possibile, ma il pericoli crolli spesso rivelò difficile l’impresa. Oggi a destare curiosità e frenesia è l’attendibilità della fonte Plinio, non pervenutaci in originale ma solo in tradizione medievale e quindi spesso “guasta”. Punto di dibattito è il mese che, nei codici medievali che riportano la lettera di Plinio il Giovane, slitta alle calende di novembre, facendo ipotizzare quindi ad un’eruzione autunnale. A districare l’arcano ci può venire in aiuto solo il dato archeologico. Un altro storico antico, Cassio Dione, parlando dell’eruzione dice che «In quel tempo accaddero delle cose orribili nella Campania, che sono veramente meravigliose. Infatti nell’autunno si accese repentinamente un grande incendio…» . Il ritrovamento di bacche di alloro, castagne, noci, fichi secchi e una grande quantità di melagrane farebbero propendere per un’eruzione autunnale, così come la vendemmia già ultimata in una villa rustica di Boscoreale. Nel cortile dell’edificio, i dolia per il mosto, erano già chiusi e sigillati, segno che la vendemmia era già avvenuta. C’è da dire però che funziona anche la tesi dell’eruzione estiva. I dolia interrati e le anfore chiuse e pronte al commercio avrebbero potuto contenere, invece del vino, altre sostanze, oppure vini non destinati alla tavola o vini a lungo invecchiamento. Così come la frutta secca potrebbe essere stata una giacenza dalla scorsa stagione; le noci potrebbero essere state raccolte verdi e consumate fresche e non secche, e le melagrane raccolte verdi in modo da rallentarne il processo di maturazione per poi usarle per preparati medici oltre che per consumo alimentare. Anche la botanica propenderebbe per una datazione estiva; come prova, sono state trovate oltre duecento specie erbacee, arbustive e arboree di cui si sarebbero conservati sia i pollini, sia parte di fusti e foglie. Descrivendo le attività dello zio il giorno dell’eruzione, Plinio ricorda tra l’altro che dopo pranzo aveva fatto un bagno di sole e poi d’acqua fredda, attività che, come riporta un’altra lettera (Epist., III 5, 10-11) sono tipiche della stagione estiva. Inoltre, il viaggio per mare di Plinio il Vecchio, compiuto con le navi partendo da Miseno nel pomeriggio e approdando a Stabiae verso il tramonto, dopo aver tentato di raggiungere Ercolano, ben si addice ad una tipica giornata estiva e non ad una corta di un mese autunnale.

In attesa di dati, chissà poi se scopriremo mai il mese dell’eruzione, questi bellissimi versi di Marziale ci riportano indietro nel tempo… quello che Pompei era, quello che Pompei è stata dopo la tragedia.

“Ecco il Vesuvio, che ieri ancora era verde delle ombre di pampini: qui celebre uva spremuta dal torchio aveva colmato i tini.
Questa giogaia Bacco amò più dei colli di Nisa: su questo monte ieri ancora i Satiri eseguirono il girotondo.
Qui c’era la città di Venere, a lei più gradita di Sparta;
qui c’era la città che ripeteva nel nome la gloria di Ercole.
Tutto giace sommerso dalle fiamme e dall’oscura cenere:
gli dei avrebbero voluto che un tale scempio non fosse stato loro permesso”
Marziale Ep. IV, 44

Testo e foto: Alessandra Randazzo