Ruvo di Puglia #Ruvoeducationaltour2018

Alla scoperta di Ruvo di Puglia. Tra musica, sapori e storia

Il #Ruvoeducationaltour2018 comincia per me con un lungo viaggio in una terra che ho avuto il piacere già di visitare, ma che per la sua infinita bellezza ha sempre qualcosa da dare e da raccontare. Sono l’ultima ad arrivare e la prima a rientrare sotto una pioggia incessante che mi accompagna e non ci lascia per qualche giorno. Sicilia e Puglia, apparentemente vicine ma con parecchi km da percorrere in pullman, per raggiungere una meta che sai già che non ti deluderà.

Perché questo educational tour? Il progetto nasce dalla volontà di far conoscere il territorio attraverso una modalità già sperimentata non solo in Puglia ma anche in altre parti d’Italia e che ha riscosso un grande successo. Poter essere accolti nelle strutture del luogo, poter visitare e vivere la storia di questi piccoli centri, perdersi tra le vie e respirare la vita vera, quella ancora non contaminata, rende speciali e magici questi posti. La Puglia, fortunatamente, conserva ancora questa integrità e questo spirito verace e grezzo, autentico, brusco forse, ma che ti rimane dentro. Tutto è genuino, dal cibo, al vino, alle persone che ti accolgono.

A partecipare a questa esperienza sono stati dieci professionisti del settore turistico e culturale, un team quasi esclusivamente di donne, dalle esperienze diverse così come i caratteri che hanno saputo fare gruppo, scambiarsi idee, vite, confidenze e raccontare il proprio vissuto. Food blogger, travel blogger, giornalisti, in fondo le professioni sono state solo un collante per un’esperienza davvero favolosa, svoltasi dal 2 al 7 ottobre.

Nostra guida del cammin ruvese, l’archeologa Giovina Caldarola, curatrice del progetto assieme all’assessora alla Cultura con delega al Turismo, Monica Filograno, donna esperta che ama il suo lavoro e soprattutto crede fortemente nella valorizzazione del suo territorio.

Obiettivo, conoscere Ruvo, città d’arte e musica. Lo abbiamo fatto a partire da una manifestazione musicale, il “Ruvo Coro Festival” che si è tenuto nella cittadina pugliese con varie performance: Voci di Pace – Canterò per sempre l’Amore del Signore – IX edizione, in cui la musica corale, attraverso l’incontro e il dialogo fra le comunità del Mediterraneo diventa strumento di pace e valido messaggio per le nuove generazioni, e La voce delle cattedrali – I edizione, in quattro cori, nazionali ed internazionali, si sono esibite nelle più suggestive cattedrali romaniche della Puglia a cui si aggiunge Matera, dando voce ai luoghi emblema dell’architettura e della storia della Puglia. Un’esperienza sonora di grande fascino associata alla qualità del repertorio e dei cori ospiti.

Ma il tour ha avuto un sapore vario perché oltre alla musica siamo stati accompagnati alla scoperta del cibo della terra di Puglia che ci ha saziati meravigliosamente, così come si sono saziati i nostri occhi con le meraviglie storico artistiche della città.

Partiamo dalle aziende locali e dai ristoratori che ci hanno letteralmente sfamato tra una visita e l’altra. Non essendo il food il mio settore, mi sono lasciata ispirare e guidare da chi con sapienza e maestria ha cucinato per noi in questi giorni. La tavola pugliese certamente non è magra e non è light, in Puglia ahimè si mangia tanto e bene, e i sapori sono quelli di una volta, genuini, non artificiali, dove è facile ancora distinguere i gusti, inseguire la stagionalità dei prodotti e berci su un delizioso rosso di Troia che ha annaffiato le nostre tavolate. Ogni esperienza porta con sé un ricordo, i nomi che citerò non vogliono essere un mero elenco ma un grazie a tutti coloro che ci hanno permesso di portare a casa le specialità e farle conoscere anche oltre Ruvo e la Puglia. Casa dolce casa Ruvo di Puglia, gestito da Clementina e suo marito che ci hanno accolto con tutta la loro ospitalità e premura, il locale Mezzapagnotta dove Francesco e il suo staff ci hanno illustrato la loro cucina etnobotanica ricca di gusto, sofistica ma genuina che difficilmente si potrà dimenticare; Il Panificio Cascione con la sua squisita focaccia dove letteralmente si può mangiare sulla storia. Perché? Perché sotto il locale, custodita dal plexigas, si conserva un tratto della famosa via Traiana fatta costruire dall’imperatore tra il 108 e il 110 d.C. e che in passato collegava Benevento a Brindisi. Altre aziende che mi hanno incuriosito e non solo per i loro prodotti ma anche per la dedizione al lavoro, la passione e le notevoli quantità di nozioni che ci hanno accompagnato sono: la Pasticceria Berardi in cui abbiamo visto la realizzazione del famoso mandorlaccio, l’Oleificio Mazzone, dove abbiamo assaggiato uno degli oli più buoni e amari di sempre e l’Azienda Agricola Mazzone che ci ha fatto degustare i suoi vini esportati in tutto il mondo.

 

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Nella foto dalla nostra blogger a Ruvo di Puglia, Alessandra Randazzo, un particolare del celeberrimo cratere attico del Pittore di Talos: quello che ritrae l'automa in bronzo è uno dei pezzi forti del Museo Jatta. "Di Talo, alcuni dicono che apparteneva alla stirpe di bronzo, altri che era stato donato a Minosse da Efesto; perciò secondo alcuni era un uomo di bronzo, secondo altri un toro. Aveva una sola vena che, dal collo, si estendeva fino alla caviglia: al termine, era conficcato un chiodo di bronzo. Talo montava la guardia e tre volte al giorno faceva di corsa il giro dell'isola; vide perciò la nave Argo che si avvicinava, e si mise a scagliarle contro delle pietre. Medea lo fece morire con l'inganno" [...] Estratto da Apollodoro, Biblioteca, I, 9, 26, traduzione di Maria Grazia Ciani #ruvoeducationaltour2018 #ruvocittàdarte #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvo #ruvodipuglia #classicult #puglia #ig_puglia #igers_puglia #Talos #ceramica #pottery #arte #art #nonveniteinpuglia #weareinpuglia #apulia

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Potevamo pensare solo all’aspetto mangereccio? No. Ed ecco il nostro Virgilio, l’architetto Mario di Puppo che ci accompagna a scoprire la storia e i monumenti di Ruvo. Il tour culturale ha preso il via da un luogo che per me era un sogno. Per chi come me ha studiato materie archeologiche, il Museo Jatta rappresenta una sorta di parco giochi per gli amanti della ceramica antica. Qui infatti sono conservati alcuni tra i vasi più belli al mondo, esempio di ricchezza e perfezione artistica ma anche dell’elevato status raggiunto dall’antica città in un periodo storico che si perde nella memoria.

 

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La Cattedrale di Ruvo, dedicata a Santa Maria Assunta, costituisce uno splendido esempio di stile romanico pugliese a tendenza gotica. Costruita tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, costituisce il cuore pulsante del centro storico di Ruvo di Puglia. Oggi tutti possono apprezzare la storia stratificata di questo luogo, grazie a un percorso archeologico sotterraneo che conduce dalla fase peucetica a quella romana coi suoi mosaici, e quindi a quella medievale per arrivare fino ai nostri giorni. Nelle foto di Alessandra Randazzo, la splendida facciata in pietra col portale centrale, decorato con diversi registri scultorei, e gli interni. Per chi volesse vedere qualcosa in più di questa straordinaria Cattedrale, oltre alla visita nella cittadina pugliese si segnala anche questo video realizzato col drone: https://www.youtube.com/watch?v=rMhb7nHub7U #ruvoeducationaltour2018 #ruvocittàdarte #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvo #ruvodipuglia #classicult #puglia #ig_puglia #igers_puglia #arte #art #nonveniteinpuglia #weareinpuglia #apulia

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Piacevolmente scopro che a Ruvo ci sono tanti luoghi storici che hanno molto ancora da raccontare, sono nascosti ma offrono un concentrato di emozioni che per chi come me ama la storia e l’archeologia è difficile contenere. Non a caso la Cattedrale ingloba i resti di un’antica domus romana collegata alla vicina grotta di San Cleto. Quest'ultima è volgarmente chiamata grotta ma è in realtà una cisterna di epoca romana della prima metà del II secolo d.C. che secondo la tradizione accoglieva le prime comunità cristiane dell’epoca di San Cleto (morto nel 92). L’area cultuale dell’edificio presenta due fonti battesimali e una statua del santo, scolpita direttamente nella pietra.

 

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La navata settentrionale della chiesa del Purgatorio a Ruvo di Puglia è stata costruita sulla grotta di San Cleto. Volgarmente chiamata grotta, si tratta in realtà di una cisterna di epoca romana della prima metà del II secolo d. C. La tradizione vuole che accogliesse i primi cristiani già all'epoca di San Cleto (morto nel 92). La tradizione vorrebbe pure Cleto come primo vescovo di Ruvo di Puglia, nominato dallo stesso Pietro, ma è implausibile. L'area cultuale dell'edificio presenta due fonti battesimali e una statua di San Cleto, scolpita direttamente nella pietra del secondo pilastro. Cleto o Anacleto, vescovo di Roma e papa, è santo patrono della cittadina pugliese. Nelle foto di Alessandra Randazzo, la nostra blogger in tour della Puglia, le immagini dalla suggestiva "grotta". #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvoeducationaltour2018 #ruvocittàdarte #classicult #Puglia #Apulia #ig_puglia#igers_puglia #nonveniteinpuglia #ruvo#ig_ruvo #igers_ruvo #cleto #cletus #santi #saints

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Passeggiando per le vie, inoltre, se si cammina con il naso all’insù è possibile scorgere alcuni palazzi antichi come Palazzo Caputi che abbiamo visitato, sede della Biblioteca cittadina, Palazzo Avitaja e Palazzo Melodia.

 

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"Nella nostra cultura di massa, assetata di immagini che appartengono a un Medioevo di maniera o del tutto fuori dal tempo storico [...] Castel del Monte ha, così, gradatamente ma inesorabilmente perso la sua identità di edificio castellare per acquisirne un'altra profondamente diversa ma ormai preponderante nell'immaginario collettivo: quella di tempio, cattedrale laica, edificio religioso, scrigno esoterico dai molteplici percorsi iniziatici, osservatorio astronomico, monumento sacro disegnato dal Sole o in stretta connessione con le piramidi egizie, addirittura un hammam, comunque assolutamente un "non castello", privo di tutte le caratteristiche tradizionalmente appannaggio delle strutture fortificate. Un Altro Castel del Monte, quindi, ricoperto dal velo del mito [...]" Massimiliano Ambruoso, Castel del Monte. Manuale storico di sopravvivenza, Bari, 2014, p. 17. Nelle foto di Alessandra Randazzo, la nostra blogger in missione in Puglia, si capisce bene come questo luogo straordinario abbia potuto colpire così profondamente l'immaginario moderno. #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvoeducationaltour2018 #Casteldelmonte #classicult #Andria #ig_andria #igers_andria #Puglia #Apulia #ig_puglia #igers_puglia #ruvocittàdarte #nonveniteinpuglia

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Non poteva mancare anche un’arrampicata sulla Torre dell’Orologio in cui è stato possibile ammirare il panorama della città e il suo territorio con una vista particolareggiata, dall’altopiano delle murge fino alla costa adriatica. E proprio dall’alto, forse uno dei monumenti simbolo, anzi, mi correggo, il simbolo dei monumenti pugliesi, Castel del Monte che abbiamo avuto l’immenso piacere di visitare. Sito patrimonio dell’umanità UNESCO, simbolo della Puglia imperiale, la cui sagoma si può ammirare anche a distanza di km e che nasconde miti e leggende legate ad un personaggio molto amato: Federico II.

Non sono mancate due gite fuori porta molto impegnative e suggestive. Il nostro tour ha previsto anche una bella camminata di parecchie ore nel Parco dell’Alta Murgia, dove, accompagnati da esperti, abbiamo potuto ammirare il paesaggio e la natura aspra di questa parte della Puglia e dove l’autunno ci ha permesso di ammirare i bellissimi colori degli alberi, le foglie ormai cadute e dai colori rosso-brunastri che tappezzavano e dipingevano i contorni della nostra passeggiata. La zona murgiana offre innumerevoli luoghi di produzione casearia e gastronomica, uno dei quali, la Masseria Coppa, ci ha ospitati sotto una fitta pioggia per rifocillarci dopo il tour naturalistico. Anche Trani, visitata in notturna, ha lasciato ricordi piacevoli. Da vedere, possibilmente di giorno per ammirarne a pieno la bellezza, la Cattedrale che appare come sospesa sul mare, maestosa e austera. Magistrale esempio di architettura romanica, costituita da tre chiese sovrapposte. Ma anche il waterfront portuale, tappa obbligata per vivere appieno la città, ricca di botteghe d’arte e locali che costituiscono il punto di ritrovo per i giovani e per i turisti.

Intelligentemente pensato, anche un momento di confronto presso La Capagrossa Coworking dove le aziende ma anche i partecipanti del tour e giovani esperti ruvesi, ci hanno illustrato una serie di attività e iniziative promozionali per il rilancio urbano della comunità locale. Con grande sorpresa scopro che Ruvo di Puglia ospita da diversi anni importanti manifestazioni che in diversi periodi dell’anno cercano di far confluire i turisti, ma anche altri pugliesi che con l’occasione arrivano in città per i vari eventi. Cito in particolare il Talos Festival che riconferma Ruvo come città di musica e di musicisti che nelle ultime edizioni è ritornato alle origini riscoprendo il forte legame che questa terra ha con l’arte nei suoi più diversi linguaggi, e Luci e Suoni d’Artista, giunto alla seconda edizione e che vede la città illuminarsi con le opere prodotte da designer, artisti e artigiani, imprese, associazioni e cittadini. Quest’anno il tema si ispirerà alla vertigine e all’equilibrio.

Questa esperienza, oltre che meravigliosa occasione di lavoro, ha rappresentato per me una bellissima opportunità di viaggio di contatti che nella forza della squadra ha avuto uno dei suoi punti cardine. E allora oltre agli organizzatori del #ruvoeducationaltour2018, Giovina Calderola e Monica Filograno, non posso non ringraziare le mie compagne di viaggio, Laura Gobbi, Annalisa Milione, Stefania Manfredi, Selene Scinicariello che hanno reso unico e indimenticabile questo viaggio.


La noce moscata: un ingrediente alimentare già 3500 anni fa

La noce moscata è il seme decorticato dell'albero Myristica fragrans, originario delle isole Molucche, in Indonesia. Il nome col quale è nota da noi deriva però da quello della capitale dell'Oman, Mascate, da dove questa spezia veniva commercializzata.

Un nuovo studio, pubblicato su Asian Perspectives, ha descritto quello che sarebbe il primo utilizzo alimentare della preziosa spezia. Presso il sito di Pulau Ay si sono difatti ritrovati residui di noce moscata su frammenti ceramici, risalenti a 3500 anni fa: costituiva perciò un ingrediente alimentare ben duemila anni prima di quanto si ritenesse finora.

Il professor Peter Lape e il dottor Daud Tanudirjo al lavoro. Foto Credit: Andrew Lawless

Pulau Ay si trova nelle vulcaniche isole Banda (nel mare omonimo), che sono parte delle Molucche, a loro volta appartenenti al più vasto arcipelago malese (Insulindia). Due scavi (2007 e 2009) furono condotti qui, sotto la guida di Peter Lay, professore di antropologia dell'Università di Washington, e curatore archeologico del Burke Museum, in collaborazione con colleghi provenienti dall'Università indonesiana Gadjah Mada, dall'Università australiana del Nuovo Galles del Sud e da altre istituzioni.

Il sito di Pulau Ay fu occupato tra i 3500 e i 2300 anni fa, e vi si sono ritrovati oggetti in terracotta, strumenti litici, ossa animali, e stampi utilizzati possibilmente per la costruzione di edifici.

I manufatti provano come nel tempo gli abitanti abbiano utilizzato risorse alimentari dal mare, animali domestici e ceramiche. Nei primi 500 anni di occupazione del sito si passò da un dieta prevalentemente a base di pesce a una legata al consumo di suini domesticati. Anche le ceramiche si modificarono di conseguenza, con un incremento dello spessore delle pareti.

Frammento ceramico da Pulau Ay, con residui alimentari. Foto Credit: Peter Lape/University of Washington

Oltre alla noce moscata, sulle ceramiche si sono trovati residui di altre sei piante, compreso il sago (estratto dal midollo di piante del genere Metroxylon, Cycas e Phoenix) e l'igname viola (Dioscorea alata). Potrebbe trattarsi di piante selvatiche o anche coltivate.

L'importanza di questo sito - come spiega il professor Lape - è dunque legata al fatto che ci mostra come le popolazioni si siano adattate alla vita in queste piccole isole tropicali, oltre a un utilizzo così precoce della noce moscata, la preziosa spezia che alcune migliaia di anni dopo avrebbe cambiato il mondo e portato prestigio a queste isole.

Pulau Ay è una piccola isola, priva di acque superficiali e di mammiferi terrestri indigeni. Non sarebbe stato possibile viverci senza animali domestici o la capacità di immagazzinare acqua. Nonostante questo, doveva apparire attraente per le ricche risorse marine. Il suo abbandono, avvenuto 2300 anni fa, è ancora oggetto di indagini, e non vi sono altri siti nelle isole Banda ad esser stati popolati tra 2300 e 1500 anni fa.

Il Benteng (Forte) Nassau, costruito dagli olandesi nel 1609 sull'isola indonesiana di Banda Naira, per il controllo dei traffici di noce moscata. Foto Credit: Andrew Lawless

Lo studio New Data from an Open Neolithic Site in Eastern Indonesia, di Peter Lape, Emily Peterson, Daud Tanudirjo, Chung-Ching Shiung, Gyoung-Ah Lee, Judith Field, e Adelle Coster, è stato pubblicato su Asian Perspectives (volume 57, numeo 2, 2018, pp. 222-243, DOI: 10.1353/asi.2018.0015).


Cereali, legumi, prodotti caseari e carne nella dieta di Çatalhöyük

L'analisi dei lipidi assorbiti dalla ceramica ha rivoluzionato lo studio delle diete e della cucina del passato; si tratta tuttavia di una tecnica che ha i suoi limiti. Un nuovo studio, pubblicato su Nature Communications, espone ora l'analisi delle proteine estratte dalle antiche ceramiche dall'insediamento di Çatalhöyük, nell'Anatolia centrale. Con questo nuovo approccio si è riusciti a identificare gli alimenti contenuti in ciotole e giare dall'antico insediamento, con uno spettro e una risoluzione senza precedenti.

Un sommario delle proteine identificate: sulla sinistra quelle sul lato interno del frammento, sulla destra i depositi calcificati sul lato interno. Credit: Jessica Hendy; Hendy et al. 2018

Gli studiosi del Max-Planck-Institut für Menschheitsgeschichte, della Freie Universität di Berlino e dell'Università di York sono così scesi nei dettagli della dieta di questi agricoltori di ottomila anni fa. Hanno così mostrato come questa comprendesse cereali, legumi, prodotti caseari e carne, in alcuni casi giungendo addirittura a individuare le singole specie.

 

Depositi calcificati antichi e moderni a Çatalhöyük. Credit: Ingmar Franz; Hendy et al. 2018

Gli agricoltori che abitavano a Çatalhöyük costruivano le loro case una di fronte all'altra in ogni direzione. L'insediamento, che si trova in quella che è l'attuale Turchia centrale, fu abitato tra il 7100 a. C. e il 5600 a. C. ed è oggetto di intense ricerche da venticinque anni. I resti ceramici esaminati nella ricerca in questione datano tra il 5900 e il 5800 a. C.; siamo quindi verso la fine dell'occupazione del sito.

I prodotti caseari provenivano principalmente da ovini e caprini, ma pure da bovini. Le ossa di questi animali son state ritrovate nel sito e in passato si sono estratti pure grassi del latte dai resti ceramici, ma è la prima volta che si identificano quali animali si utilizzavano per il loro latte. I cereali identificati sono invece orzo e frumento, i legumi comprendevano piselli e veccie. La carne proveniva da ovini e caprini, e in alcuni casi da bovini e cervidi.

Uno degli aspetti più interessanti è dato dal fatto che le prove fanno desumere che gli abitanti di Çatalhöyük mescolassero gli alimenti nella loro cucina, creando porridge e minestre. Ci sarebbero anche prove della realizzazione di prodotti caseari e si suggerisce che gli abitanti separassero cagliata e siero di latte, e che utilizzassero quest'ultimo per scopi ulteriori in seguito. Insomma, sembrerebbe che le attività casearie possano rimontare qui al sesto millennio a. C., con l'utilizzo di latte di vacca, pecora e capra.

Tuttavia, i ricercatori sottolineano pure come sia ben possibile che gli alimenti consumati a Çatalhöyük fossero persino di più, in particolare per quanto riguarda quelli di origine vegetale. La tecnica utilizzata, con approcci proteomici "shotgun", purtroppo dipende dal database a disposizione, e questo in futuro potrà essere ampliato a quelle specie vegetali che oggi non sono rappresentate o sono rappresentate limitatamente. In ogni caso il nuovo approccio ha dimostrato con questo studio tutte le sue straordinarie potenzialità.

 

Çatalhöyük. Credit: Jason Quinlan

Lo studio Ancient proteins from ceramic vessels at Çatalhöyük West reveal the hidden cuisine of early farmers, di Jessica Hendy, Andre C. Colonese, Ingmar Franz, Ricardo Fernandes, Roman Fischer, David Orton, Alexandre Lucquin, Luke Spindler, Jana Anvari, Elizabeth Stroud, Peter F. Biehl, Camilla Speller, Nicole Boivin, Meaghan Mackie, Rosa R. Jersie-Christensen, Jesper V. Olsen, Matthew J. Collins, Oliver E. Craig ed Eva Rosenstock, è stato pubblicato su Nature Communications 9 (2018).


Un approccio sperimentale al consumo di carne nel passato

2 Agosto 2016

Segni prodotti da umani su ossa. Credit: Antonio J. Romero / UPV/EHU
Segni prodotti da umani su ossa. Credit: Antonio J. Romero / UPV/EHU

Interpretare alcuni elementi presenti nei siti del passato può non essere facile. È questo il caso delle ossa, sulle quali possono ritrovarsi i segni dei denti, lasciati durante il consumo della carne. I cacciatori raccoglitori del Paleolitico, ad esempio, potevano lasciare simili resti di cibo durante i loro spostamenti, ma allo stesso modo facevano pure i predatori che si spostavano.

Un nuovo modo di esaminare quei resti è quello di analizzare i segni che i moderni umani lasciano oggi sulla carne. In uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, si sono riferiti i risultati di una ricerca sperimentale: novanta ossa di agnello sono state studiate, dopo che alcuni volontari avevano mangiato la carne attorno alle stesse, utilizzando solo mani e denti. La carne è stata consumata cruda, arrostita e bollita. È risultato che i segni lasciati dagli umani sono caratteristici e si differenziano da quelli prodotti da altri animali. Anche se gli uomini lasciano più segni delle donne, non è ancora possibile differenziarli. I segni sui campioni arrostiti o bolliti appaiono poi in maniera più regolare.

Secondo gli autori dello studio (provenienti da Università spagnole), questa ricerca potrà costituire un importante passo avanti per comprendere meglio quali tipologie di carne mangiavano gli ominidi.

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Turchia: mosaico di uno scheletro da Antiochia di Siria

22 - 28 Aprile 2016
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Un mosaico scoperto ad Antiochia di Siria (anche Antiochia sull'Oronte), nella provincia turca di Hatay, ha suscitato l'interesse internazionale. L'opera ritrae uno scheletro sdraiato con una bottiglia di vino e del pane.
The History Blog spiega un po' la confusione che c'è stata attorno all'opera. Daterebbe al terzo secolo a. C., anche se altrove si era pure indicato il terzo secolo d. C. L'interpretazione al momento prevalente vedrebbe nell'opera un invito a godere la vita ed essere felici, collocando l'opera nella sala da pranzo di una villa. C'è chi invece ne ha proposta una differente, immaginando il mosaico come una cucina nella quale si cercava di far allontanare la gente il prima possibile: in quel caso vi sarebbe un riferimento alla fretta, al piacere del cibo e alla morte.
Vi sarebbero raffigurazioni simili altrove (ad esempio in Italia), ma questa sicuramente colpisce in modo particolare. Ci sono poi altre due scene nel mosaico, con la seconda che simboleggia la cena (con un giovane e una meridiana, e il tema dell'arrivare in orario) e la terza il bagno (con una persona di carnagione scura che getta il fuoco).
Link: Hurriyet Daily News 1, 2; Daily Sabah; The History Blog; Daily Mail; CNN.
La provincia di Hatay in Turchia, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata e di TUBS (This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Turkey location map.svg (by NordNordWest). ).


Polonia: uno sguardo ai piatti regionali di Warmia e Masuria

14 Marzo 2016

Uno sguardo più attento ai piatti regionali di Warmia e Masuria

Barszcz,_pasztecik,_Borgowo

Contrariamente alla credenza popolare, la cucina tradizionale di Warmia e Masuria non era né troppo salata né troppo grassa; il suo valore calorico era dovuto agli alti fabbisogni energetici dei residenti che lavoravano sodo nei campi e in fattoria - Così hanno determinato i ricercatori da Olsztyn.
La dott.ssa Jadwiga Spiel del Centro Scientifico per la Buona Nutrizione, dell'Università di Warmi e Masuria a Olsztyn ha condotto una ricerca dettagliata sul cibo regionale e tradizionale di Warmia e Masuria.
"Cominciai la mia ricerca collezionando vecchie ricette e leggendo libri di cucina. Ho anche ottenuto ricette dalle biblioteche di Olsztyn, dal Centro di Ricerca Scientifica Kętrzyński a  Olsztyn, dalle organizzazioni di contadine e dai vecchi abitanti di queste terre. Le ricette erano scritte sia in Polacco che in Tedesco. In totale, ho ritrovato 825 ricette. Nel corso della verifica ho rigettato, ad esempio, le ricette che utilizzavano condimenti come il Vegeta, o alimenti trasformati come filetti di pesce, pesche in scatola, ecc.  Alla fine, avevo 447 ricette originali" - Così ha sottolineato la dott.ssa Jadwiga Spiel.
Infine, la ricercatrice ha selezionato 12 piatti regionali per degli studi dettagliati. Ha analizzato gli ingredienti dei pasti, il loro valore nutrizionale, il contenuto di ingredienti potenzialmente salutari (principalmente antiossidanti), proprietà organolettiche (apparenza, colore, consistenza, sapore e odore), accettabilità dei cibi.
"Secondo le ricette che ho ricreato i piatti comprendono, ad esempio, zuppa d'orzo su brodo di carne con grano saraceno, szmurkul (cavolo stufato), zuppa di funghi con noodles, lombo di maiale brasato con prugne, anatra arrosto con mele, zuppa fredda della Masuria, pancake di patate chiamato plince, strisce di pasta fritte chiamate ali d'angelo, carote della Masuria bollite nel latte con la farina, dzyndzałki - ravioli con ripieno di manzo crudo" - così elencati dalla ricercatrice.
Secondo la ricercatrice si credeva e probabilmente si crede ancora che la cucina regionale polacca, compresa quella della Warmia e della Masuria, sia salata e grassa. "La mia ricerca contraddice in parte questa ipotesi. In confronto alla pratica nutrizionale odierna, la cucina della regione non è più salata. L'ammontare di cloruro di sodio attualmente aggiunto ai cibi e persino utilizzato nelle nostre case è molto più elevato. Non solo di solito mettiamo sale nei piatti, ma aggiungiamo pure condimenti pronti, anch'essi contenenti sale" - ha spiegato.
Ha aggiunto che il "grasso" dei piatti tradizionali risultava dalla domanda di ingredienti dall'alto valore energetico, da parte del corpo. La gente lavorava duro nei campi o nella propria fattoria.
"La dose giornaliera di energia richiesta fluttuava attorno alle 3.500 kcal e non era affatto eccessiva. Sia le donne che gli uomini avevano bisogno di una colazione piena, ricca di calorie per andare nei campi per molte ore e avere l'energia per lavorare" - ha sottolineato la dott.ssa Jadwiga Spiel.
Nella cucina regionale di 100 anni fa, non c'erano le bevande zuccherate e addizionate con anidride carbonica che abbiamo oggi, e le bevande erano ottenute da prodotti naturali. La gente consumava succhi di frutta, composte, e tra le bevande alcoliche principalmente la birra.
"Le donne che vivevano in campagna intuitivamente sapevano cosa bisognava aggiungere ai cibi per assicurarne proprietà salubri. Le popolazioni della regione mangiavano verdure fresche d'estate, e in inverno trattavano verdure come cetrioli, cavoli, rape sott'olio. Le donne usavano erbe dai loro giardini: levistico, salvia, menta, maggiorana. La carne era una prelibatezza, che si mangiava in occasioni speciali, e gli affettati tenuti a stagionare negli attici o nelle capanne, attiravano bambini che avrebbero colto ogni occasione per rubare un morso" - così sottolinea la dott.ssa.
Oggi i bambini bramano dolci, nel passato con lo stesso desiderio attendevano opportunità per provare le carni. I piatti di ogni giorno erano patate coperte da bacon o da grasso sciolto dal lardo. Le patate erano anche mangiate in forma di noodles o ravioli, e la dieta comprendeva cereali: miglio, grano saraceno e orzo perlato. Era relativamente facile produrre una torta regionale, perché le donne si procuravano tutti gli ingredienti di cui avevano bisogno per cuocerle nelle loro fattorie: farina, uova, latte, grasso, formaggio in fiocchi - così spiega la ricercatrice.
Ha affermato che un menu regionale poteva essere così: per colazione, pane di segale con prosciutto, pomodori o cetrioli. Per pranzo, una fetta di pane di farina integrale con burro e un bicchiere di latte o succedanei del caffé ricavati da cereali. Per cena, la contadina avrebbe preparato dzyndzałki (ravioli) con grano saraceno e ciccioli. Potevano anche essere with dzyndzałki della Warmia con ripieno di manzo crudo. Per zuppa, il borscht della Masuria, fatto con carne e brodo vegetale. La merenda pomeridiana sarebbe stata un pezzo di Baumkuchen della Masuria o torta cobblestone, biscotti duri simili al pan di zenzero e succedanei del caffé ricavati da cereali. Per spuntino serale - miglio dolce con sciroppo di ciliegia.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, di Agnieszka Libudzka. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
Borsch, crocchetta e cetriolo sott'olio, foto di MOs810, da WikipediaCC BY-SA 3.0.

Impatto della carne e del trattamento del cibo sulla masticazione

9 Marzo 2016
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I nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, impiegano quasi la metà della loro giornata a masticare il cibo. Una quantità di tempo ben più elevata di quella utilizzata dai moderni umani.
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Secondo un nuovo studio, pubblicato su Nature, questo divario si sarebbe venuto a creare a partire tra 2 e i 3 milioni di anni fa. A fare la differenza sarebbe stata l'aggiunta di carne alla dieta, contestualmente all'utilizzo di strumenti litici per trattare il cibo.
In questo modo, non solo gli umani impiegavano meno tempo a masticare, ma ricavavano persino più energie. Si determinarono inoltre dei cambiamenti evolutivi - con specie come l'Homo erectus - che ci portano ad avere oggi denti più piccoli, volti più piccoli e intestini più piccoli. Lo studio ha pure preso in considerazione le caratteristiche del cibo trattato con tecnologie del Paleolitico Inferiore.
Il trattamento del cibo riduce drasticamente lo sforzo della masticazione, oltre a renderla molto più efficace. Affettare la carne, cucinarla e pestare i vegetali, sono tutte operazioni che rendono di molto inferiore lo sforzo muscolare richiesto. Il masticare è caratteristico dei mammiferi: i rettili, come altri animali, si limitano ad ingoiare il cibo. Questo permette di ricavare molte più energie dal cibo.
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Francia: una taverna di epoca romana da Lattara

22 - 23 Febbraio 2016
Lattes_-_Musée_Henri-Prades_-_Vue_du_site_archéologique_de_Lattara
Una taverna di 2.100 anni fa circa è stata dissotterrata presso l'antica città romana di Lattara, nella parte meridionale della Francia. Questa era una città di agricoltori, prima che i Romani conquistassero la Gallia mediterranea (nel secondo secolo a. C.). Da quel momento, probabilmente, si svilupparono poi qui nuove occupazioni.
L'edificio è stato interpretato come una taverna sulla base degli elementi ritrovati: innanzitutto tre mulini e tre forni. Nessuna abitazione possedeva allora attrezzature su questa scala. Attraversato il cortile, in un'altra stanza ci sono panche allineate ai muri e un focolare. Ritrovati resti di pesci, pecore e bestiame, che indicano una dieta variegata. Tra i frammenti ceramici ve ne sono di importati dall'Italia, assieme al vino. In antichità, i Celti erano famosi per il loro amore per la bevanda.
Anche se le taverne erano luoghi di una certa importanza nel mondo romano, da un punto di vista archeologico la nostra comprensione di questi edifici non è sufficiente. Si tratta della prima taverna di questo tipo nella regione, e pure di un indicatore dei cambiamenti socioeconomici avvenuti nell'area in quel periodo.
Menzionata già da autori antichi, la città portuale corrisponde all'odierna Lattes, nel regione francese della Linguadoca-Rossiglione.
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Svezia: pesce fermentato a Blekinge per sostenere una comunità mesolitica

8 Febbraio 2016

Adam Boethius, dottorando in Osteologia all'Università di Lund insieme ad altri archeologi a Blekinge, Svezia (Adam è la quarta persona da sinistra). Credit: Lund University
Adam Boethius, dottorando in Osteologia all'Università di Lund insieme ad altri archeologi a Blekinge, Svezia (Adam è la quarta persona da sinistra). Credit: Lund University

Il ritrovamento di pesce fermentato in un insediamento preistorico di 9.200 anni fa presso Blekinge, in Svezia, indica una società molto più complessa di quanto ritenuto finora per l'epoca.
Il ritrovamento consta di oltre 200 mila ossa di pesce d'acqua dolce, all'interno e attorno un fosso, e testimonia come già allora grandi quantità di pesce fermentato fossero conservate. Simili quantità di cibo erano sufficienti a sostenere una grande comunità. Il pesce fermentato è una delle maniere tradizionali di conservarlo qui. In particolare, lo si sarebbe reso acido utilizzando corteccia di pino e grasso di foca, per poi conservarlo in pelli di foca o cinghiale e quindi seppellirlo nel terreno fangoso.
Il Mesolitico segna il periodo attorno al quale l'agricoltura cominciò in Europa. Fino ad oggi si è ritenuto che i gruppi dell'epoca in Scandinavia catturassero pesce dal mare, da laghi e fiumi, spostandosi. Allora in altre aree (come il Levante), vi erano già insediamenti stabili, legati all'agricoltura e all'allevamento. Questa scoperta suggerisce una condizione di semi-sedentarietà, e potrebbe dunque indicare che lo sviluppo di queste aree settentrionali possa corrispondere a quello coevo nel Medio Oriente.
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Gabinetti, fogne e leggi sull'igiene non diedero benefici alla salute dei Romani

8 Gennaio 2016

I gabinetti romani non fornivano chiari benefici per la salute e la Romanizzazione in realtà contribuì alla diffusione dei parassiti

A sinistra: latrine romane da Leptis Magna in Libia, Credit: Craig Taylor. A destra: uova di verme a frusta di epoca romana dalla Turchia, Credit: Piers Mitchell
A sinistra: latrine romane da Leptis Magna in Libia, Credit: Craig Taylor. A destra: uova di verme a frusta di epoca romana dalla Turchia, Credit: Piers Mitchell

Le prove archeologiche dimostrano che parassiti intestinali come il verme a frusta divennero sempre più comuni durante il periodo romano, nonostante gli apparenti miglioramenti che l'Impero portò nelle tecnologie dei servizi igienici.

I Romani sono ben noti per aver introdotto in Europa tecnologie relative ai servizi igienici, 2.000 anni fa circa, incluse latrine con più posti e strutture per lavarsi, sistemi fognari, acqua potabile dalle condutture degli acquedotti, e bagni pubblici riscaldati per lavarsi. I Romani svilupparono pure leggi per tenere le proprie città libere da escrementi e immondizia.
Ad ogni modo, nuove ricerche archeologiche hanno rivelato che – malgrado tutte le loro apparenti innovazioni igieniche – parassiti intestinali come il verme a frusta, i nematodi e la dissenteria da Entamoeba histolytica non solo non diminuirono (come ci si poteva aspettare) in epoca romana, ma in confronto alla precedente Età del Ferro aumentarono gradualmente.
L'ultima ricerca è stata condotta dal dott. Piers Mitchell del Dipartimento di  Archeologia e Antropologia di Cambridge ed è pubblicata oggi (NdT: 8 Gennaio) sul periodico Parasitology. Lo studio è il primo a utilizzare prove archeologiche per parassiti in epoca romana al fine di valutare “le conseguenze per la salute della conquista di un impero”.
Mitchell ha raccolto prove di parassiti nelle antiche latrine, sepolture umane e ‘coproliti’ – o feci fossilizzate – così come nei pettini e nei tessuti da numerosi scavi del periodo romano lungo tutto l'Impero Romano.
Non solo certi parassiti intestinali sembrano aumentare in prevalenza con la venuta dei Romani, ma Mitchell ha anche scoperto che, nonostante la loro celebre cultura del bagno regolare, ‘ectoparassiti’ come pidocchi e pulci erano diffusi allo stesso modo tra i Romani come nei Vichinghi e nelle popolazioni medievali, dove il fare il bagno non era in larga parte praticato.
Alcuni scavi hanno rivelato prove riguardanti speciali pettini per strappare i pidocchi dai capelli, e lo spidocchiamento potrebbe essere stato una routine giornaliera per molte persone che vivevano in tutto l'Impero Romano.
Piers Mitchell ha affermato: “la moderna ricerca ha dimostrato che i gabinetti, il bere acqua pulita e la rimozione delle feci dalle strade diminuiscono il rischio di malattie infettive e parassiti. Dovremmo quindi aspettarci una diminuzione in epoca romana della prevalenza di parassiti orali fecali come il verme a frusta e i nematodi – eppure ritroviamo un incremento graduale. La domanda è: perché?”
Una possibilità offerta da Mitchell è quella che in realtà le acque calde comuni dei bagni possano aver contribuito a diffondere i vermi parassiti. L'acqua era cambiata in modo infrequente in alcuni bagni, e la feccia si sarebbe accresciuta sulla superficie a causa dello sporco umano e dei cosmetici. “Chiaramente, non tutti i bagni romani erano puliti quanto avrebbero potuto essere,” ha affermato Mitchell.
Un'altra possibile spiegazione ricavata nello studio è nell'uso romano degli escrementi umani come fertilizzante delle colture. Mentre la moderna ricerca ha dimostrato come questo aumenti le rese delle colture, a meno che le feci non siano compostate per molti mesi prima di essere aggiunte ai campi, si può determinare la diffusione delle uova dei parassiti che possono sopravvivere nelle piante adulte.
“È possibile che le leggi sull'igiene, richiedenti la rimozione delle feci dalle strade, in relatà conducessero a nuove infezioni della popolazione poiché gli escrementi erano spesso utilizzati per fertilizzare le colture piantate nelle fattorie circostanti gli insediamenti,” ha affermato Mitchell.
Lo studio ha scoperto che le uova di verme a frusta sono sorprendentemente diffuse nel Periodo Romano, in confronto all'Europa dell'Età del Bronzo e del Ferro. Una possibilità suggerita da Mitchell per l'aumento di botriocefali è l'amore dei Romani per la salsa chiamata garum.
Prodotto da parti di pesce, erbe, sale e aromi, il garum era usato sia come ingrediente culinario che come medicina. Questa salsa non era cotta, ma la si lasciava fermentare al sole. Il Garum era commerciato lungo tutto l'Impero, e potrebbe aver agito come “vettore” per il botriocefalo, spiega Mitchell.
“La produzione di salsa di pesce e il suo commercio lungo l'Impero in giare sigillate avrebbe permesso la diffusione del parassita del botriocefalo dalle aree endemiche del Nord Europa a tutte le popolazioni lungo l'Impero. Questo sembra essere un buon esempio delle conseguenze negative per la salute del conquistare un Impero,” ha affermato.
Lo studio mostra una gamma di parassiti che infetta le persone che abitavano l'Impero Romano, ma si provò a trattare queste infezioni da un punto di vista medico? Se Mitchell afferma che bisogna fare attenzione quando si relazionano gli antichi testi alle moderne diagnosi di malattie, alcuni ricercatori hanno suggerito che i vermi intestinali descritti dal medico professionista romano Galeno (130 d. C. - 210 d. C.) possano includere nematodi, ossiuri e una specie di cestodi.
Galeno credeva che questi parassiti si fossero formati dalla generazione spontanea nella materia putrefatta sotto effetto del calore. Raccomandava trattamento attraverso una dieta modificata, salassi, e medicine che si credeva avessero un effetto di raffreddamento e asciugatura, in uno sforzo di ristabilire l'equilibrio dei  ‘quattro umori’: bile nera, bile gialla, sangue e flemma.
Ha aggiunto Mitchell: “Quest'ultima ricerca sulla prevalenza di antichi parassiti suggerisce che i gabinetti romani, le fogne e le leggi sull'igiene non avevano evidenti benefici per la salute pubblica. La natura diffusa sia di parassiti intestinali che di ectoparassiti come pidocchi suggerisce pure che i bagni pubblici romani sorprendentemente non davano allo stesso modo chiari benefici per la salute.”
“Sembra probabile che se i servizi igienici romani possono non aver reso le popolazioni più salubri, queste avrebbero avuto almeno un odore migliore.”

Riferimenti
Mitchell, PD. Human parasites in the Roman World: health consequences of conquering an empire. Parasitology; 8 Gennaio 2016.
Traduzione da University of Cambridge. L’Università di Cambridge non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.