Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi

"Locroi Epizephyroi": Andrea Chiesi interviene al museo locale

Locroi Epizephyroi

Musei e parco archeologico nazionale di Locri

Locri (Reggio Calabria)

Giovedì 29 agosto 2019 – Ore 12.00

Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi
Giovedì 29 agosto 2019, alle ore, 12.00, a Locri (Reggio Calabria), presso il Parco archeologico nazionale di Locri, si terranno un atteso intervento di Andrea Chiesi dal titolo Locroi Epizephyroi e la cerimonia di consegna di una sua opera al museo locrese. 
Visionario e poetico, Andrea Chiesi dipinge paesaggi contemporanei dai colori freddi e dai tratti veloci. Dedito alla pittura a olio e al disegno, di cui predilige la tecnica dell’inchiostro, sovente Chiesi raccoglie le sue impressioni di viaggio in taccuini, alla pari di un esploratore contemporaneo che durante un Grand Tour fissa in istanti eterni i ricordi. 
Per il Museo di Locri, Chiesi ha realizzato un taccuino espanso, un’opera che rispecchia la “responsabilità dell’artista”, ovvero la convinzione che ogni museo, seppur piccolo, sia spazio pubblico, in cui si sedimenta il senso di appartenenza della comunità e al contempo si favorisca la diffusione di valori condivisi. 
L’intervento di Andrea Chiesi è documentato da uno dei Contrappunti visivi, ovvero la sezione di audiovisivi di Ceilings per la regia di Giovanni Carpanzano e la fotografia di Demetrio Caracciolo, realizzato da Doc Servizi. È stato realizzato un making of sull’opera specifica e sulla poetica dell’artista, che sarà proiettato durante la giornata.
L’iniziativa è parte integrante del progetto Ceilings. Musei in rete, promosso e organizzato dall’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro.
Ceilings cofinanziato per il secondo anno consecutivo dalla Regione Calabria, vanta un accordo di valorizzazione con la Direzione territoriale delle reti museali della Calabria, già Polo museale della Calabria, nonché numerosi partner istituzionali e di settore. Ogni artista è invitato a confrontarsi con il territorio, con lo spazio museale, per realizzare interventi site-specific che si integrino con l’identità del luogo. Tali interventi artistici, lungi dall’essere una sterile operazione decorativa, rappresenteranno - e dovranno rappresentare nel lungo termine - la specificità della “rete dei musei”, per costituire quell’itinerario turistico del contemporaneo, tutto da scoprire, disseminato tra il patrimonio culturale della Regione.
Rossella Agostino - Direttore Museo e Parco Archeologico di Locri

Parteciperanno all’iniziativa: Rossella Agostino, direttore Musei e parco archeologico nazionale di Locri; Giuseppe Carmine Soriero, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Vittorio Politano, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Simona Caramia, curatrice del progetto e Anna Sofia, assessore alla cultura del comune di Locri.

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Banksy genius vandal

"Banksy. Genius or vandal?" A Lisbona la mostra che ha girato l'Europa

Si tiene a Lisbona (alla Cordoaria Nacional di Belém) la prima grande mostra portoghese dedicata al più celebre street artist: Banksy. Genius or vandal? La domanda appare retorica, perché probabilmente saranno rimasti in pochissimi a considerare Banksy un vandalo, non fosse altro per il fatto che ormai tutto ciò che tocca diventa oro. Si tratta però di una considerazione che ha sicuramente un valore storico e legato alla Street Art, e critiche in tal senso sono arrivate all'artista anche in un recentissimo passato. D'altra parte non si può non notare come sia vero pure il contrario, e cioè che un gran numero di opere di Banksy siano state vandalizzate.

Banksy. Genius or vandal? è una mostra realizzata in collaborazione con Lilley Fine Art - Contemporary Art Trader, uno dei pionieri nella rivendita delle stampe dell'artista. Si tratta di una mostra non autorizzata (come si dichiara nel sito e nella guida ufficiale, liberamente scaricabile da Izi.travel, e che si consiglia di utilizzare nella lettura dell'articolo) che è stata già presentata con successo a Mosca, San Pietroburgo e Madrid.

Una volta varcata la soglia (con gli immancabili ratti, uno degli animali ricorrenti nelle sue opere), ci si rende immediatamente conto del carattere multimediale della mostra. Tre schermi mostrano le più celebri opere dello street artist, realizzate nei diversi continenti. La maggior parte sono collocate nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ma non si possono non ricordare, ad esempio, quelle realizzate in Israele e in Cisgiordania. Diversi altri video sono presenti a intervalli più o meno regolari, nei corridoi della Cordoaria Nacional.

Nella stanza successiva è stata invece ricreata la scena dell'intervista a Banksy nel documentario Exit through the Gift Shop: a Banksy film. L'oscurità copre il volto e l'identità del controverso artista. Buona parte della mostra è però avvolta dalle tenebre, dalle quali emergono le opere. Si tratta di una scelta d'impatto e suggestiva, che però alle volte rende davvero difficile leggere le informazioni relative alle stesse.

Banksy genius vandal

A rendere controverso lo street artist non sono però solamente le questioni relative al vandalismo e alla sua identità, ma sicuramente anche il modo col quale lo stesso ha affrontato diversi temi "caldi" del nostro tempo. La mostra ripercorre quindi quelli che appaiono i temi a lui più cari: consumismo, politica, guerra, arte.

Sale Ends Today

Si comincia con la campagna Stop Esso, che nel 2000 lo vide al fianco di Greenpeace e a sostegno dell'ambiente e della ricerca relativa al riscaldamento globale. Più in generale, Banksy si è spesso scagliato contro il consumismo, con opere come Flying Shopper, Rose Trap, Sale Ends Today, Grin Reaper, Chocolate Donut, Barcode, Trolleys and Trolleys.

Brexit, fotografia

Altri temi che spesso ricorrono nelle opere dello street artist sono la politica e la guerra. L'opinione dell'artista è spesso espressa senza mezzi termini, anche dissacrando le istituzioni più importanti, come la Regina o il Parlamento. Tra le "vittime" più frequenti della satira di Banksy ci sono poliziotti, soldati e macchine da guerra. Tra le opere esposte, si segnalano Brexit, Monkey Parliament, Rude Copper, Turf War, Bomb Love, Happy Choppers, Heavy Weaponry, Monkey Detonator, Applause, Holocaust Lipstick, la terribile Napalm e forse la più celebre di tutte, Flower War/Love is in the Air.

Monkey Parliament

A voler fare l'avvocato del diavolo, viene quasi da chiedersi quanto l'artista sia davvero riuscito nelle sue battaglie, visto che le sue opere sono esse stesse oggetto di consumo, e lui stesso (come la stessa Street Art) pare ormai istituzionalizzato. Rimarcarlo troppo sarebbe però forse ingeneroso e tutto sommato anche sterile.

Banksy. Genius or vandal?
Applause

L'arte è un altro grande tema nei lavori dello street artist, che da un lato si interroga lui stesso, dall'altro si ritrova a fare satira sul mondo dell'arte contemporanea e sulla grande questione della percezione della stessa. Banksy può riprendere pure capolavori del passato, come la Ragazza con l'orecchino di perla di Johannes Vermeer, che diventa la Girl with pierced eardrum, oppure può ancora provocare affermando che se i graffiti cambiassero qualcosa, sarebbero illegali (If Graffiti Changed Anything).

Verso la metà del percorso si presentano le opere che dissacrano la Disney; grande spazio è riservato a Dismaland, un parco giochi decisamente non adatto ai bambini.

La mostra ripercorre buona parte della carriera di Banksy, con il Cans Festival, il Banksy vs Bristol Museum, la mostra Barely Legal, l'iniziativa del Walled Off Hotel, la Graffiti Wars con Robbo. Onnipresenti sono i soggetti preferiti da Banksy: ratti, scimmie, elefanti, bambini e anziani, poliziotti. Tra le opere esposte, ricordiamo infine Choose your Weapon Right, Pulp Fiction, e la Girl with a Balloon recentemente salita agli onori della cronaca durante un'asta di Sotheby.

Ovviamente si esce dalla mostra attraverso il negozio di souvenir (riprendendo letteralmente il documentario del 2010, Exit through the Gift Shop: a Banksy film), ma questa volta lo si fa solo per entrare in una seconda mostra, Arte para respirar. Con una selezione effettuata da Rádio Oxigénio, espone opere di Inês Gato e Maria José Cabral. Lo spazio è dedicato all'associazione tra artisti visivi portoghesi e musica. Questa è però solo una prima selezione, e altre avverranno in futuro.

Il carattere più ricorrente nelle opere di Banksy - che sembra emergere dalla mostra - pare quello della provocazione. E se alcune opere (come quelle sul tema dell'arte) possono ricordare la semplicità della vignetta, della battuta e del tweet, anche utilizzando più volte lo stesso supporto (quasi un meme), in altre emerge invece una profonda complessità. Piazzare un tenero e stucchevole gattino sull'unico muro rimasto in piedi di un edificio a Gaza va al di là della semplice provocazione.

Moltissime delle sue opere sicuramente possiedono uno straordinario impatto pop, e non è un caso che il tanto abusato aggettivo "iconico" sia spesso associato all'artista. Da vero iconoclasta, Banksy riprende spessissimo fotografie e figure del nostro tempo per sovvertirle completamente, anche solo con l'aggiunta di un particolare che rende satirica l'intera composizione. Ed è forse anche grazie a questo carattere pop e di immediata riconoscibilità che si spiega come Banksy sia riuscito a dare un significativo contributo nel rendere la Street Art accettata dal grande pubblico.

Altro carattere dell'artista che pare pienamente colto dalla mostra è dunque quello del suo essere in grado di comunicare con le forme mediatiche del nostro tempo. Se Banksy parla soprattutto dal suo profilo Instagram, il visitatore è invitato a condividere i suoi scatti sullo stesso canale, ed è immerso in uno spazio multimediale.

In conclusione, per gli ormai tanti italiani che - tra residenti e turisti - saranno nella capitale portoghese fino al 27 ottobre, la mostra si presenta come una tappa invitante, che ripercorre buona parte della carriera di Banksy. Sicuramente accessibile, verrebbe da sottolineare - visti i numerosi giovanissimi presenti -  anche la potenziale capacità di questo popolare artista di avvicinare all'arte.

Banksy genius vandal
Locandina della mostra "Banksy. Genius or vandal?"

Per informazioni sui biglietti: Everything is New.

Foto di Giuseppe Fraccalvieri, ove non indicato diversamente.


Kronos e Kairos: il tempo al centro di una mostra al Palatino

Il tempo come flusso sequenziale e il tempo come attimo, momento propizio in cui avviene un determinato evento. Ecco il tema cardine della mostra che ci attende in questi giorni a Roma, che affronta attraverso l’arte contemporanea le sue diverse ma complementari sfaccettature: Kronos* e Kairos, la scorrevolezza e l’occasione, l’aspetto quantitativo e quello qualitativo dell’antico concetto di tempo.

Gli antichi Greci infatti suddividevano il concetto temporale in tre termini: oltre ai già citati Kronos e Kairos caratterizzanti il mondo degli uomini, vi era il trascendente Aion, tempo assoluto ed eterno sovente associato al Cosmo. Peculiari ed interessanti le iconografie cui ricorrevano per raffigurarli: Kronos mediante un potente titano che divora i suoi figli per mantenere il proprio potere; Kairos, figurativamente meno frequente, mediante un giovane dai piedi alati, un rasoio ed il capo rasato ad eccezione di un ciuffo che va afferrato mentre passa rapido. Il pensiero di allora associava Kronos alla divinità divoratrice poiché il tempo cronologico cancella ciò che crea (azioni meccaniche destinate a svanire), a differenza dei singoli attimi di illuminazione che si distinguono per la loro eccezionalità e vanno pertanto colti al volo.

In questo contesto l’arte contemporanea rientra nel Kairos, in quanto comporta una rottura tra presente e passato i cui sviluppi appartengono ad una dimensione “kairologica”, a differenza delle condizioni artistiche che solitamente vengono inquadrate cronologicamente. L’opera d’arte fa sì che l’artista condivida il momento creativo, il Kairos che proietta verso un tempo migliore gli atti creativi che esulano dagli schemi comuni. L’arte è dunque elemento cardine dell’evoluzione dal tempo quantitativo a quello qualitativo, poiché allontanando la bellezza dal distruttivo Kronos la rende eterna in Kairos.

Ecco la riflessione che sta alla base del progetto espositivo organizzato da Electa e curato da Lorenzo Benedetti, il quale ha coinvolto quindici artisti nostrani ed esteri che hanno ideato o riadattato le loro opere al luogo che le accoglie, il Palatino, fonte di riflessione sul rapporto tra passato e presente. Viene infatti ipotizzato un dialogo tra l’attuale ed il patrimonio storico, dialogo che restituisce continuità al Parco Archeologico del Colosseo, che la promuove. La direttrice Alfonsina Russo parla a tal proposito di interventi site-specific che congiungono archeologia e creatività, maestria arcaica ed estro contemporaneo.

Esito del coordinamento scientifico della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, l’esposizione si fonda dunque su quindici opere audiovisive e installazioni che si inseriscono perfettamente nelle diverse aree dell’antica location: le imponenti e complesse Arcate Severiane dalle antiche funzioni polivalenti; lo Stadio Palatino dalla forma simile ad un ippodromo originariamente dedicato alle attività di svago; la Domus Augustana che era luogo di rappresentanza per udienze; e la Sala dei Capitelli, un tempo avente la funzione di antiquario e così denominata poiché contenente numerosi capitelli ben conservati.

Di seguito una breve descrizione delle opere incluse nella mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea” e descritte nell’omonimo catalogo.

Nina Beier, Beast, 2018 ©ph_studiozabalik
Catherine Biocca, Hey Kiddo!, 2019 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fabrizio Cotognini, Four Beasts in One, 2019 ©ph_studiozabalik

Beast” (2018), dell’artista danese Nina Beier, riproduce l’opposizione alla dominazione umana attraverso due tori meccanici che attuano un ripetitivo movimento di resistenza. L’istallazione audio di Catherine Biocca, “Hey Kiddo!” (2019), si fonda invece su stampe PVC, colonne, griglie e speaker per rievocare l’epistolario incompleto di Seneca all’allievo Lucillo (65 d.C.). “Four Beats in One” (2019) di Fabrizio Cotognini raffigura il cigno antropomorfo Grillomostro, figura mitologica che ritratta nell’istante della morte vuol interrogare sulla contemporaneità; esito di un assemblaggio di più materiali (marmo, resina, ottone, rame e fegato di zolfo), diviene emblema di uno specifico momento storico, quello attuale destinato a divenire storia.

Kronos e Kairos
Dario D’Aronco, Composizione con voce (Hirayama), 2019 ©ph_studiozabalik

Composizione con voce” (2019) è un’opera di Dario D’Aronco fondata su un tatami, tipico pavimento giapponese con moduli rettangolari, sul quale vengono posizionate sculture che sembrano una pioggia di ricordi unti di una pittura vischiosa, mentre in sottofondo si ode una canzone di Michiko Hirayama. Antecedente è l’installazione “The Stand-In” (2011) dell’artista Rä Di Martino, fondata su dieci proiettori che mostrano aree del deserto nordafricano utilizzate come set cinematografici e divenute poi rovine abbandonate.

Jimmie Durham, Stone Foundation, 2019 ©ph_studiozabalik

Stone Foundation” (2019), dello statunitense Jimmie Durham, è un’opera site-specific che dialoga con l’ambiente circostante, un assemblaggio le cui parti espongono la rapida obsolescenza tecnologica in una sorta di mitologia industriale che illustra gli effetti del tempo e la sua relatività. “Krewne” (2010), scultura in acciaio ideata per la II Wola Biennale di Varsavia dall’inglese Kasia Fudakowski, è costituita da cancelli ritraenti volti astratti che da chiusi si fronteggiano e solo da aperti si “vedono”, illustrando la limpida evidenza tipica del senno di poi.

Giuseppe Gabellone, Senza titolo, 2018 ©ph_studiozabalik
Hans Josephsohn, Untitled (Mirjam), 1953 ©ph_studiozabalik

Giuseppe Gabellone ci propone “Senza titolo” (2018), una struttura in metallo con assi e luci dalle sagome antropomorfe, le cui braccia sembrano voler ampliare lo spazio e sfidare la luce naturale esterna, risultando industriale e poetica al tempo stesso. Hans Josphsohn coi suoi molteplici “Untitled” incentra l’arte sulla forma umana, con figure intere o smezzate poste in varie posizioni e relazionate l’una all’altra.

Kronos e Kairos
Oliver Laric, Hundemensch, 2018 ©ph_studiozabalik
Cristina Lucas, PANTONE -500 +2007, 2007 ©ph_studiozabalik

Con l’opera in poliuretano “Hundermensch” (2018) l’austriaco Oliver Laric vuol far riflettere sul concetto di metamorfosi, di effetti del tempo, di dinamiche tra vita umana e non umana, adoperando lo strumento tecnologico in relazione alla scultura classica. Attraverso l’installazione “Pantone – 500 +2007” (2007) la spagnola Cristina Lucas compara l’astrazione del pantone (sistema internazionale di riferimento per grafica e stampa che relaziona colori e numeri) con quello della mappa del mondo che associa colori e paesi.

Matt Mullican, Untitled (subject, world framed, elements), 2019 ©ph_studiozabalik
Hans Op de Beeck, Blossom Tree (Bronze), 2018 (dettaglio) ©ph_studiozabalik

Untitled” (2019), ideata dallo statunitense Matt Mullican appositamente per la mostra, coniuga storia, geografia e diversità culturali attraverso pittogrammi colorati con cui l’artista realizza tre bandiere nel tentativo di descrivere la relazione tra uomo ed universo. “Blossom Tree” (2018) del belga Hans Op de Beek è invece un albero bronzeo dallo stile nipponico, caratterizzato da particolari effetti visivi con raffigurazioni di sagome umane, oggetti, edifici e panorami usuali ma riprodotti in maniera tacita e distaccata.

Giovanni Ozzola, 3000 BCE – 2000 Il cammino verso se stessi, 2012 ©ph_studiozabalik
Kronos e Kairos
Fernando Sànchez Castillo, Hojarasca (Leaf Litter), 2019 ©ph_studiozabalik

Giovanni Ozzola ha realizzato “3000 B.C.E – 2000 (Il cammino verso se stessi)” (2012) con 98 incisioni su ardesia formanti sulla parete un’ampia immagine del mondo con le rotte dei più celebri esploratori, producendo un effetto poetico da lui definito “stimmung”. Infine, l’opera “Hojarasca” (2019) dello spagnolo Fernando Sánchez Castillo vuol analizzare le diverse forme di potere basandosi su oggetti quotidiani tramutati in sculture in bonzo resi peculiari da una specifica patina.

Come si evince da questa rapida descrizione, numerosi sono gli spunti riflessivi originati dalle suddette creazioni artistiche. Inoltre, dal 1° settembre al 3 novembre, giorno di chiusura della mostra, verrà attuato un progetto formativo di mediazione culturale didattica che coinvolgerà nell’interazione coi visitatori gli studenti di Storia dell’arte dell’Università La Sapienza: forniranno chiarimenti e ausilio nella fruizione attiva delle opere.

Orari di apertura: 10,00 – 17,00 (dal 19 luglio al 30 settembre), 9,00 – 16,00 (dal 1° ottobre al 3 novembre).

Per informazioni sulla mostra “Kronos e Kairos. I tempi dell’arte contemporanea”: www.parcocolosseo.it

Kronos e Kairos* in realtà con la traslitterazione Kronos (Κρόνος) si intende solitamente il padre di Zeus, divinità pre-olimpica; con la traslitterazione Chronos (Χρόνος) si indica invece il dio del tempo. Le due figure furono equate già almeno in Plutarco (insieme a Saturno, nelle Questioni romane 12, 266 E), ma non si può escludere che questa equivalenza fosse pure precedente. In italiano entrambe le figure si rendono spesso col nome Crono. Nota a cura di Giuseppe Fraccalvieri.


Open House alla conquista del sud Italia. Da ottobre a Napoli

Open House arriva nel sud Italia e precisamente a Napoli. Dal 26 al 27 ottobre 2019 la prima edizione di Open House Napoli animerà le vie e i palazzi della città con aperture gratuite di edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, luoghi sacri, infrastrutture, residenze private, factory creative, cantieri attivi e tanto altro ancora: Napoli si svela ai visitatori accogliendoli dietro le quinte di decine di siti di straordinario interesse architettonico, spesso inaccessibili, aperti al pubblico con visite guidate gratuite.

Un festival globale dell’architettura antica e moderna, del design che accompagnerà il visitatore a scoprire eccezionalmente le complesse storie della città di Napoli, un’esperienza unica da vivere come moderni esploratori urbani.

Open House nel mondo

Open House Napoli fa parte della rete internazionale di Open House Worldwide, il primo festival globale dell’architettura fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita. Un prezioso strumento di conoscenza, dialogo e contributo al disegno della città che verrà.

Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli.

Per tutti gli aggiornamenti ecco il link al sito: https://www.openhousenapoli.org/


Plessi a Caracalla inaugura i sotterranei mai aperti delle Terme

Metti una mattinata all’anteprima esclusiva ed emozionante alle Terme di Caracalla, più precisamente nei sotterranei, nel suo cuore pulsante, sotto l’area del Calidarium. Da Martedì 18 Giugno, fino a Domenica 29 Settembre 2019, infatti, apre al pubblico l’area sotterranea mai prima aperta alla pubblica fruizione, contestualmente alla mostra “Plessi a Caracalla: il segreto del tempo “.
Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro

Le Thermae Antoninianae, uno dei più grandi e meglio conservati complessi termali dell’antichità, furono costruite nella parte meridionale della città per iniziativa di Caracalla che dedicò l’edificio centrale nel 216 d.C. La pianta rettangolare è tipica delle “grandi terme imperiali”. Le terme non erano solo un edificio per il bagno, lo sport e la cura del corpo, ma anche un luogo per il passeggio e lo studio. Si entrava nel corpo centrale dell’edificio da quattro porte sulla facciata nord-orientale. Sull'asse centrale si possono osservare in sequenza il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e le natatio; ai lati di questo asse sono disposti simmetricamente attorno alle due palestre altri ambienti. Le Terme di Caracalla sono uno dei rari casi in cui è possibile ricostruire, sia pure in parte, il programma decorativo originario.

Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro
Le fonti scritte parlano di enormi colonne di marmo, pavimentazione in marmi colorati orientali, mosaici di pasta vitrea e marmi alle pareti, stucchi dipinti e centinaia di statue e gruppi colossali, sia nelle nicchie delle pareti degli ambienti, sia nelle sale più importanti e nei giardini. Per l’approvvigionamento idrico fu creato un ramo speciale dell’acquedotto dell’ Aqua Marcia, l’ Aqua Antoniniana. Restaurato più volte, l’impianto termale cessò di funzionare nel 537 d.C.
Oggi dopo un lungo intervento di restauro, condotto dalla Soprintendenza speciale di Roma il sito ha aperto al pubblico il 18 Giugno. Le gallerie si trovano proprio sotto il Calidarium e nei tempi antichi vedevano centinaia di schiavi impegnati a portare grandi cesti di legna su e giù dalle scale in un ambiente surriscaldato fino all'inverosimile.
Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro

Si tratta di un vero e proprio labirinto che si snoda nelle gallerie che ospitavano gli impianti idraulici, i forni, le caldaie e i camini che riscaldavano l'acqua per garantire il massimo del benessere nelle saune delle terme stesse. Una grande arteria sotterranea, il tutto fa da contrappunto a Plessi a Caracalla. L’artista, Plessi scende nelle viscere del monumento e per queste grotte misteriose ha progettato Il segreto del tempo: 12 video installazioni su grandi strutture in ferro, ove è evidente il rimando all’architettura romana, in un progetto site-specific che, tanto nelle strutture di supporto agli schermi, che nei contenuti degli stessi video, spaziano su temi classici, tra i protagonisti della videoarte contemporanea internazionale, con le musiche di Michael Nyman che narrano l'atmosfera di Caracalla lungo un percorso di 200 metri, in un’alternanza che contiene una serie di interventi inediti sulla storia di Roma.

La mostra, curata da Alberto Fiz, è organizzata dalla Soprintendenza Speciale Roma in collaborazione con Electa editore.

Mostra "Frank Holliday in Rome"

FRANK HOLLIDAY in Rome

La prima personale dell’artista in un museo italiano con 36 opere realizzate nel 2016 durante il suo soggiorno romano. Mostra a cura di Cesare Biasini Selvaggi

Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese

dal 20 giugno al 13 ottobre 2019

Frank Holliday
Frank Holliday con Cesare Biasini Selvaggi

Roma, giugno 2019 – Mercoledì 19 giugno 2019 si è inaugurata a Roma, al Museo Carlo Bilotti, la mostra Frank Holliday in Rome, a cura di Cesare Biasini Selvaggi. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale di Roma - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio dell’Ambasciata Americana e con i servizi museali a cura di Zètema Progetto Cultura, la mostra è organizzata e sponsorizzata da Partners & Mucciaccia.

Si è conclusa nell’aprile del 2018 al MoMA di New York la mostra “Club 57: Film, Performance, and Art in the East Village, 1978-1983”. Realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation, questa mostra è stata la più grande mai dedicata allo storico locale dell’East Village che ha contribuito a proiettare nel mito la controcultura newyorkese a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Particolare attenzione è stata dedicata alla sua scena artistica, con l’esposizione di opere di Keith Haring, Kenny Scharf, Adolfo Sanchez e Frank Holliday.

Poco più di un anno dopo, Frank Holliday fa il suo primo ingresso in un’istituzione museale italiana con la sua personale al Museo Carlo Bilotti, in cui vengono esposte 36 opere, tutte realizzate nel 2016 durante quello che l’artista statunitense stesso ha definito il suo soggiorno “monastico” romano.

Nell’estate 2016, infatti, Holliday ha lavorato alacremente nel suo studio vicino a Piazza Navona, avendo come ispirazione le opere dei maestri della storia dell’arte, prime fra tutte quelle di Caravaggio.

Come ricorda l’artista nell’intervista inedita con Anney Bonney, girata da Eric Marciano, a Roma dipingeva la mattina e a pranzo andava a guardare qualche tela di Caravaggio. Particolarmente emozionante per lui era entrare in quello splendido spazio tranquillo, prescelto, di Cappella Contarelli – che aveva più o meno le dimensioni del suo studio romano. Stava in piedi davanti ai dipinti del ciclo pittorico su san Matteo e si lasciava invadere dalla loro potenza; poi tornava allo studio per continuare a lavorare. Osservando le opere d’arte in Italia Frank Holliday ha scoperto che ci sono tre “zone”: il paradiso, che di solito è luminoso, arioso e senza peso – qualcosa che non possiamo avere ma di cui possiamo farci un’idea. Poi c’è la terra e, quindi, l’inferno. E l’inferno è la forza di gravità, che cerca sempre di aggrapparsi a noi per tirarci giù. E noi siamo incastrati tra i due. L’artista ha osservato a lungo come il Bernini abbia affrontato il problema della gravità nelle sue opere, trovandolo geniale e avvertendo nei suoi lavori l’attrazione del peso della terra e la ricerca della spiritualità nella pietra.

Nei suoi dipinti del “ciclo romano” – puntualizza il curatore della mostra Cesare Biasini Selvaggi – Frank Holliday ha scandagliato proprio questo spazio intermedio, tra l’inferno e il paradiso, quella dimensione di mezzo. La sua grande maestria sta nel dare immagine a qualcosa di assolutamente immateriale, nel dipingere cioè la realtà nella sua irrealtà, cercando l’aldilà in questo mondo e questo mondo nel pensiero dell’aldilà. La bellezza del colore controbilancia la solidità del gesto pittorico, in un susseguirsi di paradossi dove luci e ombre, cadute e ascese, assenze e presenze diventano inscindibili.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito per i tipi di Carlo Cambi Editore, con testi di Cesare Biasini Selvaggi, Carter Ratcliff, un’intervista di Anney Bonney, oltre a un’antologia critica e ad apparati bio-bibliografici.

Note biografiche

Frank Holliday è nato nel 1957 a Greensboro, nel North Carolina, e dopo gli studi al San Francisco Art Institute e il New York Studio School, si stabilisce a New York dove raggiunge la fama all’inizio degli anni Ottanta, associato alla scena artistica dell’East Village e del Club 57.

Nei primi anni della sua carriera ha lavorato a stretto contatto con Andy Warhol e altri artisti quali Keith Haring, Ann Magnuson e Kenny Scharf, esponendo alla Kenny Schacter Gallery, Tony Shafrazi Gallery, Debs & Co., Tom Cugliani Gallery, The Kitchen, Dru Artstark e GAL Gallery.

Ha partecipato a numerose mostre collettive presso prestigiose realtà newyorkesi come The Arts Club, Derek Eller, White Columns, Sandra Gering Gallery, Amy Lipton Gallery, Elizabeth Dee, Barbara Toll Fine Art and Club 57, Lennon Weinberg, PS1 e il Club 57 con Keith Haring. 

I suoi lavori sono conservati in numerose importanti collezioni sparse negli Stati Uniti, in Europa, Giappone, Australia, Messico, in spazi come il Weatherspoon Museum at The University of North Carolina di Greensboro, il Museum Frederick Russe di Stoccolma (Svezia), il Museo delle Miniature di Amsterdam (Olanda), il MoMA e la DIA Art Foundation di New York.

Frank Holliday è stato premiato con il National Endowment for the Arts (1986), il Gottlieb Foundation Fellowship (2010), il Pollock Krasner Foundation Fellowship (2010) e il Fellow of the John Simon Guggenheim Memorial Foundation (2015). (frankholliday.net)

Frank Holliday
Frank Holliday

SCHEDA INFO

Titolo mostra Frank Holliday in Rome

Luogo Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Viale Fiorello La Guardia 6, 00197 Roma

Apertura al pubblico 20 giugno – 13 ottobre 2019

Inaugurazione Mercoledì 19 giugno ore 19.00

Anteprima stampa Mercoledì 19 giugno ore 12.00 -14.00

Orario Giugno - Settembre: da martedì a venerdì e festivi ore 13.00 - 19.00 (ingresso fino alle 18.30). Sabato e domenica ore 10.00 - 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30).

Ottobre – maggio: da martedì a venerdì e festivi ore 10.00 - 16.00 (ingresso consentito fino alle 15.30); sabato e domenica ore 10.00 - 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30).

Biglietti Ingresso gratuito

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Organizzata da Galleria Mucciaccia, Roma

Sponsorizzata da Partners & Mucciaccia, Gallery

A cura di Cesare Biasini Selvaggi

Catalogo Edito da Carlo Cambi Editore

Info Mostra Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00) www.museocarlobilotti.it; www.museiincomune.it

Servizi museali Zètema Progetto Cultura

FRANK HOLLIDAY in Rome

La prima personale dell’artista in un museo italiano con 36 opere realizzate nel 2016 durante il suo soggiorno romano. Mostra a cura di Cesare Biasini Selvaggi

Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese

dal 20 giugno al 13 ottobre 2019

TESTO DEL CURATORE – CESARE BIASINI SELVAGGI

Frank Holliday.

Dalla figurazione dopo il post-modernismo all’astrattismo enigmatico, il percorso di ricerca dagli anni Ottanta al XXI secolo

Gli anni Ottanta, “la spontanea celebrazione dell’attimo”

Nel numero estivo del 1987, sezione “A Critic Looks At A Critic”, Kay Larson pubblicava su Artforum un lungo contributo intitolato “The Dictatorship of Clement Greenberg”, un vero e proprio j’accuse contro il “dogma modernista” di Greenberg, la voce più autorevole della critica americana del Novecento, reo tra l’altro di aver indotto «la morte della pittura nei tardi anni Sessanta, la paralisi ideologica dell’arte nei primi Settanta e la successiva rivolta dei postmodernisti». Gli artisti, proseguiva Larson, consapevolmente o no, «gravitano ancora attorno alle idee di Greenberg, che hanno dominato tutto il discorso critico sull’arte da quando vivo e che, troppo a lungo, hanno avuto l’autorità di proposizioni a priori, al di fuori delle quali ogni altra legittima formulazione, possibilità e opzione, è stata bandita e considerata inaccettabile». I saggi di Greenberg “Modernist Painting” e “Post-Painterly Abstraction” divennero negli Stati Uniti il canone da seguire (negli anni Sessanta raggiunse l’apice), riducendo alla sua essenza esclusivamente ottica un’arte da lui definita “alta”. Le proprietà materiali del colore e della tela, la piattezza delle superfici (flatness), venivano enfatizzate a scapito di ogni effetto tattile; in conseguenza diretta di tale radicale riduzionismo formale, la pittura doveva essere esclusivamente astratta, liberata da qualsiasi contenuto figurativo, narrativo o anche metaforico, da preoccupazioni psicologiche o finalità morali di sorta. Nella convinzione che l’arte sia un valore in sé, non strumentalizzabile verso alcun fine: «Dire che l’unico proposito proprio dell’arte è il piacere estetico non è denigrarla, perché l’arte non ha bisogno di alcuna giustificazione al di fuori di sé» (Clement Greenberg, 1939). Le fortune critiche di Greenberg sono legate alla prima generazione di espressionisti astratti (Arshile Gorky, Hans Hofmann, Willem de Kooning e, soprattutto, Jackson Pollock) fino al gruppo della Post Painterly Abstraction (Morris Louis, Kenneth Noland, Frank Stella).

In buona misura come reazione al suo canone critico, gli effetti del Postmodernismo iniziano a farsi sentire negli Stati Uniti dalla metà degli anni Sessanta, a partire dalla Pop e dalla Minimal Art. Per deflagrare agli inizi degli anni Ottanta. Private Symbol / Social Metaphor; Art and Social Change, USA; The Pressure to Paint; Eight Artists: The Anxious Edge; Content; Figuration; Narrative Art; Crimes of Compassion; Precious: An American Cottage Industry of the Eighties, sono tutte mostre dei primi anni del decennio accomunate dalla necessità di mettere a fuoco il mutamento ormai in corso, un impulso viscerale a vedere e, quindi, a interpretare il mondo. «Facendo ricorso a un paragone banale, – scrive Thomas Sokolowski – se il modernismo è privo di passione e passivo, il postmodernismo è appassionato e attivo; il secondo ambisce a uno statuto non-artistico, a lavorare entro un contesto globale più ampio perché segnato da traguardi extrartistici». Tra i vari gruppi di artisti le cui opere costituiscono la risposta autoctona americana al fenomeno postmodernista, si annoverano: Robert Kushner, Thomas Lanigan Schmidt, Brad Davis, da un lato, gli artisti dell’East Village Arch Connelly e Rhonda Zwillinger dall’altro. E, ancora, David Salle (l’essenza dell’artista postmoderno, le cui opere prospettano il meglio e il peggio dell’eclettismo di quegli anni), Jonathan Borofsky, Julian Schnabel, fino alla prepotente vitalità dei graffitisti (Futura 2000, A One) e dei post-graffitisti più consanguinei alla pittura dei grandi maestri del passato, cioè quei ragazzi geniali che rispondono al nome di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Per dirla con le parole di Sokolowski, l’arte degli anni Ottanta potrebbe essere definita in questo modo: «il bello è sempre bizzarro»; o meglio ancora «la spontanea celebrazione dell’attimo».

La stagione del Club 57 (1978-1983)

«La spontanea celebrazione dell’attimo» è una definizione utile a coagulare anche la visione del mondo e dell’arte di Frank Holliday (Greensboro, North Carolina, 1957), per adempiere a ciò che Henri Bergson definì come la sua funzione principale: essere élan vital, “slancio vitale”, antitesi dell’istinto di morte di Freud. Alcuni esempi pregnanti di questa sua visione risalgono già al 1980, quando divideva lo studio di New York all’angolo di Lafayette e Fourth Street con l’artista Carl Apfelschnitt. Una grossa tenda nera di vinile separava la stanza in due piccole unità in cui si gelava. In questo periodo Holliday è preso da quei suoi dipinti neri inquietanti, “minimal”, della serie Black Mirror, perché il tema era lo specchio in cui non ti vedi riflesso. Il 1980 è anche l’anno del suo debutto artistico ufficiale. Al Club 57, fondato nel 1978 dall’imprenditore polacco Stanley Strychacki nel seminterrato di una chiesa polacca presso il 57 di St. Marks Place. Uno dei locali divenuti più celebri dell’East Village della Grande Mela tra la fine degli anni Settanta e gli inizi del decennio seguente, un incubatore di movimenti rivoluzionari, dal punk al no wave, al queer pop (da cui provengono star come Madonna e Cyndi Lauper). Qui si mette in gioco una generazione di artisti emergenti della metropoli, puntando su una comunicazione alternativa: «Art is a way of looking at things: not necessarily inherent in the things themselves» (Keith Haring, 1980). Uno spazio aperto alla sperimentazione di ogni tipo, pertanto, in cui vanno in scena performance che uniscono poesia, musica, pittura, moda, fotografia e video, le “drag performance” (con figure come Klaus Nomi e Joey Arias, entrambi apparsi insieme a David Bowie nella storica performance di The Man Who Sold The World al Saturday Night Live del 1979), il gay stripper e cabarettista John Sex ed Ethyl Eichelberger (famoso per il suo teatro sperimentale), i pointy-toed hipsters e «tutti coloro che amavano quello che piaceva a noi, come i Devo, Duchamp e William S. Burrough, ma soprattutto tutti coloro che odiavano la disco e Diane von Fürstenberg», come ebbe a definirli in seguito Ann Magnuson, perfomance curator del club. Insieme a lei lavorano Susan Hannaford e Tom Scully per la parte video e cinematografica e Keith Haring, come curatore della parte espositiva. “This Week: Keith Haring – Painting Himself into a corner. Approx: 1 hour”. Così recita uno dei tanti programmi settimanali del Club 57, in cui trova risalto la scena artistica dell’anima più ruvida e autentica del Lower East Side, da Kenny Scharf, ad Adolfo Sanchez, fino allo stesso Frank Holliday appunto. Alla SVA (School of Visual Arts) di New York Holliday aveva frequentato con Keith Haring il corso di semiotica, la scienza che ha per oggetto lo studio comparato dei segni, della struttura e del funzionamento di tutti i processi in cui i segni sono coinvolti, un ambito a quel tempo indagato da un’ampia schiera di artisti sotto l’influsso del poeta beat Burroughs.

I due compagni di corso espongono nel 1980 al Club 57 nella doppia personale New Paintings by Keith Haring and Frank Holliday. Holliday, tra gli altri, mostra in questa occasione il polittico TVC15 (1979) ispirato all’omonima canzone di David Bowie (“TVC 15” del 1976) e alla qualità allucinatoria di una trasmissione televisiva analogica. Accanto al polittico ci sono altre sue opere della serie Black Mirror. I dipinti rappresentano una premonizione dell’AIDS e della sua lunga ombra, ripristinando i valori materiali della pittura, ridefinendo il disegno come parte del processo pittorico e dimostrando di guardare già oltre il postmodernismo per riacquistare la pienezza della pittura intesa quale arte principale; recuperando l’espressione tattile e la sensualità della sostanza pittorica, così come la fusione ottica di colore e luce (buio) e, soprattutto, la dimensione metaforica. «Più tardi – racconta Holliday – feci una serie di dipinti bianchi. Li mostrai al gallerista Tom Cugliani. L’idea era di esprimere la sensazione di essere circondati dalla luce: la morte e l’illuminazione. Le superfici erano così fragili; assomigliavano a gusci d’uovo fatti di centinaia di sottilissimi strati di smalto. È qui che differisco dai minimalisti; io dipingevo sempre le metafore. Volevo trasmettere il senso di perdita, e al tempo stesso il senso di sicurezza e di pericolo». Il senso, cioè, della morte nella vita e della vita nella morte. D’altronde Holliday, come il suo sodale amico Haring, ha guardato all’arte, compresa quella del passato, per avviare un processo di continua rigenerazione. Convinto che la fine di ogni ciclo contenga in potenza il germe di un nuovo inizio.

L’impegno artistico di Holliday al Club 57 prosegue anche firmando le scene di molti degli spettacoli messi in scena, diretti da Andy Rees, con le coreografie di William Fleet Lively. Un ulteriore esempio della collaborazione “multimediale” tra gli artisti del club è rappresentato dal dipinto di Holliday The Lingerie Family (1983 ca.), un acrilico su masonite commissionato dal regista Eric Marciano per la sua featurette di fantascienza The Age of Insects (1983), progettato per ospitare i movimenti dello sguardo da voyeur di un live performer presente sul set del film. Terminati gli studi, uno dei primi approcci alla ricerca artistica di Holliday erano state le installazioni con colori, foto e oggetti trovati, che prendevano spunto dai ricordi personali. Alla ricerca di un significato massimale nel nulla. «Il problema delle installazioni – ricorda l’artista – era che non c’era niente da vendere. La gente le guardava e la reazione era… “sei matto”, tranne Keith [Haring, n.d.a.] ed Elizabeth Murray. Loro capivano. Ma io volevo dipingere. Le installazioni vennero così usate come elementi scenografici per commedie e performance. Per me erano installazioni, ma furono liquidate come elementi scenografici».

Per comprendere l’atmosfera che si respirava all’epoca, in cui vivere si riferiva alla vita notturna e, in particolare, a quella del Club 57, risultano emblematiche le parole di Kenny Scharf: «Al Club 57 c’erano droghe e promiscuità: era una grande famiglia orgiastica. A volte mi guardavo intorno e pensavo: oh mio dio, in questa stanza mi sono già scopato tutti! Questo era lo spirito dei tempi, ed era prima dell’arrivo dell’AIDS».

Nonostante il successo, il Club 57 ebbe vita breve, chiudendo i battenti nei primi mesi del 1983. Fu l’AIDS, però, a strappare via per sempre, insieme ai loro sogni e i progetti, le vite stesse della vasta comunità del club. Keith Haring è solo uno dei tanti artisti che morirono a causa del virus Hiv. Frank Holliday ne è, invece, uno dei pochi superstiti.

L’anti-naturalismo di Holliday oltre il postmodernismo

Nel suo modo di relazionarsi con la storia dell’arte (Tiziano, Tiepolo, Manet, Caravaggio, Van Gogh, Rembrandt, James Ensor, Chaim Soutine, Oskar Kokoschka, ecc.) Holliday non ha mai inteso di reinventare i grandi maestri del passato, né di mescolare gli stili delle avanguardie storiche in un pastiche di nuove formulazioni figurative all’insegna di un “eterno ritorno”, né di caricare l’opera di significati che ne vincolassero la lettura. Lasciando, invece, che i suoi lavori fossero aperti a interpretazioni diverse. «Molti dei miei dipinti – confida l’artista – riguardano le emozioni, ma soprattutto il senso di non capire esattamente cos’è l’emozione, il non sapere e la paura che questo genera. Cerco significati. Mi infilo sempre tra le immagini e le metafore, lavorando in serie, facendo lavorare i corpi. Quando trovo quello di cui ho bisogno, mi fermo. Cerco qualcos’altro. Ecco perché mi sono permesso di lavorare in modo così libero. Tutto viene dall’esplorazione. Mi hanno criticato per il fatto di cambiare continuamente, e non è stato facile dal punto di vista commerciale, ma è così che lavoro».

Da questa rabdomantica esplorazione Holliday comincia a navigare a vista lungo i fiumi carsici della figurazione, a partire da una sorta di “neo-naif espressionista”, come l’ha definito Anney Bonney. Credo che le figure siano apparse nei suoi lavori come reazione agli anni Ottanta, ma direi anzi che le figure diventarono gli attori del palcoscenico e delle performance della sua pittura. Era un modo per “bloccare l’attore nell’ambiente”, cioè per congelare il tempo. Nel 1981-83, il tema dei suoi dipinti erano il sesso, i cambiamenti di sesso, il mondo gay, il bere, le bombe, la decapitazione, la castrazione, l’omosessualità, oltre che prendere spunto dai dipinti del passato, come l’Olympia di Manet (Olympia, 1982). Erano un teatro della crudeltà, in cui la qualità del colore era espressionista, l’atteggiamento verso l’intero piano pittorico era formale, e il proprio immaginario pervaso di morte, violenza e negatività. Scene prese dalla sua vita underground. Questo senso si riscontra, per esempio, in Pop Top (1982), nel quale l’artista traendo spunto dai segni esteriori della pittura (la pennellata espressiva, il trattamento rapido e pastoso dei colori) concepisce un’immagine dinamica interamente giocata sulla ferocia e la giovinezza della vita all’epoca. Affrontando alla radice la nozione di dipingere “male”, si consolida l’innata tendenza all’antinaturalismo, all’astrazione e all’interiorità della pittura post-post modernista di Holliday. Che ne determina la strutturale ambiguità intermittente tra linguaggi iconici e aniconici. Probabilmente già dalla seconda metà degli anni Ottanta, l’artista non cerca più infatti né l’astrazione né la figurazione in senso stretto, qualcosa cioè che rappresentasse o non rappresentasse altro che la propria forma, ma una poetica della pittura. Una poetica che accogliesse argomenti ampi, come la memoria e la presenza, la morte e la vita, la dannazione e la redenzione, la materialità e la trascendenza. È con questo intento che declina opere tra biomorfismo, geometria e motivi ottici (la serie Zig-Zag), come Black (1985), Frog, Glow, Dust (1986), White Zig-Zag e Rumba (1987), Highway (1988), Gloria e Madame X (1989).

La figura riappare, invece, dopo Zig Zag-Zu Zu (1987) la seconda mostra da Tom Cugliani. In questo caso il fattore trigger è rappresentato da un viaggio compiuto nel 1986 in Messico, dove si imbatte in un muro di teschi che andavano a tessere un intreccio decorativo. Per gli aztechi questi teschi erano trofei. All’epoca, Holliday guardava anche la serie di Piet Mondrian Pier and Ocean – dipinti costruiti con i segni “più” e “meno” – e la serie di de Kooning in bianco e nero. Dove la soluzione è la morte. Erano morti tanti dei suoi amici. Aveva bisogno di un modo per piangerli. Trasformò, allora, le pile di teschi in campi totemici intrecciati, funerei e cosmici, come i dipinti Sherbert, Light and Action, Little Cross (1990). «Ho notato – ha scritto Anney Bonney – che il Frank razionale e ambizioso dipinge opere da storia dell’arte, mentre il Frank sciamano e irrazionale preferisce dedicarsi al mondo sotterraneo, Ximoayan, il “luogo dei senza carne” dei messicani».

Holliday ha affrontato questa e altre narrazioni “escatologiche”, e i temi a esse connesse, in relazione al dilagare dell’AIDS che divora le persone che l’artista ama e che sta trasfigurando il suo mondo, a cui si aggiunge l’atteggiamento pubblico di condanna morale che in quegli anni veniva assunto nei confronti di chi era colpito dal virus Hiv. Sebbene l’artista abbia pertanto più volte raffigurato, in un gioco più o meno velato o esplicito di metafore, l’inferno e la morte, la sua arte celebra tuttavia nello stesso tempo pure la vita, la gioia di vivere.

Anche lo stesso richiamo al sesso nella sua figurazione esalta l’energia vitale che si esprime attraverso un caleidoscopio di pulsioni. Sua sorella Holly, che all’epoca viveva con lui, lo aiuta a capire che il totem poteva agire da contenitore per informazioni particolari. Frank smise di fumare e iniziò a diventare ossessivo. Ritagliò migliaia di forme totemiche tratte dai motivi che si trovano in natura. Ne fece dei collages, come Elephanteye (1991), che assomigliano alla pittura astratta. Ma a prescindere da quanto potesse essere astratta un’opera, la gente gli diceva sempre: «Ci vedo un viso, ci vedo un coniglietto!». L’artista pensò, allora, che se ci avesse messo dei volti per davvero, forse avrebbero capito meglio la parte astratta del resto del dipinto. E trasferì le immagini sulla tela servendosi della serigrafia (Comes & Goes, 1992). Così conservò la freschezza degli originali dal momento che erano tutte opere grafiche, ma sacrificò l’intimità del dipinto. Imparò la differenza che passa tra un dipinto e un’opera grafica, e poi dovette ricominciare da capo. E così iniziò a dipingerli i volti. I primi tentativi si rivelarono molto Pop (VooDoo, Tear, It Came to Me, 1996). Ma il totem che era rimasto in piedi in mezzo alla composizione cominciò a sembrargli una barriera, un carcere, una ragnatela.

Continuò a cercare il modo di oltrepassarlo, fino a liberare del tutto il viso dei suoi ritratti. Nasce in questo modo la sua nuova serie dal titolo Wah-Wah, dipinti sul tema dei riflessi: per vedere una realtà mentre si pensa a un’altra. Tuttavia il Wah-Wah è anche il significante per il ricordo. «Negli anni Cinquanta, – ha spiegato Holliday – nelle trasmissioni televisive come I Love Lucy, quando un personaggio voleva ricordare qualcosa si metteva la testa tra le mani e subito l’immagine iniziava a formarsi nella memoria. Ci andavo matto da piccolo, e così i dipinti Wah-Wah danno forma a ciò che succede quando ricordiamo. I ricordi vengono attaccati l’uno all’altro, assimilati e distorti con il passare del tempo. Ultimamente, ho cercato di fare pace con il mio passato, le mie memorie. Così, guardando indietro – non risvegliando il dolore, piuttosto con spirito ironico e stupore. Sai com’è, le foto sbiadite…». È vero che questi dipinti assimilano molti elementi della nostra società meccanicistica e governata dai media, ma sempre al fine di mettere in rilievo l’espressione della mano e della psiche dell’uomo. Holliday isola qui i volti di esseri umani alla ricerca di un’identità oltre continuamente allusa. Estende, però, la ricerca alle declinazioni delle anamorfosi, tra fedeltà documentaria e verità ontologica, tra contingenza dell’oggetto e le pulsioni che soggettivamente animano l’artista, tra volontà realista e desiderio di libera trascrizione compositiva. Come sosteneva Francis Bacon: «(…) forse il realismo, nella sua espressione più profonda, è sempre soggettivo». Nel ciclo dei dipinti Wah-Wah il dinamismo che l’artista restituisce al soggetto squarcia la sezione aurea, l’ordine armonico, immortala la bidimensionalità della tela in forme liberissime. A Holliday non interessa tanto il principio ottico della persistenza delle immagini nella retina, quanto il motivo della persistenza dei contenuti della coscienza, cioè appunto il principio di “durata”, che si realizza nella dimensione della memoria.

Gli anni Duemila e l’astrattismo enigmatico di Holliday

È sul crinale degli anni Novanta che la ricerca pittorica dell’artista è inghiottita da una sorta di horror vacui compositivo che lo induce a riempire l’intera superficie dell’opera in maniera claustrofobica, a non lasciare spazi o pause tra le forme. Per rendere ulteriormente complessa la leggibilità degli incastri, Holliday comincia a estinguere gli ultimi retaggi figurativi, relegati nella serie Rafa perlopiù all’affioramento degli occhi degli amici morti dallo sguardo penetrante (Yellow Lips; As I Lay Dying, 1999), in modo da generare una reazione psicologica inconsueta nello spettatore, agendo sul suo inconscio ed esprimendo il mondo interiore dell’artista, a partire dal suo emisfero affettivo più prossimo. Il puro astrattismo si affaccia invece con Nightmare (1999), il dipinto “cerniera” di questa fase incipiente completamente aniconica, tingendosi poi di effetti e tinte psichedeliche nella successiva serie Trippin’ in America (2001), tra forme sgocciolate che evocano – si pensi a lavori come Bazooka (2003) o Story e Day After (2004) – un importante faro per gli artisti americani della sua generazione: Jackson Pollock. Questa inclinazione determina il passaggio a un nuovo percorso di ricerca di Holliday, quello attuale, che potremmo definire “astrazione enigmatica”. Attraverso i tratti potenti di quest’ultimo ciclo di dipinti, come The Gold Gold (2010) o Fly Away (2014), l’artista irretisce l’osservatore in un percorso visionario quanto sinistro, dove l’eliminazione della relazione tra la figura e il piano pittorico figure-ground, è realizzata creando uno spazio dove si incontrano – sfidando la gravità – demoni, fantasmi, verità, dolori e contraddizioni della coscienza di Holliday che condensano in sé il disagio e l’inquietudine sia personale sia della società che egli abita. In questa folla di personaggi, forse una folla di tanti se stessi, emerge una profonda solitudine e una ricerca costante di risposte e di certezze che, probabilmente, non sono mai arrivate. Si precipita dal paradiso all’inferno in pochi centimetri di tela.

«Già il fatto di essere nato è una cosa di estrema ferocia» disse Francis Bacon. E questa disperazione la ritroviamo sulle tele di Holliday. Dietro un’astrazione enigmatica, ambigua, espressa mediante linee spezzate, piene di movimento, con inserti dei colori primari (il blu, il rosso, il giallo) con qualche variante tonale e con l’inclusione di alcuni secondari che a loro volta possono stabilire un rapporto reciproco di complementarietà, come il verde giustapposto al rosso, dissonante e perciò drammatico. Per Holliday, i termini della pittura sono pertanto abbastanza fluidi, e la totale priorità va assegnata ai fenomeni puramente pittorici. Tuttavia, anche quando in queste sue opere più recenti sembra prevalere la libera invenzione, essa rimane pur sempre determinata da spunti esterni, qua e là riconoscibili, nonostante siano stati trasfigurati dalla memoria. Per dirla con le parole di Paul Klee, Holliday è “astratto con qualche ricordo, soprattutto quello di chi non c’è più”. Le figure sono sempre lì – vivono una vita concettuale, compaiono/scompaiono come forme ambigue, “travestite”. Non hanno bisogno di corpi per incarnare significati. Le loro conversazioni sono in corso. L’artista usa le mani e le dita per graffiare il piano pittorico – cercando di raggiungere il lato opposto. Il rituale crea le forme, non è lui a farlo. Semplicemente attende che si facciano avanti e che inizino a parlare. Per trovare in esse una ragione per vivere quell’«accidente privo di senso» che è la vita. Quelle evocate dall’artista sono le forme della vita. L’energia degli amici morti. Verità o finzione? Poco importa. Perché Holliday ha trovato il modo di fare pace con il passato e di onorare gli orrori che ha conosciuto nella vita. Trasformandoli in una bellezza sinistra.

Testi e immagini da Ufficio Stampa Zétema - Progetto Cultura


Alberto Giacometti

Sequestrate dai Carabinieri TPC due opere falsamente attribuite ad Alberto Giacometti

SIRACUSA: Sequestrate dai Carabinieri del comando tutela patrimonio culturale due opere falsamente attribuite ad Alberto Giacometti

I Carabinieri della Sezione Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Siracusa, in collaborazione con il Reparto Operativo Tutela Patrimonio Culturale di Roma, hanno sequestrato 2 sculture, attribuite al Maestro Alberto Giacometti, importante rappresentante del movimento surrealista del XX secolo, esposte in occasione della mostra di arte contemporanea “Ciclopica – from Rodin to Giacometti” allestita presso l’ex Convento di San Francesco di Siracusa, a cura dell’associazione culturale “Sicilia Musei”.

Le indagini, condotte d’iniziativa, hanno preso spunto dalla costante attività di controllo delle multiformi attività culturali che si svolgono sul territorio.

In particolare, i militari dell’Arma hanno eseguito accertamenti preventivi che, avvalendosi dell’ausilio degli archivi della “Fondazione Giacometti”, con sede a Parigi, hanno permesso di raccogliere inequivocabili indizi in ordine alla presunta falsità delle due opere di arte contemporanea esposte:

  • scultura in bronzo dal titolo “Nudo in piedi”;

  • scultura in bronzo dal titolo “Donna che cammina”;

entrambe, allo stato, risultate copie illegali con firma falsificata, non corrispondenti a quelle presenti nelle edizioni autorizzate.

Le sculture in sequestro, affidate in custodia giudiziale presso l’area espositiva, sono a disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siracusa, al cui vaglio sono stati sottoposti gli esiti dell’attività di polizia giudiziaria svolta.

Testo da Ufficio Stampa Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Alberto Giacometti
Alberto Giacometti alla XXXI Biennale di Venezia del 1962, fotografato da Paolo Monti (- Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC. L'immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano), CC BY-SA 4.0 

Sight mostra Antony Gormley isola di Delo

“Sight”: quando il contemporaneo si coniuga sapientemente all’arcaico

Sight mostra Antony Gormley isola di DeloIl sito archeologico di Delo si trova su un’isola greca che fu abitata a partire da più di cinquemila anni fa. Collocata nell’arcipelago greco delle Cicladi, è attualmente disabitata, benché meta di innumerevoli turisti e di ricercatori scientifici. I primi insediamenti si ebbero sul monte Cinto, l’area più elevata dell’isola, dal 2500-2000 a.C. al 69 a.C. quando il luogo smise di esser nodo centrale delle rotte commerciali nel Mediterraneo. I santuari, le case e tutta l’architettura locale richiamano la mitologia del luogo, rifugio di Leto che diede alla luce i figli gemelli di Zeus (Apollo ed Artemide) garantendo prosperità al sito.

Solitamente si tende a vedere le aree archeologiche come località immacolate ove il tempo sembra essersi congelato per riportarci ad un passato eterno e gli unici elementi moderni ammessi sono i cartelli museali con indicazioni storiche per finalità didattico-culturali. Invece questo territorio è stato insolitamente scelto per la mostra d’arte contemporanea dello scultore britannico Antony Gormley: sebbene ai più possa risultare una scelta bizzarra, la decisione di congiungere antico ed attuale è stata accolta all’unanimità da parte del Consiglio Archeologico Greco, primo caso del genere a trovare una simile entusiastica approvazione generale.

Frutto della collaborazione tra NEON, Eforato per le Antichità delle Cicladi e Museo dell'isola di Delo, il progetto “Sight” nasce proprio dalla volontà di entrare in sintonia con il sito che lo accoglie, con le statue, i templi, le piazze ed i paesaggi della suddetta isola del mar Egeo. Tra i suoi curatori vi sono la direttrice di NEON, Elina Kountouri, e la direttrice della Galleria di Whitechapel, Iwona Blazwick. L’artista coinvolto, Gomley, classe 1950, negli ultimi quarant’anni ha forgiato sculture ed installazioni che hanno rivisitato i canoni percettivi spaziali, sfidando la comune concezione del corpo umano. Studioso di archeologia, storia dell’arte ed antropologia, la sua passione per la cultura e la sua varietà lo spinse ad intraprendere un viaggio per l’Europa, il Medio Oriente e l’India al termine del quale decise di dedicarsi totalmente all’arte. Tali esperienze itineranti hanno inciso profondamente sulla sua scultura incentrata sul corpo, nelle sue posizioni e correlazioni col tempo e gli elementi.

Amministratore del British Museum (2007-2015), cavaliere per i servizi alle arti (2014), vincitore del Turner Prize (1994), del Premio Obayashi (2012), del Praemium Imperiale per la scultura (2013) e del Mash Award per l’eccellenza nella scultura (2015): ecco alcuni dei riconoscimenti ottenuti da Gomley. Posizionato al quarto posto tra le persone più influenti della cultura britannica secondo il Daily Telegraph, l’artista inglese afferma che il suo operato tenta di dar forma al luogo posto oltre l’apparenza imperante, trattando il corpo non come un oggetto bensì come uno spazio che rappresenti la condizione che accomuna gli esseri umani.

Sight mostra Antony Gormley isola di Delo
SIGHT | ANTONY GORMLEY, sito archeologico di Delo, 2019, © Oak Taylor Smith | Courtesy NEON; Eforato per le Antichità delle Cicladi & l'artista

Il suo obiettivo sull’isola è ripopolarla con corpi di ferro, riportando sul posto la presenza umana e la possibilità di nuovi incontri: ventinove statue realizzate negli ultimi venti anni, cinque delle quali compiute appositamente per l’occasione, vivificano i caratteri archeologici e geologici insulari. L’isola, ampia cinque chilometri per un chilometro e mezzo, si fonda su una storia ricca di mitologia, politica, religione, commercio e multiculturalità che ha dato origine ad un’identità sfaccettata e cosmopolita. I visitatori - già accingendosi ad arrivare sull’isola - scorgono una figura artistica posta in piedi su un promontorio di roccia della costa, una scultura della stessa serie è situata nel porto, un’altra sul monte Cinto ed altre sono inserite nei siti archeologici sparsi per il territorio. Le statue gormleyane, in pose erette o giacenti, assumono forme naturalistiche, astratte, cubiche: in tal modo appaiono e scompaiono tra gli elementi topografici inserendosi perfettamente fra di essi.

L’artista ha quindi reinterpretato il ruolo della scultura, mutando in aree empatiche di proiezione immaginativa le statue anticamente presenti in templi e piazze, creando così una connessione col tempo, lo spazio, la natura e la nostra memoria collettiva. Un viaggio temporale che fornisce un’esperienza singolare delle bellissime rovine immacolate locali, agevolando la lettura del passato. Una riflessione sulla nostra identità e sui legami estetico-cognitivi che ci correlano a chi ci ha preceduti. Il direttore dell'Eforato per le Antichità delle Cicladi, Demetrios Athanasoulis, ha asserito che l’antica magia del posto è stata intensificata dalla mostra, poiché non bisogna fermarsi alla constatazione dell’antica gloria ma riaffermare la nostra vitalità donando attualità al luogo.

La mostra conferma l’obiettivo di NEON, ossia quello di avvicinare al vasto pubblico la cultura contemporanea favorendone la comprensione ma anche la produzione nel territorio greco, senza alcun fine di lucro. Alla base di tale impegno vi è la ferma convinzione che l’arte contemporanea sia l’elemento cardine per la crescita e lo sviluppo territoriale; per tale motivo NEON collabora stabilmente con le istituzioni culturali per favorire l’accesso e l’interazione produttiva con l’arte contemporanea, promuovendo iniziative che stimolino il soggetto e la società nel suo complesso. Finalità condivisa con l’Eforato per le Antichità delle Cicladi, una sezione del Ministero della cultura e dello sport della Grecia che ha contribuito al progetto, in quanto responsabile del recupero, restauro e preservazione dei resti archeologici delle isole Cicladi.

Dunque, la scelta di adoperare un’area archeologica per ospitare un’installazione di arte contemporanea è risultata meno azzardata di quanto potesse apparire inizialmente. Inoltre, l’unico costo richiesto per la visione della mostra è quello necessario per l’accesso all’isola di Delos effettuabile dalle vicine Mykonos, Paro e Nasso. Un’occasione da prendere al volo, specialmente per coloro che nei prossimi mesi si recheranno in Grecia, culla della nostra civiltà.

SIGHT | ANTONY GORMLEY ON THE ISLAND OF DELOS

Date espositive: 2 maggio - 31 ottobre 2019, tutti i giorni dalle 08:00 alle 20:00.


L’istantaneo e impulsivo rituale di Simone Mussat Sartor

Simone Mussat Sartor ci accompagna all’interno dei suoi tre progetti esposti dalla galleria Alberto Peola (Torino) al The Phair di Torino: Ss129, Cloud (2018) e Gambe (2011-in corso). I tre lavori riverberano in pieno lo spirito del fotografo che lui stesso pone tra virgolette. Lo strumento utilizzato è sempre un iPhone, che, di fatto, a centottant’anni dalla nascita della fotografia (complici in positivo anche le Polaroid) è ormai diventato il simbolo della fotografia istantanea e ‘a portata di tutti’.

La sua arte è istintiva, impulsiva, con scatti spesso in movimento. Le sequenze riprodotte si agganciano ad altre sequenze con ciclicità e continuità, il cui atto ripetuto per l’artista torinese classe 1972 porta a contrassegnare la fotografia come un rituale.

Fotografo solo con il telefono. Non sono un fotografo, non saprei neanche usarla una macchina fotografica; utilizzo uno strumento che ormai è fotografico a tutti gli effetti, con un’inquadratura più o meno simile perché non mi interessa l’ossessione del cavalletto.

Nel progetto Same Place Project (lo stesso luogo, nel quale confluiscono Ss129 e Cloud) utilizzo la fotografia come mezzo per comunicare un concetto, un mio punto di vista, ovvero quello di rimanere sullo stesso posto, che può essere una stessa piazza, una stessa strada o una stessa città e, attraverso lo strumento fotografico, mostrare come passa il tempo, come cambiano le situazioni e quello che succede: non sono io a muovermi ma ciò che sta attorno”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Cloud (2018). Same Place Project. 25 fotografie, cm 108x133

 

 

Ss129: 90 cancelli in ripresi frontalmente dalla stessa statale, dietro ai quali si aprono strade sterrate, uniti in una ripetitività sempre diversa che permette di cogliere dettagli altrimenti non percepibili.

Ss129 è una statale sarda che unisce Nuoro a Oristano, nella quale io ho fotografato un centinaio di cancelli che hanno come sfondo il mare, le montagne, il cielo e svariati paesaggi perché mi interessa mostrare un aspetto non sempre così evidente; quello, ad esempio, di una strada statale lungo la quale lo sguardo di chi guida solitamente non percepisce un paesaggio differente”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Cloud (2018). Same Place Project. 25 fotografie, cm 108x133

Cloud: Copenaghen, Louisiana Museum of Modern Art. L’opera è una “nuvola” nera di microfoni, riprodotta in 25 scatti fotografici, attorno alla quale si muovono solo i passi dei visitatori accompagnati dal variare della luce.

L’opera è di un’artista indiana; questo ammasso di microfoni l’ho trovato molto interessante come figura e mi sono fermato due ore a fare una serie di fotografie, come molte volte mi capita.

In questo caso l’opera, stando immobile, interagisce sia con il tempo ma anche con lo spazio e con le persone che si muovono attorno ad essa”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Gambe (2011-on going). Fotografia, cm 26,5x26,5

Gambe: un’enciclopedia tutt’ora in continuo aggiornamento di gambe di donne in movimento riprese quasi sempre nell’atto di allungare il passo. Ritagli affiancati in formato quadrato che generano un senso di movimento e istantaneità a chi li osserva; quasi un’opera futurista. Dalla piccola cittadina Torinese al mondo intero.

Gambe è progetto iniziato per me da quando esiste l’iPhone, ovvero dal 2008. Ho iniziato come mi capita spesso per caso a fotografare gambe in giro per Torino, la città in cui vivo. Adesso ho 4000 scatti di archivio di gambe fotografate ovunque in ogni parte del mondo.

Trovo molto interessante l’aspetto ‘democratico’ delle gambe: non c’entra niente la bellezza tout court che noi conosciamo bene perché delle gambe che camminano sono sempre belle. Ed è questo il motore generatore che mi spinge a fare questa cosa, un po’ voyeuristica forse, ma alla fine il mio è un omaggio”.

Presso la Galleria Alberto Peola Arte Contemporanea (Via della Rocca 29, Torino – www.albertopeola.com) fino al 18 maggio è visitabile la mostra Memorie private di Simone Mussat Sartor, venti abbinamenti di tre istantanee che hanno come soggetti invariabili Zoe, Nina e Phoebe – 10, 17 e 7 anni, le figlie dell’autore. A cura di Marco Rainò.


Roma: mostre "David LaChapelle" e "Aftermodernism" alle Gallerie Mucciaccia

mercoledì 17 aprile, ore 18.00

inaugurano le mostre

 

DAVID LACHAPELLE
Galleria Mucciaccia
Largo della Fontanella di Borghese 89, Roma

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AFTERMODERNISM. A Perspective on Contemporary Art

Chapter 1. JAMES BUSBY - JUSTIN SAMSON

Mucciaccia Contemporary
Piazza Borghese 1/A,  Roma

 

Mercoledì 17 aprile 2019, alle ore 18.00, inaugurano due importanti mostre nei due spazi espositivi che animano da qualche anno piazza Borghese.

La Galleria Mucciaccia presenta il notissimo artista americano David LaChapelle in una mostra che celebra la sua carriera, dagli esordi agli ultimi lavori.

La galleria Mucciaccia Contemporary, invece, dà avvio a una nuova sfida, esponendo in Italia un inedito gruppo di artisti internazionali riuniti dal grande collezionista americano Hubert Neumann sotto la sigla AFTERMODERNISM: il primo capitolo di questa serie di mostre è dedicato a James Busby e Justin Samson.

Le due esposizioni, che hanno ricevuto il patrocinio dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia, si propongono come vetrina sull’America odierna, una singolare analisi sull’evoluzione dell’arte contemporanea e sull’approccio del collezionismo attuale.

 

Galleria Mucciaccia
David LaChapelle

David LaChapelle Aftermodernism Gallerie MucciacciaTrentaquattro opere in mostra ripercorrono tutta la produzione del grande artista americano, a partire dagli anni Ottanta, quando si allontana dal mondo dei rotocalchi e della pubblicità per avvicinarsi all’arte, fino alle opere più recenti.

Atmosfere hawaiane, paesaggi inaspettati, figure mitologiche e suggestioni oniriche, popolano le opere di LaChapelle, in una mostra che procede a ritroso nel tempo: dagli ultimi lavori, New WorldLost and Found e Behold, suggestive foto scattate nel 2017 nell’incontaminata foresta pluviale delle Hawaii, dense di misticismo e spiritualità, a quelli meno recenti, realizzati a Los Angeles, come i due grandi pannelli della serie Aristocracy (2014), della monumentale Showtime at the Apocalypse (2013), il famoso ritratto di Natale della famiglia Kardashian, dei Landscape, delle floreali Earth Laughs in Flowers e di Rape of Africa (2009), un’opera provocatoria contro la violenza subita dal continente africano, che dà il titolo all’omonimo progetto presentato nel 2008.

Del 2007, l’anno di svolta della produzione di Lachapelle, è la serie The deluge e After the deluge, ispirato dalla visione della Cappella Sistina. Il riferimento al capolavoro michelangiolesco si mescola a quello di marchi della società dei consumi, generando una visione apocalittica con un finale dove oggetti, opere d’arte e persone appaiono sommerse dall’acqua, come in CathedralStatue e Awakened.

Concludono l’esposizione la serie di fotografie realizzate tra il 1984 e il 2009 che guardano al mondo dello spettacolo e delle star di Hollywood, come i tre ritratti di Michael Jackson che ne celebrano la beatificazione mediatica, quello hollywoodiano di Faye Dunaway in Day of the Locust (1996),Dynamic Nude e l’unica fotografia in bianco e nero scattata a New York: Good News for Modern Man del 1984.

Con l’occasione verrà pubblicato un libro con le immagini della mostra, edito da Carlo Cambi Editore.

David LaChapelle è oggi uno degli artisti più riconosciuti e apprezzati al mondo. Nato a Fairfield nel 1963, ha sposato uno stile post-Pop e per certi versi surrealista che lo rende unico al mondo.  Le opere di David LaChapelle sono presenti in numerose importanti collezioni pubbliche e private internazionali, ed esposte in vari musei, tra i quali il Musée D’Orsay di Parigi, il Brooklyn Museum di New York, il Museum of contemporary Art di Taipei, il Tel Aviv Museum of Art a Tel Aviv, il Los Angeles County Museum of Art (LACMA) a Los Angeles, The National Portrait Gallery di Londra, il Fotographfiska Museet di Stoccolma e The National Portrait Gallery a Washington DC.  David LaChapelle vive e lavora tra Los Angeles e l’isola hawaiana di Maui.

INFORMAZIONI:

Mostra: David LaChapelle

Mostra a cura di LaChapelle Studio e Galleria Mucciaccia

Sede: Galleria Mucciaccia, Largo della Fontanella Borghese 89, Roma

Inaugurazione: mercoledì 17 aprile 2019, ore 18.00

Apertura al pubblico: 18 aprile –18 giugno 2019

Orari: lunedì– sabato, 10.00 – 19.00; domenica chiusi

Informazioni: T. +39 06 69923801 | [email protected]| www.galleriamucciaccia.com

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Mucciaccia Contemporary

AFTERMODERNISM. A Perspective on Contemporary Art. Chapter 1. James Busby - Justin Samson

aftermodernism LaChapelle Gallerie MucciacciaLa Galleria Mucciaccia Contemporary apre al pubblico la mostra Aftermodernism. A Perspective on Contemporary Art. Chapter 1. James Busby - Justin Samson, a cura di Cesare Biasini Selvaggi.

Con dieci opere di James Busby (Rock Hill, SC, USA, 1973) e quindici di Justin Samson (Milford, CT, USA, 1979), il progetto espositivo intende presentare in Italia un nuovo gruppo di artisti internazionali (prevalentemente americani o residenti in USA, ma con una discreta presenza anche di europei) riuniti sotto la sigla AFTERMODERNISM, da parte di uno dei più grandi e singolari collezionisti del nostro tempo, Hubert Neumann. Ottantasettenne con una passione smodata per l’arte contemporanea ereditata dal padre Morton, Neumann possiede una raccolta di oltre 2.600 opere (molte delle quali capolavori) del Cubismo, Astrattismo europeo, Scultura d’avanguardia, Espressionismo Astratto americano, Pop Art e Graffitismo, di alcuni dei più importanti artisti del XX secolo. Tra questi Picasso, Léger, Miró, Kandinsky, Kline, Giacometti, Dubuffet, Rauschenberg, Lichtenstein, Haring, Basquiat, Koons, solo per citarne alcuni.

L’unico filo conduttore su cui si basa questa straordinaria collezione è la conoscenza diretta degli artisti. Dotato di un fiuto eccezionale come il padre, Neumann ha continuato a selezionare, all’albore dei loro esordi, artisti che sarebbero poi diventati di fama internazionale.

Negli ultimi anni la sua attenzione di collezionista si è focalizzata su un gruppo di artisti (per lo più generazione anni Settanta, Ottanta e Novanta), attualmente una quarantina in tutto, in cui Neumann ravvisa quella che per lui è una vera e propria nuova corrente artistica su cui investire, definita appunto AFTERMODERNISM, di cui James Busby e Justin Samson sono i primi esponenti a essere presentati in Italia.

Il catalogo in mostra, a cura di Cesare Biasini Selvaggi ed edito per i tipi di Carlo Cambi editore, rappresenta il primo di una serie che sarà dedicata agli artisti diAFTERMODERNISM.

James Busby è nato nel 1973 a Rock Hill (South Carolina) e vive e lavora a Chapin in South Carolina. Sue mostre si sono tenute in numerose gallerie e musei, ha partecipato a 40 mostre collettive negli Stati Uniti. Busby ha esposto inoltre in mostre a Londra, Parigi, Stoccolma e Instanblul. Ha partecipato a diverse fiere d’arte a Miami, Houston, Stoccolma, Istanbul e New York City, tra cui l'International Armory Show di New York, Untitled Art Fair, Scope NY e Untitled Art Fair, Miami.

Justin Samson è nato nel 1979 a Milford (Connecticut) e vive e lavora a New York. Nel 2003 consegue la laurea in Fine Arts presso la School of Visual Arts di New York.Samson ha collaborato con le gallerie John Connelly Presents e Kravets|Wehby Gallery ed è attualmente rappresentato dalla Neumann Wolfson Art. Gli sono state dedicate diverse mostre personali e collettive.

INFORMAZIONI:

Mostra: AFTERMODERNISM. A Perspective on Contemporary Art. Chapter 1. James Busby - Justin Samson

Curatore: Cesare Biasini Selvaggi

Sede: Mucciaccia Contemporary, piazza Borghese 1/A, Roma

Inaugurazione: mercoledì 17 aprile 2019, ore 18.00

Apertura al pubblico: 18 aprile – 29 giugno 2019

Orari: martedì – sabato, 10.30 – 19.00; domenica e lunedì chiusi

Informazioni: T. +39 06 68309404 | [email protected] | mucciacciacontemporary.com