metro Open House Napoli

Un giro in metro con Open House Napoli

Un giro in metro con Open House Napoli: alla scoperta delle periferie

Se vogliamo paragonare la vita a qualcosa, dobbiamo paragonarla a un volo attraverso la metropolitana lanciata a ottanta chilometri all’ora… per approdare all’altra estremità senza più una sola forcina nei capelli! Sparati ai piedi di Dio completamente nudi! Capitombolati a testa in giù sui prati di asfodeli come pacchetti avvolti in carta marrone, incanalati lungo lo scivolo di un ufficio postale! Con i capelli che volano indietro come la coda di un cavallo da corsa. 

(Virginia Woolf, Il segno sul muro, 1917)

In una città proteiforme e unica come Napoli la vita scorre veloce tra i sedimenti della sua storia millenaria; spesso scorre velocissima come una sorgente e poi, d’improvviso, si cheta, e come l’acqua del temporale te ‘nfonne e va.

Ll’acqua fragne ‘nterr’â rena/saglie, sciùlia e se ne va…, recita la Campagnata Napulitana di Ernesto Murolo ma nel 1919, quando la scrisse, non c’era ancora la metropolitana a Napoli a toglierci le forcine dai capelli, come dice la Woolf, e a spararci da un capo all’altro della città alla ricerca di una Nénna, né’.

A Napoli devono aver pensato, allora, che sottrarre la vista e il profumo del mare agli sventurati passeggeri della metro sotterranea dovesse essere in qualche modo compensato e così hanno chiamato gli artisti più creativi dell’arte contemporanea a trasformare le stazioni in scatole di emozioni, luoghi della follia di Muse. Tutti noi conosciamo quelle più celebri e riuscite come Museo, Toledo, Garibaldi, ma, se proseguiamo per i moderni cunicoli borbonici, anziché trovarci tra le domus di Pompei ed Ercolano usciamo a riveder le stelle a Piscinola, Miano o Scampia.

Proprio nelle periferie sono riposte le energie più vitali della Napoli di oggi - come peraltro avviene anche in molte altre città - e qui le azioni della rigenerazione urbana sono più forti perché più convinte e sentite dagli abitanti. Qui, Open House Napoli ci offre l’occasione, il 26 e 27 ottobre, di scoprire luoghi inediti e ricchissimi di un’energia inedita e, finalmente, emersa alla luce del sole.

metro Open House NapoliSul sito di Open House Napoli www.openhousenapoli.org sono indicati gli orari, l’accessibilità, la possibilità di portare gli amici animali, l’eventuale necessità di prenotazione, di 100 luoghi unici dove troverete oltre 400 volontari a guidarvi alla loro scoperta. Ma adesso, siamo al termine della linea 1 della metro e siamo pronti per scoprire come la rigenerazione urbana veda l’arte e l’architettura tra i protagonisti di una società che si rinnova e che, anziché degrado, produce qualità urbana; proprio come quella che scoprirete alla Stazione Metro ANM Piscinola.

Dal 2013 la stazione Piscinola della Metropolitana Linea 1 di ANM - Azienda Napoletana Mobilità è dedicata a Felice Pignataro, maestro muralista e fondatore del GRIDAS di Scampìa. FELImetrò è infatti il nome dell’intervento artistico diffuso negli spazi della stazione ed è composto da dodici grandi pannelli fotografici, dall’atrio della stazione ai corridoi, fino alle scale mobili che conducono in banchina.


A raccontare il progetto artistico e la sua fusione con l’infrastruttura e il territorio sarà presente una guida d’eccezione: la moglie di Felice, Mirella La Magna Pignataro, che racconterà dell’impegno civile e culturale dell’artista scomparso e mai dimenticato, attraverso i suoi murales e le fotografie dei momenti del carnevale del GRIDAS di Scampia riprodotti nelle gigantografie che compongono la grande installazione FELImetrò.

Qui, allora, capiamo come l’architettura della stazione sia fatta, è vero, di matericità, ma anche dell’arte di un grande maestro contemporaneo nonché dalle idee, dalle istanze civili, dalla voglia di riscatto e rinascita portata avanti dal GRIDAS e dagli abitanti del quartiere.

Il GRIDAS, gruppo risveglio dal sonno (qui il riferimento è alla frase di una delle incisioni della "Quinta del sordo" di Francisco Goya: "el sueño de la razon produce monstros"), è un’associazione culturale senza scopi di lucro fondata nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e altre persone riunite dall’intento comune di mettere le proprie capacità artistiche e culturali al servizio del prossimo per un risveglio delle coscienze assopite e per stimolare una partecipazione attiva alla società.

L'opera del GRIDAS si è caratterizzata, in oltre 30 anni, soprattutto con i murales realizzati da Felice Pignataro con gli altri membri del gruppo e con le scuole o i soggetti attivi che si sono rivolti all'associazione per avere un supporto "visibile" alle proprie battaglie sul territorio del napoletano e non solo. Dal 1983 organizza il Carnevale di quartiere a Scampìa con la finalità di dare un supporto creativo e culturale a tutte le realtà in lotta per il rispetto dei diritti dei più deboli (http://www.felicepignataro.org/home.php?mod=gridas).

Info visita:

Via Miano a Piscinola, 8, 80145 Napoli NA

Sabato 10:00 > 11:00

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 30
Accessibilità disabili: parziale
Bambini: si
Animali: si
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=54

metro Open House NapoliDa Piscinola a Scampia sono pochi passi e qui Open House Napoli ha organizzato un’altra visita che, gratuitamente, permette di scoprire realtà che anni addietro spaventavano e che oggi, grazie alla riqualificazione urbana in corso e grazie anche ad opere strategiche come le stazioni della metropolitana, generano la vita di Napoli, dei suoi centri e delle sue periferie. Raggiungiamo, allora, la Stazione Metro Scampìa.

Il nodo trasportistico Piscinola-Scampia è, infatti, la rappresentazione materiale del progetto di riqualificazione attivato dalla Regione Campania attraverso l’EAV - Ente Autonomo Volturno. È un modello di sviluppo territoriale delle periferie che, attraverso arte, luci, colori ed ecologia contribuisce ad attivare processi di inclusione sociale, rigenerazione urbana, innovazione culturale.


L’opera che visitiamo si compone di un nuovo edificio di collegamento tra il quartiere di Scampìa e le stazioni EAV e ANM - Azienda Napoletana Mobilità che, posto ad una quota superiore nel quartiere di Piscinola, realizza l’integrazione tra la linea su ferro e quella su gomma. Ad accompagnare i visitatori, insieme ai volontari di Open House Napoli, saranno anche i cittadini del quartiere e le associazioni del territorio, insieme ai progettisti e ai curatori artistici della stazione per una visita davvero unica.

All’esterno della stazione, all’imbocco di via Piero Gobetti sono i due straordinari murales dedicati a Pierpaolo Pasolini e Angela Davis realizzati dallo street-artist partenopeo Jorit (Jorit Agoch).

Come tutti i ritratti prodotti da Jorit, anche Pasolini e la Davis sono marchiati con strisce rosse sulle guance che, come dice lui stesso: “richiamano i rituali africani, in particolare la procedura della scarnificazione, cerimonia che segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta ed è legata al momento simbolico dell’entrata dell’individuo nella tribù”. Il volto, allora, diventa uno strumento per narrare la storia dell’umanità intera, l’espressione della nobiltà d’animo che sconfigge i soprusi della vita: “Non possiamo illuderci che l’arte cambi il mondo, che sia la soluzione ai problemi. Ma la street art è un mezzo per migliorare l’aspetto delle periferie. E per sostenerne il recupero sociale”. Osservate bene i ritratti perché, molto da vicino, potrete scorgere le cripto-scritte che l’artista ha nascosto tra i colpi di bomboletta carpendole dalle voci delle persone che passavano di lì mentre realizzava i murales…

Info visita:

Via Oliviero Zuccarini, 125, 80145 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30 | 15:30 > 16:30 | 16:30 > 17:30 |

Domenica 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30 | 15:30 > 16:30 | 16:30 > 17:30

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 20
Accessibilità disabili: si
Bambini: a partire dai 6 anni
Animali: si
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=55

metro Open House NapoliDalla stazione di Scampìa, attratti dai murales di Jorit, potremmo proseguire su via Gobetti e andare alla nuova Facoltà di Infermieristica disegnata da Vittorio Gregotti, altro pezzo forte delle scoperte di Open House Napoli, ma, visto che seguiamo il fiume carsico delle metropolitane, preferirei fare un salto al cantiere della Stazione Miano, non molto distante.

Quello della stazione di Miano è uno dei cantieri in avanzato stato realizzativo, inserito nell’ambito dei lavori per il completamento della chiusura dell’anello della linea 1 della Metropolitana di Napoli, che prevede altre tre stazioni: Secondigliano, Di Vittorio e Regina Margherita. Il completamento del progetto realizzerà un’unica linea circolare senza soluzione di continuità Piscinola-Dante-Capodichino-Piscinola, inserendo l’aeroporto nel sistema di linee urbane ed extraurbane su ferro, ed eliminando la “rottura di carico” a Piscinola tra il sistema extraurbano (Aversa-Piscinola) e il sistema urbano (linea 1 della Metropolitana di Napoli). Questo è uno dei due cantieri aperti da EAV - Ente Autonomo Volturno per Open House Napoli (l’altro è Monte Sant’Angelo), per far conoscere e toccare con mano la città in divenire.

Dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo, ma tra poco, da Miano potremo tornare alla nostra base con la metro, rivedere il mare e… ritrovare la nostra Nénna, né’.

Info visita:

Via Miano, 212, 80145 Napoli NA
Sabato 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 10
Accessibilità disabili: no
Bambini: a partire dai 13 anni
Animali: no
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=53


La Napoli contemporanea e uno sguardo al futuro con i percorsi Open House

"La bellezza è una promessa di felicità e Napoli è pronta per questa nuova speranza".
Con questa incoraggiante affermazione, il critico d'arte napoletano Achille Bonito Oliva sintetizzava la personale soddisfazione nel commentare l'inaspettato successo riscontrato nella "sua" città, per la mostra dedicata ad Andy Warhol nell'ormai lontano 2014 al Palazzo delle Arti (PAN).
Tra il genio della Pop Art e la città partenopea del resto c'è sempre stato un feeling particolare, evidenziato dal fatto che lo stesso Warhol scelse Napoli in più occasioni, per trarre ispirazione nella realizzazione delle proprie opere d'arte. E del resto la città - sia per ricambiare la fiducia riposta, sia perchè ammirata, stuzzicata dalla evidente impronta classicista con cui l'artista americano ha sempre voluto caratterizzare i suoi lavori - ha sempre accolto e tuttora accoglie con grande entusiasmo e partecipazione la realizzazione di mostre a lui dedicate in città, non ultima quella da poco inaugurata (26 settembre scorso) presso il complesso della Basilica della Pietrasanta.
Con questo essenziale preambolo, quindi, rincuorati dalla sempre crescente attenzione mostrata negli ultimi anni dai napoletani verso le diverse forme di arte contemporanea, ci apprestiamo, grazie soprattutto alle possibilità incredibili che ci vengono offerte dalla due giorni dell'evento Open House Napoli che caratterizzerà il weekend nei giorni 26 e 27 ottobre, a farvi vivere, attraverso un itinerario tematico appositamente creato, un viaggio nuovo, stimolante e ricco di sorprese in una Napoli insolita, non stereotipata. Una Napoli contemporanea, una città in perenne lotta fra le sue tante contraddizioni, ma che sembra caratterizzata da uno spirito nuovo, un fermento culturale che pare voglia aprire le porte con entusiasmo alle migliori produzioni artistiche contemporanee.
Una Napoli insomma che non vuole crogiolarsi nel ricordo e attraverso le testimonianze anche materiali del suo glorioso passato sembra guadare con fiducia al futuro.
Nella creazione di questo itinerario, infine, abbiamo voluto selezionare i luoghi vestendo i panni del visitatore, il quale, uscendo (metaforicamente) fuori dalla propria casa per andare incontro a un qualcosa che forse per lui rappresenta ancora l'ignoto, vuole compiere la sua piccola rivoluzione rispetto alle consolidate abitudini compiendo un passo alla volta. Proprio in virtù di questo, inizieremo il nostro itinerario visitando la Dafna Home Gallery,una sorta di casa privata destinata a galleria d'arte, proseguiremo la visita ammirando lo Spazio Nea e termineremo visitando il MADRE, vero e proprio Tempio dell'Arte contemporanea partenopea.
 
La Napoli Contemporanea: Uno Sguardo Al Futuro
Dafna Home Gallery. Foto: Open House Napoli
 
1. La Dafna Home Gallery 
La Dafna Home Gallery è uno spazio espositivo dedicato all'arte contemporanea, inaugurato nel 2010 da Danilo Ambrosino e Anna Fresa nel settecentesco Palazzo dei Principi Albertini di Cimitile.
Nasce dalla volonta' di creare un ambiente informale nel quale il rapporto con le opere d'arte sia più accessibile e diretto, lontano cioè dalle asettiche atmosfere che caratterizzano alcune gallerie.
In questo luogo, una cui porzione costituisce anche la residenza di Danilo Ambrosino, lui stesso artista, le opere sembrano trovare una naturale ed ideale collocazione, favorita certamente dal rapporto dialettico con lo spazio abitato e con gli oggetti della vita quotidiana.
La Galleria, ristrutturata dall'architetto Anna Fresa, presenta due ambienti destinati alle esposizioni; sul lato occidentale si apre un'ampia vetrata che da sul terrazzo, dal quale si può ammirare sulla facciata il monumentale portale, sormontato dallo stemma dei Principi Albertini di Cimitile.
Il 23 Ottobre, quindi in prossimità dell'evento OpenHouse, la DAFNA aprirà la stagione con la mostra di Gloria Pastore, artista napoletana, i cui lavori sono presenti al Museo del Novecento a San Martino e in importanti istituzioni e collezioni pubbliche e private.
 
INFO UTILI
 
La Dafna Home Gallery si trova in via Santa Teresa degli Scalzi, 76 
L'Ingresso alla struttura è libero per ordine di arrivo
Durata della visita: 60 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Numero di persone per visita: 25
Accessibile per disabili e bambini
Non accessibile per animali
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato
Spazio Nea. Foto: Open House Napoli
 
2. Spazio Nea 
Spazio Nea, galleria di arte contemporanea nel centro storico di Napoli, è stata fondata da Luigi Solito nel 2011 con l'idea di superare le forme del mercato attuale, attraverso una crescita bilanciata tra nuovi collezionisti e figure professionali emergenti, per facilitare fruizione, conoscenza e sapere, puntando sulla qualità di artisti affermati nel panorama internazionale e giovani emergenti.
A pochi passi dalla galleria fondata nel distretto culturale che comprende l'Accademia delle Belle Arti, il MANN e il Conservatorio di San Pietro a Majella, Spazio NEA è inoltre uno spazio vivo dedicato alle forme di intrattenimento culturale, un hub dove si incontrano le professionalità che hanno creato NEA e il suo progetto culturale.
Comprende una galleria d'arte contemporanea, uno spazio eventi e un marchio editoriale nazionale, la iemme edizioni.
INFO UTILI
 
Lo Spazio NEA si trova in via S. Maria di Costantinopoli, 53
L'Ingresso alla struttura è libero per ordine di arrivo
Durata della visita: 45 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 19.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 19.00
Numero di persone per visita: 30
Accessibile per disabili, bambini e animali
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato.
Museo MADRE. Foto: Open House Napoli
 
3. MADRE - Museo di Arte Contemporanea Donnaregina 
Il MADRE, acronimo di Museo di Arte Contemporanea Donnaregina, situato nel cuore antico di Napoli, nell'ottocentesco Palazzo Donnaregina, è affidato alla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.
Restaurato su progetto dell'architetto portoghese Alvaro Siza Vieira, con la collaborazione dello Studio DAZ-Dumontet Antonini Zaske architetti associati di Napoli, l'edificio è uno splendido esempio di stratificazione storica, tipica di tutto il centro antico di Napoli.
Dell'originario complesso conventuale rimangono oggi solo la Chiesa omonima, che si affaccia su Piazza Donnaregina, costruita in epoca barocca, e la chiesa trecentesca di Donnaregina "vecchia", in stile gotico, che ha ospitato mostre ed eventi speciali organizzati dal MADRE.
Nel 2005 il MADRE inaugura i suoi spazi con l'apertura degli allestimenti site-specific nelle sale del primo piano; tra il 2005 e il 2006 l'intero edificio è completato, con l'apertura al pubblico delle sale al secondo piano, che oggi accolgono oltre 300 opere artistiche contemporanee, e quelle del terzo piano, destinate alle esposizioni temporanee.
 
INFO UTILI  
Il Museo Madre si trova in via Luigi Settembrini,79 
L'Ingresso alla struttura è su prenotazione al sito www.openhousenapoli.org
Durata della visita: 60 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 e dalle ore 12.00 alle ore 13.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 e dalle ore 12.00 alle ore 13.00
Numero di persone per visita: 25
Accessibilità parziale per disabili
Accessibile a bambini
Non accessibile ad animali.

Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi

"Locroi Epizephyroi": Andrea Chiesi interviene al museo locale

Locroi Epizephyroi

Musei e parco archeologico nazionale di Locri

Locri (Reggio Calabria)

Giovedì 29 agosto 2019 – Ore 12.00

Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi
Giovedì 29 agosto 2019, alle ore, 12.00, a Locri (Reggio Calabria), presso il Parco archeologico nazionale di Locri, si terranno un atteso intervento di Andrea Chiesi dal titolo Locroi Epizephyroi e la cerimonia di consegna di una sua opera al museo locrese. 
Visionario e poetico, Andrea Chiesi dipinge paesaggi contemporanei dai colori freddi e dai tratti veloci. Dedito alla pittura a olio e al disegno, di cui predilige la tecnica dell’inchiostro, sovente Chiesi raccoglie le sue impressioni di viaggio in taccuini, alla pari di un esploratore contemporaneo che durante un Grand Tour fissa in istanti eterni i ricordi. 
Per il Museo di Locri, Chiesi ha realizzato un taccuino espanso, un’opera che rispecchia la “responsabilità dell’artista”, ovvero la convinzione che ogni museo, seppur piccolo, sia spazio pubblico, in cui si sedimenta il senso di appartenenza della comunità e al contempo si favorisca la diffusione di valori condivisi. 
L’intervento di Andrea Chiesi è documentato da uno dei Contrappunti visivi, ovvero la sezione di audiovisivi di Ceilings per la regia di Giovanni Carpanzano e la fotografia di Demetrio Caracciolo, realizzato da Doc Servizi. È stato realizzato un making of sull’opera specifica e sulla poetica dell’artista, che sarà proiettato durante la giornata.
L’iniziativa è parte integrante del progetto Ceilings. Musei in rete, promosso e organizzato dall’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro.
Ceilings cofinanziato per il secondo anno consecutivo dalla Regione Calabria, vanta un accordo di valorizzazione con la Direzione territoriale delle reti museali della Calabria, già Polo museale della Calabria, nonché numerosi partner istituzionali e di settore. Ogni artista è invitato a confrontarsi con il territorio, con lo spazio museale, per realizzare interventi site-specific che si integrino con l’identità del luogo. Tali interventi artistici, lungi dall’essere una sterile operazione decorativa, rappresenteranno - e dovranno rappresentare nel lungo termine - la specificità della “rete dei musei”, per costituire quell’itinerario turistico del contemporaneo, tutto da scoprire, disseminato tra il patrimonio culturale della Regione.
Rossella Agostino - Direttore Museo e Parco Archeologico di Locri

Parteciperanno all’iniziativa: Rossella Agostino, direttore Musei e parco archeologico nazionale di Locri; Giuseppe Carmine Soriero, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Vittorio Politano, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Simona Caramia, curatrice del progetto e Anna Sofia, assessore alla cultura del comune di Locri.

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Banksy genius vandal

"Banksy. Genius or vandal?" A Lisbona la mostra che ha girato l'Europa

Si tiene a Lisbona (alla Cordoaria Nacional di Belém) la prima grande mostra portoghese dedicata al più celebre street artist: Banksy. Genius or vandal? La domanda appare retorica, perché probabilmente saranno rimasti in pochissimi a considerare Banksy un vandalo, non fosse altro per il fatto che ormai tutto ciò che tocca diventa oro. Si tratta però di una considerazione che ha sicuramente un valore storico e legato alla Street Art, e critiche in tal senso sono arrivate all'artista anche in un recentissimo passato. D'altra parte non si può non notare come sia vero pure il contrario, e cioè che un gran numero di opere di Banksy siano state vandalizzate.

Banksy. Genius or vandal? è una mostra realizzata in collaborazione con Lilley Fine Art - Contemporary Art Trader, uno dei pionieri nella rivendita delle stampe dell'artista. Si tratta di una mostra non autorizzata (come si dichiara nel sito e nella guida ufficiale, liberamente scaricabile da Izi.travel, e che si consiglia di utilizzare nella lettura dell'articolo) che è stata già presentata con successo a Mosca, San Pietroburgo e Madrid.

Una volta varcata la soglia (con gli immancabili ratti, uno degli animali ricorrenti nelle sue opere), ci si rende immediatamente conto del carattere multimediale della mostra. Tre schermi mostrano le più celebri opere dello street artist, realizzate nei diversi continenti. La maggior parte sono collocate nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ma non si possono non ricordare, ad esempio, quelle realizzate in Israele e in Cisgiordania. Diversi altri video sono presenti a intervalli più o meno regolari, nei corridoi della Cordoaria Nacional.

Nella stanza successiva è stata invece ricreata la scena dell'intervista a Banksy nel documentario Exit through the Gift Shop: a Banksy film. L'oscurità copre il volto e l'identità del controverso artista. Buona parte della mostra è però avvolta dalle tenebre, dalle quali emergono le opere. Si tratta di una scelta d'impatto e suggestiva, che però alle volte rende davvero difficile leggere le informazioni relative alle stesse.

Banksy genius vandal

A rendere controverso lo street artist non sono però solamente le questioni relative al vandalismo e alla sua identità, ma sicuramente anche il modo col quale lo stesso ha affrontato diversi temi "caldi" del nostro tempo. La mostra ripercorre quindi quelli che appaiono i temi a lui più cari: consumismo, politica, guerra, arte.

Sale Ends Today

Si comincia con la campagna Stop Esso, che nel 2000 lo vide al fianco di Greenpeace e a sostegno dell'ambiente e della ricerca relativa al riscaldamento globale. Più in generale, Banksy si è spesso scagliato contro il consumismo, con opere come Flying Shopper, Rose Trap, Sale Ends Today, Grin Reaper, Chocolate Donut, Barcode, Trolleys and Trolleys.

Brexit, fotografia

Altri temi che spesso ricorrono nelle opere dello street artist sono la politica e la guerra. L'opinione dell'artista è spesso espressa senza mezzi termini, anche dissacrando le istituzioni più importanti, come la Regina o il Parlamento. Tra le "vittime" più frequenti della satira di Banksy ci sono poliziotti, soldati e macchine da guerra. Tra le opere esposte, si segnalano Brexit, Monkey Parliament, Rude Copper, Turf War, Bomb Love, Happy Choppers, Heavy Weaponry, Monkey Detonator, Applause, Holocaust Lipstick, la terribile Napalm e forse la più celebre di tutte, Flower War/Love is in the Air.

Monkey Parliament

A voler fare l'avvocato del diavolo, viene quasi da chiedersi quanto l'artista sia davvero riuscito nelle sue battaglie, visto che le sue opere sono esse stesse oggetto di consumo, e lui stesso (come la stessa Street Art) pare ormai istituzionalizzato. Rimarcarlo troppo sarebbe però forse ingeneroso e tutto sommato anche sterile.

Banksy. Genius or vandal?
Applause

L'arte è un altro grande tema nei lavori dello street artist, che da un lato si interroga lui stesso, dall'altro si ritrova a fare satira sul mondo dell'arte contemporanea e sulla grande questione della percezione della stessa. Banksy può riprendere pure capolavori del passato, come la Ragazza con l'orecchino di perla di Johannes Vermeer, che diventa la Girl with pierced eardrum, oppure può ancora provocare affermando che se i graffiti cambiassero qualcosa, sarebbero illegali (If Graffiti Changed Anything).

Verso la metà del percorso si presentano le opere che dissacrano la Disney; grande spazio è riservato a Dismaland, un parco giochi decisamente non adatto ai bambini.

La mostra ripercorre buona parte della carriera di Banksy, con il Cans Festival, il Banksy vs Bristol Museum, la mostra Barely Legal, l'iniziativa del Walled Off Hotel, la Graffiti Wars con Robbo. Onnipresenti sono i soggetti preferiti da Banksy: ratti, scimmie, elefanti, bambini e anziani, poliziotti. Tra le opere esposte, ricordiamo infine Choose your Weapon Right, Pulp Fiction, e la Girl with a Balloon recentemente salita agli onori della cronaca durante un'asta di Sotheby.

Ovviamente si esce dalla mostra attraverso il negozio di souvenir (riprendendo letteralmente il documentario del 2010, Exit through the Gift Shop: a Banksy film), ma questa volta lo si fa solo per entrare in una seconda mostra, Arte para respirar. Con una selezione effettuata da Rádio Oxigénio, espone opere di Inês Gato e Maria José Cabral. Lo spazio è dedicato all'associazione tra artisti visivi portoghesi e musica. Questa è però solo una prima selezione, e altre avverranno in futuro.

Il carattere più ricorrente nelle opere di Banksy - che sembra emergere dalla mostra - pare quello della provocazione. E se alcune opere (come quelle sul tema dell'arte) possono ricordare la semplicità della vignetta, della battuta e del tweet, anche utilizzando più volte lo stesso supporto (quasi un meme), in altre emerge invece una profonda complessità. Piazzare un tenero e stucchevole gattino sull'unico muro rimasto in piedi di un edificio a Gaza va al di là della semplice provocazione.

Moltissime delle sue opere sicuramente possiedono uno straordinario impatto pop, e non è un caso che il tanto abusato aggettivo "iconico" sia spesso associato all'artista. Da vero iconoclasta, Banksy riprende spessissimo fotografie e figure del nostro tempo per sovvertirle completamente, anche solo con l'aggiunta di un particolare che rende satirica l'intera composizione. Ed è forse anche grazie a questo carattere pop e di immediata riconoscibilità che si spiega come Banksy sia riuscito a dare un significativo contributo nel rendere la Street Art accettata dal grande pubblico.

Altro carattere dell'artista che pare pienamente colto dalla mostra è dunque quello del suo essere in grado di comunicare con le forme mediatiche del nostro tempo. Se Banksy parla soprattutto dal suo profilo Instagram, il visitatore è invitato a condividere i suoi scatti sullo stesso canale, ed è immerso in uno spazio multimediale.

In conclusione, per gli ormai tanti italiani che - tra residenti e turisti - saranno nella capitale portoghese fino al 27 ottobre, la mostra si presenta come una tappa invitante, che ripercorre buona parte della carriera di Banksy. Sicuramente accessibile, verrebbe da sottolineare - visti i numerosi giovanissimi presenti -  anche la potenziale capacità di questo popolare artista di avvicinare all'arte.

Banksy genius vandal
Locandina della mostra "Banksy. Genius or vandal?"

Per informazioni sui biglietti: Everything is New.

Foto di Giuseppe Fraccalvieri, ove non indicato diversamente.


Kronos e Kairos: il tempo al centro di una mostra al Palatino

Il tempo come flusso sequenziale e il tempo come attimo, momento propizio in cui avviene un determinato evento. Ecco il tema cardine della mostra che ci attende in questi giorni a Roma, che affronta attraverso l’arte contemporanea le sue diverse ma complementari sfaccettature: Kronos* e Kairos, la scorrevolezza e l’occasione, l’aspetto quantitativo e quello qualitativo dell’antico concetto di tempo.

Gli antichi Greci infatti suddividevano il concetto temporale in tre termini: oltre ai già citati Kronos e Kairos caratterizzanti il mondo degli uomini, vi era il trascendente Aion, tempo assoluto ed eterno sovente associato al Cosmo. Peculiari ed interessanti le iconografie cui ricorrevano per raffigurarli: Kronos mediante un potente titano che divora i suoi figli per mantenere il proprio potere; Kairos, figurativamente meno frequente, mediante un giovane dai piedi alati, un rasoio ed il capo rasato ad eccezione di un ciuffo che va afferrato mentre passa rapido. Il pensiero di allora associava Kronos alla divinità divoratrice poiché il tempo cronologico cancella ciò che crea (azioni meccaniche destinate a svanire), a differenza dei singoli attimi di illuminazione che si distinguono per la loro eccezionalità e vanno pertanto colti al volo.

In questo contesto l’arte contemporanea rientra nel Kairos, in quanto comporta una rottura tra presente e passato i cui sviluppi appartengono ad una dimensione “kairologica”, a differenza delle condizioni artistiche che solitamente vengono inquadrate cronologicamente. L’opera d’arte fa sì che l’artista condivida il momento creativo, il Kairos che proietta verso un tempo migliore gli atti creativi che esulano dagli schemi comuni. L’arte è dunque elemento cardine dell’evoluzione dal tempo quantitativo a quello qualitativo, poiché allontanando la bellezza dal distruttivo Kronos la rende eterna in Kairos.

Ecco la riflessione che sta alla base del progetto espositivo organizzato da Electa e curato da Lorenzo Benedetti, il quale ha coinvolto quindici artisti nostrani ed esteri che hanno ideato o riadattato le loro opere al luogo che le accoglie, il Palatino, fonte di riflessione sul rapporto tra passato e presente. Viene infatti ipotizzato un dialogo tra l’attuale ed il patrimonio storico, dialogo che restituisce continuità al Parco Archeologico del Colosseo, che la promuove. La direttrice Alfonsina Russo parla a tal proposito di interventi site-specific che congiungono archeologia e creatività, maestria arcaica ed estro contemporaneo.

Esito del coordinamento scientifico della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, l’esposizione si fonda dunque su quindici opere audiovisive e installazioni che si inseriscono perfettamente nelle diverse aree dell’antica location: le imponenti e complesse Arcate Severiane dalle antiche funzioni polivalenti; lo Stadio Palatino dalla forma simile ad un ippodromo originariamente dedicato alle attività di svago; la Domus Augustana che era luogo di rappresentanza per udienze; e la Sala dei Capitelli, un tempo avente la funzione di antiquario e così denominata poiché contenente numerosi capitelli ben conservati.

Di seguito una breve descrizione delle opere incluse nella mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea” e descritte nell’omonimo catalogo.

Nina Beier, Beast, 2018 ©ph_studiozabalik
Catherine Biocca, Hey Kiddo!, 2019 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fabrizio Cotognini, Four Beasts in One, 2019 ©ph_studiozabalik

Beast” (2018), dell’artista danese Nina Beier, riproduce l’opposizione alla dominazione umana attraverso due tori meccanici che attuano un ripetitivo movimento di resistenza. L’istallazione audio di Catherine Biocca, “Hey Kiddo!” (2019), si fonda invece su stampe PVC, colonne, griglie e speaker per rievocare l’epistolario incompleto di Seneca all’allievo Lucillo (65 d.C.). “Four Beats in One” (2019) di Fabrizio Cotognini raffigura il cigno antropomorfo Grillomostro, figura mitologica che ritratta nell’istante della morte vuol interrogare sulla contemporaneità; esito di un assemblaggio di più materiali (marmo, resina, ottone, rame e fegato di zolfo), diviene emblema di uno specifico momento storico, quello attuale destinato a divenire storia.

Kronos e Kairos
Dario D’Aronco, Composizione con voce (Hirayama), 2019 ©ph_studiozabalik

Composizione con voce” (2019) è un’opera di Dario D’Aronco fondata su un tatami, tipico pavimento giapponese con moduli rettangolari, sul quale vengono posizionate sculture che sembrano una pioggia di ricordi unti di una pittura vischiosa, mentre in sottofondo si ode una canzone di Michiko Hirayama. Antecedente è l’installazione “The Stand-In” (2011) dell’artista Rä Di Martino, fondata su dieci proiettori che mostrano aree del deserto nordafricano utilizzate come set cinematografici e divenute poi rovine abbandonate.

Jimmie Durham, Stone Foundation, 2019 ©ph_studiozabalik

Stone Foundation” (2019), dello statunitense Jimmie Durham, è un’opera site-specific che dialoga con l’ambiente circostante, un assemblaggio le cui parti espongono la rapida obsolescenza tecnologica in una sorta di mitologia industriale che illustra gli effetti del tempo e la sua relatività. “Krewne” (2010), scultura in acciaio ideata per la II Wola Biennale di Varsavia dall’inglese Kasia Fudakowski, è costituita da cancelli ritraenti volti astratti che da chiusi si fronteggiano e solo da aperti si “vedono”, illustrando la limpida evidenza tipica del senno di poi.

Giuseppe Gabellone, Senza titolo, 2018 ©ph_studiozabalik
Hans Josephsohn, Untitled (Mirjam), 1953 ©ph_studiozabalik

Giuseppe Gabellone ci propone “Senza titolo” (2018), una struttura in metallo con assi e luci dalle sagome antropomorfe, le cui braccia sembrano voler ampliare lo spazio e sfidare la luce naturale esterna, risultando industriale e poetica al tempo stesso. Hans Josphsohn coi suoi molteplici “Untitled” incentra l’arte sulla forma umana, con figure intere o smezzate poste in varie posizioni e relazionate l’una all’altra.

Kronos e Kairos
Oliver Laric, Hundemensch, 2018 ©ph_studiozabalik
Cristina Lucas, PANTONE -500 +2007, 2007 ©ph_studiozabalik

Con l’opera in poliuretano “Hundermensch” (2018) l’austriaco Oliver Laric vuol far riflettere sul concetto di metamorfosi, di effetti del tempo, di dinamiche tra vita umana e non umana, adoperando lo strumento tecnologico in relazione alla scultura classica. Attraverso l’installazione “Pantone – 500 +2007” (2007) la spagnola Cristina Lucas compara l’astrazione del pantone (sistema internazionale di riferimento per grafica e stampa che relaziona colori e numeri) con quello della mappa del mondo che associa colori e paesi.

Matt Mullican, Untitled (subject, world framed, elements), 2019 ©ph_studiozabalik
Hans Op de Beeck, Blossom Tree (Bronze), 2018 (dettaglio) ©ph_studiozabalik

Untitled” (2019), ideata dallo statunitense Matt Mullican appositamente per la mostra, coniuga storia, geografia e diversità culturali attraverso pittogrammi colorati con cui l’artista realizza tre bandiere nel tentativo di descrivere la relazione tra uomo ed universo. “Blossom Tree” (2018) del belga Hans Op de Beek è invece un albero bronzeo dallo stile nipponico, caratterizzato da particolari effetti visivi con raffigurazioni di sagome umane, oggetti, edifici e panorami usuali ma riprodotti in maniera tacita e distaccata.

Giovanni Ozzola, 3000 BCE – 2000 Il cammino verso se stessi, 2012 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fernando Sànchez Castillo, Hojarasca (Leaf Litter), 2019 ©ph_studiozabalik

Giovanni Ozzola ha realizzato “3000 B.C.E – 2000 (Il cammino verso se stessi)” (2012) con 98 incisioni su ardesia formanti sulla parete un’ampia immagine del mondo con le rotte dei più celebri esploratori, producendo un effetto poetico da lui definito “stimmung”. Infine, l’opera “Hojarasca” (2019) dello spagnolo Fernando Sánchez Castillo vuol analizzare le diverse forme di potere basandosi su oggetti quotidiani tramutati in sculture in bonzo resi peculiari da una specifica patina.

Come si evince da questa rapida descrizione, numerosi sono gli spunti riflessivi originati dalle suddette creazioni artistiche. Inoltre, dal 1° settembre al 3 novembre, giorno di chiusura della mostra, verrà attuato un progetto formativo di mediazione culturale didattica che coinvolgerà nell’interazione coi visitatori gli studenti di Storia dell’arte dell’Università La Sapienza: forniranno chiarimenti e ausilio nella fruizione attiva delle opere.

Orari di apertura: 10,00 – 17,00 (dal 19 luglio al 30 settembre), 9,00 – 16,00 (dal 1° ottobre al 3 novembre).

Per informazioni sulla mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea”: www.parcocolosseo.it

Kronos e Kairos* in realtà con la traslitterazione Kronos (Κρόνος) si intende solitamente il padre di Zeus, divinità pre-olimpica; con la traslitterazione Chronos (Χρόνος) si indica invece il dio del tempo. Le due figure furono equate già almeno in Plutarco (insieme a Saturno, nelle Questioni romane 12, 266 E), ma non si può escludere che questa equivalenza fosse pure precedente. In italiano entrambe le figure si rendono spesso col nome Crono. Nota a cura di Giuseppe Fraccalvieri.


Open House alla conquista del sud Italia. Da ottobre a Napoli

Open House arriva nel sud Italia e precisamente a Napoli. Dal 26 al 27 ottobre 2019 la prima edizione di Open House Napoli animerà le vie e i palazzi della città con aperture gratuite di edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, luoghi sacri, infrastrutture, residenze private, factory creative, cantieri attivi e tanto altro ancora: Napoli si svela ai visitatori accogliendoli dietro le quinte di decine di siti di straordinario interesse architettonico, spesso inaccessibili, aperti al pubblico con visite guidate gratuite.

Un festival globale dell’architettura antica e moderna, del design che accompagnerà il visitatore a scoprire eccezionalmente le complesse storie della città di Napoli, un’esperienza unica da vivere come moderni esploratori urbani.

Open House nel mondo

Open House Napoli fa parte della rete internazionale di Open House Worldwide, il primo festival globale dell’architettura fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita. Un prezioso strumento di conoscenza, dialogo e contributo al disegno della città che verrà.

Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli.

Per tutti gli aggiornamenti ecco il link al sito: https://www.openhousenapoli.org/


Plessi a Caracalla inaugura i sotterranei mai aperti delle Terme

Metti una mattinata all’anteprima esclusiva ed emozionante alle Terme di Caracalla, più precisamente nei sotterranei, nel suo cuore pulsante, sotto l’area del Calidarium. Da Martedì 18 Giugno, fino a Domenica 29 Settembre 2019, infatti, apre al pubblico l’area sotterranea mai prima aperta alla pubblica fruizione, contestualmente alla mostra “Plessi a Caracalla: il segreto del tempo “.
Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro

Le Thermae Antoninianae, uno dei più grandi e meglio conservati complessi termali dell’antichità, furono costruite nella parte meridionale della città per iniziativa di Caracalla che dedicò l’edificio centrale nel 216 d.C. La pianta rettangolare è tipica delle “grandi terme imperiali”. Le terme non erano solo un edificio per il bagno, lo sport e la cura del corpo, ma anche un luogo per il passeggio e lo studio. Si entrava nel corpo centrale dell’edificio da quattro porte sulla facciata nord-orientale. Sull'asse centrale si possono osservare in sequenza il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e le natatio; ai lati di questo asse sono disposti simmetricamente attorno alle due palestre altri ambienti. Le Terme di Caracalla sono uno dei rari casi in cui è possibile ricostruire, sia pure in parte, il programma decorativo originario.

Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro
Le fonti scritte parlano di enormi colonne di marmo, pavimentazione in marmi colorati orientali, mosaici di pasta vitrea e marmi alle pareti, stucchi dipinti e centinaia di statue e gruppi colossali, sia nelle nicchie delle pareti degli ambienti, sia nelle sale più importanti e nei giardini. Per l’approvvigionamento idrico fu creato un ramo speciale dell’acquedotto dell’ Aqua Marcia, l’ Aqua Antoniniana. Restaurato più volte, l’impianto termale cessò di funzionare nel 537 d.C.
Oggi dopo un lungo intervento di restauro, condotto dalla Soprintendenza speciale di Roma il sito ha aperto al pubblico il 18 Giugno. Le gallerie si trovano proprio sotto il Calidarium e nei tempi antichi vedevano centinaia di schiavi impegnati a portare grandi cesti di legna su e giù dalle scale in un ambiente surriscaldato fino all'inverosimile.
Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro

Si tratta di un vero e proprio labirinto che si snoda nelle gallerie che ospitavano gli impianti idraulici, i forni, le caldaie e i camini che riscaldavano l'acqua per garantire il massimo del benessere nelle saune delle terme stesse. Una grande arteria sotterranea, il tutto fa da contrappunto a Plessi a Caracalla. L’artista, Plessi scende nelle viscere del monumento e per queste grotte misteriose ha progettato Il segreto del tempo: 12 video installazioni su grandi strutture in ferro, ove è evidente il rimando all’architettura romana, in un progetto site-specific che, tanto nelle strutture di supporto agli schermi, che nei contenuti degli stessi video, spaziano su temi classici, tra i protagonisti della videoarte contemporanea internazionale, con le musiche di Michael Nyman che narrano l'atmosfera di Caracalla lungo un percorso di 200 metri, in un’alternanza che contiene una serie di interventi inediti sulla storia di Roma.

La mostra, curata da Alberto Fiz, è organizzata dalla Soprintendenza Speciale Roma in collaborazione con Electa editore.

Mostra "Frank Holliday in Rome"

FRANK HOLLIDAY in Rome

La prima personale dell’artista in un museo italiano con 36 opere realizzate nel 2016 durante il suo soggiorno romano. Mostra a cura di Cesare Biasini Selvaggi

Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese

dal 20 giugno al 13 ottobre 2019

Frank Holliday
Frank Holliday con Cesare Biasini Selvaggi

Roma, giugno 2019 – Mercoledì 19 giugno 2019 si è inaugurata a Roma, al Museo Carlo Bilotti, la mostra Frank Holliday in Rome, a cura di Cesare Biasini Selvaggi. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale di Roma - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio dell’Ambasciata Americana e con i servizi museali a cura di Zètema Progetto Cultura, la mostra è organizzata e sponsorizzata da Partners & Mucciaccia.

Si è conclusa nell’aprile del 2018 al MoMA di New York la mostra “Club 57: Film, Performance, and Art in the East Village, 1978-1983”. Realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation, questa mostra è stata la più grande mai dedicata allo storico locale dell’East Village che ha contribuito a proiettare nel mito la controcultura newyorkese a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Particolare attenzione è stata dedicata alla sua scena artistica, con l’esposizione di opere di Keith Haring, Kenny Scharf, Adolfo Sanchez e Frank Holliday.

Poco più di un anno dopo, Frank Holliday fa il suo primo ingresso in un’istituzione museale italiana con la sua personale al Museo Carlo Bilotti, in cui vengono esposte 36 opere, tutte realizzate nel 2016 durante quello che l’artista statunitense stesso ha definito il suo soggiorno “monastico” romano.

Nell’estate 2016, infatti, Holliday ha lavorato alacremente nel suo studio vicino a Piazza Navona, avendo come ispirazione le opere dei maestri della storia dell’arte, prime fra tutte quelle di Caravaggio.

Come ricorda l’artista nell’intervista inedita con Anney Bonney, girata da Eric Marciano, a Roma dipingeva la mattina e a pranzo andava a guardare qualche tela di Caravaggio. Particolarmente emozionante per lui era entrare in quello splendido spazio tranquillo, prescelto, di Cappella Contarelli – che aveva più o meno le dimensioni del suo studio romano. Stava in piedi davanti ai dipinti del ciclo pittorico su san Matteo e si lasciava invadere dalla loro potenza; poi tornava allo studio per continuare a lavorare. Osservando le opere d’arte in Italia Frank Holliday ha scoperto che ci sono tre “zone”: il paradiso, che di solito è luminoso, arioso e senza peso – qualcosa che non possiamo avere ma di cui possiamo farci un’idea. Poi c’è la terra e, quindi, l’inferno. E l’inferno è la forza di gravità, che cerca sempre di aggrapparsi a noi per tirarci giù. E noi siamo incastrati tra i due. L’artista ha osservato a lungo come il Bernini abbia affrontato il problema della gravità nelle sue opere, trovandolo geniale e avvertendo nei suoi lavori l’attrazione del peso della terra e la ricerca della spiritualità nella pietra.

Nei suoi dipinti del “ciclo romano” – puntualizza il curatore della mostra Cesare Biasini Selvaggi – Frank Holliday ha scandagliato proprio questo spazio intermedio, tra l’inferno e il paradiso, quella dimensione di mezzo. La sua grande maestria sta nel dare immagine a qualcosa di assolutamente immateriale, nel dipingere cioè la realtà nella sua irrealtà, cercando l’aldilà in questo mondo e questo mondo nel pensiero dell’aldilà. La bellezza del colore controbilancia la solidità del gesto pittorico, in un susseguirsi di paradossi dove luci e ombre, cadute e ascese, assenze e presenze diventano inscindibili.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito per i tipi di Carlo Cambi Editore, con testi di Cesare Biasini Selvaggi, Carter Ratcliff, un’intervista di Anney Bonney, oltre a un’antologia critica e ad apparati bio-bibliografici.

Note biografiche

Frank Holliday è nato nel 1957 a Greensboro, nel North Carolina, e dopo gli studi al San Francisco Art Institute e il New York Studio School, si stabilisce a New York dove raggiunge la fama all’inizio degli anni Ottanta, associato alla scena artistica dell’East Village e del Club 57.

Nei primi anni della sua carriera ha lavorato a stretto contatto con Andy Warhol e altri artisti quali Keith Haring, Ann Magnuson e Kenny Scharf, esponendo alla Kenny Schacter Gallery, Tony Shafrazi Gallery, Debs & Co., Tom Cugliani Gallery, The Kitchen, Dru Artstark e GAL Gallery.

Ha partecipato a numerose mostre collettive presso prestigiose realtà newyorkesi come The Arts Club, Derek Eller, White Columns, Sandra Gering Gallery, Amy Lipton Gallery, Elizabeth Dee, Barbara Toll Fine Art and Club 57, Lennon Weinberg, PS1 e il Club 57 con Keith Haring. 

I suoi lavori sono conservati in numerose importanti collezioni sparse negli Stati Uniti, in Europa, Giappone, Australia, Messico, in spazi come il Weatherspoon Museum at The University of North Carolina di Greensboro, il Museum Frederick Russe di Stoccolma (Svezia), il Museo delle Miniature di Amsterdam (Olanda), il MoMA e la DIA Art Foundation di New York.

Frank Holliday è stato premiato con il National Endowment for the Arts (1986), il Gottlieb Foundation Fellowship (2010), il Pollock Krasner Foundation Fellowship (2010) e il Fellow of the John Simon Guggenheim Memorial Foundation (2015). (frankholliday.net)

Frank Holliday
Frank Holliday

SCHEDA INFO

Titolo mostra Frank Holliday in Rome

Luogo Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Viale Fiorello La Guardia 6, 00197 Roma

Apertura al pubblico 20 giugno – 13 ottobre 2019

Inaugurazione Mercoledì 19 giugno ore 19.00

Anteprima stampa Mercoledì 19 giugno ore 12.00 -14.00

Orario Giugno - Settembre: da martedì a venerdì e festivi ore 13.00 - 19.00 (ingresso fino alle 18.30). Sabato e domenica ore 10.00 - 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30).

Ottobre – maggio: da martedì a venerdì e festivi ore 10.00 - 16.00 (ingresso consentito fino alle 15.30); sabato e domenica ore 10.00 - 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30).

Biglietti Ingresso gratuito

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Organizzata da Galleria Mucciaccia, Roma

Sponsorizzata da Partners & Mucciaccia, Gallery

A cura di Cesare Biasini Selvaggi

Catalogo Edito da Carlo Cambi Editore

Info Mostra Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00) www.museocarlobilotti.it; www.museiincomune.it

Servizi museali Zètema Progetto Cultura

FRANK HOLLIDAY in Rome

La prima personale dell’artista in un museo italiano con 36 opere realizzate nel 2016 durante il suo soggiorno romano. Mostra a cura di Cesare Biasini Selvaggi

Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese

dal 20 giugno al 13 ottobre 2019

TESTO DEL CURATORE – CESARE BIASINI SELVAGGI

Frank Holliday.

Dalla figurazione dopo il post-modernismo all’astrattismo enigmatico, il percorso di ricerca dagli anni Ottanta al XXI secolo

Gli anni Ottanta, “la spontanea celebrazione dell’attimo”

Nel numero estivo del 1987, sezione “A Critic Looks At A Critic”, Kay Larson pubblicava su Artforum un lungo contributo intitolato “The Dictatorship of Clement Greenberg”, un vero e proprio j’accuse contro il “dogma modernista” di Greenberg, la voce più autorevole della critica americana del Novecento, reo tra l’altro di aver indotto «la morte della pittura nei tardi anni Sessanta, la paralisi ideologica dell’arte nei primi Settanta e la successiva rivolta dei postmodernisti». Gli artisti, proseguiva Larson, consapevolmente o no, «gravitano ancora attorno alle idee di Greenberg, che hanno dominato tutto il discorso critico sull’arte da quando vivo e che, troppo a lungo, hanno avuto l’autorità di proposizioni a priori, al di fuori delle quali ogni altra legittima formulazione, possibilità e opzione, è stata bandita e considerata inaccettabile». I saggi di Greenberg “Modernist Painting” e “Post-Painterly Abstraction” divennero negli Stati Uniti il canone da seguire (negli anni Sessanta raggiunse l’apice), riducendo alla sua essenza esclusivamente ottica un’arte da lui definita “alta”. Le proprietà materiali del colore e della tela, la piattezza delle superfici (flatness), venivano enfatizzate a scapito di ogni effetto tattile; in conseguenza diretta di tale radicale riduzionismo formale, la pittura doveva essere esclusivamente astratta, liberata da qualsiasi contenuto figurativo, narrativo o anche metaforico, da preoccupazioni psicologiche o finalità morali di sorta. Nella convinzione che l’arte sia un valore in sé, non strumentalizzabile verso alcun fine: «Dire che l’unico proposito proprio dell’arte è il piacere estetico non è denigrarla, perché l’arte non ha bisogno di alcuna giustificazione al di fuori di sé» (Clement Greenberg, 1939). Le fortune critiche di Greenberg sono legate alla prima generazione di espressionisti astratti (Arshile Gorky, Hans Hofmann, Willem de Kooning e, soprattutto, Jackson Pollock) fino al gruppo della Post Painterly Abstraction (Morris Louis, Kenneth Noland, Frank Stella).

In buona misura come reazione al suo canone critico, gli effetti del Postmodernismo iniziano a farsi sentire negli Stati Uniti dalla metà degli anni Sessanta, a partire dalla Pop e dalla Minimal Art. Per deflagrare agli inizi degli anni Ottanta. Private Symbol / Social Metaphor; Art and Social Change, USA; The Pressure to Paint; Eight Artists: The Anxious Edge; Content; Figuration; Narrative Art; Crimes of Compassion; Precious: An American Cottage Industry of the Eighties, sono tutte mostre dei primi anni del decennio accomunate dalla necessità di mettere a fuoco il mutamento ormai in corso, un impulso viscerale a vedere e, quindi, a interpretare il mondo. «Facendo ricorso a un paragone banale, – scrive Thomas Sokolowski – se il modernismo è privo di passione e passivo, il postmodernismo è appassionato e attivo; il secondo ambisce a uno statuto non-artistico, a lavorare entro un contesto globale più ampio perché segnato da traguardi extrartistici». Tra i vari gruppi di artisti le cui opere costituiscono la risposta autoctona americana al fenomeno postmodernista, si annoverano: Robert Kushner, Thomas Lanigan Schmidt, Brad Davis, da un lato, gli artisti dell’East Village Arch Connelly e Rhonda Zwillinger dall’altro. E, ancora, David Salle (l’essenza dell’artista postmoderno, le cui opere prospettano il meglio e il peggio dell’eclettismo di quegli anni), Jonathan Borofsky, Julian Schnabel, fino alla prepotente vitalità dei graffitisti (Futura 2000, A One) e dei post-graffitisti più consanguinei alla pittura dei grandi maestri del passato, cioè quei ragazzi geniali che rispondono al nome di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Per dirla con le parole di Sokolowski, l’arte degli anni Ottanta potrebbe essere definita in questo modo: «il bello è sempre bizzarro»; o meglio ancora «la spontanea celebrazione dell’attimo».

La stagione del Club 57 (1978-1983)

«La spontanea celebrazione dell’attimo» è una definizione utile a coagulare anche la visione del mondo e dell’arte di Frank Holliday (Greensboro, North Carolina, 1957), per adempiere a ciò che Henri Bergson definì come la sua funzione principale: essere élan vital, “slancio vitale”, antitesi dell’istinto di morte di Freud. Alcuni esempi pregnanti di questa sua visione risalgono già al 1980, quando divideva lo studio di New York all’angolo di Lafayette e Fourth Street con l’artista Carl Apfelschnitt. Una grossa tenda nera di vinile separava la stanza in due piccole unità in cui si gelava. In questo periodo Holliday è preso da quei suoi dipinti neri inquietanti, “minimal”, della serie Black Mirror, perché il tema era lo specchio in cui non ti vedi riflesso. Il 1980 è anche l’anno del suo debutto artistico ufficiale. Al Club 57, fondato nel 1978 dall’imprenditore polacco Stanley Strychacki nel seminterrato di una chiesa polacca presso il 57 di St. Marks Place. Uno dei locali divenuti più celebri dell’East Village della Grande Mela tra la fine degli anni Settanta e gli inizi del decennio seguente, un incubatore di movimenti rivoluzionari, dal punk al no wave, al queer pop (da cui provengono star come Madonna e Cyndi Lauper). Qui si mette in gioco una generazione di artisti emergenti della metropoli, puntando su una comunicazione alternativa: «Art is a way of looking at things: not necessarily inherent in the things themselves» (Keith Haring, 1980). Uno spazio aperto alla sperimentazione di ogni tipo, pertanto, in cui vanno in scena performance che uniscono poesia, musica, pittura, moda, fotografia e video, le “drag performance” (con figure come Klaus Nomi e Joey Arias, entrambi apparsi insieme a David Bowie nella storica performance di The Man Who Sold The World al Saturday Night Live del 1979), il gay stripper e cabarettista John Sex ed Ethyl Eichelberger (famoso per il suo teatro sperimentale), i pointy-toed hipsters e «tutti coloro che amavano quello che piaceva a noi, come i Devo, Duchamp e William S. Burrough, ma soprattutto tutti coloro che odiavano la disco e Diane von Fürstenberg», come ebbe a definirli in seguito Ann Magnuson, perfomance curator del club. Insieme a lei lavorano Susan Hannaford e Tom Scully per la parte video e cinematografica e Keith Haring, come curatore della parte espositiva. “This Week: Keith Haring – Painting Himself into a corner. Approx: 1 hour”. Così recita uno dei tanti programmi settimanali del Club 57, in cui trova risalto la scena artistica dell’anima più ruvida e autentica del Lower East Side, da Kenny Scharf, ad Adolfo Sanchez, fino allo stesso Frank Holliday appunto. Alla SVA (School of Visual Arts) di New York Holliday aveva frequentato con Keith Haring il corso di semiotica, la scienza che ha per oggetto lo studio comparato dei segni, della struttura e del funzionamento di tutti i processi in cui i segni sono coinvolti, un ambito a quel tempo indagato da un’ampia schiera di artisti sotto l’influsso del poeta beat Burroughs.

I due compagni di corso espongono nel 1980 al Club 57 nella doppia personale New Paintings by Keith Haring and Frank Holliday. Holliday, tra gli altri, mostra in questa occasione il polittico TVC15 (1979) ispirato all’omonima canzone di David Bowie (“TVC 15” del 1976) e alla qualità allucinatoria di una trasmissione televisiva analogica. Accanto al polittico ci sono altre sue opere della serie Black Mirror. I dipinti rappresentano una premonizione dell’AIDS e della sua lunga ombra, ripristinando i valori materiali della pittura, ridefinendo il disegno come parte del processo pittorico e dimostrando di guardare già oltre il postmodernismo per riacquistare la pienezza della pittura intesa quale arte principale; recuperando l’espressione tattile e la sensualità della sostanza pittorica, così come la fusione ottica di colore e luce (buio) e, soprattutto, la dimensione metaforica. «Più tardi – racconta Holliday – feci una serie di dipinti bianchi. Li mostrai al gallerista Tom Cugliani. L’idea era di esprimere la sensazione di essere circondati dalla luce: la morte e l’illuminazione. Le superfici erano così fragili; assomigliavano a gusci d’uovo fatti di centinaia di sottilissimi strati di smalto. È qui che differisco dai minimalisti; io dipingevo sempre le metafore. Volevo trasmettere il senso di perdita, e al tempo stesso il senso di sicurezza e di pericolo». Il senso, cioè, della morte nella vita e della vita nella morte. D’altronde Holliday, come il suo sodale amico Haring, ha guardato all’arte, compresa quella del passato, per avviare un processo di continua rigenerazione. Convinto che la fine di ogni ciclo contenga in potenza il germe di un nuovo inizio.

L’impegno artistico di Holliday al Club 57 prosegue anche firmando le scene di molti degli spettacoli messi in scena, diretti da Andy Rees, con le coreografie di William Fleet Lively. Un ulteriore esempio della collaborazione “multimediale” tra gli artisti del club è rappresentato dal dipinto di Holliday The Lingerie Family (1983 ca.), un acrilico su masonite commissionato dal regista Eric Marciano per la sua featurette di fantascienza The Age of Insects (1983), progettato per ospitare i movimenti dello sguardo da voyeur di un live performer presente sul set del film. Terminati gli studi, uno dei primi approcci alla ricerca artistica di Holliday erano state le installazioni con colori, foto e oggetti trovati, che prendevano spunto dai ricordi personali. Alla ricerca di un significato massimale nel nulla. «Il problema delle installazioni – ricorda l’artista – era che non c’era niente da vendere. La gente le guardava e la reazione era… “sei matto”, tranne Keith [Haring, n.d.a.] ed Elizabeth Murray. Loro capivano. Ma io volevo dipingere. Le installazioni vennero così usate come elementi scenografici per commedie e performance. Per me erano installazioni, ma furono liquidate come elementi scenografici».

Per comprendere l’atmosfera che si respirava all’epoca, in cui vivere si riferiva alla vita notturna e, in particolare, a quella del Club 57, risultano emblematiche le parole di Kenny Scharf: «Al Club 57 c’erano droghe e promiscuità: era una grande famiglia orgiastica. A volte mi guardavo intorno e pensavo: oh mio dio, in questa stanza mi sono già scopato tutti! Questo era lo spirito dei tempi, ed era prima dell’arrivo dell’AIDS».

Nonostante il successo, il Club 57 ebbe vita breve, chiudendo i battenti nei primi mesi del 1983. Fu l’AIDS, però, a strappare via per sempre, insieme ai loro sogni e i progetti, le vite stesse della vasta comunità del club. Keith Haring è solo uno dei tanti artisti che morirono a causa del virus Hiv. Frank Holliday ne è, invece, uno dei pochi superstiti.

L’anti-naturalismo di Holliday oltre il postmodernismo

Nel suo modo di relazionarsi con la storia dell’arte (Tiziano, Tiepolo, Manet, Caravaggio, Van Gogh, Rembrandt, James Ensor, Chaim Soutine, Oskar Kokoschka, ecc.) Holliday non ha mai inteso di reinventare i grandi maestri del passato, né di mescolare gli stili delle avanguardie storiche in un pastiche di nuove formulazioni figurative all’insegna di un “eterno ritorno”, né di caricare l’opera di significati che ne vincolassero la lettura. Lasciando, invece, che i suoi lavori fossero aperti a interpretazioni diverse. «Molti dei miei dipinti – confida l’artista – riguardano le emozioni, ma soprattutto il senso di non capire esattamente cos’è l’emozione, il non sapere e la paura che questo genera. Cerco significati. Mi infilo sempre tra le immagini e le metafore, lavorando in serie, facendo lavorare i corpi. Quando trovo quello di cui ho bisogno, mi fermo. Cerco qualcos’altro. Ecco perché mi sono permesso di lavorare in modo così libero. Tutto viene dall’esplorazione. Mi hanno criticato per il fatto di cambiare continuamente, e non è stato facile dal punto di vista commerciale, ma è così che lavoro».

Da questa rabdomantica esplorazione Holliday comincia a navigare a vista lungo i fiumi carsici della figurazione, a partire da una sorta di “neo-naif espressionista”, come l’ha definito Anney Bonney. Credo che le figure siano apparse nei suoi lavori come reazione agli anni Ottanta, ma direi anzi che le figure diventarono gli attori del palcoscenico e delle performance della sua pittura. Era un modo per “bloccare l’attore nell’ambiente”, cioè per congelare il tempo. Nel 1981-83, il tema dei suoi dipinti erano il sesso, i cambiamenti di sesso, il mondo gay, il bere, le bombe, la decapitazione, la castrazione, l’omosessualità, oltre che prendere spunto dai dipinti del passato, come l’Olympia di Manet (Olympia, 1982). Erano un teatro della crudeltà, in cui la qualità del colore era espressionista, l’atteggiamento verso l’intero piano pittorico era formale, e il proprio immaginario pervaso di morte, violenza e negatività. Scene prese dalla sua vita underground. Questo senso si riscontra, per esempio, in Pop Top (1982), nel quale l’artista traendo spunto dai segni esteriori della pittura (la pennellata espressiva, il trattamento rapido e pastoso dei colori) concepisce un’immagine dinamica interamente giocata sulla ferocia e la giovinezza della vita all’epoca. Affrontando alla radice la nozione di dipingere “male”, si consolida l’innata tendenza all’antinaturalismo, all’astrazione e all’interiorità della pittura post-post modernista di Holliday. Che ne determina la strutturale ambiguità intermittente tra linguaggi iconici e aniconici. Probabilmente già dalla seconda metà degli anni Ottanta, l’artista non cerca più infatti né l’astrazione né la figurazione in senso stretto, qualcosa cioè che rappresentasse o non rappresentasse altro che la propria forma, ma una poetica della pittura. Una poetica che accogliesse argomenti ampi, come la memoria e la presenza, la morte e la vita, la dannazione e la redenzione, la materialità e la trascendenza. È con questo intento che declina opere tra biomorfismo, geometria e motivi ottici (la serie Zig-Zag), come Black (1985), Frog, Glow, Dust (1986), White Zig-Zag e Rumba (1987), Highway (1988), Gloria e Madame X (1989).

La figura riappare, invece, dopo Zig Zag-Zu Zu (1987) la seconda mostra da Tom Cugliani. In questo caso il fattore trigger è rappresentato da un viaggio compiuto nel 1986 in Messico, dove si imbatte in un muro di teschi che andavano a tessere un intreccio decorativo. Per gli aztechi questi teschi erano trofei. All’epoca, Holliday guardava anche la serie di Piet Mondrian Pier and Ocean – dipinti costruiti con i segni “più” e “meno” – e la serie di de Kooning in bianco e nero. Dove la soluzione è la morte. Erano morti tanti dei suoi amici. Aveva bisogno di un modo per piangerli. Trasformò, allora, le pile di teschi in campi totemici intrecciati, funerei e cosmici, come i dipinti Sherbert, Light and Action, Little Cross (1990). «Ho notato – ha scritto Anney Bonney – che il Frank razionale e ambizioso dipinge opere da storia dell’arte, mentre il Frank sciamano e irrazionale preferisce dedicarsi al mondo sotterraneo, Ximoayan, il “luogo dei senza carne” dei messicani».

Holliday ha affrontato questa e altre narrazioni “escatologiche”, e i temi a esse connesse, in relazione al dilagare dell’AIDS che divora le persone che l’artista ama e che sta trasfigurando il suo mondo, a cui si aggiunge l’atteggiamento pubblico di condanna morale che in quegli anni veniva assunto nei confronti di chi era colpito dal virus Hiv. Sebbene l’artista abbia pertanto più volte raffigurato, in un gioco più o meno velato o esplicito di metafore, l’inferno e la morte, la sua arte celebra tuttavia nello stesso tempo pure la vita, la gioia di vivere.

Anche lo stesso richiamo al sesso nella sua figurazione esalta l’energia vitale che si esprime attraverso un caleidoscopio di pulsioni. Sua sorella Holly, che all’epoca viveva con lui, lo aiuta a capire che il totem poteva agire da contenitore per informazioni particolari. Frank smise di fumare e iniziò a diventare ossessivo. Ritagliò migliaia di forme totemiche tratte dai motivi che si trovano in natura. Ne fece dei collages, come Elephanteye (1991), che assomigliano alla pittura astratta. Ma a prescindere da quanto potesse essere astratta un’opera, la gente gli diceva sempre: «Ci vedo un viso, ci vedo un coniglietto!». L’artista pensò, allora, che se ci avesse messo dei volti per davvero, forse avrebbero capito meglio la parte astratta del resto del dipinto. E trasferì le immagini sulla tela servendosi della serigrafia (Comes & Goes, 1992). Così conservò la freschezza degli originali dal momento che erano tutte opere grafiche, ma sacrificò l’intimità del dipinto. Imparò la differenza che passa tra un dipinto e un’opera grafica, e poi dovette ricominciare da capo. E così iniziò a dipingerli i volti. I primi tentativi si rivelarono molto Pop (VooDoo, Tear, It Came to Me, 1996). Ma il totem che era rimasto in piedi in mezzo alla composizione cominciò a sembrargli una barriera, un carcere, una ragnatela.

Continuò a cercare il modo di oltrepassarlo, fino a liberare del tutto il viso dei suoi ritratti. Nasce in questo modo la sua nuova serie dal titolo Wah-Wah, dipinti sul tema dei riflessi: per vedere una realtà mentre si pensa a un’altra. Tuttavia il Wah-Wah è anche il significante per il ricordo. «Negli anni Cinquanta, – ha spiegato Holliday – nelle trasmissioni televisive come I Love Lucy, quando un personaggio voleva ricordare qualcosa si metteva la testa tra le mani e subito l’immagine iniziava a formarsi nella memoria. Ci andavo matto da piccolo, e così i dipinti Wah-Wah danno forma a ciò che succede quando ricordiamo. I ricordi vengono attaccati l’uno all’altro, assimilati e distorti con il passare del tempo. Ultimamente, ho cercato di fare pace con il mio passato, le mie memorie. Così, guardando indietro – non risvegliando il dolore, piuttosto con spirito ironico e stupore. Sai com’è, le foto sbiadite…». È vero che questi dipinti assimilano molti elementi della nostra società meccanicistica e governata dai media, ma sempre al fine di mettere in rilievo l’espressione della mano e della psiche dell’uomo. Holliday isola qui i volti di esseri umani alla ricerca di un’identità oltre continuamente allusa. Estende, però, la ricerca alle declinazioni delle anamorfosi, tra fedeltà documentaria e verità ontologica, tra contingenza dell’oggetto e le pulsioni che soggettivamente animano l’artista, tra volontà realista e desiderio di libera trascrizione compositiva. Come sosteneva Francis Bacon: «(…) forse il realismo, nella sua espressione più profonda, è sempre soggettivo». Nel ciclo dei dipinti Wah-Wah il dinamismo che l’artista restituisce al soggetto squarcia la sezione aurea, l’ordine armonico, immortala la bidimensionalità della tela in forme liberissime. A Holliday non interessa tanto il principio ottico della persistenza delle immagini nella retina, quanto il motivo della persistenza dei contenuti della coscienza, cioè appunto il principio di “durata”, che si realizza nella dimensione della memoria.

Gli anni Duemila e l’astrattismo enigmatico di Holliday

È sul crinale degli anni Novanta che la ricerca pittorica dell’artista è inghiottita da una sorta di horror vacui compositivo che lo induce a riempire l’intera superficie dell’opera in maniera claustrofobica, a non lasciare spazi o pause tra le forme. Per rendere ulteriormente complessa la leggibilità degli incastri, Holliday comincia a estinguere gli ultimi retaggi figurativi, relegati nella serie Rafa perlopiù all’affioramento degli occhi degli amici morti dallo sguardo penetrante (Yellow Lips; As I Lay Dying, 1999), in modo da generare una reazione psicologica inconsueta nello spettatore, agendo sul suo inconscio ed esprimendo il mondo interiore dell’artista, a partire dal suo emisfero affettivo più prossimo. Il puro astrattismo si affaccia invece con Nightmare (1999), il dipinto “cerniera” di questa fase incipiente completamente aniconica, tingendosi poi di effetti e tinte psichedeliche nella successiva serie Trippin’ in America (2001), tra forme sgocciolate che evocano – si pensi a lavori come Bazooka (2003) o Story e Day After (2004) – un importante faro per gli artisti americani della sua generazione: Jackson Pollock. Questa inclinazione determina il passaggio a un nuovo percorso di ricerca di Holliday, quello attuale, che potremmo definire “astrazione enigmatica”. Attraverso i tratti potenti di quest’ultimo ciclo di dipinti, come The Gold Gold (2010) o Fly Away (2014), l’artista irretisce l’osservatore in un percorso visionario quanto sinistro, dove l’eliminazione della relazione tra la figura e il piano pittorico figure-ground, è realizzata creando uno spazio dove si incontrano – sfidando la gravità – demoni, fantasmi, verità, dolori e contraddizioni della coscienza di Holliday che condensano in sé il disagio e l’inquietudine sia personale sia della società che egli abita. In questa folla di personaggi, forse una folla di tanti se stessi, emerge una profonda solitudine e una ricerca costante di risposte e di certezze che, probabilmente, non sono mai arrivate. Si precipita dal paradiso all’inferno in pochi centimetri di tela.

«Già il fatto di essere nato è una cosa di estrema ferocia» disse Francis Bacon. E questa disperazione la ritroviamo sulle tele di Holliday. Dietro un’astrazione enigmatica, ambigua, espressa mediante linee spezzate, piene di movimento, con inserti dei colori primari (il blu, il rosso, il giallo) con qualche variante tonale e con l’inclusione di alcuni secondari che a loro volta possono stabilire un rapporto reciproco di complementarietà, come il verde giustapposto al rosso, dissonante e perciò drammatico. Per Holliday, i termini della pittura sono pertanto abbastanza fluidi, e la totale priorità va assegnata ai fenomeni puramente pittorici. Tuttavia, anche quando in queste sue opere più recenti sembra prevalere la libera invenzione, essa rimane pur sempre determinata da spunti esterni, qua e là riconoscibili, nonostante siano stati trasfigurati dalla memoria. Per dirla con le parole di Paul Klee, Holliday è “astratto con qualche ricordo, soprattutto quello di chi non c’è più”. Le figure sono sempre lì – vivono una vita concettuale, compaiono/scompaiono come forme ambigue, “travestite”. Non hanno bisogno di corpi per incarnare significati. Le loro conversazioni sono in corso. L’artista usa le mani e le dita per graffiare il piano pittorico – cercando di raggiungere il lato opposto. Il rituale crea le forme, non è lui a farlo. Semplicemente attende che si facciano avanti e che inizino a parlare. Per trovare in esse una ragione per vivere quell’«accidente privo di senso» che è la vita. Quelle evocate dall’artista sono le forme della vita. L’energia degli amici morti. Verità o finzione? Poco importa. Perché Holliday ha trovato il modo di fare pace con il passato e di onorare gli orrori che ha conosciuto nella vita. Trasformandoli in una bellezza sinistra.

Testi e immagini da Ufficio Stampa Zétema - Progetto Cultura


Alberto Giacometti

Sequestrate dai Carabinieri TPC due opere falsamente attribuite ad Alberto Giacometti

SIRACUSA: Sequestrate dai Carabinieri del comando tutela patrimonio culturale due opere falsamente attribuite ad Alberto Giacometti

I Carabinieri della Sezione Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Siracusa, in collaborazione con il Reparto Operativo Tutela Patrimonio Culturale di Roma, hanno sequestrato 2 sculture, attribuite al Maestro Alberto Giacometti, importante rappresentante del movimento surrealista del XX secolo, esposte in occasione della mostra di arte contemporanea “Ciclopica – from Rodin to Giacometti” allestita presso l’ex Convento di San Francesco di Siracusa, a cura dell’associazione culturale “Sicilia Musei”.

Le indagini, condotte d’iniziativa, hanno preso spunto dalla costante attività di controllo delle multiformi attività culturali che si svolgono sul territorio.

In particolare, i militari dell’Arma hanno eseguito accertamenti preventivi che, avvalendosi dell’ausilio degli archivi della “Fondazione Giacometti”, con sede a Parigi, hanno permesso di raccogliere inequivocabili indizi in ordine alla presunta falsità delle due opere di arte contemporanea esposte:

  • scultura in bronzo dal titolo “Nudo in piedi”;

  • scultura in bronzo dal titolo “Donna che cammina”;

entrambe, allo stato, risultate copie illegali con firma falsificata, non corrispondenti a quelle presenti nelle edizioni autorizzate.

Le sculture in sequestro, affidate in custodia giudiziale presso l’area espositiva, sono a disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siracusa, al cui vaglio sono stati sottoposti gli esiti dell’attività di polizia giudiziaria svolta.

Testo da Ufficio Stampa Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Alberto Giacometti
Alberto Giacometti alla XXXI Biennale di Venezia del 1962, fotografato da Paolo Monti (- Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC. L'immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano), CC BY-SA 4.0 

Sight mostra Antony Gormley isola di Delo

“Sight”: quando il contemporaneo si coniuga sapientemente all’arcaico

Sight mostra Antony Gormley isola di DeloIl sito archeologico di Delo si trova su un’isola greca che fu abitata a partire da più di cinquemila anni fa. Collocata nell’arcipelago greco delle Cicladi, è attualmente disabitata, benché meta di innumerevoli turisti e di ricercatori scientifici. I primi insediamenti si ebbero sul monte Cinto, l’area più elevata dell’isola, dal 2500-2000 a.C. al 69 a.C. quando il luogo smise di esser nodo centrale delle rotte commerciali nel Mediterraneo. I santuari, le case e tutta l’architettura locale richiamano la mitologia del luogo, rifugio di Leto che diede alla luce i figli gemelli di Zeus (Apollo ed Artemide) garantendo prosperità al sito.

Solitamente si tende a vedere le aree archeologiche come località immacolate ove il tempo sembra essersi congelato per riportarci ad un passato eterno e gli unici elementi moderni ammessi sono i cartelli museali con indicazioni storiche per finalità didattico-culturali. Invece questo territorio è stato insolitamente scelto per la mostra d’arte contemporanea dello scultore britannico Antony Gormley: sebbene ai più possa risultare una scelta bizzarra, la decisione di congiungere antico ed attuale è stata accolta all’unanimità da parte del Consiglio Archeologico Greco, primo caso del genere a trovare una simile entusiastica approvazione generale.

Frutto della collaborazione tra NEON, Eforato per le Antichità delle Cicladi e Museo dell'isola di Delo, il progetto “Sight” nasce proprio dalla volontà di entrare in sintonia con il sito che lo accoglie, con le statue, i templi, le piazze ed i paesaggi della suddetta isola del mar Egeo. Tra i suoi curatori vi sono la direttrice di NEON, Elina Kountouri, e la direttrice della Galleria di Whitechapel, Iwona Blazwick. L’artista coinvolto, Gomley, classe 1950, negli ultimi quarant’anni ha forgiato sculture ed installazioni che hanno rivisitato i canoni percettivi spaziali, sfidando la comune concezione del corpo umano. Studioso di archeologia, storia dell’arte ed antropologia, la sua passione per la cultura e la sua varietà lo spinse ad intraprendere un viaggio per l’Europa, il Medio Oriente e l’India al termine del quale decise di dedicarsi totalmente all’arte. Tali esperienze itineranti hanno inciso profondamente sulla sua scultura incentrata sul corpo, nelle sue posizioni e correlazioni col tempo e gli elementi.

Amministratore del British Museum (2007-2015), cavaliere per i servizi alle arti (2014), vincitore del Turner Prize (1994), del Premio Obayashi (2012), del Praemium Imperiale per la scultura (2013) e del Mash Award per l’eccellenza nella scultura (2015): ecco alcuni dei riconoscimenti ottenuti da Gomley. Posizionato al quarto posto tra le persone più influenti della cultura britannica secondo il Daily Telegraph, l’artista inglese afferma che il suo operato tenta di dar forma al luogo posto oltre l’apparenza imperante, trattando il corpo non come un oggetto bensì come uno spazio che rappresenti la condizione che accomuna gli esseri umani.

Sight mostra Antony Gormley isola di Delo
SIGHT | ANTONY GORMLEY, sito archeologico di Delo, 2019, © Oak Taylor Smith | Courtesy NEON; Eforato per le Antichità delle Cicladi & l'artista

Il suo obiettivo sull’isola è ripopolarla con corpi di ferro, riportando sul posto la presenza umana e la possibilità di nuovi incontri: ventinove statue realizzate negli ultimi venti anni, cinque delle quali compiute appositamente per l’occasione, vivificano i caratteri archeologici e geologici insulari. L’isola, ampia cinque chilometri per un chilometro e mezzo, si fonda su una storia ricca di mitologia, politica, religione, commercio e multiculturalità che ha dato origine ad un’identità sfaccettata e cosmopolita. I visitatori - già accingendosi ad arrivare sull’isola - scorgono una figura artistica posta in piedi su un promontorio di roccia della costa, una scultura della stessa serie è situata nel porto, un’altra sul monte Cinto ed altre sono inserite nei siti archeologici sparsi per il territorio. Le statue gormleyane, in pose erette o giacenti, assumono forme naturalistiche, astratte, cubiche: in tal modo appaiono e scompaiono tra gli elementi topografici inserendosi perfettamente fra di essi.

L’artista ha quindi reinterpretato il ruolo della scultura, mutando in aree empatiche di proiezione immaginativa le statue anticamente presenti in templi e piazze, creando così una connessione col tempo, lo spazio, la natura e la nostra memoria collettiva. Un viaggio temporale che fornisce un’esperienza singolare delle bellissime rovine immacolate locali, agevolando la lettura del passato. Una riflessione sulla nostra identità e sui legami estetico-cognitivi che ci correlano a chi ci ha preceduti. Il direttore dell'Eforato per le Antichità delle Cicladi, Demetrios Athanasoulis, ha asserito che l’antica magia del posto è stata intensificata dalla mostra, poiché non bisogna fermarsi alla constatazione dell’antica gloria ma riaffermare la nostra vitalità donando attualità al luogo.

La mostra conferma l’obiettivo di NEON, ossia quello di avvicinare al vasto pubblico la cultura contemporanea favorendone la comprensione ma anche la produzione nel territorio greco, senza alcun fine di lucro. Alla base di tale impegno vi è la ferma convinzione che l’arte contemporanea sia l’elemento cardine per la crescita e lo sviluppo territoriale; per tale motivo NEON collabora stabilmente con le istituzioni culturali per favorire l’accesso e l’interazione produttiva con l’arte contemporanea, promuovendo iniziative che stimolino il soggetto e la società nel suo complesso. Finalità condivisa con l’Eforato per le Antichità delle Cicladi, una sezione del Ministero della cultura e dello sport della Grecia che ha contribuito al progetto, in quanto responsabile del recupero, restauro e preservazione dei resti archeologici delle isole Cicladi.

Dunque, la scelta di adoperare un’area archeologica per ospitare un’installazione di arte contemporanea è risultata meno azzardata di quanto potesse apparire inizialmente. Inoltre, l’unico costo richiesto per la visione della mostra è quello necessario per l’accesso all’isola di Delos effettuabile dalle vicine Mykonos, Paro e Nasso. Un’occasione da prendere al volo, specialmente per coloro che nei prossimi mesi si recheranno in Grecia, culla della nostra civiltà.

SIGHT | ANTONY GORMLEY ON THE ISLAND OF DELOS

Date espositive: 2 maggio - 31 ottobre 2019, tutti i giorni dalle 08:00 alle 20:00.