L'International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” va alla petite Pompéi di Francia: Vienne

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo hanno inteso dal 2015 dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della BMTA: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia).

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è l’unico riconoscimento mondiale dedicato  agli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

Il Direttore della Borsa Ugo Picarelli e il Direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale.

Vincitrice della quarta edizione è risultata la “piccola Pompei francese” di Vienne (sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione, ma scopriamo di più.

Nella periferia della città di Vienne, in Francia, durante dei lavori per la costruzione di un complesso residenziale, gli archeologi hanno trovato un antico quartiere romano con resti di domus ed edifici pubblici ben conservati dopo una serie di incendi e per questa particolare distruzione del sito, hanno definito Vienne la piccola Pompei francese. La scoperta sembra essere una delle più importanti fatte negli ultimi 40-50 anni. La città di Vienne è famosa già per il suo teatro e per il tempio dedicato ad Augusto e Livia, quindi non estranea ad altri importanti ritrovamenti, ma soprattutto in antico era uno snodo importante nel percorso che collegava il nord della Gallia alla regione Narbonensis, a sud. Il sito doveva estendersi su una superficie di circa 7000 metri quadrati, una scoperta insolita ed eccezionale in un’area urbana, tanto che lo stesso ministero della cultura francese aveva definito l’evento come una “découverte exceptionelle”! Il quartiere romano, con case ed edifici databili al I secolo d.C., si crede possa essere stato abitato per circa 300 anni prima di essere abbandonato in seguito a degli incendi. Molti degli oggetti e degli arredi delle abitazioni si sono perfettamente conservati, trasformando l’area in una vera “petite Pompéi” francese. Tra le strutture sopravvissute, una importante domus chiamata Casa dei Baccanali con pavimenti mosaicati raffiguranti scene di corteggio con menadi e satiri. L’incendio  distrusse il primo piano della casa, il tetto e il balcone, ma molte parti della struttura si sono conservate quasi intatte. Gli studiosi ritengono che la sontuosa domus che aveva al suo interno anche preziosi marmi e godeva di giardini magnifici ed importanti riserve idriche, potesse appartenere ad un ricco mercante della zona. In un altro edificio, invece, si è conservato un mosaico con Talia, una delle grandi muse figlie di Zeus e Mnemosine, nuda e rapita dal dio Pan. I mosaici sono stati staccati con cura e portati in un laboratorio di restauro per poi essere esposti nel 2019 al Museo della Civiltà gallo-romana di Vienne. Durante gli scavi, in luce è venuto fuori anche un edificio pubblico con fontana monumentale ornata da una statua di Ercole, secondo il responsabile dello scavo Clement, probabilmente una scuola di retorica/filosofia ospitata a Vienne.

Le prime cinque scoperte archeologiche del 2017 candidate per la vittoria della quarta edizione sono risultate:

Egitto: il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum

Francia: una piccola Pompei a Vienne

Iraq: il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah

Italia: la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma

Tunisia: una città romana sommersa nel golfo di Hammamet

 


Stintino: ritrovato carico di marmi di età romana

A diciotto metri di profondità, in località “Punta del Francese”, al largo delle coste di Stintino, è stato ritrovato un carico di marmi antichi risalenti all’epoca romana. La campagna di rilievi e campionatura è stata condotta dal professor Carlo Beltrame dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia e dalla sua equipe, che si è occupata di rielaborare i dati acquisiti con l’aiuto di tecnologie avanzate per la realizzazione grafica in 3D. Studenti e ricercatori sono stati affiancati da Giovanni Antonio Chessa del servizio per l’archeologia subacquea della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Sassari e Nuoro.

È stata inoltre fondamentale la collaborazione tecnico-logistica con il “Rocca Ruja Diving Center” che ha fornito tutto il necessario per le immersioni, senza le quali sarebbe stato impossibile raccogliere campioni di materiale utile. Si auspica che l’analisi specifica dei campioni possa permettere di datare i reperti alla prima età imperiale e di poter definire con certezza la loro provenienza, per il momento ipotizzata essere dalle cave di marmo di Luni. Carlo Beltrame, docente di archeologia marittima presso la facoltà veneziana dal 2001, da diversi anni dirige gli studi riguardanti i relitti con carichi di marmo di età romana nel sud Italia.

Foto Segretariato regionale del Ministero per i beni e le attività culturali per la Sardegna


Silla

Il castigo dei traditori: Silla e le città d’Asia

Nell’anno 85 a.C. il proconsole romano, L. Cornelio Silla, dopo aver distrutto le poderose armate pontiche di Mitridate VI Eupatore per ben due volte (a Cheronea e ad Orcomeno, in Beozia), costrinse l’irriducibile nemico ad accettare delle condizioni di pace durissime.

Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, ritratto come Eracle. Marmo, I secolo d. C., dal Musée du Louvre. Foto Wikipedia User:Sting, CC BY-SA 2.5

Il trattato prevedeva la cessione da parte del sovrano pontico di 70 navi da guerra, un corpo di 500 arcieri e 2.000 talenti d’argento di indennizzo, nonché l’abbandono immediato di tutti i territori occupati dopo l’invasione dell’Anatolia occidentale nell’88 a.C. (primo anno di guerra). L’incontro personale tra Silla e Mitridate, descritto principalmente da Plutarco (Sull. 24; Luc. 4, 1) e da Appiano (Mith. 56-57), avvenne a Dardano, nella Troade, dopo la metà di settembre, e, durante il breve colloquio, malgrado le iniziali riserve del sovrano, l’imperator fece intendere perfettamente di avere in pugno la situazione: la conclusione del trattato fu rapida, tanto quanto il rientro delle forze mitridatiche entro i confini patri. Secondo Sherwin-White (1984: 145-148), Silla avrebbe sollecitato il raggiungimento dell’accordo poiché era impaziente di dedicarsi totalmente alla lotta contro i propri avversari politici in Italia; al contrario, Kallet-Marx (1996: 264 n. 13) si è detto non convinto da tale interpretazione.

Asia Minore. Opera di Caliniuc, CC BY-SA 4.0

Qualsiasi siano state le reali motivazioni del generale vittorioso, il trattato di Dardano permise a Silla di dedicarsi ad una riorganizzazione dell’assetto politico, amministrativo e fiscale di una regione gravemente danneggiata dalla guerra mitridatica e vessata dall’occupazione delle numerose armate pontiche. Innanzitutto, Silla restituì i territori della Bitinia e della Paflagonia a re Nicomede IV e la Cappadocia ad Ariobarzane I, entrambi sovrani legittimati e riconosciuti dal Senato romano[1]; quindi, restaurò la provincia di Asia, suddividendola in 44 distretti amministrativi; abolì il sistema fiscale delle decime sui raccolti, ma introdusse l’imposizione di un tributo a canone fisso a tutte le città della provincia; infine, assegnò l’onere di eseguire il prelievo esattoriale ad alcuni uomini di fiducia, dal momento che i publicani, che normalmente svolgevano tale compito, erano stati letteralmente eliminati dalla popolazione greca nel corso dell’eccidio dell’88 a.C.[2] Il generale romano, inoltre, nella distribuzione di premi e di indennizzi tenne conto della fedeltà alla causa mostrata da alcune comunità della regione (quali Ilio, Rodi, Chio, Magnesia, Smirne) e, in virtù del valore dei loro abitanti, garantì ad esse l’immunitas (una sorta di esenzione fiscale) e lo status di liberae civitates[3].

Teatro Efeso
Teatro di Efeso. Foto di Luigi Rosa, CC BY-SA 2.0

Diversamente, nei confronti di quelle città che, per loro stessa delibera, si erano colluse con il re nemico («avevano mitridatizzato»), partecipando al massacro degli Italici dell’88, Silla si mostrò particolarmente severo e spietato: emblematico è il caso di Efeso, tra i cui abitanti furono individuati i maggiori responsabili del terribile eccidio contro i mercatores. Un frammento dell’epitome di Granio Liciniano (35. 82, 22), riferibile a quegli eventi, ricorda che i princeps belli (così furono chiamati i mandanti) furono tutti condannati alla pena capitale. Interessante, a questo proposito, è un passo tratto dai Mithridatikà di Appiano, nel quale lo storico, dopo aver spiegato il trattamento riservato ai «fautori dei Cappadoci» (un altro modo per indicare i rei di “mitridatismo”), Silla fece diffondere per tutta la provincia un’ordinanza con la quale convocava a Efeso tutti i maggiorenti delle città. Nel luogo e nella data convenuti, l’imperator tenne il seguente discorso:

 

«Noi giungemmo in Asia con un esercito, per la prima volta, dopo che Antioco, re dei Siriani, ebbe devastato il vostro territorio. Cacciatolo e avendogli imposto quali confini il fiume Halys e la catena del Tauro, noi non diventammo vostri padroni, benché foste passati da lui a noi, ma vi abbiamo lasciato in totale autonomia – tranne quelli di voi che affidammo ai nostri alleati, re Eumene e i Rodii, non perché ne fossero tributari, bensì perché fossero posti sotto la loro protezione. Ne è la prova il fatto che, quando i Licii vennero a lamentarsi per la condotta dei Rodii, noi glieli togliemmo. Così ci siamo comportati nei vostri confronti: voi, invece, quando Attalo Filometore per testamento ci lasciò il proprio regno, per quattro anni voi avete combattuto contro di noi al fianco di Aristonico, finché anche Aristonico fu catturato e la maggior parte di voi si arrese o per costrizione o per paura. Malgrado questa vostra condotta, ugualmente per ventiquattro anni avete raggiunto un alto livello di prosperità e di benessere, sia a livello privato sia a livello pubblico. Ma poi, a causa della pace e del lusso, voi siete diventati di nuovo tracotanti e, approfittando del nostro impegno in Italia, alcuni di voi hanno invocato Mitridate, altri sono passati dalla sua parte dopo il suo arrivo. Ma quello che è più infame è stato il fatto di avergli ubbidito, massacrando in uno stesso giorno tutti gli Italici, con i figli e le madri, e non avete risparmiato nemmeno, grazie ai vostri dèi, quelli che si erano rifugiati nei santuari. Di queste azioni avete pagato il fio allo stesso Mitridate, che si rivelò infido persino nei vostri confronti, seminando presso di voi eccidi e confische, perpetrando ridistribuzioni di terre, cancellazioni di debiti e liberazioni di schiavi, imponendo governi tirannici ad alcune città e compiendo numerosi atti di brigantaggio per terra e per mare, di modo che, immediatamente, voi poteste avere la prova e il confronto di quali patroni vi siete scelti al posti di quali altri. I fautori di tutto questo hanno ricevuto un ben meritato castigo, ma occorre che lo abbiate pure voi che avete commesso simili azioni, e bisognerebbe aspettarsi che tale punizione sia proporzionata al male che avete compiuto. I Romani, tuttavia, non concepirebbero neppure empie stragi o confische sconsiderate o insurrezioni di schiavi o altre amenità degne dei barbari. Ancora per riguardo della vostra stirpe, della vostra grecità e della sua fama in Asia e per il buon nome che è molto caro ai Romani, vi condanno soltanto a pagare immediatamente cinque anni di tributi, nonché tutte le spese di guerra che io stesso ho già sostenuto e quelle che dovrò sobbarcarmi per sistemare le restanti questioni. Dividerò io stesso queste contribuzioni per città e ordinerò le scadenze dei versamenti; a coloro che disubbidiranno impartirò un castigo degno di nemici!»[4].

Efeso Biblioteca di Celso
Efeso, la Biblioteca di Celso, realizzata in età traianea. Foto di Paul, CC BY-SA 2.0

La risolutezza e la severità di Silla calarono sulle città d’Asia come un fulmine a ciel sereno. Per potersi ingraziare le ricchissime città della regione, infatti, Mitridate le aveva esentate dalla corresponsione di tutti i tributi per almeno un lustro; la vittoria dei Romani, invece, significò un ritorno all’ordine. Stando alla testimonianza di Plutarco (Sull. 25, 4; Luc. 4, 1), l’ammenda imposta da Silla ammontava a 20.000 talenti d’argento (equivalenti a circa 480.000.000 di sesterzi romani). Mastrocinque (1999a: 88-89), sulla base delle fonti epigrafiche, ha mostrato che diverse comunità asiatiche raccolsero una serie di documenti da impugnare di fronte ai vincitori per potersi scagionare dall’accusa di “mitridatismo” e salvarsi dalle dure punizioni[5]. Arrayás-Morales (2013: 517-533) ha messo in luce quanto fosse stato difficile per l’aristocrazia ellenica microasiatica ricucire i vecchi rapporti di mutua stima e fiducia nei confronti di Roma, soprattutto a seguito del terribile massacro dell’88 a.C.

Silla moneta
L. Cornelio Silla. Denario, Asia o Grecia, 84-83 a.C. Ar. 3, 55 gr. Recto: un capis e un lituus, paramenti sacri, posti tra due trofei; nella legenda: imper(ator) / iterum. Foto Classical Numismatic Group, Inc., CC BY-SA 3.0

D’altra parte, l’imposizione di un forte indennizzo ai traditori serviva, almeno sulla carta, a ripristinare il gettito ordinario delle entrate nella provincia, interrotto, appunto, da cinque anni di “pax Pontica”. La riscossione delle ammende, tuttavia, si svolse in maniera irregolare, poiché – a quanto pare – Silla fu costretto ad affidarla ad emissari senza scrupoli, che espletarono il proprio incarico con metodi estremamente rudi e impietosi. Fra l’altro, da Appiano (Mith. 63, 261) si apprende che quasi tutte le città sottoposte al pagamento dell’indennizzo furono costrette a ipotecare persino gli edifici pubblici (teatri, ginnasi, templi, ecc.), infrastrutture di vario genere (porti, fortificazioni, ecc.) e proprietà fondiarie demaniali per poter sostenere una cifra esorbitante nel più breve tempo possibile; Plutarco (Luc. 20, 4) parla addirittura della crescita esponenziale del debito pubblico per la maggior parte delle comunità. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la scelta del generale di affidare l’esazione ai suoi fosse principalmente dettata da ragioni politiche: i publicani, che avrebbero potuto raggiungere la provincia, essendo per lo più esponenti del ceto equestre, simpatizzavano per gli avversari mariani[6]. Brunt (1956: 17-25), al contrario, ha ritenuto che fosse più logico che Silla impartisse la riscossione del tributo ai propri fiduciari, dal momento che si trovava a corto di liquidità e – tra le altre spese di guerra – doveva pur pagare gli arretrati ai suoi soldati[7].

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Silla
L. Cornelio Silla. Busto, marmo, I sec. d.C. Monaco di Baviera, Glyptothek

 

Note:

[1] Si vd. App. Mith. 60, 249; Gran. Lic. 35. 83, 22 Crin.

[2] Si vd. App. Mith. 61, 250.

[3] Cfr. Kallet-Marx (1996: 264-273, 275-278); Campanile (1996: 158-159), Santangelo (2007: 122), Ñaco del Hoyo et al. (2009: 40), (2011: 298-302).

[4] App. Mith. 62, 253-260. Cfr. Campanile (2003: 271-275).

[5] Cfr. Mastrocinque (1999b: 55 n. 175).

[6] Si vd. Broughton (1938: 518-519, 544-545), Magie (1950: I 250-252, II 1116-1117 n. 46), Hill (1952: 69).

[7] Cfr. anche Nicolet (1966: I, 352-353), Mastrocinque (1999b: 91-94).

 

 

Bibliografia:

Arrayás-Morales (2013) = I. Arrayás-Morales, Élites en conflicto. El impacto de las guerras mitridàticas, Athenaeum 101 (2013), 517-533.

Broughton (1938) = T.R.S. Broughton, Roman Asia Minor, in T. Frank et al. (eds.), An Economic Survey of Ancient Rome, Baltimore 1938, IV, 499-918.

Brunt (1956) = P.A. Brunt, Sulla and the Asian Publicans, Latomus 15 (1956), 17-25.

Campanile (1996) = M.D. Campanile, Città d’Asia Minore tra Mitridate e Roma, in B. Virgilio (ed.), Studi ellenistici VIII, Pisa-Roma 1996, 145-173.

Campanile (2003) = M.D. Campanile, L’infanzia della provincia d’Asia: l’origine dei ‘conventus iuridici’ nella provincia, in C. Bearzot, F. Landucci, G. Zecchini (eds.), Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano 2003, 271-288.

Hill (1952) = H. Hill, The Roman Middle Class in the Republican Period, Oxford 1952.

Magie (1950) = D. Magie, Roman rule in Asia Minor to the end of the third century after Christ, I-II, Princeton 1950.

Mastrocinque (1999a) = A. Mastrocinque, Comperare l’immunitas, MedAnt 2 (1999), 88-89.

Mastrocinque (1999b) = A. Mastrocinque, Studi sulle guerre Mitridatiche, Stuttgart 1999.

Ñaco del Hoyo et al. (2009) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The impact of the Roman Intervention in Greece and Asia Minor upon Civilians (88-63 BC), in B. Antela-Bernárdez, T. Ñaco del Hoyo (eds.), Trasforming Historical Landscapes in the Ancient Empires, Oxford 2009, 33-51.

Ñaco del Hoyo et al. (2011) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The Ultimate Frontier between Rome and Mithridates: War, Terror and the Greek Poleis (88-63 BC), in O. Hekster, T. Kaizet (eds.), The Frontiers of the Roman World, Leiden-Boston 2011, 291-304.

Nicolet (1966) = C. Nicolet, L’ordre équestre à l’époque républicaine (312-43 a.C.), I, Paris 1966.

Santangelo (2007) = F. Santangelo, Sulla, the Elites and the Empire. A Study of Roman Policies in Italy and the Greek East, Leiden-Boston 2007.

Sherwin-White (1984) = A.N. Sherwin-White, Roman foreign policy in the East: 168 B.C. to A.D. 1, London 1984.


Tre teste marmoree da Aquinum. Una è forse il volto di Giulio Cesare

L’ultima scoperta ad Aquinum è assolutamente eccezionale. Durante la campagna di scavi appena conclusa, la X, l’équipe di archeologi dell’Università del Salento diretta dal prof. Giuseppe Ceraudo ha portato alla luce tre splendide teste marmoree di età romana.

La campagna 2018 ha consentito così di indagare un nuovo settore della città romana, vicino alle rovine emergenti del teatro e del cd. Tempio di Diana e del Balneum di Marcus Veccius. Queste operazioni sono frutto di un’intensa attività di ricognizione aerea effettuata tramite droni. Le immagini aeree mostravano in traccia una presenza di strutture sepolte interpretate come resti di un grande edificio porticato disposto lungo la via Latina, forse in connessione con l’area del Foro.

Gli archeologi, durante gli scavi, hanno intercettato l’angolo del portico monumentale, così come precedentemente ipotizzato attraverso una prima lettura delle foto aeree, ma la sorpresa ancora più grande è stata la scoperta di tre teste di marmo: la prima non integra e frammentata di un personaggio maschile barbato, forse Eracle, la seconda di una donna con capo velato, e la terza sempre di un personaggio maschile, molto raffinata. Da un primo esame, i tratti sarebbero molto somiglianti a quelli di un importante personaggio della storia romana: Giulio Cesare.

"Si tratta - precisa il prof. Ceraudo - di una scoperta eccezionale, soprattutto se venisse confermata l'identità del personaggio maschile su cui stiamo lavorando; ad ogni modo la prosecuzione delle ricerche potrà servire da volano per una migliore conoscenza e tutela del sito, anche in previsione di una futura valorizzazione strategica dell’area, che il Comune di Castrocielo ha iniziato ad attuare ormai da un decennio. Tutte queste attività svolte all'interno dell'Area Archeologica - spiega il Sindaco di Castrocielo Prof. Filippo Materiale -, sono frutto della decisa volontà di valorizzare il patrimonio storico e culturale di Aquinum, operando nel rispetto delle diverse competenze professionali, in sinergia ed in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti e sotto la direzione ed il coordinamento dell'affiatato gruppo di lavoro dell’Università del Salento".

Foto di Aquinum.


Riemerge a Menfi una struttura con terme romane

Poche ore fa il Ministero dell'Antichità Egizie ha dato la notizia del ritrovamento di un "enorme" antico edificio nella città di Mit Rahina, l'antica Menfi. L'edificio, in mattoni di fango, misura 16 x 14,5 metri.

A quanto pare, gli archeologi avrebbero portato alla luce una grande struttura che includerebbe delle terme romane con una stanza forse usata per un qualche rituale religioso.

In questa stanza dell'edificio relativo alle terme, a sua volta annesso a quello principale e situato sul lato sud occidentale di quest'ultimo, si è difatti ritrovato un gruppo di reperti, con bacini lustrali e un altare col volto di Bes.

Il segretario generale del Consiglio Superiore delle Antichità, Mostafa Waziri, afferma che la struttura potrebbe far parte di un blocco residenziale dell'antica Menfi. Ricordiamo che la città fu fondata nel 3100 a.C e che fu la città natale di Menes, il mitico unificatore del Basso e dell´Alto Egitto.

Avremo sicuramente più notizie in questi giorni. Nel frattempo il segretario è convinto che questa scoperta possa aiutare il Paese e che possa incentivarne il turismo.

Foto del Ministero delle Antichità Egizie

Link: Ministry of Antiquities, AP


#savefaragola. Maratona di sensibilizzazione per il sito archeologico pugliese

È trascorso un anno dal terribile incendio che ha colpito la villa di Faragola, nella notte tra il 6 ed il 7 Settembre 2017. Il sito sorge a circa tre chilometri a sud-ovest di Ascoli Satriano, nella valle del fiume Carapelle, in provincia di Foggia. Segnalata già agli inizi degli Anni ’90, durante delle ricognizioni condotte dall’Università di Bologna, l’area è stata indagata, a partire dal 2003, da campagne di scavo annuali sotto la Direzione scientifica del prof. Giuliano Volpe dell’Università di Foggia, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e la Città di Ascoli Satriano. Grazie al lavoro e all’impegno degli studenti del Corso di Laurea in Beni Culturali dell’Università di Foggia, guidati dagli (allora) dott.ri Giuliano De Felice e Maria Turchiano, è emerso un sito di notevole interesse.

La coenatio della villa tardoantica (V secolo) con la copertura realizzata per la musealizzazione (distrutta dall’incendio). Foto di FAM1885, CC BY-SA 4.0.

Già di per sé in posizione strategica, a metà strada tra i centri di Ausculum e Herdonia, sorge un’importante villa di età romana e tardoantica, emblematica e di maggior rilievo rispetto agli altri edifici attestati nel resto dell’Italia Meridionale per il lusso che la contraddistingue e la rende quasi un unicum. Attualmente, la fase maggiormente nota è quella tardoantica, ossia IV-VI secolo d.C., caratterizzata da un ambiente di grande dimensioni, identificabile secondo gli studiosi con una coenatio estiva. Importante, inoltre, è presenza di una fontana-ninfeo decorata con un rilievo datato alla prima età imperiale (I secolo d.C.), che vede la rappresentazione di un personaggio femminile danzante e di un serpente, oltre ad un pavimento con lastre in marmo e tappeti in opus sectile.

Uno dei pannelli in opus sectile posti nella pavimentazione della cenatio. Foto di FAM1885, CC BY-SA 4.0.

Le lastre sono materiale di reimpiego, ma la singolarità dell’edificio, nonché del pregiato tappeto musivo realizzato con frammenti di marmi colorati e pasta vitrea, risulta evidente anche ad un occhio poco esperto, ma amante della bellezza.

Mosaici della grande sala delle terme (cosiddetta palestra). Foto di FAM1885, CC BY-SA 4.0.

Altri mosaici geometrici policromi decoravano i pavimenti di ulteriori ambienti residenziali, attigui alla sala da pranzo estiva, come ad esempio quello con i c.d. nodi di Salomone, ma emblematica è la presenza di un settore artigianale all’interno della villa, documentato da una fornace per la cottura di laterizi. Anche da questo si evince l’eccezionalità di questa villa, che si differenzia dalle altre villae tardoantiche attestate in Puglia, non solo per il lusso dei materiali utilizzati per la decorazione degli ambienti, ma anche perché documenta la notevole vitalità dell’economia agraria in questa fase.

Appartenuta con molta probabilità ad un personaggio di alto rango, la villa di Faragola offre molti spunti di riflessione, giacchè i materiali di reimpiego inducono a pensare ad una precedente occupazione del sito, o ad altri edifici simili ad essa, dai quali provengono le lastre in marmo, il rilievo figurato, nonché un’iscrizione funeraria nel pavimento della cenatio, sempre di I secolo d.C.

Secondo quanto emerso durante le campagne di scavo, la villa si inserisce in un complesso molto vasto, di circa tre ettari, caratterizzato da diverse facies archeologiche:

  • Villaggio daunio (VI/V – IV/III a.C. circa)

  • Fattoria romana (I a.C. - II d.C. circa)

  • Villa tardoantica 1 (III – metà IV d.C. circa)

  • Villa tardoantica 2 (fine IV – fine VI d.C. circa)

  • Villaggio altomedievale (VII – IX d.C. circa)

  • Uso agricolo (IX – XXI d.C.)

Lo stibadium visto dall’alto, con al centro la vasca per l’acqua. Foto di FAM1885, CC BY-SA 4.0.

La fase di massimo splendore però, come già detto, è quella di V secolo d.C., quando gli ambienti della villa e le terme furono interessati da interventi di ristrutturazione, e viene realizzata la cenatio, con il suo singolare stibadium in muratura e fontana-ninfeo. Si tratta di un particolare tipo di divano utilizzato durante i banchetti, qui posto in posizione centrale, avente una forma semicircolare e con lo spazio centrale occupato da una vaschetta. Da quest’ultima fuoriusciva l’acqua “a cascata”, che andando verso la sala da pranzo ed incontrando il pavimento in opus sectile, creava un particolarissimo effetto scenografico, grazie alla policromia delle tessere.

Fronte dello stibadium con un oscillum del I d.C. reimpiegato. Foto di FAM1885, CC BY-SA 4.0.

Tutto questo splendore, questa meraviglia, frutto di anni di lavoro e di sacrificio, a cavallo tra passato e presente, giacchè nel passato la villa ha visto la luce per la prima volta, e nel nostro presente è stata rimessa in luce, sono letteralmente andati in fumo. L’incendio doloso, che ha colpito la villa di Faragola un anno fa, ha cancellato molte delle tracce materiali lasciate sul territorio, messe in evidenza dal gruppo di archeologi che durante le campagne di scavo hanno lavorato senza sosta e con passione. I Carabinieri, già durante le prime indagini, considerarono il tragico episodio un fatto doloso, in primis perché è stata accertata l’assenza dell’oscillum decorato nello stibadium, con la figura femminile danzante.

Il rogo. Foto di FAM1885, CC BY-SA 4.0.

L’archeologo e (allora) presidente del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici del MiBACT, Giuliano Volpe, inoltre, scrisse su Facebook di avere le lacrime agli occhi per il dolore, la rabbia, la delusione e lo sconforto. Parole forti, con le quali non possiamo che trovarci in totale accordo, ma che hanno rappresentato il primo input per far rinascere il sito di Faragola dalle proprie ceneri.

Primo e forte tentativo, che ha come obiettivo una raccolta fondi volta a far risorgere letteralmente il sito archeologico, è l’iniziativa che sarà in corso sul web fino al 30 Settembre 2018, #savefaragola. Dal 16 Agosto al 30 Settembre, difatti, ben 20 appuntamenti cui prender parte in tutta Italia, basati sul principio del turismo solidale. Visite guidate da professionisti della cultura, e particolarissimi eventi sono stati organizzati dall’associazione The Monuments People e dalla piattaforma di tour sharing I love Guido. Professionisti della cultura, quindi Archeologi, Storici dell’Arte, Guide Turistiche abilitate, Bibliotecari, Archivisti, Musicologi e Demoetnoantropologi, a servizio della cultura e degli amanti del patrimonio culturale, che metteranno in campo le loro competenze e devolveranno parte del ricavato alla rinascita di un sito privato della sua luce.

Ad accompagnare e rendere ancora più d’effetto #savefaragola è il format Illuminati ad arte, secondo il quale gli eventi si svolgono tutti al tramonto o al crepuscolo, condizione che rende necessario l’ausilio di fiaccole, candele e lanterne, per illuminare i monumenti oggetti dell’evento. Come si legge nel sito dell’associazione The Monuments People: Le fiaccole e le lanterne simboleggiano la luce della conoscenza che ci rende Liberi.

Per partecipare e dare il proprio contributo a #savefaragola è sufficiente scegliere un evento dal portale www.iloveguido.it, e la quota di partecipazione aiuterà la Fondazione Apulia Felix nelle attività di valorizzazione del sito di Faragola.

Quale miglior modo, in un’Italia che dalla prima edizione del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio nel 2004 sente sue le parole “promozione”, “valorizzazione” e “fruizione” del patrimonio culturale, per mantenere i riflettori accesi sul tragico evento di Faragola?

Riflettori e luci letteralmente accese quindi, su un passato che è stato quasi indelebilmente cancellato, ma la cui voce grida ancora forte, insieme a quella degli archeologi che con passione e dedizione vi hanno lavorato per anni, e del nutrito numero di cittadini che si sono impegnati in questo ultimo anno, per sensibilizzare il pubblico, non solo di professionisti ed “addetti ai lavori”, ma su tutto il panorama italiano.

Con la speranza che, il non restare fermi davanti all’evidenza, sia da monito per il futuro, e che tragedie come quella di Faragola non si ripetano più, concludiamo con le parole di Giuliano Volpe affidate ad un post di Facebook: «Peggio dell’Isis. Quattordici anni di scavi, di ricerche, di studi, di lavoro, per uno dei parchi archeologici considerati più importanti di Puglia e d’Italia: persi, distrutti», e ancora: «Quando un sito è lasciato senza controlli, diventa “terra di nessuno”».

Un anno dopo questa terra, abbandonata a se stessa poiché non se ne comprendeva il valore, è stata oggetto di questa splendida iniziativa volta al recupero, materiale e non, di quelle pagine di storia che sono state bruscamente strappate da un libro iniziato a scrivere nel lontano VI secolo a.C., e la sua voce, ancora forte, ci ricorda quanta vita e quanta cultura abbiano da raccontare le nostre terre: bisogna solo saper ascoltare.

Bibliografia Web:


Alla scoperta di Hierapolis. Sito UNESCO nella magica Turchia

Hierapolis di Frigia è una meravigliosa città antica che sorge sulla sommità delle candide cascate termali del parco naturale di Pamukkale, nella Turchia sud occidentale. È stata una delle città più importanti dell’antica Asia Minore e la sua storia, al pari di quella di Efeso o Pergamo, abbraccia oltre 1500 anni di continui sviluppi e trasformazioni i cui segni si leggono sui resti monumentali dei suoi edifici, negli scavi e nei restauri che la Missione Archeologica Italiana conduce dal 1957.

La città antica e il parco naturale, con la sua collina ammantata dal candido calcare depositato dalle acque che sgorgano a 37°, costituiscono un paesaggio unico al mondo che l’Unesco, nel 1988, ha inserito tra il Patrimonio dell’Umanità. Pamukkale significa in turco “castello di cotone” e già i numerosi viaggiatori europei sette ottocenteschi si rifacevano al nitore dei fiori del cotone o all’abbacinante bianco della neve appena posatasi per riportare le sensazioni scaturite dalla visione di Pamukkale e delle sue imponenti rovine.


 

È questa la stessa impressione che colpisce oggi il visitatore e che sessantun’anni fa colpì anche Paolo Verzone, “l’ingegnere con la passione per la storia”, fondatore della Missione italiana che oggi rappresenta la più importante istituzione archeologica straniera che lavora in Turchia e che ogni anno, con il contributo di università e centri di ricerca italiani ed europei, riporta alla luce le pagine ricchissime e affascinanti della storia millenaria della città, restaura i suoi monumenti e valorizza il sito archeologico, con una grande e fattiva collaborazione con le istituzioni culturali e scientifiche turche, vero e proprio ponte tra i due paesi mediterranei in un continuo scambio di amicizia e di cultura. Francesco D’Andria, professore emerito dell’Università di Lecce e uno dei massimi archeologi italiani, ha appena lasciato la direzione della Missione alla collega e allieva Grazia Semeraro, dopo una guida durata 17 anni e che si è rivelata di eccezionale importanza per l’impulso agli studi -divulgati con numerosissime pubblicazioni- e per le importanti scoperte, prime fra tutte quelle della tomba dell’apostolo Filippo, con la basilica sorta ad inglobare lo stesso sacello, e quella del Plutonion: l’accesso agli inferi descritto da Strabone e dedicato al dio Plutone e alla sua sposa Kore-Persephone.

L’unicità del sito e del suo contesto ambientale mettono in primo piano, nell’azione di tutela e di salvaguardia, il dato paesaggistico come elemento imprescindibile degli interventi di restauro che, accanto alle istanze della conservazione, assumono un’attenzione primaria nei confronti della modificazione, sia materiale sia immateriale, del contesto, dei rapporti tra questo e il monumento e tra il monumento e gli altri resti architettonici, del nuovo dialogo che si viene a creare tra gli elementi, prima slegati, del panorama urbano e naturalistico.


È una presa di consapevolezza tutto sommato recente quella di intervenire nella conservazione con attenzione anche alle istanze del paesaggio, e questo perché ci si rende conto che la tutela dell’oggetto-rudere architettonico coinvolge non solo il dato fisico e materiale dei suoi elementi costitutivi, delle parti che ne compongono la struttura e la decorazione, dei suoi rapporti costruttivi interni, ma anche tutti quegli elementi, per così dire di percezione ambientale, che, quasi sempre immateriali, risultano connaturati all’oggetto e al suo contesto e che, se modificati o alterati o comunque non valorizzati, possono rendere incompleta l’azione conservativa. Nasce la consapevolezza che gli oggetti architettonici che popolano un sito archeologico sono altri e profondamente diversi rispetto a quelli che furono nel momento di piena funzionalità della città antica; la stessa città, insieme ai suoi abitanti, ha perso del tutto i suoi rapporti originari, sia quelli formati dalla rete viaria e dai volumi degli edifici, sia quelli generati dalla vita stessa dei suoi cittadini riuniti in comunità.

Non solo, ma quello su cui siamo chiamati ad intervenire non è nemmeno il solo risultato della perdita di questi rapporti e del progressivo abbandono che ha determinato, nel corso dei secoli, una sorta di rinaturalizzazione del contesto urbano; è, piuttosto, il prodotto dello scavo archeologico inteso come azione di conoscenza ma anche come azione di profonda modificazione del territorio e dei suoi rapporti consolidati. Per questo, il progetto del paesaggio in ambito archeologico non può limitarsi al dato naturalistico e vegetazionale –ché, molto spesso, in area archeologica la vegetazione è anzi un disvalore perché capace di modificare profondamente e anche annullare il dato di scavo-, alla mitigazione e alla trasformazione del contesto con l’uso del verde, ma deve invece rivolgersi, piuttosto, alla ricucitura di quel dialogo interrotto dal tempo e dallo scavo, in una vera e propria riprogettazione del sito e dei suoi elementi architettonici; una riprogettazione che non sarà mai neutra ma basata sulla conoscenza storica e sulla consapevolezza della trasformazione.

 

A Hierapolis, il monumento che meglio rappresenta tale azione è il teatro, riportato alla luce in oltre cinquant’anni di scavi e restauri nell’ambito di un vero e proprio superprogetto.


Edificato nella tarda età ellenistica e letteralmente riprogettato in età severiana, all’inizio del terzo secolo d.C. con una riplasmazione della cavea, dell’orchestra e dell’edificio scenico, dopo le fasi di abbandono conseguenti ai crolli dovuti ai numerosi terremoti che stravolsero il sito, il teatro si presentava, all’avvio dei lavori della Missione, come un grande invaso di terra da cui emergevano le gradinate sommitali e alcuni brani della frontescena.


 

Un lento, difficile e costante lavorio di scavo e di trasporto all’esterno dei quasi 5.000 blocchi marmorei che formavano la decorazione della frontescena, accompagnato a consolidamenti e a restauri puntuali, ha consentito di far riemergere le strutture e le decorazioni di una macchina teatrale capace di oltre 12.000 spettatori; mancava, tuttavia, quella lettura unitaria in grado di porre in dialogo gli elementi ora disconnessi dell’edificio, in una visione unitaria che consentisse di leggere i rapporti tra le gradinate della cavea, l’invaso dell’orchestra, il palcoscenico e la frontescena con l’edificio scenico retrostante: la possibilità di riconnettere le desiecta membra in un edificio unitario che potesse diventare un vero e proprio museo di sé stesso.

A partire dal 2004 si è affrontato, quindi, con un team di progettazione guidato dall’arch. Paolo Mighetto, il tema di riorganizzare quell’immagine frammentaria con la ricomposizione del palcoscenico -completata nel 2007 con una struttura del tutto reversibile che interpreta e suggerisce l’immagine antica con un linguaggio pienamente contemporaneo- e con l’anastilosi del primo ordine marmoreo della frontescena severiana –realizzata tra il 2009 e il 2016-, per riattivare quel dialogo interrotto e per fare in modo che, accanto alle preminenti esigenze di conservazione, il teatro possa riacquistare un’immagine unitaria interna; a questa si aggiungerà, con gli interventi futuri in programma, la sfida di riconnettere e riattivare i rapporti visuali e prospettici con il tessuto urbano e, in particolare con le sottostanti terrazze del Santuario di Apollo, del Santuario delle Sorgenti e del Plutonion.

 

Tutte le foto di Hierapolis ad opera di Paolo Mighetto. Tutti i diritti riservati.


Nuovi scavi e ricerche a Pompei, in collaborazione con Università italiane e straniere

NUOVI SCAVI E RICERCHE A POMPEI IN COLLABORAZIONE CON UNIVERSITÀ ITALIANE E STRANIERE

A Pompei proseguono le attività di ricerca e di studio condotte in collaborazione con università italiane e straniere in città e nel suburbio.

Oltre al grande cantiere dei nuovi  scavi della Regio V, sono in corso indagini in aree già alla luce, allo scopo di approfondire la conoscenza delle fasi più antiche della città e acquisire ulteriori elementi relativi alla storia degli spazi urbani, al loro impiego nel tempo e alla influenza sulla vita sociale ed economica della città. Una conoscenza che è alla base della tutela e della salvaguardia del sito.

Dal Foro Triangolare al Tempio di Esculapio, dalle fulloniche della Regio VI alla Necropoli di Porta Sarno, dalle botteghe di via dell’abbondanza nell’Insula VII, alla Casa del Leone presso l’Insula Occidentalis sono diverse le campagne di studio condotte dal Parco archeologico in collaborazione con l’Università Federico II o le concessioni come quelle dell’Università degli Studi di Genova,  l’École Française de Rome e l’Università di Rouen, la Universidad Europea de Valencia sotto la supervisione del Parco, nonché l’attività di scavo presso il sito di Civita Giuliana con il supporto della Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

Nell’area del Foro Triangolare, si è da poco concluso il progetto di scavi in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, avviato nel 2016, volto a definire le diverse fasi edilizie del circuito murario urbano in questo settore della città e a stabilirne le relazioni con il vicino portico occidentale e con il cosiddetto Tempio Dorico.

Le indagini di scavo del 2017 avevano portato alla luce due tratti murari posti in prossimità della Schola (tomba a esedra): il primo, una porzione di muro in grandi blocchi di tufo, rinvenuto dal Maiuri, l’altro un muro in opera incerta. Le indagini hanno analizzato il rapporto tra i due tratti murari rintracciati, per chiarirne la cronologia e contribuire a definire lo sviluppo delle mura urbane in questo tratto e la loro strutturazione nel corso del tempo. È molto probabile che questo settore del Foro Triangolare fosse interessato tra III e II secolo a.C. dalla presenza di un imponente sistema difensivo costituito da una struttura a doppia cortina e nucleo interno.

Nell’ambito dello stesso progetto è stato condotto e concluso lo scavo al Tempio di Esculapio (Asclepio in greco), posto  nel Quartiere dei Teatri, all’incrocio tra via di Stabia e la cosiddetta via del Tempio di Iside, allo scopo di riesaminare la struttura dell’edificio per ricostruirne le fasi edilizie, dalla sua costruzione all’eruzione del 79 d.C.

Per molto tempo, l’attribuzione di questo luogo di culto è stata controversa. Si riteneva che il tempio fosse dedicato a Giove Meilichio, divinità ctonia e funeraria, il cui culto difficilmente trova spazio all’interno delle città. Studi recenti tendono ad attribuire la titolarità del culto al dio della medicina e della guarigione, Asclepio. Attribuzione già sostenuta da J. J. Winckelmann sulla base del rinvenimento di due statuette (secondo lo studioso, raffiguranti Asclepio stesso e Salus), e rafforzata dal rinvenimento di una cassetta contenente strumenti chirurgici e decorata da un rilievo in bronzo raffigurante il dio.

L’evoluzione delle installazioni produttive e le produzioni tessili e dell’antica Pompei, sono, invece, oggetto del programma di ricerca“Spazi urbani di produzione e storia delle tecniche a Pompei e Delo”  condotto dall’École Française de Rome e dall’Università di Rouen sulle fulloniche e su una bottega della Regio VI, con l’obiettivo di  comprendere il funzionamento dell’economia urbana attraverso le attività produttive di due città antiche.

Presso la  necropoli di Porta Sarno, invece, durante uno scavo di emergenza del 1998-99  furono scoperte alcune tombe sannitiche e due recinti funerari romani. Quest’estate si è avviata la prima campagna del progetto di studio e indagine scientifica , oggetto della convenzione con il  Colegio de Doctores y Licenciados de Valencia, la Universidad Europea de Valencia e l’Institut Valencià de restauració I Conservació sotto la direzione di R. Albiach e L. Alapont,  finalizzata al restauro dei monumenti funerari e alla documentazione fotogrammetrica e planimetrica della necropoli.

Gli scavi archeologici in alcune botteghe di Via dell'Abbondanza (in corrispondenza della Regio VII, Insula 14,) condotti dall’Università degli studi di Genova (coordinamento equipe universitaria prof. Silvia Pallecchi), hanno permesso il recupero di varie tipologie di materiali (ceramica, intonaci, metalli, reperti faunistici, malacofauna, monete, carporesti), utili per la comprensione di questi spazi e della loro articolazione in un periodo compreso tra il II sec. a.C. ed il 79 d.C. Lo studio, attualmente in corso, dei reperti qui ritrovati è preziosa fonte di informazione sugli aspetti della vita quotidiana, degli usi e costumi degli abitanti di Pompei.

Presso l’Insula Occidentalis, un nuovo tratto del peristilio della Casa del Leone (VI 17, 25), è emerso nel corso delle recenti  indagini condotte dal Parco, in collaborazione con l’ Università di Napoli Federico II, (coordinatore dell’equipe universitaria Prof. Luigi Cicala). L’area del peristilio, posta su uno dei terrazzamenti inferiori del complesso abitativo era, difatti, stata  reinterrata dopo gli scavi borbonici. Oggi lo studio di tali ambienti è fondamentale, anche  in funzione del progetto di musealizzazione del soprastante Laboratorio di Ricerche Applicate.

Nel suburbio settentrionale dell’antica Pompei, in località Civita Giuliana, infine, il Parco Archeologico di Pompei ha ripreso gli scavi nell’area di una grande villa rustica oggetto di cunicoli clandestini intercettati dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata. Gli scavi negli scorsi mesi hanno portato in luce cinque ambienti pertinenti al quartiere servile della villa. È stato possibile realizzare i calchi di due letti e per la prima volta, il calco integro di un cavallo, rinvenuto con gli elementi della bardatura nella stalla di fronte a una mangiatoia. L’intervento, da poco avviato in un’ottica di tutela del territorio, mira a completare lo scavo della stalla dove è stato rinvenuto l’equino, riportando in luce tutto l’ambiente e le murature perimetrali.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei

 


Vediamoci a Ostia Antica. Evoluzione paleoambientale del suolo di Ostia Antica

Vediamoci a Ostia Antica - Evoluzione paleoambientale del suolo di Ostia Antica

Il 28 marzo alle 16.30 comincia #vediamociaostiantica con l'incontro dedicato a Evoluzione paleoambientale del suolo di Ostia Antica.
La partecipazione è gratuita, è richiesta la prenotazione a

pa-oant.comunicazione@beniculturali.it

o segui la diretta Facebook dell’evento

Venti secoli fa Ostia e Portus alimentavano la città più potente del Mediterraneo, con merci pervenute da ogni angolo del mondo conosciuto. Dal I secolo d.C. gli Imperatori investono in infrastrutture portuali per incrementare il potere e il prestigio di Roma. Oggi il sistema portuale antico si arricchisce di nuovi dettagli, con il reportage sulle indagini che hanno individuato la foce antica del Tevere e una via d'acqua che collegava i porti imperiali. Ne emerge una nuova visione del paesaggio litoraneo romano antico, illustrato da foto di scavo, ricostruzioni di mappe e restituzioni virtuali. L'apparato multimediale accompagnerà il racconto di ricerche e indagini di Paola Germoni, Alessandra Ghelli, Carlo Rosa. Introduce i lavori il Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica, Mariarosaria Barbera

Come da MiBACT, redattore Flavio Silvestrini


Dai denti da latte, l’identikit dei nascituri romani del II secolo d.C.

Dai denti da latte, l’identikit dei nascituri romani del II secolo d.C.

Una ricerca della Sapienza ha analizzato lo smalto dei denti decidui, rinvenuti nella necropoli di Velia, per ricostruire la vita prenatale ai tempi dell’impero romano. Lo studio è pubblicato su Plos ONE

L’analisi della microstruttura istologica dello smalto dei denti decidui, su un campione di bambini dell’epoca romana, fornisce informazioni importanti sui tempi e sulle modalità di sviluppo fetale della popolazione di quel periodo.
Lo smalto prenatale, studiato in relazione con il successivo sviluppo postnatale costituisce il principale oggetto di ricerca del progetto condotto da un team della Sapienza in collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, l’Université di Toulouse III e l’University College London. La ricerca, realizzata per la Sapienza da Alessia Nava e coordinata da Alfredo Coppa nell’ambito del corso di dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica, è pubblicata sulla prestigiosa rivista PLoS ONE.
I denti umani sono importanti archivi paleobiologici che raccontano la storia di un individuo; quelli decidui, la cui formazione comincia già dai primi mesi in utero, possono costituire l’unica finestra di conoscenza sullo sviluppo intrauterino, un momento cruciale nella vita, che ha inevitabili ricadute sulla salute anche in età adulta.
A oggi molti studi si sono focalizzati sulle porzioni di smalto dei denti decidui sviluppate dopo la nascita, ma è l’analisi delle porzioni prenatali che è cruciale nella conoscenza dello sviluppo intrauterino: permette infatti di identificare eventuali eventi stressanti e può rivelare informazioni utili circa lo stato di salute della madre durante la gravidanza.
I dati ottenuti da un campione di 18 denti decidui su una popolazione della necropoli di Elea-Velia (I-II secolo d.C., Salerno) dell’Impero Romano sono stati utilizzati per la realizzazione di un solido modello statistico che permette di calcolare in maniera semplificata i tassi medi di crescita dei denti da latte e di stimare la percentuale di bambini nati prematuri in popolazioni archeologiche. “Il modello statistico impiegato in questo studio – spiega Alessia Nava – conferisce una validità metodologica ai risultati ottenuti e apre innumerevoli scenari di ricerca meritevoli di approfondimento”.
In particolare il confronto tra i tassi di crescita media giornaliera in queste popolazioni e quelli osservabili in bambini di epoche moderne, cresciuti in un ambiente a stretto controllo medico, rivela sorprendentemente che lo sviluppo è più variabile e mediamente più alto nei bambini di epoca romana rispetto a quelli di oggi.

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