Terza giornata dell'VIII edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

In questo post guida potrete trovare tutti gli appuntamenti e i link alle schede relative alla terza giornata dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea. Ove disponibile, la scheda contiene anche un trailer.

Sabato 20 ottobre 2018

ORE 11.00 ARCHEOLOGIA E COMUNICAZIONE

Scava, scarriola, comunica! Quando l’archeologia (si) racconta

Seminario e workshop sulla comunicazione dell’Antico attraverso media tradizionali e di ultima generazione.

intervengono:

Antonia Falcone, archeologa e blogger
Graziano Tavan, giornalista e blogger

Raccontare l'archeologia sulla carta stampata e sui social media necessita di competenze ibride in grado di unire giornalismo, comunicazione e conoscenza scientifica della materia.

Quali sono gli strumenti che un buon comunicatore deve possedere per parlare di una materia tanto affascinante quanto tecnica? Come si è evoluto il panorama giornalistico dalla scoperta della tomba di Tutankhamon a oggi? Un bravo archeologo può essere anche un bravo comunicatore?

Il seminario, a cura dell'archeoblogger Antonia Falcone (Professione Archeologo) e del giornalista Graziano Tavan (Archeologia Voci dal Passato), intende rispondere a queste ed altre domande che ruotano intorno al tema della disseminazione della conoscenza archeologica, offrendo non solo spunti teorici ma soprattutto pratici a chi vuole saperne di più.

Programma:

ore 11.00

Antonia Falcone, Il paradigma della sharing archaeology: dal diagramma stratigrafico alle Instagram stories.

ore 12.00

Graziano Tavan, Ricerca e divulgazione: l'archeologia sui giornali tra Tutankhamon e Indiana Jones.

ore 13.00

Workshop dedicato alla comunicazione archeologica attraverso le testate giornalistiche, i blog e i social media.

Evento Facebook

ORE 17.00 CINEMA E ARCHEOLOGIA

W poszukiwaniu średniowiecza

Alla ricerca dei secoli bui

Nazione: Polonia

Regia: Jakub Stępnik

Consulenza scientifica: Łukasz Miechowicz

Durata: 8’

Anno: 2017

Produzione: Jakub Stępnik

Breve racconto incentrato sulla passione per la ricerca e il modo in cui viene percepita l’atmosfera di una missione archeologica. Questo filmato riassume la seconda stagione di scavi condotti presso un deposito di derrate nella cittadella altomedievale a Chodlik, in Polonia.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/alla-ricerca-dei-secoli-bui/

Shepherds in the cave

Pastori nella grotta

Nazione: Canada - Italia

Regia: Anthony Grieco

Durata: 84’

Anno: 2016

Produzione: Anthony Grieco

Un gruppo internazionale di ricerca costituito da archeologi e restauratori inizia a lavorare al restauro degli affreschi medievali all’interno di un sistema di antiche grotte. Di fronte alle sfide della burocrazia locale e al sistematico abbandono dei siti archeologici, la squadra incontra una comunità di pastori e migranti che hanno usato le grotte per secoli, scoprendo una cultura ancora in vita che vale la pena proteggere. Il documentario è stato prodotto con il supporto del Canada Council for the Arts.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/pastori-nella-grotta/

ORE 18.30 INCONTRI DI ARCHEOLOGIA

L‘Italia dell‘Arte venduta

interviene:

Fabio Isman, giornalista e scrittore

Nel corso del nostro festival, avremo il piacere di ospitare Fabio Isman nel pomeriggio di sabato 20 ottobre, alle 18.30, che presenterà il volume L'Italia dell'arte venduta, edito da Le edizioni del Mulino.

Una vera e propria diaspora, quella delle opere d'arte italiane disperse nel mondo. "Una diaspora terribile. Che non è mai stata raccontata, se non per episodi isolati, e in modi assolutamente sporadici. E' una storia che vale la pena di narrare, al di là delle catastrofi causate dai conflitti, sempre irrispettosi dell'arte, o dei criminali scavi archeologici che alimentano i lucruosi mercati internazionali. Questa grande fuga ha condottto infinite opere di valore fuori dal nostro paese: a poco vale consolarsi col tantissimo che ci è rimasto, se non si riflette sul moltissimo che è sparito".

ORE 19.00 CINEMA E ARCHEOLOGIA

Artquake

Nazione: Italia

Regia: Andrea Calderone

Consulenza scientifica: Claudio Strinati, Emanuele Guidoboni,

Francesco Doglioni, Michelange Stefàno et alii

Durata: 60’

Anno: 2017

Produzione: TIWI

L’Italia possiede una condizione unica al mondo: possiede un patrimonio storico-artistico inestimabile e presenta un elevato rischio sismico. Il film affronta questa situazione eccezionale approfondendo il rapporto tra comunità umane, fenomeni naturali e creazione artistica, un rapporto che il terremoto ogni volta mette in crisi e riafferma.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/artquake-larte-salvata/

ORE 20.00 APERITIVO AL MUSEO

Visita guidata all’interno del Museo Civico “Antonino Di Vita” con degustazione di prodotti enogastronomici.

Si rinnova anche quest'anno l'appuntamento con #aperitivoalmuseo.
Tutti i giorni, tra le 19.30 e le 20.00, il museo civico "A. Di Vita" e quello etnografico "A. M. Coniglione" di Licodia Eubea si apriranno ai visitatori per una visita guidata e un ricco apericena a base di prodotti locali.
I vini saranno gentilmente offerti dallo sponsor del festival, l'azienda vinicola Baglio di Pianetto, attenta nella produzione di bianchi e rossi che raccontino la Sicilia, ma anche sensibile ad attività culturali che la promuovano in ambito nazionale e internazionale.

ORE 21.30 CINEMA E ARCHEOLOGIA

Living Amid the Ruins

Vivere tra le rovine

Nazione: Turchia

Regia: Işılay Gürsu

Consulenza scientifica: Işılay Gürsu, Lutgarde Vandeput

Durata: 13’

Anno: 2017

Produzione: British Institute at Ankara

Il film esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che vivono vicino ai siti archeologici sono influenzate dall'ambiente circostante. I siti archeologici presenti nel cortometraggio si trovano nell'antica regione di Pisidia, situata nella catena montuosa del Tauro, nella Turchia sud-occidentale.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/vivere-tra-le-rovine/

Peau d'Âme

Pelle d’anima

Nazione: Francia

Regia: Pierre-Oscar Lévy

Consulenza scientifica: Olivier Weller

Durata: 100’

Anno: 2017

Produzione: Look at Sciences

Una squadra di archeologi intraprende uno scavo nel punto in cui Jacques Demy ha girato le scene del film “Peau d’Ane” (Pelle d’Asino): la capanna in cui Catherine Deneuve si nasconde, la radura in cui viene accolta da Delphine Seyrig e altri luoghi del set cinematografico. Seguendo questa ricerca, un’altra favola comincia a prendere forma, nascosta sottopelle, ed è quella che cerca di cogliere la magia del lavoro filmico di Jacques Demy, il fascino del testo di Charles Perrault e la pervasività del racconto, le cui origini rimandano alla tradizione orale. Siamo noi che ricerchiamo la storia, o forse è la storia stessa a compiere una ricerca su di noi? Le scoperte del nostro archeologo vanno ben al di là delle sue aspettative iniziali.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/pelle-danima/

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Attività collaterali

Da giovedì 18 a sabato 20 ottobre

Museo etnoantropologico “P. Angelo Matteo Coniglione”

Museo Civico “Antonino Di Vita”

Aperitivo al Museo

Al termine del programma pomeridiano verrà aperto l’Aperitivo al Museo, una visita guidata all’interno dei due musei, con degustazione di prodotti enogastronomici. I ticket per la consumazione saranno in vendita presso il desk informazioni della sala proiezioni.

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Dal 18 ottobre al 18 novembre

Museo etnoantropologico “P. Angelo Matteo Coniglione”

Libia. Antiche Architetture Berbere

Mostra fotografica del regista Lucio Rosa.

Durante i giorni del Festival, la mostra sarà visitabile dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 17:00 alle ore 20:00. Saranno proiettati, a ciclo continuo, i film “Il segno sulla pietra”, “Libia is near”, “Fabrizio Mori, un ricordo”.

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Dal 18 ottobre al 31 dicembre

Già antica chiesa di S. Benedetto e S. Chiara

1915-1918. Licodia Eubea e i suoi figli nella Grande Guerra

Attraverso foto d'epoca, immagini e oggetti vari la mostra racconta il contributo dato dai 137 giovani soldati partiti da Licodia Eubea allo scoppio del conflitto mondiale e il loro ruolo nel contesto di quei tragici avvenimenti. L’esposizione è a cura dell’Archeoclub d’Italia “Mario Di Benedetto”.


Luce d’agosto: la tragedia americana di William Faulkner

Se la grande letteratura del ‘900 ha prodotto qualcosa che si avvicina alla forza suggestiva della tragedia greca di V secolo a.C., questo qualcosa è certamente Luce d’agosto di William Faulkner. Il premio Nobel, due volte premio Pulitzer e sceneggiatore americano è annoverato tra le più grandi penne del secolo passato. Celebre è infatti la sua scrittura magmatica e a tratti oscura, soprattutto quando si perde nei meandri di menti ‘ritardate’ o allucinate - come quelle dei fratelli Compson de L’urlo e il furore - o nella narrazione corale e multipolare di Mentre morivo (entrambi romanzi-capolavoro, ignorati dai suoi contemporanei e acclamati dai nostri). Il flusso di coscienza di matrice joyciana in Faulkner assorbe tutto, anche la realtà, mescolandola, quasi senza soluzione di continuità, ai pensieri dei suoi personaggi. Tra continui flashback e flashforward, il lettore si muove, tra le sue pagine, a tentoni, come in una nebbia, ma invogliato ad ogni giro di frase a proseguire il cammino, alla ricerca della luce, della parola che scioglie l’intreccio e lo riempie di significato.

Le storie che Faulkner narra riguardano vicende torbide e squallide, dalle atmosfere pulp e gotiche. Incesti, omicidi, delitti di sangue, adulteri, stupri erano il fulcro delle tragedie dell’antichità, e lo sono anche delle storie dello scrittore di New Albany, che nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, Mississippi ambienta la maggior parte dei suoi racconti.

La "Faulkner Portable", la macchina da scrivere Underwood Universal Portable appartenuta a William Faulkner. Foto di Gary Bridgman, CC BY-SA 3.0

Dopo il flop dei suoi ‘capolavori’ d’esordio, Faulkner raggiunge finalmente il successo con Santuario (1931) e Luce d’agosto (1932). Agli albori degli anni ’30 gli Stati Uniti sono nel pieno della recessione economica, la Jim Craw Law legalizza la segregazione razziale e il proibizionismo è ormai agli sgoccioli. Ed è proprio il contrabbando di alcool a fare da sfondo ai due romanzi di Faulkner più apprezzati dal pubblico dell’epoca: da un lato un cupo dramma senza possibilità di redenzione, Santuario, con al centro la vicenda personale (e scandalosa) di Tample Drake, giovane ragazza violentata in un capanno e poi segregata in un bordello di Memphis dal glaciale contrabbandiere senza scrupoli Popeye; dall’altro Luce d’agosto, la storia travagliata di Joe Christmas, uomo dalla pelle ‘color pergamena’ e ‘sangue negro’ nelle vene, anche lui contrabbandiere di alcool e assassino della donna bianca che amava, l’unica donna bianca che potesse amare a Yoknapatwapha: Joanna Burden, ultima superstite di una famiglia di abolizionisti del New England, trapiantata nell’ostile Mississippi schiavista, dopo la guerra civile.

È la natura equivoca e ambigua di Joe Christmas, metà bianco e metà nero, a renderlo uno degli antieroi più affascinanti e rari della letteratura americana. Come gli eroi tragici della tragedia greca, le cui contraddizioni venivano portate all’estremo sino ad implodere sulla scena, così Joe Christmas assurge a personaggio sommamente tragico: il suo non ri-conoscersi, non conoscere la propria reale natura ‘bianca’ o ‘nera’ nel mondo segregazionista e fanatico del Mississippi degli anni ’30, non può che spingerlo a rotta di collo verso un destino ineluttabile. Su di lui, come una spada di Damocle, pende (e penderà sino agli ultimi istanti di vita) quel ‘non conoscere’ la propria reale natura che era stata la causa dell’abbandono ancora in fasce in un orfanotrofio e poi dell’adozione da parte del fanatico religioso McEachern, che si era assunto il ‘fardello’ di redimerlo dalla sua natura ‘nera’ educandolo ad una vita di sacrifici e devozione religiosa che non gli impedirà però di ribellarsi e uccidere il suo padrone-patrigno.

Uno stabilimento per la lavorazione del legno negli anni '30, simile a quello descritto nel romanzo. Foto U.S. National Archives and Records Administration

Tuttavia, è l’amore ‘impossibile’ per Joanna la chiave di volta della vicenda umana di Joe, quell’amore che lei voleva in qualche modo ‘istituzionalizzare’, spingendolo ad abbandonare la vita facile del contrabbandiere di alcool. Unire due mondi che tutti volevano separati: è questo che fa esplodere la contraddizione profonda, ossia l’impossibilità di riconoscersi in una delle sue due nature in quanto entrambe mescolate nel proprio sangue; l’impossibilità di vivere una vita da bianco, lui sempre dimidiato, che per non pagare le prostitute nei bordelli si fingeva bianco per poi dichiararsi negro.

Nella tragedia antica, l’eroe tragico è messo in scacco nel momento in cui ‘riconosce’ di essere vittima di un dissidio insolubile legato alle proprie azioni consapevoli o meno: Edipo si acceca dopo la scoperta dell’incesto con sua madre e dell’omicidio del padre; suo figlio Eteocle è diviso tra la difesa della città e il legame che lo lega a suo fratello Polinice che voleva usurpare il suo trono; Aiace si suicida per la vergogna delle sue azioni mentre era acciecato dalla follia.

Nella tragedia americana di Faulkner, invece, il dissidio è nella natura stessa del suo antieroe: Joe Christmas è egli stesso la ‘sua’ contraddizione e l’omicidio dell’unica donna che lo potesse amare non è che la conseguenza del riconoscimento di questa sua condizione.

Ma non è tutto: a ben vedere, questo suo dissidio - il suo essere l’«ombra di un bianco»- è in verità il dramma di un’intera nazione. Joe Christmas, infatti, porta nelle sue vene quella ‘maledizione’ americana che è la «razza nera». Così la definisce il padre di Joanna Burden mentre mostra alla figlia la tomba in cui erano sepolti suo padre e suo figlio, ammazzati dal colonnello schiavista Sartoris: «Ricordatelo. Il tuo nonno e il tuo fratello giacciono lì, trucidati non da un bianco ma dalla maledizione che Dio ha gettato su un’intera razza prima che il tuo nonno o il tuo fratello o io o te fossimo mai stati anche solo pensati. Una razza condannata alla maledizione di essere in eterno per la razza bianca la maledizione e la condanna per i suoi peccati. […] la maledizione della razza nera è la maledizione di Dio. Ma la maledizione della razza bianca è il negro che sarà in eterno l’eletto di Dio perché una volta Egli lo maledisse».

La maledizione, che nella tragedia greca il dio scagliava come punizione contro il ghenos, la stirpe familiare, minandone l’integrità di generazione in generazione, in Luce d’agosto diventa la maledizione di tutta la nazione. Il dramma del razzismo, d’altronde, innerva la società americana e ne ha segnato irrimediabilmente la storia e la cultura. Il razzismo, inteso come la concezione della superiorità antropologica dell’uomo bianco su quello nero, per gli americani del Sud, come Faulkner e i suoi avi, non era semplice odio o paura del diverso, ma rappresentava l’architrave della propria identità culturale e, dopo la guerra civile, invece di essere estirpato dall’abolizione della schiavitù, si estese come un virus dal Sud in tutto il Paese.

Rex Theatre for Colored People, Leland, Mississippi, giugno 1937. Un luogo di segregazione. Foto di Dorothea Lange

Joe Christmas, dunque, non è che un mescolamento innaturale, un «abominio della carne» (queste le parole deliranti del folle Doc Hines, il nonno che lo aveva abbandonato in orfanotrofio), vero e proprio emblema di una nazione che non può ignorare - sembra dire Faulkner -, con l’illusione segregazionista, il suo dissidio e la maledizione per il proprio peccato originale. Ed è in questa follia collettiva, in questo fervore religioso quasi oracolare (che anima molti dei personaggi chiave di questa vicenda), che si consuma la tragedia di Joe Christmas, una tragedia tutta americana.

William Faulkner, fotografato da Carl Van Vechten (11 dicembre 1954). Foto Prints and Photographs division della United States Library of Congress, digital ID cph.3f06403

Eppure in Luce d’agosto manca quel nichilismo cieco e senza redenzione che corrode le anime ‘perdute’ di Santuario: è la Speranza infatti ad aprire e chiudere il romanzo, nella persona di Lena Grove, la giovane giunta a piedi, incinta, dall’Alabama, da sola e scalza, in cerca del padre della creatura che porta in grembo. Grazie a lei, alla sua ingenuità, che è seconda solo alla sua forza ostinata, Faulkner guida il lettore nell’abisso di Joe Christmas, ossia quella Dark House (titolo originale del romanzo, a cui fu poi preferito Light in August) che in fondo non è che l’America-Mississippi; ed è sempre grazie a lei, alla fine, che ne esce con gli occhi rivolti verso il Domani, verso il Tennessee.

La prima edizione di Luce d'agosto di William Faulkner.

Considerazioni a margine di pagina

Considerazioni a margine di pagina:

per il riscatto sociale dei fantasmi, degli ologrammi, degli ingranaggi silenti del sistema

Il correttore di bozze fu inventato verso il 1440: quando, cioè, il signor Gutenberg, inventata la stampa propriamente detta e tirata una bozza della sua prima composizione tipografica, trovò, nella seconda riga, una signora elefante al posto di una signora elegante. Allora il signor Gutenberg lanciò un grido di trionfo: aveva inventato l’errore di stampa.

Giovannino Guareschi, La donna elefante.

Gutenberg inventant l’imprimerie, di Jean-Antoine Laurent (1831). Foto di Xavier Caré

Nell’Art de toucher le clavecin di François Couperin si legge la seguente affermazione:

Se si trattasse di scegliere tra accompagnamento e pièces per giungere alla perfezione di uno o delle altre, sento che l’amor proprio mi spingerebbe a preferire le pièces. Convengo tuttavia che non c’è niente di più divertente per noi stessi, e utile per creare legami con gli altri, che diventare ottimi accompagnatori. Ma che ingiustizia! L’accompagnatore è l’ultimo a venire elogiato dopo un concerto! L’accompagnamento del clavicembalo, in queste occasioni, viene considerato come le fondamenta di un edificio, di cui non si parla mai, e che tuttavia sostengono tutto. Chi invece eccelle come solista gode dell’attenzione e degli applausi del pubblico.

Curiose considerazioni, per un trattato di tecnica clavicembalistica datato 1716-1717. Osservazioni che tuttavia hanno sollecitato una riflessione su quel mondo sommerso, fatto di fantasmi incorporei e sottopagati, di ingranaggi del sistema costretti a lavorare per pochi centesimi, il cui nome non figurerà mai, neppure nelle ultime righe dei titoli di coda di un film di quart’ordine passato dopo mezzanotte su Telecapri. Quelle anonime fondamenta sorreggono ogni cosa e non meritano di vedere la luce, non hanno diritto a un nome, a un ruolo; sono mere funzioni meccaniche, senza le quali, però, va tutto a ramengo.

Discorso applicabile a innumerevoli scenari, dal mondo dello spettacolo all’editoria, dalle sale da concerto ai teatri. Chi va in scena, sotto i riflettori, non è che la punta dell’iceberg. Che a detta di Greenpeace non se la passa neppure troppo bene ultimamente. Al di là del riscaldamento globale, sarebbe il caso di restituire un po’ di dignità e di considerazione a figure marginali ma imprescindibili, senza le quali non potremmo godere di un film, di uno spettacolo teatrale, di una mostra, di un piatto di carbonara, di un disco, di un libro. Sì, perché esiste ancora una sottile frangia di irriducibili feticisti che mantiene in vita il culto del libro senza vergogna e che si trova a maneggiare, purtroppo, idoli realizzati con sempre meno cura, precisione e riguardo.

Cosa c’è di più fastidioso e disturbante che scorgere tra le righe di un libro, pagato a volte anche a caro prezzo, refusi, errori di battitura, quando non addirittura imprecisioni sintattiche, concordanze sballate, segni di interpunzione lanciati a caso nella pagina? L’epidemia dilaga da quando il ruolo del correttore di bozze è stato accantonato, declassato, ridicolizzato, e il suo intervento ritenuto superfluo, pedante, inutile. Ci si affida all’autore per ripulire il testo e mai vi è stato errore più fatale: seguendo gli antichi dettami (“ogni scarrafone è bello a mamma sua”), il “genitore” è la figura meno adatta a giudicare la propria creatura e a correggerne i difetti caratteriali; gli errori sfuggono perché si è troppo “dentro” la propria scrittura, il cervello e gli occhi congiurano contro la pulizia e la precisione e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Qui avrei voluto mettere volontariamente un refuso, ma sono un correttore di bozze e per me è moralmente inconcepibile disseminare il testo di errori, fosse anche per gioco o provocazione.

Milano, 1950. Giovannino Guareschi legge il Candido e mostra la vignetta satirica di Carletto Manzoni contro il Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, a causa della quale fu processato e condannato con la condizionale a otto mesi di carcere. Foto Farabola - Giovanni Lugaresi, Guareschi: fede e libertà, Monte Università Parma Editore, 2010.

 

 

Mentre mi attorciglio in queste riflessioni, cercando di irrobustirle con una buona dose di teorie ed assiomi, mi capita tra le mani un delizioso libretto, che cattura la mia attenzione per fattura, dimensioni e sottotitolo. Parlo di un volumetto della collana “Piccoli quaderni di prosa e di invenzione” dell’editore Henry Beyle, stampato a Milano nell’ottobre del 2014 in 375 copie numerate (la mia è la 146). Un libriccino, formato 10x12, intitolato La donna elefante. Elogio del correttore di bozze di Giovannino Guareschi, estratto da Celebrazione del tipografo (Editrice Il quadratino, Torino 1968). La risposta alle mie istanze, il sollievo alle mie ambasce si concentra in poche illuminanti righe scritte dal creatore dell’epopea di Don Camillo e dell’onorevole Peppone; penna affilata, matita appuntita, mente brillante al di là delle posizioni ideologiche, autore più visto che letto (grazie anche alle indimenticabili interpretazioni di Gino Cervi e Fernandel) che ci offre, con la consueta tagliente ironia, un ritratto divertentissimo in forma di elogio della figura più bistrattata dal mercato editoriale di tutti i tempi. Apprendiamo così che:

Il correttore di bozze vive acciambellato in piccoli recinti situati nei punti più oscuri e più disturbati delle tipografie, essendo, il suo, un lavoro che richiede calma e ottima visibilità.

Chissà cosa penserebbe oggi, sapendo che il correttore di bozze è stato estromesso anche dallo sgabuzzino della tipografia e il suo ufficio trasferito a casa, alla fioca luce di un monitor, sotto una lampada giallastra che non affatichi gli occhi. Chissà cosa direbbe, sfogliando un Meridiano Mondadori, un Supercorallo Einaudi, un pregiato volume della Pléiade, di fronte a orrori quali “benediva”, “maledendo”, “dorghiere” et similia; chissà se proverebbe il mio stesso sgomento leggendo articoli di quotidiani on-line sgrammaticati, sciatti e zeppi di errori, perché l’importante è la sostanza non la forma, perché il correttore di bozze è un paladino di una crociata inutile, vezzosa, priva ormai di significato. La sua è una missione, più che una professione e oggi che il lavoro intellettuale è considerato mediamente un hobby, una forma sofisticata di volontariato, un mezzo attraverso cui gonfiare l’ego in luogo del più comune elio per i palloncini, questa considerazione, opportunamente distorta, appare quanto mai attuale.

È dura la vita del correttore di bozze. Con una paga media di cinquanta centesimi a cartella non può programmare le vacanze, non può permettersi di affittare qualcosa di più dignitoso di un sordido tugurio, non può pagare la cena alla fidanzata, e neppure una pizza biologica con farine di grani antichi, vegana e macrobiotica. Non può andare in palestra e neppure dal parrucchiere: per questo lo si riconosce per strada, dimesso, leggermente pingue, con le mani che tremano per i troppi caffè, i capelli – quando ci sono – arruffati e di colore indistinto, la borsa di moda in una precedente era geologica ricolma di foglietti, di qppunti, di ibuprofene, di quattro paia di occhiali, perché non è solo la masturbazione a creare problemi di vista gravi, di cioccolatini mezzi sciolti, di fazzolettini intrisi di lacrime raccolte dopo l’ennesimo accredito della vertiginosa somma di 20 euro per una settimana di lavoro matto e disperato.

Il correttore di bozze è di solito un uomo infelice: egli gira per le strade del mondo sempre in affannosa ricerca di errori. Legge tutti i cartelli, tutte le insegne, le epigrafi delle lapidi e dei monumenti, le pubblicità luminose, si arrampica fin sui tetti pur di segnare col suo lapis la parola o la lettera errate. Per il correttore di bozze l’errore di stampa è la più grave delle provocazioni.

Idraulico al lavoro. Foto di rick da Flickr, CC BY 2.0

Al correttore di bozze va tutta la nostra sempiterna gratitudine, possibilmente accompagnata da una cifra idonea alla sopravvivenza dignitosa, perché ho scoperto a mie spese che non puoi pagare al discount con una pacca sulla spalla della cassiera o scrivendo ai gestori delle utenze primarie missive in stile epico-tragico o declamando versi appassionati all’idraulico che ha appena chiesto 100 euro per aver estratto dal cestello della tua lavatrice 50 centesimi lucidi e storti, il corrispettivo di 2000 battute spazi inclusi, ossia il tuo compenso per un’ora di lavoro accurato. Idraulico che, contravvenendo alla mitologia erotica legata alla sua figura, rifiuta un pagamento in natura, uno scambio di servigi, una fratellanza tra poveri. Già, perché la povertà è stata abolita due giorni fa e quindi va tutto bene. Ed io che, come una stupida, continuo a chiedermi come arrivare a fine mese? Semplice: aboliamo il mese, aboliamo le settimane, aboliamo tutto l’abolibile. E il vile denaro lo lascio a voi, capitalisti succhiasangue. Io mi taccio perché in fondo, molto in fondo, sono una donna elefante.


ClassiCOOLt: ripartiamo dai classici della letteratura

ClassiCOOLt

Rubrica mensile a cura di Sara Ricci e Stefano Tonietto

I classici della letteratura sono quella cosa che tutti si vantano di aver letto almeno una volta nella vita, i più audaci addirittura due; che i più spudorati dichiarano di conoscere come le proprie tasche – nelle quali chissà perché ci finisce di tutto in maniera indistinta e poi in lavatrice è un casino.

I classici della letteratura sono una specie di status symbol, al pari di una borsa di Vuitton o di un paio di esosi trampoli di Louboutin, di un pregiato orologio da pseudoplutocomunista, di una fuoriserie parcheggiata in doppia fila perché ricchezza è impunità, di un Iphone scintillante che dura quanto uno sbadiglio e si impalla a morte due giorni prima dell’uscita del modello successivo.

I classici sono diventati un feticcio dell’alta borghesia dei salotti buoni, da esibire tra un martini e un sorso di champagne millesimato, con il tono distaccato da apericena o, in alternativa, con la pacata seriosità del marpione che seduce la fanciulla plasticosa con parole alate, attentando al mascara water proof discioltosi in una valle di lacrime di commozione.

I classici della letteratura ce li hanno rubati. I borghesi? No, sarebbe troppo anche per loro. Gli autori reali del furto sono l’indifferenza, la velocità, il culto del mordi e fuggi, la parcellizzazione. Non si può assaggiare un pezzettino di Anna Karenina per dirsi cultori di Tolstoj, non si può solo annusare il fetore di cadavere dello Ieroschimonach Zosima per accedere al torbido universo della genealogia di Fëdor Pavlovic: la letteratura non è un gioco di società, è piuttosto il suo disvelamento, la lente deformante che restituisce all’occhio del lettore la realtà nelle sue inestricabili connessioni, nelle sue immancabili contraddizioni, nella sua pulsante vitalità.

Perché dunque non riappropriarci della sola cosa che ci potrebbe arricchire senza infliggere il colpo di grazia al salvadanaio a porcellino o al nostro precario conto in banca? Noi che una Vuitton neppure serbando sotto il cuscino sei mesi di stipendi al netto delle ritenute d’acconto, noi che per sapere che roba è una Louboutin siamo andati a cercare su google, noi che al polso al massimo abbiamo lo Swatch dei diciotto anni e che in doppia fila parcheggiamo forse le natiche, sorseggiando una birra seduti sul cofano di una macchina generalmente altrui, noi che andiamo orgogliosi della vita eterna del nostro nokia 3310, il non-morto, il telefono che prende anche nelle caverne, il più amato dalle madri apprensive e dalle fidanzate con manie di controllo.

Noi dobbiamo riprenderci il piacere, il gusto e la bellezza dei classici. Non da sfoggiare come l’ultimo modello di Chie Mihara, non da esibire come una metaforica (o effettiva) erezione, non da adoperare per segnare il confine, l’abisso, la distanza siderale tra i due mondi. Ma da possedere per ampliare i nostri orizzonti, per viaggiare senza bisogno del supplemento bagagli a mano Ryanair, per esplorare il mondo senza esserne allontanati, banditi, ignorati.

Leggere i classici significa vivere più vite insieme, conoscere le pieghe dell’animo umano – dai meandri più oscuri e biechi alle luminose vette di bontà – acquisire spirito critico, affinare i sensi, praticare la lentezza, l’indugio, l’incanto. Perché i classici hanno bisogno di tempo, di silenzio, di pazienza, di dedizione. Non sono libri da leggere mentre la lavatrice finisce la centrifuga, mentre si è in fila alla posta, nella confusione di un autobus o nelle infinite sospensioni temporali di un viaggio in regionale. No, i classici hanno bisogno di attenzione, di una poltrona comoda, di una coperta se fa freddo, di una tazza di qualunque liquido – dal caffè alla grappa – che contribuisca al rilassamento e alla concentrazione. Se proprio non riuscite a rilassarvi, all’inizio, si può ricorrere al Tiocolchicoside, ma con moderazione, non più di 8mg ogni 12 ore.

Ecco svelato il mistero di questa nuova rubrica, che ogni mese vi ricongiungerà a un classico con l’obiettivo di sedurvi, irretirvi e avvincervi tra le pagine intramontabili di opere ormai desuete che, tuttavia, hanno ancora molte cose da dire. Ci rivolgiamo a lettori appassionati, ai quali speriamo di offrire un nobile servigio; ma anche a lettori implumi, che trarrebbero enorme giovamento da queste letture; ci rivolgiamo infine anche agli esibizionisti da salotto, i quali, grazie a questo piccolo vademecum per muoversi nell’intricato mondo della letteratura, potranno se non altro azzeccare qualche citazione, contestualizzare meglio le proprie esternazioni, sedurre fanciulle facilmente impressionabili con le poesie di Verlaine e non, santi numi, con le massime filosofiche ed esistenziali di Fabio Volo.

Vi diamo quindi appuntamento al prossimo mese con un piccolo gioiello semi-sconosciuto, recentemente ripubblicato nella bella traduzione di Gina Martini da Quodlibet Compagnia Extra: l’immenso, ironico, destabilizzante, bizzarro ultimo romanzo incompiuto di Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet. [SR & ST]


Festival del Medioevo: oltre cento eventi per la grande manifestazione eugubina

Sono davvero tantissimi gli appuntamenti di questa IV edizione del Festival del Medioevo che si terrà a Gubbio dal 26 al 30 settembre. Il tema di questa quarta edizione è Barbari. La scoperta degli altri, il cui programma potete trovare qui o scaricare qui.

Un viaggio tra i popoli e gli individui. In mezzo ai “forestieri” e intorno ai confini, le convenzioni della storia e della geografia: segni che indicano un limite comune. Qualcosa che separa ma allo stesso tempo può anche unire. E che costruisce l'alterità e l'identità, l'amico e lo straniero, l'estraneo e il diverso. Una parola che contiene in sé l'idea di un territorio definito, di una separazione. Ma che indica anche una meta da raggiungere o un obiettivo da superare.

In pochi anni il Festival del Medioevo è diventata la più importante manifestazione nazionale di divulgazione storica intorno ai secoli della cosiddetta Età di Mezzo. L'appuntamento annuale a Gubbio è insieme colto e popolare. Propone più di cento eventi. Oltre duecento i protagonisti:  storici, scrittori, artisti, architetti, scienziati e giornalisti.

Il Festival del Medioevo 2018 è quindi ricco di eventi collaterali al programma delle Lezioni di Storia: sono previste numerose attività come incontri con gli autori, la Fiera del libro medievale, mostre,
dimostrazioni, living history, spettacoli e concerti, visite guidate e attività per i più piccoli.

Ritroverete parte dei suddetti eventi in questo post in aggiornamento quotidiano.

Indice:

  • Trekking letterari gratuiti tra le meraviglie eugubine
  • Due spettacoli sotto gli affreschi di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant'Agostino
  • Tre spettacoli di falconeria al Festival del Medioevo
  • Il Gruppo Sbandieratori Gubbio per due esibizioni coinvolgenti
  • Bambini e ragazzi protagonisti tra letture, giochi di ruolo e teatro delle ombre
  • Laboratorio di danze medievali
  • Con la funivia per salire in cima al "Colle Eletto"

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Letteratura latina inesistente: prove tecniche per un manuale potenziale

La storia della tradizione dei testi classici è la storia di voragini, lacune, errori, imprevedibili scherzi della sorte, beffe inattese. Un cimitero di cruces desperationis, anonimo ossario in cui confluiscono frammenti sparsi, emistichi, schegge implose e ormai impossibili da ricomporre.

E sono proprio quei buchi abnormi a solleticare la fantasia dei filologi, bizzarri esseri che custodiscono segretamente nell’armadio le sacre effigi di Karl Lachmann e Luciano Canfora invece delle immagini di prosperose fanciulle ignude o degli addominali scolpiti di Matthew McConaughey.

È in quello spazio inesorabilmente vuoto, nel dialogo interrotto della Storia, in quel silenzio imbarazzato e imbarazzante che si insinua il potenziale, spazio intrinsecamente indefinito e privo di confini precisi come la Polonia di Ubu re, abitato tuttavia da autori che giocano con il linguaggio come fosse materia da plasmare, suggestione metamorfica, iperbolica astrazione. Luogo in cui l’inesistenza, lungi dall’essere mera provocazione intellettualoide e cervellotica, diviene istanza letteraria paradossale e immaginifica.

Stefano Tonietto, Letteratura latina inesistente, Quodlibet, Macerata 2017.

Esattamente un anno fa vedeva la luce per i tipi di Quodlibet questo curioso volumetto il cui titolo, Letteratura latina inesistente, non poteva passare inosservato agli occhi di una filologa classica redenta e naufragata per caso sulle rive scoscese dell’isola di Faustroll.

Un manuale sui generis, che sembra fare il verso ai volumi di storia della letteratura latina che hanno popolato di incubi le notti dei liceali di tutti i tempi, ricalcandone la canonica struttura cronologica e il procedere per generi letterari, con un corredo di testi ed exempla tradotti dai migliori esperti del settore, rigorosissime note a piè di pagina e persino un’appendice dedicata alle vite di quattro filologi contemporanei, imperdonabilmente ignoti alle istituzioni universitarie e all’ANVUR.

Un manuale che contiene un tesoro preziosissimo: tutto ciò che abbiamo perduto, che non ci è giunto, che è sfuggito a qualsiasi catalogazione d’archivio. In poche parole, tutto ciò che non è mai esistito ma che, proprio per questa ragione, potenzialmente, potrebbe essere e al tempo stesso non è. Dalle prime iscrizioni su oggetti ai carmina propiziatori per ingraziarsi qualche oscura divinità, dalle correnti letterarie premonitrici – che spaziano dal frammentismo ai libera verba – ai rivoluzionari scrittori per viam, dai Neoneóteroi alle nuove frontiere dell’animaecura evolutasi nel culto del diwan.

Le voragini si attenuano, le ferite della storia vengono sanate dall’esprit ludique di un autore che padroneggia con estrema maestria il gioco raffinatissimo della riscrittura, della falsificazione, dell’allusione erudita, della citazione sottovoce, elevando a manifesto poetico e poietico quella che potrebbe apparire a prima vista un’operazione letteraria destinata al solo divertimento.

Sulla scia luminosa della filologia potenziale dell’oplepiano Luca Chiti (autore del Centunesimo canto della Divina Commedia), Stefano Tonietto osa spingersi oltre, sorretto da una fantasia straordinaria e da una altrettanto straordinaria padronanza linguistica, metrica, stilistica: nasce con lui la filologia creativa, disciplina che unisce al rigore scientifico e all’imprescindibile facoltà di divinazione la gioia divertita della creazione, quella follia incontrollata e geniale che rappresenta il sogno impudico di ogni studioso, lo spazio di libertà illimitata di ogni vero scrittore.

Biografia Breve (BB)

Stefano Tonietto (Padova, 1960), insegnante, ex poeta cavalleresco, scrittore (in)esistente affetto da anacronismo patologico conclamato. Collabora con blog e riviste, ha pubblicato con Inchiostro, Quodlibet, Fuoco fuochino, Babbomorto, Edizioni del Collage de ’Pataphysique. Da poco è ufficialmente entrato nel Collage de ’Pataphysique in qualità di Membro Inesistente.


Presentazione "Enotri e Brettii in Magna Grecia. Modi e forme di interazione culturale"

Discover Museums

Presentazione del volume Enotri e Brettii in Magna Grecia. Modi e forme di interazione culturale

Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone)

2 settembre 2018 – Ore 18.30

Domenica 2 settembre 2018, alle ore 18,30, presso il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna, in occasione dell’evento DISCOVER MUSEUMS promosso dall’UniCal, il Polo Museale della Calabria ha organizzato la presentazione del volume Enotri e Brettii in Magna Grecia. Modi e forme di interazione culturale (a cura di G. De Sensi Sestito e S. Mancuso, Rubbettino Editore 2017). L’opera è esito di un progetto di ricerca e di valorizzazione del patrimonio storico-archeologico regionale promosso dall’Università della Calabria per far emergere con adeguata evidenza il quadro variegato di presenze e di relazioni fra culture e popoli diversi del Mediterraneo fiorite all’interno della Calabria nel primo millennio a.C. . La ricchezza del patrimonio storico e archeologico calabrese, dalla protostoria all’età ellenistica, infatti, non si esaurisce nello splendore della cultura delle città magno-greche fiorite lungo le coste ionica e tirrenica, ma include la serie di insediamenti degli Enotri che con esse avevano in varie forme interagito fino all’epoca classica e di quelli dei Brettii strutturatisi dalla metà del IV secolo a.C. in poi, disseminati nelle aree collinari a controllo dei punti di accesso dalla costa e della viabilità interna.

Nello stesso tempo, presso il Museo Archeologico Nazionale di Crotone, sarà possibile visitare (con ingresso gratuito) la mostra temporanea “Keramèus: vasi e recipienti ceramici greci dalle collezioni del Museo di Crotone”. La mostra, che ha aperto una serie di iniziative per celebrare il cinquantesimo anniversario della fondazione del Museo archeologico nazionale di Crotone (importante presidio culturale che negli anni ha costituito un fondamentale riferimento per la formazione identitaria del territorio), presenta reperti dai magazzini, mai esposti e provenienti da scavi archeologici nel territorio, ma anche da consegne operate dalla Guardia di Finanza in favore del patrimonio pubblico.
Le iniziative dei musei di Crotone avvengono nell’ambito dell’iniziativa ‘Discover Museums’, un percorso che invita alla scoperta del patrimonio culturale regionale e si realizza proprio nell’anno che l’Europa dedica alle sue risorse culturali.
All’insegna della scoperta e della valorizzazione dei tesori museali della Calabria il prologo della tanto attesa Notte dei Ricercatori 2018 – “SuperScienceMe – REseArCH in your REACH”, quest’anno annoverata tra i progetti ufficialmente riconosciuti dall’Unione Europea. Il grande evento scientifico che quest’anno coinvolge tutti gli atenei calabresi, la Regione Calabria, il CNR sarà preceduto, infatti, da “Discover Museums”, il pre-evento, fissato per il 2 settembre, grazie al quale tutti i musei aderenti alla Notte dei Ricercatori coinvolgeranno, attraverso un ricco programma di attività, i visitatori in un affascinante percorso di conoscenza delle loro meraviglie storiche, culturali e artistiche.

Discover Museums è stato pensato proprio perché questo è l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale e la Calabria possiede così tante risorse culturali da poter rispondere straordinariamente all’appello dell’Europa. L’evento si dipanerà lungo tutta la giornata, con orari specifici per ogni museo.
E dopo il viaggio culturale di “Discover Museums”, come ormai da quattro anni, l’appuntamento con la Notte dei Ricercatori è per l’ultimo venerdì di settembre, ovvero il 28. E quest’anno oltre all’Università della Calabria, che è l’ideatrice del format calabrese dell’evento scientifico, la Notte dei Ricercatori si svolgerà anche negli atenei di Catanzaro e Reggio Calabria, in collaborazione con molti istituti del CNR e in sinergia con il Dipartimento Programmazione Nazionale e Comunitaria della Regione Calabria e FinCalabra.

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Roma: presentazione libro “Alle origini di Quarto Potere. Too much Johnson: il film perduto di Orson Welles”

La Casa del Cinema ospita la presentazione del libro “Alle origini di Quarto Potere. Too much Johnson: il film perduto di Orson Welles”

Venerdì 25 maggio alle ore 18 in sala Deluxe.

Presenti l’autore Massimiliano Studer, Enrico Ghezzi e Roberto Perpignani

Roma, 23 maggio 2018 – Nella sala Deluxe della Casa del Cinema di Roma verrà presentata venerdì 25 maggio alle ore 18 la novità editoriale firmata da Massimiliano Studer per Mimesis Edizioni: “Alle origini di Quarto Potere. Too much Johnson: il film perduto di Orson Welles”. L’autore introdurrà la propria opera in compagnia di due illustri ospiti: Enrico Ghezzi (Fuori Orario, Blob) e Roberto Perpignani (Coordinatore del Corso di montaggio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia). Al termine dell’incontro, verrà proiettata una video intervista a Ciro Giorgini dedicata al ritrovamento di Too Much Johnson: Ciro Giorgini. La Magnifica Ossessione Too Much Johnson e il cinema di Orson Welles(HD, col. e B/N, 36’, 2014).

Quando si legge il nome di Welles ci si trova nella strana condizione di dover fare i conti con un gigante che si è sempre divertito a creare rompicapi e produzioni filmiche costellate di misteriose vicissitudini. Come quelle legate al suo primo inedito film: Too much Johnson. Creduta distrutta nell’incendio che colpì la casa madrilena di Welles nell’agosto 1970, la copia della sua opera prima venne ritrovata nel 2008, a distanza di settant’anni dalla sua realizzazione, da un ragazzo del cineclub Cinemazero di Pordenone, Mario Catto. Rovistando fra le scatole che una ditta di trasporti locale intendeva eliminare, Catto trovò la preziosa pellicola, successivamente riconosciuta come autentica da Ciro Giorgini, grande esperto dell’opera di Orson Welles.

Dieci anni dopo il ritrovamento del film, nel frattempo restaurato dalla George Eastman House con il contributo della National Film Preservation Foundation, Massimiliano Studer torna sull’opera “fantasma” che, nel 1938, ha inaugurato la carriera cinematografica di una delle figure più estrose e imprevedibili dell’intero panorama artistico. Il risultato è un volume che va ad arricchire significativamente l’esegesi wellesiana, presentando una ricostruzione di ampio respiro del mondo artistico e culturale del primo Orson Welles, con particolare attenzione al contesto storico, politico e culturale della New York anni trenta. Uno strumento per gli amanti del cinema e non solo impreziosito da una prefazione di Paolo Mereghetti e da un’intervista allo stesso Ciro Giorgini.

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Germania e America: un viaggio nel cinema con Antonio Monda

Germania e America: un viaggio nel cinema con Antonio Monda

La presentazione del suo nuovo libro alla Casa del Cinema. Una conversazione su New York, film e personaggi degli anni ’40 e i fantasmi del passato

Roma, 16 marzo 2018 – L’appuntamento è fissato per lunedì 19 marzo alle ore 19.00 nella Sala Deluxequando, in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Io sono il fuoco (Mondadori Editore), Antonio Monda incontrerà il direttore della Casa del CinemaGiorgio Gosetti, per una serata dedicata al cinema, alla letteratura, alle storie tra Germania e America nell’anno 1945.

Proseguendo una tradizione che delinea un percorso tra libri e film e ha in New York il suo fulcro narrativo, Antonio Monda racconta l’anima segreta di un uomo sospeso tra due mondi, la Germania nazista e l’America cosmopolita degli esuli e degli apolidi. L’immaginario dei grandi film che descrivono quegli anni fa da sfondo alla tela di un singolare viaggio nella memoria e nelle passioni dell’autore.

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Venezia: undicesima edizione del Festival Internazionale di Letteratura "Incroci di civiltà"

L’UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI PRESENTA

INCROCI DI CIVILTÀ

FESTIVAL INTERNAZIONALE DI LETTERATURA

A VENEZIA

 

Dal 4 al 7 aprile 2018 venticinque scrittori provenienti da ventuno Paesi incontrano il pubblico per l’undicesima edizione del Festival

Credits: Annalena McAfee

VENEZIA - Sarà Ian McEwan, l’acclamato autore inglese di romanzi, racconti e sceneggiature – come Bambini nel tempo (Einaudi, 1988), Espiazione (Einaudi, 2002)  e i più recenti Chesil Beach (Einaudi, 2007), Solar (Einaudi, 2010), Miele(Einaudi, 2012), La ballata di Adam Henry (Einaudi, 2014), Nel guscio (Einaudi, 2017) – a inaugurare al Teatro Carlo Goldoni mercoledì 4 aprile alle ore 17.00 l’undicesima edizione di Incroci di civiltà, il Festival internazionale di letteratura a Venezia, ideato e organizzato dall’ Università Ca’ Foscari Venezia – che festeggia quest’anno i suoi 150 anni –  in collaborazione con Fondazione di Venezia e Comune di Venezia e inserito all’interno del programma ‘le Città in Festa’, con la partnership di The BAUERs Venezia, Fondazione Musei Civici Venezia e Marsilio.

Questa undicesima edizione di Incroci di civiltà ribadisce lo spirito del festival, capace di accostare firme prestigiose ad autori emergenti e offrire al vasto pubblico di lettori appassionati una prospettiva privilegiata sulla letteratura contemporanea mondiale.

Dal 4 al 7 aprile 2018 si incontreranno a Venezia venticinque scrittori provenienti da ventuno Paesi: Australia, Cile, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Israele, Italia, Kenya, Nicaragua, Nigeria, Norvegia, Malesia, Marocco, Romania, Russia, Sri Lanka, Spagna, Svezia, Turchia.

Un focus speciale sarà dedicato agli autori africani, con la presenza di Ngũgĩ wa Thiong’o e Abdilatif Abdalla (Kenya), e del Premio Nobel per la Letteratura nel 1986 Wole Soyinka (Nigeria). Verranno presentati i primi due numeri con testo a fronte della nuova collana della Libreria Editrice Cafoscarina ‘Incroci di civiltà’: poesie scelte di Mohamed Moksidi (Marocco) a cura di Simone Sibilio (Ca’ Foscari) e due racconti di Emine Sevgi Özdamar (Turchia/Germania) a cura di Stefania Sbarra (Ca’ Foscari).

Michele Bugliesi, Rettore dell’Università Ca’ Foscari Venezia: «Incroci di civiltà è uno degli appuntamenti culturali di punta di Ca’ Foscari, una manifestazione nata sotto il segno dell’inclusione e della diversità culturale e linguistica, temi che sono propri del nostro Ateneo, della nostra ricerca scientifica e dei progetti e interessi dei nostri docenti e ricercatori. Quest’anno, all’undicesima edizione, il Festival continua ad appassionare molti lettori e cittadini e ad attirare a Venezia le firme più affermate del panorama letterario internazionale. Le tematiche d’attualità e l’interesse per le diverse culture continuano a costituire il cuore della proposta di Incroci di civiltà, che può contare sulla preziosa collaborazione delle principali istituzioni cittadine che ringrazio per il loro sostegno».

Flavio Gregori, Prorettore alle Attività e Rapporti Culturali di Ca’ Foscari: «Incroci di civiltà è uno dei momenti più alti della programmazione culturale di Ca’ Foscari. Come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’inaugurazione del 150esimo Anno Accademico, Ca’ Foscari ha una vocazione speciale nel panorama italiano per lo studio e l’insegnamento delle lingue e letterature straniere di tutto il mondo. Incroci rappresenta in modo esemplare questa vocazione  facendo dialogare scrittrici e scrittori di oltre venti Paesi con i nostri docenti e con il pubblico dei lettori. Incroci non è solo un festival che dura i quattro giorni della manifestazione ma è il risultato di un lavoro di tutto l’anno da parte degli organizzatori, dei professori, degli studenti, del mondo editoriale e di tutti coloro che vi collaborano. È una realtà riconosciuta e apprezzata a livello nazionale e internazionale, diventata uno degli eventi più importanti, centrali e attesi nella vita culturale di Venezia».

Pia Masierodirettrice del Festival Incroci di civiltà: «E’ un privilegio per me essere anche quest’anno la direttrice di Incroci di civiltà per quello che il festival rappresenta per l’Ateneo e per la città. Non un salone del libro, né una semplice vetrina per le ultime novità editoriali, ma un momento di riflessione profonda su temi che continuano ad essere centrali per il nostro tempo. Incroci di civiltà è uno dei modi – belli e riusciti – con cui Ca’ Foscari dialoga con la città di Venezia».

Giovanni Dell’Olivo, direttore della Fondazione di Venezia: «Lo sguardo privilegiato degli scrittori e delle scrittrici ci offre la grande opportunità di osservare il mondo di oggi e leggere la contemporaneità. L’avvicinarsi, l’incontrarsi, il dialogare e l’incrociarsi di culture vicine e lontane ci consente di affrontare e analizzare le tematiche più urgenti e attuali. Ci sta a cuore la crescita culturale della nostra comunità e questa rassegna internazionale, per la qualità dei suoi contenuti e la statura dei suoi protagonisti, è linfa vitale per il nostro territorio. Con orgoglio, dunque, la Fondazione di Venezia rinnova il suo supporto a Incroci di civiltà nell’ambito di un consolidato rapporto di collaborazione, attiva e progettuale, con l’Università finalizzato allo sviluppo culturale della collettività e dei giovani in particolare».

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