Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu

L'acqua presso gli ahu e i moai dell'Isola di Pasqua

L'Isola di Pasqua è celebre per i moai, gigantesche statue in pietra che erano supportate dalle piattaforme note come ahu. Suscitano la nostra curiosità, anche perché ci lasciano nel dubbio sulle motivazioni dietro la loro costruzione. Al fine di poter dipanare questi dubbi, tuttavia, potrebbe essere fondamentale rispondere a un'altra domanda: perché ahu e moai venivano costruiti proprio in quei luoghi e non altrove?

Un nuovo studio - pubblicato su PLOS One - ha indagato proprio questo aspetto, spiegando come gli antichi abitanti polinesiani dell'isola, i Rapa Nui, costruissero gli ahu e i moai in prossimità delle fonti d'acqua costiere.

Uno dei temi più indagati nell'archeologia antropologica contemporanea è quello dello spiegare i processi sottostanti l'emergere delle costruzioni monumentali, e recenti studi hanno anche cercato di spiegarne i pattern impiegando quello che è definito come spatially-explicit modeling. Lo studio in questione ha utilizzato proprio queste tecniche per mettere in relazione ahu e moai con tre risorse fondamentali dell'Isola di Pasqua: gli spazi agricoli relativi ai giardini nei quali si praticava la pacciamatura con rocce, le risorse marine e le fonti di acqua dolce. Attraverso queste analisi si è così sottolineata la centralità di queste ultime per le popolazioni che vissero qui prima dell'arrivo degli Europei, suggerendo che la costruzione degli ahu si spieghi più semplicemente attraverso le stesse.

Nel passato altri ricercatori avevano percorso questa via, ma fino ad oggi queste ipotesi non erano state verificate statisticamente. Come spiega l'archeologo Carl Lipo, dell'Università di Binghamton: "mentre cominciavamo a guardare nelle aree attorno agli ahu, scoprivamo che questi luoghi erano precisamente legati ai punti dove emerge l'acqua sorgiva [...]. Più cercavamo e più osservavamo questo pattern in modo coerente. Luoghi senza ahu/moai mostravano l'assenza di acqua dolce. Il pattern era impressionante e sorprendente nel suo essere coerente. Persino quando ritrovavamo ahu/moai nell'interno dell'isola, ritrovavamo vicine fonti di acqua potabile. Questo studio riflette il nostro lavoro nel dimostrare come questo pattern sia statisticamente fondato e non solo una nostra percezione."

Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu
(In alto a sinistra) Rapa Nui in Polinesia, (in alto a destra) luoghi dove sono gli ahu a Rapa Nui, e (in basso) Ahu Tongariki coi moai (Foto R.J. DiNapoli), © 2019 DiNapoli et al., CC-BY 4.0

Lo studio ci dice anche molto dell'antica società dei Rapa Nui, e come spiega Terry Hunt, dell'Università dell'Arizona, "i monumenti e le statue degli antenati divinizzati degli isolani riflettono generazioni di condivisione, forse persino su base giornaliera - incentrati sull'acqua, ma pure sul cibo, sulla famiglia e sui legami sociali, così come una tradizione culturale che rinforzava la conoscenza della precaria sostenibilità dell'isola." E - sempre per Hunt - proprio la condivisione spiegherebbe il paradosso dell'Isola di Pasqua, in grado di durare per oltre 500 anni prima del contatto con gli Europei, e quindi con le malattie, col commercio di schiavi e con altre disgrazie legate agli interessi coloniali.

Gli autori dello studio insomma prendono anche posizione su quello che è uno dei grandi temi che ruotano intorno ai Rapa Nui, quello del loro collasso demografico. In generale, questo viene spiegato con un eccessivo sfruttamento delle risorse dell'isola, o al contrario si ritengono responsabili gli Europei, arrivati qui nel 1722.

 

Carl Lipo Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu
L'archeologo Carl Lipo, dell'Università di Binghamton, tra gli autori dello studio in questione. Credits: Binghamton University, State University of New York

Lo studio Rapa Nui (Easter Island) monument (ahu) locations explained by freshwater sources, opera di Robert J. DiNapoli, Carl P. Lipo, Tanya Brosnan, Terry L. Hunt, Sean Hixon, Alex E. Morrison, Matthew Becker, è stato pubblicato su PLOS One (10 gennaio 2019).


L’Arte di donare. Nuove acquisizioni del Museo Archeologico di Firenze

L’esposizione presenta una raccolta di opere di arte e artigianato antico acquisite in anni recenti dal Museo Archeologico nazionale di Firenze grazie a donazioni, cessioni, prelazioni e all’attività dei Nuclei di Firenze e di Roma del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale.

Testa-ritratto maschile, marmo bianco, fine II secolo d.C

Un consistente insieme di ben 126 tra amuleti, mummie, statuette e ushabti egizi (le piccole figurine “che rispondono” al posto del defunto, chiamato ai lavori agricoli nell’Aldilà), pregevoli sculture romane in marmo, bellissimi vasi figurati di produzione greca, magnogreca, etrusca e italica, lucerne siro-palestinesi, capitelli tardomedievali, reperti in oro, bronzo, legno, faïence, vetro e piombo, oggetti di uso quotidiano, religioso e funerario, nonché un gruppo di volumi antichi, cui si aggiungono due ricostruzioni moderne di manufatti greci.

Ushabti egizio in terracotta dipinta

Tutte opere che arricchiscono ulteriormente le collezioni d’arte che fanno del Museo Archeologico Nazionale di Firenze il più grande e più importante museo archeologico d’Italia a nord di Roma.

Una parte notevole delle opere esposte è rappresentata dalle due donazioni di Giuseppe Colombo (2016 e 2017), che si aggiungono al primo lotto già acquistato dal Museo fiorentino nel 2012, riunificando la sua collezione di arte magnogreca in un’unica sede museale.

Nestoris lucana del Pittore di Roccanova - 360-340 a.C.

Fondamentale l’apporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, che con ammirevole senso civico segnalò, anni fa, all’allora Soprintendenza Archeologia, l’esistenza, nella sua pregevole collezione d’arte, di alcune sculture antiche, prontamente cedute al Museo grazie all’intervento del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale – Nucleo di Firenze: un bellissimo busto romano, copia del Satiro in Riposo di Prassitele, un raro e peculiare sarcofago la cui forma speciale e i cui motivi decorativi (leogrifi e candelabri) rivelano l’appartenenza a un adepto della religione orfico-pitagorica, e due capitelli corinzi tardomedievali di ambito senese.

A donazioni private e all’attività del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale – Nucleo di Roma si deve l’acquisizione dei reperti egizi, dei volumi antichi e del cratere etrusco a figure rosse, dono di Richard C. Bronson, studente americano che negli anni immediatamente precedenti l’alluvione studiava Etruscologia a Firenze. Da uno scambio, particolarmente vantaggioso per il Museo Archeologico, con l’Akademisches Kunstmuseum, il Museo d’arte dell’Università di Bonn, è giunta la parte mancante di una rara coppa figurata, che ha permesso di integrare il vaso e la scena su di esso dipinta.

Kelebe etrusca prod. Volterra, Pittore di Hesione attr. - fine del IV

Tramite acquisto per diritto di prelazione esercitato dallo Stato italiano è invece entrato nelle collezioni museali il bel ritratto romano in marmo, di un personaggio di rango del II sec. d.C.

Completano la serie due doni speciali che sorprenderanno anche i giovani nel corso delle consuete attività didattiche del museo: un perfetto modellino di una nave pentekonteros (con 50 rematori, come quella di Teseo raffigurata sul celebre Vaso François), realizzato da Giancarlo Tanzilli, esperto modellista e studioso di marineria antica, e la ricostruzione di un aulos, il celebre strumento musicale a due canne, copia di un esemplare di età ellenistica oggi al Museo del Louvre, realizzato da Francesco Landucci, esperto nella ricostruzione di strumenti antichi e nel recupero di sonorità perdute.

Kylix prod. apula, Pittore di Ganimede attr. 330-320 a.C.

La mostra, illustrata da pannelli e didascalie in italiano e inglese, è stata realizzata con fondi ministeriali e con il prezioso contributo di un donatore privato Olismera/Egolio, l’azienda italiana dei fratelli Giuseppe e Guido Teti, specializzata nella ricerca e nella creazione di nutraceutici, cioè alimenti funzionali e cosmetici basati su estratti di piante e frutti autoctoni dell’area mediterranea della Magna Grecia. Sostegno economico quanto mai appropriato, visto il tema prevalente della mostra, che ancora una volta sottolinea la fondamentale importanza, oggi, della sinergia tra soggetti pubblici e privati, che integrano i loro sforzi e il loro impegno per la migliore riuscita delle iniziative culturali.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo scientifico interamente a colori, edito dai curatori della mostra e pubblicato da Polistampa (Firenze), che illustra ciascuna opera con schede redatte da ventuno studiosi ed esperti.

Museo Archeologico nazionale di Firenze fino al 10 marzo 2019


Tenea Peloponneso

Tenea: ritrovata l'antica città di prigionieri sopravvissuti a Troia?

Si sarebbe ritrovata la città di Tenea, città greca della quale ci parlano Strabone (Geografia 8.6.22) e Pausania (Descrizione della Grecia 2.5.4). Questo secondo il Ministero della Cultura e dello Sport della Grecia, che ha comunicato l’opinione degli archeologi, convinti di aver individuato i primi resti tangibili dell’insediamento fondato dai prigionieri sopravvissuti al sacco di Troia.

Tra i ritrovamenti, muri e pavimenti di edifici in argilla e marmo, oltre a ceramiche domestiche. Sette sepolture hanno permesso la scoperta di gioielli in osso, rame e oro, di un dado da gioco in osso e di oltre duecento monete databili a partire dal IV secolo a. C. e fino a tarda epoca romana. Una delle tombe ospitava una donna con bambino.

Tenea PeloponnesoLa città, sulla strada tra Argo e Corinto, sarebbe fiorita grazie ai commerci; il sito sarebbe stato individuato nei pressi del villaggio di Chiliomodi, nel Peloponneso. Fino all’ultima riforma del governo locale in Grecia, la municipalità di Chiliomodi prendeva il suo nome proprio dall’antica città di Tenea, ma è ora accorpata a quella di Corinto.

A lungo gli archeologi hanno sospettato l'esistenza dell'insediamento. Gli scavi nel sito cominciarono nel 2013, ma le prove sarebbero emerse solo a settembre e ottobre di quest'anno. L'archeologa Eleonora Korka, a capo degli scavi, ha sottolineato come la città sarebbe stata prospera.

Foto dal Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica.

Link: BBCDaily Mail; Washington Post; Associated PressReuters.


Atalanti kouros kouroi archeologia

Quattro statue di kouroi ritrovate ad Atalanti in Grecia

Quattro statue di kouroi sono state ritrovate presso la città greca di Atalanti. Atalanti è la seconda città della Ftiotide, nella Grecia Centrale.

Gli scavi sono cominciati il mese scorso, dopo il ritrovamento - effettuato da un contadino in un campo - del torso di una delle suddette statue. A condurli è l'Eforato per le Antichità della Ftiotide e dell'Euritania.

Gli scavi hanno riguardato solo una sezione del campo, ma gli archeologi hanno avanzato anche l'ipotesi che una necropoli possa trovarsi nell'area, forse relativa all'antica città di Opus. Dagli scavi sono finora emerse le statue di questi giovani maschi nudi a grandezza naturale, una sezione di una base di una statua e sette tombe, datate dal quinto al secondo secolo a. C. Le statue dei kouroi sono in buone condizioni, la più grande misura 1,22 metri in altezza ed è conservata dalla testa fino alle cosce, con la tipica gamba sinistra in avanti.

Le figure dei kouroi appaiono nella Grecia arcaica, stimolate anche dall'influenza egiziana; molte di queste figure di giovani maschi sono state ritrovate presso le tombe dove servivano a commemorare il defunto.

Atalanti kouros kouroi archeologia

Fonte: Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Greca. Foto dell'Eforato per le Antichità della Ftiotide e dell'Euritania. Link: GTP, Archaeology wiki, Greek Reporter.


Vita e morte nella Regio V di Pompei. Individuati sei scheletri nella "Casa del Giardino"

Vita e morte nella Regio V di Pompei. Tasselli di storia che come un puzzle ci danno una visione sempre più ampia di un lato della città ancora inedita ma che man mano ci svelano ulteriori particolari tragici degli ultimi istanti di vita degli abitanti. In una stanza, la più remota della "Casa del Giardino", gli archeologi hanno ritrovato i resti sconnessi di almeno sei individui, rifugiatisi nel posto più sicuro, dalla furia del Vesuvio.

Una morte orrenda, che non ha risparmiato nessuno, colpiti dal flusso piroclastico della seconda fase dell’eruzione e saccheggiati post 79 d.C. da tombaroli che già in epoca moderna e prima degli scavi borbonici del 1748 si erano addentrati tramite cunicoli scavati appositamente alla ricerca di oggetti di valore.

Ritrovamenti sconnessi e scheletri ritrovati in più punti dell’ambiente; un cranio di un individuo schiacciato dalle tegole del tetto e accanto arti superiori e inferiori di un altro individuo con ancora addosso oggetti sfuggiti al saccheggio, tra cui un anello ancora alle dita. Questi pompeiani, forse gli abitanti della domus, avevano cercato rifugio, ma da lì non sono più usciti, investiti dal flusso piroclastico che travolse gli ambienti della casa e fece crollare il tetto e la parte superiore del muro dell’ambiente.

La presenza di più cunicoli precedenti il 1748 ha comunque permesso agli archeologi che stanno lavorando alla Regio V di documentare con grande dettaglio la storia di un’epoca di scavo completamente differente dal metodo stratigrafico moderno, nell’approccio e soprattutto nelle finalità.


Domenica 21 ottobre si è conclusa la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica 2018

Assegnati i premi del Festival documentaristico di Licodia Eubea, “SHEPHERDS IN THE CAVE” DI ANTHONY GRIECO VINCE IL PREMIO PER IL MIGLIOR FILM

Domenica 21 ottobre si è conclusa la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica 2018

Giornata finale per l’VIII Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, aperta con le visite guidate all’interno del territorio di Licodia Eubea, tra il Castello Santapau, il museo etnoantropologico, il museo archeologico e le chiese della città.

Nel pomeriggio, l’ultima sessione di proiezioni è iniziata con “Il viaggiatore del Nord” di Alessandro Stevanon, dedicato all’importante scoperta archeologica avvenuta durante i lavori di ampliamento dell’ospedale di Aosta, e con “Incontriamo Peter” che la regista Gemma Duncan ha dedicato all’archeologo Peter Crossley, riscopritore di luoghi perduti, come le grotte di scorrimento sotto la più grande città della Nuova Zelanda. L’ultimo film in concorso è stato quello di Rui Pedro Lamy, dal titolo “Bobadela Romana. Splendidissima Civitas” che racconta della bellissima città fondata dai Romani, che la definirono “splendidissima civitas”.

Prima della premiazione, spazio alla proiezione di due documentari fuori concorso. “Babinga, piccoli uomini della foresta”, diretto nel 1987 da Lucio Rosa, ospite della manifestazione, è un reportage su questa comunità di pigmei che popola la foresta equatoriale africana, la cui impraticabilità ha contribuito a proteggere la loro esistenza; “La voce del corpo” di Luca Vullo, è una docu-fiction del 2012 ispirata ad un racconto di Giuseppe Pitrè sulla capacità dei Siciliani di esprimersi in lunghi discorsi adoperando solo la gestualità fisica. Tra le due rappresentazioni spazio anche alla consueta “Finestra sul Documentario Siciliano”, con il critico Renato Scatà.

Nella serata, l’assegnazione dei premi in concorso. Il premio “Archeovisiva” per il miglior film, novità dell’edizione 2018, selezionato dalla giuria internazionale di qualità ed assegnato dal documentarista e fotografo Jay Cavallaro, è stato assegnato a “Pastori nella grotta (Sheperds in the cave)” di Anthony Grieco. A ritirare il premio, Donato Laborante, poeta-cantastorie, testimonial del film. “In questo film”, si legge nella motivazione della giuria internazionale, “i protagonisti sono loro, gli abitanti nuovi e vecchi di questo territorio. Pastori, allevatori, migranti giunti da lontano; ma anche restauratori, archeologi e antropologi, intenzionati a recuperare e valorizzare i segni tangibili di questa memoria, dando vita ad una collaborazione sinergica che non ha confini di luogo, né di ruolo. Nel raccontare il progetto portato avanti con passione da Tonio Creanza, Anthony Grieco, regista canadese dalle origini italiane, si rivela un raffinato direttore d’orchestra, in grado di calibrare con efficacia e sensibilità le tante diverse voci che animano la sua opera”.

Il premio “Antonino Di Vita è stato conferito al giornalista e scrittore Fabio Isman, per il suo impegno professionale nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico, da Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e Antichità Italiche presso l’Università di Macerata. “Impegnato da oltre trent’anni come giornalista d’inchiesta, prima in ambito politico, con importanti lavori sulle figure del terrorismo”, ha spiegato Maria Antonietta Rizzo Di Vita, “Fabio Isman a partire dagli anni Novanta si dedica attivamente alle tematiche relative al patrimonio culturale, ed in particolare alle inchieste sul trafugamento, smembramento e dispersione nel mondo delle opere storico-artistiche e archeologiche italiane. L’accuratezza del suo metodo di ricerca ha dato vita a numerose pubblicazioni di importanza fondamentale per la lotta alle archeomafie e ai fenomeni di commercio illegale di opere d’arte nel mondo. La sua opera punta a informare e sensibilizzare le più diverse tipologie di pubblico. Di più, forse: a scuoterne le coscienze. Lo fa con acume e precisione, nonché con un’ironia sferzante che trasforma le sue inchieste in racconti di immediata efficacia”. Il premio Archeoclub d’Italia, consegnato da Concetta Caruso, presidente dell’Archeoclub d’Italia di Palazzolo Acreide, al film più votato dal pubblico, è stato, invece, assegnato al documentario francese “Le mythe du Labyrinth” (Il mito del Labirinto) di Mikael Lefrançois e Agnès Molia.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea


Continua la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, ieri terza giornata a Licodia Eubea

Continua la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, ieri terza giornata del Festival di Licodia Eubea

Un partecipatissimo seminario e ospiti di rilievo per discutere di comunicazione archeologica, arte e archeomafie

 

Si è conclusa ieri sera, 20 ottobre, la terza giornata della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea. La sessione mattutina e parte di quella pomeridiana sono state dedicate a un seminario e a un workshop dal titolo “Scava, scarriola, comunica! Quando l’archeologia (si) racconta”, dedicati al tema della comunicazione archeologica, con la partecipazione dell’archeologa e blogger Antonia Falcone e del blogger e giornalista Graziano Tavan che hanno discusso sulle forme di comunicazione dell’Antico attraverso i media tradizionali e quelli di ultima generazione.
Concluso il workshop, sono stati mostrati i primi due documentari. Alla proiezione di “Alla ricerca dei secoli bui”, di Jakob Stępnik, breve racconto incentrato sull’atmosfera percepita durante la seconda stagione di scavi condotti presso la cittadella medievale di Kodnica, in Polonia, è seguita la presentazione di “Pastori nella grotta” di Antony Grieco, docufilm con protagonista un gruppo internazionale di ricercatori, incaricati del restauro degli affreschi medievali presenti in un sistema di antiche grotte, che si sono trovati a contatto con una comunità di pastori e migranti che hanno usato quelle grotte per secoli, che hanno mostrato loro l’esistenza di una cultura ancora in vita che va protetta.

A seguire, l’incontro con il giornalista e scrittore Fabio Isman che ha presentato il suo libro “L’Italia dell’Arte venduta”. Di conservazione del patrimonio storico e artistico parla anche il documentario “Artquake” di Andrea Calderone, presentato successivamente e incentrato sul rapporto tra comunità umane, fenomeni naturali e creazione artistica, messo sempre a dura prova dopo ogni evento sismico o calamità naturale.

Dopo l’aperitivo con visita guidata al Museo Civico “Antonio Di Vita”, le ultime due proiezioni sono state quelle del film turco “Vivere tra le rovine” di Işilay Gürsu, dedicato alla complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, sul modo in cui le comunità che vivono nei pressi dei siti archeologici sono state influenzate dall’ambiente circostante, e “Pelle d’anima” di Pierre-Oscar Lévy che racconta della riscoperta del set cinematografico del film “Peau d’Ane” di Jacques Demy, attraverso lo scavo effettuato da una squadra di archeologi che si trovano di fronte a scoperte ben al di là delle loro aspettative iniziali.

L’VIII edizione della manifestazione si concluderà oggi domenica 21 ottobre, con la proiezione degli ultimi film in concorso, la partecipazione di nuovi ospiti e l’assegnazione dei tre premi della Rassegna, il premio del pubblico “Archeoclub d’Italia, ilpremio “ArcheoVisiva per il miglior film e il premio “Antonio Di Vita”, assegnato a chi ha speso la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico.

Donato Laborante

 

Testo e immagini di Fabio Isman e Donato Laborante dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea


Stintino: ritrovato carico di marmi di età romana

A diciotto metri di profondità, in località “Punta del Francese”, al largo delle coste di Stintino, è stato ritrovato un carico di marmi antichi risalenti all’epoca romana. La campagna di rilievi e campionatura è stata condotta dal professor Carlo Beltrame dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia e dalla sua equipe, che si è occupata di rielaborare i dati acquisiti con l’aiuto di tecnologie avanzate per la realizzazione grafica in 3D. Studenti e ricercatori sono stati affiancati da Giovanni Antonio Chessa del servizio per l’archeologia subacquea della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Sassari e Nuoro.

È stata inoltre fondamentale la collaborazione tecnico-logistica con il “Rocca Ruja Diving Center” che ha fornito tutto il necessario per le immersioni, senza le quali sarebbe stato impossibile raccogliere campioni di materiale utile. Si auspica che l’analisi specifica dei campioni possa permettere di datare i reperti alla prima età imperiale e di poter definire con certezza la loro provenienza, per il momento ipotizzata essere dalle cave di marmo di Luni. Carlo Beltrame, docente di archeologia marittima presso la facoltà veneziana dal 2001, da diversi anni dirige gli studi riguardanti i relitti con carichi di marmo di età romana nel sud Italia.

Foto Segretariato regionale del Ministero per i beni e le attività culturali per la Sardegna


Continuano le proiezioni dei film in concorso, seconda giornata della Rassegna di Licodia Eubea

Continuano le proiezioni dei film in concorso al festival, venerdì 19 ottobre seconda giornata della Rassegna di Licodia Eubea

Proiettati i primi corti di animazione e realizzato anche il primo laboratorio per bambini

Prosegue l’VIII Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, con la seconda giornata, aperta in mattinata dalla proiezione del trailer di “Mi Rasna. Io sono Etrusco”, a presentazione dell’omonimo videogioco, prodotto dalla Entertainment Game Apps Ltd e ispirato alle scene di vita quotidiana del periodo etrusco.

Ad assistere un folto numero di giovani spettatori di scuole elementari e medie che ha potuto assistere anche alla proiezione del docufilm “Una storia di 29000 anni fa. La ricostruzione ideale della sepoltura del Bambino di Lapedo”, realizzato da Diogo Vilhena.

A conclusione della sessione mattutina, i ragazzi sono stati coinvolti in un laboratorio curato dall’archeologa Elena Piccolo, sulla bellezza nell’antichità.

Nel pomeriggio, alla riapertura della sezione “Cinema e Archeologia”, gli spettatori hanno potuto assistere alla proiezione del documentario “Fortificazioni, palizzate e ardesia. La Raya all’inizio del Medioevo” di Pablo Morano Herndández, che ricostruisce la condizione della regione della Raya ai tempi dell’occupazione imperiale romana, e del docufilm “Sotto la sabbia” di Domingo Mancheño Sagrario, che racconta del ritrovamento degli antichi sarcofagi fenici di Sidone, nei pressi dell’antica città di Gadir.

 

Le proiezioni sono state intervallate da un incontro dal tema “Heritage: Patrimonio è Eredità. Tutelare il patrimonio culturale per salvaguardare un’identità” con la partecipazione dell’archeologa Serena Raffiotta.

A conclusione dell’incontro, è stato proiettato il documentario “Pia Laviosa Zambotti. Storia di un’archeologa ritrovata” di Elena Negriolli, ispirato alla figura dell’archeologa e studiosa che, tra luci ed ombre, ha lasciato una traccia indelebile nella storia culturale europea.

Nella fascia serale, dopo il consueto “Aperitivo al Museo”, spazio al documentario etnoantropologico, con le proiezioni di “Di cu semu. Reportage su rituali e sopravvivenze popolari”, realizzato da Giuppy Uccello e Salvo Russo, quest’ultimo presente in sala assieme a Cetty Bruno, direttrice del Museo Etnografico “N. Bruno”, e di “Maria vola via” di Michele Sammarco, ispirato alla ritualità religiosa popolare a protezione contro le calamità naturali.

Ampia la partecipazione del pubblico anche nella fascia conclusiva, con la possibilità di votazione popolare sui film in concorso.

Grande l’attesa per la giornata di sabato che vedrà, tra gli ospiti, la presenza di Fabio Isman, giornalista da anni impegnato nella denuncia del traffico illecito di beni archeologici e opere storico-artistiche in Italia e all’estero. Il giornalista sarà a Licodia Eubea per presentare il suo ultimo volume: “L’Italia dell’arte venduta.”

Testo e foto da Ufficio Stampa Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea


Ieri al via il Festival del documentario archeologico di Licodia Eubea

Ieri al via il Festival del documentario archeologico di Licodia Eubea

Si apre l’ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica. Presentati i primi film in concorso e inaugurata la mostra fotografica di Lucio Rosa

Da sinistra, Alessandra Cilio, Giacomo Caruso, Lorenzo Daniele e Rosalba Panvini

Si è avviata nel pomeriggio di giovedì 18 ottobre l’VIII Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica che si tiene ogni anno presso l’antica chiesa di San Benedetto e Santa Chiara di Licodia Eubea. Subito dopo i saluti istituzionali, da parte del Presidente della locale sede Archeoclub Giacomo Caruso, dei direttori artistici del Festival Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, del sindaco Giovanni Verga, della soprintendente ai BB. CC. AA. di Catania Rosalba Panvini e della dirigente della sezione archeologica della Soprintendenza di Catania Laura Maniscalco, è stata inaugurata con le prime proiezioni.

Ad aprire l’evento, il film di Bernardin Modrić, “Nome Branko, cognome Fučić”, storia poetica e contemplativa di uno dei maggiori ricercatori croati di iscrizioni e affreschi glagolitici, che ha segnato la storia dell’arte dell’Europa sud-orientale.

A seguire è stata proiettata l’opera di Raffaele Gentiluomo, dal titolo “L’antico teatro di Herculaneum”. Il monumento, costruito in età augustea, rappresenta una delle testimonianze dell’antica Ercolano, prima della tremenda eruzione del Vesuvio che la distrusse nel 79 d. C. A rappresentare il film in sala Ciro Cacciola, direttore della Fondazione Cives che ha prodotto il film in collaborazione con il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano.

Terzo film in programma, “Mesopotamia. Una civiltà dimenticata”, di Yann Coquart e Luis Miranda, che racconta della Mesopotamia settentrionale, oggi Kurdistan iracheno, terra difficile ma ricca di numerose e importanti testimonianze archeologiche.

Ultimo film presentato per la sezione “Cinema e Archeologia” è stato “Il mito del labirinto”, firmato da Mikael Lefrançois e Agnès Molia: racconta della civiltà minoica che, tra il 1400 e il 1300 a. C., è stata capace di mostrare una complessa capacità artistica ed architettonica, da sempre fonte di fascino per archeologi e non solo.

A seguito dell’inaugurazione della mostra fotografica “Libia. Antiche Architetture Berbere”, realizzata dal regista e fotografo Lucio Rosa, per la sezione “Cinema ed Etnoantropologia”, è stato proiettato il docufilm di Ilaria Jovine e Roberto Mariotti, “C’era una volta la terra”.

L’opera, ispirata dagli articoli del giornalista e saggista Francesco Jovine, rappresenta un’indagine nella realtà contemporanea e sul legame che lega, ancora oggi, l’uomo alla terra; una favola sospesa tra presente e passato, con protagonisti molto differenti tra loro.

Folto il pubblico confluito all’apertura della manifestazione, a conferma del fatto che la comunicazione del patrimonio culturale trasmessa attraverso il mezzo cinematografico costituisce oggi una strategia vincente. L’evento proseguirà nelle giornate del 19, 20 e 21 ottobre, offrendo ai partecipanti un ricco palinsesto di film, conversazioni ed attività collaterali.

La sala prima dell'inizio della manifestazione

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea