Castello Sforzesco: mostra sulle buone pratiche di conservazione dei libri

Cultura

Castello Sforzesco, una mostra dedicata alle buone pratiche di conservazione dei libri

Al percorso espositivo principale corre parallelo un percorso per i ragazzi, con diorami e contenuti multimediali

Castello Sforzesco di Milano mostre conservazione libri libroMilano, 28 dicembre 2018 – Nella splendida Sala del tesoro (con ingresso dal Cortile della Rocchetta), la Biblioteca Trivulziana ha allestito una preziosa mostra che conduce il visitatore alla (ri)scoperta dell’oggetto libro, attraverso l’esposizione di una particolarissima selezione di volumi, realizzati dall’VIII al XVIII secolo e appartenenti alle raccolte civiche milanesi, anche grazie a supporti multimediali e didattici.

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e curata da Isabella Fiorentini, con Loredana Minenna e Stefano Dalla Via, la mostra, aperta al pubblico gratuitamente fino al 14 aprile prossimo, si avvale anche di supporti multimediali e didattici.

Il fil rouge del racconto è rappresentato dalle voci di un piccolo dizionario in forma di avvertenze che Gaetano Volpi (1689-1761), editore erudito nella Padova del XVIII secolo, pubblicava nel 1756 a beneficio di tutti gli “amatori de’ buoni libri” allo scopo di mettere in guardia contro cattive abitudini di conservazione dei volumi e negligenti pratiche di stampa e di legatura. E la mostra prende il titolo proprio da questo antico “libretto di istruzioni”, ossia “Avvertenze necessarie e profittevoli a’ bibliotecarj, e agli amatori de’ buoni libri”.

Ogni volume esposto - alcuni manoscritti, altri a stampa, alcuni in carta, altri in pergamena - è testimone di una particolare forma di degrado che ha danneggiato il supporto fisico ma ha lasciato intatto o almeno parzialmente leggibile il contenuto testuale. Le pagine macchiate dall’acqua e dal fuoco, le legature in cuoio consumate dai tarli, la pergamena superstite di un’antica Bibbia in ebraico posta a protezione di un testo in latino: sono solo alcuni degli oggetti scelti perché i visitatori, adulti e ragazzi, possano esercitare lo sguardo e la mente nell’osservazione della struttura e dei materiali del libro, così come lo conosciamo in occidente dai primi secoli dell’era volgare.

Gli apparati didascalici della mostra sono stati elaborati applicando due diversi registri linguistici (al percorso didattico principale corre parallelo un percorso per i ragazzi), rispettando sempre la correttezza tecnico-scientifica dei contenuti ma rinunciando di norma a usare una terminologia specialistica, se non adeguatamente spiegata in forma divulgativa. L’allestimento comprende anche un diorama dedicato ai materiali del libro e alcuni contenuti multimediali.

Durante il periodo espositivo sono previsti incontri con i curatori, visite guidate per adulti e laboratori e visite animate per bambini e ragazzi, sia gratuiti che a pagamento, nell’ambito della programmazione didattica del Castello Sforzesco.

La sede e gli allestimenti sono tutti accessibili ai disabili motori. I testi destinati ai ragazzi sono stati elaborati in un font ad alta leggibilità, per venire incontro alle esigenze di tutte le categorie di piccoli lettori.

I contenuti sonori sono presentati anche in forma testuale e il diorama didattico offre spunti d’interesse per un’esperienza tattile.

Tutti i testi sono sia in italiano sia in inglese.

Come da Comune di Milano.


Un posto al sole e il lato oscuro del sogno americano

Quando fu proiettato nelle sale, nel 1951, A Place in the Sun di George Stevens, remake di An American Tragedy di Josef Van Stenberg del 1931, già riadattamento dell’omonimo romanzo del 1925 di Theodor Dreiser, ottenne un successo straordinario di pubblico e di critica (sei Oscar, un Golden Globe, un Nastro d’argento). Il film fu una delle prime grandi prove attoriali di Montgomery Clift e Elizabeth Taylor, giovani astri nascenti del cinema hollywoodiano.

Un posto al sole Elizabeth Taylor Montgomery Clift Shelley Winters George Stevens A place in the sun cinema
Poster del film

La pellicola portava sul grande schermo un intenso dramma (scabroso sotto certi aspetti per la pruderie americana d’inizio anni ’50) che vede come fulcro narrativo la figura di George Eastman (Montgomery Clift), un ragazzo povero di Kansas City, figlio di pastori metodisti, che va a cercare fortuna ad Ovest presso il ricco zio industriale. Accolto con diffidenza per le sue umili origini, George accetta una modesta mansione alla catena di montaggio. Qui, disobbedendo alle ferree regole della fabbrica, frequenta la giovane operaia Alice (un’efficacissima Shelley Winters) con la quale intraprende una relazione clandestina. Quando, però, lo zio di George, visti i suoi buoni modi e il suo spirito di abnegazione, decide di promuoverlo ad un ruolo di responsabilità, tutto nella vita del giovane è destinato a cambiare.

Il timido e impacciato ragazzo di provincia è ora ammesso alle feste dell’alta società americana. Qui incontra Angela Vickers (un’incantevole Liz Taylor), giovane e ricca rampolla, la cui vita privata è argomento di tutti i rotocalchi dell’epoca. Il loro è un amore a prima vista. L’ambizione e l’ingenua passione di George lo portano a coltivare una doppia relazione e il sogno di una scalata sociale.

George Eastman (Montgomery Clift) e Angela Vickers (Elizabeth Taylor)

Tuttavia, a far precipitare la situazione è la notizia della gravidanza di Alice. Esclusa l’opzione aborto (non vi sono medici disposti ad aiutare la giovane coppia), a George non resta che pianificare l’omicidio di Alice, sempre più irrequieta e indisposta a ritardare il loro matrimonio, che avrebbe significato per George la rovina: perdere la fiducia dello zio, perdere Angela, decisa a sposarlo ad ogni costo, e rinunciare così alle sue ambizioni. Pronto a farla finita, George conduce Alice in barca su un lago, ma nel momento fatale non ha il coraggio di uccidere la ragazza che, però, maldestramente, cade dalla barca dopo un litigio. Quando si decide ad intervenire per salvarle la vita, è già troppo tardi. Logorato dal senso di colpa e scoperto ben presto dalla polizia, George finisce in tribunale dove, nonostante l’accorata confessione, viene condannato alla sedia elettrica.

La vicenda drammatica di George riflette a pieno il titolo originale del romanzo (An American Tragedy): George è davvero un personaggio tragico perché diviso fra due mondi, quello ‘basso’ dell’umiltà e della povertà a cui lo aveva costretto la scelta di vita religiosa dei suoi genitori e a cui lo avrebbe costretto, ancora una volta, il matrimonio con Alice, e dall’altro il mondo ‘alto’, del benessere, del sogno americano, della promessa di migliorare la propria condizione, incarnato dall’irresistibile e sensuale Angela a cui un ragazzo come George non può in alcun modo dire di no.

George non è un cinico parvenu, disposto a tutto, persino all’omicidio, pur di realizzarsi, ma è una vittima ingenua di un ingranaggio più grande di lui, quell’ingranaggio alla cui base vi è la catena di montaggio dove nasce e fiorisce la relazione con la povera Alice. George così come Alice e la stessa Angela sono vittime di un ingranaggio che non contempla gli affetti, che non può essere ostacolato da essi (in questo il divieto dello zio di intrattenere relazioni con altri salariati della fabbrica è simbolico, oltre che decisivo nello sviluppo della vicenda). Il venir meno di George al divieto dello zio e ai divieti morali e religiosi della madre (che si era raccomandata con il figlio prima della sua partenza per l’Ovest) lo spinge verso il baratro. Nel momento in cui George viene promosso, cioè si allontana dalla catena di montaggio, l’amore naturale, genuino per Alice è inutile, se non controproducente, e perciò va soppresso in funzione di un ‘bene superiore’, che è reale e concreto al tempo stesso: George è davvero innamorato di Angela, è davvero disposto a tutto pur di sposarla e trovare così il suo ‘posto al sole’. È impossibile, dunque, scindere il sentimento amoroso dall’ambizione nella figura complessa e sfaccettata di George, magistralmente interpretato da un introspettivo Montgomery Clift (attore che, nei suoi film, insieme con Marlon Brando e James Dean, incarnò la ‘gioventù bruciata’ dell’America eisenhoweriana). I suoi silenzi e la sua enigmatica espressività, infatti, riescono in modo molto efficace a rendere la complessità di un personaggio solo in apparenza molto semplice e lineare.

Questo torbido triangolo rappresenta, ad una più profonda analisi, su un piano simbolico, il lato oscuro del sogno americano e porta alla luce una falla enorme nella sua narrazione ottimistica ed entusiastica: la scalata sociale è possibile, ma solo a determinate condizioni, solo a costo di enormi sacrifici, solo a costo di frenare anche i propri più naturali e genuini sentimenti. In questa duplice e contemporanea tensione verso l’‘alto’ e verso il ‘basso’, George resta schiacciato: ha voluto tutto e ha voluto troppo, proprio perché non aveva avuto niente.

Vittima di quella sperequazione sociale che sostanzia il sistema economico americano, la Giustizia, che vede in lui solo un bugiardo, lo condanna a morte come colpevole di un omicidio che non aveva commesso, ma che aveva intimamente desiderato (beffardo paradosso).

Quella di George è una fiaccola che brucia in fretta: tutta la sua vicenda umana si consuma senza che lui possa rendersene conto. Solo alla fine, solo dopo la visita di Angela in carcere, capisce di aver perso tutto fuorché l’unica cosa per cui aveva agito, cioè Angela, che gli giura amore eterno e a cui lui chiede di amarlo ‘per il tempo che gli rimane da vivere’. È questo l’unico bene vero che gli resta, l’ultima scintilla di quel sogno che era stato la sua rovina.


Cosenza: presentazione "L’arte e il paesaggio. Le belle contrade"

Presentazione volume

L’ARTE E IL PAESAGGIO

Le belle contrade

Galleria Nazionale di Cosenza

Cosenza – Palazzo Arnone – Salone “Giorgio Leone”

Martedì 18 dicembre 2018 – Ore 16.30

Martedì 18 dicembre 2018, alle ore 16.30, a Cosenza, presso la Galleria Nazionale di Cosenza, Salone “Giorgio Leone”, sarà presentato il volume di Giorgio Ceraudo dal titolo L’ARTE E IL PAESAGGIO Le belle contrade (Rubbettino Editore).

Interverranno all’iniziativa, moderata dallo scrivente, Domenicantonio Schiava, dirigente Regione Calabria; Mario Pagano, soprintendente SABAP CZ- CS – KR; Anna Cipparrone, storico dell’arte; Mariano Bianchi, architetto direttore area paesaggio SABAP CZ - CS – KR; Maria Francesca Corigliano, assessore Regionale alla Cultura; Gino Crisci, rettore Università della Calabria. Sarà presente l’autore.

L'arte e il paesaggio Giorgio Ceraudo libriL’architetto Giorgio Ceraudo – come riportato nel volume – è stato Soprintendente della Calabria per un quinquennio. Ha ideato e realizzato diversi progetti e interventi di restauro e valorizzazione sui più importanti monumenti della Regione, tra i quali il progetto delle “città d’arte” e della “rete museale” con notevoli concretizzazioni come la prestigiosa Galleria Nazionale di Cosenza, il Museo Statale di Mileto e la definitiva sistemazione del Parco Archeologico e Museale della Roccelletta di Borgia (Catanzaro) ed è autore di numerose pubblicazioni inerenti ai temi della tutela e conservazione del patrimonio storico-artistico.

Il lavoro dell’architetto Ceraudo è un viaggio nell’arte e nella bellezza di una regione che ha tesori inestimabili e indiscusse potenzialità.

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Roma: appuntamenti dal 26 al 31 ottobre alla Casa della Memoria e della Storia

PROSSIMI APPUNTAMENTI ALLA CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA di ROMA

 

Venerdì 26 ottobre 2018 alle ore 17.45

proiezione con lettura di testi e musica

PAESAGGI DI GUERRA. Sguardi dal fronte alpino del '15-'18

I testi sono correlati dalle fotografie scattate da Ippolita Paolucci lungo tutto l’arco del fronte alpino, dalle Alpi Carniche all'Adamello, e ogni immagine è corredata da brani tratti da fonti epistolari e diaristiche di soldati che combatterono in quegli stessi luoghi durante la Grande Guerra.

 

Intervengono:

Ippolita Paolucci, curatrice dell’iniziativa; Diego Mormorio, scrittore e storico della fotografia; Paolo Volpato, storico;Liliana Grueff, fotografa e poeta. Ziri Merrouchilegge alcuni brani da "Paesaggi di Guerra" di Ippolita Paolucci, la raccolta tratta da fonti epistolari e diaristiche dei soldati che combatterono in quei luoghi.

L’accompagnamento musicale è di Silvia Ancarani al violoncello. Iniziativa a cura di Ippolita Paolucci

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Martedì 30 ottobre 2018 alle ore 17.00

1938 – 2018 LA VERGOGNA DELLA RAZZA. MEMORIA E RIMOZIONE

Intervengono:

 

Augusto Pompeo con Dalle leggi razziali alla Shoah; Elisa Guida con Il racconto sulle leggi antiebraiche; Eva Benelli con La scienza dice: le razze non esistono; Angelo Sferrazza con Memorie scolastiche. Testimonianze di: Pupa Garribba con Il censimento; Aldo Pavia con Le unioni miste; Claudio Fano conL’emigrazione; Paolo Brogi con Dai diari di Paolo Padovani.

Coordina Bianca Cimiotta Lami

Iniziativa a cura delle Associazioni residenti della Casa della Memoria e della Storia

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Mercoledì 31 ottobre 2018 alle ore 17.00

Presentazione del libro

UNA STORIA SBAGLIATA. Azzariti, Badoglio, Biancheri, Hudal, Orlandi, Costermano. Un secolo di bugie e di mezze verità

(Edizioni dell'Ippogrifo, 2018) di Massimiliano Amato, Ottavio Di Grazia, Nico Pirozzi.

Intervengono Aldo Pavia-ANED e Roberto Olla-giornalista.

Iniziativa a cura di ANED 

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In corso fino al 22 novembre 2018 la mostra foto-documentaria

L’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA LIBIA. VIOLENZA E COLONIALISMO 1911-1943

La mostra restituisce al visitatore la possibilità di conoscerne meglio la storia, della Libia approfondendo, in particolare, gli avvenimenti legati al periodo coloniale italiano, ancora poco noti. Le drammatiche vicende storiche di quegli anni sono narrate attraverso un percorso storico-didattico con oltre duecento foto e decine di documenti provenienti dall’Archivio Nazionale di Tripoli e dai principali archivi nazionali.

L’esposizione - organizzata dall’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) e dalla Fondazione MedA - Onlus, con il patrocinio dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri - è promossa da Roma Capitale - Assessorato alla Crescita culturale - Dipartimento Attività Culturali in collaborazione con l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Zètema Progetto Cultura. È stata realizzata dallo storico Costantino Di Sante con il contributo del Centro per l’Archivio Nazionale di Tripoli e la consulenza di Salaheddin Sury, uno dei maggiori storici libici dell’età contemporanea.

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Terza giornata dell'VIII edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

In questo post guida potrete trovare tutti gli appuntamenti e i link alle schede relative alla terza giornata dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea. Ove disponibile, la scheda contiene anche un trailer.

Sabato 20 ottobre 2018

ORE 11.00 ARCHEOLOGIA E COMUNICAZIONE

Scava, scarriola, comunica! Quando l’archeologia (si) racconta

Seminario e workshop sulla comunicazione dell’Antico attraverso media tradizionali e di ultima generazione.

intervengono:

Antonia Falcone, archeologa e blogger
Graziano Tavan, giornalista e blogger

Raccontare l'archeologia sulla carta stampata e sui social media necessita di competenze ibride in grado di unire giornalismo, comunicazione e conoscenza scientifica della materia.

Quali sono gli strumenti che un buon comunicatore deve possedere per parlare di una materia tanto affascinante quanto tecnica? Come si è evoluto il panorama giornalistico dalla scoperta della tomba di Tutankhamon a oggi? Un bravo archeologo può essere anche un bravo comunicatore?

Il seminario, a cura dell'archeoblogger Antonia Falcone (Professione Archeologo) e del giornalista Graziano Tavan (Archeologia Voci dal Passato), intende rispondere a queste ed altre domande che ruotano intorno al tema della disseminazione della conoscenza archeologica, offrendo non solo spunti teorici ma soprattutto pratici a chi vuole saperne di più.

Programma:

ore 11.00

Antonia Falcone, Il paradigma della sharing archaeology: dal diagramma stratigrafico alle Instagram stories.

ore 12.00

Graziano Tavan, Ricerca e divulgazione: l'archeologia sui giornali tra Tutankhamon e Indiana Jones.

ore 13.00

Workshop dedicato alla comunicazione archeologica attraverso le testate giornalistiche, i blog e i social media.

Evento Facebook

ORE 17.00 CINEMA E ARCHEOLOGIA

W poszukiwaniu średniowiecza

Alla ricerca dei secoli bui

Nazione: Polonia

Regia: Jakub Stępnik

Consulenza scientifica: Łukasz Miechowicz

Durata: 8’

Anno: 2017

Produzione: Jakub Stępnik

Breve racconto incentrato sulla passione per la ricerca e il modo in cui viene percepita l’atmosfera di una missione archeologica. Questo filmato riassume la seconda stagione di scavi condotti presso un deposito di derrate nella cittadella altomedievale a Chodlik, in Polonia.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/alla-ricerca-dei-secoli-bui/

Shepherds in the cave

Pastori nella grotta

Nazione: Canada - Italia

Regia: Anthony Grieco

Durata: 84’

Anno: 2016

Produzione: Anthony Grieco

Un gruppo internazionale di ricerca costituito da archeologi e restauratori inizia a lavorare al restauro degli affreschi medievali all’interno di un sistema di antiche grotte. Di fronte alle sfide della burocrazia locale e al sistematico abbandono dei siti archeologici, la squadra incontra una comunità di pastori e migranti che hanno usato le grotte per secoli, scoprendo una cultura ancora in vita che vale la pena proteggere. Il documentario è stato prodotto con il supporto del Canada Council for the Arts.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/pastori-nella-grotta/

ORE 18.30 INCONTRI DI ARCHEOLOGIA

L‘Italia dell‘Arte venduta

interviene:

Fabio Isman, giornalista e scrittore

Nel corso del nostro festival, avremo il piacere di ospitare Fabio Isman nel pomeriggio di sabato 20 ottobre, alle 18.30, che presenterà il volume L'Italia dell'arte venduta, edito da Le edizioni del Mulino.

Una vera e propria diaspora, quella delle opere d'arte italiane disperse nel mondo. "Una diaspora terribile. Che non è mai stata raccontata, se non per episodi isolati, e in modi assolutamente sporadici. E' una storia che vale la pena di narrare, al di là delle catastrofi causate dai conflitti, sempre irrispettosi dell'arte, o dei criminali scavi archeologici che alimentano i lucruosi mercati internazionali. Questa grande fuga ha condottto infinite opere di valore fuori dal nostro paese: a poco vale consolarsi col tantissimo che ci è rimasto, se non si riflette sul moltissimo che è sparito".

ORE 19.00 CINEMA E ARCHEOLOGIA

Artquake

Nazione: Italia

Regia: Andrea Calderone

Consulenza scientifica: Claudio Strinati, Emanuele Guidoboni,

Francesco Doglioni, Michelange Stefàno et alii

Durata: 60’

Anno: 2017

Produzione: TIWI

L’Italia possiede una condizione unica al mondo: possiede un patrimonio storico-artistico inestimabile e presenta un elevato rischio sismico. Il film affronta questa situazione eccezionale approfondendo il rapporto tra comunità umane, fenomeni naturali e creazione artistica, un rapporto che il terremoto ogni volta mette in crisi e riafferma.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/artquake-larte-salvata/

ORE 20.00 APERITIVO AL MUSEO

Visita guidata all’interno del Museo Civico “Antonino Di Vita” con degustazione di prodotti enogastronomici.

Si rinnova anche quest'anno l'appuntamento con #aperitivoalmuseo.
Tutti i giorni, tra le 19.30 e le 20.00, il museo civico "A. Di Vita" e quello etnografico "A. M. Coniglione" di Licodia Eubea si apriranno ai visitatori per una visita guidata e un ricco apericena a base di prodotti locali.
I vini saranno gentilmente offerti dallo sponsor del festival, l'azienda vinicola Baglio di Pianetto, attenta nella produzione di bianchi e rossi che raccontino la Sicilia, ma anche sensibile ad attività culturali che la promuovano in ambito nazionale e internazionale.

ORE 21.30 CINEMA E ARCHEOLOGIA

Living Amid the Ruins

Vivere tra le rovine

Nazione: Turchia

Regia: Işılay Gürsu

Consulenza scientifica: Işılay Gürsu, Lutgarde Vandeput

Durata: 13’

Anno: 2017

Produzione: British Institute at Ankara

Il film esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che vivono vicino ai siti archeologici sono influenzate dall'ambiente circostante. I siti archeologici presenti nel cortometraggio si trovano nell'antica regione di Pisidia, situata nella catena montuosa del Tauro, nella Turchia sud-occidentale.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/vivere-tra-le-rovine/

Peau d'Âme

Pelle d’anima

Nazione: Francia

Regia: Pierre-Oscar Lévy

Consulenza scientifica: Olivier Weller

Durata: 100’

Anno: 2017

Produzione: Look at Sciences

Una squadra di archeologi intraprende uno scavo nel punto in cui Jacques Demy ha girato le scene del film “Peau d’Ane” (Pelle d’Asino): la capanna in cui Catherine Deneuve si nasconde, la radura in cui viene accolta da Delphine Seyrig e altri luoghi del set cinematografico. Seguendo questa ricerca, un’altra favola comincia a prendere forma, nascosta sottopelle, ed è quella che cerca di cogliere la magia del lavoro filmico di Jacques Demy, il fascino del testo di Charles Perrault e la pervasività del racconto, le cui origini rimandano alla tradizione orale. Siamo noi che ricerchiamo la storia, o forse è la storia stessa a compiere una ricerca su di noi? Le scoperte del nostro archeologo vanno ben al di là delle sue aspettative iniziali.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/pelle-danima/

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Attività collaterali

Da giovedì 18 a sabato 20 ottobre

Museo etnoantropologico “P. Angelo Matteo Coniglione”

Museo Civico “Antonino Di Vita”

Aperitivo al Museo

Al termine del programma pomeridiano verrà aperto l’Aperitivo al Museo, una visita guidata all’interno dei due musei, con degustazione di prodotti enogastronomici. I ticket per la consumazione saranno in vendita presso il desk informazioni della sala proiezioni.

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Dal 18 ottobre al 18 novembre

Museo etnoantropologico “P. Angelo Matteo Coniglione”

Libia. Antiche Architetture Berbere

Mostra fotografica del regista Lucio Rosa.

Durante i giorni del Festival, la mostra sarà visitabile dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 17:00 alle ore 20:00. Saranno proiettati, a ciclo continuo, i film “Il segno sulla pietra”, “Libia is near”, “Fabrizio Mori, un ricordo”.

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Dal 18 ottobre al 31 dicembre

Già antica chiesa di S. Benedetto e S. Chiara

1915-1918. Licodia Eubea e i suoi figli nella Grande Guerra

Attraverso foto d'epoca, immagini e oggetti vari la mostra racconta il contributo dato dai 137 giovani soldati partiti da Licodia Eubea allo scoppio del conflitto mondiale e il loro ruolo nel contesto di quei tragici avvenimenti. L’esposizione è a cura dell’Archeoclub d’Italia “Mario Di Benedetto”.


Luce d'agosto William Faulkner

Luce d’agosto: la tragedia americana di William Faulkner

Se la grande letteratura del ‘900 ha prodotto qualcosa che si avvicina alla forza suggestiva della tragedia greca di V secolo a.C., questo qualcosa è certamente Luce d’agosto di William Faulkner. Il premio Nobel, due volte premio Pulitzer e sceneggiatore americano è annoverato tra le più grandi penne del secolo passato. Celebre è infatti la sua scrittura magmatica e a tratti oscura, soprattutto quando si perde nei meandri di menti ‘ritardate’ o allucinate - come quelle dei fratelli Compson de L’urlo e il furore - o nella narrazione corale e multipolare di Mentre morivo (entrambi romanzi-capolavoro, ignorati dai suoi contemporanei e acclamati dai nostri). Il flusso di coscienza di matrice joyciana in Faulkner assorbe tutto, anche la realtà, mescolandola, quasi senza soluzione di continuità, ai pensieri dei suoi personaggi. Tra continui flashback e flashforward, il lettore si muove, tra le sue pagine, a tentoni, come in una nebbia, ma invogliato ad ogni giro di frase a proseguire il cammino, alla ricerca della luce, della parola che scioglie l’intreccio e lo riempie di significato.

Le storie che Faulkner narra riguardano vicende torbide e squallide, dalle atmosfere pulp e gotiche. Incesti, omicidi, delitti di sangue, adulteri, stupri erano il fulcro delle tragedie dell’antichità, e lo sono anche delle storie dello scrittore di New Albany, che nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, Mississippi ambienta la maggior parte dei suoi racconti.

Luce d'agosto William Faulkner
La "Faulkner Portable", la macchina da scrivere Underwood Universal Portable appartenuta a William Faulkner. Foto di Gary Bridgman, CC BY-SA 3.0

Dopo il flop dei suoi ‘capolavori’ d’esordio, Faulkner raggiunge finalmente il successo con Santuario (1931) e Luce d’agosto (1932). Agli albori degli anni ’30 gli Stati Uniti sono nel pieno della recessione economica, la Jim Craw Law legalizza la segregazione razziale e il proibizionismo è ormai agli sgoccioli. Ed è proprio il contrabbando di alcool a fare da sfondo ai due romanzi di Faulkner più apprezzati dal pubblico dell’epoca: da un lato un cupo dramma senza possibilità di redenzione, Santuario, con al centro la vicenda personale (e scandalosa) di Tample Drake, giovane ragazza violentata in un capanno e poi segregata in un bordello di Memphis dal glaciale contrabbandiere senza scrupoli Popeye; dall’altro Luce d’agosto, la storia travagliata di Joe Christmas, uomo dalla pelle ‘color pergamena’ e ‘sangue negro’ nelle vene, anche lui contrabbandiere di alcool e assassino della donna bianca che amava, l’unica donna bianca che potesse amare a Yoknapatwapha: Joanna Burden, ultima superstite di una famiglia di abolizionisti del New England, trapiantata nell’ostile Mississippi schiavista, dopo la guerra civile.

È la natura equivoca e ambigua di Joe Christmas, metà bianco e metà nero, a renderlo uno degli antieroi più affascinanti e rari della letteratura americana. Come gli eroi tragici della tragedia greca, le cui contraddizioni venivano portate all’estremo sino ad implodere sulla scena, così Joe Christmas assurge a personaggio sommamente tragico: il suo non ri-conoscersi, non conoscere la propria reale natura ‘bianca’ o ‘nera’ nel mondo segregazionista e fanatico del Mississippi degli anni ’30, non può che spingerlo a rotta di collo verso un destino ineluttabile. Su di lui, come una spada di Damocle, pende (e penderà sino agli ultimi istanti di vita) quel ‘non conoscere’ la propria reale natura che era stata la causa dell’abbandono ancora in fasce in un orfanotrofio e poi dell’adozione da parte del fanatico religioso McEachern, che si era assunto il ‘fardello’ di redimerlo dalla sua natura ‘nera’ educandolo ad una vita di sacrifici e devozione religiosa che non gli impedirà però di ribellarsi e uccidere il suo padrone-patrigno.

Luce d'agosto William Faulkner
Uno stabilimento per la lavorazione del legno negli anni '30, simile a quello descritto nel romanzo. Foto U.S. National Archives and Records Administration

Tuttavia, è l’amore ‘impossibile’ per Joanna la chiave di volta della vicenda umana di Joe, quell’amore che lei voleva in qualche modo ‘istituzionalizzare’, spingendolo ad abbandonare la vita facile del contrabbandiere di alcool. Unire due mondi che tutti volevano separati: è questo che fa esplodere la contraddizione profonda, ossia l’impossibilità di riconoscersi in una delle sue due nature in quanto entrambe mescolate nel proprio sangue; l’impossibilità di vivere una vita da bianco, lui sempre dimidiato, che per non pagare le prostitute nei bordelli si fingeva bianco per poi dichiararsi negro.

Nella tragedia antica, l’eroe tragico è messo in scacco nel momento in cui ‘riconosce’ di essere vittima di un dissidio insolubile legato alle proprie azioni consapevoli o meno: Edipo si acceca dopo la scoperta dell’incesto con sua madre e dell’omicidio del padre; suo figlio Eteocle è diviso tra la difesa della città e il legame che lo lega a suo fratello Polinice che voleva usurpare il suo trono; Aiace si suicida per la vergogna delle sue azioni mentre era acciecato dalla follia.

Nella tragedia americana di Faulkner, invece, il dissidio è nella natura stessa del suo antieroe: Joe Christmas è egli stesso la ‘sua’ contraddizione e l’omicidio dell’unica donna che lo potesse amare non è che la conseguenza del riconoscimento di questa sua condizione.

Ma non è tutto: a ben vedere, questo suo dissidio - il suo essere l’«ombra di un bianco»- è in verità il dramma di un’intera nazione. Joe Christmas, infatti, porta nelle sue vene quella ‘maledizione’ americana che è la «razza nera». Così la definisce il padre di Joanna Burden mentre mostra alla figlia la tomba in cui erano sepolti suo padre e suo figlio, ammazzati dal colonnello schiavista Sartoris: «Ricordatelo. Il tuo nonno e il tuo fratello giacciono lì, trucidati non da un bianco ma dalla maledizione che Dio ha gettato su un’intera razza prima che il tuo nonno o il tuo fratello o io o te fossimo mai stati anche solo pensati. Una razza condannata alla maledizione di essere in eterno per la razza bianca la maledizione e la condanna per i suoi peccati. […] la maledizione della razza nera è la maledizione di Dio. Ma la maledizione della razza bianca è il negro che sarà in eterno l’eletto di Dio perché una volta Egli lo maledisse».

La maledizione, che nella tragedia greca il dio scagliava come punizione contro il ghenos, la stirpe familiare, minandone l’integrità di generazione in generazione, in Luce d’agosto diventa la maledizione di tutta la nazione. Il dramma del razzismo, d’altronde, innerva la società americana e ne ha segnato irrimediabilmente la storia e la cultura. Il razzismo, inteso come la concezione della superiorità antropologica dell’uomo bianco su quello nero, per gli americani del Sud, come Faulkner e i suoi avi, non era semplice odio o paura del diverso, ma rappresentava l’architrave della propria identità culturale e, dopo la guerra civile, invece di essere estirpato dall’abolizione della schiavitù, si estese come un virus dal Sud in tutto il Paese.

Luce d'agosto William Faulkner
Rex Theatre for Colored People, Leland, Mississippi, giugno 1937. Un luogo di segregazione. Foto di Dorothea Lange

Joe Christmas, dunque, non è che un mescolamento innaturale, un «abominio della carne» (queste le parole deliranti del folle Doc Hines, il nonno che lo aveva abbandonato in orfanotrofio), vero e proprio emblema di una nazione che non può ignorare - sembra dire Faulkner -, con l’illusione segregazionista, il suo dissidio e la maledizione per il proprio peccato originale. Ed è in questa follia collettiva, in questo fervore religioso quasi oracolare (che anima molti dei personaggi chiave di questa vicenda), che si consuma la tragedia di Joe Christmas, una tragedia tutta americana.

Luce d'agosto William Faulkner
William Faulkner, fotografato da Carl Van Vechten (11 dicembre 1954). Foto Prints and Photographs division della United States Library of Congress, digital ID cph.3f06403

Eppure in Luce d’agosto manca quel nichilismo cieco e senza redenzione che corrode le anime ‘perdute’ di Santuario: è la Speranza infatti ad aprire e chiudere il romanzo, nella persona di Lena Grove, la giovane giunta a piedi, incinta, dall’Alabama, da sola e scalza, in cerca del padre della creatura che porta in grembo. Grazie a lei, alla sua ingenuità, che è seconda solo alla sua forza ostinata, Faulkner guida il lettore nell’abisso di Joe Christmas, ossia quella Dark House (titolo originale del romanzo, a cui fu poi preferito Light in August) che in fondo non è che l’America-Mississippi; ed è sempre grazie a lei, alla fine, che ne esce con gli occhi rivolti verso il Domani, verso il Tennessee.

Luce d'agosto William Faulkner
La prima edizione di Luce d'agosto di William Faulkner.

correttore di bozze Giovannino Guareschi

Considerazioni a margine di pagina

Considerazioni a margine di pagina:

per il riscatto sociale dei fantasmi, degli ologrammi, degli ingranaggi silenti del sistema

Il correttore di bozze fu inventato verso il 1440: quando, cioè, il signor Gutenberg, inventata la stampa propriamente detta e tirata una bozza della sua prima composizione tipografica, trovò, nella seconda riga, una signora elefante al posto di una signora elegante. Allora il signor Gutenberg lanciò un grido di trionfo: aveva inventato l’errore di stampa.

Giovannino Guareschi, La donna elefante.

Gutenberg inventant l’imprimerie, di Jean-Antoine Laurent (1831). Foto di Xavier Caré

Nell’Art de toucher le clavecin di François Couperin si legge la seguente affermazione:

Se si trattasse di scegliere tra accompagnamento e pièces per giungere alla perfezione di uno o delle altre, sento che l’amor proprio mi spingerebbe a preferire le pièces. Convengo tuttavia che non c’è niente di più divertente per noi stessi, e utile per creare legami con gli altri, che diventare ottimi accompagnatori. Ma che ingiustizia! L’accompagnatore è l’ultimo a venire elogiato dopo un concerto! L’accompagnamento del clavicembalo, in queste occasioni, viene considerato come le fondamenta di un edificio, di cui non si parla mai, e che tuttavia sostengono tutto. Chi invece eccelle come solista gode dell’attenzione e degli applausi del pubblico.

Curiose considerazioni, per un trattato di tecnica clavicembalistica datato 1716-1717. Osservazioni che tuttavia hanno sollecitato una riflessione su quel mondo sommerso, fatto di fantasmi incorporei e sottopagati, di ingranaggi del sistema costretti a lavorare per pochi centesimi, il cui nome non figurerà mai, neppure nelle ultime righe dei titoli di coda di un film di quart’ordine passato dopo mezzanotte su Telecapri. Quelle anonime fondamenta sorreggono ogni cosa e non meritano di vedere la luce, non hanno diritto a un nome, a un ruolo; sono mere funzioni meccaniche, senza le quali, però, va tutto a ramengo.

Discorso applicabile a innumerevoli scenari, dal mondo dello spettacolo all’editoria, dalle sale da concerto ai teatri. Chi va in scena, sotto i riflettori, non è che la punta dell’iceberg. Che a detta di Greenpeace non se la passa neppure troppo bene ultimamente. Al di là del riscaldamento globale, sarebbe il caso di restituire un po’ di dignità e di considerazione a figure marginali ma imprescindibili, senza le quali non potremmo godere di un film, di uno spettacolo teatrale, di una mostra, di un piatto di carbonara, di un disco, di un libro. Sì, perché esiste ancora una sottile frangia di irriducibili feticisti che mantiene in vita il culto del libro senza vergogna e che si trova a maneggiare, purtroppo, idoli realizzati con sempre meno cura, precisione e riguardo.

Cosa c’è di più fastidioso e disturbante che scorgere tra le righe di un libro, pagato a volte anche a caro prezzo, refusi, errori di battitura, quando non addirittura imprecisioni sintattiche, concordanze sballate, segni di interpunzione lanciati a caso nella pagina? L’epidemia dilaga da quando il ruolo del correttore di bozze è stato accantonato, declassato, ridicolizzato, e il suo intervento ritenuto superfluo, pedante, inutile. Ci si affida all’autore per ripulire il testo e mai vi è stato errore più fatale: seguendo gli antichi dettami (“ogni scarrafone è bello a mamma sua”), il “genitore” è la figura meno adatta a giudicare la propria creatura e a correggerne i difetti caratteriali; gli errori sfuggono perché si è troppo “dentro” la propria scrittura, il cervello e gli occhi congiurano contro la pulizia e la precisione e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Qui avrei voluto mettere volontariamente un refuso, ma sono un correttore di bozze e per me è moralmente inconcepibile disseminare il testo di errori, fosse anche per gioco o provocazione.

correttore di bozze Giovannino Guareschi
Milano, 1950. Giovannino Guareschi legge il Candido e mostra la vignetta satirica di Carletto Manzoni contro il Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, a causa della quale fu processato e condannato con la condizionale a otto mesi di carcere. Foto Farabola - Giovanni Lugaresi, Guareschi: fede e libertà, Monte Università Parma Editore, 2010.

 

 

Mentre mi attorciglio in queste riflessioni, cercando di irrobustirle con una buona dose di teorie ed assiomi, mi capita tra le mani un delizioso libretto, che cattura la mia attenzione per fattura, dimensioni e sottotitolo. Parlo di un volumetto della collana “Piccoli quaderni di prosa e di invenzione” dell’editore Henry Beyle, stampato a Milano nell’ottobre del 2014 in 375 copie numerate (la mia è la 146). Un libriccino, formato 10x12, intitolato La donna elefante. Elogio del correttore di bozze di Giovannino Guareschi, estratto da Celebrazione del tipografo (Editrice Il quadratino, Torino 1968). La risposta alle mie istanze, il sollievo alle mie ambasce si concentra in poche illuminanti righe scritte dal creatore dell’epopea di Don Camillo e dell’onorevole Peppone; penna affilata, matita appuntita, mente brillante al di là delle posizioni ideologiche, autore più visto che letto (grazie anche alle indimenticabili interpretazioni di Gino Cervi e Fernandel) che ci offre, con la consueta tagliente ironia, un ritratto divertentissimo in forma di elogio della figura più bistrattata dal mercato editoriale di tutti i tempi. Apprendiamo così che:

Il correttore di bozze vive acciambellato in piccoli recinti situati nei punti più oscuri e più disturbati delle tipografie, essendo, il suo, un lavoro che richiede calma e ottima visibilità.

Chissà cosa penserebbe oggi, sapendo che il correttore di bozze è stato estromesso anche dallo sgabuzzino della tipografia e il suo ufficio trasferito a casa, alla fioca luce di un monitor, sotto una lampada giallastra che non affatichi gli occhi. Chissà cosa direbbe, sfogliando un Meridiano Mondadori, un Supercorallo Einaudi, un pregiato volume della Pléiade, di fronte a orrori quali “benediva”, “maledendo”, “dorghiere” et similia; chissà se proverebbe il mio stesso sgomento leggendo articoli di quotidiani on-line sgrammaticati, sciatti e zeppi di errori, perché l’importante è la sostanza non la forma, perché il correttore di bozze è un paladino di una crociata inutile, vezzosa, priva ormai di significato. La sua è una missione, più che una professione e oggi che il lavoro intellettuale è considerato mediamente un hobby, una forma sofisticata di volontariato, un mezzo attraverso cui gonfiare l’ego in luogo del più comune elio per i palloncini, questa considerazione, opportunamente distorta, appare quanto mai attuale.

È dura la vita del correttore di bozze. Con una paga media di cinquanta centesimi a cartella non può programmare le vacanze, non può permettersi di affittare qualcosa di più dignitoso di un sordido tugurio, non può pagare la cena alla fidanzata, e neppure una pizza biologica con farine di grani antichi, vegana e macrobiotica. Non può andare in palestra e neppure dal parrucchiere: per questo lo si riconosce per strada, dimesso, leggermente pingue, con le mani che tremano per i troppi caffè, i capelli – quando ci sono – arruffati e di colore indistinto, la borsa di moda in una precedente era geologica ricolma di foglietti, di qppunti, di ibuprofene, di quattro paia di occhiali, perché non è solo la masturbazione a creare problemi di vista gravi, di cioccolatini mezzi sciolti, di fazzolettini intrisi di lacrime raccolte dopo l’ennesimo accredito della vertiginosa somma di 20 euro per una settimana di lavoro matto e disperato.

Il correttore di bozze è di solito un uomo infelice: egli gira per le strade del mondo sempre in affannosa ricerca di errori. Legge tutti i cartelli, tutte le insegne, le epigrafi delle lapidi e dei monumenti, le pubblicità luminose, si arrampica fin sui tetti pur di segnare col suo lapis la parola o la lettera errate. Per il correttore di bozze l’errore di stampa è la più grave delle provocazioni.

Idraulico al lavoro. Foto di rick da Flickr, CC BY 2.0

Al correttore di bozze va tutta la nostra sempiterna gratitudine, possibilmente accompagnata da una cifra idonea alla sopravvivenza dignitosa, perché ho scoperto a mie spese che non puoi pagare al discount con una pacca sulla spalla della cassiera o scrivendo ai gestori delle utenze primarie missive in stile epico-tragico o declamando versi appassionati all’idraulico che ha appena chiesto 100 euro per aver estratto dal cestello della tua lavatrice 50 centesimi lucidi e storti, il corrispettivo di 2000 battute spazi inclusi, ossia il tuo compenso per un’ora di lavoro accurato. Idraulico che, contravvenendo alla mitologia erotica legata alla sua figura, rifiuta un pagamento in natura, uno scambio di servigi, una fratellanza tra poveri. Già, perché la povertà è stata abolita due giorni fa e quindi va tutto bene. Ed io che, come una stupida, continuo a chiedermi come arrivare a fine mese? Semplice: aboliamo il mese, aboliamo le settimane, aboliamo tutto l’abolibile. E il vile denaro lo lascio a voi, capitalisti succhiasangue. Io mi taccio perché in fondo, molto in fondo, sono una donna elefante.


ClassiCOOLt: ripartiamo dai classici della letteratura

ClassiCOOLt

Rubrica mensile a cura di Sara Ricci e Stefano Tonietto

I classici della letteratura sono quella cosa che tutti si vantano di aver letto almeno una volta nella vita, i più audaci addirittura due; che i più spudorati dichiarano di conoscere come le proprie tasche – nelle quali chissà perché ci finisce di tutto in maniera indistinta e poi in lavatrice è un casino.

I classici della letteratura sono una specie di status symbol, al pari di una borsa di Vuitton o di un paio di esosi trampoli di Louboutin, di un pregiato orologio da pseudoplutocomunista, di una fuoriserie parcheggiata in doppia fila perché ricchezza è impunità, di un Iphone scintillante che dura quanto uno sbadiglio e si impalla a morte due giorni prima dell’uscita del modello successivo.

I classici sono diventati un feticcio dell’alta borghesia dei salotti buoni, da esibire tra un martini e un sorso di champagne millesimato, con il tono distaccato da apericena o, in alternativa, con la pacata seriosità del marpione che seduce la fanciulla plasticosa con parole alate, attentando al mascara water proof discioltosi in una valle di lacrime di commozione.

I classici della letteratura ce li hanno rubati. I borghesi? No, sarebbe troppo anche per loro. Gli autori reali del furto sono l’indifferenza, la velocità, il culto del mordi e fuggi, la parcellizzazione. Non si può assaggiare un pezzettino di Anna Karenina per dirsi cultori di Tolstoj, non si può solo annusare il fetore di cadavere dello Ieroschimonach Zosima per accedere al torbido universo della genealogia di Fëdor Pavlovic: la letteratura non è un gioco di società, è piuttosto il suo disvelamento, la lente deformante che restituisce all’occhio del lettore la realtà nelle sue inestricabili connessioni, nelle sue immancabili contraddizioni, nella sua pulsante vitalità.

Perché dunque non riappropriarci della sola cosa che ci potrebbe arricchire senza infliggere il colpo di grazia al salvadanaio a porcellino o al nostro precario conto in banca? Noi che una Vuitton neppure serbando sotto il cuscino sei mesi di stipendi al netto delle ritenute d’acconto, noi che per sapere che roba è una Louboutin siamo andati a cercare su google, noi che al polso al massimo abbiamo lo Swatch dei diciotto anni e che in doppia fila parcheggiamo forse le natiche, sorseggiando una birra seduti sul cofano di una macchina generalmente altrui, noi che andiamo orgogliosi della vita eterna del nostro nokia 3310, il non-morto, il telefono che prende anche nelle caverne, il più amato dalle madri apprensive e dalle fidanzate con manie di controllo.

Noi dobbiamo riprenderci il piacere, il gusto e la bellezza dei classici. Non da sfoggiare come l’ultimo modello di Chie Mihara, non da esibire come una metaforica (o effettiva) erezione, non da adoperare per segnare il confine, l’abisso, la distanza siderale tra i due mondi. Ma da possedere per ampliare i nostri orizzonti, per viaggiare senza bisogno del supplemento bagagli a mano Ryanair, per esplorare il mondo senza esserne allontanati, banditi, ignorati.

Leggere i classici significa vivere più vite insieme, conoscere le pieghe dell’animo umano – dai meandri più oscuri e biechi alle luminose vette di bontà – acquisire spirito critico, affinare i sensi, praticare la lentezza, l’indugio, l’incanto. Perché i classici hanno bisogno di tempo, di silenzio, di pazienza, di dedizione. Non sono libri da leggere mentre la lavatrice finisce la centrifuga, mentre si è in fila alla posta, nella confusione di un autobus o nelle infinite sospensioni temporali di un viaggio in regionale. No, i classici hanno bisogno di attenzione, di una poltrona comoda, di una coperta se fa freddo, di una tazza di qualunque liquido – dal caffè alla grappa – che contribuisca al rilassamento e alla concentrazione. Se proprio non riuscite a rilassarvi, all’inizio, si può ricorrere al Tiocolchicoside, ma con moderazione, non più di 8mg ogni 12 ore.

Ecco svelato il mistero di questa nuova rubrica, che ogni mese vi ricongiungerà a un classico con l’obiettivo di sedurvi, irretirvi e avvincervi tra le pagine intramontabili di opere ormai desuete che, tuttavia, hanno ancora molte cose da dire. Ci rivolgiamo a lettori appassionati, ai quali speriamo di offrire un nobile servigio; ma anche a lettori implumi, che trarrebbero enorme giovamento da queste letture; ci rivolgiamo infine anche agli esibizionisti da salotto, i quali, grazie a questo piccolo vademecum per muoversi nell’intricato mondo della letteratura, potranno se non altro azzeccare qualche citazione, contestualizzare meglio le proprie esternazioni, sedurre fanciulle facilmente impressionabili con le poesie di Verlaine e non, santi numi, con le massime filosofiche ed esistenziali di Fabio Volo.

Vi diamo quindi appuntamento al prossimo mese con un piccolo gioiello semi-sconosciuto, recentemente ripubblicato nella bella traduzione di Gina Martini da Quodlibet Compagnia Extra: l’immenso, ironico, destabilizzante, bizzarro ultimo romanzo incompiuto di Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet. [SR & ST]


Festival del Medioevo: oltre cento eventi per la grande manifestazione eugubina

Sono davvero tantissimi gli appuntamenti di questa IV edizione del Festival del Medioevo che si terrà a Gubbio dal 26 al 30 settembre. Il tema di questa quarta edizione è Barbari. La scoperta degli altri, il cui programma potete trovare qui o scaricare qui.

Un viaggio tra i popoli e gli individui. In mezzo ai “forestieri” e intorno ai confini, le convenzioni della storia e della geografia: segni che indicano un limite comune. Qualcosa che separa ma allo stesso tempo può anche unire. E che costruisce l'alterità e l'identità, l'amico e lo straniero, l'estraneo e il diverso. Una parola che contiene in sé l'idea di un territorio definito, di una separazione. Ma che indica anche una meta da raggiungere o un obiettivo da superare.

In pochi anni il Festival del Medioevo è diventata la più importante manifestazione nazionale di divulgazione storica intorno ai secoli della cosiddetta Età di Mezzo. L'appuntamento annuale a Gubbio è insieme colto e popolare. Propone più di cento eventi. Oltre duecento i protagonisti:  storici, scrittori, artisti, architetti, scienziati e giornalisti.

Il Festival del Medioevo 2018 è quindi ricco di eventi collaterali al programma delle Lezioni di Storia: sono previste numerose attività come incontri con gli autori, la Fiera del libro medievale, mostre,
dimostrazioni, living history, spettacoli e concerti, visite guidate e attività per i più piccoli.

Ritroverete parte dei suddetti eventi in questo post in aggiornamento quotidiano.

Indice:

  • Trekking letterari gratuiti tra le meraviglie eugubine
  • Due spettacoli sotto gli affreschi di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant'Agostino
  • Tre spettacoli di falconeria al Festival del Medioevo
  • Il Gruppo Sbandieratori Gubbio per due esibizioni coinvolgenti
  • Bambini e ragazzi protagonisti tra letture, giochi di ruolo e teatro delle ombre
  • Laboratorio di danze medievali
  • Con la funivia per salire in cima al "Colle Eletto"

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Letteratura latina inesistente: prove tecniche per un manuale potenziale

La storia della tradizione dei testi classici è la storia di voragini, lacune, errori, imprevedibili scherzi della sorte, beffe inattese. Un cimitero di cruces desperationis, anonimo ossario in cui confluiscono frammenti sparsi, emistichi, schegge implose e ormai impossibili da ricomporre.

E sono proprio quei buchi abnormi a solleticare la fantasia dei filologi, bizzarri esseri che custodiscono segretamente nell’armadio le sacre effigi di Karl Lachmann e Luciano Canfora invece delle immagini di prosperose fanciulle ignude o degli addominali scolpiti di Matthew McConaughey.

È in quello spazio inesorabilmente vuoto, nel dialogo interrotto della Storia, in quel silenzio imbarazzato e imbarazzante che si insinua il potenziale, spazio intrinsecamente indefinito e privo di confini precisi come la Polonia di Ubu re, abitato tuttavia da autori che giocano con il linguaggio come fosse materia da plasmare, suggestione metamorfica, iperbolica astrazione. Luogo in cui l’inesistenza, lungi dall’essere mera provocazione intellettualoide e cervellotica, diviene istanza letteraria paradossale e immaginifica.

Stefano Tonietto, Letteratura latina inesistente, Quodlibet, Macerata 2017.

Esattamente un anno fa vedeva la luce per i tipi di Quodlibet questo curioso volumetto il cui titolo, Letteratura latina inesistente, non poteva passare inosservato agli occhi di una filologa classica redenta e naufragata per caso sulle rive scoscese dell’isola di Faustroll.

Un manuale sui generis, che sembra fare il verso ai volumi di storia della letteratura latina che hanno popolato di incubi le notti dei liceali di tutti i tempi, ricalcandone la canonica struttura cronologica e il procedere per generi letterari, con un corredo di testi ed exempla tradotti dai migliori esperti del settore, rigorosissime note a piè di pagina e persino un’appendice dedicata alle vite di quattro filologi contemporanei, imperdonabilmente ignoti alle istituzioni universitarie e all’ANVUR.

Un manuale che contiene un tesoro preziosissimo: tutto ciò che abbiamo perduto, che non ci è giunto, che è sfuggito a qualsiasi catalogazione d’archivio. In poche parole, tutto ciò che non è mai esistito ma che, proprio per questa ragione, potenzialmente, potrebbe essere e al tempo stesso non è. Dalle prime iscrizioni su oggetti ai carmina propiziatori per ingraziarsi qualche oscura divinità, dalle correnti letterarie premonitrici – che spaziano dal frammentismo ai libera verba – ai rivoluzionari scrittori per viam, dai Neoneóteroi alle nuove frontiere dell’animaecura evolutasi nel culto del diwan.

Le voragini si attenuano, le ferite della storia vengono sanate dall’esprit ludique di un autore che padroneggia con estrema maestria il gioco raffinatissimo della riscrittura, della falsificazione, dell’allusione erudita, della citazione sottovoce, elevando a manifesto poetico e poietico quella che potrebbe apparire a prima vista un’operazione letteraria destinata al solo divertimento.

Sulla scia luminosa della filologia potenziale dell’oplepiano Luca Chiti (autore del Centunesimo canto della Divina Commedia), Stefano Tonietto osa spingersi oltre, sorretto da una fantasia straordinaria e da una altrettanto straordinaria padronanza linguistica, metrica, stilistica: nasce con lui la filologia creativa, disciplina che unisce al rigore scientifico e all’imprescindibile facoltà di divinazione la gioia divertita della creazione, quella follia incontrollata e geniale che rappresenta il sogno impudico di ogni studioso, lo spazio di libertà illimitata di ogni vero scrittore.

Biografia Breve (BB)

Stefano Tonietto (Padova, 1960), insegnante, ex poeta cavalleresco, scrittore (in)esistente affetto da anacronismo patologico conclamato. Collabora con blog e riviste, ha pubblicato con Inchiostro, Quodlibet, Fuoco fuochino, Babbomorto, Edizioni del Collage de ’Pataphysique. Da poco è ufficialmente entrato nel Collage de ’Pataphysique in qualità di Membro Inesistente.