Una paradossografia pseudo-aristotelica: il “De mirabilibus ascultationibus”

UNA PARADOSSOGRAFIA PSEUDO-ARISTOTELICA: IL “DE MIRABILIBUS ASCULTATIONIBUS”

Quando ci si imbatte nella lettura di Aristotele spesso l’attenzione ricade su opere come la Metafisica, Poetica, Politica etc. che, seppur pregevoli per le informazioni e ricche di spunti filologici, non mancano certo di contributi esplicativi. La situazione, però, non è omogenea, non tutte le opere, aristoteliche o presunte tali, hanno ricevuto lo stesso trattamento o, seppur emendate e commentate, non risaltano all’attenzione del lettore esperto e non.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

La questione del De mirabilibus ascultationibus è degna di nota sia per le problematiche storico-filologiche sia per le informazioni, spesso stravaganti, contenute all’interno della raccolta. Come si deduce dall’intestazione, l’opera è definita pseudo-aristotelica, non a caso differenti filologi (Alessandro Giannini, per citarne uno) hanno riscontrato diverse problematiche nel ricercare l’autore di questa raccolta di eventi mirabolanti. La difficoltà nell’individuazione della paternità è connessa con la varietà dei contenuti, varietà che riguarda non solo le informazioni, ma anche e soprattutto la datazione delle stesse. Non mancano, infatti, capitoli che riferiscono eventi precedenti o, addirittura, posteriori ad Aristotele stesso: in questa circostanza, allora, come ci si dovrebbe comportare? Giunge in soccorso la tradizione del Corpus Aristotelicum. Per quanto riguarda la tradizione dei filosofi, in particolar modo Platone e Aristotele, le loro ‘scuole’ hanno giocato un ruolo fondamentale per la salvaguardia delle loro opere, nel caso di Aristotele il Liceo ha permesso che una buona parte della produzione aristotelica venisse tramandata ai posteri. All’interno di questa istituzione, il Liceo per l’appunto, definendola con una terminologia moderna, Aristotele ammaestrava i suoi allievi con le sue lezioni. Non è da escludere, quindi, che se diversi capitoli del De mirabilibus ascultationibus possano essere, con i dubbi del caso, ascritti allo Stagirita, gli altri possano avere una paternità diversa: si può ipotizzare, in questo caso, che differenti capitoli siano ascrivibili agli allievi. A confermare quest’ultima ipotesi c’è la questione della fonte o delle fonti della raccolta. Se ci si attiene alle informazioni degli studiosi, le fonti principali dell’opera paradossografica pseudo-aristotelica sono da indicare in Timeo, Teopompo e Teofrasto. Quest’ultimo, infatti, è stato allievo di Aristotele al Liceo.

Gustav Adolph Spangenberg, Die Schule des Aristoteles, affresco (1883-1888), (fonte: Hetnet.), Pubblico dominio

Connessa alla difficoltà della paternità della raccolta c’è la questione della datazione. Anche in questo caso si deve ipotizzare una pluralità di aggiunte seriori, anche se, cercando di datare quei capitoli ascrivibili ad Aristotele, si potrebbe definire come terminus ante quem il 384 a.C. (anno della nascita di Aristotele) e come terminus post quem il 322 a.C. (anno della morte dello stesso), in quest’arco di tempo, presumibilmente, va cercata l’origine di alcuni capitoli di probabile paternità aristotelica.

Le difficoltà legate alla paternità e alla datazione ricadono, anche, sulla struttura dell’opera. I capitoli non hanno una successione cronologica né tantomeno contenutistica, ma spesso risultano inseriti in maniera confusionaria e priva di una organizzazione razionale.

Dopo questa brevissima parentesi storico-filologica, è importante spiegare le ragioni che devono spingere studiosi e appassionati alla lettura del De mirabilibus ascultationibus. Come si evince dal titolo, l’opera presenta informazioni paradossali. Lo Pseudo-Aristotele (o si potrebbe definire anche Anonimo, date le suddette problematiche di paternità), tratta argomenti di vario genere: dalla zoologia alla botanica sino ai fenomeni geologici. Tutti i paradossi, eccetto rari casi, sono accompagnati dal luogo d’origine: si va dal Medio Oriente alla Grecia continentale sino all’Illiria e Italia (Sicilia e Magna Grecia).

Ogni sezione presenta delle caratteristiche principali: la sezione botanica è legata agli effetti ed usi delle diverse erbe e fiori disseminati sulla Terra (si deve tener presente che per Terra va intesa la superficie conosciuta sino al IV-III a.C.). Lo Pseudo-Aristotele (o Anonimo) parla di erbe benefiche e malefiche, di erbe legate ai culti religiosi e quelle legate alla sfera matrimoniale e, addirittura, racconta di fiori che emanano un odore acre tale da allontanare le bestie feroci.

La sezione zoologica è interessata alle dimensioni e alle funzioni di diversi animali. Si passa da bestie più grandi del normale a pesci che riescono a sopravvivere sulla spiaggia. Lo Pseudo-Aristotele tratta anche, per esempio, di locuste che, se ingerite, salvano dai morsi dei serpenti; quest’ultima informazione poteva (e può) essere utile per uno studioso di rimedi farmaceutici.

La sezione geologica è legata sia ai diversi fenomeni naturali: vengono trattati i casi di alta e bassa marea nello stretto di Messina, laghi che generano vortici e sputano una grande quantità di pesci, sia alla presenza, in diverse località, di metalli e pietre preziose. Spesso questa sezione è interessata, anche, da fenomeni mitologici: lo Pseudo-Aristotele parla, per esempio, di un evento accaduto a Catania ai due pii fratres (fratelli devoti), Anfinomo e Anapio; dopo l’eruzione dell’Etna, i due fratelli, con i loro genitori sulle spalle, furono salvati dalla lava grazie alla loro pietas (devozione), questo evento segnò così tanto i catanesi da farlo incidere sulle monete coniate tra il II e il I a.C. Quest’ultimo dato, per esempio, può risultare utile agli studiosi di numismatica.

L’intera raccolta è ricca di queste informazioni e il De mirabilibus ascultationibus, per concludere, può essere definita un’opera poliedrica: utile agli studiosi del Corpus Aristotelicum o agli appassionati e interessante anche per medici, erboristi e zoologi, antichi e non.

De mirabilibus ascultationibus Aristotele Pseudo-Aristotele
Busto di Aristotele. Copia romana di originale greco in bronzo di Lisippo, con aggiunta moderna del mantello in alabastro. Foto di Marie-Lan Nguyen (2006), Pubblico dominio

Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici

Roma, 30 gennaio 2018

Coltivate, ma non domestiche. Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici
La ricerca di una equipe italiana di archeologi e botanici, coordinata dalla Sapienza e dall’Università di Modena e Reggio Emilia, racconta di forme di coltivazione preistorica, fino a oggi sconosciute, nell’Africa sahariana di circa 10.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su Nature Plants


Diecimila anni fa, nell’Africa sahariana, che all’epoca non era un deserto, si coltivavano e mangiavano piante e cereali selvatici. È l’ultima scoperta, pubblicata su Nature Plants, che arriva dalla “Missione archeologica nel Sahara” di Sapienza Università di Roma, diretta da Savino di Lernia, a cui hanno preso parte anche i botanici dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

La ricerca combinata di archeologia e archeobotanica, condotta per diversi anni nel sito archeologico di Takarkori, in Libia sud-occidentale, nel cuore del Sahara, illustra e descrive millenni di lavorazione e stoccaggio, e di come cacciatori-raccoglitori prima (tra 10000 e 8000 anni fa), e pastori poi (tra 7000 e 5500 anni fa), abbiano praticato forme di coltivazione di cereali selvatici, senza che queste piante venissero mai domesticate.

L’equipe ha portato alla luce milioni di resti vegetali e tra questi oltre duecentomila semi sono stati osservati disposti circolarmente in piccoli raggruppamenti: autentica prova archeologica di una forma sofisticata di coltivazione e stoccaggio, pur in assenza di piante domestiche.

Dallo studio si evince chiaramente come, nel nostro percorso di evoluzione culturale, la domesticazione di piante di piante e animali, un passaggio cruciale nella nostra umanità, abbia avuto traiettorie e tempistiche diverse: la selezione di piante per scopo alimentare non è sempre stata rivolta verso la ricerca di quei tratti che oggi riconosciamo tipici e quasi indispensabili nelle piante addomesticate, come per esempio la coltivazione di frutti grandi e che non cadano da soli una volta maturi. Ogni fase di trasformazione ambientale deve aver infatti obbligato piante ed esseri umani ad affrontare nuove sfide, innovare e sviluppare strategie adattive ingegnose, e i formidabili cambiamenti climatici che hanno caratterizzato la storia del Sahara sono parte attiva di questi processi.

Un esempio sono le specie Echinochloa, Panicum e Sorghum selvatiche, il cui “comportamento” dipende tanto dalla capacità di trarre vantaggio dalle fasi di cambiamento climatico, quanto dalla manipolazione umana; la loro predisposizione a essere “weeds”, cioè piante invasive, ha infatti radici antiche nella convivenza con l’uomo.

“Un’evidenza archeobotanica straordinaria quella che emerge.” – commenta Savino di Lernia – “Le ricerche, da un lato permettono di comprendere il comportamento umano dei cacciatori-raccoglitori Sahariani e, nel caso specifico di Takarkori, mostrano la prima evidenza nota di stoccaggio e coltivazione di semi di cereali selvatici in Africa; dall’altro che l’azione umana è specchio della realtà ambientale nella quale queste civiltà si muovevano”.

Riferimenti:
Plant behaviour from human imprints and the cultivation of wild cereals in Holocene Sahara -
Anna Maria Mercuri, Rita Fornaciari, Marina Gallinaro, Stefano Vanin and Savino di Lernia -
Nature Plant; DOI 10.1038/s41477-017-0098-1

Testo e immagini da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma
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Gli insediamenti Cherokee spiegano la distribuzione dello spino di Giuda

15 Marzo 2016
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La distribuzione degli alberi nelle foreste della parte orientale degli Stati Uniti potrebbe riflettere l'agricoltura dei Nativi Americani, più che altri fattori naturali. Questi avrebbero influenzato la concentrazione delle specie di piante presenti nell'America settentrionale, molto prima dell'arrivo degli Europei.
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Queste le conclusioni di un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, che ha verificato la distribuzione dell'albero noto come spino di Giuda (Gleditsia triacanthos) in relazione alle coltivazioni dei Cherokee. L'autore dello studio, il prof. Robert J. Warren II, si è spinto in questa ricerca dopo aver intuito il possibile legame: ogni volta che vedeva uno spino di Giuda, un sito archeologico Cherokee era nelle vicinanze. L'albero avrebbe fornito zuccheri, ma pure legno per bastoni e armi. Warren non esclude che la cosa possa essere vera per altri alberi. Teorie formulate in passato, in merito alla diffusione dell'albero, lo collegano alla dispersione di piccoli animali, del bestiame introdotto dagli Europei, al trasporto acquatico.
[Dall'Abstract:] Da lungo tempo un presupposto nell'ecologia è che la distribuzione delle specie corrisponde coi loro requisiti di nicchia, ma le prove che specie possono persistere anche in habitat non adatti per secoli mina il legame tra specie e habitat. Inoltre, le specie possono essere più dipendenti da partner di simbiosi mutualistica che da habitat specifici. La maggior parte delle prove che collegano le culture indigene con la dispersione delle piante è aneddotica, ma le registrazioni storiche suggeriscono che i Nativi Americani coltivavano e trasportavano molte specie, compresa lo Gleditsia triacanthos ("spino di Giuda"). Lo Gleditsia triacanthos era un albero importante da un punto di vista medicinale e culinario (ad es.: zucchero), culturale (ad es.: bastoni da gioco) e spirituale per i Cherokee (Nativi Americani del sud est degli Stati Uniti). Lo studio verifica l'ipotesi che un'eredità nelle coltivazioni Cherokee guidi gli attuali pattern di distribuzione dello G. triacanthos. Lo Gleditsia triacanthos si trova in altipiano rocciosi e campi molto asciutti, ma inesplicabilmente pure nei corridoi sulle rive dei fiumi con umidità moderata o ben bilanciata, e nelle pianure alluvionali nelle quali i Cherokee si insediarono e coltivarono. Si sono combinati gli esperimenti sul campo e i rilevamenti nella regione montuosa degli Appalachi meridionali (Stati Uniti) per investigare i requisiti di selezione dello G. triacanthos e i pattern di distribuzione per determinare se c'è un'associazione quantificabile tra G. triacanthos con gli antichi insediamenti Cherokee. Inoltre, si sono pure investigati meccanismi di dispersione alternata, come il trasporto fluviale e il bestiame domestico. I risultati indicano che un'eredità secolare delle coltivazioni dei Nativi Americani rimane intatta, poiché l'attuale distribuzione dello G. triacanthos negli Appalachi meridionali sembra spiegarsi meglio con i pattern degli insediamenti Cherokee che con l'habitat. I dati indicano che l'albero è caratterizzato da una grave limitazione della dispersione nella regione, percorrendo distanze apprezzabili dagli antichi insediamenti Cherokee dove i pascoli del bestiame sono prevalenti. L'eredità determinata dall'utilizzo umano della terra può giocare un ruolo di lungo periodo nel modellare la distribuzione delle specie, e l'attività degli insediamenti precedenti l'arrivo degli Europei appare sottovalutata come fattore che influenza le distribuzioni delle specie di alberi oggi.
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Le radici boliviane delle moderne varietà di arachidi

22 Febbraio 2016

Le due specie di arachidi selvatiche alla base delle varietà moderne coltivate: Arachis ipaensis sulla sinistra e Arachis duranensis sulla destra. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
Le due specie di arachidi selvatiche alla base delle varietà moderne coltivate: Arachis ipaensis sulla sinistra e Arachis duranensis sulla destra. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

L'arachide (Arachis hypogaea) è una pianta della famiglia delle Fabacee (o Leguminose), proveniente dal Sud America e frutto di una ibridizzazione di due diverse specie selvatiche: Arachis duranensis e Arachis ipaensis. L'ibrido fu coltivato dagli antichi abitanti di quelle regioni, e attraverso la selezione è divenuto la pianta che conosciamo oggi.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature Genetics, si è occupato tra le altre cose di confrontare i genomi delle specie in questione. Le sequenze di genoma (insieme ad altre informazioni) sono disponibili online su http://peanutbase.org/ Lo studio è avvenuto con la collaborazione della International Peanut Genome Initiative.
Arachis ipaensis. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
Arachis ipaensis. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

In realtà (e consequenzialmente alla loro storia), le moderne arachidi portano due genomi separati, i subgenomi designati come A e B. Il genoma di una delle due piante selvatiche, Arachis duranensis, è risultato simile al genoma A in una misura che ci si poteva aspettare. Ciò che invece ha davvero stupito i ricercatori è stato il verificare che il genoma dell'altra specie selvatica, Arachis ipaensis, era virtualmente identico al subgenoma B.
Già nel 1971 - al momento della scoperta della specie selvatica di Arachis ipaensis, alle pendici delle Ande, in Bolivia - i botanisti si resero conto di trovarsi di fronte a una pianta peculiare: molto piccola e isolata, i suoi parenti più vicini crescevano a centinaia di miglia a nord. Il nuovo studio dimostra ora che siamo di fronte a un vero e proprio residuo di quel passato preistorico.
Le sequenze permetteranno pure di comprendere quali geni conferiscono tratti desiderabili, come la resistenza alla siccità o alle malattie.
David Bertioli, genetista dell'Universidade de Brasília, autore principale dello studio su Nature Genetics. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
David Bertioli, genetista dell'Universidade de Brasília, autore principale dello studio su Nature Genetics. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

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Cina: le prime pesche erano quasi come le nostre

30 Novembre 2015
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Getta nuova luce sull'evoluzione del frutto, il fortunato ritrovamento di 8 endocarpi fossili di pesca (Prunus persica) di oltre due milioni e mezzo di anni fa (tardo Pliocene), effettuato in Cina presso Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan.
Nonostante il tempo intercorso, il frutto pare quasi identico a quelli moderni, e per dimensioni sarebbe stato molto simile ai più piccoli esemplari attuali. Quelle pesche dello Yunnan potrebbero addirittura essere state mangiate da primati e ominidi locali. La selezione naturale sarebbe stata in moto però già prima di quella effettuata dagli agricoltori umani della preistoria: il moderno frutto sarebbe perciò il risultato delle due componenti.
Con endocarpo si indica la porzione interna dei frutti carnosi, quella che ricopre il seme.
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L'eterostilia in coloro che precedettero Darwin

9 Agosto 2015
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Nel 1862 Darwin presentò il concetto di eterostilia, relativo a piante che hanno forme floreali che differiscono per altezza e disposizione delle strutture maschili e femminili.
Un nuovo studio ha esaminato i sette precedenti di coloro che notarono e osservarono il fenomeno, a partire dal sedicesimo secolo (addirittura già nel 1583, col botanico Carolus Clusius, che introdusse i tulipani nei Paesi Bassi).
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Australia: il mistero del boab e della dispersione del baobab

1 - 5  Aprile 2015
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Il baobab è un albero (genere Adansonia) che si può ritrovare in Africa, nella Penisola Arabica e nel Madagascar: esiste però una specie anche al di là di queste aree, il baobab australiano, altrimenti noto come albero bottiglia o boab (Adansonia Gregorii, in onore dell'esploratore Augustus Gregory).
Proprio la presenza dell'albero, nella sola regione australiana di Kimberley, costituisce un mistero botanico del quale si è occupato uno studio su PLOS One. Numerose sono le teorie formulate negli anni: quelle che ipotizzavano la diffusione già ai tempi del Gondwana sono state escluse, e oggi prevalgono quelle che implicano un ruolo umano nella dispersione. Gli uomini avrebbero difatti attribuito un valore ai frutti dell'albero.
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