Adriano Lanzi

Un chitarrista potenziale: conversazione con Adriano Lanzi

Mentre fuori il cielo di Roma regala uno dei suoi memorabili acquazzoni di questo maggio travestito da novembre, Adriano Lanzi mi accoglie nel suo studio, porgendomi una tazza di caffè bollente. Deve aver intuito, dalla mia innata goffaggine, che sono alle prime armi con le interviste ad esseri umani realmente presenti davanti ai miei occhi: di solito si lavora per interposto schermo, per telefono, alla peggio via skype. Una distanza rassicurante che consente di superare l’imbarazzo con un agile balzo tecnologico. Sorride sornione – gliene saranno capitate di bizzarre eccezioni come me – e non mi resta che approfittare di questo momento di improvvisa lucidità per fargli un po’ di domande. Quella che segue è la trascrizione della mia Prima Vera Intervista.

Adriano Lanzi

Cominciamo dal principio. Come e quando si concretizza la tua ontogenesi chitarristica?

Ho cominciato a studiare un po’ la chitarra classica a undici anni, in una Scuola peraltro specializzata in musica antica, subendo abbastanza presto, per esposizione, il fascino degli strumenti e delle sonorità antecedenti al Settecento. Un corso di chitarra in quella scuola era roba quasi da modernisti, aprivi una stanza e c’era una classe di liuto, in un’altra trovavi cembali e spinette, in un’altra ancora un gruppo di musica d’insieme zeppo di flauti d’ogni registro e altre meraviglie. Sono arrivato alla chitarra in modo piuttosto banale, i miei mi chiesero se volevo imparare a suonare uno strumento, in casa c’era una chitarra “da combattimento” letteralmente appesa a un chiodo, io dissi “chitarra”, forse per pigrizia. Fui fortunato, nel senso che ho scoperto prestissimo che la amavo. È un’estensione del corpo ma non è né troppo piccola né troppo ingombrante. Un pianoforte non lo puoi abbracciare. Sinceramente, non avrei mai potuto affrontare il pianoforte senza soccombere a uno spaventoso senso di inadeguatezza, perché una pianista forte ce l’avevo in famiglia. Una prozia, Lucia Lanzi Menozzi, sorella del mio nonno paterno, era stata una concertista precocissima (ancora minorenne) a livello europeo. Dopo il matrimonio e la II Guerra Mondiale ridusse gradualmente i concerti fino a concentrarsi solo sull’insegnamento, aprì una scuola di perfezionamento da cui uscirono diversi talenti. Era molto brava e completamente matta, ho avuto la fortuna di conoscerla, ci siamo voluti bene e sicuramente è stata per me una presenza formativa, profonda.

Duo Mu (2016): Adriano Lanzi e Federica Vecchio

Mi sembra di intuire che il tuo percorso musicale non possa essere inquadrato nell’iter canonico dello studente di conservatorio…

Gli studi “classici” non li ho mai completati, fui distratto dopo qualche anno dalla chitarra elettrica e dai mondi sonori altri che mi si aprivano. Anche i miei gusti musicali da fruitore, gli ascolti, si facevano via via più particolari, ero attratto dalle cose meno classificabili, dal bizzarro, da alcune ibridazioni estetiche (non tutte), dai compositori a torto o a ragione considerati eccentrici, in generale da figure di musicisti “irregolari”. Per ultimo, nei miei anni più formativi, ammesso che si finisca mai di formarsi, è arrivato l’interesse per l’elettronica, la sintesi, il campionamento. A dispetto di queste progressive “estensioni” tecnologiche c’è da dire che ci sono momenti in cui torno molto volentieri al suono completamente acustico nel caso di una chitarra classica o folk, e a un suono appena amplificato nel caso della chitarra elettrica, senza la mediazione degli effetti o dell’elettronica in senso ampio. Insomma torno a un suono che possiamo chiamare puro, o bruto, secondo i casi. Chiamiamolo nudo, poi per capire se è puro o bruto tocca vedere che intenzioni ha quando ci si para davanti e si apre l’impermeabile.

Adriano Lanzi

Parliamo di modelli. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? Quali le deviazioni esplorative?

Tra i miei modelli e riferimenti musicali sicuramente alcune persone di famiglia, la già citata zia e suo fratello Germano, mio nonno, che in gioventù aveva suonato il violino in complessi di quella che chiamavano “musica sincopata” (sotto il fascismo meglio non suonare jazz – non nominarlo, ancora meglio). Il mio primo insegnante di chitarra, Ezio Musumeci. Poi Ettore Mancini, batterista e didatta eccezionale, semplicemente il primo musicista professionista che conobbi quando ero ragazzino. Mi fece ascoltare alcune cose che contribuirono a sparigliare le carte, segnatamente un disco di Jim Hall. E ancor più importante mi disse altre cose, forse semplici aneddoti sulla sua attività, ma finii per volare con la fantasia su ciò che era possibile fare in uno studio di registrazione. Sicuramente mi fu di grande stimolo. Tra i musicisti con cui non ho avuto un contatto diretto, potrei fare gli stessi nomi che piacciono a chiunque. A un certo punto ho preso una sbandata fortissima per una certa scena di jazzrock inglese, la cosiddetta scena di Canterbury (che è veramente una definizione di comodo mal tollerata dai suoi stessi esponenti): dietro, dentro, ho percepito un’idea estetica forte, una sintesi di musica pop e sperimentazione, uno scontro tra rock e jazz che era all’antitesi dei cliché fusion, una straordinaria vitalità che ha alimentato per decenni altre correnti di musica sperimentale. Forse quella cotta specifica non mi è mai passata, e a parte la forma sonora cui sono affezionato, pur essendo espressione di un momento storico che non ho vissuto, quel che trovo importante è l’esempio.

A un certo punto del tuo percorso ti sei imbattuto nella Scienza delle Soluzioni immaginarie, la ’Patafisica, universo artistico dell’equivalenza, della coesistenza degli opposti e dell’Eccezione. Fascinazione momentanea o impatto con qualcosa di cui hai sentito “generalmente il bisogno”?

All’ascolto dei Soft Machine devo il mio incontro con la ’Patafisica. Era già patafisica la loro musica, era assurda, era ebbra, era allusiva ed elusiva allo stesso tempo, e in più facevano riferimenti all’universo jarryano e alle avanguardie storiche nei titoli dei loro pezzi. Viene fuori, leggendo le biografie del caso, che ne erano davvero coinvolti, ebbero pure un conferimento dell’Ordine della Grande Giduglia perché fecero le musiche di scena di un Ubu Incatenato, di cui oggi purtroppo non c’è traccia. Fu attraverso di loro che andai a cercare i testi di Jarry, che certo non si studiano alle superiori, per poi avvicinarmi al lavoro di altri patafisici illustri. L’impatto con la Scienza delle Soluzioni Immaginarie mi segnò per sempre, è un interesse che coltivo tuttora. È molto difficile per me parlare di deviazione dai miei modelli, perché l’animale affamato di musica, per di più onnivoro, credo che nei primi anni abbia deviato un numero imprecisato di volte, zigzagando, per trovare un qualche principio unificante molto tempo dopo, non tanto nel predominio di una delle forme frequentate sulle altre o in una sintesi posticcia delle stesse quanto piuttosto in un atteggiamento, in un certo spirito, per usare una parola che detesto.

El Topo (2008): da sinistra a destra Francesco Mendolia, Omar Sodano, Andrea Biondi, Adriano Lanzi

Facciamo un po’ di storia e archeologia. Quali sono state le tue prime esperienze da musicista “professionista”, perdona l’atroce espressione, e le tue prime collaborazioni artistiche?

Dopo una primissima esperienza con un gruppo di progressive rock, l’incontro musicale più importante, quando avevo poco più di 20 anni, fu con un griot senegalese, Siriman “Pape” Kanoutè, che conobbi in una emittente radiofonica romana con cui collaboravo. Appena arrivato a Roma, era ospite all’interno del programma di musica africana. Il conduttore mi aveva chiesto in prestito un amplificatore per il suo bassista. Io arrivo in radio, li aiuto a montare, sento il suono della kora, questa incredibile arpa-liuto della tradizione mandinga dell’Africa Occidentale, me ne innamoro all’istante, e alla fine del programma ho la faccia tosta di propormi come chitarrista. Non basta una vita, per penetrare dall’esterno quei modi musicali, quelle scale, quella grammatica sonora, ma qualcosa nei sette anni che sono rimasto accanto a Kanoutè e ai suoi musicisti in qualche modo credo di averla assimilata. La collaborazione con Pape, musicista molto più maturo di me, anagraficamente e non solo, mi diede accesso ai primi palcoscenici degni di questo nome. Negli anni, con lui ho inciso dischi, suonato in dirette radiofoniche nazionali, ho tenuto concerti e musicato spettacoli teatrali. Quasi in parallelo all’esperienza afro-jazz, divenni amico di Omar Sodano, bassista di talento, con una visione musicale personale e un’eccentricità per certi versi sovrapponibile, per altri complementare alla mia, che oggi non è più con noi (è morto in circostanze tragiche e cruente nell’estate del 2014). Con Omar abbiamo sperimentato a lungo, in una sorta di laboratorio privato in cui applicavamo tecniche di post-produzione sonora a improvvisazioni registrate con ospiti provenienti dalle più diverse estrazioni musicali. La ricerca comune rafforzò la nostra amicizia e ci permise di fare errori clamorosi in più campi: la fonica, l’elettronica, la pratica dell’improvvisazione. Finii per spedire a Hans-Joachim Irmler, organista e fondatore dei Faust, storico gruppo sperimentale tedesco, per me musicalmente quasi un padre, un cd-r che sintetizzava e rielaborava buona parte di queste improvvisazioni con una tecnica di collage ora raffinata ora grezza, brutale. Una specie di monstrum trans-temporale e meta-stilistico, che in qualche modo riconosceva nel disco The Faust Tapes un antecedente nobile, se non un’ispirazione diretta. Il dischetto fu apprezzato, ci fu chiesto di partecipare a un album di remix dei Faust e poi debuttammo con un cd a nome nostro sulla loro etichetta. Dal duo sorsero gli El Topo, gruppo dalla vita breve ma di cui vado ancora fiero, con il batterista Francesco Mendolia che oggi vive in Inghilterra e il vibrafonista Andrea Biondi. Facemmo in tempo a pubblicare un solo album per un’etichetta belga e a dare un po’ di concerti, poi successe qualcosa di cui ancora oggi fatico a parlare, posso forse dire senza mancargli di rispetto che Omar perse il suo centro, si smarrì, in modo tale che mi fu impossibile sia proseguire la nostra collaborazione sia, cosa ancora più dolorosa, aiutarlo. Al gruppo fu più facile sciogliersi che andare avanti cercando rimpiazzi. Con Biondi ho avuto il piacere di continuare a collaborare in altre situazioni, negli anni.

Uno degli aspetti che maggiormente mi ha incuriosita del tuo lavoro è la sonorizzazione dei classici del cinema muto, soprattutto perché ribalta l’idea che la musica funga esclusivamente da tappeto, da contorno, da ornamento scollegato dal contesto ponendosi quasi come opera viva a sé, che respira con le immagini ma al tempo stesso se ne discosta quanto basta per giungere altrove.

Ho cominciato a cimentarmi con le sonorizzazioni dal vivo dei classici del cinema muto, prima in ottica rigorosamente elettronica, e più tardi recuperando anche il mio primo strumento, presso il cinema Azzurro Scipioni di Roma; quindi un’altra persona cui sono debitore è il regista Silvano Agosti, uomo fieramente indipendente, che tra il 2001 e il 2005 mi ha permesso di affrontare tutti quei capolavori nelle sue due sale. Quando ho cominciato a sentirmi sufficientemente sicuro di quel che facevo in quell’ambito, ho potuto proporle anche in qualche festival, in Italia e all’estero. È una pratica che mi affascina da sempre: si tratta di verificare dal vivo il rapporto tra suono e immagine, calibrare il mio intervento, cercare di non essere invasivo o eccessivo rispetto al contenuto filmico. Servirlo ma al tempo stesso fare qualcosa che non si riduca a semplice sottofondo o tappezzeria sonora. Idealmente, e con il dovuto rispetto per certe pellicole che davvero sono capolavori autosufficienti e non hanno alcun intrinseco bisogno di musica aggiunta, mia o di nessun altro, cercare di produrre una terza opera, che non sia né il film né la musica, ma l’esperienza sinestesica delle due cose insieme nella singola proiezione. Sul primo film che sonorizzai, Der Golem di Paul Wegener, sono tornato più volte negli anni, cambiando scenari sonori, dalla prima versione completamente elettronica a una del 2010 per chitarra elettrica, fino a quella attuale col mio duo Mu con Federica Vecchio, chitarra acustica e violoncello appena sporcati di un po’ di elettronica.

Quartetto 4ME, Conservatorio Ottorino Respighi, Latina 2019. Da sinistra: Gianni Trovalusci, Paolo Di Cioccio, Federica Michisanti, Adriano Lanzi

Prospettive e futurità: cosa bolle in pentola?

Tra le mie collaborazioni e gruppi attuali devo menzionare K-Mundi, con il dj e sound-artist Økapi e il percussionista filosofo Marco Ariano, con cui faccio improvvisazione elettroacustica con un’anima molto rock, piuttosto energica. Poi c’è il quartetto 4ME con la contrabbassista Federica Michisanti, il flautista Gianni Trovalusci e l’oboista Paolo Di Cioccio, con cui affianchiamo l’improvvisazione alle tecniche compositive legate all’alea, e a volte affidiamo lo svolgersi delle nostre performance all’estrazione a sorte di possibili combinazioni strumentali e di relativi comportamenti, o gesti, sonori. Una pratica oggi storicizzata, ma non mi pare un buon motivo per non ricominciare a praticarla, visto che le conseguenze di questi processi possono essere attualissime. Con Paolo ho anche un duo, Le Grand Lunaire, in cui io suono la chitarra elettrica e lui l’oboe e il theremin, e dovremmo affrontare una sonorizzazione di La Caduta della Casa Usher, di Jean Epstein, da Poe, dopo l’estate. Per i già citati MU con Federica Vecchio è in via di pubblicazione per la romana Folderol il secondo album (il primo lo ha pubblicato la britannica SLAM tre anni fa). Sarà meno improvvisato del precedente e più orientato a una sorta di musica post-classica. L’album vede la partecipazione graditissima di alcuni ospiti, da Lino Capra Vaccina, vibrafonista e compositore minimalista contemporaneo, a Amy Denio, polistrumentista di Seattle, da Økapi stesso che ha prodotto un remix al veterano della scena rockjazz inglese Geoff Leigh, amico e maestro che ci ha regalato una splendida parte di flauto, fino a Giovanna Izzo, cantante napoletana che improvvisò con noi presso l’Ex Asilo Filangieri.

Ma c’è anche un percorso da solista non meno interessante delle succitate collaborazioni artistiche.

C’è poi, in effetti, il mio repertorio solista, per chitarra acustica amplificata e “aumentata” dagli effetti elettronici, che continua a crescere, e in cui accanto a qualche mia composizione mi diverto ad arrangiare e rieseguire – con la tecnica fingerpicking e in un’ottica di folk urbano un po’ futuribile – pezzi che di chitarristico hanno poco o nulla: da Albert Ayler a Vivaldi, da Shostakovic a Thelonious Monk, da Robert Wyatt e i Soft Machine (la Canterbury che non abbandono) a Nino Rota. L’obiettivo a lungo termine, ad ogni modo, per quanto possa sembrare contraddittorio se associato a un certo eclettismo sonoro e a riferimenti che continuano a spaziare dalla musica antica fino all’elettronica, è quello di impiegare il tempo che mi resta a fare del mio meglio per non morire da postmoderno.

Più ti ascolto e più mi sembra evidente da una serie di sintomi che il tuo pensiero musicale possa trovare una collocazione nell’universo potenziale: dalla manipolazione delle forme alla combinatoria, dalla commistione di generi all’implosione di modelli, il tutto dominato da una rigorosa curiosità, da uno spirito ludico di avventura e da un’urgenza di esplorare le declinazioni teoriche del possibile.

Devo riconoscerlo, il fatto che qualcuno abbia avuto l’ardire di associarmi al mondo “potenziale”, un ambito di ricerca che si riferisce più facilmente alla letteratura, magari ad altre arti ma non tanto alla musica, un po’ mi è di conforto in questo senso. Mi viene quasi da dire “finalmente!” C’è un rigore formale anche nel giocare con le forme. Forse l’esattezza su cui insisteva Calvino è meno praticabile in musica che nella prosa, per una serie di fattori contingenti che espongono la resa sonora dal vivo a variabili sconosciute a chi chiude il proprio lavoro nella pagina scritta, per esempio. Tuttavia l’accento su una precisione di fondo, su un intento pulito che vada dal pensiero fino al gesto sonoro, anche nel veicolare l’essenziale di un pezzo pur cambiandogli abito di suono, riportare un tema free rabbioso di Albert Ayler che pure ha un’intrinseca componente spiritual, alla prateria americana, o far esplodere uno Stabat Mater di Vivaldi nello spazio, con accenti psichedelici, che è parte di quello che faccio io pur con una dose di approssimazione più ingombrante di quanto non vorrei, tutto questo forse – forse – offre uno spiraglio, un superamento cosciente del minestrone della postmodernità in cui, per come lo avverto io, tutto è semplicemente compresente, le dominanti stilistiche sembrano di volta in volta dovute a capricci del gusto e i pretesti sono troppo spesso elevati a concetti. Bisognerebbe avere ben chiara la differenza tra potenziale e possibile. È chiaro che è possibile attingere alle forme come vogliamo perché sono tutte a portata di mano, ma non mi sembra sufficiente. Rifarmi alle categorie e ai criteri della letteratura potenziale può offrire alla mia pratica musicale qualche strumento critico in più, come minimo. E qui si apre un discorso vastissimo che è impensabile esaurire in questo spazio.

 

BIOGRAFIA

Nato a Roma nel 1972, Adriano Lanzi è chitarrista, compositore, improvvisatore, performer elettronico, occasionalmente bassista. Ha pubblicato musica, come titolare o sideman, su numerose etichette discografiche italiane e europee, esordendo in duo con Omar Sodano per la tedesca Klangbad, diretta da Hans-Joachim Irmler deiFaust, storica formazione del rock europeo più avventuroso e sperimentale. Ha collaborato a lungo (1996-2003) in studio e dal vivo, con il gruppo afro-jazz del griot senegalese Siriman "Pape" Kanoutè, forse il primo e il più rigoroso divulgatore della kora e della cultura mandinga in Italia, partecipando con lui a dirette radiofoniche nazionali (Stereonotte, La Stanza della Musica) e alla realizzazione di musiche per il teatro (tra le altre Fedra da Ghiannis Ritsos, per la regia di Giuseppe Marini). E’ attualmente attivo nel duo MU con la violoncellista Federica Vecchio (www.facebook.com/muguitarandcelloduo), pubblicato su SLAM (U.K.) nel quartetto FORME (con Gianni Trovalusci ai flauti, Paolo Di Cioccio all’oboe e Federica Michisanti al contrabbasso, dedicato alle procedure compositive e di improvvisazione legate all’alea), e con il trio elettroacustico K-Mundi  (con il dj e sound artist Økapi e il batterista Marco Ariano – www.facebook.com/kmundigroup).  Collabora occasionalmente con il veterano dell’improvvisazione radicale e del rock in opposition Geoff Leigh (ex Henry Cow), con il cantautore e folk/punk rocker Stefano Giaccone (ex Franti/Kina), con la polistrumentista statunitense Amy Denio e altri musicisti della scena italiana e internazionale. Da sempre si dedica alla sonorizzazione dal vivo, in chiave elettronica o chitarristica, dei classici del cinema silenzioso, che ha presentato per anni in forma di laboratorio presso il Cinema Azzurro Scipioni di Roma e che ha portato più volte in festival italiani e europei (Montepulciano,  Schiphorst Avantgarde Festival Amburgo, Londra, tra gli altri) e recentemente alla produzione di colonne sonore per documentari.

Si esibisce spesso anche in un solo per chitarra fingerpicking, presentato a Battiti (RadioTre) dove riconduce al suo strumento pezzi non chitarristici. Il Fac Ut Ardeat dallo Stabat Mater di Vivaldi, Ghosts di Albert Ayler,  We Travel the Spaceways di Sun Ra, Pannonica di Monk, il Valzer n°2 dalla Jazz Suite di Shostakovic, tanghi di Ernesto Nazareth, pagine prog (Sea Song di Robert Wyatt), brandelli di swing (Miller, Ellington) memoria cinematografica popolare (Nino Rota), acquisiscono una veste folk urbana e futuribile.

Adriano Lanzi

DISCOGRAFIA

Lanzi & Sodano "La Vita Perfetta" (Klangbad 28) – 2004

El Topo "Pigiama Psicoattivo" (Off CD06) - 2008

Adriano Lanzi "Tana Libera Tutti" (Cd-r Ned 012) - 2011

Adriano Lanzi "You are never alone with the Lemurian Broadcasting Company" (ODG014) - 2012 

Le Borg "Flying Machines" (HKPL4303) - 2014

MU "of strings and bridges" (Slam 577) - 2016

K-Mundi "the little disaster inside us" (Off OCD032) - 2016

Le Borg IV (Valle Giovanni Edizioni BLV2696580) - 2016 

Partecipazioni selezionate:

  • V.A.: Faust – Freispiel (Remixes from “Ravvivando) (Klangbad FRR 1992) – 2001

  • V.A. : Klangbad - First Steps (Jkangbad 19) – 2002 
  • Pape Siriman Kanoutè: Keulo (Helikonia/ LUDOS LDL 14221) – 2002 (Adriano Lanzi, session player – acoustic guitar)
  • V.A. – Klangbad – Next Step (Klangbad 26) – 2004 

 


Paris Blues: due storie d’amore jazz a cavallo tra due epoche

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Poster del film Paris Blues. Fair use, copyright degli aventi diritto.

Paris Blues di Martin Ritt è un film sul jazz ambientato a Parigi, ma soprattutto è un film sull’America. Uscita nelle sale il 27 settembre 1961, a pochi mesi dall’elezione di John F. Kennedy a 35° Presidente degli Stati Uniti, la pellicola può dirsi ‘epocale’ nel vero senso della parola in quanto riassume da un lato le tensioni che avevano animato la gioventù americana negli anni ‘50, dall’altro anticipa temi che saranno centrali nel dibattito pubblico americano degli anni ‘60 (questione razziale, lotta per i diritti civili, tossicodipendenza).

Eddie Cook (Sidney Poitier) è un musicista afroamericano, ben lieto di essere sfuggito all’ambiente razzista e discriminatorio della Harlem anni ‘50; Ram Bowen (Paul Newman), talentuoso ma musicalmente indisciplinato, cerca nella Ville Lumiére la propria consacrazione come trombonista jazz, dedicandosi alla scrittura di un’opera sinfonica, Paris Blues, appunto. La loro vita sregolata, tutta dedita all’arte e alle donne, viene interrotta dall’incontro casuale con due giovani turiste americane, ipostasi dell’America che verrà nel decennio successivo: da un lato Connie (Diahann Carroll), insegnante afroamericana, legata alle sue radici e desiderosa di battersi per i diritti della propria gente; dall’altro Lilian (Joanne Woodward), divorziata, con due figlie. Inizialmente, i due musicisti si invaghiscono entrambi di Connie, ma sarà la sfrontatezza e la caparbietà di Lilian a persuadere Ram. Tra le due coppie nascerà subito un amore ‘impossibile’, vissuto intensamente per ‘dodici dolci e amari giorni’ durante i quali tutte le loro certezze vacilleranno al punto da spingere sia Ram che Eddie a decidere di tornare in America e rinunciare così alle proprie ambizioni artistiche, alle proprie vite ‘libere’ (ma da semi-reietti) su e giù tra tetti e scantinati, tra artisti bohémiens, raffinati intellettuali parigini e tossicodipendenti. Ma la loro risoluzione durerà molto poco.

Lilian (Joanne Woodward) e Ram (Paul Newman)

A rappresentare sul piano simbolico la tensione che scuote interiormente i quattro giovani non può che essere, ovviamente, il jazz, quella temperie musicale che aveva agitato le anime più irrequiete e turbolente d’America, quel genere ‘sconcertante’ e vitalistico, nero ma anche bianco (non a caso è solo a Parigi che Ram e Eddie possono fare stabilmente coppia) che aveva rappresentato la più grande rivoluzione musicale dei decenni centrali del XX secolo e che ancora per tutti gli anni ‘60 avrebbe consacrato alcune delle sue più grandi personalità. A fare di Paris Blues un film jazz è la favolosa colonna sonora, curata quasi interamente da Duke Ellington e dalla sua orchestra, nonché l’apparizione di Louis Armstrong, nel ruolo del famoso jazzista Wild Man Moore, il quale dà vita, in un’elettrizzante ‘battle royal’ con Poitier e Newman a una delle scene più celebri e riuscite del film. Va segnalato, inoltre, il personaggio di Michel Devigne (ben interpretato da un intenso Serge Reggiani), omaggio ad uno dei più grandi chitarristi jazz francesi: Django Reinhardt.

Il cameo ‘musicale’ di Louis Armstrong nei panni di Wild Man Moore

Il film, che non può essere ascritto, nonostante il cast stellare, tra le pietre miliari del cinema hollywoodiano (troppo spesso naïf e ‘americano’ nella descrizione del panorama musicale parigino dell’epoca), merita però di essere recuperato come documento storico.

Inizialmente, infatti, la sceneggiatura originale, ispirata all’omonimo romanzo del 1957 di Harold Flender, prevedeva due storie d’amore interraziali che furono però ritenute troppo audaci dalla United Artists per il pubblico americano. Il tema, infatti, viene solo accennato all’inizio del film, quando sia Ram che Eddie vengono attratti dalla bellezza di Connie. Eppure è evidente quanto tale questione sia nodale soprattutto nella storia fra Eddie e Connie, che incarnano due anime differenti del mondo afroamericano: lui, disilluso e più propenso all’evasione, lei, pronta a ‘combattere per gli anni che verranno’, ben inquadrata in un processo di attivismo e cambiamento ormai già in essere e che Eddie, con il suo ormai quinquennale ‘esilio’ parigino aveva totalmente mancato. Se anticonformista è la scelta dei due giovani musicisti, certamente lo è anche quella delle due ragazze: non era consuetudine che una madre e un’insegnante partissero da sole in vacanza in Europa, adottando un comportamento decisamente spigliato e in controtendenza rispetto all’immaginario femminile coevo (si pensi a Lilian che con il suo atteggiamento vince le resistenze di Ram, rifiutato da Connie).

Paris Blues, pertanto, va rivisto e apprezzato non solo per riascoltare la sua splendida colonna sonora, ma anche perché riesce ad essere al tempo stesso un film che sintetizza i caratteri peculiari di un’epoca e fa da cerniera con un’altra, nuova ed incipiente: da un lato, infatti, porta sullo schermo il disagio esistenziale della ‘gioventù bruciata’ degli anni ‘50 che aspirava ad una propria realizzazione ‘fuori’ dalle gabbie dei conformismi americani (Parigi per i due protagonisti è sia oasi che esilio, mentre l’America resta sullo sfondo come un inferno lontano da cui fuggire), dall’altro lascia intravedere a livello seminale quei cambiamenti nelle sfere dei costumi sessuali, delle libertà di espressione e dei diritti civili che caratterizzeranno il ventennio successivo.

Connie (Diahann Carroll) e Eddie (Sidney Poitier) passeggiano per le vie di Parigi.

Il jazz italiano per le terre del sisma

IL JAZZ ITALIANO PER LE TERRE DEL SISMA
Oltre 700 musicisti in 4 città, il 31 agosto a Scheggino (PG), il 1 settembre a Camerino (MC) e il 2 settembre ad Amatrice (RI)

Anche quest’anno, il jazz Italiano torna a mobilitarsi per le terre colpite dal sisma. Saranno 4 le città coinvolte quest’anno, in 4 giornate consecutive di concerti: il 31 agosto a Scheggino (PG), il 1 settembre a Camerino (MC), il 2 settembre ad Amatrice (RI), e per finire il 3 settembre a L’Aquila.
Oltre 700 musicisti coinvolti, provenienti da tutta Italia, parteciperanno a questo grande evento, a significare la vicinanza di tutto il mondo del jazz ai territori e alle popolazioni colpiti dal terremoto.L’iniziativa di quest’anno (che si aggiunge a quella dell’anno scorso) collabora in modo associativo con Io Ci Sono Onlus alla costruzione del Centro Polifunzionale di Amatrice ed alle successive attività socio-culturali che daranno vita e respiro alla struttura.
Solidarietà e unione fanno ancora rima con jazz. “Il jazz italiano per L’Aquila” è stato il primo capitolo di un percorso importante, significativo, indimenticabile che ha visto riversarsi nel capoluogo abruzzese, il primo weekend del settembre 2015, un fiume di persone appassionate che si sono strette attorno al cuore di una realtà ancora profondamente segnata dal terremoto del 2009. L’anno successivo, il tentativo di organizzare una seconda edizione è stato spazzato via dal terribile sisma che ha messo in ginocchio il centro Italia, il 24 agosto. Tutta l’Italia del jazz, però, si è prontamente mobilitata per riuscire a riunire i pezzi di un progetto che, alla luce di quanto successo, poteva avere ancora più valore. Il 4 settembre 2016 la penisola intera, da Courmayeur a Lampedusa, ha visto nascere “Il jazz italiano per Amatrice”, una maratona nazionale che ha avvicinato e unito i cuori e i luoghi nel grande abbraccio della musica.
Memori di questo piccolo grande miracolo e ancora più fiduciosi nel continuare l’opera di sensibilizzazione indirizzata ad accelerare i tempi della ricostruzione delle zone terremotate, per il 2017 presentiamo “Il Jazz italiano per le terre del sisma”. La manifestazione, promossa da MIBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dal Comune dell’Aquila-Comitato Perdonanza, sostenuta da SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, in qualità di main sponsor, e organizzata da Associazione I-Jazz, MIDJ – Musicisti Italiani di Jazz e Casa del Jazz, vede la straordinaria adesione anche dei comuni di Scheggino, Camerino e Amatrice, vera novità della presente edizione.
Fortemente voluta dal Ministro Dario Franceschini, dai sindaci dei quattro centri coinvolti (Pierluigi Biondi, Sindaco L’Aquila; Sergio Pirozzi, Sindaco Amatrice; Gianluca Pasqui, Sindaco Camerino; Paola Agabiti Urbani, Sindaco Scheggino) e dal musicista e direttore artistico Paolo Fresu, l’iniziativa sarà caratterizzata da una natura itinerante, con una quattro giorni di grande musica che traccerà un ponte ideale, un filo indissolubile di bellezza e arte nel cuore rosso dell’Italia: l’inizio è previsto il 31 agosto a Scheggino (PG), in Piazza Carlo Urbani, dalle ore 17:30; la manifestazione si sposterà poi a Camerino (MC), il 1 settembre, con concerti dalle 14.30 nella zona della Rocca Borgesca e ad Amatrice (RI), il 2 settembre, presso il Piazzale dell’ex Istituto Alberghiero, dalle 17:00, per concludersi il 3 settembre all’Aquila, con 600 artisti previsti, 100 band in 18 luoghi della città che verranno animati dalle 11:00 fino a notte fonda.
L’Aquila, inoltre,  sarà animata il 2 settembre, alle ore 12:00, dalla partita di calcio di beneficenza organizzata dalla Nazionale Italiana Jazzisti con il patrocinio del Comune dell’Aquila: in concomitanza con l’evento storico religioso della Perdonanza Celestiniana nel capoluogo abruzzese e del Jazz italiano per le terre del sisma, la partita di calcio a 11 presso lo stadio comunale dell’Aquila avrà lo scopo di raccogliere fondi da destinare all’acquisto di strumenti musicali della Banda musicale di Amatrice tutti irrimediabilmente distrutti dai tragici eventi del terremoto dello scorso anno.
“Per il terzo anno il Jazz italiano si mobilita per i territori del Centro Italia colpiti dal terremoto – dichiara il Ministro Dario Franceschini - Grazie al prezioso contributo di tutte le realtà che sostengono l’iniziativa, dal 31 agosto migliaia di musicisti si esibiranno nelle strade e sui palchi delle località colpite dal sisma per concludere il 3 settembre con una maratona jazz all’Aquila. Un gesto di solidarietà da parte del mondo dello spettacolo che ha il merito di portare l’attenzione sulle comunità che con grande sacrificio e perseveranza stanno ricostruendo il proprio tessuto vitale“.
“Il jazz italiano per le terre del sisma” sarà quindi un evento capillare, capace di esaltare e radicare una sensibilità diffusa al tema grazie al linguaggio universale della musica. “La nuova geografia del sisma ridisegna la mappa della solidarietà – commenta Paolo Fresu - Anche il jazz italiano si muove, presenziando non solo a l’Aquila (per il terzo anno consecutivo) ma anche ad Amatrice, Camerino e Scheggino. Le quattro regioni del centro Italia portano con sé una forte tradizione jazzistica. Non solo per il numero di musicisti a cui hanno dato i natali ma per la qualità storica e architettonica di città e borghi che si legano, da sempre, alla cultura e al turismo e che oggi sposano le ambizioni di un linguaggio contemporaneo e in divenire come il jazz. Per questo saremo presenti capillarmente nei luoghi feriti con oltre 700 musicisti e circa 140 concerti. Se i suoni divengono strumento di comunione e riflessione si rafforza così il messaggio universale della musica da intendersi come idioma capace di migliorare il mondo mostrando tutta la sua forza comunicativa e poetica”.
“In questi anni – dichiara il Direttore Generale SIAE Gaetano Blandini - il sostegno di SIAE in favore delle comunità del centro Italia duramente colpite dagli eventi sismici ha trovato declinazioni concrete in diverse iniziative come ‘Il Jazz italiano per L’Aquila’, ‘SIAE per Amatrice’ e ‘RisorgiMarche’, nella convinzione che la cultura è la base attraverso cui passa ogni ricostruzione. Siamo lieti che quest’anno la grande maratona del jazz farà tappa in diversi Comuni terremotati per unire musica e solidarietà e contribuire alla rinascita del tessuto sociale e culturale nel rispetto delle popolazioni colpite”.
Anche la Rai, che ha sempre sostenuto la manifestazione dal suo inizio, ha confermato con entusiasmo questa causa con il forte impegno editoriale di Radio Rai: “Credo che iniziative come questa – ha dichiarato Roberto Sergio, Direttore della Radiofonia - siano il segno tangibile di quanto la musica, e la cultura in generale, possa fare per migliorare il nostro Paese, seppur con piccoli passi. In particolare, dare un aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto attraverso una manifestazione di jazz itinerante nei luoghi del sisma mi sembra una straordinaria testimonianza di solidarietà. Per questo, come Rai Radio sosterremo l’operazione dandole il massimo della visibilità e diffondendola attraverso i nostri canali. Auguro il miglior successo all’iniziativa, certo che sarà se possibile ancora più appassionante e ricca di ospiti delle scorse edizioni”.
Importante anche il contributo organizzativo di MIDJ, l’associazione dei Musicisti Italiani di Jazz: “Il jazz è l'arte dell'incontro, e del dialogo tra culture e popoli diversi – afferma il presidente Ada Montellanico - Una musica capace di costruire e attraversare ponti tesi a favorire il rapporto tra le persone, a creare unione, come è accaduto e come accadrà per la terza volta a settembre nella manifestazione considerata l'evento musicale più importante dell'anno: Il Jazz Italiano per le terre del Sisma.  Centinaia di musicisti e di operatori, 50 direttori artistici e un folto pubblico si troveranno nuovamente insieme affinché la ricostruzione dei luoghi e delle vite delle persone sopravvissute al terremoto non sia solo una dichiarazione di intenti ma fatti reali e concreti. La musica si unirà coralmente all'urlo di protesta di chi aspetta ancora di tornare alla vita di sempre”.
Grandi nomi e giovani talenti, street band e grandi formazioni caratterizzeranno il programma denso e variegato delle quattro giornate. La partecipazione massiccia dei musicisti e di tutti gli operatori del settore conferma quanto oggi il jazz italiano sia sempre più vivo e dinamico. Lo è sia nelle sue espressioni artistiche sia nella fitta rete di realtà che lo rappresentano su tutto il territorio nazionale, realtà che da qualche anno dialogano tese alla costruzione di un progetto comune con l’obiettivo di dare voce ad una musica oggi profondamente radicata nel nostro paese.
Il coordinamento generale del progetto è realizzato dall’Associazione I-Jazz (che raccoglie i principali festival e progetti di jazz italiani), unitamente all’Associazione Musicisti Italiani di Jazz (MIDJ) e alla Casa del Jazz di Roma. Da segnalare, per gli altri comuni coinvolti, la straordinaria organizzazione e il sostegno di Associazione Visioni in Musica (Scheggino), Musicamdo Jazz e TAM-Tutta un'Altra Musica (Camerino) e Fara Music (Amatrice).
“Il jazz italiano per le terre del sisma” è promosso dal MIBACT, Comune dell’Aquila-Comitato Perdonanza, con l’adesione di Comune di Scheggino, Comune di Camerino e Comune di Amatrice. SIAE si conferma main sponsor dell’evento, con il contributo di Fondazione Finanza Etica e di Cafim, Nuovo Imaie, Tipici dei Parchi in Jazz
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Come da MiBACT, Redattrice Simonetta Ronchini


Antonio Sanchez & Migration Band al Pozzuoli Jazz Festival 2017

POZZUOLI JAZZ FESTIVAL 2017

Il Festival dei Campi Flegrei

VIII Edizione

Al TEMPIO di NETTUNO

ANTONIO SANCHEZ & MIGRATION BAND

Ultimo appuntamento per il Pozzuoli Jazz Festival

15 Luglio ore 21,00

costo 20 euro

Antonio Sanchez & Migration Band protagonisti del Pozzuoli jazz Festival 2017 per l'ultimo appuntamento della stagione in location archeologiche. Al Tempio di Nettuno(complesso termale di epoca adrianea) il 15 luglio alle ore 21,00 un’altra pagina importante della musica jazz internazionale. Sanchez è un batterista straordinario, allievo di Danilo Perez, grande pianista del Wayne Shorter Quartet. Da giovanissimo entrò nell’Orchestra United Nation di Dizzy Gillespie, approdando anni dopo nel Pat Matheny Group.
Sarà accompagnato da Seamus Blake al sax, John Escreet al piano, Orlando le Fleming al basso e Thana Alexa voce.  (costo 20 € biglietti numerati/15€ ridotti)
Il concerto sarà aperto dal Maestro Romeo Barbaro, grande maestro di “Tammorra”che è stato componente di tutti i più famosi e rinomati gruppi di musica etnica del sud Italia.

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Pozzuoli Jazz Festival 2017: il jazz approda nell’antica città di Cuma

POZZUOLI JAZZ FESTIVAL 2017

Il Festival dei Campi Flegrei

VIII Edizione

Il JAZZ approda nell’antica città di CUMA  

Mercoledì 12 luglio 2017

 

La fisarmonica di Vincent Peirani e di  Emile Parisien

 portano per la pima volta il Jazz nel Parco archeologico di Cuma

(contributo associativo 5€) 

Mercoledì 12 luglio il Parco archeologico di Cuma , negli spazi della di quella che un tempo fu la parte bassa  dell’antica città,   diventa la quinta naturale del concerto di uno degli indiscussi talenti del Jazz d’oltralpe, il fisarmonicista: Vincent Peirani,  con il suo nuovo progetto in duo con il sassofonista Emile Parisien, entrambi considerati di diritto tra i capifila della nuova generazione del jazz francese. 
La musica Vincent Peirani  si anima e prende forma da una delle infinite tracce lasciate da Miles Davis, una delle figure in assoluto più grandi della storia del Jazz, per il suo livello artistico, ma soprattutto per le sue posizioni estreme e innovatrici, che ha indicato le tante strade possibili di una percorso di contaminazione culturale inarrestabile.
Per la prima volta la suggestiva Cuma, attraverso gli artisti del Pozzuoli Jazz Festival si apre ad una nuova suggestiva fruizione, notturna e al suono delle soavi melodie jazz.
Il Festival  è organizzato dall’Associazione Jazz & Conversation, impegnata da anni a testimoniare il proprio ruolo nella cultura dei Campi Flegrei, attraverso un percorso in cui la musica incontra il territorio, la suggestione dei suoi paesaggi, la sua storia e le sue contraddizioni. La manifestazione è organizzata in collaborazione con l’Azienda autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli e si avvale del patrocinio morale del Comune di Pozzuoli, nonché del contributo dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Napoli. 

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Pozzuoli Jazz Festival 2017

POZZUOLI JAZZ FESTIVAL 2017

Il Festival dei Campi Flegrei

VIII Edizione

PRIMO APPUNTAMENTO TRA JAZZ E ARCHEOLOGIA
 

Al Tempio di Nettuno Maria Chiara Argirò e il suo Quintetto

6 Luglio dalle 20,30

Primo appuntamento tra archeologia e Jazz per il  Pozzuoli jazz festival 2017  al Tempio di Nettuno, complesso termale di epoca adrianea, con la musica di una giovane promessa della musica jazz: Maria Chiara Argirò e il suo quintetto (Sam Rapley (Sassofono e clarinetto),Tal Janes (chitarra) Andrea Di Biase (Basso),Gaspar Sena (Batteria),Leïla Martial (Voce). Un pianismo contemporaneo, quello della Agirò, che lavora per sottrazione, esaltando la componente timbrica e consegnando all’ascoltatore momenti di estrema estasi ed emozione. John Taylor e Brad Meldhau sono forse i riferimenti più immediati per questa promettente interprete. La serata avrà inizio alle 20,30 con il gruppo di giovanissimi della “Diano Band” del M° Pasquale Aprile. (contributo associativo 5 €)
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TDL Jazz Fest al Teatro del Lido di Ostia (20 e 21 maggio)


La stagione del Teatro del Lido di Ostia si avvia alla conclusioneall’insegna del jazz, da vivere con artisti di fama internazionale che si alterneranno sul palco:
il TDL JAZZ LAB propone due serate, AFRICAN GAME, sabato 20 maggio alle 21, e INTO THE 80'S domenica 21 maggio alle 18: il primo appuntamento è un viaggio sonoro per esplorare nuove connessioni fra linguaggi musicali, melodie aborigene che si sposano con ritmi di matrice africana, paesaggi musicali evocati attraverso accostamenti, combinazioni e risonanze. Con Into the 80's, l’Orchestra Operaia presenta invece il suo ultimo lavoro, un disco ‘folle’, pervaso di energia positiva, ispirato da Gil Evans e Frank Zappa, che della libertà stilistica fecero una bandiera.

TDL JAZZ FEST | musica
sabato 20 maggio ore 21                                                                                    
AFRICAN GAME
Gabin Dabirè voce, chitarra e percussioni africane, Marco Brezza sax alto e soprano, flauti, Christian Muela didjeridoo, Mauro Nota contrabbasso, Ivano Fortuna batteria, percussioni e harmonium
 
African Game disegna paesaggi musicali attraverso narrazioni, che creano risonanze, per combinazione e accostamento: la melopea aborigena unita a stratificazioni poliritmiche dettagliate e raffinate di matrice africana, temi suggestivi e in continua trasformazione, canti di grande potenza evocativa creano percorsi pieni di emozioni e aprono scenari che conducono l’ascoltatore, verso l’esplorazione di nuove connessioni fra i linguaggi musicali.

TDL JAZZ FEST | musica
domenica 21 maggio ore 18
ORCHESTRA OPERAIA
di Massimo Nunzi
INTO THE 80'S
Massimo Nunzi direzione, arrangiamenti, Marta Colombo voce, Mario Caporilli, Fabio Gelli trombe e flicorni, Stan Adams, Federico Proietti tromboni, Claudio Giusti, Alessandro Tomei, Carlo Conti, Duilio Ingrosso sassofoni, Alessandro Gwiss pianoforte, tastiere, Manlio Maresca chitarra, Lorenzo Feliciati basso, Pierpaolo Ferroni batteria
 
L’Orchestra Operaia presenta il suo ultimo lavoro, Into the 80's, un disco ‘folle’, pervaso di energia positiva, ispirato da Gil Evans e Frank Zappa, che della libertà stilistica fecero una bandiera.
 
"Sono andato a New York per cercare il jazz, ma non c'era". È il 1982, e un giovane Massimo Nunzi si trova in una città musicalmente molto diversa da come se l'aspettava. Chissà che il primo germe dell'Orchestra Operaia non nasca già lì, nella New York di 35 anni fa. Uno shock musical-culturale che alla prima sensazione di spaesamento ne fa seguire un'altra, positiva, di opportunità creativa. La sensibilità artistica di Nunzi assorbe quegli stimoli e inizia a elaborare una nuova idea di musica, in cui le definizioni di genere contano ben poco. "Devo molto ad Hal Willner, che già nel 1981 realizzò un album dedicato a Nino Rota mettendo insieme musicisti rock e jazz senza alcun pregiudizio. Nei suoi lavori affiancava serenamente Bill Frisell e Robbie Robertson, Diamanda Galas e Wynton Marsalis, Iggy Pop e Elvis Costello".
Lasciandosi ispirare da Gil Evans e Frank Zappa, che della libertà stilistica fecero una bandiera, Nunzi oggi porta a compimento il suo progetto artistico, confezionando con l'Orchestra Operaia un disco folle, pervaso di energia positiva. "Cerco il pieno, non il vuoto. Alle atmosfere sospese preferisco la struttura, il lavoro maniacale su composizione e arrangiamento. Musica di questo genere non è mai stata trattata dai jazzisti, e infatti scaturisce dalla mia formazione estremamente varia. È lo specchio fedele della mia vita artistica". Alla realizzazione del disco hanno contribuito i Lone Arrangers, quattro giovani musicisti che hanno potuto plasmare l'Orchestra a loro piacimento, sotto lo sguardo vigile di Nunzi. "Il repertorio che ha forgiato il suono dell'Orchestra e che è confluito nel disco è composto quasi interamente da me, ma in questo viaggio immaginifico nella mia memoria non potevano mancare brani di repertorio che mi hanno illuminato". Qui e là spuntano le splendide voci di Petra Magoni e Chiara Morucci, a impreziosire ulteriormente la trama del disco. Per non dimenticare la voce della giovane Marta Colombo, titolare dell'orchestra. Il tutto registrato negli splendidi studi della Casa del Jazz da Ascanio Cusella. Un viaggio affascinante, con una dedica a Laurie Anderson e un pensiero ai "Six Memos" di Italo Calvino.
 
https://www.facebook.com/OrchestraOperaia/
 
 
 
TEATRO DEL LIDO DI OSTIA
Via delle Sirene, 22 – Ostia
 
Info
Tel. 060608
Info e prenotazioni
06.5646962
[email protected]
www.teatrodellido.it  -  Libra Esva ha rilevato un possibile tentativo di phishing da "www.casadeiteatri.roma.it" www.teatriincomune.it
 
Biglietti
intero 10 euro, ridotto 7 euro
teatro ragazzi intero 7 euro, ridotto 5 euro
Laboratori 10 euro al giorno per partecipante salvo diversa indicazione
Spettacoli ad ingresso gratuito segnalati in calendario
 
Tutte le mostre sono ad ingresso gratuito
visitabili in orario di biglietteria (da venerdì a domenica dalle 16 alle 20)
 
 
Testo e immagini da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Museo in Jazz: sabato sera ai Musei Capitolini

A Roma torna il week-end d’arte:
da “Museo in Jazz” ai Musei Capitolini all’animazione nei piccoli musei

Biglietto di un euro e un programma fitto di eventi fino a marzo


Proseguono le aperture serali straordinarie dei Musei Capitolini. Sabato 11 febbraio, in collaborazione con laCasa del Jazz, saranno proposti tre originali duetti - Aldo Bassi / Alessandro Bravo Duo; Renda & Venza Jazz Duo e Marla Green - in un’affascinante alternanza di assoli, sfide e improvvisazioni che animeranno l’evento “Museo in Jazz”.
Il pubblico potrà accedere alle sale dei Musei Capitolini dalle 20 alle 24 (ultimo ingresso ore 23), visitarne mostre e collezioni permanenti e partecipare alle attività con il biglietto simbolico di un euro. In programma anche alcune degustazioni guidate gratuite (prenotazione obbligatoria allo 060608) realizzate in collaborazione con Agro Camera.
Fino a domenica 26 marzo, continuano anche gli appuntamenti di animazione del week-end neipiccoli musei a ingresso gratuito negli orari di apertura ordinaria. Sabato 11 febbraio alle ore 11.30 il Museo Barracco ospita la seconda parte del concerto Il salotto musicale di metà Ottocento di Roma Tre Orchestra.
Le iniziative sono promosse da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. La programmazione è frutto della collaborazione con importanti istituzioni culturali cittadine, qualiFondazione Musica per Roma, Teatro di Roma, Teatro dell’Opera, Casa del Jazz, Accademia di Santa Cecilia, Università Roma Tre, Sapienza Università di Roma e con Agro Camera, azienda speciale della Camera di Commercio di Roma per alcuni percorsi dedicati alla cultura enogastronomica.
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Roma: anteprima I go back home, documentario su Jimmy Scott

Casa del Cinema SABATO 4febbraio, ore 20.30

in anteprima nazionale

I GO BACK HOME
documentario su Jimmy Scott
   

 In occasione dell’uscita dell’album postumo I Go Back Home dell’indimenticabile Jimmy Scott, in uscita il 27 gennaio, la Casa del Cinema, in collaborazione con la Casa del Jazz, presenta in anteprima nazionale il 4 febbraio alle 20.30 il documentario dal titolo omonimo con testimonianze, tra le altre, di Quincy Jones, Tommy Li Puma, Madeleine Peyroux e David Ritz, biografo ufficiale di Jimmy Scott.
Alla presentazione intervengono: lo sceneggiatore premio Oscar Umberto Contarello, la cantante Maria Pia De Vito e il coordinatore del comitato artistico della Casa del Jazz Luciano Linzi. Leggere di più


MusicaFoscari/San Servolo Jazz Fest: "Materiali"

MusicaFoscari / San Servolo JAZZ FEST

‘Materiali’

30 novembre - 4 dicembre 2016

 Al via mercoledì 30, alle ore 17 a CFZ, con Big Band Unipd, Ensemble Elettrofoscari e Unive Ensemble.

Appuntamenti a Teatro Ca’ Foscari, Auditorium di San Servolo, CFZ- Cultural Flow Zone, Fondazione Ugo e Olga Levi e Ca’ Pesaro. Prenotazioni on-line

Michael Riessler - Foto di Thomas Radlwimmer
Michael Riessler - Foto di Thomas Radlwimmer

VENEZIA – Il 30 novembre 2016 ritorna il Musicafoscari / San Servolo Jazz Fest con un programma ancora più ricco rispetto a quello dell’anno scorso: cinque giornate (30 novembre – 4 dicembre 2016) completamente gratuite dedicate alla musica per contribuire a una crescita culturale trasversale degli studenti e della cittadinanza.

Alle due tradizionali sedi del Festival, il Teatro Ca’ Foscari e l’Auditorium dell’Isola di San Servolo, si sono aggiunte per l’edizione 2016 anche CFZ- Cultural Flow Zone, spazio cafoscarino dedicato agli studenti, la Fondazione Ugo e Olga Levi e Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna. La musica attuale entra anche in luoghi diversi da sale da concerto e teatri, dialogando con pubblici nuovi.

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