Vi mostriamo la Domus Transitoria. La prima magnifica reggia di Nerone

Doveva essere una reggia lussuosa e opulenta la prima abitazione di Nerone sul Palatino e finalmente ora sarà fruibile al pubblico. Il progetto si inserisce nel programma del Parco archeologico del Colosseo di restituire ai visitatori luoghi e percorsi da tempo inaccessibili. Inoltre, questa straordinaria apertura, contribuisce a definire un itinerario neroniano all’interno dell’area archeologica che si estenderà dal Colle Oppio al Palatino. Il visitatore potrà fare un’esperienza reale, circondato da ciò che resta della residenza e virtuale, attraverso le ricostruzioni in alta definizione di quelle che dovevano essere le straordinarie decorazioni pittoriche e marmoree della Domus Transitoria.

Padiglione centrale visto dalla fontana - ninfeo. Ricostruzione virtuale. Credits: Parco archeologico del Colosseo. Foto: Progetto Katatexilux

Svetonio racconta che l’impegno di Nerone nella costruzione di questa sua prima residenza fu un vero e proprio scandalo. Sul Palatino sono ancora visibili alcuni suggestivi ambienti: tra questi spicca uno spazio originariamente occupato da un ricco ninfeo con giochi d’acqua, un triclinio circondato da colonne di porfido e pilastri in marmi policromi che doveva fungere da luogo di riposo e svago dell’imperatore.

Fatta costruire per sé una casa che dal Palatino andava all’Esquilino, dapprima la chiamò Transitoria; poi, quando un incendio la distrusse, la fece ricostruire e la chiamò Aurea”. (G. Svetonio, Vita di Nerone, 31)

È possibile ammirare altre due stanze di cui restano tangibili i segni preziosi della decorazione con affreschi, stucchi e pavimenti marmorei. Una buona parte di reperti sono oggi conservati nel vicino Museo del Palatino, ma altri ritornano a Roma dopo ben 300 anni e grazie ad un importante accordo siglato qualche mese fa con il Museo archeologico di Napoli. Alcuni affreschi furono distaccati al momento della scoperta da un ambiente coperto con volta a botte, due fregi e delle formelle che i visitatori potranno riammirare grazie a questo importante prestito. Lo stile delle immagini ha suggerito l’attribuzione a Famulus o Fabullus, il pittore della Domus Aurea citato da Plinio.

Decorazione pittorica del Ninfeo della Domus Transitoria. Particolare della lunetta. Roma, Museo Palatino. Credits: Parco archeologico del Colosseo

Identificati erroneamente come i Bagni di Livia, nel settecento furono scoperti dai Farnese e letteralmente depredati vista la preziosità delle decorazioni, dei marmi e delle colonne che man mano venivano fuori dagli sterri. Una parte delle decorazioni vennero portate a Parma, altre furono disperse e altre furono trasferite nel 1728 dal duca di Beaufort nella sua residenza di Badminton per rivestire un’intera sala. Un secolo dopo, l’area venne nuovamente indagata, questa volta con criteri scientifici da Giacomo Boni.

Oggi, dopo importanti lavori di restauro e messa in sicurezza, viene offerto al pubblico un itinerario di visita unico, arricchito da un progetto multimediale che intende far rivivere lo splendore del I secolo d.C. Il percorso porterà il visitatore ad attraversare una delle due antiche scale d’accesso che si configurano come “parodoi”, accessi, ai lati della scaenae frons di un teatro fino ad arrivare in uno spazio anticamente scoperto e occupato da una fontana ornata da nicchie che si ripropone scenograficamente come una quinta teatrale arricchita da giochi d’acqua e zampilli. L’idea di Nerone era quella di stupire, anche con effetti scenografici strabilianti e l’acqua era onnipresente nell’edificio. Di fronte a quest’area, si apre poi un imponente triclinio estivo a padiglione, circondato da colonne di porfido e pilastri in marmi policromi. In questo spazio, una proiezione introduce alla storia della prima residenza di Nerone e del suo inserimento topografico nel complesso palaziale, la sua costruzione e il rapporto con la successiva Domus Aurea.

Volta decorata (Ambiente A3, alcova) Roma, Domus Transitoria. Credits: Parco archeologico del Colosseo

L’itinerario prosegue in uno spazio con una grande latrina con 50 posti. Uscendo da questa si potrà ammirare un’intera parete completamente in rosso che reca le tracce dell’originaria decorazione con foglie ed elementi vegetali tipici della pittura da giardino.

Il progetto di valorizzazione scientifica, che potenzia la comprensione del monumento agli occhi del pubblico, si costituisce ancora da un'apposita illuminazione studiata per differenziare gli spazi originariamente scoperti rispetto a quelli chiusi, e da tre installazioni multimediali. In particolare, una postazione consentirà di indossare un visore per la realtà virtuale con cui si osserverà una ricostruzione realistica del triclinio e del ninfeo.

La Domus cosiddetta Transitoria fu costruita prima dell’incendio del 64 d.C. e deriva il suo nome dal “passaggio” che creava tra i possessi imperiali sul Palatino e sull’Esquilino (giardini di Mecenate) e costituisce un primo esempio di dimora regia ispirata alle grandi residenze dei sovrani orientali e in particolare a quelle dei faraoni d’Egitto. La concezione del palazzo a padiglioni, intervallato da boschetti e con fontane, ninfei e laghi si rifà, tra l’altro, alla grande reggia dei Tolomei ad Alessandria d’Egitto, luogo ben noto dalle fonti letterarie come un gigantesco complesso che occupava gran parte della città e descritto dal poeta Latino Lucano con riferimenti alla luxuria orientale ripresa da Nerone e causa dei tanti mali per Roma e per il suo Impero.

Con le lacune derivanti dall'asportazione delle losanghe (Ambiente A2. Particolare della volta) Roma, Domus Transitoria. Credits: Parco Archeologico del Colosseo

La reggia di Nerone sarà visitabile dal venerdì al lunedì e rientra nel nuovo biglietto Foro – Palatino SUPER di 16 euro e valido un giorno. Nel biglietto è compreso l’accesso al Museo Palatino e al Criptoportico neroniano, alle case di Augusto e di Livia, all’Aula Isiaca con la Loggia Mattei, al Tempio di Romolo, a Santa Maria Antiqua con l’Oratorio dei Quaranta Martiri e alla rampa di Domiziano.

La riapertura al pubblico si accompagna anche di una pubblicazione edita da Electa in cui si esamina la topografia e l’architettura delle due regge neroniane (Domus Transitoria e Domus Aurea) e delle loro decorazioni pittoriche e in marmo, fino al resoconto degli interventi di restauro più recenti.

Info biglietto SUPER: https://www.electa.it/iniziative-speciali/s-u-p-e-r/

 


Da Pompei all'Ermitage. Al via la mostra "Dei, uomini, eroi"

Sarà inaugurata il 18 aprile, la nuova mostra “Dei, Uomini, Eroi” al Museo Statale Ermitage, organizzata dal prestigioso museo russo in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei e il Museo Archeologico di Napoli. L’esposizione nasce grazie ad un accordo siglato nel 2017 tra le tre istituzioni, e vedrà esposti in un percorso che racconta la tragica distruzione di Pompei con quasi 200 opere tra affreschi, statue, mosaici e oggetti del quotidiano dell’epoca, capolavori unici e testimoni diretti della catastrofe che colpì la Campania e le città sotto l’ombra del Vesuvio nel 79 d.C.

Le sezioni tematiche pensate in questa grande mostra allestita nella sala del Menage del Piccolo Ermitage (un palazzo a due piani eretto accanto al Palazzo d’Inverno, antica residenza imperiale dei Romanov, e al Nuovo Ermitage, il primo palazzo in Russia a venire espressamente costruito per ospitare le collezioni del Museo), sono diverse e toccano diversi aspetti del quotidiano di una città in cui abitanti e situazioni si sono cristallizzati in un momento ben preciso.

Bacco e Arianna Pompei - Casa di Marco Fabio Rufo vetro cameo - cm 25,5x39,5 Pompei - Parco Archeologico

Ricordiamo, per chi non lo sapesse, come una città intera con case, edifici, vie, negozi, templi, botteghe, abitanti, animali e oggetti venne riscoperta, cristallizzata, a partire dal 1748 grazie agli scavi archeologici intrapresi dai Borbone e che continuano ancora oggi a rivelare nuovi e inediti dati sulla storia della città.

Per la parte italiana, il progetto espositivo è curato da Paola Rubino De Ritis, Valeria Sampaolo e Luana Toniolo, con la direzione scientifica di Paolo Giulierini direttore del MANN, Massimo Osanna, Professore ordinario presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e Alfonsina Russo, Direttrice ad interim del Parco Archeologico di Pompei; per il Museo Ermitage è curata dalla stessa Dott.ssa Anna Trofimova e Andrey Zuznecov. L’esposizione si avvale del supporto organizzativo di Villaggio Globale International, della collaborazione di Ermitage Italia, dell’Ambasciata d’Italia a Mosca, del Consolato Generale d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo, ed è accompagnata nel nostro Paese da catalogo Electa, con contributi di Luigi Gallo, Massimo Osanna, Federica Rossi, Valeria Sampaolo, Luana Toniolo e Anna Trofimova.

Dioniso e Arianna a Nasso Pompei - Casa del Bracciale d’oro affresco - cm 216x129 Pompei - Parco Archeologico

In mostra, Gli splendidi affreschi con “Zeus in trono” dalla Casa dei Dioscuri e “Achille e Briseide” dalla Casa del Poeta Tragico (MANN), il “Dioniso e Arianna” e “Alessandro e Rossane” dalla Casa del Bracciale d’Oro, “Eracle e Deianira” e “Giunone ed Ebe” dalle ville di Stabia - tutte dal Parco Archeologico di Pompei -  e ancora l’eccezionale tarsia in marmo con “Scena dionisiaca” riemersa dalla Casa dei Capitelli colorati, conservata nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, raccontano le gesta di divinità e eroi rappresentandoli, secondo l’uso del tempo, da soli o con gli attributi che ne rendono immediata l’identificazione. L’usanza di ornare i giardini con raffigurazioni di divinità è testimoniata da statue come quelle provenienti dalla Villa A di Oplontis - la piccola e raffinata Venere realizzata verso la fine del I secolo a. C., che ancora conserva labili tracce di colore, o la statua di Nike - mentre i rilievi neoattici in mostra, inseriti a Pompei lungo le pareti delle abitazioni, ricordano la moda del tempo e l’interesse dei proprietari per le opere della Grecia.

Diversi e numerosi sono gli oggetti d'uso comune riemersi a Pompei come i crateri in bronzo, le suppellettili in vetro e ceramica, le pentole e padelle, che sono stati selezionati per la mostra di San Pietroburgo e suddivisi per tipologia e materiali, consentendo così di ricostruire le usanze, i commerci, le attività artigianali, quelle quotidiane e quelle della tavola.

Oscillum decorato su entrambe le facce Pompei - Casa degli Amorini dorati marmo - cm 41,5x45 Pompei - Parco Archeologico

Tra i reperti, un braciere dalle terme Stabiane ormai in disuso, uno scalda liquidi in bronzo dalla Villa di Arianna di Stabia, con rubinetto a testa di leone e tre cigni ad ali spiegate sul bordo del fornello, alti candelabri per illuminare i triclini o un cratere come quello di Giulio Polibio, ageminato con effetti policromi; così come la bellissima cassaforte in ferro e bronzo con complessi e ingegneristici sistemi di chiusura, posta solitamente nell’atrio, lì dove il padrone di casa presentava se stesso, e - ancora - tavoli di marmo riccamente decorati (bellissimo quello prestato dal Parco Archeologico di Pompei con due animali fantastici) illustrano tanti aspetti degli usi pompeiani.

Il rilievo del capomastro (structor) Diogenes mostrerà gli strumenti utilizzati per le attività edili - un filo a piombo, una cazzuola, una mazza a taglio ortogonale, uno scalpello e un archipendolo – e i 4 affreschi dai praedia della ricca pompeiana Giulia Felice offriranno uno sguardo emozionante sui piccoli, grandi fatti che si svolgevano nel foro, in una giornata di mercato (le nundinae): “Vendita di vasellame”, “Vendita di tessuti”, “Lettura di editto”, “Punizione dello scolaro”.

 

Vaso blu dal Museo Archeologico di Napoli

Da Napoli, invece, oggetti di grande raffinatezza e prestiti eccezionali come l’assoluto unicum del “Vaso blu”, capolavoro in vetro blu e cammeo che costituisce una delle opere iconiche del MANN (scoperto dai Borbone nella necropoli di Pompei nel 1837) e i pannelli in vetro cammeo di “Arianna” e di “Dioniso e Arianna” dal Parco Archeologico di Pompei.

Non si potevano infine dimenticare le sezioni dedicate a due grandi passioni del mondo antico: il teatro e i giochi gladiatori.

Arredi in marmo per i giardini delle case pompeiane recanti a rilievo raffigurazioni teatrali, così come le matrici in gesso di maschere selezionate per l’occasione testimoniano la passione degli abitanti di Pompei per il teatro, mentre affreschi, elmi e cnemides in bronzo, decorati con scene mitologiche che raccontano a loro volta di Dei ed Eroi - riaffiorati dalle ceneri del tempo – ricorderanno ai visitatori dell’Ermitage l’importanza e la diffusione nel mondo romano dei giochi gladiatori, tanto amati dal popolo, e faranno sognare le meraviglie conservate in Italia nelle due prestigiose sedi campane.

 

 

 


Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre

Originalità, ricerca e sperimentazione visiva: i tratti caratteristici del cinema di Marinella Pirelli

Il linguaggio visivo in Italia ha assunto uno spiccato carattere sperimentale attraverso figure che hanno osato rileggere i canoni confrontandosi anche con l’ambito estero ed internazionale: è questo il caso di Marinella Pirelli, artista semisconosciuta alle masse ma che ha lasciato un segno nell’arte intermediale novecentesca.

Fautrice del cinema sperimentale, Marinella Pirelli si colloca nel secondo dopoguerra come pittrice sebbene i maggiori e più brillanti risultati li avrà proprio in ambito cinematografico. Nata nel 1925 a Verona, si forma sotto la guida dell’artista Romano Conversano, il cui studio vanta interessanti frequentazioni come Tancredi, Sonego e Vedova. Giunta a Milano, svolge il ruolo di figurista e vetrinista per poi esser attratta dal cinema romano: inizia infatti a frequentare lo studio di Giulio Turcato, nonché sceneggiatori del calibro di Pirro, Solina e Sonego. Diventa poi la disegnatrice della Filmeco, casa cinematografica con progetti di pubblicità d’animazione, in un periodo molto stimolante circondata da celebri artisti e cineasti.

Marinella e Giovanni Pirelli nella casa di Varese,Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

A Roma conosce anche colui che diventerà suo marito, Giovanni Pirelli, con il quale si trasferirà nel nord Italia, pur restando in contatto con la capitale ove possiede uno studio frequentato da Castellani, Ceroli, Merz, Kounellis e Dorazio. Proprio in questa fase si concentra sul cinema e sulla rappresentazione della luce, realizzando opere sperimentali in 16 mm che sono espressione di innovative tecniche connesse alla luce e al movimento, di cui diviene ben conscia giungendo ad installazioni di successo come Film Ambiente e Meteore. Negli anni Sessanta ottiene i principali riconoscimenti: compie la sua prima personale a Milano, vince la Coppa Fedic grazie al film Pinca Palonca e partecipa alla fortunata mostra “Al di là della pittura” che segnerà notevolmente il suo percorso artistico, rivelatosi fruttuoso sino alla sua scomparsa nel 2009.

Il suo punto di forza risiede proprio nelle immagini in movimento, elemento rivoluzionario fondato sulla ripresa in pellicola e montaggio, mansioni apprese durante l’attività di disegnatrice di film d’animazione e poi ulteriormente studiate autonomamente. La consapevolezza dell’uso della pellicola quale medium artistico emerge nel corso degli anni Sessanta, quando l’artista paragona il suo rapporto sinergico con la cinepresa a quello che lega il pittore agli strumenti da disegno. L’originalità che la caratterizza è un elemento distintivo che spiega ovviamente la scelta personale di non aderire ad uno specifico movimento cui identificarsi.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il suo lavoro di progettazione di spazi di luce la vedrà coinvolta per oltre un decennio (1961-1974) ed è a questa peculiare fase della sua carriera che si è deciso di dedicare una specifica mostra: il Museo del Novecento ne vuole rievocare la figura, attraverso un’iniziativa promossa dal Comune di Milano ed Electa. Si ha così inizio con la sua originaria pellicola di animazione sino alla sua ultima opera, “Doppio autoritratto”, che precederà un lungo periodo di silenzio dalla durata quasi trentennale. Una collezione di pellicole ben equilibrate tra colori e forme astratte, esito di riflessioni riguardanti la rifrazione della luce ed i fenomeni luminosi in generale, congiunte ad un diverso genere di riflessioni relative alla femminilità e all’artisticità. A cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti, la mostra rievoca l’esposizione del 2004 riguardante opere luminose a Villa Panza.

Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Dieci differenti sale per un’analisi argomentativa e temporale che tenga perfettamente conto del contesto storico-artistico in cui la donna era inserita. A partire dalla pellicola “Appropriazione, a propria azione, azione propria” che accoglie lo spettatore come se fosse a teatro: sei minuti di proiezione di un paesaggio naturale, visto in bianco e nero da una prospettiva personale disturbata volontariamente dalla mano della cineasta, che dinnanzi all’obiettivo impedisce parzialmente la visione e talvolta sembra voler trattenere con le proprie mani la luce solare. Si forniscono così degli elementi contrapposti: la luminosità pacata e la devastante intensità, il lirismo della vegetazione e lo strappo. Nelle sale successive sono ammirabili i film d’animazione “Gioco di Dama” e “Pinca e Palonca”, mostrandone anche il processo di realizzazione.

Si prosegue con il suo studio degli oggetti dal punto di vista luminoso, effettuando una comparazione di “Luce Movimento” (che riprende opere cinetiche della Galleria L’Ariete) con il film “I colori della luce”, opera di Munari e Piccardo. Si mostrano le sue sperimentazioni su elementi quali la luce, la natura ed il colore, mostrando come la pellicola “Bruciare” e le serie cartacee “Caos e Calore” si fondino sul concetto di segno quale origine gestuale dell’opera artistica. Interessante la sezione dedicata al corpo femminile, argomento su cui ha indubbiamente influito la critica d’arte Carla Lonzi: il documento film “Indumenti” (1967) ritrae infatti il calco dei seni della donna per opera improvvisa di Luciano Fabro, mentre il film “Narciso” si concentra invece su alcune parti del corpo della Pirelli che svolge così una riflessione sulla propria sfaccettata identità femminile.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

L’esposizione si conclude con “Doppio autoritratto”, film della durata di dodici minuti realizzato tra il 1973 ed il 1974, ove l’artista svolge il ruolo di attrice ed operatrice al tempo stesso riprendendo il suo viso senza proferire parola. Ma il fulcro dell’esposizione è “Film Ambiente”, peculiare struttura cinematografica che si può percorrere, ideata nel 1969 e riprodotta nel 2004: costituita da acciaio, ferro, perspex e naturalmente immagini mobili e suoni, l’opera fornisce un suo notevole contributo al Cinema Espanso, movimento degli anni Settanta che esula dalla tradizionale visione filmica imperante fondata sulla relazione univoca tra schermo e pubblico. Vi è inoltre una sezione dedicata ai Pulsar (particolari ambienti prodotti da mobili fonti luminose, ideati agli albori degli anni Settanta), nonché alle cosiddette Meteore, affascinanti sculture di luce fondate su lampadine, metacrilato e acciaio. Il tutto è arricchito da fotografie, progetti e documenti vari.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il catalogo della mostra, di Electa editore, include alcuni saggi di critici d’arte e la sua intera filmografia elaborata dal cineasta Érik Bullot, restituendoci una ricca monografia dell’operato di questa così innovatrice artista.

Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre
Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Mostra “Luce Movimento.  Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli”: dal 22 marzo al 25 agosto 2019 al Museo del Novecento, Milano.


Roma Universalis. Un'anteprima della mostra organizzata tra Colosseo, Palatino e Foro Romano

In attesa di potervi raccontare nel dettaglio la mostra "ROMA UNIVERSALIS. L'impero e la dinastia venuta dall'Africa" organizzata dal Parco archeologico del Colosseo in collaborazione con Electa editore, vediamo di darvi qualche informazione in più sulle tematiche affrontate e il percorso espositivo.

Siamo tra II e III secolo d.C. e a governare a Roma vi era la dinastia dei Severi, imperatori venuti dall’Africa che regnarono in un periodo già di declino per la storia dell’Urbe ma che furono ugualmente in grado di dare un fondamentale apporto storico artistico e architettonico alla città e in molte parti dell’impero. La mostra, punta a far conoscere al grande pubblico uno degli ultimi periodi del grandioso impero romano, ormai diviso all’interno e in piena crisi politica e sociale ma ancora capace di dettare leggi importanti e di lasciare un’eredità forte e duratura in molti campi.

Busto di Caracalla, Napoli, Museo Archeologico Nazionale, ph. Luigi Spina

Il percorso espositivo è pensato in grande. Il nucleo narrativo della mostra prende avvio dalla galleria del II ordine del Colosseo, dove, dopo un’introduzione storica della dinastia e delle sue caratteristiche, viene tracciato un quadro economico e sociale dell’epoca profondamente plasmato da importanti riforme che dettate dagli imperatori della dinastia. Come non ricordare la Constitutio Antoniniana del 212 voluta da Caracalla che per la prima volta concedeva la cittadinanza romana a tutti, o quasi, gli abitanti dell'impero?

Il racconto si soffermerà poi sul rapporto tra i Severi e Roma, ricordiamo che Settimio Severo era nativo di Leptis Magna e non era “italico”,e proseguirà con l’esposizione di un preziosissimo documento per la topografia della città stessa: la Forma Urbis, documento marmoreo che arrivatoci rotto in poche centinaia di frammenti, rappresenta una piccola parte dell’intera pianta dell’Urbe. La Forma, di cui possediamo i frammenti, appartiene ad una nuova edizione voluta da Settimio Severo dopo il 203, data di inaugurazione del Settizonio raffigurato nella pianta e prima della morte dello stesso imperatore avvenuta nel 211.

L’ultima sezione si sofferma infine sulla produzione artistica dell’epoca e il percorso dal Colosseo si sposterà nell’area del Foro Romano e del Palatino, tra monumenti e luoghi cari ai Severi. Presso il Tempio di Romolo, sarà esposto per la prima volta al pubblico un ciclo statuario scoperto presso le Terme di Elagabalo composto da ritratti e busti di eccezionale qualità artistica.

Per la prima volta, sarà possibile ammirare lungo il percorso di visita le Terme di Elagabalo, il complesso del “Vicus ad Carinas” e i luoghi severiani sul Palatino come la Domus Augustana, la Domus Severiana, lo Stadio e infine la Vigna Barberini. Il tutto sarà raccontato grazie a pannelli grafici e filmati ricostruttivi.

In attesa della visita, ecco una piccola anteprima di quella che è la mostra ROMA UNIVERSALIS.

Qualche informazione:

A cura di
Clementina Panella, Rossella Rea, Alessandro d’Alessio

Promosso da
Parco Archeologico del Colosseo

Organizzata da
Electa

Catalogo
Electa

Sito mostra:

https://www.electa.it/mostre/roma-universalis-limpero-e-la-dinastia-venuta-dallafrica/


Colosseo e MANN insieme per progetti di valorizzazione e future mostre

Il Parco Archeologico del Colosseo e il Museo Archeologico di Napoli insieme per una serie di iniziative che nel corso di un biennio vedranno le istituzioni impegnate in eventi e valorizzazione della storia e dell’archeologia di Roma, delle città vesuviane e del mondo romano. A firmare il protocollo d’intesa e di collaborazione scientifica anche per l’attività di ricerca e il restauro sono stati Alfonsina Russo, direttore del Parco archeologico del Colosseo e Paolo Giulierini, direttore del MANN.

Il programma vedrà come prossima iniziativa la riapertura a breve della Domus Transitoria (la residenza di Nerone sul Palatino prima della Domus Aurea) con il riallestimento, all’interno del Parco, degli affreschi conservati nei depositi del museo napoletano e che per l’occasione sono stati restaurati.

Gli enti, inoltre, lavoreranno insieme ad un progetto di ricerca e valorizzazione delle collezioni Farnesiane e della loro eredità romana e napoletana e ad un progetto di ricerca sulle armi dei gladiatori in vista di nuove esposizioni al MANN e all’Anfiteatro Flavio. In preparazione anche una futura mostra dedicata a Pompei e Roma, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei e sulla scia della trilogia delle passate esposizioni “Pompei Egitto”, “Pompei Greci”, “Pompei Etruschi”.

Il protocollo d'intesa - dichiara Alfonsina Russo - non solo unisce due realtà culturali uniche al mondo come il Colosseo e il Museo archeologico di Napoli, ma soprattutto ribadisce l'importanza di studiare forme di gestione del patrimonio culturale attraverso la sinergia di reti museali e sistemi territoriali anche extraregionali. Sono queste strategie di collaborazione e cooperazione che portano all'incremento della fruibilità e alla più ampia partecipazione del pubblico all'interno dei nostri siti culturali.

Entusiasta anche il direttore del MANN Paolo Giulierini che dichiara che due grandi rappresentanti del mondo romano si incontrano per la prima volta, ognuno con la propria specificità. Il Museo di Napoli erede del Real Museo Borbonico con la straordinaria collezione Farnese e i reperti delle città vesuviane (Pompei, Ercolano, Stabiae) è pronto a dare il via ad una prestigiosa collaborazione  per lo studio dell'archeologia classica e anche su temi espositivi, di tutela e di valorizzazione.

Tutti i progetti avranno anche la prestigiosa collaborazione ed esperienza organizzativa di Electa.


La Pompei etrusca in mostra alla Palestra Grande

La Campania, nel corso della sua storia secolare, ha indubbiamente beneficiato dell’influenza di genti inserite nel felice clima di fluidità mediterranea per i secoli che vanno dall’VIII al V a.C. “Pompei e gli Etruschi” è la nuova mostra inaugurata nella Palestra Grande degli scavi  della città vesuviana curata da Massimo Osanna e Stèphane Verger e vuole affrontare, dopo la complessa analisi di altri fenomeni come quello egizio e greco degli scorsi anni, la controversa questione dell’ “Etruria campana” e dei rapporti di contaminazione tra le èlite campane, etrusche e greche con al centro il caso simbolo di Pompei.

800 reperti provenienti dai più importanti musei italiani ed europei dialogheranno in 13 sale ed esamineranno le prime influenze etrusche sul territorio campano prima e dopo la formazione di Pompei fino al tracollo, sancito da una importante battaglia navale che rivoluziona nuovamente gli scenari politici. Materiali in bronzo, argento, terracotta, doni votivi da santuari di frontiera e urbani, corredi tombali, si confronteranno e daranno spunti di riflessione per nuovi studi e teorie, scardinandone alcune e rivoluzionandone altre. Una di queste riguarda Pompei: città greca o etrusca?

Kantharos in bucchero con iscrizione etrusca da Fondo Iozzino Parco Archeologico di Pompei

Fulcro della mostra gli oggetti ritrovati nel santuario extraurbano di Fondo Iozzino della città, tra i centri cultuali più importanti di Pompei assieme al Tempio di Apollo e di Atena che ha restituito materiale in bucchero, armi e iscrizioni in lingua etrusca. Questi materiali trovano un felice confronto con altri luoghi di culto non dissimili da Fondo Iozzino, sia per importanza che per qualità, e provenienti da altre due importanti città etrusche della Campania: Pontecagnano e Capua.

Le dinamiche degli incontri culturali, gli scambi di genti, di idee, di oggetti preziosi riportano sempre al grande bacino del Mediterraneo, culla di civiltà e di continui mescolamenti di popoli e ormai da tre anni proprio Pompei ospita grandi mostre che ne permettono, attraverso la cultura materiale, di ripercorrerne le trame più interessanti. La Campania, florida rotta commerciale, si ritrova al centro di questo grande traffico e offre interessanti spunti di analisi per lo studio di culture miste, lingue diverse e popoli integrati pacificamente e con la forza, con un occhio sempre proiettato al ruolo di Pompei e all’influenza che gli Etruschi ebbero sulla formazione della città.

I primi secoli della storia pompeiana sono poco noti perché gli strati più antichi furono distrutti dalle successive fasi sannitiche di III e II secolo a.C. Ma recenti studi, ormai unitamente e grazie ai recenti scavi, concordano che l’identità di Pompei, quella della prima città, è etrusca. Ignoto ci rimane però il nome con cui nel 600 a.C. venne fondata da Etruschi provenienti dall’Etruria interna perché le fonti non riportano notizie. La presenza di questi popoli in Campania non era nuova, già 300 anni prima durante l’epoca villanoviana, alcuni gruppi dell’Etruria meridionale avevano fondato Capua e Pontecagnano alla ricerca delle zone più fertili della regione. Italici ed Etruschi coabitavano tra terra e mare ma non formavano un’entità omogenea.

Nella seconda metà dell’VIII secolo, dall’isola dell’Eubea, a nord di Atene, i Greci fondarono l’emporio di Pithecusa sull’isola di Ischia e la potente città di Cuma nei Campi Flegrei, portando usi, costumi e la loro lingua. La Campania era sempre più aperta verso il Mediterraneo e le sepolture riunivano oggetti italici, etruschi e greci, ma anche oggetti provenienti dalle Alpi, dal sud Italia, fenici, sardi e orientali. Le più grandi importazioni erano gioielli, soprattutto parure e servizi da banchetto.

Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era abitata da genti di provenienza diversa che si differenziavano dal punto di vista dell’ethnos, della lingua e per cultura. Tre erano i grandi gruppi linguistici: una lingua italica, l’osco e due lingue straniere: greco ed etrusco. Le relazioni tra comunità favorirono la creazione di culture ibride ma contribuirono anche all’inasprirsi dei conflitti armati per il possesso di terre ed il controllo del mare.

Antefissa in terracotta a busto femminile da Capua. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Intorno al 700 a.C. in quell’epoca definita orientalizzante per i continui scambi con i porti del Mediterraneo orientale, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da potenti èlite aristocratiche che si facevano realizzare tombe sfarzose secondo una moda diffusa tanto in Etruria quanto nei centri campani etruschizzati di Capua e Pontecagnano. Il defunto della tomba Artiaco 104 di Cuma, principe tirrenico – orientalizzante è un caso simbolo. I suoi resti furono deposti in un calderone in argento come gli eroi omerici dell’Iliade: “Mangiava e beveva come un greco, portava abiti e armi etruschi e si comportava da re orientale”.

Nel VII secolo, la Campania, grazie alla maggiore richiesta di vino, olio e prodotti di lusso da parte dell’èlite occidentale, si ritrovò inserita sulle rotte del commercio arcaico. La costa si riempì di insediamenti che si trovavano lungo le rotte e prendevano parte ai vari commerci. Sull’isola di Ischia, precisamente nel villaggio di Punta Chiarito, diverse erano le coltivazioni di vino e qui arrivavano prodotti greci, campani ed etruschi in senso stretto. Le famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire in modo misto e la fine del secolo vide fiorire anche la nascita di una nuova èlite media che si sviluppò tanto nei centri etruschi di Capua e Pontecagnano che a Cales nel nord della Campania e a Stabiae nella valle del Sarno. La cultura materiale si standardizza. Nascono botteghe di qualità ordinaria che producono bucchero nero etrusco e ceramica etrusco-corinzia di imitazione.

A destra supporto di vaso in bronzo a forma di carro. A sinistra resti di vaso in osso con coperchio. da tomba 232 S. Marzano del Sarno

Questo è il contesto in cui Pompei si trova e questo è il contesto in cui altre città vengono fondate pressappoco contemporaneamente: Poseidonia nella piana del Sele è una di queste. Alla fine del VI secolo a.C. le necropoli hanno restituito ancora corredi misti formati da vasi greci figurati di grandissima qualità e vasi di bronzo provenienti da Vulci. Le iscrizioni attestano una popolazione mista in cui Greci ed Etruschi si incontravano al simposio come i convitati raffigurati sulla celebre lastra della tomba del Tuffatore ma nello stesso momento gli equilibri militari e politici che si spartivano il Tirreno cambiarono.

Gli Etruschi cominciarono a subire diverse sconfitte dagli eserciti di Cuma e una nuova città, Neapolis, si impadronì rapidamente delle reti commerciali che avevano precedentemente arricchito Pompei. Il 474 a.C. è la data spartiacque che segna il declino etrusco sul Tirreno e l’inizio di una crisi profonda che porterà sulla scena nuovi popoli, nuove genti e nuovi conquistatori. Campani e Sanniti, ma anche Lucani si stabiliranno nella piana del Sele e forse nella periferia della pianura campana contribuendo alla creazione di una nuova componente mista composta da Italici di origini diverse. Dalla fine del V secolo le nuove genti occuparono le città greche ed etrusche e la nuova lingua fu l’osco.

Una remota memoria etrusca si mantenne forse in un cimelio di famiglia. Un vaso di bronzo proveniente dalle prime collezioni del Museo di Napoli, una situla realizzata ad Orvieto nel VI o V secolo a.C. alla quale nel I secolo furono aggiunti piedi leonini alati e anse con satiri. L’oggetto doveva essere visibile in qualche dimora di Ercolano o Pompei al tempo dell’eruzione del 79 d.C.

Alla luce di questa complessa storia, Pompei e il suo territorio si rivelano un laboratorio eccezionale non solo per uno studio romano, ma anche per il variegato mondo multietnico che è stato e che è il Mare Nostrum.

La mostra sarà visitabile fino al 31 maggio 2019 nella Palestra Grande di Pompei ed è organizzata in collaborazione con Electa e il Museo Archeologico di Napoli.


30 minuti d’arte con Francesco Paolo Campione

Giovedì 29 novembre, alle ore 18, si tiene il terzo incontro dedicato all’approfondimento di specifiche opere tra le circa 80 esposte all’interno della mostra Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella scultura del Novecento. Per l’occasione Francesco Paolo Campione, curatore con Maria Grazia Messina della rassegna, illustrerà le caratteristiche di una tra le sculture provenienti dall’Oceania: un hei-tiki, ovvero un pendente antropomorfo che veniva indossato da donne e uomini di alto rango.

Partendo dalla singola opera il pubblico sarà guidato attraverso la rivoluzione formale della scultura del Novecento.

[…] L’opera è ricavata da un’ascia di nefrite, una giada molto dura considerata dai māori d’origine sovrannaturale. Magistralmente levigata, scolpita e incisa su di un’unica faccia, è da considerare fra i maggiori capolavori del genere.
[…] La forma dell’hei-tiki rappresenta in scala drasticamente ridotta le figure verticali della scultura in legno māori di cui, inoltre, manifestano nel modo più compiuto l’intima ripugnanza per l’uso di forme e decorazioni rettilinee. Sul significato della figura rappresentata dagli hei-tiki sono state fatte numerose congetture[…].

In ogni caso, comunque, l’hei-tiki costituiva l’ornamento personale più prezioso e, in assoluto, uno degli oggetti eccellenti della cultura māori, poiché era un segno del mana del suo possessore e, dunque, del ruolo che questi rivestiva nella società. Tradizionalmente era scambiato o donato al capo di un’altra tribù come offerta di pace, per consolidare un accordo matrimoniale, o come un atto di suprema ospitalità. La moglie d’un capo catturato in battaglia era tenuta a inviare il suo hei-tiki alla moglie del rapitore. Se appartenuto a un parente defunto, l’hei-tiki era generalmente mantenuto all’interno della famiglia e considerato alla stregua di un vero e proprio cimelio. Attraverso il contatto con il mana dei grandi personaggi del passato, la trasmissione dell’ornamento di generazione in generazione ne accresceva, inoltre, il valore.

Come la maggior parte degli oggetti preziosi, oltre a un nome comune, gli hei-tiki possedevano un nome proprio che era conosciuto dalla cerchia dei parenti. Per quanto riguarda il suo valore, possiamo senz’altro affermare che rappresenti quasi un’epitome della scultura māori, il cui scopo principale era quello di dare dignità alla vita e all’apparenza degli individui d’alto lignaggio, gli ariki e i rangatira, aumentando il loro prestigio individuale e accrescendo di riflesso l’orgoglio di tutta la collettività ristretta. (Francesco Paolo Campione, estratto dal catalogo della mostra, ed. Electa).

Promossa dal Museo Nazionale Romano, diretto da Daniela Porro, e dal Museo delle Culture di Lugano (MUSEC) con Electa, la mostra resta aperta al pubblico fino al 20 gennaio 2019 e con più di 80 opere denota come il «mondo altro» ha partecipato al rinnovamento dell’arte occidentale. Una serie di appuntamenti con focus di 30 minuti accompagneranno il pubblico tra le cinque aree tematiche, che raggruppano sculture dei maestri del Novecento e capolavori di arte etnica e popolare.

Per maggiori informazioni sulla mostra: http://www.electa.it/mostre/je-suis-lautre/


Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere

Nell’immaginario collettivo i depositi sono universi chiusi, sotterranei polverosi, custodi impenetrabili di tesori nascosti e ignorati, spesso associati al mito e al mistero. Si originano dalle scelte fatte dagli uomini, identificano un’epoca e, attraverso la selezione delle opere, rendono possibile rintracciare un gusto, una ragione storico artistica, una esigenza conservativa.

Nati negli anni '50, con il progetto di risistemazione del Soprintendente Bruno Molajoli, i cinque depositi medi e grandi del Museo di Capodimonte conservano opere di ogni tipo, importanti, con attribuzione incerta, in condizioni conservative precarie. Tra queste, vi sono la collezione di oggetti esotici che il Capitano James Cook donò a Ferdinando IV di Borbone e i numerosi serviti da tavola in porcellana di Meissen, di Berlino, della Manifattura Richard Ginori, impossibili da esporre per la loro vastità, che testimoniano la necessità della corte sabauda, a ridosso dell'Unità d'Italia, di dotare le nuove residenze e sedi della corte in Italia di adeguati corredi da tavola.

Nel corso degli anni, dai depositi, è stata ricostruita la collezione di oggetti rari di provenienza Farnese attualmente nella Wunderkammer del Museo e la collezione del cardinale Stefano Borgia suddivisa in tre sezioni – il Museo Sacro, l'Arabo Cufico e l'Indico – dopo lunghissimi lavori di ricognizione sull’antico inventario.

La mostra Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere (20 dicembre 2018 - 15 maggio 2019), organizzata dal Museo insieme alla casa editrice Electa, è il secondo capitolo di una trilogia di esposizioni che sfida il principio costitutivo del museo, proponendolo non più come entità statica e immobile, presunta lezione magistrale, ma come luogo di libertà, di creatività, di potenziale espressivo.
In questa mostra saranno esposte centinaia di opere tra dipinti, statue, arazzi, porcellane, armi, e oggetti di arti decorative provenienti unicamente dai cinque depositi di Capodimonte, per raccontarne il ruolo e la storia tra scelte, talvolta impietose, imposte dai dettami del gusto, dalla natura della collezione del museo o dallo stato conservativo delle opere.

Preceduta dalla mostra Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire (12 dicembre 2017 – 11 novembre 2018), che ha coinvolto dieci personalità diverse, provenienti, per formazione e professionalità, da ambiti eterogenei dello scibile umano, col compito di reinterpretare le collezioni del Museo attraverso la propria visione personale, sarà seguita da C’era una volta. Storia di una grande bellezza (21 giugno 2019 – 15 Aprile 2020): 150 personaggi delle grandi opere musicali del secolo d’oro napoletano incontreranno, nelle 19 sale dell’appartamento reale di Capodimonte, la storia visuale, la collezione di arti decorative del Museo, con particolare accento sulle porcellane, e l’alto artigianato sartoriale delle grandi produzioni del Teatro di San Carlo, reinterpretando in modo interdisciplinare il temperamento, le eccellenze, la
creatività, la curiosità e il bonheur del secolo dei lumi.