I "vicini" di Lucy: revisione e cronologia

6 Giugno 2016
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Lucy non era sola, nel Medio Pliocene. Negli ultimi decenni, ritrovamenti di fossili hanno dimostrato che diverse specie di ominidi coesistettero, tra 3,8 e 3,3 milioni di anni fa.

Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha ricostruito la cronologia dei suddetti fossili, con la loro sovrapposizione nello spazio e nel tempo.

L'Australopithecus afarensis (che visse tra i 3,8 e i 2,9 milioni di anni fa) non fu dunque l'unico potenziale antenato dei moderni umani, nella regione di Afar in Etiopia. Piuttosto, la domanda da porsi per gli autori sarebbe: come si relazionarono queste specie di ominidi? Come sfruttarono le risorse disponibili?

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Australopithecus afarensis ritrovati ad est della Rift Valley

24 Marzo 2016

Un team internazionale ha ritrovato denti fossili e ossa dell'avambraccio da un adulto e due bambini di Australopitecus afarensis, presso il fiume Kantis vicino Ongata-Rongai, insediamento alla periferia di Nairobi. Credit: Masato Nakatsukasa / Kyoto University
Un team internazionale ha ritrovato denti fossili e ossa dell'avambraccio da un adulto e due bambini di Australopitecus afarensis, presso il fiume Kantis vicino Ongata-Rongai, insediamento alla periferia di Nairobi. Credit: Masato Nakatsukasa / Kyoto University

Il ritrovamento di nuovi fossili in Kenya fa ritenere che l'Australopithecus afarensis non si limitasse a vivere nella Rift Valley, ma ben oltre quanto finora ritenuto. I ritrovamenti sono relativi a denti fossili e ossa dell'avambraccio da un adulto e due bambini, e sono avvenuti presso il fiume Kantis, vicino Ongata-Rongai, insediamento alla periferia di Nairobi.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Human Evolution, spiega pure che la regione di Kantis nel Pliocene era umida e caratterizzata da una pianura con meno alberi che nella Rift Valley. Questo denoterebbe delle buone capacità di adattamento da parte dell'Australopithecus afarensis.
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Le dimensioni dei denti umani dettate da una semplice regola

24 Febbraio 2016

Calco del cranio di Lucy, Australopithecus afarensis, dall'Etiopia. Credit: David Hocking
Calco del cranio di Lucy, Australopithecus afarensis, dall'Etiopia. Credit: David Hocking

La variazione nella dimensione dei molari negli umani e negli ominidi ha influenzato in maniera rilevante la nostra visione dell'evoluzione. La riduzione della dimensione del terzo molare è stata in particolare notata da oltre un secolo, ed è stata relazionata a cambiamenti nella dieta o all'acquisizione del cucinare.
Una nuova ricerca, pubblicata su Nature, dimostrerebbe ora che l'evoluzione dei denti umani sarebbe molto più semplice di quanto ritenuto, e che è possibile predire i denti mancanti dai fossili umani e di altri ominidi estinti.
Il dott. Alistair Evans, della Monash University, esamina calchi di crani di ominidi. Credit: David Hocking
Il dott. Alistair Evans, della Monash University, esamina calchi di crani di ominidi. Credit: David Hocking

La ricerca confermerebbe che i molari e i denti del giudizio seguono le regole predette dalla cosiddetta cascata inibitoria, per la quale la dimensione di un dente influenza anche quella del dente vicino. Alle volte si ritrovano solo pochi denti in un fossile: è il caso dell'Ardipithecus, per il quale è ora possibile predire la dimensione del secondo molare, mai ritrovato. Questa scoperta implica anche che l'evoluzione umana sarebbe stata molto più semplice e limitata di quanto ritenuto finora.
Nello studio si è poi applicata la scoperta ad appartenenti al genere Homo e ad australopitechi, inclusa Lucy, il più celebre esemplare di Australopithecus afarensis. Entrambi i gruppi seguirebbero la cascata inibitoria, in maniera lievemente differente: probabilmente si tratta di una delle differenze chiave tra i due generi, e che definisce il nostro.

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Due nuovi fossili di ominidi dalle Grotte di Sterkfontein

11 Febbraio 2016

Milner Hall, nelle grotte Sterkfontein. Credit: Dominic Stratford
Milner Hall, nelle grotte Sterkfontein. Credit: Dominic Stratford

Due nuovi esemplari di ossa di ominidi vissuti più di due milioni di anni fa sono stati ritrovati presso le grotte di Sterkfountain (sorgente forte, in Afrikaans), in Sud Africa.
Si tratta di un osso del dito e di un molare, parte di un insieme di quattro esemplari: gli ominidi sembrano essere associati ai sedimenti che mostrano i primi strumenti litici. Ciò che rende questi nuovi esemplari particolarmente interessanti non è solo questa loro associazione ai primi strumenti litici, ma pure il fatto di possedere caratteristiche che - più che fornire risposte - fanno sorgere molte domande agli studiosi.
L'osso del dito ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton
L'osso del dito ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton

La falange prossimale è difatti più grande di qualsiasi altra ritrovata in Sud Africa per Pliocene e Pleistocene, è quasi completa e le caratteristiche ritrovate sono infatti un mix di elementi nuovi e arcaici. È più curva di quanto nell'Homo naledi, in maniera simile a quanto ritrovato nell'Australopithecus afarensis. Il livello di curvatura è spesso collegato alla natura arboricola, ma in questo caso mancano legamenti a muscoli forti, che ci si aspetterebbe. Per quanto molto più grande, il dito è poi simile nella forma a quello parziale del cosiddetto Homo habilis, ritrovato nella Gola di Olduvai.
Il nuovo molare ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton
Il nuovo molare ritrovato nelle Grotte di Sterkfontein. Credit: Jason Heaton

L'altro fossile è un primo molare quasi completo di adulto, con forti somiglianze rispetto all'Homo habilis, e che per forma e dimensione ricorda due dei dieci primi molari rinvenuti per l'Homo naledi. Si tratterebbe insomma di uno dei primi ominidi, che sulla base di recenti datazioni degli strumenti litici sarebbe vissuto attorno a 2,18 milioni di anni fa. Ulteriori studi si rendono ovviamente necessari, così come per gli altri due fossili di ominidi rinvenuti.

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Etiopia: i segni sulle ossa da Dikika non sarebbero dovuti al calpestio

13 Agosto 2015
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I segni sulle ossa fossili, datate a 3,4 milioni di anni fa e provenienti dal sito di Dikika, in Etiopia, non sarebbero stati determinati da qualcuno che le ha calpestate.
Questi i risultati di un nuovo studio che si innesta sulla discussione in merito a due ossa provenienti dal sito DIK-55, e che porterebbero 12 segni in totale, caratteristici dell'uso di strumenti litici. Le due ossa apparterrebbero a un'antilope e a un animale delle dimensioni di un bufalo, e sarebbero state colpite dai nostri antenati (nel caso in questione Australopithecus Afarensis) con forza e numerose volte. Lo studio supporta l'interpretazione originale, presentata su Nature nel 2010, e confutata l'anno successivo su PNAS.
La questione è importante, perché collegata allo scoprire quando si è cominciato a mangiare carne e, come si ritiene, a sostenere con essa l'evoluzione del cervello. Anche se alcuni primati si nutrono occasionalmente di altri piccoli animali, non cacciano invece quelli più grandi, che mantengono depositi di grasso nel midollo. È questa una delle ipotesi prevalenti nella paleantropologia, che una dieta ricca di proteine e grasso abbia permesso lo sviluppo del cervello. I reperti in questione però risalgono al tempo degli australopitechi, mentre il genere Homo comparì 2,8 milioni di anni fa.
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Stime ed evoluzione della massa corporea negli ominidi fossili

3 Agosto 2015
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I primi appartenenti al genere Homo non sarebbero stati più grandi degli altri ominidi allora esistenti (gli australopitechi), secondo un nuovo studio. La ricerca sfida l'assunto che l'incremento della massa corporea sia stato coincidente con le origini del genere. Una dimensione simile a quella attuale sarebbe già presente nell'Australopithecus afarensis (la specie di Lucy) tra i 3 e i 3,5 milioni di anni fa. Confermato invece l'incremento per l'Homo erectus.
Secondo gli studiosi, questo sarebbe solo uno dei tanti preconcetti sul tema che verranno spazzati via nei prossimi anni. Anche il dimorfismo sessuale sarebbe diminuito solo lievemente a partire dal tempo dell'Homo erectus, per giungere al livello attuale solo tardi nell'evoluzione.
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Un nuovo ominide che coesistette con "Lucy" in Etiopia

27 Maggio 2015
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Scoperti, nella zona centrale della regione etiope di Afar, i resti di un nuovo ominide dai depositi di 3,3 - 3,5 milioni di anni fa nell'area di studio Woranso–Mille. Al nuovo ominide è stato apposto il nome di Australopithecus deyiremeda, che significa "parente vicino" nella lingua di Afar. Sarebbe perciò contemporaneo della celebre Lucy, Australopithecus afarensis, con il quale convisse nella stessa regione. Il nuovo ominide differisce per forma e dimensione dei denti e per la robusta architettura della mandibola.
Gli scienziati hanno a lungo dibattuto se vi fosse solo una specie preumana tra i 3 e i 4 milioni di anni fa: questa scoperta contribuisce a sfidare l'assunto, insieme alla scoperta di nuove specie dal Ciad e dal Kenya (Australopithecus bahrelghazali and Kenyanthropus platyops), e rafforzando l'idea che diverse specie di ominidi coesistevano durante questo periodo.

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Da Lucy a Kadanuumuu: il moderato dimorfismo dell'Australopithecus Afarensis

28 Aprile 2015
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Almeno per quanto riguarda la differenza nelle dimensioni di maschi e femmine, gli Australopithecus Afarensis dovevano essere simili agli umani. Queste le conclusioni di un nuovo studio pubblicato su PeerJ: in precedenza si riteneva invece che ci fossero alti livelli di dimorfismo nelle popolazioni di Australopithecus Afarensis, come spiega Philip Reno, Professore Assistente di Antropologia alla Penn State University.
Il dimorfismo sessuale si può manifestare nella dimensione o nel peso o nei canini: questi però erano quasi della stessa dimensione, ma si riteneva che le dimensioni corporee differissero. Per l'analisi, si sono utilizzati i resti piuttosto incompleti della celebre Lucy, e quelli invece ragionevolmente intatti di Kadanuumuu, recentemente scoperto. L'Australopithecus Afarensis era perciò solo moderatamente dimorfico.
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La presa di precisione nei primati fossili ed esistenti

15 - 20 Aprile 2015
Uno dei motivi del successo evolutivo degli umani e dei primati risiede nella superiore destrezza e nella capacità di presa. Studiosi dell'Università di Yale avrebbero dimostrato che persino i più antichi ominidi, compreso l'Australopithecus afarensis, disponevano di una presa di precisione, e l'analisi supporterebbe per questi la prova controversa dell'utilizzo di strumenti. Più in generale, ad essere cruciali sarebbero la mobilità delle articolazioni e le proporzioni delle dita.
Lo studio "Estimating thumb–index finger precision grip and manipulation potential in extant and fossil primates", di , , , , è stato pubblicato sul Journal of the Royal Society Interface.
Link: Journal of the Royal Society Interface; Yale University; Science Daily


Frammento di vertebra di babbuino ritrovato tra le ossa di Lucy

10 Aprile 2015
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Alcuni studiosi si sono resi conto che uno dei frammenti del celebre scheletro di Australopithecus afarensis chiamato Lucy, sarebbe troppo piccolo per essere relativo alle sue vertebre, e apparterrebbe in realtà ad un babbuino.
Link: New Scientist
Scheletro di « Lucy » (AL 288-1), Australopithecus afarensis, dal Museum national d'histoire naturelle, Parigi. Foto da WikipediaCC BY 2.5, caricata e di 120.