Andrej Tarkovskij cinema preghiera

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera

Che cos’è l’arte? È il Bene o il Male? Proviene da Dio o dal Diavolo? Dalla forza dell’uomo o dalla sua debolezza? Forse in essa è racchiuso un ideale di armonia sociale? Consiste in questo la sua funzione? Essa è una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri uomini, una confessione, un atto inconsapevole, ma che rispecchia l’autentico significato della vita: l’Amore e il Sacrificio.” tratto dal libro “Scolpire il Tempo”, di Andrej Tarkovskij, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, 2015

Dal 20 gennaio, in specifiche sale italiane, viene proposto un film-documentario su un artista assai noto nel Parnàso della cinematografia mondiale: si tratta di una retrospettiva del regista russo Andrej Arsen'evič Tarkovskij, attentamente diretta e curata dal figlio Andrej A. Tarkovskij.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera”, presentato in anteprima al Festival di Venezia e distribuito da Lab 80 Film, permette allo spettatore di immergersi nel mondo tarkovskijano grazie ad immagini, registrazioni audio e materiali d’archivio inediti; vengono proposti frammenti tratti dai suoi film oltre che a riprese sui set e momenti di quotidianità nei luoghi cari al regista.

Il suo lascito, costituito da otto pellicole, viene rappresentato nel film da altrettanti capitoli in cui esso è suddiviso: la narrazione è lineare, anzi circolare, poiché descrive la vita di un uomo, dalla sua nascita (1932) alla sua morte, ritornando poi alle origini.

Traspare fin dall’inizio il profondo legame che Andrej ha coi genitori, conflittuale con il padre, il poeta Arsenij Tarkovskij, e viscerale con la madre, Marija Ivanovna.

La ferma presenza fisica ed emotiva della madre, così come il ritrovamento e la “riscoperta” nell’età adulta della figura paterna, sono ben evidenti in film come Zerkalo (Lo specchio, 1975) e Offret (Sacrificio, 1986).

Arsenij e il piccolo Andrej Tarkovskij

Un altro avvenimento che sconvolge l’attività del regista, all’apice della sua produzione artistica, è l’inevitabile punto di rottura e la conseguente censura da parte delle autorità sovietiche; infatti l’URSS critica aspramente la visione pacifista del suo primo film, Ivanovo detstvo (L’infanzia di Ivan, 1962), poiché entra in contrasto con la propaganda, basata su princìpi di orgoglio patriottico, a seguito della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.

Tali contrasti causano poi un ritardo di sei anni per l’uscita di Andrej Rublëv (1966), non solo per la scelta - incompresa per l’epoca - di un tema prettamente religioso, ovvero la storia di un pittore di icone ortodosso nella Russia del ‘400, ma anche per l’inevitabile interpretazione da parte del governo di una celata critica del momento politico contemporaneo.

Dopo la parentesi “pseudo-fantascientifica” e metafisica di Soljaris (Solaris, 1972) e Stalker (1979), inframmentizzata dal film Zerkalo, il punto di non ritorno avviene durante le riprese in Italia del film Nostalghia (1983); a questo punto Tarkovskij, consapevole che in caso di rientro in Russia vedrebbe del tutto ostacolata la sua attività artistica, decide di rimanere in Italia, non facendo mai più ritorno in patria.

Trascorsi alcuni anni, dopo essersi ricongiunto al figlio (fino a quel momento trattenuto in Russia), Andrej, già malato, completa in Svezia le riprese del film Offret, suo testamento artistico, per poi spegnersi alla fine dell’anno 1986 a Parigi.

Andrej Tarkovskij cinema preghieraIn occasione della proiezione del film al Teatro delle Muse di Ancona, questo 25 gennaio, Andrej A. Tarkovskij racconta in prima persona i sentimenti e il “pensiero poetante” racchiusi nella creazione paterna, citando grandi nomi per lui ispiranti e da lui ispirati.

Tutto ciò che in Tolstoj è l’analisi delle azioni dei personaggi nella loro quotidianità, in Dostoevskij è invece la descrizione intima del conflitto interno tra Bene e Male; quel che è “follia” come famelica tensione verso l’ignoto in Leonardo da Vinci, è invece sublime polifonia in Bach, le cui musiche riflettono l’ordine della natura e del divino.

In Tarkovskij potremmo riscontrare tutto questo andando oltre, unendo all’introspezione dell’animo umano e all’ispirazione spirituale data dalla religione, anche uno scopo sociale, che è proprio della creazione artistica; per l’artista lo sforzo immane sta nella comunicazione, o meglio nella “capacità di comprendersi reciprocamente”, riuscendo a trasmettere agli altri la realtà di una verità sofferta, derivante dalla meditazione sul significato della vita; da questo processo scaturisce il dono della parola, come nel cinema avviene la nascita dell’immagine, che racchiude una rivelazione.

“Tarkovskij racconta Tarkovskij”, foto dell’incontro al Teatro delle Muse, Ancona. Foto di Alissa Ciccarelli

Nel film, così come nella seguente intervista al figlio Andrej Tarkovskij, traspare infine lo stretto legame sviluppatosi tra il regista e l’Italia, sua patria adottiva fin dai tempi delle riprese di Nostalghia e del documentario Tempo di viaggio, girato insieme a Tonino Guerra.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” è dunque sia un tassello aggiuntivo per chi si è già da tempo introdotto nel tempio del pensiero tarkovskijano, sia un nuovo punto di vista per approcciarsi per la prima volta ad esso: di certo è un imperdibile omaggio di un figlio verso il padre-regista, che a sua volta ha omaggiato spesso, nel suo cinema, l’opera del padre-poeta.

Andrej Tarkovskij cinema preghiera

In sala a:

FirenzeCinema La Compagnia
BergamoAuditorium Lab 80 Cinema
TorinoCinema Massimo
PisaCinema Arsenale
Jesi (AN)Cinema Teatro Piccolo
AnconaCine Teatro Marche – CineMuse
Spoleto (PG)Cinema Sala Pegasus
BresciaNuovo Eden
PadovaCinema Lux
MantovaCinema del carbone
PerugiaPostmodernissimo
Poggibonsi (SI)Cinema Garibaldi
MilanoSpazio Anteo
RomaNuovo Cinema Aquila
Reggio EmiliaCinema Rosebud
RomaCinema Apollo Undici
RomaCinema Detour

Andrej Tarkovskij cinema preghieraImmagine locandina e foto (ove non indicato diversamente) per “Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” cortesemente fornite da Lab80.it


Massimo Osanna racconta la "sua"Pompei tra vecchi scavi e nuove sfide per la città vesuviana

Un omaggio, un diario corposo di eventi, sconfitte e vittorie. Dalla distruzione del 79 d.C. alla seconda rinascita dell’Araba Fenice, Pompei viene raccontata da colui che assieme ad una grande squadra di collaboratori ha saputo ridare un’ennesima vita alla città vesuviana. Massimo Osanna, Professore e Direttore del Parco Archeologico di Pompei ci racconta una città nuova, una città dalla doppia e dalle molteplici possibilità.

Nessuna avrà lo stesso punto di vista in quanto definire univocamente una città multietnica  e stratificata come Pompei, per un archeologo o un semplice appassionato, risulterebbe difficile. La città antica si è sempre intrecciata con un’altra Pompei fatta di sogni, miti, di quella creatività così tipica degli scrittori che l’hanno immaginata, descritta e raffigurata. Ognuno con la propria esperienza di specialista o artista ha lasciato un ricordo significativo della sua visita e ancora oggi, il ricco programma di visite che è possibile effettuare all’interno del sito, permette ad ognuno di noi di vivere una Pompei diversa e mai uguale.

Questo libro che vuole essere per tutti ma il cui taglio rimane scientifico è capace però di cogliere ogni sfumatura di questa lunga storia di una città che nasce intorno al VII secolo e muore nel I secolo d.C.; dalla catastrofica distruzione della città ad opera dello “sterminator Vesevo”così come scrive Giacomo Leopardi alla riscoperta borbonica e alla seconda morte con il terribile crollo nel 2010 della Schola Armaturarum. Un punto di svolta per la città. Da quel giorno la macchina mediatica ha puntato i suoi riflettori e attraverso un lungo processo ha portato nuovamente alla ribalta Pompei.

Nasce nel 2014 il Grande Progetto Pompei che ha trasformato in maniera evidente l’opinione e l’immagine della città. Quel degrado diffuso si è trasformato in una rivoluzione e dalle ceneri Pompei è nuovamente risorta. Non da sola, senza miracoli e con un lungo e difficile lavoro portato avanti da un’equipe di specialisti con professionalità diverse che hanno lavorato instancabilmente per portare avanti un progetto salva - Pompei. Grazie a questo sapiente lavoro e a tecniche innovative, Pompei ha fatto scuola nel campo della metodologia archeologica come esempio di best practice nel mondo.

L’approccio d’intervento è stato indirizzato verso le criticità più evidenti con la messa in sicurezza di tutte le regiones e la fruibilità di 32 ettari dei 44 scavati. Accanto a questi interventi sono stati portati avanti anche lavori di restauro su singole domus o interi complessi edilizi nell’ottica di una riapertura permanente di interi percorsi di visita all’interno degli scavi. Ma il GPP (Grande Progetto Pompei) ha rappresentato anche una palestra per una migliore conoscenza della civiltà romana all’interno di un contesto ben strutturato, attraverso lo studio e la riscoperta di importanti edifici in aree non ancora indagate.

Massimo Osanna

Oggetti, corpi, gioielli, pitture e tutto quello che un tempo era vivo all’interno delle domus adesso dialoga con i moderni ricercatori e viene presentato al grande pubblico in un racconto sempre attivo fatto di mostre e pubblicazioni scientifiche che girano il mondo. Il lettore anche non specializzato su Pompei troverà, all'interno di questo volume, diverse immagini a corredare l’esposizione anche sugli ultimi e più recenti scavi della Regio V. Per la prima volta si presentano i ritrovamenti più eclatanti come il mosaico di Orione, Leda con il cigno e gli edifici che ospitano questi splendori. Pompei, Il tempo ritrovato Le nuove scoperte edito da Rizzoli è un libro scientifico che non perde l’entusiasmo e l’emozione di un grande protagonista della nuova vita di Pompei.


Osanna racconta il "Tempo ritrovato di Pompei" al Teatro Mercadante

Martedì 26 novembre, nella prestigiosa cornice del Teatro Mercadante di Napoli, si è svolta la presentazione del libro “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” scritto dal Direttore del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osanna e pubblicato da Rizzoli.

Durante l’evento, l’autore ha dialogato con il direttore del Corriere del Mezzogiorno Enzo D’Errico e il professor Stefano De Caro.

Massimo Osanna al Teatro Mercadante. Foto: Teresa Pergamo

Dieci anni fa le immagini del crollo della Schola Armaturarum, avvenuto nella notte del 6 novembre 2009, fecero il giro del mondo denunciando lo stato d’incuria e degrado in cui versava il sito archeologico di Pompei. Da allora le cose sono cambiate e con l’avvio, alcuni anni dopo, del Grande Progetto Pompei si è potuto mettere in sicurezza la maggior parte delle rovine e riprendere le indagini e gli interventi di scavo. 

Libro. Foto: Teresa Pergamo

Nel volume, corredato da un ricco apparato fotografico, Osanna ha raccontato, con un approccio scientifico ma usando un linguaggio divulgativo, le recenti scoperte avvenute durante lo scavo della Regio V in cui sono stati trovati affreschi, mosaici, architetture e oggetti del quotidiano che hanno restituito uno spaccato della vita degli uomini e delle donne travolti dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Firma copie. Foto: Teresa Pergamo

Osanna ha raccontato di aver pensato di scrivere un libro sul suo lavoro a Pompei già dall’inizio del suo primo mandato da Direttore del Parco ma che il progetto ha preso forma concreta, anche grazie alla proposta della casa editrice Rizzoli, soltanto a inizio anno, nei mesi intercorsi tra la fine del primo mandato e la riconferma per il secondo. L’autore ha anche sottolineato il suo desiderio di realizzare un’opera scientifica ma al contempo comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

Nel successivo dibattito con D’Errico e De Caro sono stati affrontati diversi argomenti cominciando dal fondamentale cambiamento nel modo di gestire il sito di Pompei dopo il crollo del 2009, che si è rivelato fondamentale per riscoprire l’importanza della manutenzione delle strutture. Altro tema dibattuto è stato quello dell’opportunità di effettuare nuovi scavi. Se De Caro ha evidenziato la necessità di considerare la sostenibilità economica degli scavi, Osanna ha ribadito che è necessario procedere a nuovi scavi quando servono a mettere in sicurezza il fronte di scavo. Infine, si è parlato del turismo di massa e dell’esigenza di coniugare la valorizzazione, che deve essere prima di tutto culturale, con la tutela del sito, realizzabile anche spostando l’ingente flusso turistico dal Parco Archeologico di Pompei verso altre zone meno note ma ugualmente importanti come le Ville di Stabia e i Campi Flegrei.

Massimo Osanna. Foto: Teresa Pergamo

Dopo la presentazione, Massimo Osanna si è fermato con il pubblico in sala per firmare le prime copie di “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte”.


Nuove importanti aperture a Pompei

Due importanti inaugurazioni per Pompei, lunedì 25 novembre (ore 11,00) con la riapertura di via del Vesuvio, al termine degli interventi di messa in sicurezza dei fronti di scavo che stanno interessando i 3km di perimetro che costeggia l’area non scavata dell’antica città, nell’ambito del Grande Progetto Pompei.

La restituzione alla fruizione della strada e degli edifici che vi si affacciano, permetterà al pubblico di ammirare, per la prima volta la domus di Leda e il cigno rinvenuta nel corso degli scavi alla Regio V e, a seguito dei recenti restauri, il complesso delle Terme Centrali, mai finora accessibile.

Riapre al pubblico anche la Casa degli Amorini Dorati al termine degli interventi di manutenzione.

Terme

Gli straordinari ritrovamenti frutto dei nuovi scavi, tra cui quello della vasta area del “cuneo” -  posto tra la casa delle Nozze d’argento e il vicolo di Marco Lucrezio Frontone - sono stati raccontati nel loro aspetto storico scientifico, ma anche più romantico legato all’emozione delle scoperte stesse, nel libro del Direttore del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osanna, che ne ha curato gli scavi.

“Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” sarà presentato in anteprima alla stampa lunedì 25 novembre, in occasione della riapertura di via del Vesuvio. Il volume sarà in distribuzione nelle librerie dal 26 novembre.


La prima rivoluzione della preistoria? Avvenne a Gerico e la racconta Lorenzo Nigro nel suo romanzo

Docente, ricercatore e adesso scrittore di romanzi. Lorenzo Nigro smette i panni per un attimo del Professore e Direttore della Missione archeologica a Gerico e racconta in prima persona, nel suo romanzo archeologico d'esordio, cosa significa lavorare e scavare in un luogo di antico fascino, nella città più antica del mondo, situata nei pressi di una rigogliosa sorgente e posta a 260 metri sotto il livello del mare: Gerico. Un viaggio lungo secoli in cui il passato può essere toccato e rievocato e questo l’archeologo lo sa bene, quando a contatto con la terra e i manufatti antichi cerca di ricostruire storie, volti, eventi, le cui tracce sono così effimere da perdersi nella notte dei tempi. Nel sito, dove la missione della Sapienza lavora da oltre venti anni e la stratificazione archeologica ha raggiunto diverse profondità, generazioni e conquiste umane divengono tangibili e non più solo mere ricostruzioni di un gruppo di “romantici” archeologi.

In questo luogo magico che è Gerico, circa 12.000 anni fa, una comunità umana diede vita alla prima rivoluzione della storia, attuando un qualcosa di inimmaginabile per un tempo così lontano. La domesticazione di piante ed animali, la prima costruzione di una casa, l’invenzione della ruota, l’uso del mattone e la sua formazione con argilla, il fuoco che riscalda e che permette la sopravvivenza, così la cultura e le idee di una civiltà, insieme alle credenze più profonde per l’uomo quali la vita e la morte. Questo romanzo, che racconta la vita di una missione archeologica, sveglia la voglia di apprezzare e soffermarsi sul tempo che scorre e di riflettere sul grande bagaglio culturale che abbiamo ricevuto dai nostri progenitori. L’emozione dello studio e della scoperta passano anche attraverso le emozioni di un archeologo che a fronte dei tanti anni di ricerca e di abitudine trova ancora tempo e modo di approfondire il passato e apprezzare ancora di più il presente di ciascuno di noi.

Le scene sono narrate e illustrate in maniera volutamente leggera in questo libro e in prima persona da parte dell’autore, attraverso le tecniche narrative dei ricordi, del flashback, delle emozioni, ma l’approccio rimane sempre rigorosamente scientifico perché i dati e le scoperte non sono frutto d’invettiva ma di esperienza e anni di lavoro sul campo e di pubblicazioni. La vita della missione, che oltre al Prof. Nigro è arricchita da altri collaboratori, è scandita nei suoi momenti nell’arco delle giornate di lavoro, pausa e studio e in quelli che possono essere momenti di imprevisto, così tipici nelle missioni archeologiche. Non mancheranno anche toni più leggeri e una descrizione vivida e giocosa della vita di un archeologo.

Protagonista indiscussa anche la città di Gerico in cui si svolgono quasi tutte le attività raccontate nelle trincee di scavo alte fino a 17 metri sul Tell es-Sultan (la collina del sultano), presso la vicina sorgente di ‘Ain es-Sultan e nell’oasi che circonda il sito. I tempi della narrazione sono suddivisi nell’arco di un mese nel 2014 e gli scavi degli archeologi approfondiscono gli aspetti dell’insediamento neolitico di Gerico durante il suo iniziale sviluppo nel periodo Aceramico; parliamo di un periodo che va tra i 10.800 e gli 8.000 anni fa.

Perché leggere questo libro? Il romanzo archeologico, come già detto, si sveste dal racconto esclusivamente scientifico e vuole essere spunto per una riflessione sulla rivoluzione delle prime comunità del passato, attraverso alcuni aspetti fondamentali per la sopravvivenza stessa di Gerico e dei suoi abitanti.

“Gli archeologi vengono a contatto non solo con le prime grandi invenzioni, ma anche con le strategie adottate per tenere unita e viva la società, resistendo alle pulsioni violente che pure lasciano ferite profonde come i dodici scheletri scoperti nella grande torre tonda centro e simbolo della comunità di Gerico. Da questo emerge la necessità di recuperare quei valori di partecipazione e solidarietà che danno senso ad ogni comunità umana. La separazione dei crani, la loro ostentazione e, successivamente la trasformazione tramite modellazione con argilla e sangue, adottata dai gerichioti, segna il passaggio più inquietante e affascinante del libro: il sacrificio umano, il valore dei rapporti di sangue, la nascita della famiglia, il culto degli antenati e il bisogno di crearsi dei feticci e dei totem, sono temi esistenziali che emergono potentemente nel racconto e trascinano il lettore, con una semplicità che sfiora l’ingenuità, fin dentro le grandi domande della vita".

Vivere con gli archeologi ci aiuta a porci domande su chi siamo e ci restituisce speranza. “Il passato appartiene a tutti” afferma l’autore “o vive in ognuno di noi o è perduto per sempre”.

Il libro è il primo di una collana di romanzi archeologici dal titolo “Scavare è il mio peccato”, e si è affermato nell’estate come un inatteso caso letterario, un esperimento di divulgazione scientifica fatta da specialisti per i giovani lettori. Dopo questa prima uscita sulla preistoria e Gerico, sarà la volta dell’Isola di Mozia, antica colonia fenicia in Sicilia.

L’autore: Lorenzo Nigro, è un archeologo con 30 anni di esperienza sul campo sia nel Vicino Oriente che nel Mediterraneo. I suoi primi scavi sono stati ad Ebla, successivamente ha fondato la Missione archeologica in Palestina e Giordania che ha scavato presso Tell es-Sultan (antica Gerico), nei siti preclassici di Betlemme e Tell Abu Zarad in Palestina; in Giordania ha riportato alla luce la città di Khirbet al-Batrawy, un sito del III millennio a.C. prima sconosciuto e i siti di Jamaan e Rujum al-Jamus. Dal 2002 è Direttore della Missione archeologica sull’isola di Mozia, colonia fenicia in Sicilia Occidentale, di fronte Marsala. Ha scritto numerosi saggi, monografie, rapporti di scavo e più di 200 articoli scientifici su riviste internazionali. È considerato uno degli archeologi più esperti del Levante e del Mediterraneo preclassici.

Casa Editrice: Il Vomere


"Pompei. Il Tempo ritrovato. Le nuove scoperte" il nuovo libro di Massimo Osanna

Una piccola anticipazione prima di leggere questo volume di prossima uscita per Rizzoli. Spesso ai nostri lettori abbiamo più volte raccontato, mantenendo sempre un approccio di verifica e quanto più scientifico, il mondo dell’archeologia che ruota attorno al sito di Pompei. Ora, e questa sicuramente è una grande novità, a raccontare dei progressi degli ultimi anni fatti proprio nella città vesuviana sarà il Direttore del Parco Massimo Osanna che per Rizzoli ha scritto: “Pompei. Il Tempo ritrovato. Le nuove scoperte”. Un viaggio che inizia 10 anni fa e che parte da una data tragica per Pompei, 6 novembre 2010, con il crollo di uno degli edifici più celebri, la Schola Armaturarum, la cui notizia è rimbalzata in tutto il mondo e che ha alzato un polverone infinito sulla cattiva gestione dei beni culturali in Italia. Qualche anno dopo nasce il Grande Progetto Pompei che ha il precipuo scopo di avviare cantieri di messa in sicurezza per salvaguardare le rovine della città romana.

Anni di duro lavoro che hanno portato Massimo Osanna e il suo team al riscatto e agli onori internazionali, facendo diventare il sito di Pompei modello di best practice per la tutela e la conservazione dei beni culturali nel mondo. Tema del libro sarà il racconto di una nuova Pompei che rinasce dopo le attente cure dei suoi archeologi, architetti e restauratori e che riprende le indagini e gli interventi di scavo che hanno fatto conoscere a tutti nuove bellezze rimaste sepolte, quando si pensava che di Pompei ormai si conoscesse abbastanza. Parliamo dei nuovi scavi nel cantiere della Regio V che hanno restituito affreschi – Leda e il Cigno è uno degli ultimi ad essere riemerso nel 2018 – architetture, oggetti del quotidiano e spaccati di vita di una città morta ma più viva che mai.

Con approccio divulgativo e stampo sempre rigorosamente scientifico, Osanna illustrerà il dove e il come vivevano gli uomini e le donne travolti dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., cittadini di una città che non è mai morta davvero. Una biografia dei pompeiani che passa anche per gli oggetti (monete, gioielli, vasi, amuleti) e per le abitudini (dai ludus con i gladiatori e le bestie alla dieta), fino al momento fatale in cui il vulcano irrompe e immobilizza il fluire della vita. Un libro non solo per specialisti, corredato da immagini inedite, capace di farci “ritrovare” il tempo di Pompei, un eterno quotidiano – per molti versi così simile al nostro – conservato nei secoli sotto una spessa coltre di ceneri e lapilli.

L’autore è professore ordinario di Archeologia classica all’Università di Napoli Federico II. Ha insegnato nell’Università della Basilicata, a Matera, dove ha diretto la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici; è stato visiting professor in prestigiosi atenei europei e ha promosso scavi e ricerche in Italia meridionale, Grecia, Francia. Dal 2014 al 2015 ha diretto la Soprintendenza Speciale di Pompei; dal 2016 è direttore generale del Parco Archeologico, riconfermato per un altro mandato nel 2019.


Meraviglie. Ecco il nuovo libro di Alberto Angela

Dopo il grande successo televisivo di “Meraviglie. Alla scoperta dei tesori”, Alberto Angela annuncia l’uscita del suo nuovo libro scritto sulla scia dell'amata trasmissione in onda su Rai 1. Dalle Alpi alla Valle dei Templi in Sicilia, passando per le ricche architetture e opere sparse sulla penisola, frutto dei geni dell’arte che l’Italia ha da sempre ospitato, il noto divulgatore ripercorre le tappe da nord a sud d'Italia alla riscoperta delle meraviglie e dei tesori che ogni giorno ci circondano e che ormai diamo per scontate, abituati come siamo a conviverci. Ma se ci soffermiamo a riflettere, probabilmente, nessun altro stato del mondo respira tanta bellezza come l'Italia. Attualmente ben 55 siti in Italia sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dall’UNESCO, comprendendo opere di ogni secolo, con una densità che non ha eguali in nessun altro paese del mondo.

Alberto Angela

Il libro di Alberto Angela si propone come viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca delle meraviglie italiane, della nostra identità e alla consapevolezza della responsabilità che ne consegue di proteggere, tutelare e conservare i luoghi in cui abitiamo che raccontano le nostre radici più profonde.

Come afferma il divulgatore più famoso d’Italia dalla sua Fan Page ufficiale su FB, il libro si basa sul lavoro corale che ha impegnato per tanti mesi tante straordinarie professionalità nella produzione del programma e nella sua post-produzione. All’interno del libro ci saranno le foto e le descrizioni dei siti che sono stati esplorati durante la messa in onda del programma televisivo, arricchiti da curiosità e contenuti inediti. Inoltre, vi sarà la possibilità grazie al codice QR, di vedere sul cellulare le immagini relative ai siti in questione. Questi non sono stati inseriti in ordine geografico nella pubblicazione ma sono stati messi in ordine dal punto di vista cronologico, partendo dalle civiltà più antiche che hanno abitato la nostra penisola fino ad arrivare ai giorni nostri.

Con l’acquisto del libro si contribuirà al restauro di un’opera che è stata salvata dal terremoto del 2016 a Castelluccio di Norcia: la Madonna Adorante risalente alla fine del Quattrocento.

 

 


La locanda di Asellina. Viaggio tra sapori e storia della città di Pompei

Un libro di veloce lettura, fresco e ricco di informazioni, La locanda di Asellina racconta un mistero che vede come protagonista una donna realmente esistita nella Pompei di 2000 anni fa che l’autrice Rosa Tiziana Bruno racconta con passione e accuratezza, senza tralasciare nessun dettaglio. Potrebbe apparentemente sembrare un libro per ragazzi, così come annunciato sul retro del volumetto, ma la storia appassiona e diverte fino all’ultima pagina che arriva un po’ presto e chiede all’autrice di continuare a raccontarci la vicenda.

Un intreccio ben scritto tra invenzione e caratterizzazione di un personaggio storico con continui riferimenti, mai banali e ben approfonditi, sui costumi dell’epoca, la terminologia latina e il cibo che, a fine di ogni capitolo, è possibile leggere in schede ben preparate anche graficamente. A Pompei inoltre, passeggiando su via dell’Abbondanza, si può ancora ammirare la locanda realmente appartenuta ad Asellina che con le schiave – locandiere Maria, Egle e Smyrina lavorava tra tavoli affollati e chiassosi. Tra il bancone di marmo e le scritte elettorali sui muri, chiudendo gli occhi, è ancora possibile immaginare il profumo dei piatti e il gran vocio degli avventori. Dagli scavi archeologici sappiamo anche che fu rinvenuto tutto il servizio necessario all’attività della locanda, tra cui brocche, orci, un bollitoio, una caldaia e una grande lampada di bronzo appesa, segno che la caupona con thermopolium rimaneva aperta fino a sera tarda.

E poi un viaggio alla ricerca di sapori antichi e ricette che allietano le papille gustative, e ci informano sulle pietanze più ricercate dalla nobiltà pompeiana che tra i profumi delle spezie, delle carni e del garum, protagonista di molte ricette presenti nella storia e dei piatti più famosi dell’epoca, ci racconta una storia multietnica di una delle città sicuramente più ricche della Campania antica.

Rosa Tiziana Bruno con la sua scrittura curata e ricca, riesce a raggiungere la curiosità del giovane lettore invitandolo ad appassionarsi alla storia antica che non è un semplice racconto sterile ma trova, nel corso del suo dispiegarsi, ricchi intrecci e storie affascinanti. Ma il libro può e deve essere letto anche dagli adulti perché il linguaggio non è assolutamente banale e si può riscoprire un mondo che, anche se abbandonato sui banchi di scuola, è sempre attuale, vivo e appassionante.

Come nasce La locanda di Asellina?

L’idea nasce dalla mia passione per la Storia, una disciplina viva e meravigliosa. E nasce anche dalle emozioni forti che ho provato, fin da bambina, passeggiando per le strade millenarie della Pompei romana.

Una donna protagonista di un mondo maschilista, forte e determinata. Come si è immaginata questo personaggio per la sua storia?

La locanda di Asellina è il primo romanzo ambientato nella Pompei dell’Impero romano che ha per protagonista un personaggio femminile reale: una donna imprenditrice che con la sua storia ci fa entrare nel mondo dell’antichità e ci guida nella scoperta di usanze, pensieri, giochi e ricette buonissime. Per raccontare di lei sono partita dalle notizie storiche che gli archeologici hanno raccolto, per poi proseguire immaginando emozioni e carattere di questa donna audace. Asellina gestiva una locanda in pieno centro, forse la più famosa e frequentata della città, e non era di certo un lavoro semplice, specie all’epoca. Infine, ho condito la trama con una punta di giallo, perché il mistero rende più divertenti le storie.

Dalla colazione alla cena, i Romani amavano il buon cibo e curavano ogni dettaglio. Quale ricetta l’ha incuriosita di più?

Difficile scegliere! Forse la ricetta del “moretum”, formaggio condito con erbe aromatiche e aglio, è fra quelle più interessanti perché ci ricorda la semplicità delle cose buone e, soprattutto, che il passato non è mai veramente passato, ma vive nel nostro quotidiano. Ancora oggi in molti paesi europei, oltre che in Italia, si preparano ricette a base di erbe e formaggio; dobbiamo ringraziare gli antichi Greci e Romani per la nostra tradizione culinaria e per la nascita della Dieta mediterranea.

Qual è il messaggio del suo libro?

Preferisco che siano i lettori a trovare fra le righe un messaggio. Mi limito a scrivere storie, anche se in questo caso, oltre che una trama inventata, ci sono tante notizie storiche approfondite. Ecco, sicuramente la mia speranza più grande è riuscire ad avvicinare i bambini e le loro famiglie alla Storia e al Patrimonio Culturale. Passeggiare nei siti archeologici con un libro tra le mani fa bene, sapete che in Canada prescrivono le passeggiate culturali come terapia per molte malattie?

Insegnante e sociologa. La scuola sembra aver dimenticato l’insegnamento della storia che vede sempre più una progressiva diminuzione delle ore d’insegnamento. Cosa rappresenta per lei questa materia che in realtà è fondamentale non solo per i giovani?

La conoscenza della Storia ci permette di essere liberi perché offre la possibilità di comprendere meglio il presente, di capirne i lati oscuri e apparentemente incomprensibili, e dunque ci aiuta a capire noi stessi e a fare delle scelte in piena consapevolezza.

Prossimo libro a cui sta lavorando?

Mi sono talmente divertita a scrivere di Asellina che poi ho pensato di pubblicare un altro libro ambientato a Pompei, stavolta con un protagonista maschile: un gladiatore (L’ultimo gladiatore di Pompei)! Adesso, invece, sto lavorando a una storia ambientata nella Magna Grecia. Spero di potervi parlare presto anche di questo nuovo libro, che sarà abbinato a un progetto educativo importante, per piccoli e adulti.


Arriva in tv la serie evento Il Nome della Rosa

Dal best seller mondiale di Umberto Eco una nuova produzione per il piccolo schermo. Il nome della Rosa torna in tv in quattro puntate da lunedì 4 marzo su Rai1 alle 21.25.

Un thriller storico che riporterà i telespettatori nel solco di un’indagine mozzafiato ambientata nelle cupe atmosfere del Medioevo in una misteriosa Abbazia benedettina, custode di molti segreti e teatro di feroci delitti.

J.Turturro-D.Hardung_©fabiolovino

La storia

Nord-Italia, anno 1327. Il frate Guglielmo da Baskerville raggiunge un’isolata abbazia benedettina sulle Alpi.Lo attende una Disputa importante: dovrà rappresentare l’Ordine francescano, sostenuto da Ludovico di Baviera, futuro Imperatore del Sacro Romano Impero e minacciato dal potere temporale del Papa francese Giovanni XXII. Adso, un giovane novizio benedettino, segue Guglielmo. Rinnegato il destino impostogli dal padre, barone al seguito dell’Imperatore, Adso lo ha scelto come guida per il suo cammino spirituale. L’abbazia, al loro arrivo, si presenta subito come un luogo inquietante, con una biblioteca che custodisce manoscritti di inestimabile valore e dove tuttavia aleggia più di un mistero. L'assassinio del monaco Adelmo dà il via a una serie intricata di eventi delittuosi che coinvolgono, uno alla volta, i monaci dell’abbazia. Guglielmo, su mandato dell’Abate Abbone, dovrà indagare sull’identità e sul movente del misterioso assassino seriale per arrivare alla risoluzione del caso, prima che la disputa teologica tra la delegazione francescana e quella papale, capeggiata dal feroce inquisitore domenicano Bernardo Gui, abbia inizio. Nel corso dell’indagine, Guglielmo scoprirà che due seguaci della setta dell’eretico Fra’ Dolcino, Remigio e Salvatore, sopravvissuti all’eccidio della loro gente, vivono da infiltrati nell’abbazia. Scampata a questo eccidio è anche la giovane Anna, figlia di Fra’ Dolcino e della sua compagna Margherita. Anna è animata da un forte sentimento di vendetta verso il terribile Gui, che l’ha privata degli affetti più cari, il figlio e il marito, mettendo a ferro e fuoco il villaggio eretico di Pietranera. Adso partecipa attivamente all’indagine del maestro Guglielmo, ma l'incontro con una bellissima ragazza dai capelli rossi, una profuga occitana rimasta orfana a causa della guerra, fa vacillare la sua vocazione. Guglielmo intuisce che l’abbazia cela, nel labirinto della sua famosissima biblioteca, la chiave dei misteri. Ma quando sembra essere sul punto di risolvere l’enigma, gli eventi precipitano. Al suo arrivo, lo spietato Bernardo Gui svela da subito la sua missione: distruggere l'Ordine francescano, con qualunque mezzo. Il domenicano prende potere sull’abbazia, arresta e tortura, e cerca di trovare prove sul coinvolgimento dei francescani nella catena dei delitti. Guglielmo affronta il brutale inquisitore Gui in ripetuti scontri dialettici, nei quali si fronteggiano due opposte visioni del mondo. Nello stesso tempo, Guglielmo porta avanti la sua straordinaria indagine, con l'intelligenza e l'ironia che lo contraddistinguono, fino alla scoperta della verità. Un’indagine che ha tenuto con il fiato sospeso intere generazioni di lettori nel mondo.

Il nome della Rosa. Credits: Ufficio Stampa Rai

“Il nome della rosa” una coproduzione 11 Marzo Film, Palomar con Tele München Group in collaborazione con Rai Fiction, prodotta da Matteo Levi, Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, per la regia di Giacomo Battiato. Internazionale il cast che vede protagonisti John Turturro, Rupert Everett, Damian Hardung, Fabrizio Bentivoglio, Greta Scarano, Richard Sammel, Stefano Fresi, Roberto Herlitzka, con la partecipazione straordinaria di Alessio Boni e con Sebastian Koch, James Cosmo e -Michael Emerson nel ruolo dell’Abate. La serie sarà trasmessa in contemporanea in ultra HD su Rai4k, canale 210 della piattaforma tivùsat.

Difficile e ambizioso tradurre in immagini uno dei capolavori della letteratura mondiale, consapevoli, forse, che nel cuore di milioni di spettatori un posto speciale nel panorama della cinematografia occupa il grande film del 1986 con Sean Connery che interpreta Guglielmo di Baskerville. Anche se, il film diretto da Jean -Jacques Annaud altro non era che un “palinsesto” e non un film tratto dal romanzo di Eco. Annaud, come dirà poi Eco, decise di definire il film come un manoscritto grattato e poi riscritto, volendosi distaccare, pur prendendo spinto, dal testo originale. Si trattò quindi di due testi diversi, autonomi, con ognuno una propria vita, nonostante ad Eco spettasse il consenso definitivo alla messa in onda. Come andò a finire? Il film venne trasmesso e il nome di Eco rimase nei titoli di coda come autore del testo ispiratore.

La nuova serie tv si propone di tradurre in immagini il testo originale, impresa non semplice, vista la portata della grande opera e la mole di pagine che certamente ne rendono la lettura appassionata ma complessa. Questo libro è molto più che un romanzo, è un richiamo ad un luogo affascinante e sconvolgente che cela intrighi e misteri. Forse la vera protagonista è la biblioteca dell’Abbazia e non sono i personaggi che vi ruotano intorno. “La Biblioteca è un luogo simbolo dove è contenuta e catalogata tutta la conoscenza umana, dove certe “informazioni” vengono nascoste, dove si aggirano i pazzi. È una metafora visionaria di Internet che prende fuoco. Ma tutti, grandi e piccoli personaggi, sono protagonisti del lavoro appassionato che ho fatto nel dare luce e voce a Il Nome della Rosa, ai ragionamenti e alle emozioni che questo libro – storia di uomini e di mostri – mi ha provocato. Uomini e mostri che la fantasia di ognuno di noi continua a vedere e combattere, oggi come allora, dentro di sé e fuori, nella realtà"  dice il regista Giacomo Battiato.

Prima puntata. Cosa vedremo? Ecco quale anticipazione.

Italia 1327. Il Papa e l’Imperatore sono in guerra. È in gioco la separazione tra Religione e Politica. Adso, un giovane soldato figlio di un barone tedesco al seguito dell’Imperatore, desidera prendere i voti nonostante suo padre lo voglia soldato. Dopo aver incontrato Guglielmo da Baskerville, un frate francescano colto e intelligente, il ragazzo decide di seguirlo. Guglielmo è diretto a una abbazia benedettina sulle Alpi, famosa per la sua straordinaria biblioteca. Lì si terrà una Disputa sul ruolo della Chiesa, per decidere se debba mantenere potere e ricchezza o farsi povera a imitazione di Cristo e dedicarsi unicamente alla vita spirituale. Quando Guglielmo e Adso arrivano all’abbazia, la trovano in subbuglio per l'assassinio del monaco miniaturista Adelmo. L’Abate chiede a Guglielmo di scoprire il colpevole prima dell’arrivo della delegazione papale guidata dal feroce inquisitore Bernardo Gui. Mentre Guglielmo inizia a indagare e interrogare i monaci, Adso è attratto dalla bellezza di una ragazza occitana dai capelli rossi in fuga dalla guerra nel suo paese, che vive nella foresta attorno all'abbazia. All'alba del secondo giorno, un altro monaco, Venanzio, viene trovato morto in un barile di sangue di maiale. Le tracce dell’assassino portano dritte alla biblioteca nella grande torre, un labirinto vietato a tutti tranne che al bibliotecario Malachia e al suo assistente Berengario. Guglielmo capisce che il monaco Venanzio è stato avvelenato e gli indizi sembrano indicare Berengario come il possibile assassino. Intanto il brutale inquisitore domenicano Bernardo Gui, diretto all'abbazia con la sua scorta armata, compie un sanguinoso massacro a Pietranera, villaggio considerato rifugio di eretici dolciniani, sterminando la famiglia di Anna. Anna è la figlia di Dolcino e Margherita, condannati al rogo molti anni prima dallo stesso Bernardo Gui. Dolcino predicava e si batteva con le armi per una Chiesa povera e giusta. Il cellario Remigio e il deforme Salvatore che fabbrica la carta erano stati suoi seguaci e ora si nascondono tra le mura dell'abbazia. Dopo avere trovato nello scriptorium un codice scritto da Venanzio la notte in cui è stato ucciso, Guglielmo decide di sfidare il divieto imposto dall'Abate e di entrare nella biblioteca. Insieme ad Adso, vagano e si perdono incantati nel labirinto fino a quando il giovane cade in preda a visioni spaventose.

Fonte: Comunicato Stampa Rai