Il più grande studio mai condotto sul DNA antico - Il contributo dei ricercatori Sapienza

Il più grande studio mai condotto sul DNA antico getta una nuova luce su millenni di storia dell'Asia centrale e meridionale

Il 22% di tutti i nuovi genomi sequenziati, provengono da materiali scheletrici di 116 individui che fanno parte di collezioni Sapienza

Lo studio più vasto di sempre sull'antico DNA umano, insieme al primo genoma di un individuo dell'antica Indus Valley Civilization, rivela, con un dettaglio che non ha precedenti, la mutevole discendenza delle popolazioni dell'Asia centrale e meridionale nel tempo.

credits: Is.M.E.O. Istituto per Associazione Internazionale di Studi per il Mediterraneo e l’Oriente e Museo delle Civiltà Roma

La ricerca risponde anche a domande di lunga data sulle origini dell'agricoltura e sulla fonte delle lingue indoeuropee nell'Asia meridionale e centrale.

Genetisti, archeologi e antropologi del Nord America, Europa, Asia centrale e Asia meridionale hanno analizzato i genomi di 524 individui antichi mai studiati prima, aumentando il totale mondiale dei genomi antichi resi pubblici di circa il 25 percento.

Confrontando questi genomi tra di loro e con genomi precedentemente sequenziati, nonché contestualizzando le informazioni accanto a documenti archeologici, linguistici e storici, i ricercatori hanno definito molti dettagli chiave su chi viveva in varie parti di questa vasta regione dal Mesolitico (circa 12.000 anni fa) all'Età del ferro (fino a circa 2.000 anni fa) e la relazione con gli attuali abitanti.

credits: Is.M.E.O. Istituto per Associazione Internazionale di Studi per il Mediterraneo e l’Oriente e Museo delle Civiltà Roma

La Sapienza ha contribuito a questo lavoro con materiali scheletrici di 116 individui che corrispondono al 22% di tutti i nuovi genomi sequenziati, provenienti da svariate aree: il gruppo più consistente è quello del Pakistan, con 91 individui da 5 necropoli, che coprono un arco di tempo dal Bronzo Finale al periodo storico, ma anche individui da siti iraniani dell’Età del Bronzo. Queste collezioni oggi sono parte del Museo di Antropologia della Sapienza diretto da Giorgio Manzi e del Laboratorio di Biologia delle Popolazioni umane antiche, diretto da Alfredo Coppa del Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza, tra gli autori dell’articolo pubblicato su Science.

Lo studio si è avvalso di nuove metodologie di campionamento, che massimizzano la possibilità di ottenere dati genetici da regioni in cui la conservazione del DNA è spesso scarsa. Inoltre, la combinazione di dati, metodi e prospettive di diverse discipline accademiche ha reso possibile rilevare interazioni tra popolazioni e valori anomali all'interno delle popolazioni e tracciare due delle più profonde trasformazioni culturali nell'antica Eurasia: il passaggio dalla caccia e dalla raccolta all'agricoltura e la diffusione delle lingue indoeuropee, che sono parlate oggi dalle isole britanniche all'Asia meridionale.

credits: Is.M.E.O. Istituto per Associazione Internazionale di Studi per il Mediterraneo e l’Oriente e Museo delle Civiltà Roma

Le lingue indoeuropee - hindi / urdu, bengalese, punjabi, persiano, russo, inglese, spagnolo, gaelico e oltre 400 altre - comprendono la più grande famiglia di lingue sulla Terra, tanto che per decenni, gli specialisti hanno discusso di come le lingue indoeuropee si siano diffuse attraverso parti così distanti nel mondo. Lo studio fornisce una consistente linea di prova dell’arrivo delle lingue indoeuropee in Europa tramite i pastori della steppa eurasiatica, smontando la cosiddetta “ipotesi anatolica”, e spiegando la ragione di caratteristiche linguistiche condivise altrimenti sconcertanti per rami indo-europei oggi separati da vaste distanze geografiche. Ad esempio, i modelli genetici collegano i parlanti dei rami indo-iraniano e balto-slavo dell'indo-europeo, poiché gli attuali oratori di entrambi i rami discendono da un sottogruppo di pastori della steppa che si sono trasferiti a ovest verso l'Europa quasi 5.000 anni fa, per poi diffondersi verso est nell'Asia centrale e meridionale nei successivi 1500 anni.

credits: Is.M.E.O. Istituto per Associazione Internazionale di Studi per il Mediterraneo e l’Oriente e Museo delle Civiltà Roma

I risultati dello studio, si inseriscono anche in un altro dibattito di lunga data, relativo al passaggio da un'economia di caccia e di raccolta a una basata sull'agricoltura, la cui spiegazione è sempre in bilico tra i movimenti di persone, la copia di idee o le invenzioni locali, confermando che la diffusione dell'agricoltura ha comportato non solo una rotta verso ovest dall'Anatolia all'Europa, ma anche una rotta verso est dall'Anatolia alle regioni dell'Asia precedentemente abitate solo da gruppi di cacciatori-raccoglitori.


grotta di Acquacadda Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

grotta di Acquacadda NuxisIl 2 settembre a Nuxis, presso la grotta di Acquacadda prenderà avvio la prima campagna di scavo archeologico diretta dal Professor Riccardo Cicilloni, Docente e Ricercatore di Preistoria e Protostoria presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali dell’Università degli Studi di Cagliari in collaborazione con la Prof.ssa Elisabetta Marini del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente. Lo scavo si svolgerà per tutto il mese di settembre.

Le attività di scavo e ricerca sono stare rese possibili grazie alla concessione di scavo da parte del MIBAC - Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e si svolgeranno con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna e del Comune di Nuxis, con il supporto tecnico dell’Associazione Speleo Club Nuxis, che gestisce l’area, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Oristano e Sud Sardegna.

grotta di Acquacadda NuxisL’importante sito preistorico della grotta di Acquacadda (o Grotta de Su Montixeddu), frequentato a scopo funerario almeno dall’età del Rame, è già noto in letteratura in quanto negli anni ’60 del secolo scorso fu oggetto di un primo saggio di uno scavo, ancora praticamente inedito, condotto dalla compianta Prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, afferente allora all’Università di Cagliari.

Da queste indagini si ricavò una delle prime datazioni radiocarboniche dell’archeologia sarda, che ha fatto sì che la grotta di Acquacadda sia stata citata in numerose pubblicazioni a carattere nazionale ed internazionale.

grotta di Acquacadda NuxisLa ricerca ricade nell’ambito di un progetto più ampio, portato avanti dalla Cattedra di Preistoria e Protostoria dell’Università di Cagliari, mirante all’investigazione delle fasi preistoriche antecedenti alla nascita della civiltà nuragica, con particolare riferimento alle attività di estrazione dei metalli ed alle attività metallurgiche che le popolazioni dell’età del Rame e poi del Bronzo effettuarono a partire dall’inizio del III millennio a.C. L’obiettivo principale delle indagini di scavo sarà quello di indagare il passaggio dalla cultura di Monte Claro (età del Rame) a quella di Bonnanaro (prima età del Bronzo), e capire quale ruolo quest’ultima abbia nella formazione della successiva civiltà nuragica.

La possibilità di riprendere le indagini archeologiche nella Grotta di Acquacadda ha da subito entusiasmato me ed il mio team di collaboratori. L’unione di intenti tra noi, l’amministrazione e lo Speleo Club è stata da subito importante per impostare un lavoro scientifico all’avanguardia e soprattutto duraturo” afferma Riccardo Cicilloni, direttore scientifico dello scavo.

Alla ricerca archeologica sul campo si alterneranno una serie di attività di tipo divulgativo, a cui prenderanno parte studiosi provenienti da più parti d’Europa, tra cui: Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento (31 agosto), di Fernando Molina Gonzalez, Juan Antonio Cámara Serrano e Liliana Spanedda dell’Universidad de Granada (4 settembre), di Valentina Matta dell’Università di Aarhus in Danimarca (11 settembre), di Sabrina Cisci, funzionaria archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano (17 settembre).

La giornata del 31 testimonia un passaggio molto importante nel progetto di valorizzazione delle risorse del territorio in cui l'Amministrazione Comunale ripone molta fiducia. Un percorso ancora lungo, nel quale crediamo e che abbiamo fortemente voluto, convinti possa aggiungere un tassello importante per lo sviluppo futuro delle nostre comunità” afferma Piero Andrea Deias, sindaco di Nuxis, “nutriamo molta fiducia e speranza nei risultati dello scavo, che sarà egregiamente coordinata e condotta dal Prof. Riccardo Cicilloni e dai suoi validissimi collaboratori e studenti, con l'indispensabile supporto logistico dello Speleo Club Nuxis”. “Chiedo ai cittadini e a tutte le Associazioni del nostro paese, in tanti lo hanno già fatto, di condividere, appoggiare e sostenere questo progetto, soprattutto in questa importantissima fase, che vorremmo diventasse, attraverso varie iniziative, un importante esperimento socioculturale per la comunità intera. Sono certo che saremo all'altezza” prosegue il primo cittadino di Nuxis. “Persone da più parti della Sardegna ma anche provenienti dal di fuori dell’isola risiederanno nella nostra comunità per un mese, e per noi anche questo aspetto sarà di fondamentale importanza”.

Alle attività in programma prenderà, infatti, parte un team di circa 30 studenti provenienti da diversi atenei europei e internazionali, oltre quello cagliaritano, le università di Bologna, Granada, Barcellona e Melbourne, coordinati sul campo dagli archeologi Marco Cabras e Federico Porcedda.

Tutto il progetto sarà caratterizzato dalla collaborazione interdisciplinare tra i dipartimenti di Lettere, Lingue e Beni Culturali e quello di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Cagliari, ma non solo. Sono in progetto una serie di analisi archeometriche finalizzate alla ricostruzione della vita delle comunità del tempo. L’obiettivo è quello di ricavare dati sul DNA e sulla dieta delle popolazioni dell’età del Rame sardo, sulle cause di morte degli individui sepolti nella grotta di Acquacadda. Tramite le analisi polliniche si proverà inoltre a ricostruire l’ambiente antico di questa zona del Sulcis. Sui reperti che verranno rinvenuti saranno immediatamente portate avanti una serie di attività laboratoriali: catalogazione, studio dei reperti ceramici, malacologici e metallici, ma anche dei resti osteologici.

Grande importanza verrà data alla comunicazione. Alle attività di studio e ricerca infatti ne saranno affiancate altre finalizzate alla divulgazione dei risultati e ad una maggiore conoscenza del dato scientifico attraverso una serie di iniziative online e offline: social network, scavo aperto al pubblico, seminari e attività con la comunità locale.

Tutto ciò rientra nella cosiddetta “Terza Missione” dell’Università di Cagliari, la quale si pone come obiettivi quelli di favorire l'applicazione diretta, la valorizzazione e l'impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società.

Per Roberto Curreli, presidente dell’Associazione Speleo Club Nuxis “lo scavo presso la grotta di Acquacadda consiste un quid in più nell’offerta di conoscenza che offre, già da anni, l’ex sito minerario di Sa Marchesa: un polo culturale che man mano si va perfezionando nella divulgazione degli aspetti geologici, speleologici e archeologici di quest’area del Sulcis”.

Conferenza stampa ed inaugurazione delle attività

31 AGOSTO DALLE ORE 10:30

presso sito geo speleo archeologico «Sa Marchesa»

Ex miniera Sa Marchesa – Acquacadda – Nuxis (SU) – incrocio: S.P. 78 km 0,2/S.S. 293 km 50,4

Plus code: 5QJ2+3F Acquacadda, Nuxis CI

Interventi:

Saluti delle autorità regionali e provinciali;

Piero Andrea Deias, Sindaco di Nuxis;

Tarcisio Agus, Presidente del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna;

Sabrina Cisci, Funzionario archeologo, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano;

Riccardo Cicilloni, Università di Cagliari, direttore scientifico dello scavo archeologico presso la Grotta di Acquacadda;

Elisabetta Marini, Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente;

Salvatore Buschettu, Presidente Federazione Speleologica Sarda;

Roberto Curreli, Presidente Associazione Speleo-Club Nuxis;

Marco Cabras, archeologo;

Federico Porcedda, archeologo.

DALLE ORE 18:00

Conferenza a tema archeologico

Annaluisa Pedrotti (Professore associato - Università degli Studi di Trento), Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci: le novità della ricerca scientifica.

La conferenza costituisce il primo evento del Ciclo di Conferenze «Incontri di archeologia alla Grotta di Acquacadda. Cinquant’anni di ricerche nel Sulcis-Iglesiente» organizzato dall’associazione speleo club Nuxis.

A seguire intervento dal titolo: Archeologia e viticoltura, a cura dell’Associazione Italiana Sommelier. Per finire degustazione di vini della Cantina di Santadi e dell’Agricola Punica.

Previsto intrattenimento per bambini nel giardino del sito di Sa Marchesa.


Nuovo studio interdisciplinare getta luce sulle prime comunità di Longobardi

Nonostante i secoli di studi e ricerche, rimane ancora assai dibattuto il periodo di migrazioni che ebbero luogo in Europa tra il quarto e il sesto secolo. Quell'epoca si caratterizzò per il verificarsi di importanti cambiamenti di carattere socio-economico nel continente, oltre che per il declino dell'Impero Romano d'Occidente.

Gli autori di un nuovo studio, pubblicato su Nature Communications, hanno analizzato il DNA antico ricavato da 63 campioni provenienti da due cimiteri (Collegno in Piemonte e Szólád in Pannonia, nell'attuale Ungheria) in precedenza associati alla presenza longobarda. Dopo aver invaso la Pannonia nel 568 d.C., i Longobardi regnarono su gran parte dell'Italia per oltre duecento anni.

A guidare lo studio il professor Patrick Geary dell'Institute for Advanced Study, il professor Krishna Veeramah della Stony Brook University statunitense, il professor Johannes Krause del Max Planck Institute for the Science of Human History da Jena, in Germania, e il professor David Caramelli dell'Università di Firenze.

Cartina con il Regno Longobardo e la Pannonia, e i due cimiteri oggetto di sequenziamenti. Credits: Krishna R Veeramah

Il nuovo studio getta luce sulla formazione di queste comunità, su come vivevano queste popolazioni e sull'interazione con le popolazioni locali, che si suppone andassero a dominare. Il denso campionamento rivela che ciascun cimitero era primariamente organizzato sulla base della stirpe, suggerendo quindi che le relazioni di carattere biologico giocassero un ruolo importante in quelle prime società medievali. Si è quindi identificata una struttura genetica con almeno due gruppi aventi una stirpe differente, e molto diversi in termini di costumi funerari.

Entrambi i cimiteri sono organizzati sulla base di principi di carattere biologico. Le tombe a Szólád risalgono al secondo terzo del sesto secolo e sono prevalentemente maschili. Si suggerisce che i Longobardi occuparono quest'area per venti o trent'anni, erano insomma una comunità molto mobile. Gli individui con una dieta più ricca in proteine animali occupano un ruolo prominente.

Il cimitero a Collegno fu invece utilizzato dal tardo sesto secolo fino all'ottavo secolo, il primo periodo del Regno Longobardo in Italia. Qui siamo invece di fronte a una comunità da molte generazioni in Italia e a una ben maggiore mescolanza tra i gruppi genetici, ma si potrebbe suggerire un'influenza dominante esercitata dai nuovi arrivati sulle popolazioni locali.

Come spiega il professor Patrick J. Geary, prima di questo studio non si era notata, né ci si aspettava, una così forte relazione tra background genetico e cultura materiale. Questo suggerirebbe che le comunità in questione fossero caratterizzate da individui aventi un background genetico differente, che fossero consapevoli di queste loro differenze e che questo influenzasse la loro identità sociale. Le tombe aventi un più ricco corredo funerario, con spade e scudi per gli uomini e spille e collane per le donne, risultano essere associate ad individui legati da un punto di vista genetico ai moderni abitanti del Centro e del Nord Europa. Costoro avevano anche una dieta più ricca di proteine. Sono invece meno ricchi i corredi funerari legati a coloro il cui genoma appare più vicino a quello dei moderni abitanti dell'Europa meridionale. Nella ricerca, gli studiosi invitano però comunque alla prudenza sul legame tra stirpe e cultura materiale: ricerche future potranno meglio spiegare quanto forte sia stato.

I dati ricavati sono anche compatibili con la tesi della migrazione dei Longobardi dalla Pannonia all'Italia, nel sesto secolo d. C. Come sottolinea il professor Davide Caramelli, si evidenzia però un mescolamento genetico e culturale tra i nuovi arrivati e le popolazioni italiche già presenti, e non un netto distacco tra le stesse.

L'importanza di questa ricerca è anche nella sua natura interdisciplinare. “Quello che abbiamo presentato in questo studio è un impianto unico, di carattere interdisciplinare, per il futuro,” spiega il professor Patrick J. Geary, “unendo esperti provenienti da diverse discipline al fine di reinterpretare e riconciliare le prove di carattere storico, genomico, isotopico e archeologico; per migliorare la nostra conoscenza del passato, per produrre nuove informazioni su come le popolazioni si muovono, su come si trasmettono le culture; per meglio comprendere le identità, e nuove modalità di comprensione della complessità, dell'eterogeneità, e della malleabilità della popolazione europea nel passato e nel presente.”

A guidare la ricerca sono stati il professor Patrick Geary dell'Institute for Advanced Study, il professor Krishna Veeramah della statunitense Stony Brook University, il professor Johannes Krause del Max Planck Institute for the Science of Human History da Jena, in Germania, e il professor David Caramelli dell'Università di Firenze. Ha visto anche contributi da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, delle Università degli Studi di Ferrara, di Padova e di Sassari.

Ritrovamenti nella tomba 53 a Collegno. Credits: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino

 

Link: ANSACorriere della Sera; Repubblica 1, 2.

Lo studio Understanding 6th-century barbarian social organization and migration through paleogenomics, di Carlos Eduardo G. Amorim, Stefania Vai, Cosimo Posth, Alessandra Modi, István Koncz, Susanne Hakenbeck, Maria Cristina La Rocca, Balazs Mende, Dean Bobo, Walter Pohl, Luisella Pejrani Baricco, Elena Bedini, Paolo Francalacci, Caterina Giostra, Tivadar Vida, Daniel Winger, Uta von Freeden, Silvia Ghirotto, Martina Lari, Guido Barbujani, Johannes Krause, David Caramelli, Patrick J. Geary & Krishna R. Veeramah, è stato pubblicato su Nature Communications.


Un'adolescente con madre Neanderthal e padre Denisova

Fino a quarantamila anni fa, almeno due gruppi di ominidi abitavano l'Eurasia: i Neanderthal ad Occidente e i Denisovani ad Oriente. I due gruppi, attualmente estinti, si separarono circa 390 mila anni fa, costituendo i "parenti" più prossimi dei moderni umani attualmente viventi.

Credit: B. Viola, MPI f. Evolutionary Anthropology

Un nuovo studio, pubblicato su Nature, ha presentato il sequenziamento del genoma di un frammento osseo proveniente dalla Grotta di Denisova, presso i monti Altai in Siberia, dove fu ritrovato nel 2012.

"Sapevamo da precedenti studi che Neanderthal e Denisovani dovevano aver occasionalmente avuto figli insieme", afferma Viviane Sloan, ricercatrice presso l'Istituto Max Planck per l'Antropologia Evolutiva. "Ma non avrei mai pensato potessimo essere così fortunati da ritrovare effettivamente un discendente dei due gruppi."

Credit: T. Higham, University of Oxford

L'individuo (Denisova 11) al quale apparteneva il frammento in questione doveva avere attorno ai 13 anni, e visse 50 mila anni fa circa. L'adolescente aveva una madre Neanderthal e un padre Denisova, che a sua volta presentava però tracce della stirpe Neanderthal.

"Un aspetto interessante di questo genoma è che ci permette di comprendere elementi relativi alle due popolazioni: i Neanderthal da lato della madre e i Denisova dal lato del padre", spiega Fabrizio Mafessoni, anche lui dell'Istituto Max Planck.

Il padre proveniva da una popolazione alla quale appartenne anche un altro Denisova ritrovato nella grotta. La madre proveniva da una popolazione che era più vicina a quella dei Neanderthal che in seguito vissero in Europa, che non a quella dell'altro Neanderthal ritrovato nella stessa grotta. Importante anche l'aver verificato nell'osso la presenza di percentuali grosso modo eguali di DNA Neanderthal e Denisova.

Disegno della madre Neanderthal col padre Denisova e la giovinetta, presso la grotta. Credit: Petra Korlević

La scoperta è di grandissimo rilievo e segna una nuova tappa nella nostra comprensione dei rapporti intercorsi tra questi gruppi di antichi umani, suggerendo che potesse essere comune la commistione tra loro nel Tardo Pleistocene.

Svante Pääbo, Direttore del Dipartimento di Genetica Evolutiva dell'Istituto, conclude: "Neanderthal e Denisova non dovevano avere molte occasioni di incontrarsi. Ma quando lo facevano, devono essersi accoppiati frequentemente, molto più di quanto pensassimo in precedenza."

 

 

Lo studio The genome of the offspring of a Neandertal mother and a Denisovan father, opera di Viviane Slon, Fabrizio Mafessoni, Benjamin Vernot, Cesare de Filippo, Steffi Grote, Bence Viola, Mateja Hajdinjak, Stéphane Peyrégne, Sarah Nagel, Samantha Brown, Katerina Douka, Tom Higham, Maxim B. Kozlikin, Michael V. Shunkov, Anatoly P. Derevianko, Janet Kelso, Matthias Meyer, Kay Prüfer, Svante Pääbo, è stato pubblicato su Nature il 22 Agosto 2018.


Prime analisi dello scheletro del bambino al laboratorio di ricerche applicate

LE PRIME ANALISI DELLO SCHELETRO DEL BAMBINO
AL LABORATORIO DI RICERCHE APPLICATE

Il Laboratorio di Ricerca Applicate del Parco Archeologico di Pompei sarà il punto di partenza per le analisi preliminari dello scheletro del bambino ritrovato alle Terme Centrali di Pompei. Gli studi antropologici effettueranno un primo screening della stato di salute della giovane vittima, per poi indirizzare le successive indagini esterne sul DNA.

In questa prima fase, si tratta di analisi metriche, morfologiche e dei markers di stress scheletrici, ovvero di misurazioni delle ossa e valutazioni di impronte muscolari sulle scheletro, queste ultime utili a valutare se ci sono tracce di eventuali attività fisiche (trasporto pesi, deambulazione ecc.). Incrociando la misura della lunghezza delle ossa con le analisi dello sviluppo dentario sarà possibile determinare con maggiore precisione l’età del bambino, al momento stabilita tra i 7 e gli 8 anni.
Ulteriori informazioni potranno riguardare eventuali patologie rilevabili, considerato che non tutte le malattie sono identificabili sulle ossa. Non sarà invece possibile in questa fase stabilire il sesso dell’individuo, in quanto i caratteri di dimorfismo tipicamente maschili o femminili non son ancora definiti in età infantile. Tali determinazioni saranno possibili solo in un eventuale seconda fase di analisi sul DNA, qualora si presenti in un buono stato di conservazione.

Lo scheletro è stato rinvenuto pressoché completo ad eccezione di una porzione del torace destro, della mandibola e di parte degli arti superiori e di arti inferiori e non appaiono lesioni dovute alle intercettazioni ottocentesche.

Le indagini sui resti della piccola vittima delle Terme Centrali - dichiara il responsabile del Laboratorio di Ricerche Applicate, Alberta Martellone – saranno fondamentali per ricostruire la composizione e lo stato di salute degli abitanti di Pompei nel 79 d.C. I risultati che ne deriveranno potranno fornire un ulteriore contributo alla conoscenza della storia della città prima che l'evento eruttivo del 79 d.C. la cristallizzasse". Normalmente i dati antropologici che ci pervengono dalla storia sono relativi a individui, deceduti per morte naturale e ritrovati nelle sepolture delle necropoli. Nel caso unico di Pompei ci troviamo di fronte, invece, a resti umani di individui nel pieno della loro vitalità, morti  a causa di calamità naturali, quali l’eruzione. Le analisi su tali resti consentono di aprire uno spaccato sulla popolazione vivente dell’epoca, che in nessun altra situazione sarebbe stato possibile."

Nella fase di rinvenimento, oltre all’antropologa hanno contribuito allo studio della giacitura del reperto anche esperti vulcanologi e geologi, allo scopo di determinare le fasi stratigrafiche e le dinamiche di seppellimento. Le analisi del DNA saranno condotte a breve grazie alla collaborazione del dipartimento-di-medicina-molecolare-e-biotecnologie-mediche della Federico II.
Testo e immagini da UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Pompei - presso Antiquarium Boscoreale

Esperti di Genetica in visita a Ercolano per lo studio del DNA dai reperti dell’antica città

Esperti di Genetica in visita a Ercolano

per lo studio del DNA dei reperti dell’antica città

-          mercoledì 25 aprile 2018 -

Il prossimo 25 aprile il Parco Archeologico di Ercolano ospiterà in visita degli esperti di genetica di fama internazionale, partecipanti a Capri alla 9th International Conference on Unstables Microsatellites and Human Disease, congresso internazionale focalizzato su patologie pediatriche rare dovute ad instabilità da triplete del DNA, evento organizzato congiuntamente da rappresentanti del  Consiglio Nazionale delle Ricerche dell’Istituto di Genetica e Biofisica “Adriano Buzzati – Traverso” di Napoli, dell’Università della Florida e del Sickkids Institute Institute di Toronto, in collaborazione con l’Herculaneum Conservation Project; ad accoglierli il Direttore del Parco Francesco Sirano.

Alla luce del grande interesse nello studio dell’instabilità del DNA a ritroso nel tempo, la visita al Parco di Ercolano diventa occasione per promuovere l’incontro tra la genetica umana e l’archeo-antropologia molecolare, con la possibilità di dar vita a nuove originali collaborazioni volte allo studio del DNA, dai reperti umani di Ercolano fino ai giorni nostri.

Ercolano si conferma laboratorio all'aperto – dichiara il Direttore Francesco Sirano - capace di interessare tutti i campi scientifici grazie all'eccezionalità dello stato di conservazione del sito”.

Guida di eccezione, Pierpaolo Petrone,  il bio antropologo dell’Università Federico II,  che ha condotto lo scavo di Ercolano delle vittime ritrovate sull’antica spiaggia negli anni 90, basandosi sui risultati dei suoi studi,  parlerà dell’eruzione che nel 79 che seppellì l’intera area vesuviana assieme ad Ercolano e Pompei, e delle ricerche che conduce con lo studio sui reperti organici dell’antica città di Ercolano.

Testo e immagine da UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Ercolano


DNA delle popolazioni isolate è uno scrigno di conoscenze sul nostro passato

Tante storie per un solo racconto: il DNA delle popolazioni isolate è uno scrigno di conoscenze sul nostro passato
Una ricerca coordinata dalla Sapienza apre nuove prospettive per lo studio della diversità umana, riscoprendo il valore dei gruppi umani isolati 
Le popolazioni in cui le barriere geografiche o culturali limitano il mescolamento con gli altri gruppi vengono tradizionalmente viste come “incidenti” della storia, gruppi relegati ad ambienti estremi o che praticano culture in via di sparizione, più che come parte integrante della diversità umana. Un recente studio condotto da un team internazionale coordinato da dalla Sapienza e finanziato in parte dal National Geographic cambia completamente prospettiva, mostrando che tramite lo studio degli isolati è possibile comprendere come ambiente, società e demografia abbiano plasmato il DNA nei gruppi umani.
Confrontando la struttura del genoma delle popolazioni europee, Paolo Anagnostou e Giovanni Destro Bisol hanno osservato tra i gruppi isolati una variabilità fino a sedici volte maggiore che non tra quelli “aperti”, come spagnoli, russi o greci. Nel loro DNA possiamo leggere la testimonianza di tante storie umane differenti.
“Prendiamo le tre isole linguistiche germaniche di Sappada, Sauris e Timau, originatesi da nuclei che hanno popolato aree contigue delle Alpi orientali in epoca medievale – spiega Giovanni Destro Bisol - le differenze genomiche tra queste tre comunità sono risultate davvero ragguardevoli e del tutto paragonabili a quelle osservate paragonando tra loro gruppi molto lontani per storia e geografia, come i Baschi della Francia meridionale e gli abitanti delle isole Orcadi al largo della Scozia.” Per trovare un perché non basta mettere in conto le dimensioni ridotte dei tre gruppi alpini, tutti insieme non superano un paio di migliaia di individui, ma bisogna considerare anche l’importanza del loro senso di identità. Infatti, a differenza di quanto avviene anche in altri gruppi alpini, nelle loro scelte matrimoniali il legame degli individui verso le singole comunità di appartenenza avrebbe prevalso su quello che deriva loro dalla comune ascendenza germanica.
Diverso è il caso dei Cimbri, un altro gruppo di origine tedesca che si è insediato tra il X ed il XII secolo nell’altopiano di Asiago in Veneto e quello degli abitanti di Carloforte nell'isola di San Pietro vicina alla coste meridionali della Sardegna. I Cimbri sono andati nel tempo incontro ad una parziale assimilazione culturale che li resi più “porosi” agli influssi linguistici e genetici delle popolazioni locali, mentre l’isolamento dei carlofortini è stato nel tempo mitigato da rapporti intermittenti da parte di popolazioni esterne nel corso della loro peregrinazione dalla zona di Pegli, in Liguria, all’isola di Tabarka in Tunisia e poi fino ai lembi meridionali del Sulcis. Per questi motivi i due gruppi mostrano un’attenuazione dei segnali tipici dell’isolamento nel loro genoma, la cui struttura è risultata in definitiva più simile a quella dei gruppi aperti, come i francesi o gli italiani del nord-ovest, che non a quella di altre comunità isolate.

Grazie a questi ultimi risultati cade in definitiva un’altra barriera, quella eretta dai genetisti per distinguere in maniera dicotomica le popolazioni aperte da quelle isolate. Con l’abbandono delle “razze umane” da parte degli antropologi, la diversità del nostro DNA non si presta a classificazioni rigide e semplicistiche, ma ci parla di tante diverse storie che solo una sintesi tra biologia e cultura può aiutarci a riunire in un solo grande racconto dell’evoluzione umana.
 
Riferimenti: Anagnostou P. et al. Overcoming the dichotomy between open and isolated populations using genomic data from a large European dataset. Scientific Reports, 7:41614. DOI: 10.1038/srep41614
 
 

Testo da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma
Il cortile del Palazzo della Sapienza, foto di Anthony Majanlahti (antmoosehttp://www.flickr.com/photos/antmoose/14694803/), da WikipediaCC BY 2.0, caricata da Foundert~commonswiki.

Origine dei cavalli ambiatori

8 Agosto 2016

Pony islandese durante i campionati mondiali. Credit: Monika Reissmann
Pony islandese durante i campionati mondiali. Credit: Monika Reissmann

Andare a cavallo è l'uso fondamentale che si è fatto di questo animale domestico, e ha influenzato per millenni le società umane. Le tecniche si sono modificate nei secoli, e cavalli in grado di tenere un'andatura "comoda" sulla lunga distanza furono considerati di grande valore.

Un nuovo studio, pubblicato su Current Biology, ha rilevato la presenza di un allele mutato in relazione a queste caratteristiche. La ricerca ha preso in esame il DNA antico di 90 cavalli, a partire dal Calcolitico (seimila anni fa) e fino all'undicesimo secolo d. C. La mutazione è stata rilevata in due cavalli inglesi tra 850 e 900 d. C., e con più frequenza in quelli islandesi tra nono e undicesimo secolo. I cavalli compaiono in Islanda a partire dall'870 d. C., ed è improbabile che si sia giunti a una mutazione indipendente in così poco tempo. L'origine dei cavalli ambiatori sarebbe dunque da ritrovarsi nell'Inghilterra medievale: i coloni norreni (provenienti da Danimarca e Svezia meridionale) portarono questi cavalli in Islanda, dove li allevarono. Evidentemente questi preferirono questa andatura comoda al loro arrivo nell'isola. Furono poi diffusi - a partire dall'Inghilterra o dall'Islanda - nel resto del mondo. L'assenza del gene nei cavalli europei dell'epoca (Scandinavia compresa) lascia infatti pensare che la diffusione dello stesso sia avvenuta a partire dalle Isole Britanniche.

Arne Ludwig, tra gli autori dello studio, ha espresso sorpresa per il fatto che tale mutazione non fosse più antica, visto che il tratto è così diffuso oggi. Evidentemente con una forte selezione tutto può avvenire molto velocemente.

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Complessa storia genetica del Vicino Oriente all'alba dell'agricoltura

25 Luglio 2016

Il primo studio su larga scala dei genomi completi da resti umani nel Vicino Oriente, pubblicato su Nature, ha individuato tre popolazioni distinte di agricoltori, vissute all'alba dell'agricoltura, tra 12 e 8 mila anni fa.

Uno dei tre gruppi era già stato individuato in Anatolia (attuale Turchia), gli altri due invece sono descritti per la prima volta e provengono dall'Iran e dal Levante. Similmente a quanto evidenziato da un altro recentissimo studio, sembrerebbe che la diffusione dell'agricoltura sia legata al fatto che gruppi esistenti la inventarono o adottarono le tecnologie agricole. Non si sarebbe dunque trattato di sostituzione di popolazioni.

Ron Pinhasi dell'University College Dublin spiega che alcune delle prime pratiche agricole possono essere osservate nei Monti Zagros e nel Levante, in Giordania e Israele: si tratta di due confini della Mezzaluna Fertile. Con lo studio si voleva vedere se i primi agricoltori fossero geneticamente simili o se assomigliassero ai cacciatori raccoglitori che abitavano le aree in precedenza. Ne è risultato che gli attuali abitanti dell'Eurasia occidentale discendono da quattro gruppi principali: cacciatori raccoglitori dell'odierna Europa Occidentale, cacciatori raccoglitori dell'Europa orientale e della steppa russa, agricoltori dall'Iran e agricoltori dal Levante. Queste popolazioni, così diverse tra loro, costituiscono oggi la popolazione relativamente omogenea dell'Eurasia.

Nonostante i progressi tecnologici negli strumenti per lo studio del DNA antico, gli studiosi si sono ritrovati ad affrontare un problema: il clima caldo del Vicino Oriente aveva degradato molto del DNA nelle ossa dissotterrate. I ricercatori lo hanno superato estraendo il DNA dalle ossa dell'orecchio: qui esso è presente in percentuali fino a 100 volte superiori che in altre parti del corpo. Si sono inoltre utilizzate tecniche combinate per ricavare informazioni di alta qualità dai genomi di 44 abitanti del Vicino Oriente che vissero tra 14 mila e 3.400 anni fa.

Nei 5.000 anni successivi, i gruppi di agricoltori dal Vicino Oriente si mescolarono tra loro e coi cacciatori raccoglitori in Europa: al tempo dell'Età del Bronzo le popolazioni somigliavano a quelle attuali. Gli agricoltori dell'Anatolia si diffusero poi in Europa, mentre quelli del gruppo di Levante si mossero a sud in Africa Orientale, le popolazioni relazionate a quelle in Iran e Caucaso si spostarono nella steppa russa, e le popolazioni relazionate a quelle in Iran e ai cacciatori raccoglitori della steppa si diffusero nell'Asia Meridionale.

Pinhasi spiega che il Vicino Oriente era l'anello mancante per comprendere molte migrazioni umane. La ricerca fornisce pure indizi su una popolazione, ancora più antica e al momento a livello di ipotesi, visto che i resti relativi non sono ancora stati ritrovati: si tratta degli Eurasiatici di base (in Inglese: Basal Eurasians). Ogni singolo gruppo nel Vicino Oriente sembra avere antenati di questo tipo, fino al 50% nei gruppi più antichi. Sorprendentemente, gli Eurasiatici di base non avevano DNA proveniente da Neanderthal, al contrario degli altri gruppi non africani che hanno almeno un 2% dello stesso. Questo potrebbe spiegare perché gli Eurasiatici occidentali hanno meno DNA da Neanderthal degli abitanti dell'Estremo Oriente, anche se i Neanderthal vissero nell'Eurasia occidentale. Gli Eurasiatici di base potrebbero essere vissuti in aree del Vicino Oriente che non entrarono in contatto coi Neanderthal.

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Genetica conferma circostanze della morte di Alberto I del Belgio

22 Luglio 2016
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Alberto I del Belgio morì il 17 Febbraio del 1934 a seguito di un incidente durante la scalata di una vetta a Marche-les-Dames, nella regione delle Ardenne, vicino a Namur. Non essendoci testimoni al momento della morte, emersero numerose teorie del complotto sulle "reali" cause dietro la stessa. Ancora oggi queste teorie circolano, indicando omicidi di carattere politico o passionale. La popolarità del sovrano ovviamente ha contribuito ad alimentarle.

Un nuovo studio, pubblicato su Forensic Science International: Genetics, conferma ora che il sangue ritrovato sul luogo dell'incidente era proprio quello del sovrano.

Alberto I del Belgio fu sovrano dal 1909: era assai popolare, anche per il suo ruolo durante la Prima Guerra Mondiale e per i suoi modi, al punto da guadagnarsi soprannomi come "il re soldato" o "il re cavaliere". Fu padre dell'ultima regina d'Italia, Maria Josè del Belgio.

Credit © KU Leuven - Maarten Larmuseau
Credit © KU Leuven - Maarten Larmuseau

Dopo la sua morte, Marche-les-Dame divenne virtualmente un luogo di pellegrinaggio, con cacciatori di souvenir e i resti insanguinati che venivano recuperati come reliquie. Più di recente, Reinout Goddyn, giornalista per VTM e conduttore del programma televisivo Royalty, si recò in quei luoghi raccogliendo tre foglie insanguinate. Nel 2014, il prof. Dieter Deforce dell'Università di Gent confermò che si trattava di sangue umano. 

Si sono quindi individuati due distanti parenti del sovrano, ancora viventi: Re Simeone II di Sassonia-Coburgo-Gotha e Anna Maria Freifrau von Haxthausen, che hanno fornito campioni di DNA per le analisi. L'analisi è stata complicata dalla necessità di salvaguardare informazioni sensibili, e i profili genetici non sono stati pubblicati per ragioni di privacy, anche se sono stati verificati da esperti indipendenti. Gli studiosi si sono insomma concentrati solo sull'identificazione delle tracce di sangue ritrovate, confermando l'autenticità della versione ufficiale e confutando così le speculazioni.

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