Oppiacei in un'anforetta della Tarda Età del Bronzo da Cipro

Tracce di oppiacei sono state ritrovate dai ricercatori del British Museum e dell'Università di York in un'anforetta con piede ad anello (base-ring juglet) risalente alla Tarda Età del Bronzo e proveniente da Cipro.

Recipienti come questo furono oggetto di intensi scambi nel Mediterraneo Orientale tra il 1650 e il 1350 a. C. circa. Nella loro forma ricordano una capsula di Papaverum somniferum rovesciata, alla base della produzione dell'oppio; a lungo hanno fatto discutere gli studiosi proprio per questa apparente connessione. Dei caratteristici recipienti con piede ad anello ne esistono diversi sotto tipi, e uno di questi è noto anche col nome gergale di bilbil, non sempre utilizzato propriamente.

Credit: British Museum

Torniamo alla ricerca in questione. Il fatto che il recipiente fosse sigillato ha permesso di preservarne il contenuto: le analisi iniziali hanno rivelato la presenza di un olio di origine vegetale, ma suggerendo la presenza di alcaloidi oppiacei.

Per dimostrare la presenza degli stessi in maniera conclusiva, c'era bisogno una nuova tecnica di analisi, che la dott.ssa Rachel Ward ha sviluppato al Centre of Excellence in Mass Spectrometry dell'Università di York. Gli alcaloidi che sono stati quindi rilevati in maniera rigorosa erano i più resistenti al deterioramento.

“Abbiamo ritrovato gli alcaloidi nell'olio vegetale deteriorato, perciò la domanda relativa a come l'oppio sia stato utilizzato in quest'anforetta rimane. Si trattava di un ingrediente tra altri in una miscela a base di olio, oppure l'anforetta è stata reimpiegata per accogliere l'olio dopo l'oppio, oppure è successo ancora qualcosa di completamente diverso?” Così la dottoressa Ward.

In passato, si è pure sostenuto che questi recipienti venissero utilizzati per contenere olio di papavero, contenente tracce di oppio, utilizzato per ungere o in un profumo. Secondo questa teoria, l'oppio avrebbe avuto un significato simbolico.

Ora la prossima sfida è quella di sviluppare nuove tecniche di analisi, in grado di rilevare gli oppiacei anche in resti più deteriorati, come sottolineato dalla professoressa Jane Thomas-Oates dell'Università di York.

Il fiore del Papaverum somniferum. Foto di Louise Joly di AtelierJoly

Lo studio Detection of opium alkaloids in a Cypriot base-ring juglet, di Rachel K. Smith, Rebecca J. Stacey, Ed Bergströmac e Jane Thomas-Oates, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Analyst (3 ottobre 2018, DOI:10.1039/C8AN01040D).

 


L'ambra siciliana arrivò prima di quella dal Baltico nell'Europa occidentale

Secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, l'arrivo dell'ambra siciliana nell'Europa occidentale precedette quello dell'ambra dal Baltico di almeno 2.000 anni

L'ambra 'baltica" dalla Scandinavia è spesso considerata come uno dei materiali chiave a circolare nell'Europa preistorica. Un nuovo studio, pubblicato su PLOS ONE, presenta ora prove archeologiche provenienti dalla penisola iberica, che dimostrerebbero l'esistenza di estese reti di scambio del materiale nel Mediterraneo della tarda preistoria.

Esempio di veste con ambra e conchiglie dal tholos di Montelirio. Credits: M. Murillo-Barroso e Alvaro Fernandez Flores

La preziosa resina fossile dalla Sicilia avrebbe dunque viaggiato attorno al Mediterraneo occidentale almeno a partire dal quarto millennio a. C. e cioè almeno 2.000 anni prima dell'arrivo di qualsiasi ambra baltica in Iberia.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Secondo la dott.ssa  Mercedes Murillo-Barroso dell'Università di Granada, le nuove prove presentate nello studio permettono di rivedere le datazioni sull'approvvigionamento e lo scambio della resina fossile nell'Iberia preistorica, indicando l'arrivo di ambra siciliana almeno dal quarto millennio a. C.

Ed è interessante notare che i primi oggetti in ambra ad essere prodotti in Sicilia (qui nota come simetite, dal nome del fiume Simeto; si tratta di una varietà rara e pregiata) risalgano proprio a quell'epoca. Eppure non vi sono prove che indichino uno scambio diretto tra Sicilia e Iberia per quel periodo; tuttavia è nota l'esistenza di legami tra penisola iberica e Nord Africa. Parrebbe dunque plausibile che l'ambra siciliana sia arrivata in Iberia per questo tramite.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Per la dottoressa è anche importante notare che la resina fossile appaia in siti dell'Iberia meridionale, con una distribuzione simile a quella degli oggetti in avorio; entrambi i materiali potrebbero essere dunque arrivati grazie agli stessi canali.

Collocazione dei ritrovamenti della resina fossile. Credits: M. Murillo-Barroso

Per il professor Marcos Martinón-Torres, del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge, anche lui tra gli autori dello studio, solo a partire dalla tarda Età del Bronzo che l'ambra proveniente dal Baltico avrebbe raggiunto un gran numero di siti iberici. Pure lì appare più probabile sia arrivata attraverso il Mediterraneo, che non per il tramite di uno scambio diretto con la Scandinavia. A indicare il Mediterraneo sarebbe soprattutto l'associazione della resina fossile con ferro, argento e ceramiche.

A permettere agli studiosi di giungere a queste conclusioni è stata l'analisi effettuata con la spettroscopia infrarossa su 22 campioni di ambra portoghese e spagnola, datati tra il 4000 e il 1000 a. C.

L'ambra è una pietra preziosa, una resina fossile utilizzata già dalla Preistoria, con reti di scambio che precedenti studi hanno ricondotto al Tardo Paleolitico. Insieme ad altri materiali come giada, ossidiana e cristallo di rocca costituì un'importante materia prima per oggetti ornamentali.

Gli studiosi concludono che rimangono ancora aspetti inesplorati, meritevoli di investigazione futura, come la presenza della resina fossile in contesti nord-africani dello stesso periodo, oltre a quelli relativi all'introduzione e diffusione dell'ambra baltica in Iberia.

Credits: M. Murillo-Barroso and Alvaro Fernandez Flores

Testi dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge e dalla Public Library of Sciences.

Lo studio Amber in prehistoric Iberia: New data and a review, di Mercedes Murillo-Barroso, Enrique Peñalver, Primitiva Bueno, Rosa Barroso, Rodrigo de Balbín, Marcos Martinón-Torres, è stato pubblicato su PLOS ONE.


Nuove prospettive nel rapporto tra Fenici e popolazioni locali nella Penisola Iberica

27 Gennaio 2016

I Polacchi gettano nuova luce sulla preistoria della Penisola Iberica

Il dott. Michał Krueger effettua un'analisi di un contenitore utilizzando uno spettrometro XRF manuale. Foto di A. Gomez
Il dott. Michał Krueger effettua un'analisi di un contenitore utilizzando uno spettrometro XRF manuale. Foto di A. Gomez
Il trasporto di contenitori ceramici esclusivi e di buona fattura nell'antica Iberia era meno comune di quanto si ritenesse in precedenza. Oggetti precedentemente considerati come importazioni dalla distante Fenicia si sono rivelati imitazioni locali - così è stato dimostrato dalla ricerca di scienziati dell'Università Adam Mickiewicz.
Come parte di un progetto di ricerca approfondito della durata di due anni, gli archeologi hanno deciso di verificare l'origine dei contenitori fenici importati, ritrovati presso i cimiteri e gli insediamenti della prima Età del Ferro nella valle del fiume Guadalquivir, nella parte sud-occidentale della Penisola Iberica.
La culla dei Fenici è nella parte orientale del bacino del Mediterraneo - si tratta perlopiù dell'area dell'attuale Libano. La comunità divenne famosa per il livello molto avanzato della navigazione marittima, che condusse alla creazione di numerose colonie lungo la costa del Mediterraneo. Gli scienziati ritengono che i Fenici abbiano divulgato l'alfabeto. Soprattutto, comunque, erano commercianti, ai quali tutti dobbiamo la diffusione del sistema monetario. Si spinsero anche fino ai confini del continente - nella Penisola Iberica.
I ricercatori hanno utilizzato un approccio con molte sfaccettature. A capo del progetto c'è a dire il vero un archeologo - il dott. Michał Krueger dell'Istituto di Preistoria dell'Università Adam Mickiewicz, ma i membri della squadra erano pure chimici e specialisti fisico-chimici.
Uno dei tumuli a Setefilla - il sito dal quale i ricercatori polacchi hanno studiato i campioni. Foto di M. Krueger
Uno dei tumuli a Setefilla - il sito dal quale i ricercatori polacchi hanno studiato i campioni. Foto di M. Krueger

"L'analisi chimica, ad ogni modo, deve basarsi su solide fondamenta cronologiche, così il nostro secondo compito è stato l'analisi al radiocarbonio delle ossa umane bruciate dal cimitero Setefilla, con l'intenzione di ottenere dati dettagliati sulla cronologia della prima Età del Ferro" - ha spiegato il dott. Krueger. Gli scienziati non hanno determinato solo la composizione chimica dei contenitori che accompagnavano i defunti, ma pure l'età esatta degli oggetti.
Il Museo Bonsor e castello a Mairena del Alcor - uno dei siti di ricerca. Foto di M. Krueger
Il Museo Bonsor e castello a Mairena del Alcor - uno dei siti di ricerca. Foto di M. Krueger

I risultati si sono rivelati una sorpresa per gli archeologi. Innanzitutto, l'analisi chimica ha dimostrato che contenitori considerati importazioni fenicie erano imitazioni locali. Questa conclusione è stata supportata da una dettaglia analisi microscopica effettuata da Marta Bartkowiak dall'Istituto di Preistoria. "I contenitori originali erano probabilmente oggetti di lusso che solo pochissimi potevano permettersi" - ha affermato il dott. Krueger. Solo una piccola parte dei reperti studiati probabilmente arrivò in Iberia dalla Fenicia.
Un altro problema che i Polacchi hanno deciso di risolvere è quello del dettagliare la cronologia dei siti nell'Iberia meridionale per il primo millennio a. C.A - per fornire un'adeguata cornice temporale per i ritrovamenti della ricerca chimica. A questo scopo, hanno verificato diverse decine di campioni organici utilizzando il metodo del C14.
"Abbiamo commissionato le analisi a un laboratorio a Belfast col quale abbiamo una cooperazione accademica. I prezzi domestici dei servizi sono più alti, sfortunatamente" - ha aggiunto il dott. Krueger.
Un'altra sorpresa aspettava i ricercatori. È risultato che l'attuale cronologia può essere messa in discussione. I campioni dai tumuli sono in pochi casi di 200 anni più antichi di quanto si pensava precedentemente. Le conseguenze di questa scoperta per gli archeologi che si specializzano sull'ambito spagnolo sono di vasta portata.
"Tradizionalmente si credeva che i riti crematori apparvero nella popolazione locale sotto influenza dei Fenici. Ma i commercianti del mare apparvero in Iberia alla fine del nono secolo a. C., e la nostra ricerca dimostra che i morti erano cremati nella Penisola Iberica al volgere dell'undicesimo/decimo secolo a. C." - afferma il dott. Krueger.
Test chimici sono stati effettuati due volte - sia nel laboratorio della Facoltà di Chimica dell'Università Adam Mickiewicz sotto la supervisione del Prof. Przemysław Niedzielski, così come sul campo - nelle stanze del magazzino dei musei spagnoli, utilizzando uno spettrometro XRF portatile. L'apparecchiatura è stata acquisita con finanziamenti concessi dal Centro di Scienza Nazionale.
"Lo strumento sarà ed è utilizzato per altri progetti di ricerca. Siamo già stati invitati a studiare antiche lampade ad olio dal sito egiziano di Berenice" - ha spiegato il dott. Krueger. Non si tratta solo di nuove apparecchiature, che l'Istituto di Preistoria ha ricevuto come parte del progetto. Un microscopio petrografico è stato pure acquisito. "Abbiamo posto le basi per un laboratorio archeometrico che poterà avanti le analisi peritali delle ceramiche in futuro" - ha affermato l'archeologo.
La ricerca è stata portata avanti come parte del progetto "Gli esordi dell'Età del Ferro nel sud-ovest della Penisola Iberica: cronologia e cultura materiale", finanziato dal programma Opus del Centro Nazionale della Scienza. È il primo di simili progetti di ricerca polacchi nella Penisola Iberica.

Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.


Nuove scoperte presso l'antica Capitale di Cipro

15 Gennaio 2016

Archeologi fanno nuove scoperte sull'antica capitale di Cipro

Gli scavi di quest'anno. Foto di Robert Słaboński
Gli scavi di quest'anno. Foto di Robert Słaboński
L'Agorà ellenistica e romana e l'infrastruttura economica dell'antica capitale di Cipro – Pafo, costituiscono gli oggetti di un esaustivo progetto di ricerca degli scienziati polacchi. I ricercatori sono pure sulle tracce di un antico porto perduto.
"Quest'anno, sono state coinvolte persone per un numero record di 70, a causa dell'arsenale di metodi di ricerca e della scala massiccia delle nostre attività" - ha spiegato la prof.ssa Ewdoksia Papuci-Władyka, a capo del Dipartimento di Archeologia Classica all'Istituto di Archeologia dell'Università Jagellonica, e guida del Paphos Agora Project.
Gli scavi si sono concentrati all'interno dell'agorà antica, che soleva essere la piazza centrale della città. Gli archeologi hanno svelato ulteriori parti dei resti degli edifici scoperti l'anno scorso, interpretati come un tempio e un edificio adibito a magazzino. Entrambi erano probabilmente costruiti nel tardo quarto secolo a. C. Nel caso del primo, finora hanno scoperto un muro la cui lunghezza eccede i 16 metri - l'edificio è quindi più grande di quanto si pensasse in precedenza.
Pulizia del capitello corinzio scoperto. Foto di Robert Słaboński
Pulizia del capitello corinzio scoperto. Foto di Robert Słaboński

"Nella parte meridionale dell'Agorà, a sua volta, ci siamo imbattuti in un bel capitello corinzio di una colonna in marmo, che era probabilmente all'entrata della piazza" - ha aggiunto la prof.ssa Papuci-Władyka. La scoperta è stata effettuata negli scavi studiati l'anno scorso. Ad ogni modo, nello scavo archeologico aperto nuovamente quest'anno, e collocato all'angolo dell'Agorà, oltre agli elementi architettonici è stato possibile ritrovare anche molti altri frammenti di ceramiche, e persino un'anfora per il vino preservata nella sua interezza. "Abbiamo anche scoperto molti altri reperti, ma i più importanti sono i resti di finimenti per cavallo in bronzo. Questo genere di ritrovamento è molto raro a Cipro" - ha affermato il capo della spedizione.
Il progetto di ricerca dell'antica capitale di Cipro è entrato in una nuova fase con l'ottenimento del finanziamento NCN Maestro, che include non solo ulteriori lavori nell'agorà, ma pure oltre la stessa. Gli scienziati programmano di rilevare l'infrastruttura economica dell'antica città, che è collocata all'interno del Parco Archeologico; Nea Paphos è una delle principali attrazioni di Cipro. A questo scopo, utilizzerano diversi metodi non invasivi. La sfida è un'area molto ampia di ricerca - circa 75 ettari, che è grosso modo il 70 per cento dell'area dell'antica città.
"Il nostro scopo era quello di comprendere come lo spazio pubblico dell'agorà funzionasse. Guarderemo anche al sistema economico di Pafo nel periodo ellenistico e romano, nel più ampio contesto del bacino del Mediterraneo Orientale" - ha spiegato la prof.ssa Papuci-Władyka.
Per raggiungere l'obiettivo, oltre agli archeologi, architetti, addetti ai rilevamenti, geofisici, geografi e conservatori sono stati coinvolti nel progetto. La direttrice della spedizione in particolare elogia e si aspetta buoni risultati dall'applicazione dei metodi geofisici, utilizzati da specialisti invitati dall'Università di Amburgo. Utilizzando un magnetometro, hanno collocato un'interessante struttura adiacente al presunto tempo scavato. L'anno prossimo, oltre al magnetometro, gli scienziati utilizzeranno un radar a penetrazione del suolo - tutto su una scala più ampia in confronto a questa stagione preliminare. I risultati saranno verificati con piccoli scavi archeologici.
Tre altri gruppi di specialisti hanno anche lavorato al sito in questa stagione. Gli addetti ai rilevamenti hanno preparato una rete di controllo geodetico esteso per i rilevamenti non invasivi sul piano geofisico, coprendo l'intero Parco Archeologico. Inoltre hanno assistito gli archeologi nella documentazione delle scoperte durante gli scavi. Un gruppo di specialisti dell'AGH di Cracovia ha effettuato scansioni 3D degli strati e dei reperti scavati quest'anno, utilizzando Faro-Focus. Hanno anche testato la possibilità di utilizzare lo scanner per documentare le varie fasi di esplorazione degli strati archeologici. I ricercatori hanno confrontato questo metodo di documentazione con la fotogrammetria a breve raggio effettuata con una videocamera (NdT: camera in Inglese) sospesa su un drone.
Scansione di uno degli scavi. Foto di Robert Słaboński
Scansione di uno degli scavi. Foto di Robert Słaboński

"In conclusione decidemmo che la fotogrammetria ci permette di ottenere un'immagine sufficientemente buona in un tempo significativamente inferiore a confronto con la scansione" - ha riferito la prof.ssa Papuci-Władyka.
Un problema insoluto al momento di utilizzare la fotogrammetria a breve raggio rimane... la lotta impari col sole. Sfortunatamente, nell'area del Mediterraneo il sole è eccezionalmente forte durante il giorno - la luce condiziona la documentazione dei ritrovamenti - ciò è sfavorevole per gli strati archeologici e determina che il colore dello strato non sia documentato accuratamente. E differenze di colore tra strati permettono agli archeologici di comprendere quali processi sono avvenuti nell'area di studio - quali strutture esistevano lì, cosa avveniva al loro interno e come furono distrutte.
"Risolvere questo problema sarà uno dei principali obiettivi per l'anno prossimo" - ha affermato l'archeologa.
Moderne tecnologie sono utilizzate a Pafo per specifici scopi scientifici, e non per creare "belle immagini". Gli specialisti dell'Università Jagellonica e l'Università della Tecnologia di Varsavia hanno elaborato le immagini prese dal drone per preparare un modello di terreno digitale (Digital Terrain Model - DTM), un modello tridimensionale dell'intera area del Parco. Le osservazioni più interessanti sono state effettuate nella parte nord-occidentale della città.
"Vogliamo testare l'ipotesi dell'esistenza di un altro porto a Pafo. Il porto principale era quello collocato nella parte meridionale della città. L'analisi preliminare del materiale acquisito ha rivelato l'esistenza di contorni di antichi edifici in prossimità della costa - potrebbe trattarsi di moli o magazzini del porto perduto" - così ha speculato la scienziata.
La ricerca geoarcheologica dovrebbe anche contribuire a chiarire la portata della possibile esistenza di un secondo porto e molte altre questioni associate ai cambiamenti climatici a Pafo. È stata condotta da un altro gruppo di specialisti, questa volta dall'Università di Kielce. L'analisi mostrò, tra le altre cose, che i sedimenti portati dai due fiumi (Koskinos ed Ezousas), le valli dei quali hanno uno sbocco nell'area, coprirono di fango l'area e causarono cambiamenti nella linea di costa.
"Questa potrebbe essere la ragione per cui la precedente ricerca subacquea portata avanti alla ricerca di tracce del porto non ha restituito risultati. Vogliamo verificare questo e abbiamo già i primi risultati" - ha concluso la prof.ssa Papuci-Władyka.
Ambasciatrice Barbara Tuge-Erecińska (seconda da sinistra) visita il sito. La prof.ssa E. Papuci-Władyka (prima da destra) parla. Foto di Robert Słaboński
Ambasciatrice Barbara Tuge-Erecińska (seconda da sinistra) visita il sito. La prof.ssa E. Papuci-Władyka (prima da destra) parla. Foto di Robert Słaboński

Le ricerche di quest'anno sono state condotte in Agosto e Settembre. Il progetto è sotto il patrocinio dell'Ambasciata polacca a Nicosia.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.

La grande rinascita di Cnosso durante l'Età del Ferro

6 Gennaio 2015
800px-Knossos_-_North_entrance
Il sito di Cnosso è soprattutto noto per il periodo dell'Età del Bronzo (che qui si colloca tra il 3500 e il 1100 a. C.): fino ad oggi si era però sottovalutata la ripresa della città dopo il collasso socio-politico verificatosi attorno al 1200 a. C.
La recente ricerca sul campo ha infatti evidenziato come quella che si ritiene la più antica città europea riuscì invece a riprendersi da quella crisi. In particolare le dimensioni del sito per l'Età del Ferro (dal 1100 al 600 a. C.) sarebbero tre volte superiori a quanto ritenuto finora. Cnosso fu dunque per quell'epoca un importante centro cosmopolita nel Mar Mediterraneo oltre che nell'Egeo.
Nell'ultimo decennio si sono difatti ritrovate ceramiche, oltre ad altri manufatti (in bronzo e altri metalli, o come gioielli e decorazioni), in un'area precedentemente inesplorata. Durante l'Età del Ferro, dunque, l'insediamento crebbe di dimensioni e così fu pure per le importazioni da Grecia, Cipro, Vicino Oriente, Italia (e dalla Sardegna in particolare), Egitto. Queste presentano una gamma che non trova paragoni negli altri siti del periodo. 
Cnosso è già un'importante meta turistica, per cui queste nuove scoperte fanno pure sorgere una nuova preoccupazione circa il fatto che l'area circostante il sito sia preservata.
Il prof. Antonis Kotsonas presenterà i risultati di questa ricerca svolta dal Knossos Urban Landscape Project (come parte del colloquio a tema "Long-Term Urban Dynamics at Knossos: The Knossos Urban Landscape Project, 2005-2015"), al 117esimo meeting annuale della Archaeological Institute of America and Society for Classical Studies, che si terrà dal 7 al 10 Gennaio a San Francisco.
Link: EurekAlert! via University of Cincinnati; UPI; Mental FlossProtothema via Phys.org.
L'entrata settentrionale a Cnosso, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Bgag (Bernard Gagnon).
 
 


Egitto: Tell Dafna e conseguenze dell'eruzione di Santorini

29 Dicembre 2015
———————————————————————————————————
1005903_448802968658186_4191747897599935889_n
Il dott. Mamdouh Eldamaty, ministro delle Antichità, ha annunciato - durante la sua visita odierna (NdT: ieri) a Tell Dafna - la scoperta dei resti relativi all'eruzione del vulcano greco di Santorini; questa eruzione vulcanica è considerata la prima crisi naturale ad aver investito il Mar Mediterraneo. I resti sono stati ritrovati presso Tell Dafna, a 11 km dal Canale di Suez occidentale presso Al-Qantara, Governatorato di Ismailia.

Eldamaty ha espresso alto apprezzamento per la Spedizione Archeologica Egizia al lavoro presso il sito, sotto l'autorità del Ministero delle Antichità; la spedizione è guidata dal dott. Muhammad Abd Al-Maksoud, i cui scavi nel sito contribuirono ad effettuare molte importanti scoperte che aiuteranno ricerche e studi per il ramo Pelusiaco del Nilo, e siti archeologici sulle rive del Nilo che non sono stati ancora rivelati.
1929813_448802951991521_6138756103699686809_n
Da parte sua, il dott. Muhammad Abd El-Maksoud ha affermato che la spedizione ha scoperto presso lo stesso sito, parte di un'isola fortificata, circondata da muri di argilla e mattoni di fango, che questi muri operavano come barriera per bloccare le acque e per proteggere l'isola dai flutti presso la parte nord-occidentale della fortezza. Questa è una delle tre enormi fortezze costruite dal Faraone Psammetico I: a Tell Dafna, al fine di proteggere l'entrata orientale in Egitto; un'altra di queste fortezze fu costruita a Maria per respingere gli attacchi libici; l'altra è ad Elefantina per proteggere l'Egitto dagli Etiopi. La terza fortezza, che è quella a Tell Dafna, i cui muri sono spessi circa 20m, con dimensioni di 400mx800m, contiene diverse residenze fortificate con muri spessi.
Abd El-Maksoud ha anche aggiunto, che si sono scoperti resti di mastaba, laboratori e forni usati per fondere i metalli e cuocere il pane, oltre a resti scheletrici di pesci e coccodrilli.
Il dott. Mahmoud Afifi ha affermato che il progetto di scavi presso il sito di Tell Dafna è portato avanti in collaborazione tra il Ministero delle Antichità e il Ministero delle Abitazioni e della Difesa, e in cooperazione con l'Autorità di costruzione nel Sinai. Il progetto avviene nella cornice di un altro progetto, di sviluppo dei siti archeologici presso il Corridoio del 30 di Giugno, e questa lo si considera la terza fase dei lavori del corridoio, mentre gli scavi sono stati effettuati nel raggio di 2300m, con ampiezza di 100m, e nessuna prova archeologica è emersa.
Ha anche menzionato che il sito di Tell Dafna è considerato uno dei cinque siti archeologici scelti all'entrata orientale dell'Egitto per essere sviluppato nell'ambito del progetto sul Panorama della Storia Militare Egiziana, e dello sviluppo di siti archeologici presso il Corridoio del Canale di Suez (questi siti sono Tell Habwa, Tall Abu-Saify, Blusium, e Tall Al-Maskhouta).
Afifi ha anche aggiunto che, tutta la documentazione e i lavori di misurazione sono stati effettuati, per preservare e proteggere il sito.
Link: Ministry of Antiquities – Egypt
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. © Ministry of Antiquities: scritto da Asmaa Mostafa, tradotto da Hend Mounir. Il Ministero delle Antichità Egizie non è responsabile dell’accuratezza della traduzione in Italiano. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.
30 Dicembre 2015

Rassegna Stampa

Link: Ahram Online; Archaeology News Network.


Quarto ramo della stirpe europea dai cacciatori raccoglitori isolati nell'Era Glaciale

16 Novembre 2015

‘Quarto ramo’ della stirpe europea ebbe origine dai cacciatori raccoglitori isolati dall'Era Glaciale

Popolazioni di cacciatori raccoglitori superarono l'Era Glaciale in apparente isolamento per millenni nella regione montagnosa del Caucaso, mescolandosi in seguito con altre popolazioni ancestrali, dalle quali emerse la cultura Yamnaya che avrebbe portato questo lignaggio di cacciatori raccoglitori nell'Europa Occidentale.

satsurblia-cave-georgia-where-one-ancient-bone-was-sampled-for-genetic-sequencing

Il primo sequenziamento di antichi genomi estratti da resti umani datati al Tardo Paleolitico Superiore per un periodo di 13.000 anni ha rivelato un “quarto ramo” dell'antica stirpe europea, precedentemente non noto.
Questo nuovo lignaggio deriva da popolazioni di cacciatori raccoglitori che si divisero dai cacciatori raccoglitori occidentali, subito dopo l'espansione ‘fuori dall'Africa’ che avvenne 45.000 anni fa circa, e andarono ad insediarsi nella regione del Caucaso, dove la Russia meridionale incontra oggi la Georgia.
Qui questi cacciatori raccoglitori fondamentalmente rimasero per millenni, diventando sempre più isolati col culminare dell'Era Glaciale nell'ultimo  ‘Massimo Glaciale’ 25.000 anni fa circa: lo superarono nel relativo rifugio sulle montagne del Caucaso, fino a quando il disgelo permise il movimento e li portò in contatto con altre popolazioni, probabilmente provenienti dalle aree ulteriormente ad Est.
Questo condusse a un mescolamento genetico che produsse la cultura Yamnaya: allevatori della steppa portati dal cavallo, che dilagarono nell'Europa Occidentale attorno a 5.000 anni fa, presumibilmente annunciando l'inizio dell'Età del Bronzo e portando con loro la metallurgia e le capacità di allevamento, insieme al ramo di DNA ancestrale di cacciatori raccoglitori del Caucaso – ora presente in quasi tutte le popolazioni del continente europeo.
Leggere di più

Beyond Borders Ensemble: viaggio nelle musiche popolari del Mediterraneo

L’associazione culturale Spaziottagoni

in collaborazione con l’associazione Mameli 7 onlus

presenta a

Spaziottagoni live

 

BEYOND BORDERS ENSEMBLE

Viaggio nelle musiche popolari del Mediterraneo

BEYOND BORDERS ENSEMBLE_1

Leggere di più


L'idea del Mar Mediterraneo durante il Nazismo

5 Ottobre 2015
Der_Grosse_Brockhaus_1952-63_IMG_3905
Parlando oggi del Mar Mediterraneo in Germania, gli anni tra il 1933 e il 1945 sono appena menzionati. Cosa pensavano i Tedeschi del Mediterraneo, durante il Nazismo? Se lo è chiesto la storica Christine Isabel Schröder nella sua tesi di dottorato.
Molti ritengono che i Tedeschi abbiano cominciato a conoscere il Mediterraneo solo dopo il 1945, col boom economico (Wirtschaftswunder), ma i viaggi erano comuni già dal diciannovesimo secolo.
I termini Mittelmeer e Mittelmerraum, ad indicare il Mar Mediterraneo e la sua area, compaiono solo col Nazismo: prima si utilizzava Mittelländisches Meer. Il concetto di "Raum" era centrale durante il Nazismo ed è oggi da considerarsi pseudoscientifico: riguardava il modo con cui le persone, la loro "razza" e lo stile di vita sarebbero determinati dalle condizioni geografiche. Si è però conservato come termine: nell'enciclopedia Große Brockhaus del 1955 la voce Mittelmeerraum ottiene uno spazio piuttosto lungo.
In conclusione, prima dell'avvento del Nazismo il Mar Mediterraneo era visto come un ponte tra Occidente ed Oriente. Col Partito Nazista al potere, invece, questo fu visto come un insieme di nazioni divise che lottavano tra loro: da vederlo come ponte, si giunse ad una visione che contemplava lo scontro tra Oriente e Occidente. Fu insomma "frammentato" solo a partire da quell'epoca.
Link: RUBIN - Ruhr Universität Bochum
Alcuni volumi dall'enciclopedia Der Große Brockhaus, 1952-1963, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Bjoertvedt.
 


Turchia: una via marina di 5000 anni fa da Silifke

12 Settembre 2015
1280px-Mersin_in_Turkey.svg
Un'antica via marina è stata scoperta nel distretto di Silifke, nella provincia turca di Mersin. Si sarebbero scoperti relitti di vascelli, che avrebbero operato almeno a partire da cinquemila anni fa, verso Egitto, Cipro, Rodi, Knidos, e l'Italia. Sono noti cantieri navali dell'ottavo secolo a. C. nella regione, celebre per i cedri del Tauro.
Link: Hurriyet Daily News via Anadolu Agency
La provincia di Mersin, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Turkey location map.svg (by NordNordWest).)