Tutto chiede salvezza: delicatezza per una storia complessa

Uno dei più acclamati fra i dodici candidati al Premio Strega 2020 è il secondo romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, uscito per Mondadori il 25 febbraio 2020.

Il libro tratta con tatto ed efficacia un tema delicato e quanto mai complesso, quello della malattia mentale: si tratta, infatti, della cronaca, giorno per giorno, dei sette giorni del TSO a cui viene sottoposto il protagonista (nella finzione, omonimo dell’autore), un ventenne che soffre di depressione e attacchi di rabbia. Ed è proprio dopo un’esternazione particolarmente violenta e devastante di questa rabbia che il giovane è costretto ad un trattamento sanitario obbligatorio, in una caldissima settimana dell’estate 1994, nei giorni d’esordio dei mondiali di calcio in USA.

L’autore non è nuovo a questo tipo di tema. Nel suo primo romanzo, La casa degli sguardi, Mencarelli ci raccontava di un altro giovane (ancora una volta Daniele), affetto da depressione, e del suo tentativo di dare un senso alla propria vita. Entrambi gli omonimi protagonisti hanno a che fare con la poesia. Quello de La casa degli sguardi il poeta lo fa di professione, mentre il Daniele di Tutto chiede salvezza scrive poesia nel tempo libero, condividendola solo con sua madre, e, nel piccolo frangente costituito dal suo TSO, ad un certo punto, anche con i compagni di reparto.

Non è un caso che Daniele Mencarelli, prima ancora che romanziere, sia un poeta. È forse proprio la poesia a conferirgli il tatto e la delicatezza con cui raccontare storie tanto dolorose e spesso controverse, se si pensa ai pregiudizi e alle idee distorte che sono ancora drammaticamente diffuse riguardo i problemi di salute mentale.

La trama è estremamente semplice, leggiamo il resoconto giornaliero del TSO, fatto in prima persona dal protagonista. I personaggi, che conosciamo attraverso il filtro della percezione di Daniele, sono molto ben delineati. I “compagni di prigionia” (per quanto totalmente improprio sia il termine prigionia) sono esempi della varietà di ragioni per cui si può finire in un ospedale psichiatrico.

I compagni più vicini a Daniele sono due: Gianluca, un giovane uomo con disturbo bipolare, costretto ad un TSO da un episodio di depressione maggiore, e la cui madre bigotta collega il problema psichiatrico del figlio alla sua omosessualità; e Giorgio, un gigantesco e muscoloso trentenne, vittima del proprio autolesionismo e di violentissimi attacchi di rabbia, in seguito al trauma della perdita della madre, che non poté vedere un’ultima volta, dopo la morte improvvisa, quando lui era solo un bambino.

Sebbene queste siano le personalità più definite e approfondite (perché più vicine al protagonista), le storie degli altri pazienti risultano altrettanto ben delineate. Abbiamo Mario, un maestro in pensione, apparentemente “normale” nel presente, ma vittima di un passato atroce, Alessandro, affetto da catatonia, e “Madonnina”, un ragazzo, ormai incapace di rispondere di sé, che ripete la straziante preghiera “Maria ho perso l'anima, aiutami Madonnina mia”.

Ma non sono questi gli unici personaggi della storia. Uno dei meriti di Mencarelli è quello di aver saputo ricostruire un intero microcosmo, che include pazienti, medici e infermieri. Abbiamo infermieri anestetizzati dall’abitudine di un lavoro così aspro, altri infermieri, invece, ben più capaci di stabilire un rapporto empatico con i pazienti. Poi abbiamo i medici, alcuni più distaccati, altri più attenti. Non ci troviamo di fronte a una realtà dalle tinte necessariamente chiarissime. Non ci sono pazienti buoni e medici cattivi, né medici buoni e pazienti cattivi. Ci sono esseri umani con storie diverse. Esseri umani che, come da titolo, chiedono salvezza, apertamente (come Daniele) o in silenzio, quasi nascondendolo (come Mario, o perfino Alessandro). Esseri umani capaci di sentire la vita con più o meno forza, capaci di percepire tanto o poco, troppo o niente. Capaci o incapaci di curare o curarsi.

Va detto: in questo romanzo non succede moltissimo. Sono pochi gli episodi veramente drammatici, che contribuiscono al dipanarsi della trama. Eppure sono lì, e mantengono la propria forza, senza sconfinare in eccessi o drammi irreversibili. Questa diffusa semplicità (nella trama, negli episodi salienti) si ritrova nei dialoghi – un po’ in italiano, un po’ in romanesco – e nella lingua della narrazione, che è asciuttissima, essenziale, quasi non letteraria. Non so dire se è questo tratto a farmi apparire il romanzo, nel suo complesso, poco incisivo. Qualcosa manca, qualcosa sfugge. Se, da un lato, questa delicatezza (e torno a ripetere questo termine, quasi fino alla nausea) è sicuramente meritevole di elogio, dall’altro è come se stemperasse la letterarietà e la forza del romanzo.

È, comunque, in sostanza, una prova letteraria interessante, quella di Mencarelli con Tutto chiede salvezza. È tempo che si scriva di più (e bene) anche in Italia – perché in altri paesi, già lo si fa di più e da più tempo – su temi di questo tipo, e Daniele Mencarelli sembra aver trovato il suo personale ed efficace linguaggio per farlo.

 

tutto chiede salvezza Daniele Mencarelli
La copertina del romanzo Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, pubblicato da Mondadori

 

Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.  


santa anoressia

La santa anoressia: studi tra digiuno e misticismo

SOFFERENZA FISICA, CORPO, APERTURA AL DIVINO, SESSUALITÀ/EROS: LA SANTA ANORESSIA

C'è un legame che accomuna le giovani anoressiche del XXI secolo e le sante ascetiche – Caterina da Siena (1380†), Veronica Giuliani (1727†) – che in età medievale si mortificavano in continui digiuni, talvolta lasciandosi morire di fame? A tal proposito Rudolph M. Bell, professore di Storia alla Rutgers University (New Jersey, U.S.A.), espose chiaramente il suo pensiero attraverso il volume titolato La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma - Bari 1987, analizzando questo rifiuto del cibo come un medesimo meccanismo psicologico indotto da condizioni sociali simili che spingono le adolescenti a liberarsi di un mondo opprimente con un totale rifiuto della società, della vita e del proprio corpo.

Oggetto dello studio di Bell sono le centinaia di sante, venerabili e beate italiane vissute tra XIII e XX secolo, che presentano comportamenti anoressici. Il loro rifiuto del cibo viene individuato come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica perpetuata dal genere maschile. Nel Medioevo la società era improntata all’uomo e al suo predominio: le donne apparivano come realtà contrastanti prodotte dalle fantasie e dai timori di padri, mariti e uomini di Chiesa. Questa tendenza maschile all’idealizzazione e alla sottovalutazione della donna dominava socialmente l’universo femminile che si vedeva così imprigionato e custodito in un corpo tutto fisico, sensuale, simbolo del peccato, al quale era preclusa un’autonoma esperienza nel contesto sempre più costrittivo della società cittadina del tardo Medioevo, delle sue regole e delle sue esclusioni.

La copertina americana del libro di Rudolph M. Bell, Holy Anorexia, University of Chicago Press, 1985.

Nel primo capitolo del suo saggio, Bell rappresenta queste donne attraverso la patologia dalla quale crede siano affette, l’anoressia nervosa: ossia l’avversione del cibo dovuta a qualche disturbo della personalità che provoca un affamarsi volontario. Convinto che il modello di comportamento anoressico non sia soltanto un fenomeno intrapsichico ma anche un dato sociale, l’autore esamina come l’anoressia nervosa sia stata definita e trattata nel corso di vari secoli.

Richard Morton, Philippe Pinel e molti altri specialisti della mente, vissuti tra XVII e XVIII secolo, non riuscivano a distinguere l’anoressia nervosa da altre malattie «nervose», come l’isteria. Gli studi, alla fine del XIX secolo, dei medici William W. Gull e Charles E. Lasègue portavano ad una diagnosi e nomenclatura precise, differenziando l’anoressia dal dimagrimento isterico e sintomatico. Inoltre, queste osservazioni portano Bell a considerare i componenti del nucleo familiare e/o quelli emotivamente vicini alle pazienti responsabili della malattia, poiché alimentavano il conflitto interiore, facendo crescere nelle ragazze il desiderio di autonomia e di fissazione di un’identità personale che dipendesse solo dal rifiuto del cibo, reso amaro a causa delle preoccupazioni affettive di coloro che, non solo inconsciamente, volevano controllare il loro corpo ed il loro comportamento.

Sigmund Freud, foto di Max Halberstadt in pubblico dominio

In questa cammino verso l’autoaffermazione, il rifiuto del cibo incontra la pulsione sessuale: nel XX secolo, Freud pone alle origini della negazione della paziente anoressica per il cibo la sua stessa proiezione del rifiuto verso una fantasia di fecondazione orale connessa con il fallo paterno. Bell non accetta questo transfert ma riconosce il vincolo tra appetito e pulsione sessuale, comunque distinti dalle necessità fisiologiche che le “sante anoressiche” cercano di domare ed infine di sopprimere. Queste violente privazioni permettono al corpo e all’anima di comunicare con Dio e saranno compensate tramite la liberazione estrema rappresentata dalla morte. Il cibo diventa un ostacolo all’elevazione dello spirito e la rinuncia ad esso diventa una scelta religiosa affinché si abbandoni quella materialità che rende impossibile l’elevazione dell’anima. Così all’astinenza alimentare si lega quella sessuale, entrambe indispensabili a mantenere quell’equilibrio psico-fisiologico utile per garantire lo status verginale, obiettivo privilegiato per incontrare la grazia divina. Ed ecco comparire una santa ed illustre vittima del digiuno (protagonista del secondo capitolo), Caterina da Siena (1380†): in essa l’insorgenza dell’anoressia che la porterà alla morte sarà dovuta a fattori psichici, alla lotta costante contro i suoi impulsi fisici, veri nemici nel suo cammino verso la santità.

Alle donne medievali è legata l’affermazione di una spiritualità che si esprimeva tramite il linguaggio del corpo: lontane dal controllo del potere e della ricchezza, l’unico ambito che potevano controllare era quello del cibo, così la loro devozione alla carne e al sangue di Dio era totale.

Donne e “sante anoressiche” si battono per la ricerca e l’accettazione del proprio essere poiché, in qualunque epoca storica vivano, cercano l’approvazione attraverso l’annullamento provocato dall’imposizione di altri modelli di vita lontani dalla propria natura. Allora l’intima sfida per il controllo di sé si gioca su di un campo mutevole e prezioso, quello del corpo, dove sono le uniche ad avere pieno dominio.

Questa ricerca di affermazione e indipendenza, prosegue Bell, si riflette, nel caso della santa anoressia, nel rifiutare la pratica cattolica di passività e dipendenza attraverso la mediazione dei sacerdoti e l’intercessione dei santi. In questo modo la donna diventa essa stessa una santa, la sposa di Cristo, non la Sua ancella.

L’acquisizione del dominio della propria vita conduce l’anoressica ad un comportamento autodistruttivo, dove l’unica identità che le rimarrà sarà la malattia stessa.

santa anoressia
Agostino Carracci, estasi di santa Caterina da Siena, Galleria Borghese, Roma. Immagine in pubblico dominio

Bell sembra interessarsi al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico; la malattia insorge quando la giovane tende ad un fine socialmente apprezzato che nel XX secolo sarà la stereotipata e bramata magrezza, mentre nel Medioevo la pura salute spirituale. La sola differenza con l’odierna anoressia nervosa è che quest’ultima si propone modelli e valori del tutto estranei a quelli della santità medievale. Una volta definita e raccontata l’evoluzione di questa patologia, lo storico statunitense esplora in profondità tipi diversi di santa anoressia, volendo così dimostrare come questa non rappresenti una malattia caratteristica solo della nostra epoca. Inizia trattando del digiuno mortale attraverso l’esperienza di Caterina da Siena. Bell racconta, quasi con occhio clinico, la vita della Benincasa (Siena 1347- Roma 1380†), figlia di Lapa Piacenti e del tintore Giacomo Benincasa, ripercorrendo gli avvenimenti fondamentali che avrebbero concorso allo sviluppo e all’aggravamento della malattia. L’infanzia di Caterina viene subito turbata da un tragico evento: la prematura morte della piccola Giovanna, sua gemella, instillerà nella santa un profondo senso di colpa per essere sopravvissuta, allattata dalla madre. Non nasconderà i suoi sentimenti ostili allo svezzamento: imposizione che non perdonerà mai alla madre ma che la motiverà alla vittoria in ogni battaglia futura. La bambina speciale, ventitreesima figlia, inizia ad avere le prime visioni all’età di sei anni ma non le condividerà con i familiari, iniziando un percorso di appropriazione del sé e di coinvolgimento totale con Dio.

Nel 1348 arriva la peste a Siena e gli affari della famiglia Benincasa ne risentono, così non resta che investire nel matrimonio della giovane Caterina. Inizialmente restia, ella si abbandona alla mondanità ma la morte della sorella Bonaventura, avvenuta nel suo quindicesimo anno di vita, va cospicuamente a nutrire il senso di colpa della giovane: la collera di Dio per il desiderio materiale di Caterina aveva provocato la morte di un’altra sorella. La futura santa sopravvive nuovamente alla dipartita di un altro familiare, ma se alla scomparsa della piccola Giovanna ancora non aveva un contatto diretto con Dio, adesso la repulsione per questo mondo carnale e contaminato la porta a concedersi totalmente a Cristo, suo unico Sposo. Inizia così, a sedici anni, la conquista del suo corpo: lunghi digiuni, dieta a base di acqua e vegetali crudi, abiti di lana grezza e catena di ferro intorno ai fianchi. Tutto questo provoca un’ostilità da parte dei parenti: Bell sottolinea questo scontro per ricordarci che l’anoressia nervosa di Caterina sta evolvendo e che il rifiuto del nucleo familiare a queste negazioni alimentari, all’implicito allontanamento della giovane dal loro controllo, rientra nel mortale processo intrapsichico da lui indagato. Il digiuno della giovane –in principio frutto genuino dell’ispirazione religiosa- finisce per divenire ingestibile ed involontario, sfuggendo alla sua volontà e trasformandosi nel non poter mangiare, medesima malattia delle ragazze del nostro secolo.

Raimondo da Capua o delle Vigne, Legenda maior sanctae Catharinae Senensis (1477), biblioteca digitale BEIC, immagine in pubblico dominio

Raimondo da Capua, suo fedele confessore, ci narra nella sua Legenda (racconto autorevole sulla vita di Caterina, scritto dieci anni dopo la sua scomparsa) le abitudini alimentari ed i patimenti fisici della santa ; a queste angustie si aggiungevano le accuse di eresia contro un digiuno non ottemperato dalle Sacre Scritture e quelle di stregoneria, secondo cui la Benincasa si saziava esclusivamente del demonio. Ma, forte del suo amore per Dio, la giovane superava le sue sensazioni corporee distruggendo la volontà personale, nutrendosi del corpo di Cristo. La sua conversione alla totale santità inizia nel 1362 e coincide cronologicamente con la morte di un’altra delle sue sorelle, Nanna, chiamata così in ricordo della gemella di Caterina defunta in fasce. Bell sottolinea come la perdita di appetito della santa vada di pari passo con gli eventi negativi nelle sue relazioni familiari: la dipartita della quattordicenne Nanna coincide con la sua conversione all’ascetismo totale attraverso la rinuncia al cibo – mangia solo pane, vegetali crudi e acqua e di lì a poco solo erbacce senza deglutirle- e la necessità di penitenze sempre più grandi e dolorose. Allora, afflitta da una grave malattia della pelle, convince la famiglia della profondità della sua conversione e diventa Sorella della Penitenza presso la chiesa di S. Domenico, guarendo subito dopo. La scelta di entrare nell’ordine terziario delle domenicane Mantellate rivela, secondo lo scrittore, una sua predisposizione ad una vita attiva per salvare la Chiesa, segno di una vocazione pubblica e riformatrice.

Intorno ai venti anni decide di tornare a casa tra i suoi familiari come ascetica penitente, poiché i meriti acquisiti in vita attraverso la sua virtù avrebbero poi riscattato i peccati dei suoi parenti, salvandoli al cospetto di Dio. Il rapporto tra la giovane ed il suo Sposo diventa sempre più forte, ma il suo corpo ancora non Gli appartiene pienamente: Caterina sente il bisogno di penitenze sempre più forti, viene assalita dai demoni e la sua dipendenza emotiva dalla famiglia blocca la sua unione totale con Dio.

Nel 1368, l’enorme dolore causato dalla perdita dell’amato padre Giacomo viene mitigato da una visione rivelatrice: la possibilità di salvarlo dal Purgatorio attraverso le preghiere e il sacrificio. In questo modo la santa senese arriva a percepire l’unione mistica con il Signore attraverso l’immagine di Gesù e Maria che le infilano al dito l’anello nuziale . Smette di mangiare pane e di dormire, aumenta la sua devozione eucaristica perché a saziarla basta il corpo di Dio. Dopo aver assicurato la sua famiglia alla Grazia – anche la madre Lapa entra nell’ordine delle Mantellate – ella rivolge i suoi sforzi alla salvezza della Chiesa. Caterina allarga la sua famiglia abbracciando con il suo spirito di sacrificio anche il clero: scrive lettere a Gregorio XI (ultimo papa ad Avignone), chiamandolo «dolcissimo babbo», il quale nel 1377 riporta a Roma la sede pontificia. Soddisfatta che il papa abbia ascoltato le sue preghiere, la santa percepisce di poter includere la Chiesa all’interno di quel processo volto alla salvazione spirituale che tanto aveva giovato alla sua famiglia. Ma nel 1378 muore Gregorio XI; l'8 aprile i cardinali si riuniscono in conclave ed eleggono al Soglio di Pietro il napoletano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che assume il nome di Urbano VI. Inizia così per l’Occidente il Grande Scisma che verrà ricomposto solo nel 1417 a seguito del Concilio di Costanza e dell’elezione di Martino V. Per Caterina è un durissimo colpo: perdendo le speranze di riformare la Chiesa il 1° gennaio 1380, riflettendo sul prezioso sangue di Cristo, decide di non bere più acqua e muore dopo pochi mesi.

santa anoressia
Francesco Vanni, Santuario della casa della Santa; immagine in pubblico dominio

Bell ci presenta Caterina come una ragazza alla conquista di se stessa, con un desiderio di autonomia talmente forte da condurla alla morte. I suoi impulsi religiosi si sviluppano nel contesto familiare da cui non riuscirà mai totalmente a staccarsi. Il senso di colpa nei confronti dei suoi cari causato dal ritenersi incapace di ricambiare l’amore da essi ricevuto la condurrà al sacrificio: così Caterina si sentirà in dovere di essere una buona figlia e di espiare i peccati ed i debiti mondani della sua famiglia. Quest’ultima rappresenterà il filtro attraverso cui la Benincasa guarderà il mondo, la sua prigione.

Per riuscire ad analizzare nel profondo l’anoressia di queste sante, Bell ci conduce verso nuovi orizzonti: scoperta la devozione attiva e pubblica di Caterina, ecco aprirsi le porte del convento. Il mondo claustrale rimane la scelta maggioritaria perseguita dalle vergini durante il Medioevo e l’Età Moderna, accolte da un abbraccio spirituale, rassicurante e stabile. La donna è un essere naturale, elemento essenziale della natura affinché l’essere umano si perpetui ed il suo corpo sfugga al dominio dello spirito, come essere governato dai suoi organi sessuali. Fredda e umida, bella e putrefatta, ogni donna deve conoscere la castità, l’umiltà, la modestia, la sobrietà, il silenzio, l’operosità, la misericordia attraverso la custodia dell’uomo dalla paternità al matrimonio. Così, in questo mondo misogino, il chiostro rappresentava una via per ribellarsi dalle condizioni sociali ed acquisire autonomia e dignità. La giovane anoressica cerca disperatamente di far riconoscere la propria personalità ribellandosi al mondo circostante, incarnato dalla sua famiglia.

Secondo Bell, il convento diventa il miglior posto dove realizzare il bisogno femminile di autosufficienza e dove le “sante anoressiche” possono guarire: spesso sono bambine molto amate che vivono l’autorità materna percependo lo svezzamento come frustrazione del proprio piacere e della propria volontà e si rifugiano nella calorosa figura paterna. Egli(o la madre come succede per Caterina) trasforma il piacere della bambina in dolore ed ella, che desiderava solo essere amata, esprimerà la sua disposizione all’amore solo tramite la sofferenza. In convento, la “santa anoressica”, sarà disposta ad ogni penitenza, un atto di liberazione per superare il trauma paterno.

Santa Veronica Giuliani. Immagine in pubblico dominio

Questo è il caso di Veronica Giuliani (1660 Mercatello sul Metauro – 1727 Perugia), battezzata con il nome di Orsola, figlia del gonfaloniere Francesco Giuliani e della pia nobildonna Benedetta Mancini. Per circa 33 anni terrà un diario e più volte scriverà la sua autobiografia ed è in relazione alla quantità ed alla qualità di queste testimonianze che Bell decide di presentarcela. Veronica era una bambina felice, educata alla religione cristiana dalla devota madre; aveva un ottimo rapporto con le religiosissime sorelle che intraprendono la via della clausura prima di lei. Era adorata dal padre e questo amore ,in seguito, lo avrebbe ripagato con il proprio sacrificio a Dio. Alla morte della madre l’educazione di Orsola, che aveva sette anni, viene affidata alle sorelle maggiori e quando il padre deciderà, di lì a breve, di partire per Piacenza resterà nella casa natia. Dopo due anni la piccola santa si trasferisce con le sorelle in Emilia per raggiungere il padre; costui nel frattempo si era ricreato un nuovo nucleo familiare: avvenimento che comporta per Orsola un dolore ed una colpa così cospicui da essere ritenuti imperdonabili.

Ella si abbandona alla mondanità ma desidera fortemente diventare suora, benché il padre sia ostile: dedicare la sua vita a Dio, possedendolo ed essendone posseduta, è l’unico modo per conquistare l’autonomia dagli affetti terreni. Francesco Giuliani rimanda la ragazza e le sorelle a Mercatello in casa dello zio e dopo poco inizia l’anoressia di Orsola. Probabilmente le origini della sua scelta sono da ricercare nel noviziato delle sorelle e nel loro conseguente allontanamento da casa. La santa guarisce solo entrando, nel 1677, nel convento dei Cappuccini a Città di Castello; alla cerimonia della vestizione sceglie il nome di Veronica, dopo aver sopportato il lungo rifiuto del padre e del suo confessore che la riteneva ancora acerba per la vita claustrale. Ma durante il suo noviziato, durato tre anni, ci sarà una ricaduta della malattia: digiuni,iperattività, insonnia e allucinazioni. Bell, allora, ci mostra il cammino per la riconquista del sé di una giovane ragazza che accoglie gli aiuti del clero che la circonda, la guida e la ammonisce. Finisce la sua fuga dal padre, riconosce la propria corporeità e si vota totalmente a Dio attraverso le afflizioni, poiché la madre le aveva insegnato a praticare l’amore punendo se stessa. Riesce a superare la malattia e trascorre tutta la vita in convento diventando anche badessa. Nel chiostro riesce ad interiorizzare il mondo esterno e ad avere maggiore contatto con se stessa; controlla la sua ossessione per il corpo maschile di Cristo in croce, al quale, con dolore, offre l’amore che il padre rifiuta , attraverso gli insegnamenti materni dell’amore/sacrificio ricordati dalle osservanze conventuali.

L’analisi umana di Bell indaga il Medioevo e l’Età Moderna, forzando una categorizzazione anacronistica attraverso uno studio parziale delle sue protagoniste. L’autore si interessa al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico e tralascia, volutamente, la realtà culturale, simbolica ed intimamente religiosa. Le “sante anoressiche” diventano lo strumento di un’indagine psicopatologica che cerca di trascendere il tempo storico, condensandosi in una realtà sociale asettica. Dio diventa la trasposizione di un amore paterno negato e dall’unione con la santa dipende il riscatto della vita di quest’ultima. Sembra che la santità e la spiritualità non siano le vere protagoniste: il digiuno, la ricerca di autoaffermazione attraverso l’anoressia combattono il conflitto di potere tra i due sessi, dimostrandosi come una forma estrema di protesta contro l’oppressione sociale, culturale e psicologica dei maschi.

La copertina americana del libro di Caroline Walker Bynum, Holy Feast and Holy Fast. The Religious Significance of Food to Medieval Women, University of California Press, 1988

Al rapporto tra rinuncia al cibo e santità femminile si è dedicata, poco dopo Bell, Caroline Walker Bynum - docente di religioni comparate e studi femminili all’Università di Washington - nel suo libro Sacro convivio, sacro digiuno, Milano 2001, presentando una prospettiva totalmente diversa da quella indagata finora. La scrittrice ci propone una ricerca totalmente incentrata sul Medioevo e perciò dotata di una maggiore compattezza di contenuti e di riferimenti documentari, soffermandosi sull’uso che le donne fanno del cibo come simbolo, ponendolo in un contesto culturale. In questo saggio il digiuno sembra essere visto come una scelta intenzionale, consapevole e riconducibile alle pratiche ascetiche di mortificazione e astinenza del cristianesimo medievale del IV e V secolo. Il cibo assume un valore simbolico perché se ne occupano le donne ed è l’unica cosa che possono controllare: l’uomo la ricchezza e il potere, la donna il cibo. Il dominio esclusivo sull’alimentazione da parte delle donne è un fatto transculturale; così il digiuno e la distribuzione caritativa del cibo erano espressione di pratiche sociali ben consolidate in quanto rendevano manifesta nei comportamenti religiosi la divisione sessuale del lavoro. La Bynum sottolinea la centralità dell’eucarestia e del digiuno nel cristianesimo dove l’astinenza dal cibo alimentava il corpo di Cristo. La privazione alimentare indica il desiderio, indomabile, che il fedele sente verso Dio. Così la devozione eucaristica diventa centrale anche nella spiritualità femminile dove l’ostia consacrata rappresenta la sofferenza di Cristo che muore e si sacrifica per l’umanità: il cibarsene comporta un coinvolgimento ed un’inclusione nell’afflizione redentrice. Per Caterina da Siena il pane sacro, il sangue di Dio e la sofferenza rappresentano i fondamenti della propria spiritualità. La carnalità della santa è antierotica: mentre Bell interpretava l’ imitatio christi femminile come risposta alla struttura sociale e patriarcale del cattolicesimo medievale e ad una trasposizione di un amore paterno bramato e colpevolizzato, la Bynum fonde la fisicità di Cristo con il corpo femminile, collegando al simbolismo di una mistica unione l’ elaborazione storica e culturale degli stereotipi di genere e di nozione cristiana di associazione della donne alla debolezza e alla sensualità nel contesto storico indagato. Caterina vede Cristo come una madre allattante così come S. Chiara vedeva S. Francesco.

La storica sottolinea la visione teologica della santa basata sull’incarnazione e non sulla resurrezione: Cristo si era fatto carne e sanguinando e morendo aveva salvato il mondo, la sofferenza era l’unico modo per servirLo. Sofferenza per l’amore di Dio a cui non ci si può mai unire a pieno, consolata dal corpo di Cristo che diventa cibo e redenzione.

Se per Bell il digiuno ha valore solo se ricondotto ai termini di una patologia clinica mentre per la Bynum si può spiegare attraverso il simbolismo religioso del cibo, Alessandra Bartolomei Romagnoli, in Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto 2013, ci propone un’altra prospettiva. La storica analizza il linguaggio del corpo delle sante medievali, indagando il digiuno di Caterina da Siena. La santa vive la sua tensione religiosa in contatto con il pubblico, scegliendo di entrare nell’ordine terziario domenicano, ed attraverso la sua materialità testimonia il Verbo, lo copia su di sé e lo trasmette alla comunità. Il corpo diventa lo strumento della Verità e dell’ineffabile, senza il quale non avrebbe modo di esprimersi. La mistica ha un proprio linguaggio coerente, culturalmente riconoscibile e decodificabile che non può essere esiliato nell’irrazionale anomalia psichica. Il digiuno non deve essere letto come un rifiuto del corpo ma come strumento controllato di conoscenza e di unione con Dio. Il sangue di Cristo diventa parola fluida e nutriente per il fedele ed il mistero nascosto diviene pubblico nell’estasi cateriniana manifestandosi poi nelle stigmate.

Caterina da Siena ritratta da Rutilio Manetti; immagine in pubblico dominio

Bibliografia

Bartolomei Romagnoli A. 2013, Santità e mistica femminile nel medioevo, Spoleto;

Bell M. R. 1987, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Roma-Bari;

Bynum C. W. 2001, Sacro convivio. Sacro digiuno, Milano;

Duby G., Perrot M. 2009, Storia delle donne. Il Medioevo, Klapisch-Zuber C. (a cura di), Roma-Bari;

Montanari M. 2004, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Roma-bari;

Raimondo da Capua 1978, S. Caterina da Siena, Tinagli G. (a cura di), Siena;

S. Caterina da Siena 1940, Epistolario, Duprè Theseider E. (a cura di), Roma;

Vauchez A. 2006, La spiritualità dell’occidente medioevale, Milano.


#puntoeacapo

#puntoeacapo: comunicazione digitale per l'arte

Durante il lungo periodo di lockdown abbiamo assistito al proliferare di tantissime iniziative culturali da fruire esclusivamente online. Abbiamo avuto e abbiamo Christian Greco che fa da guida turistica su YouTube, tra le sale del Museo Egizio che dirige. Abbiamo avuto la celebrazione dei 500 anni di Raffaello con percorsi espositivi digitali e dirette video. Abbiamo i post quotidiani dalle pagine ufficiali delle fondazioni, i video virali degli Uffizi su TikTok, gli articoli su blog e testate giornalistiche. Gli hashtag a tema culturale.

In un contesto così vivo, proprio all’indomani della riapertura dei musei parte la nuova iniziativa esclusivamente social della casa editrice Electa dal titolo #puntoeacapo.

Da ieri, 19 maggio, Electa raccoglie sui propri profili una serie di brevi video (girati a casa) con protagonisti curatori, storici, archeologi, operatori in genere del mondo culturale. Nei video si parla di libri, mostre, progetti, percorsi museali (vecchi e nuovi), “cantieri” archeologici fino ad arrivare all’editoria e ai bookshop.

 

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In queste settimane sospese ci siamo fermati, come molti, per ripercorrere la nostra storia editoriale, attraverso gli anni recenti e il presente, per riprogettare il domani. Abbiamo quindi deciso di iniziare a pensare ad una Electa contemporanea e futura, iniziando dal progetto #puntoeacapo: una rubrica social, di racconti e testimonianze per proseguire con l’esperienza dell’Arte e della editoria illustrata, attraverso le voci e i volti di curatori, direttori di musei, archeologi, critici d’arte, artisti, architetti, designer, figure che lavorano e collaborano con la casa editrice, da prospettive e con ruoli diversi. La prima serie di video nasce dall’urgenza di rivisitare il #patrimonioitalia, di riconsiderare la nostra identità culturale e il nostro passato mentre ci prepariamo al futuro. Protagonista del primo contributo di oggi è Marcello Barbanera, professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma, che inaugura gli appuntamenti di #puntoeacapo con una riflessione su parchi archeologici e rovine come luoghi-sentinelle del passato. ____________ MARCELLO BARBANERA Autore di Metamorfosi delle rovine(Electa, 2013) e curatore di mostre Electa quali Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci con Antonio Pinelli e Mirella Serlorenzi(Roma, Crypta Balbi e Palazzo Massimo, 2018-2019) e La forza delle Rovine (Roma, Palazzo Altemps 2015-2016)

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L’obiettivo dichiarato dalla stessa casa editrice è quello di stimolare una riflessione diffusa sulle domande a cui il mondo della cultura deve rispondere. Quali offerte culturali proporre dopo la stagione dei blocchi e della fruizione telematica dei contenuti? A quale nuovo pubblico rivolgersi?

Il dialogo prende avvio dagli autori e dal ruolo di Electa come editore in questo ampio spettro. Anche se l’iniziativa coincide e insieme celebra i 75 anni di attività della casa editrice, non è però chiusa e rivolta solo alla propria offerta culturale. Al contrario, la rubrica è creata per essere condivisa sulle pagine di tutti coloro che intendono partecipare al dibattito in maniera costruttiva e critica.

La prima serie di video-racconti con cadenza settimanale a partire proprio dal 19 maggio ha come tema #patrimonioitalia. Un Grand Tour digitale attraverso i luoghi della cultura del nostro paese. Il primo ad affrontare l’argomento è Marcello Barbanera professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma. Nel suo discorso Barbanera riflette sulla forza profonda che hanno parchi archeologici o rovine di essere autentiche ancore di memoria. Posti speciali che instillano il rispetto del passato.

È con questo gusto del passato, e con la volontà di preparare la strada ad un nuovo modo di fare cultura che seguiremo #puntoeacapo nel corso della sua avventura digitale.

#puntoeacapo
Foto courtesy Electa Editore

Tra ricordi ambigui e lunghe divagazioni: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio

Tra ricordi ambigui e lunghe divagazioni:

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel 2022 Gianrico Carofiglio festeggerà i primi vent'anni della sua carriera letteraria: in questi due decenni lo scrittore ed ex-magistrato pugliese è stato in grado di produrre una quantità invidiabile di opere, tra racconti brevi e romanzi, e di guadagnarsi un seguito di tutto rispetto. Bisogna inoltre riconoscergli l'estrema coerenza nella scelta delle tematiche da affrontare, nei toni da adoperare e nel tratteggio dei propri personaggi; ne consegue che, nonostante il loro grande numero, i suoi testi siano quasi tutti riconducibili a due filoni principali: il legal thriller, cui appartengono i romanzi che hanno per protagonista l'avvocato Guido Guerrieri, e il noir puro, inaugurato da Il passato è una terra straniera (2005) e di recente serializzato con l'introduzione di un secondo personaggio ricorrente, il commissario Fenoglio. Gli esemplari pertinenti all'uno o all'altro canone (e, a dirla tutta, anche le sporadiche deroghe) sono sempre permeati da una certa malinconia, dal rimpianto per il tempo trascorso e dalla disillusione dell'età adulta; si svolgono inoltre in luoghi notturni densi di ricordo, popolati da personaggi romanticamente complessi e vivacizzati da ardite sinestesie: una sorta di universo che i lettori hanno imparato a conoscere e apprezzare.

La misura del tempo, uscito negli ultimi mesi del 2019 per Giulio Einaudi Editore e oggi candidato al Premio Strega, vorrebbe forse proporsi come un compendio della produzione carofigliana: esso risulta pienamente ascrivibile a entrambe le tipologie predilette dall'autore e presenta in grande spolvero tutte le componenti basilari dei suoi libri, giungendo a un risultato decisamente interessante.

Palazzo Mincuzzi a Bari. Foto di Elias Nössing

Nella sua sesta avventura, l'avvocato barese Guido Guerrieri è stavolta alle prese con la difesa di un giovane accusato dell'omicidio di un piccolo spacciatore; il caso è reso particolarmente spinoso dal fatto che il ragazzo, delinquente conclamato, sia già stato condannato in primo grado, e soprattutto dalla scomoda figura di sua madre Lorenza.

Ella è una vecchia fiamma di Guido: quando lui era ventenne lo aveva iniziato a una vita bohémienne priva di inibizioni, facendogli perdere la testa per poi abbandonarlo e riapparire a distanza di trent'anni, nelle vesti di una donna disincantata e ambigua. L'inquietudine del protagonista nei suoi confronti si riflette inevitabilmente sulla percezione del caso, portandolo a non essere mai pienamente convinto della colpevolezza o dell'innocenza del suo assistito.

Lorenza è in effetti la personificazione dei temi portanti del libro, espressi efficacemente già dal titolo stesso del romanzo: l'umano straniamento nel rendersi conto che il tempo scorre in una sola direzione, la potenza autolesionistica della nostalgia e al tempo stesso la possibilità che, a un riesame a distanza, il ricordo possa rivelarsi fallace fino a raggiungere conclusioni opposte a quelle iniziali, a loro volta scorrette.

La narrazione si snoda pertanto su due piani narrativi che si intersecano tra loro: il presente di Guerrieri, che include l'indagine che questi compie assieme al suo variopinto team, e un corposo flashback in cui viene narrata l'avventura tra Guido e Lorenza; quest'ultimo blocco, a sua volta, alterna la rievocazione di episodi significativi ad altri molto meno interessanti, risultando forse eccessivamente lungo e, in molti frangenti, monotono.

Esiste poi un terzo piano narrativo che trascende in maniera subdola gli altri due: quello delle divagazioni. Nel capitolo 13, parlando del romanzo di Laurence Sterne La vita e le opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo, elogiandolo come “un grande romanzo di divagazioni” Guerrieri afferma: “le divagazioni sono la mia passione, in tutti i campi”. Non è difficile riconoscere in questa dichiarazione la voce dello stesso Carofiglio, poiché la sua poetica si basa su un massiccio utilizzo di questa tecnica narrativa.

Non fa eccezione La misura del tempo, nel quale la narrazione si interrompe spesso per lasciar spazio a parentesi brevi o lunghe, entro le quali l'autore inserisce ricordi, opinioni, aneddoti, perfino ricette: ciò accade all'interno di singoli paragrafi, talvolta addirittura nel bel mezzo di dialoghi e periodi; interi capitoli, infine, deviano dalla storia principale per presentare delle scene d'intermezzo.

Non sempre queste digressioni risultano efficaci o propedeutiche allo svolgimento della vicenda: se alcune di esse aiutano a entrare nella quotidianità di Guerrieri e/o a meglio comprenderne comportamenti e stati d'animo, molte altre sembrano fini a loro stesse. È il caso della sequenza ambientata nella libreria notturna dal suggestivo nome “l'Osteria del Caffelatte”, luogo inventato da Carofiglio e amato dai suoi lettori: per quanto affascinante, questa lunga scena (che comprende perfino una dissertazione filosofica di ben tre pagine) risulta del tutto priva di utilità, facendo sorgere il dubbio che l'autore l'abbia inserita per pure questioni di fanservice.

Le digressioni risultano quantomai deleterie se si considera che la vicenda giudiziaria alla base del romanzo sia una delle più avvincenti mai costruite da Carofiglio. La storia di Iacopo, figlio di Lorenza, è studiata per instillare nel lettore lo stesso dubbio che affligge Guerrieri, portandolo di volta in volta a propendere per innocenza o colpevolezza.

Ne risulta che i frangenti più godibili e riusciti del libro siano quelli in cui l'indagine e il successivo procedimento giudiziario vengono narrati con l'asettica linearità di un verbale, inframmezzata al massimo dalle inevitabili (ma utilissime) spiegazioni per i non addetti ai lavori; il continuo rovesciarsi dei ruoli e il rimpallo tra accusa e difesa non scioglie affatto il dubbio alla base della storia, riflettendo in pieno l'ambiguità della Legge italiana: non toglieremo al lettore il piacere di scoprire la sorprendente conclusione, anche perché essa si basa su particolari meccanismi narrativi che la rendono difficilmente riassumibile, ma che di certo causeranno un piacevole spiazzamento.

È dunque nel nucleo narrativo alla sua base che La misura del tempo si rivela un libro valido e appassionante; meno riuscito sembra invece il lavoro “di fino” finalizzato a dare corposità e sentimento a una storia che, per quanto bella, si esaurirebbe in un centinaio di pagine.

La città di Bari è sullo sfondo degli scritti di Gianrico Carofiglio e pure nel romanzo La misura del tempo. Foto di NuvolaBianca

Tematiche, luoghi e atmosfere tipici degli scritti di Carofiglio risultano infatti privi di smalto e ben più opachi rispetto al passato: la città di Bari, altre volte presente fin quasi a risultare essa stessa un personaggio, è qui resa in maniera stanca e priva di personalità; i personaggi di contorno, pur ben costruiti, piacciono senza affascinare, forse anche a causa della mancanza di spazio sufficiente a delinearli con efficacia sviluppandone al contempo caratteristiche e vicende personali.

In ogni caso, complice anche la prosa snella e la semplicità degli intrecci, La misura del tempo rimane un libro ad alto grado di leggibilità, facile da assimilare e in grado di stuzzicare il lettore, sia esso già avvezzo alla lettura dei testi di Carofiglio o meno.

La misura del tempo Gianrico Carofiglio
La copertina del romanzo La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

 


Giuseppe Lupo breve storia del mio silenzio

Quel silenzio, brevemente

Nihil est in intellectu. Erano gli anni sessanta e d’un tratto, inspiegabilmente, tutto sembrò essere stato ricomposto da quella frase di Leibniz pronunciata una mattina da suo padre. Prima c’erano stati gli studi pedagogici e le riflessioni sull’Illuminismo, ma poi c’era stata anche la pioggia, la chiave, il tentativo di sua madre di rimettere ordine nella sua mente: quelle parole di cui “ogni frase pareva un ponte sospeso sull’abisso” che davanti a sé si confondevano e sul precipizio delle labbra il senso faceva cadere.

Nell’itinerario di ricordi intrecciati, Giuseppe Lupo ci racconta una storia in prima persona. Quando la realtà del bambino che fu si rovescia con l’arrivo di sua sorella, egli ha una reazione dirompente e finisce con il rifugiarsi nel silenzio. “La malattia che sentivo in bocca, il desiderio di parlare e non poterlo fare” spiega nel libro Breve storia del mio silenzio candidato quest’anno al Premio Strega.

Il testo di Lupo si legge rapidamente, come suggerisce il titolo: in poco più di duecento pagine vi sono diluiti i tasselli di un viaggio che dalla Basilicata lo porterà nell’Alta Italia. Pezzi di dialogo sparsi tra le lettere, quando troverà il modo di parlare e anzi, di scrivere, di fissare sul foglio tutte quelle parole birichine, nel ricordarle sotto una forma alta di necessità. D’altronde era nato fra i libri, grazie all’insegnamento dell’acqua, del ticchettio sul vetro della finestra, che batte il tempo come fa il respiro con la punteggiatura.

Entrando nei libri al Circolo La Torre conobbe la letteratura e gli intellettuali dell’epoca, questo gli consentì di immaginare un mondo che andasse oltre il narrare, che in principio per lui rappresentava un ostacolo e un dolore. Dismessa la sofferenza, tuttavia, rimase il dubbio: “Cos’avrei fatto se non fossi riuscito nella scrittura?” si chiese un giorno lontano da casa, mentre raccoglieva le parole, quelle più giuste ed esatte, per costruire la strada che lo avrebbe portato prima al Corriere della Sera e poi tra chi aveva reso gli scrittori autentici, Garzanti, Einaudi, Marsilio.

In bilico sul ciglio del silenzio che riemergerà a tratti, il Lupo che leggiamo racconta di essere stato trasportato laddove nascono i libri e laddove le storie trattengono la vita, che altrimenti strariperebbe dai margini: le lettere panciute, infatti, non sarebbero capaci di placarla, ma ne resterebbero avvinghiate, timorose. Nel buio della solitudine, o “sua ultima faticosa preistoria”, sovviene quando Rainer Maria Rilke la consigliò a Kappus quale unico modo per trovare la vera maturità e la grandezza nell’arte. Eppure, sul faticoso cammino, si riesce a scorgere infine la vittoria e l’incontro, proprio da una città sospesa sull’acqua, con Cesare De Michelis: l’attimo che vale un’esistenza e l’omaggio alla sua, per non dimenticare.

Giuseppe Lupo breve storia del mio silenzio
La copertina del libro Breve storia del mio silenzio di Giuseppe Lupo, pubblicato da Marsilio Editori nella collana Romanzi e Racconti

 

Breve storia del mio silenzio di Giuseppe Lupo è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Giuseppe Lupo, Breve storia del mio silenzio, Marsilio Editori 2019, pagg. 208, Euro 16.


Dimenticami Trovami Sognami

Dimenticami, trovami, sognami: la fantascienza riscrive la storia

Nell'editoria indipendente italiana trovo sempre delle realtà bellissime, che investono nei loro progetti con grande passione e professionalità. Una di queste è senza ombra di dubbio Zona42, casa editrice specializzata nella fantascienza (italiana e straniera) e che sta riscuotendo diversi riconoscimenti, come il romanzo di Nicoletta Vallorani, Avrai i miei occhi (candidato al Premio Campiello) e l'imminente trasposizione cinematografica di Real Mars, scritto da Alessandro Vietti.

Un altro titolo italiano è degno di nota e sicuramente riscuoterà l'interesse dei lettori di ClassiCult: parlo di Dimenticami Trovami Sognami, nato dalla giovane penna di Andrea Viscusi.

Il romanzo è una cornucopia di citazioni letterarie e non, un vero viaggio nella fantascienza speculativa ed emotiva, un titolo non semplice da sintetizzare e perciò mi limiterò a segnalarne alcuni aspetti.
Il protagonista è un aspirante astronauta che viene coinvolto in un progetto altamente segreto e a dir poco sperimentale: viaggiare nello spazio con i propri sogni. A quanto pare è possibile, un'equipe di scienziati, psicologi, ingegneri spaziali e astronomi hanno orchestrato un medium che permette alla coscienza umana di superare qualsiasi velocità mai conosciuta e di esplorare i confini dell'universo. Dorian, questo il suo nome, è costretto a lasciare la sua fidanzata, e a sposare un universo di infiniti algoritmi onirici.

Quando si risveglia dalla stasi sono passati dodici anni e non è invecchiato. Gli interrogativi lo distruggono.
Dopo la prima parte, Dimenticami, entriamo nella seconda - a mio parere - la più bella del romanzo, ovvero Trovami. Questa sezione del romanzo è scritta in forma di diario e come un dialogo tra due persone. Il Dottor Novembre, specializzato in sogni, e il suo atipico paziente Mosè Astori. I due non fanno altro che intessere un macro-racconto che va a solleticare l'origine dell'universo, a mettere in dubbio ogni scoperta fisica e razionale. Tutto questo grazie alla retcon. Nella narrativa, “retconizzare” gli eventi è del tutto normale: si tratta di uno strumento dello storytelling (soprattutto ma non esclusivamente televisivo), per cui qualcosa che è avvenuto nel passato viene modificato a posteriori. Serve all'autore per generare diverse idee e di piegare gli eventi precedentemente descritti in altri lavori al punto di giustificare coerentemente le nuove idee.

Da questo assunto Viscusi mette in bocca ai suoi personaggi la postulazione di un universo retconizzante, ovvero che si evolve, distorce, sovrascrive grazie alla retcon. Basta esercitarsi, dominare la retcon per modellare il proprio presente e futuro, al punto che anche il passato viene rimodellato. Tutto quello che succede nel romanzo è probabilmente derivato da un primordiale effetto retconizzante?

Vi invito a leggere il romanzo per scoprirlo. Un meraviglioso tour nella fantascienza delle emozioni e che specula non solo sulla realtà scientifica bensì quella filosofica. Per questa ragione ho letteralmente interrogato Andrea Viscusi in un'intervista che trovo a dir poco interessante.

Dimenticami Trovami Sognami
Foto di Gerd Altmann

Dimenticami Trovami Sognami è un romanzo che deve molto ai suoi antenati letterari, i cui riferimenti sono sparsi in varie citazioni e tributi diretti. La mia domanda verte su una componente visiva: quando lo scrivevi avevi in mente anche qualche film o serie tv ? Visto che ci siamo, mi spiegheresti anche il tuo rapporto con Futurama?

Considera che la prima stesura del romanzo risale al 2013, quindi anche se le serie tv giravano, non c'era l'esplosione di oggi con i canali streaming, per lo più si trattava di prodotti stagionali con episodi settimanali. Penso di poter dire che l'unica che mi abbia colpito in quel periodo sia Lost: al contrario della maggior parte del pubblico, posso dire di aver apprezzato anche l'ultima stagione. Non penso però di poter dire che abbia avuto un'influenza diretta, di sicuro non a livello visivo su quello che ho scritto, così come nessun film in particolare.

Poi in realtà molte opere mi hanno sicuramente condizionato nel profondo e qualcosa di queste si ritrova nel mio romanzo, ma è un effetto quasi involontario, di cui io non mi ero nemmeno accorto, e che ho notato quando mi è stato segnalato dai lettori. Penso ad esempio a Eternal Sunshine of the Spotless Mind oppure La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo (da cui è stato tratto anche un film, ma trascurabile).

Riguardo Futurama, semplicemente credo che sia il miglior connubio tra la (buona) fantascienza e l'umorismo: è come se Douglas Adams non fosse morto a cinquant'anni e avesse continuato a scrivere. Pur sfruttando tutti i cliché del genere, Futurama è riuscita a reinterpretarli in modo credibile e coinvolgente, a sviluppare archi narrativi epici, e dare vita a personaggi coerenti. L'unico paragone possibile è con l'opera di Terry Pratchett, ma ci si sposta nel fantasy. Nella fantascienza non ci sono altri esempi dello stesso livello. Ok, Rick & Morty ci arriva vicino, ma non ha quel senso di leggerezza e ingenuità che ti fanno godere di ogni episodio, sembra sempre che voglia dimostrarti quanto sa essere più furbo di te.

Sarei curioso di capire quale tipo di documentazione scientifica hai usato per pennellare le teorie a matrice retcon. In sintesi, ti sei basato solo sulla tua immaginazione o hai attinto da qualche fonte particolare (esclusa la narrativa sopracitata)?

Risposta deludente, ma in effetti non ho attinto a nessuna documentazione per quella idea. È stato un puro esercizio di speculazione teorica, il what if più estremo possibile. Lo spunto è sicuramente arrivato da letture come quelle che cito nel libro, ma ho voluto spingerlo al massimo. Non ho sentito la necessità di integrare con teorie scientifiche anche perché sostanzialmente siamo nel campo della metafisica, in cui ricerca vera non esiste.

Romanzo tripartito e ogni sezione presenta dei pregi ammirevoli, ho apprezzato meno la prima parte a causa dell'alternanza dei capitoli presente/passato. C'è qualcosa del tuo lavoro che oggi - dopo la pubblicazione - modificheresti?

Da quando ho scritto questo libro ho scritto molto altro e soprattutto studiato scrittura e progettazione delle storie. Quindi ne farei sicuramente una scrittura completa per adattarla ai miei nuovi standard. Ma non cambierei la struttura: l'alternanza presente/passato è obbligata, perché ogni sezione del libro mostra questo tipo di contrapposizione: presente/passato – diario/registrazione – sogno/realtà. Questo non è in discussione. Probabilmente rimettendoci mano cercherei di aumentare il conflitto di Dorian nei confronti del Progetto e rafforzerei il legame con Simona. Ma modifiche superficiali, l'essenza della prima parte rimarrebbe quella. Sorry not sorry.

Foto di Darwin Laganzon

Nella seconda parte, Trovami, andiamo a conoscere una sorta di Demiurgo, anzi un uomo che all'inizio sembra un mitomane, un delirante affetto di titanismo egocentrico e narcisistico. Anche se molto simpatico. La mia domanda è: in Trovami andiamo a scontrarci con l'ontologia e la teologia e scopriamo la (plausibile) esistenza di un'intelligenza primeva. Un ente cosmico e infinito, svincolato però da ogni responsabilità etico-morale. Nessuno dei tuoi personaggi ha mai un complesso teodiceo, è come se nel tuo universo Leibniz fosse stato messo a tacere. Forse con la retcon lo hai fatto davvero. Come mai, quindi, nessuno si pone la domanda "che cos'è il bene e il male?"

Quesito interessante, e mi è capitato di rifletterci a posteriori, dopo aver già completato il romanzo. In effetti quando si va a toccare argomenti come l'origine del cosmo siamo sempre portati ad agganciarci al nostro concetto di divinità e pertanto ricollegarci a tutto il carico etico che questo si porta dietro. Ma in Dimenticami Trovami Sognami di tutto questo non c'è traccia, e la ragione è in realtà molto semplice: la retcon è un semplice fenomeno fisico, non ha quindi un intrinseco valore morale. Sarebbe come volersi chiedere se il fatto che l'acqua evapori abbia delle implicazioni etiche.

Bisogna poi considerare che Mosè Astori, che è appunto il punto di accesso alla retcon di tutti i personaggi coinvolti, ha proprio questo atteggiamento scientifico “trial and error” nei confronti del fenomeno. A lui non interessano le conseguenze della sua scoperta, vuole solo capire come funziona questa forza sconosciuta. Gli altri personaggi saranno più tormentati nel loro approccio alla retcon, ma essendo coinvolti a livello personale non hanno l'occasione di porsi questo tipo di domande. Comunque, questo è un aspetto di sicuro interesse e ammetto di averlo preso in considerazione quando ho accarezzato l'idea di un possibile sequel o spin-off.

Mi riaggancio a Leibniz, lui già postulava l'esistenza di infiniti mondi riciclabili, che in divenire auspicano alla miglior esistenza possibile. Anzi, noi ci troviamo già nel migliore dei mondi possibili. Ma la retcon riesce a fare qualcosa di molto intelligente, ovvero annichilire qualsiasi di queste premesse della teodicea, non esistono mondi migliori o peggiori, ma soltanto mondi che si trasformano retroattivamente. Senza nessuna griglia etica o volontà soprannaturale-divina. E quindi, se il verbo ha dato origine alla creazione, possiamo ammettere che la volontà ha dato origine al verbo?

Esatto, il punto è proprio quello: non esistono versioni qualitativamente o moralmente migliori dei vari universi (che poi rimane sempre uno solo), ma soltanto la versione più “recente” che è un prodotto di tutte le volontà. Non c'è nessun intento teleologico in questo processo, e nemmeno una selezione di tipo darwiniano: di nuovo, il paragone migliore è quello con una qualsiasi legge della fisica, che risponde a delle regole ma rimane sempre neutrale rispetto all'osservatore.

Questa però è un'arma a doppio taglio, perché ci mette di fronte alla necessità di confrontarci con quello che crediamo e vogliamo davvero, al di là di cosa ci illudiamo di credere e volere. Il dottor Novembre incarna proprio questo aspetto di indeterminazione, l'incapacità di indirizzare la propria volontà in modo corretto, cosa che invece Astori era riuscito a fare. In questo senso quindi la retcon diventa davvero un modo di affermare una scala di valori, ma solo a livello personale, non a livello macroscopico.

Queste oscure materie, secondo me il capolavoro di Pullman si trova anche nel tuo romanzo. Non è una domanda, ma una discussione!

A dire la verità ho letto Queste oscure materie diversi anni dopo aver scritto Dimenticami Trovami Sognami, quindi ogni affinità è assolutamente involontaria. Ma a posteriori devo ammettere che si possono trovare degli aspetti in comune. Anche se in Dimenticami Trovami Sognami non esiste la stessa teoria del Multiverso che è alla base della serie di Pullman, ci sono delle similitudini nel modo in cui i personaggi scoprono che il mondo in cui vivono non è l'unico possibile e che esiste una forza nascosta che ci può rivelare la Verità. Si potrebbe anche paragonare l'Intelligenza Primeva all'Autorità, un Creatore sconosciuto il cui potere è stato usurpato. Ma Queste oscure materie a sua volta è ispirato al Paradiso perduto di Milton, che si trascina dietro tutta una cosmogonia biblica, quindi alla fine si ritorna lì, all'origine di tutto, al verbo che si è fatto carne, ovvero le storie che sono diventate reali.

Dimenticami Trovami Sognami Andrea Viscusi
Il romanzo Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi, pubblicato da Zona 42 con introduzione di Elvezio Sciallis


I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano

I Padroni dell'Acciaio: dieci protagonisti dell'ars bellica

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano è stata una boccata d'aria fresca, un'interessantissima lettura che potrà appassionare tantissimi. Gli amanti della storia, i neofiti che vogliono immergersi in un mondo affascinante quanto duro e spietato, o gli specialisti che possono confrontarsi con monografie eccezionalmente curate sotto l'aspetto critico.

Infatti è proprio questo I Padroni dell'Acciaio: una raccolta di dieci monografie dedicate a grandi personaggi storici e protagonisti dei più disparati eventi bellici. L'attenzione di Campagnano è tuttavia rivolta a quelle figure ingiustamente dimenticate da molti storiografi contemporanei, ma non per questo di minor conto.
Nel volume, riccamente illustrato dal magistrale Francesco Saverio Ferrara, avremo modo di approfondire le peculiarità biografiche e geopolitiche di questi uomini d'arme:

1) Giorgio Castriota Scanderbeg
2) Pregianni De Bidoux
3) Ettore Fieramosca
4) Pier Gerlofs Donia
5) Enrico V di Brunswick
6) Jean de la Valette
7) Giovanni delle Bande Nere
8) Alberto Alcibiades
9) Astorre Baglioni
10) Franz Schmidt

Sicuramente merita una menzione d'onore uno de I Padroni dell'Acciaio tra i più atipici, che ha fatto della morte la sua vita. Franz Schmidt conosciuto come il boia di Norimberga. Tutta la vita della famiglia Schmidt si interseca con le vicende di un altro dei protagonisti delle monografie, ovvero Alberto Alcibiades, margravio di Brandeburgo-Kulmbach: nel 1547 il "bellator" di Brandeburgo mette a morte 3 armaioli rei di tradimento.

In quella circostanza non c'era il boia e quindi Alcibiade rievoca un'usanza cittadina; scegliere il boia tra la folla degli spettatori. Il suo dito sceglie Heinrich Schmidt, il padre di Franz, e condanna tutta la famiglia degli Schmidt a un'esistenza poco nobile, visto che il mestiere del boia non era certo ben visto dall'intera popolazione. Franz cresce aiutando il padre e già da giovane è un esperto torturatore e sviluppa una corporatura massiccia abituata ai lavori più pesanti.

Di pari passo svilupperà una certa sensibilità scientifica, grazie allo studio dei cadaveri e dell'anatomia umana. Questo padrone dell'acciaio poi sarà ricordato come "L'onorabile Franz Schmidt, medico"; perché dopo aver abbandonato il mestiere del boia (esercitato per 40 anni) a causa della vecchiaia presterà servizio come medico (come in parte già faceva durante gli anni precedenti). Non solo: una notifica imperiale gli laverà l'onta di essere stato un "portatore di morte" e gli garantirà la nobile posizione di medico.
Nel suo diario apprendiamo che ha accompagnato il trapasso di 361 criminali; ma possiamo credere a ben ragione che con le sue doti scientifiche abbia salvato quasi diecimila abitanti di Norimberga, grazie alla sua spiccata inclinazione medica.

Uno dei maggior pregi del volume è quello di rivolgersi al lettore senza un apparato di note, la volontà dell'autore è di offrire un testo direttamente fruibile a tutti senza il proliferare di commenti che possono appesantire l'esposizione della materia. Con una prosa cristallina, svuotata di qualsivoglia retorica o spirito romantico (tipico di alcuni storici schierati e fin troppo “innamorati” dell'argomento), Campagnano offre tutte le informazioni in uno slancio divulgativo dall'alto valore. A mio avviso raramente troverete, inoltre, una bibliografia così commentata, che permette la nascita di un'interfaccia ragionata tra lo scritto dell'autore e i suoi predecessori, che si tratti di colleghi del passato recente o di cronisti dei tempi più remoti. Infatti, come dice Campagnano nell'introduzione, questo è l'obiettivo dello storico del futuro, “della storiografia 2.0”, ovvero intessere un dialogo con le fonti e riesumarle dal dimenticatoio, correggere dove c'è ne il bisogno, arricchirle con fonti iconografiche e visive, usare i supporti informatici e tecnologici al servizio della storia, senza aver il timore di esserne dipendenti.

Il risultato è palese, un libro - manifesto che permette a chiunque di assaporare la Storia da punti di vista inediti e affascinanti. Non solo episodi bellici, ma vivi ritratti di antagonisti eccezionali, coinvolgenti spiegazioni dei contesti geo-politici e degli scacchieri mediterranei, italici e nordici. Aneddoti, episodi estrapolati dal retaggio leggendario e snocciolati con accortezza storiografica, mitologie personali declinate alla rappresentazione dell'uomo prima dell'eroe invincibile e molto altro. I Padroni dell'Acciaio è un libro magistralmente presentato nell'estetica e nella qualità della stampa, con una carta patinata opaca da 135 grammi: il volume si presenta come un monolite solido dal peso notevole. La carta è la stessa che troverete in mirabili cataloghi d'arte e permette di apprezzare in pieno le cartine geografiche, le illustrazioni di Ferrara e il font grande dei caratteri.
Il volume inoltre presenta la dedica dell'autore (menzionato con onore su Indiegogo come “Top Inspirational Project”, unico in Italia), i segnalibri sempre illustrati da Ferrara e delle Card A5 che derivano dalle impressionanti illustrazioni interne.

Non posso far altro che invitarvi a conoscere le gesta dell'irriducibile Scanderbeg d'Albania, genio militare che si oppose allo strapotere di Maometto II il conquistatore di Costantinopoli, ad avventurarvi per mare con Piergianni l'ospitaliere, a vendicare i torti subiti a colpi di spada titanica come Pier Gerlofs Donia o a difendere ogni palmo della sacra Malta, come Jean de la Valette fece contro le armate di Solimano il Magnifico.
Gabriele Campagnano è il fondatore e il curatore del Centro Studi Zhistorica e dell'omonima pagina Facebook, autore di articoli, monografie e del romanzo dark-fantasy Zodd. Alba di Sangue.

Sito: http://zweilawyer.com/

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano
I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano e con illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, pubblicato da Zhistorica


e-book libro

Dal papiro all'e-book: le controversie nella storia del libro

SCRIPTA MANENT VI

Dal papiro all'e-book:

le controversie nella storia del libro

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

e-book libro
E-book e libro a confronto. Foto di Felix Lichtenfeld

Da oltre un decennio la popolazione dei lettori contemporanei è divisa in due fronti contrapposti: quelli che adoperano gli e-book e quelli che restano fedeli al libro cartaceo. Da ambo i lati fioccano numerose critiche al supporto avversario: se chi usa gli e-book imputa al libro tradizionale la scarsa praticità, il costo eccessivo e l'impatto ambientale negativo, i lettori old style ritengono che le pagine elettroniche non possano sostituire quelle vere, che mantengono un fascino innegabile e consentono di entrare fisicamente in contatto col testo.

Quella a cui stiamo assistendo è una diatriba generazionale destinata a perdurare a lungo, ma non si tratta di un'esclusiva dei nostri tempi: critiche e polemiche hanno sempre accompagnato gli esordi di qualsiasi forma libraria sia mai stata introdotta nel mondo latino. Anche in passato la diffidenza verso una nuova tecnologia giocava un ruolo fondamentale nella disputa, tuttavia il più delle volte si trattava di questioni di ordine etico-ideologico. Prendere in esame queste circostanze vuol dire mettere in luce le motivazioni per le quali una forma libraria sia stata preferita a un'altra, nonché comprendere perché l'adozione della stessa sia stata immediata in un determinato luogo e più lenta in un altro; in altre parole significa scrivere un capitolo fondamentale della plurimillenaria storia del libro.

I problemi del volumen papiraceo

Il ritratto di Paquio Proculo con la moglie, che rappresenta in realtà il panettiere Terenzio Neo. Affresco al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Foto in pubblico dominio

In un celebre affresco rinvenuto a Pompei sono raffigurati due personaggi tradizionalmente ma erroenamente identificati come Paquio Proculo e sua moglie; ciascuno dei due tiene in mano un oggetto: l'uomo stringe un rotolo di papiro, la moglie mostra una tavoletta cerata e se ne porta lo stilo alle labbra. La presenza di questi due oggetti non è casuale: il rotolo (volumen) e la tavoletta (tabula cerata) erano i supporti da scrittura più adoperati nel mondo latino del secolo I d.C., epoca al quale l'affresco risale.

I codicologi non sono tutti concordi nel ritenere entrambi i supporti forme librarie: di sicuro lo era il volumen, oggetto di tradizione greca che serviva ad accogliere i testi letterari, saggistici e matematici. Le tabulae erano invece autoctone, ma la destinazione d'uso era ben diversa: la possibilità di riutilizzare la superficie in ceralacca sulla quale si era in precedenza scritto sgraffiando via le parole vergate le rendeva poco adatte ad accogliere testi che necessitavano di una conservazione durevole; pertanto esse erano usate quasi esclusivamente per l'apprendimento scolastico della scrittura, oppure per la registrazione della contabilità domestica. Quando la situazione lo richiedeva, potevano essere legate insieme per mezzo di cinghie e lacci: ciò avveniva per esempio per tenere insieme i compiti di uno stesso allievo o i registri di un'unica annata. I gruppi di tabulae così legate assumevano una forma vagamente simile a quella di un libro come lo conosciamo noi, laddove ogni tavoletta era una sorta di pagina. Dunque l'affresco di Paquio Proculo andrebbe letto come una dimostrazione grafica dei ruoli socioculturali attribuiti a marito e moglie, con l'uomo dedito alla lettura erudita e la donna preposta a curare gli affari di casa.

Al di là dell'insito maschilismo, nel periodo in cui era utilizzato il volumen fu oggetto di aspre critiche: innanzitutto il papiro era un materiale estremamente costoso poiché era necessario importarlo; oltre a non consentire una coltivazione in loco, i climi umidi dei territori latini impedivano anche la corretta seccatura del foglio, che tendeva costantemente a sfibrarsi e accoglieva male quasi tutti gli inchiostri. Sul lato pratico, inoltre, la necessità di scrivere solo sul recto (rarissimi sono i volumina opistografi, scritti anche sul verso) e al tempo stesso di contenere la lunghezza del rotolo rendeva necessario scomporre una stessa opera in più porzioni: quando oggi parliamo dei libri dell'Iliade o dell'Odissea, tanto per fare un esempio, parliamo di uno dei rotoli in cui questi poemi erano convenzionalmente suddivisi. Questo comportava un eccessivo fabbisogno di spazio adatto alla loro conservazione: una sola opera poteva necessitare di uno scaffale intero, se non di più.

Tutti questi elementi rendevano il costo del volumen particolarmente ingente; non è un caso che i maggiori fondi papiracei latini siano correlati a persone di altissimo lignaggio come Lucio Calpurnio Pisone, il proprietario della Villa dei Papiri di Ercolano.

Dalla Villa dei Papiri ad Ercolano. Foto Parco Archeologico di Ercolano

Le critiche al volumen, in ogni caso, raramente sfociarono sul piano sociale: sebbene fosse assurto a status quo dell'aristocrazia, esso non fu mai visto di cattivo occhio dalle classi sociali inferiori; addirittura alcuni patrizi romani, come Asinio Pollione, trassero vantaggio dalla possibilità di procurarsi volumina mettendo a disposizione del popolo la propria collezione: nacquero così le prime biblioteche pubbliche del mondo latino, che a differenza dei corrispettivi greci in genere collegati alle strutture religiose e/o politiche, per lungo tempo furono di proprietà privata.

Col passare dei secoli si tentò di elaborare nuove forme librarie a partire dal volumen, ad esempio sostituendo il papiro con altri materiali: abbiamo già parlato in un altro articolo dei libri lintei, realizzati in fibra di lino, che i codicologi ritengono comunque una tipologia libraria a sé stante; più complesso è parlare del rotolo pergamenaceo, certamente diffuso in territorio latino a partire dal secolo I a.C., ma scarsamente utilizzato a causa dei costi e dell'oggettiva difficoltà d'utilizzo.

Dal volumen al codex

Una vera e propria svolta nella storia del libro si ebbe intorno al secolo III d.C., quando si diffuse ampiamente la nuova forma di libro a codice (codex): anziché realizzare un unico lungo foglio da arrotolare, molti fogli di dimensioni ben più modeste venivano chiusi insieme a fascicolo e infine rilegati tra loro, esattamente come accade nei libri che leggiamo tuttora.

Sulle sue origini si sono fatte moltissime ipotesi, ma lo stesso sostantivo sembra fornire un prezioso indizio: la parola latina caudex indica la corteccia degli alberi, la stessa con cui si fabbricavano le tabulae ceratae; e in effetti l'aspetto del codice era molto simile a quello dei gruppi di tavolette legate tra loro.

In effetti il codice risolveva gran parte dei problemi pratici del volumen: più durevole, comodo da consultare e riporre, consentiva la trascrizione di uno stesso testo (o addirittura di più testi) in un solo libro; inoltre, sebbene la pergamena rimanesse costosa, si aveva comunque un notevole risparmio complessivo rispetto all'esborso richiesto dal rotolo di papiro. In alcuni famosi epigrammi Marziale ne loda la comodità e la capacità di contenere numerosi testi; eppure, nonostante questi vantaggi, anche il codex non fu esente da polemiche perfino più feroci di quelle riservate al volumen.

Occorre considerare che il primo periodo di diffusione del codice coincise con l'ascesa della religione cristiana: ricorderete che in quegli anni i primi cristiani erano visti con estremo sospetto, e c'era chi li considerava tra le cause della decadenza dell'Impero che cominciava a essere avvertita a tutti i livelli sociali. Sebbene oggi si tenda a escludere che l'invenzione del codex sia avvenuta in seno agli ambienti cristiani, di sicuro questa forma libraria entrò da subito in simbiosi con quella religione: il libro a codice consentiva infatti una più rapida e efficace circolazione dei testi dogmatici e liturgici, nonché il loro occultamento in caso di necessità. In breve il codex fu associato alla cristianità, pertanto lo si guardò con estrema diffidenza: per la prima volta le critiche a una forma libraria non erano di carattere pratico, ma ideologico.

Col tempo, man mano che le divergenze si appianavano e la religione cristiana usciva dall'ombra, si venne a verificare una spaccatura tra i sostenitori del libro a codice e tra i tradizionalisti che continuavano a preferire il volumen, il quale per contrapposizione finì per essere associato alla “vecchia” aristocrazia pagana e dunque a un mondo culturale sulla via di un inesorabile tramonto. Non sappiamo con certezza quanto durò questa diatriba, ma possiamo ipotizzare che l'editto di Costantino (313 d.C.) ne rappresentò la svolta: in seguito alla proclamazione della libertà di culto le strutture politiche cominciarono ad essere influenzate dal cristianesimo, e ciò causò una graduale scomparsa della classe alta pagana; a ciò va unita la sempre crescente difficoltà di reperire il papiro, che con la perdita dei territori africani (IV- V secolo) divenne irrimediabile.

Pagine proibite e inchiostro del diavolo

Il profeta Ezra nel folio 5r del Codex Amiatinus (MS Amiatinus 1), conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Foto in pubblico dominio

A partire dall'Alto Medioevo in poi il codice andò incontro a un'evoluzione continua, le cui tappe fondamentali furono l'adozione della carta come materia scrittoria (a partire dai secc. VI-VII) e l'invenzione della stampa a caratteri mobili, avvenuta in Cina già nel secolo XI, ma perfezionata da Gutenberg nel secolo XV. Il risultato di queste innovazioni fu il progressivo abbandono del codice manoscritto in favore del libro a stampa, nuova forma libraria che, con le dovute modifiche tecnologiche, usiamo ancora oggi.

Il libro a stampa godeva di ulteriori migliorie rispetto al codice: oltre a essere più maneggevole (la carta pesa dalle cinque alle venti volte meno della pergamena), consentiva l'utilizzo di inchiostri più economici; oltre ai costi, inoltre, si abbattevano i tempi di realizzazione visto che per elaborare una tiratura da decine di copie occorrevano pochi giorni, a fronte delle molte settimane necessarie ad approntare un solo codice manoscritto.

La copia della Bibbia di Gutenberg alla Biblioteca del Congresso di Washington. Foto di Raul654, CC BY-SA 3.0

Tuttavia, dopo millenni in cui ogni libro era un unicum nel quale si rifletteva totalmente l'abilità dello scrivente, sin dall'inizio l'automazione del processo e la creazione di centinaia di libri identici furono viste con estremo sospetto: perfino la possibilità di emendare in corso d'opera o in successive edizioni eventuali errori di stampa fu additata come una pratica inumana, quasi diabolica. Fu per questo motivo che gli incunaboli, i primissimi testi a stampa databili agli ultimi anni del secolo XV, furono realizzati in modo da assomigliare il più possibile ai manoscritti: da essi mutuarono la suddivisione in colonne, l'ampia marginatura e la scrittura più diffusa in quel periodo, la gotica; laddove possibile si continuò perfino a realizzare a mano miniature e capilettera ornati, sebbene fossero note da tempo tecniche imitative quali la xilografia e l'acquaforte.

In effetti dietro queste polemiche di carattere pratico si nascondevano istanze ben più gravi: la possibilità di produrre un maggior numero di libri comportava incidentalmente la circolazione incontrollata di idee non mediate dall'autorità. Siamo ancora ben lontani dai volantini e dai pamphlet politici che sarebbero diventati irrinunciabili strumenti di propaganda nei secoli successivi, ma già agli albori del secolo XVI venivano liberamente distribuiti libri che andavano contro la morale del tempo: a essere bollati come tali c'erano manuali di stregoneria, ma anche “semplici” critiche alle infrastrutture politiche e religiose; perfino il Decameron di Giovanni Boccaccio era ritenuto licenzioso al pari di testi simili.

Queste circostanze si aggravarono dal 1517 in poi, all'indomani della riforma luterana, e com'è lecito aspettarsi le reazioni più drastiche vennero dalla classe religiosa, che attuò una serie di provvedimenti tra cui i più rimarcabili sono l'imposizione dell'imprimatur (1515) e la redazione dell'indice dei libri proibiti (1559).

Gli storiografi contemporanei hanno molto ridimensionato la portata di queste disposizioni, che in passato venivano aprioristicamente indicate come repressive e oscurantiste: ad esempio, la mancanza dell'imprimatur non impediva la stampa dell'edizione, che in tal caso diveniva però oggetto di indagine; inoltre le sanzioni più drastiche previste dall'Indice (rogo dell'edizione nel suo complesso e punizione del responsabile) vennero attuate raramente e solo in caso di reale minaccia ideologica; nella maggior parte dei casi ci si limitò a una massiccia opera di censura, con l'epurazione delle porzioni di testo ritenute perniciose, se non dell'intera opera. Col tempo gli stessi tipografi, di fronte al pericolo della censura, preferirono curare preventivamente i testi da mandare in stampa: ciò portò a un'evoluzione nella figura dello stampatore, che dovette rifinire non solo la qualità tipografica del testo ma anche la sua correttezza filologica; nasceva dunque la figura dell'editore come tuttora lo conosciamo, al netto delle opportune innovazioni.

Vero è, tuttavia, che le succitate disposizioni influenzarono pesantemente la circolazione libraria, causando una serie di reazioni contrarie che sfociarono nel contrabbando dei testi: a Napoli, Anversa e Lione, vere e proprie capitali di queste pratiche, operavano decine di stampatori non autorizzati in grado di produrre e far circolare sottobanco edizioni pregiatissime di testi proibiti. La realtà documentata (raccolta tra gli altri da Mario Ajello nel suo libro L'inchiostro del diavolo) è avvincente quanto un feuilleton e ci parla di schermaglie tra autorità e contrabbandieri, trattative e sotterfugi per mantenere in piedi l'attività e, talvolta, asperrime punizioni nei confronti degli editori fuorilegge.

Queste pratiche perdurarono fino alle soglie del secolo XIX, quando cambiarono drasticamente gli assetti politici e i valori sociali; in parallelo le innovazioni tecnologiche nel campo dell'editoria portarono alla nascita di un'ulteriore tipologia libraria: alla carta di stracci si sostituì la cellulosa cerata, agli inchiostri vegetominerali furono preferiti quelli sintetici e ai caratteri mobili subentrò il rullo inchiostratore. Nasceva, in altre parole, l'editoria serigrafica o “di massa”, quella di cui ci serviamo tuttora, il cui più recente esito è proprio il libro elettronico.

A questo punto è lecito provare a dare una risposta all'interrogativo posto all'inizio dell'articolo: chi vincerà la disputa tra libro cartaceo ed e-book? La storia sembrerebbe suggerirci che, tra le forme librarie tradizionali e quelle più evolute siano sempre state queste ultime a prevalere, dopo lunghissimi periodi di polemiche e discussioni; tuttavia le leggi di mercato attuali influiscono fortemente su questa diatriba, che probabilmente non si concluderà a breve. Inoltre, dobbiamo considerare un elemento non da poco: difficilmente i supporti elettronici saranno mai in grado di eguagliare l'umana necessità di collezionare e di possedere oggetti fisici, che quasi in modo subliminale ha condizionato la storia del libro lungo i millenni da noi presi in esame.

Bibliografia

AGATI M., Il libro manoscritto. Da Oriente a Occidente. Per una codicologia comparata, Roma 2009.

AJELLO M., L'inchiostro del diavolo. Storia di censura, stampa clandestina, poeti e castrati nella Napoli del '700, Zingonia (BG) 2004.

BALDACCHINI L., Il libro antico, Roma 1982.

BISCHOFF B., Paleografia Latina. Antichità e medioevo, Padova 1992.

CAVALLO G., Libro e cultura scritta, in Storia di Roma, vol. III.

MANIACI M., Terminologia del libro manoscritto, Roma 1996; e Archeologia del manoscritto. Metodi, problemi, bibliografia recente, Roma 2007.

PO- CHIA HSIA R., La Controriforma. Il mondo del rinnovamento cattolico (1540-1770), Bologna 2012.


Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker

Il nuovo Dracula è islandese: intervista a Dacre Stoker e ai traduttori

Ho parlato spesso delle meravigliose pubblicazioni di Carbonio Editore, una realtà professionale davvero devota alla cura dei volumi in pubblicazione e che ha sempre dimostrato quanto tenesse ai propri lettori, ma il vero "manifesto" di questa sensibile devozione editoriale è I poteri delle tenebre. Dracula il manoscritto ritrovato: un libro-evento, curatissimo in tutti i suoi aspetti e che ci fa conoscere in una veste completamente inedita il capolavoro Dracula di Bram Stoker. Nel 1900 lo scrittore islandese Valdimar Ásmundsson si occupò di tradurre il romanzo di Stoker, pubblicandolo a puntate sul giornale Fjallkonan.

Abbiamo dovuto attendere le minuziose ricerche dello studioso olandese Hans Corneel de Roos per scoprire che il testo islandese era molto diverso dall'originale inglese, sancendo l'avvento di un nuovo Dracula dal sangue boreale. Così I poteri delle tenebre è un romanzo con un'architettura particolare e suadente, che si basa sugli appunti di Bram Stoker ma presenta anche l'impronta degli interventi di Valdimar Ásmundsson, i quali rendono il testo un piccolo gioiello dalle connotazioni più moderne e talvolta più peccaminose dell'originale.

Il volume di Carbonio Editore è eccezionalmente curato, grazie alle note e all'apparato critico introduttivo di Hans de Roos, alla postfazione di John Edgar Browning e alla traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker. Credit: The Bram Stoker Estate

A conferire al testo un ulteriore pregio è l'intervento di Dacre Stoker, il pronipote di Bram Stoker, che ci illumina con la sua prefazione ricca di spunti di riflessione e corredati dal supporto del materiale documentale e archivistico della famiglia Stoker, risalendo fino a Bram.

 

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
La copertina del volume I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato, di Bram Stoker / Valdimar Ásmundsson, con prefazione di Dacre Stoker (pronipote di Bram Stoker), introduzione e note di Hans Corneel de Roos, postfazione di John Edgar Browning. Pubblicato da Carbonio Editore nella collana Origine, con traduzione Maura Parolini e Matteo Curtoni

ClassiCult è orgogliosa di ospitare non solo i traduttori di questo splendido volume, ma anche l'erede di Bram Stoker.
A seguire troverete l'intervista a Dacre Stoker, un ulteriore approfondimento con Christian Lamberti; andremo quindi a conoscere anche Maura Parolini e Matteo Curtoni, non solo nella loro veste di traduttori, ma di promotori di questo progetto, di coloro che hanno portato questo testo in Italia.

Intervista a Dacre Stoker.

1. Cosa ha provato a sapere che l'eredità del suo avo continua a destare sorprese?

Negli ultimi 15 anni ho effettuato ricerche su Bram e sulla sua vita, oltre che sulla scrittura di Dracula. Non sono più sorpreso quando delle novità vengono alla luce. Bram era riservato e non lasciato molto di sé. Sua moglie vendette la sua biblioteca personale poco dopo la sua morte nel 1912. Nel 2012 ero tra i coeditori del Diario perduto di Bram Stoker, che conteneva un quantitativo significativo di materiale personale scritto da Bram durante un periodo di 11 anni. Scoperte rilevanti sono state fatte negli ultimi anni, come i poteri delle tenebre, il tempo speso da Bram nella Baia di Cruden, in Scozia, e tutti i libri che usava per le sue ricerche scoperti nella Biblioteca di Londra solo l'anno scorso; tutto ciò illustra come anche dopo 100 anni dalla pubblicazione di Dracula, ci sia ancora un grande interesse per questo romanzo iconico.

2. Il Dracula islandese è un esempio interessante per riflettere sulla letteratura fantastica contemporanea: la figura del vampiro è fin troppo abusata ma alcuni dei suoi pregi più interessanti si trovano ancora oggi negli scritti più antichi

Sono d'accordo, i vampiri nella letteratura risalgono a tempi persino precedenti alla scrittura di Dracula da parte di Bram, e sono stati oggetto di diverse ondate di interesse in letteratura, nei fumetti, negli spettacoli televisivi, nei film e nelle serie tv. Il fatto che il mito del vampiro abbia le sue radici in un senso comune della realtà è il perché - nella mia opinione - ci sia un perdurante interesse e ci sarà sempre una fascinazione per i non morti.

3. Dracula è diventato nel tempo un prodotto letterario anche per le masse, che ha sedotto i cuori dei lettori più mainstream e dei cultori del gotico e dell'orrore. Con i poteri delle tenebre invece Stoker diventa, ancora di più, una fonte eterna di interrogativi, anche di stampo filologico. Non tutti gli autori hanno questa caratura, tanto mainstream quanto accademica. Infatti l'edizione italiana dei poteri delle tenebre è un capolavoro di spunti esegetici e letterari. Bram Stoker avrebbe mai immaginato tutto questo?

Non credo che Bram si sia messo a scrivere un libro per i posteri con significati nascosti e materiali coi quali gli studiosi avrebbero scritto le loro tesi. Il fatto che la scrittura di Bram riflettesse tanti argomenti significativi e interessanti e tante sensibilità dell'Inghilterra vittoriana, alla fine del diciannovesimo secolo, rende il romanzo Dracula e i poteri delle tenebre uno scorcio su un periodo affascinante nella storia dell'umanità. Di conseguenza, il libro può essere letto su talmente tanti livelli, tanto a livello accademico quanto esclusivamente per piacere.

Questa immagine viene dagli appunti di Bram Stoker per la stesura di Dracula, mostra le linee della longitudine e della latitudine del fittizio castello di Dracula, così come alcuni fiumi e un villaggio. Credit: The Rosenbach Museum and the Bram Stoker Estate

4. Quali sono secondo lei le differenze che si palesano nel testo islandese rispetto all'originale?

Ci sono tantissime differenze; i nomi dei personaggi sono differenti, i luoghi sono cambiati, si spende più tempo nel Castello di Dracula all'inizio del romanzo e più tempo a Londra nel finale. Credo che la differenza più rilevante sia nella trama: il Conte Draculitz, infatti, tenta di influenzare un gruppo di ambasciatori stranieri per imbarcarsi in un complotto per creare un nuovo ordine mondiale. Significativo è pure - a rischio di fornire uno spoiler - che i poteri delle tenebre non si concluda con un inseguimento di ritorno in Transilvania.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula, da qui possiamo notare l'influenza del libro di Emily Gerard, The Land Beyond The Forest e descrive le credenze transilvane. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

5. In effetti, una delle differenze principali è la predominanza del setting transilvano rispetto a quello inglese. Lei crede che il traduttore islandese abbia voluto calcare la mano nel rievocare atmosfere gotiche? Tenendo da parte il mondo vittoriano, qui

Bram fece molte ricerche sulla Transilvania, anche se non si recò mai lì; il suo scritto dimostra che aveva una buona comprensione dei paesaggi, delle città, delle tratte ferroviarie, e dell'aspetto multiculturale del Paese. Credo abbia individuato la perfetta collocazione per il suo romanzo, la “terra oltre la foresta” (“Land Beyond the Forest”, dal saggio sulla Transilvania di Emily Gerard, n.d.r.) era un perfetto scenario che era appena al di là del mondo civilizzato noto ai suoi lettori. Era il posto giusto per un romanzo basato tanto sulla realtà quanto sulla fantasia.

6. Una domanda spinosa, possiamo considerare i poteri delle tenebre un romanzo scritto autonomamente da Bram Stoker, magari usando degli appunti che aveva già raccolto o è interamente frutto del traduttore islandese?

Innanzitutto, credo che il testo islandese sia una delle prime stesure di Dracula scritte da Bram, che fu pure adattato in altri luoghi dal traduttore Valdimar Ásmundsson. Credo che l'editor di Bram all'Archibald Constable a Londra gli abbia chiesto di riscrivere il manoscritto, di sfoltirlo, rendendolo meno violento e con meno riferimenti sessuali. Fu allora che Bram lo tramutò in una storia più incentrata sul tema del bene contro il male.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker Dracul I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker, il cui ultimo romanzo, scritto insieme a J. D. Baker, è Dracul. Credit: The Bram Stoker Estate

7. Ha usato delle fonti documentali inedite, archiviate da tempo, per scrivere Dracul? O si è basato solo sulla sua fantasia?

La nostra ricerca si è concentrata su alcuni importanti materiali “forniti” da Bram. Questi comprendono: l'unica intervista che diede circa la sua stesura di Dracula a Jane Stoddard nella rivista The British Weekly, la prefazione all'edizione islandese, il Diario perduto di Bram Stoker, gli Appunti di Dracula e l'unico esemplare dattiloscritto di Dracula. Ho ottenuto le lettere da diversi appartenenti alla famiglia Stoker al fine di contribuire a caratterizzare i membri della famiglia nella nostra storia. Abbiamo messo insieme una cronologia di eventi che sono davvero avvenuti nelle vite dei membri della famiglia di Bram. Abbiamo avuto accesso a diverse cartine storiche per avere conferma dei luoghi dove Bram viaggiò durante la prima parte della sua vita. Per il resto abbiamo utilizzato la nostra immaginazione per introdurre una storia plausibile circa il modo in cui Bram divenne consapevole dei vampiri e perché decise di scrivere il romanzo Dracula, come avvertimento al mondo che i vampiri sono reali. 

8. Ci sarà un seguito di questo romanzo altrettanto atipico?

Dracul termina nel 1890, al tempo nel quale Bram Stoker cominciò a scrivere il suo celebre romanzo Dracula. J. D. Barker e io abbiamo un abbozzo pronto, il nostro agente ci ha consigliato di non cominciare a scriverlo finché la Paramount Pictures non comincerà con l'adattamento cinematografico di Dracul. Non vedo l'ora di cominciare! 

La copertina di Dracul, l'ultimo romanzo di Dacre Stoker e J. D. Barker, pubblicato in Italia da Casa Editrice Nord

 

A seguire l'approfondimento di Christian Lamberti, fine studioso di cultura fantastica e horror-weird e curatore del portale "Il crocevia dei mondi"

MAKT MYRKRANNA DI VALDIMAR ÁSMUNDSSON
a cura di Christian Lamberti

Quando sentiamo nominare Dracula la prima immagine che balena in testa è una creatura antropomorfa, di elegante fascino, con i canini acuminati snudati sul collo delle vittime. In verità il vampiro è qualcosa di ben più intimo e pandemico: un agente virulento che prolifera attraverso il sangue, in grado di corrompere corpo e anima. Il vampirismo di Stoker si spinge oltre, giocando subdolamente sulla corruzione apportata dalla modernità caotica e alienante, dove i confini diventano pericolosamente fumosi, ibridabili, ingestibili, estranei, perturbanti.

In un’epoca alle porte del XX secolo, quanto mai globalizzata, le frontiere dell’inconscio alludono con allarme ai confini nazionali e alle rispettive identità culturali. Un nuovo mondo interconnesso dal capitalismo mercificante che mira ad eludere le differenze tra originalità e contraffazione tanto dei prodotti quanto degli individui, trasponendoli in una filiera di multipli omologati. Dracula, contraffattore per antonomasia, trova in questo volgere di secolo un campo d’azione ideale per le sue imposture. Dato un simile scenario, a cui richiama il vampirismo pandemico e globalizzato di Stoker, non stupisce che Dracula si sia trovato agevolato nel diffondere in lungo e in largo una filiazione di undeads, le cui connaturate doti polimorfe ne hanno facilitato il mimetismo nei tessuti sociali ospitanti. L’esito è stato un capillare effetto di duplicazione che rende ogni simulacro draculiano il riflesso pressoché speculare di un altro, al netto degli opportuni camuffamenti contestuali.

Da questa proliferazione draculiana è recentemente emerso un esemplare che ha suscitato notevole clamore nel panorama accademico. Nel 2013 Hans Corneel de Roos ha riscontrato nella raccolta Bram Stoker Omnibus (1986), a cura di Richard Dalby, un Dracula anomalo all’opera in Islanda. Il team di studiosi coordinato da de Roos ha rilevato come la narrazione sul suo conto fosse una libera riscrittura dell’originale di Stoker, confacente al contesto culturale in cui è approdata. Lo stupefacente testo in questione è il Makt Myrkranna (1901, tradotto come I poteri delle tenebre), divulgato in una prima fase (dal 13 gennaio 1900) a puntate sul settimanale Fjallkonan fondato da Valdimar Ásmundsson, e sei mesi dopo in volume con la prefazione firmata da Stoker.

Lo stesso Valdimar Ásmundsson si è occupato della curatela dell’opera traendola da un ulteriore simulacro scandinavo del vampiro stokeriano, lo svedese Mörkrets Makter a cura di un misterioso “A-e”. Ad essere precisi Ásmundsson lo ha ricavato dalla versione più breve del Mörkrets Makter pubblicato a puntate, in contemporanea, sulle riviste svedesi Aftonbladets Halfvecko-upplaga e Dagen a partire dall’estate del 1899.

Tralasciamo il Mörkrets Makter, ancora da tradurre in inglese, per concentrarci sul Makt Myrkranna. Come detto, abbiamo a che fare con una variante dell’originale stokeriano, un suo adattamento norreno dai toni decisamente pulp. Anche i personaggi presentano alcune divergenze, altri sono del tutto inediti. Van Helsing ad esempio sembra un fanatico superstizioso che sovente brancola nell’incertezza, ben lungi dal rassicurante e inossidabile faro nel buio della veste ufficiale. Troviamo anche un ispettore di polizia, tale Barrington, del tutto assente nella versione di Stoker se non negli appunti preparatori dove ha nome Cotford. Stesso discorso per la governante del Conte, un’anziana sordomuta rimasta confinata nelle annotazioni preliminari e che invece il Makt Myrkranna manda in scena. Gli esempi sono molteplici, al punto da far supporre che le edizioni nordiche siano defluite da qualche stesura abbozzata da Stoker durante l’assestamento del romanzo.

Onde disperderci in questo fitto reticolo di rimandi e allusioni, focalizziamo l’attenzione sulla figura di Dracula a cominciare dalla sua dimora. Si è detto dell’inedita governante, e già questo pone una differenza notevole rispetto al solitario cimelio di una nobiltà estinta consegnatoci da Stoker. Il Conte di Ásmundsson si avvale della collaborazione non solo dell’anziana sordomuta, ma di una nutrita manovalanza costituita da creature scimmiesche e brutali. È invece ridotto il numero delle ancelle-vampiro, non tre come nell’opera canonica ma soltanto una dama bionda con la quale Thomas Harker (omologo di Jonathan Harker) finisce per tradire la fidanzata lontana. Proprio attraverso gli occhi di Thomas scopriamo elementi nuovi sul castello e, di riflesso, su Dracula.

Quando questi illustra a Thomas la carrellata di ritratti di famiglia, traspare la «sua visione del mondo ispirata al darwinismo sociale e ci fornisce una ricca sottotrama, fatta di intrighi, passioni, adulterio e vendetta, apparentemente basata sulla vita di Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone» (I poteri delle tenebre, p. 24 versione ebook). Sempre Harker, girovagando per il castello, rinviene il cadavere di una contadina assassinata e un passaggio segreto che lo conduce in un tempio sotterraneo dove assiste a un rito sacrificale officiato da Dracula.

La sua versione nordica appare molto interessata alla negromanzia, tant’è che alle pratiche cerimoniali abbina la lettura di testi occulti, tra i quali si fa menzione di un arcano volume di magia medievale. Un Dracula in una veste più fanatica e megalomane dunque, che si nutre non solo di sangue ma anche di ideali sovversivi su larga scala, ben più larga rispetto ai propositi del suo omologo inglese. Questo Conte infatti si mostra deliberatamente minaccioso non tanto nei riguardi di Thomas, quanto verso i governi democratici d’Europa che intende rovesciare al fine di instaurare – udite, udite! – un Nuovo Ordine Mondiale. Una volta approdato a Londra Dracula conferma la sua vena salottiera, circondandosi nella lussuosa residenza di Carfax di bellissime donne altolocate e discinte. Egli ama mostrarsi al pubblico vestito di tutto punto, con tanto di svolazzante mantello “vampiresco”.

Rispetto al Conte stokeriano, quello islandese denota un’immagine meno femminea, più marziale e spudorata. Così come più spudorato è l’intero Makt Myrkranna, che purtroppo pecca di raffazzonamento nella seconda parte, sviluppata sbrigativamente. Ciò non inficia troppo la piacevolezza generale della storia, rispetto alla quale detiene un peso maggiore il valore filologico dell’opera, restituito egregiamente dall’editore Carbonio. Non ci resta che attendere fiduciosi future riapparizioni del Conte, consapevoli delle costellazioni narrative poco esplorate che orbitano intorno al cosiddetto “Codice Dracula”.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula. Ci sono i tratti che contraddistinguono il vampiro che lo stesso Stoker ha trovato nelle sue ricerche. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

Intervista ai traduttori Maura Parolini e Matteo Curtoni.

1) Ma ve lo aspettavate di trovarvi tra le mani un Dracula completamente nuovo e molto diverso da quello classico? Volete raccontarci la vostra esperienza di traduzione?

La genesi di questa traduzione è un po’ diversa dal solito perché siamo stati noi a proporre il libro all’editore e non viceversa. Lo avevamo intercettato in Rete qualche tempo prima di cominciare la collaborazione con Carbonio. Maura aveva letto delle recensioni che già lasciavano intuire il livello di bizzarria letteraria. Dracula di Bram Stoker tradotto e reinventato da un letterato islandese? Sembrava quasi troppo bello per essere vero – ma una volta tanto era vero! E c’è persino di più se si pensa alla pista svedese di cui torneremo a discutere e a leggere nel prossimo futuro.

Quanto al lavoro vero e proprio, la parte più difficile è stata superare l’emozione, che dava davvero alla testa: dopotutto, avevamo a che fare con un caposaldo della letteratura di genere (e non) e con uno dei «mostri» più affascinanti di sempre, insomma eravamo al cospetto di una leggenda. Avete presente quando i nani in Biancaneve canticchiano Andiamo a lavorar, tutti entusiasti? Ecco noi facevamo più o meno così quando ci mettevamo alla tastiera (e, come potete immaginare, non succede proprio con tutti i testi che traduciamo).

Un’avventura e insieme una scoperta che ci hanno coinvolto dalla prima all’ultima pagina. Tanto per farvi un esempio: il testo è ricchissimo di note – il curatore De Roos ha svolto un lavoro straordinario – ma durante la traduzione dei vari capitoli le abbiamo sempre lasciate per ultime, non perché fossero poco interessanti, anzi!, ma perché volevamo farci prendere completamente dal demone della storia.

2) Solitudine... nelle vostre dirette instagram per Carbonio editore è stato un leitmotiv ricorrente che ha dato adito a diversi spunti di discussione. Ne volete parlare anche al pubblico di Classicult?

La solitudine e l’isolamento, temi che purtroppo di questi tempi tutti abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene, fanno parte del mito del vampiro e di Dracula in particolare. Chiuso in un castello praticamente inaccessibile, solo da secoli – una solitudine allo stesso tempo cercata e obbligata – e incapace di avere un vero rapporto anche coi suoi rarissimi simili, è un predatore che cerca vittime e non il conforto della compagnia di qualcuno, diverso da tutti, più demone che umano, morto ma non-morto: tutto questo crea un profondo senso di isolamento.

Va detto, però, che per quanto riguarda la solitudine, il Dracula di Stoker e il Dracula islandese divergono in modo netto. Il primo cerca ed esalta questa sua condizione, il secondo, come si vedrà, ha ben altri piani, che includono eventi social degni del Grande Gatsby. Però è vero che se vuoi solo uccidere e bere il sangue delle tue vittime, non sarai l’anima delle feste o l’invitato che tutti si litigano.

3) Eros e Thanatos, amore, sesso e morte. Solo per me questi temi sono molto più accentuanti nel "Dracula islandese" rispetto all'originale?

Affatto, lo pensiamo anche noi. Il Dracula britannico è uno specchio oscuro ma fedele della società vittoriana con i suoi vincoli, le sue norme e la sua ipocrisia, e pur essendo in certe scene molto erotico, tra le righe esalta la repressione. In quello islandese, invece, troviamo una visione di fondo diversa, più aperta (come teniamo a ricordare sempre, il traduttore e curatore Ásmundsson è sposato con una suffragetta), scene sorprendentemente moderne e di certo più esplicite, considerazioni da parte di Harker più consapevoli e disincantate di quelle del suo omologo inglese.

La sua sincerità, per esempio, nell’ammettere quanto sia tentato dalle grazie della “nipote” del conte malgrado il fidanzamento con Wilma (così si chiama Mina nella versione islandese) è a dir poco sorprendente. Tutto questo, inutile dirlo, è circondato, soffuso e intriso di morte perché di non-morti si tratta e amare un vampiro e farsi «amare» da un vampiro significa andare contro la vita, quantomeno contro la vita come la conosciamo…

4) Ora inventatevi un cast di attori per mettere in scena un film tratto da I poteri delle tenebre. Forza, voglio la vostra squadra perfetta!

Ne abbiamo due (sennò eravamo ancora qui a tirarci paletti e teste d’aglio!). Il cast di Matteo: Adam Driver nella parte del Conte, Daniel Radcliffe in quella di Harker, Emma Roberts in quella della «nipote» Dracula e infine Elle Fanning nel ruolo di Wilma/Mina. Il cast di Maura, che ha preferito usare un mix di attori del passato e del presente, vivi e defunti, tanto per aggiungere un tocco di (non)morte in più: Max von Sydow nel ruolo di Dracula, Peter Dinklage nella parte di Harker, Sharon Tate come la «nipote» e Fay Wray nei panni di Wilma/Mina.

5) E ora la domanda da un milione di dollari: secondo voi chi lo ha scritto davvero quel Dracula boreale?

Fantastica la definizione di Dracula boreale! Sappi che d’ora in avanti te la ruberemo, ma sarà più un omaggio, diciamo. La pista svedese cui accennavamo prima sembra la più promettente in questo senso. In breve: Ásmundsson avrebbe basato la sua traduzione su quella svedese, di poco precedente, aggiungendo tocchi di folklore e giochi di parole/di assonanze squisitamente islandesi.

Quindi in teoria sarebbe il traduttore svedese il responsabile delle modifiche più importanti – e in ben due versioni, per giunta, una persino più lunga del Dracula classico e una più breve. Ma se anche si riuscisse a risalire all’identità certa dell’autore, rimarrebbe il mistero degli appunti di Stoker e di come personaggi e sottotrame che aveva pianificato (ma alla fine non utilizzato) per il Dracula classico siano rispuntati in queste altre versioni. C’è ancora molto materiale che dev’essere tradotto e preso in esame, prima di poter dare una risposta definitiva. Se mai sarà possibile. Ma in fondo, in particolar modo per un romanzo come Dracula, non è bello che il mistero non possa essere svelato del tutto?

Cristiano Saccoccia ha curato le interviste e l'introduzione all'articolo, lui e la redazione di ClassiCult vogliono ringraziare calorosamente coloro che sono intervenuti.
Dacre Stoker: http://dacrestoker.com/
Christian Lamberti: http://www.christianlamberti.com/
Carbonio Editore per il costante e tempestivo supporto.

E da dietro le quinte ci teniamo a ringraziare l'aiuto di Alessandro Manzetti, poeta, scrittore ed editore. Senza di lui questo speciale non sarebbe stato possibile. Se amate la letteratura dark, horror o i classici delle tenebre consigliamo la sua casa editrice: https://www.independentlegions.com/


Quella volta in cui tutti i bambini scapparono di casa

Per parlarvi del nuovo libro di Marina Presciutti, Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa, mi viene in mente una frase del filosofo francese Michel De Montaigne: “I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie”. Di fatto il gioco mascherato messo in atto dai bambini del paese di Arcipippoli mostra fin dalle prime pagine l’azione seria, motivata da una questione che va al di là dell’infanzia.

Cosa succederebbe se d’un tratto una bambina di otto anni (migrante, siriana, orfana) venisse allontanata da scuola, così, senza apparente motivo? Nell’adulto il rimando storico sarebbe inevitabile, pungola le consuete ingiustizie sociali e la sua analisi sarebbe forse più spregiudicata, ma quali spiegazioni potrebbe darsi un suo compagno di età poco inferiore? La Presciutti allora, prendendo spunto dal quotidiano, impasta al ricco linguaggio, con inflessioni partenopee, temi sull’educazione, sulla cultura e sul razzismo per restituire al lettore, sia esso ragazzo o adulto, un profondo, evocativo e non banale racconto, “uno specchio di fragilità su cui riflettersi”. Per immedesimarsi, forse più nella voce narrante e nel professor Porzio piuttosto che nella piccola brigata, seleziona le parole con accurata dovizia trasferendo sul lemma del “migrante” un significato più innocente ma non meno consapevole. I bambini, infatti, non trovando logica o senso nella decisione degli adulti di allontanare la compagna di scuola, scelgono di intraprendere un’avventura collettiva che li faccia diventare tutti migranti

Alla mente attenta l’indizio sulle loro intenzioni non sfugge e ci viene infatti fornito fin dalle prime battute, tanto che quando con il fiato sospeso fino alla fine ci chiediamo dove stiano andando, per raggiungere la libertà l’autrice disegna loro la via della fuga facendo leva sui loro sogni e sulle loro convinzioni.

Presciutti sembra proporre una riflessione che vada oltre il luogo comune, impreziosendola di esperienze, di citazioni (non è passata inosservata quella sulla società liquida di Zygmunt Bauman), di dignità. Nel viaggio “la condizione di dignità” a cui fa riferimento l’autrice è quella “di chi lotta per migliorare la propria vita”, anche qui dove tutto è “piccolo piccolo” ma non i sentimenti.

Ricordo che Montaigne sosteneva anche che nulla di nobile può essere raggiunto senza il pericolo, ovvero senza pagarne un prezzo che è ben presente in questo libriccino. Forse di proposito lo scrivo solo ora ma c’è una parola che al di là della recensione fine a sé stessa, del contesto e della struttura narrativa, più di tutte mi sembra poter spiegare ogni cosa, che nella lettura ritorna, nei capitoli rimbalza nel suo uso quando tutto intorno sembra svuotato: quella parola è Cuore, senza aggiunta di colore.

Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa Marina Presciutti
La copertina del libro Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa di Marina Presciutti, pubblicato da il seme bianco

 

Marina Presciutti, Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa, ed. Il Seme Bianco 2020, pagg. 77, euro 9,90.