Lorenzo Lotto torna nelle Marche

Lorenzo Lotto, pittore veneto, lavorò molto nelle Marche e in questa regione si conserva ancora una buona parte del suo lavoro. Esistono poi altre opere, che Lotto ha pensato per le Marche o che alle Marche sono legate, ma che varie vicende storiche hanno portato altrove; questi dipinti oggi sono tornati a Macerata per la mostra Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche, e qui rimarranno fino al 10 febbraio 2019. Assieme alle mostre di Madrid e Londra, la mostra di Macerata dà vita a un anno che il curatore Dal Pozzolo definisce “inaspettatamente lottesco”.

Lotto non è uno dei pittori più noti al grande pubblico: al suo tempo la grande novità a Venezia è la pittura tonale di Tiziano e Giorgione, ma Lotto non segue questi modelli e guarda invece più alla pittura nordica alla ricerca di una forte espressività.

I critici del suo tempo non sono generosi nel consegnarlo alla storia: Pietro Aretino preferisce Tiziano e lo scrittore Ludovico Dolce scrive che Lotto usava “cattive tinte”. Quando le opere di Lotto, poi, sono riscoperte nel Seicento è solo perché vengono confuse con quelle di Tiziano o Correggio…

Il successo della critica arriva per Lotto a metà del Novecento, con la celebre monografia di Bernard Berenson e poi con una grande mostra a Venezia nel 1953. Seguono numerose altre mostre e convegni: un successo per la critica che comunque non proietta il pittore nell’Olimpo degli artisti protagonisti delle mostre “blockbuster”. Una scelta coraggiosa da parte degli organizzatori, quindi, e un’occasione, per il pubblico, di vedere quante opere interessanti esistano al di fuori delle famose mega-mostre di cui oggi tanto si parla.

Lorenzo Lotto, San Cristoforo e San Sebastiano, 1538-1539, olio su tela, 162 x 56,8 cm ciascuno. Berlino, Staatliche Museen su Berlin, Gemäldegalerie

Blockbuster?

Le mostre blockbuster sono spesso criticate, tra le altre cose, perché allo scopo di riunire tutta l’opera di pittori famosi e fare il pieno di visitatori, spesso separano le opere dai loro contesti.

Al di là delle polemiche, è indubbio che esista un elemento impossibile da spostare: il territorio, e con esso l’insieme di legami, influenze, interazioni che vi si costruiscono. Enrico Maria dal Pozzolo dimostra di pensarla proprio così, e in questo caso dà vita a un’esposizione in cui le opere danno valore e sono a loro volta valorizzate dal territorio. Opere e documenti sono quindi esposti come tracce utili per scoprire la storia di un pittore nell’antica Marca di Ancona: come si mosse, cosa lo spinse, chi conobbe. Il visitatore è invitato così, non soltanto a ragionare sul lavoro di Lotto, ma anche a proiettare quel ragionamento sul territorio marchigiano, fatto di “Luoghi, tempi e persone”, come recita il titolo del catalogo.

Le Marche centro settentrionali, antica Marca di Ancona, attraggono, “richiamano” in qualche modo il pittore per tutta la sua vita: qui egli sceglie di tornare più volte per soggiorni prolungati e qui decide di ritirarsi a vivere negli ultimi anni. La mostra Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche rispetta quindi quanto promesso dal suo titolo. E io, personalmente, ci vado molto gasata perché la sfida di mettere in mostra dipinti e territorio non è facile ma penso che sia un modo molto utile di presentare la storia dell’arte.

Gerardo Marcatore, Sfera Terrestre , 1541, acquaforte su carta con parti acquerellate, su supporto di gesso e tela, sostenuto da centine interne di legno, diametro 41,7 cm. Urbania, Biblioteca e Museo Civico. Foto di Tea Fonzi

Territorio

Ma come si fa a parlare di un territorio nel chiuso di un museo?

Le opere nascono in un contesto preciso per ragioni precise e sul territorio restano testimonianze di tutto ciò che ci è passato: archivi, paesaggi, opere di pittori e altri artigiani ci forniscono informazioni su come poteva essere il mondo in cui il Lotto si mosse. Ed è con questo intento che in mostra sono esposte incisioni, dipinti di paesaggio, mappe, contratti, e infine un’installazione video che mostra i vari centri in cui sono custodite le opere “marchigiane” sparse sul territorio.

La mostra, infatti, prosegue idealmente in quello che il curatore descrive come un “museo virtuale”, per non trascurare opere fondamentali a ricostruire il percorso del pittore e, perché no, godere di una visita nelle zone in cui egli ha lavorato.

Lotto non lavora soltanto nelle Marche, ma anche a Bergamo, Venezia, Roma... Il percorso della mostra però, non è pensato per “rincorrere” il pittore per tutta Italia, ma per fare in modo che il visitatore lo “aspetti” qui, nella Marca di Ancona, dove Lotto ritorna periodicamente, e in questi ritorni lo si può accompagnare attraverso le sale espositive.

Enrico Maria dal Pozzolo illustra lo Sposalizio mistico di Santa Caterina alla presenza di san Girolamo, 1507 (collezione privata). Foto di Tea Fonzi

I ritorni di Lotto

Le sale si snodano infatti narrando la storia di Lotto dalla sua “adolescentia” agli ultimi anni, trascorsi come oblato alla Santa Casa di Loreto: una sala per ogni ritorno.

Si inizia nellla quarta sala col periodo giovanile del quale si sa molto poco. Lanciando quella che definisce una “provocazione ragionevole”, Dal Pozzolo sceglie di esporre una Sacra Famiglia fino ad ora trascurata dalla critica e che lui ritiene avvicinabile al pittore. Il piccolo dipinto è esposto a un bulino di Andrea Mantegna, pittore ammirato e osservato da Lotto.

Una Sacra famiglia di Lorenzo Lotto esposta vicino a un bulino di Andrea Mantegna. Foto di Tea Fonzi

Nella sala successiva, ci troviamo al secondo ritorno del pittore nelle Marche, seguito a quel soggiorno romano in cui Lotto partecipa alla decorazione degli appartamenti vaticani. Dell’esperienza romana non resta traccia perché gli affreschi sono coperti quasi subito dall’opera di Raffaello, nuovo favorito del Papa, ma restano certamente ricordi di quell’esperienza nella pittura di Lotto. Nella sala troviamo infatti l’affresco con San Vincenzo Ferrer dove si riconosce l’influenza della pittura di Raffaello, conosciuta proprio a Roma. L’affresco è l’unico lottesco conosciuto nelle Marche, dipinto per la chiesa di San Domenico a Recanati e si trova in mostra, come se fosse un dipinto, perché è stato staccato e poi montato su tela.

Le relazioni con la Marca continuano anche mentre Lotto vive lontano, tra Bergamo e Venezia, ed ecco infatti che nella sesta sala troviamo il contratto e i documenti relativi alla committenza della Pala di Santa Lucia, visibile ancora oggi a Jesi. Documenti, contratti, corrispondenza… tutti elementi che ci ricordano che l’opera d’arte che vediamo esposta non è nata dal niente ma risponde ad esigenze storiche ed è legata alle necessità e alle abitudini del suo tempo. Vedere tutto questo esposto mi piace molto, perché oltre che Arte è anche Storia.

Dopo un soggiorno a Bergamo e Brescia, Lotto vive per un lungo periodo nelle Marche e si sposta tra diverse città per lavorare. Quelle città oggi costituiscono il “percorso esterno” alla mostra. Numerose opere sono ancora oggi visibili ad Ancona, Cingoli, Jesi, Loreto, Mogliano, Monte San Giusto, Recanati e Urbino. Allo stesso periodo risalgono anche opere esposte in mostra, come i due santi Cristoforo e Sebastiano, conservati a Berlino, e il bellissimo Studio per San Simone, che rappresenta il lavoro preliminare alla realizzazione della Pala dell’alabarda conservata ad Ancona.

Lorenzo Lotto, Studio per il San Mattia (San Simone) della pala di Ancona, 1550, disegno, 40,6 x 28,1 cm. Londra, The British Museum

Un altro periodo di assenza dalla regione inizia nel 1540, quando il pittore si trova a Venezia, ed è comunque caratterizzato da continui rapporti con le Marche. In mostra si trovano prove di queste relazioni, come il ritratto di Giovanni Maria Pizoni, protonotario apostolico ad Ancona. Il 1540 è anche l’anno in cui inizia il Libro di spese diverse: una vera e propria agenda con appunti in cui Lotto annota tutto e che permette a noi di seguire da vicino il suo operato, oltre a dare uno spaccato della società del tempo. In esposizione si trova un facsimile che ci permette di guardare da vicino con i nostri occhi il documento.

Infine l’ultimo periodo, gli anni Cinquanta del secolo XVI, quando Lotto si ritira a Loreto, dove decide di trascorrere gli anni della sua vecchiaia. Nella sala dedicata a questo momento troviamo opere di più intensa riflessione religiosa come ad esempio il San Girolamo Penitente, ma anche l’interessante documento col quale il pittore “si dona” corpo, anima e beni materiali alla Santa Casa di Loreto. Esposto anche il conseguente inventario nel quale troviamo segnate le opere e i beni lasciati alla Santa Casa, tutte opere che possiamo andare a vedere ancora oggi nel museo di Loreto.

Lorenzo Lotto, San Girolamo penitente 1541546, olio su tela, 99 x 90 cm. Madrid, Museo Nacional del Prado

Documenti e studiosi

All’inizio della mostra troviamo invece interessanti mappe e rappresentazioni cinquecentesche di paesaggi marchigiani, documenti che ci ricordano che Lotto non vive in un tempo come il nostro, dove prendi il treno e vai dove devi andare, ma viaggia per lunghe e tortuose vie, magari a dorso di mulo, per incontrare committenti o realizzare opere in loco.

I documenti sono oggetti che non sono fatti per essere “ammirati”, e molto spesso una piccola stampa o un foglio scritto non attirano la nostra attenzione se posti accanto a un bel dipinto. Nella mostra maceratese si vuole mostrare invece la relazione importante che si stabilisce tra documenti e dipinti, l’intento è da un lato quello di contestualizzare le opere, dall’altro quello di gettare una luce importante sul ruolo dello storico dell’arte, per il quale quei documenti sono – devono essere - pane quotidiano.

L’importanza degli storici dell’arte che hanno riabilitato Lotto è ben evidenziata fin dalla prima sala, che proprio a loro è dedicata. Qui il visitatore può “toccare con mano” le diverse posizioni che gli storici dell’arte nel corso del tempo hanno tenuto nei confronti del pittore, sono infatti esposte edizioni antiche dei libri deii primi studiosi d’arte, come Giorgio Vasari, Carlo Ridolfi e Luigi Lanzi. Nel catalogo della mostra si può vedere molto bene come lo studio della figura di Lotto sia tutt’ora in corso, svolto da studiosi che continuano ad indagare quei documenti e che affermano che ancora oggi c’è molto da scoprire…

Posso immaginare quanto sia stato difficile allestire una mostra dove dialogano oggetti diversi in continuo rimando al territorio e opere conservate in altre sedi. La cosa che mi è piaciuta di più è stata l’idea di sistemare degli sgabelli davanti ad alcuni manoscritti o incisioni, un po’ per far riposare il visitatore, come raccomandato dai manuali di museologia, un po’ per mettersi nei panni dello studioso che quei documenti li trova, magari per la prima volta, e li legge emozionato in archivio.

Allestimento: comodi sgabelli per osservare da vicino i portolani e le mappe. Foto di Tea Fonzi

Infine i tre “casi di studio”:

L’importanza della ricerca, specialmente per un pittore dalla fortuna critica altalenante, continua ad essere affermata nell’ultima sala, che contiene i “ tre casi di studio”.

Il primo è un inaspettato confronto tra la Madonna con Bambino di Carlo Crivelli e il dipinto di Lotto con lo stesso soggetto. La Madonna di Crivelli fa parte della collezione permamente di Palazzo Buonaccorsi e Dal Pozzolo ha scelto di affiancarle la Madonna di Lorenzo Lotto, cogliendo l’occasione per un confronto tra i due pittori, entrambi veneti con un forte legame con le Marche.

Il secondo caso è in realtà più una provocazione: si tratta della cornice che racchiudeva la Madonna con bambino e tre angeli. Il dipinto non c’è perché è stato rubato all’inizio del Novecento, curiosamente nello stesso anno del famoso furto della Gioconda. L’opera, di proprietà del Comune di Osimo non è stata più ritrovata e la cornice vuota ci ricorda la perdita subita dal patrimonio culturale pubblico e l’importanza di prendersene cura.

Il terzo caso di studio, il più significativo, è un dipinto con San Girolamo nello studio. La piccola tela, inizialmente attribuita a Lotto, fu acquistata dal un museo di Bassano del Grappa e lì esposta fino a quando Vittorio Sgarbi mise in discussione l’attribuzione e l’opera finì dimenticata nel deposito del museo. Enrico Maria dal Pozzolo ripropone l’attribuzione a Lotto avvalendosi, in questo caso, di indagini diagnostiche che confermano la sua teoria e ricollocano quindi la pittura all’interno dell operato lottesco. In questo caso il dipinto è proposto a confronto con una stampa di Durer, che con buona probabilità è servita come suo modello.

Il caso di studio: San Gerolamo nello studio, 1554-1556, olio su tela, 47,5x59 cm. Bassano del Grappa, Museo Civico. Foto di Tea Fonzi

Cosi l’ultima sala della mostra chiude il cerchio aperto nella prima sala: con una riflessione sul ruolo degli storici dell’arte e l’importanza del loro lavoro per il destino delle opere. Dal Pozzolo, che ci guida tra le sale, precisa di non fidarsi di chi ci propone i risultati subito come certi, perché la storia dell’arte è fatta di ricerca continua. Un buon monito per i futuri ricercatori e le nuove generazioni, più volte nominati durante la conferenza stampa e tutti invitati al convegno che si terrà a febbraio, in chiusura della mostra.

Lorenzo Lotto, Sacra Famiglia con Sant'Anna e San Gerolamo, 1534, olio su tela, 67,2 x 85 cm. Firenze, Gallerie degli Uffizi

 

Le foto non scattate da Tea Fonzi sono fornite da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


La Testa di Porticello torna al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

TORNA IN ESPOSIZIONE LA MAGNIFICA TESTA IN BRONZO DA PORTICELLO

Ultimi giorni dell’esposizione sul cibo nella Calabria protostorica

È tempo di “ritorni a casa”, al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. È tornata in esposizione, nella sala dedicata ai Bronzi, la Testa di Porticello. Da marzo a settembre 2018, è stata infatti ospitata alla Venaria Reale di Torino, per la mostra organizzata dalla Fondazione Intesa Sanpaolo nell’ambito del progetto “Restituzioni 2018”, grazie al quale sono state restaurate, oltre a questo capolavoro, altre duecento opere di varia cronologia provenienti da tutte le regioni italiane.

La Testa di Porticello rappresenta un uomo maturo con una lunga barba e una ricca capigliatura trattenuta da una benda, originariamente appartenente a una statua bronzea di dimensioni superiori al naturale. L’opera è databile alla prima metà del V secolo a.C. e risente di influenze attiche e peloponnesiache, trovando importanti confronti come la statua del Capo Artemision o lo Zeus delle metope del tempio E di Selinunte.

Faceva parte del carico di una nave affondata tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C. al largo della costa calabrese, nei pressi di Villa S. Giovanni. Il carico conteneva anche la celebre Testa del Filosofo e frammenti di almeno altre due statue bronzee di dimensioni superiori al vero. I bronzi erano probabilmente destinati alla fusione, come fa pensare la loro frammentarietà e il fatto che la stessa Testa di Porticello fu divelta dalla statua a violenti colpi di martello, che ne hanno causato larghe fratture e deformazioni.

La straordinaria testa in bronzo fu recuperata nel 1969 nelle acque di Porticello nei pressi di Villa San Giovanni, ma fu subito trafugata e immessa sul mercato antiquario, giungendo all’Antikenmuseum di Basilea, senza però essere mai esposta. Grazie a un identikit realizzato dalla Polizia sulla base di testimoni che avevano visto l’opera subito dopo il ritrovamento, il reperto è stato riconosciuto e formalmente restituito dal museo svizzero allo Stato Italiano nel 1993. Fino ad oggi è stata, così, esposta e conosciuta come Testa di Basilea. Ma d’ora in poi sarà riconosciuta con il legittimo nome dal luogo del ritrovamento.

L’intervento di restauro sulla Testa di Porticello è stato condotto da Giuseppe Mantella, con la collaborazione di Flavia Gazineo e Antonella Aricò, sotto la direzione di Carmelo Malacrino. Il cantiere è stato appositamente allestito nello spazio di Piazza Paolo Orsi, affinché il pubblico potesse assistere alle varie attività di ricerca, analisi e intervento.

Continua così l’impegno del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio custodito, condotto attraverso programmate attività di restauro e la partecipazione a progetti espositivi di elevato interesse scientifico.

Gli ospiti del MArRC potranno ammirare ancora per pochi giorni (fino a domenica 21 ottobre) l’esposizione temporanea “I sapori delle origini. La cultura del cibo nella Calabria protostorica”, curata dal direttore Carmelo Malacrino insieme agli archeologi Francesco Quondam e Ivana Vacirca, nello spazio di piazza Paolo Orsi. La maggior parte dei 38 reperti è esposta al pubblico per la prima volta e rappresenta i principali siti archeologici della regione, raccontando le abitudini alimentari delle popolazioni indigene in Calabria prima della Magna Grecia, nelle età del Bronzo e del Ferro (XII – VIII secolo a. C.).

L’esposizione è stata tra le iniziative organizzate dal MArRC nell’Anno del Cibo Italiano promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo.

Testo e immagine da Ufficio Stampa Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria


Musei in Comune di Roma: appuntamenti per il fine settimana 19-21 ottobre

Mostre, eventi e appuntamenti per il fine settimana nei Musei in Comune di Roma

19, 20 e 21 ottobre in programma visite alle mostre, incontri per bambini e adulti, attività, eventi, spettacoli, concerti

Come tutti i fine settimana, venerdì 19, sabato 20 e domenica 21 ottobre   proseguono le attività culturali nei Musei Civici - promosse da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Numerose le proposte tra cui la visita multisensoriale l’Ara com’era al Museo dell’Ara Pacis e i Viaggi nell’antica Roma ai Fori di Cesare e AugustoInoltre, alle tradizionali visite alle collezioni permanenti dei Musei e alle mostre temporanee, si aggiungono i laboratori per bambini (e famiglie) e gli itinerari guidati e conferenze per il pubblico di ogni età.

 

Tra questi gli appuntamenti di MIX Incontriamoci al Museo che, sul tema Il Campidoglio da riscoprire. Dall’età repubblicana al medioevo: 2000 anni di vita tra nuovi edifici e riutilizzo dell’antico, propongono una conferenza nella Sala Polifunzionale di Palazzo dei Conservatori (venerdì 19 ottobre alle 17.00) e un percorso (sabato 20 ottobre alle 10.00 e alle 16.00), che dal Tabularium conduce ai resti del Tempio di Veiove e agli interventi che trasformarono nel medioevo l'Archivio dello Stato Romano nel Palazzo Senatorio.

 

In Viaggi nell’antica Roma, ai Fori di Cesare e Augusto, gli spettatori sono accompagnati dalla voce di Piero Angela e da magnifici filmati e proiezioni che ricostruiscono quei luoghi così come si presentavano nell’antichità. Sia sabato che domenica le visite sono possibili alle 19.00 – 20.00 – 21.00 con la durata di 40 minuti (www.viaggioneifori.it). L’Ara Com’era al Museo dell’Ara Pacis è invece un racconto multimediale, tra storia e tecnologia, sull’Ara Pacis e sulle origini di Roma, che consente una visita multisensoriale ad uno dei più importanti capolavori dell’arte romana. Venerdì e sabato dalle 19.30 alle 23.00 (ultimo ingresso ore 22.00). www.arapacis.it.

 

Tra i tanti appuntamenti del weekend, sabato 20 ottobre 2018, il Museo di Casal de' Pazzi propone Dal passato remoto al passato prossimo… come il territorio muta intorno a noi e con noi! un’intera giornata, nell'ambito della Settimana del Pianeta Terra edizione 2018, dedicata al rapporto tra uomo e territorio attraverso visite guidate, laboratori, conferenze e assaggi "pleistocenici". Dalle 18.00 alle 20.00 il laboratorio per i bambini “1..2..3 Caldo-Freddo!” sviluppa il medesimo tema in maniera creativa e coinvolgente attraverso giochi e quiz (a cura dei ragazzi del Servizio Civile Nazionale 2017-2018). Ancora dedicato ai più piccoli e sempre sabato 20 ottobre, Vietato non toccareè un laboratorio interattivo al Museo Civico di Zoologia per identificare oggetti e reperti naturali utilizzando olfatto, tatto, udito e vista: annusare, vedere, ascoltare, toccare per giocare ma anche per mettere alla prova le proprie capacità di conoscere il mondo.

Un itinerario didattico, di nuovo sabato 20 ottobre alle 10.00 e alle 16.00, dal titolo Dall’età repubblicana al medioevo: 2000 anni di vita tra nuovi edifici e riutilizzo dell’antico, conduce invece ai Musei Capitolini nell'ambito del ciclo "Il Campidoglio da riscoprire".

Ai Mercati di Traiano lo spettacolo Memorie di Traiano. Il funerale, il trionfo, la vita privata di un imperatoresabato 20 ottobrealle 17.30 celebra l’imperatore attraverso la riproposizione di tre momenti della sua vita e della sua morte.

La mattina di domenica 21 ottobre alle 11.00 l’appuntamento con “L’Opera della domenica” è sul tema Eva Quajotto, Demolizioni intorno all’Augusteoalla Galleria d'Arte Moderna (via Francesco Crispi 24): un punto di vista alternativo al percorso della mostra in corso mediante l’analisi di un’opera simbolo del 1937, fra conferme e riscoperte. A cura di Francesca Lombardi.

 

Domenica 21 ottobre alle 16.00, A caccia di tesori con Augusto e la sua famigliaal Museo dell'Ara Pacis, coinvolge ancora i piccoli visitatori con una visita didattica giocosa alla quale possono partecipare sia bambini dai 5 agli 11 anni sia i loro genitori.

Predatori Sottomarini è un’iniziativa al Museo Civico di Zoologia, domenica 21 ottobre, che propone la tradizionale “partita” del Museo-Game per esplorare i migliori percorsi che evitino gli imprevisti, scovando così le creature più temute della barriera corallina.

Tra le mostre in corsoLa Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia e I Papi dei Concili dell’era moderna. Arte, Storia, Religiosità e Cultura ai Musei Capitolini.  Al Museo di Roma Il Sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre: 160 scatti, videoinstallazioni e documentari che tracciano il ritratto collettivo degli italiani e dell’Italia della rinascita. Ai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali l’esposizione dedicata all’imperatore Traiano in occasione dei 1900 anni dalla sua morte Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa. Inoltre, alla Galleria d’Arte Moderna di via Crispi, Roma Città Moderna. Da Nathan al Sessantotto, una rassegna unica che ripercorre le correnti artistiche protagoniste del ’900 con in primo piano la città di Roma. Da non perdere ai Musei di Villa Torlonia Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà - al Casino Nobile e Casino dei Principi - e Metamorfosi del quotidiano alla Casina delle Civette.

Apre al pubblico, sabato 20 ottobre al Museo di Roma in TrastevereLisetta Carmi. La bellezza della verità, la prima mostra dedicata alla fotografa in un museo pubblico della capitale. Sono tre i temi affrontati negli scatti, molto diversi fra loro: la metropolitana parigina, i travestiti e la Sicilia; esposti anche i lavori più noti che documentano un percorso fotografico lungo vent’anni, tra i Sessanta e i Settanta, caratterizzato da un’attenta osservazione della realtà, mai occasionale.

Inoltre, alla Casa della Memoria e della Storia, una mostra foto-documentaria testimonia il recente passato della Libia, legato al periodo coloniale italiano, ancora poco noto. Alla Casa del Cinema Lele Luzzati e Giulio Gianini: un’esposizione con gli estratti dei lavori dei due maestri del cinema d’animazione italiano e quattro appuntamenti con le proiezioni dei più importanti cartoni animati.

Per i possessori della MIC card è gratuito l’accesso ai Musei Civici e ai siti archeologici e artistici della Sovrintendenza Capitolina. Sono inoltre gratuite le visite e le attività didattiche che rientrano nel biglietto d’ingresso al museo. Ricordiamo che la MIC può essere acquistata da chi vive o studia a Roma al costo di 5 euro e permette l’ingresso illimitato per 12 mesi nel Sistema dei Musei in Comune. Per info: www.museiincomuneroma.it

 MOSTRE IN CORSO

 

MUSEI CAPITOLINI

La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia. Fino al 27 gennaio 2019 (Palazzo Caffarelli e Area del Tempio di Giove di Palazzo dei Conservatori).

La fase più antica della storia di Roma è illustrata ricostruendo costumi, ideologie, capacità tecniche, contatti con ambiti culturali diversi, trasformazioni sociali e culturali delle comunità che vivevano quando Roma, secondo le fonti storiche, era governata da re.

I Papi dei Concili dell’era moderna. Arte, Storia, Religiosità e Cultura. Fino al 9 Dicembre 2018 (Palazzo dei Conservatori - Sale piano terra).

La mostra costituisce un’occasione unica per ripercorrere la storia degli ultimi tre concili dell’età moderna.

www.museicapitolini.org

 

MERCATI DI TRAIANO – MUSEO DEI FORI IMPERIALI

Traiano. Costruire l’Impero, creare l’EuropaFino al 18 novembre 2018

Il “racconto” della mostra si sviluppa attraverso statue, ritratti, decorazioni architettoniche, calchi della Colonna Traiana, monete d’oro e d’argento, modelli in scala e rielaborazioni tridimensionali, filmati: una sfida a immergersi nella grande Storia dell’Impero e nelle storie dei tanti che l’hanno resa possibile.

Columna mutãtio – La Spirale. Fino al 18 Novembre 2018

Un’installazione monumentale di arte contemporanea ispirata alla Colonna di Traiano interpreta la “mutazione” di significato voluta dalla storia.

I Confini dell’Impero Romano. Il Limes Danubiano: da Traiano a Marco Aurelio. Fino al 18 Novembre 2018

www.mercatiditraiano.it

GALLERIA D’ARTE MODERNA

Roma Città Moderna. Da Nathan al Sessantotto. Fino al 2 dicembre 2018

Un tributo alla Capitale d’Italia attraverso gli artisti che l’hanno vissuta e gli stili con cui si sono espressi. Una rassegna unica, che ripercorre le correnti artistiche protagoniste del ’900 con in primo piano la città di Roma, da sempre polo d’attrazione di culture e linguaggi diversi.

www.galleriaartemodernaroma.it

MUSEO DI ROMA

Raffaele de Vico (1881-1969) Architetto e Paesaggista. Fino al 25 novembre 2018

Un tributo della Capitale a uno dei maggiori architetti e paesaggisti del Novecento, Raffaele de Vico (1881-1969). Una mostra unica nel suo genere attraverso la quale è anche ripercorsa la storia del verde pubblico romano nella prima metà del secolo passato.

Il Sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre. Fino al 3 febbraio 2019

Dalla dura ricostruzione del paese dopo la devastazione della seconda guerra mondiale al clamoroso boom economico degli anni ’60.

www.museodiroma.it

MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE

Lisetta Carmi. La bellezza della verità. Fino al 3 Marzo 2019

La mostra si propone di valorizzare l’opera della fotografa attraverso un percorso espositivo scandito da tre nuclei di lavori, concepiti come progetti di pubblicazione su tre temi molto diversi fra loro: la metropolitana parigina, i travestiti e la Sicilia. In mostra saranno presenti anche i lavori più noti, a documentare un percorso fotografico lungo vent’anni, tra i Sessanta e i Settanta, caratterizzato da un’attenta osservazione della realtà, mai occasionale e straordinariamente empatica.

David RubingerFino al 4 Novembre 2018

La mostra prevede l’esposizione di oltre settanta fotografie che raccontano la storia dello Stato d’Israele.

www.museodiromaintrastevere.it

MUSEI DI VILLA TORLONIA

Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà. Fino all’11 Novembre 2018

Con la mostra monografica Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà, la città di Roma avrà l’opportunità di conoscere nelle sue diverse sfaccettature l’opera di uno degli artisti più versatili della prima metà del ’900, in un contesto museale fra i più affascinanti di Roma Capitale (Casino Nobile e Casino dei Principi)

Metamorfosi del quotidiano. Fino al 9 dicembre 2018

La collezione di Francesco Principali, fine e raffinato collezionista di arti decorative del XX secolo si integra perfettamente con lo stile liberty e le vetrate artistiche della Casina delle Civette..

www.museivillatorlonia.it

CENTRALE MONTEMARTINI - Spazio per mostre temporanee

Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo scarabeo dorato. Fino al 31 Ottobre 2018.La mostra mette a confronto le due antiche culture traendo spunto da preziosi oggetti egizi rinvenuti nelle recenti campagne di scavo condotte a Vulci, ai quali si aggiungono i preziosi reperti egizi della Collezione Berman e le opere in prestito dalla Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

www.centralemontemartini.org

MUSEO CANONICA

Rolf Nowotny (ciclo espositivo Fortezzuola). Fino al 28 ottobre 2018

L’artista danese rivisita il concetto classico di ritratto attraverso “maschere” eseguite con mezzi e soluzioni tecniche differenti

www.museocanonica.it

 

MUSEO CARLO BILOTTI – ARANCIERA DI VILLA BORGHESE 

Joaquín Roca Rey. Le forme del mito. Fino al 4 Novembre 2018

In esposizione 25 sculture datate 1956–2001 che, evidenziando l’indagine formale, tra mito e ritualità, sono riuscite a cogliere il meglio del linguaggio moderno.

Peter Kim. Sull’orlo della forma. Fino al 4 Novembre 2018

La mostra, ideata per il Museo Carlo Bilotti dalla curatrice Maria Giovanna Musso, è dedicata a Peter Kim, un artista coreano che vive a New York e che si è formato in Asia e in Europa.

www.museocarlobilotti.it

INFO

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00) www.museiincomuneroma.it

Testo da Ufficio Stampa Zètema - Progetto Cultura


Ovidio in mostra alle Scuderie del Quirinale tra amori, miti e altre storie

Come sarebbe cambiata la nostra percezione di letteratura e mitologia se non ci fosse pervenuta l’opera più celebre di Publio Ovidio Nasone, le Metamorfosi? Qual è il segreto di quest’opera dal potere così suggestivo?

Al termine delle celebrazioni per il Bimillenario Ovidiano, le Scuderie del Quirinale ospitano fino al 20 gennaio 2019 la mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”. L’esposizione, curata da Francesca Ghedini, è dedicata all’opera del celebre poeta e ai rimandi artistici antichi e moderni che presero spunto proprio dall’opera letteraria. L’obiettivo è far dialogare testi antichi, arte, immagini e parole, creando una connessione e un rimando tra i diversi linguaggi.

In mostra ci sono 250 opere concesse in prestito da circa 80 musei tra italiani e internazionali: il percorso è scandito da celebri capolavori provenienti da grandi collezioni pubbliche come il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, gli Uffizi di Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fino a preziose rarità provenienti dalla Biblioteca di Gotha in Germania, dal Museo Archeologico di Eretria in Grecia, dalla Royal Danish Library di Copenaghen.

Le opere accompagnano la fitta trama di eventi che da poeta di corte fanno precipitare Ovidio nella cerchia di personaggi invisi ad Augusto che lo manderà in esilio sulle rive del Mar Nero. A Tomi, il poeta visse una sventura capitale, tentò di implorare più volte il princeps che non gli concesse mai il perdono e la grazia del ritorno. Augusto fu irremovibile. Le cause sono indicate dallo stesso Ovidio in una elegia: un carmen e un error. Il carmen era l’Ars Amatoria, opera troppo “spinta” per il moralizzatore Augusto, quanto all’error, si pensa ad un episodio moralmente riprovevole a cui Ovidio assistette per sua sventura e che ebbe probabilmente protagonista Giulia minore.

Sala dopo sala si rianimano anche i versi delle Metamorfosi con i suoi protagonisti e con la sua prospettiva rovesciata del mondo divino e umano. I miti di Dafne ed Apollo, Narciso ed Eco, Ermafrodito e Salmacide, sono pressoché sconosciuti nel mondo greco arcaico e classico ma cari ad Ovidio che, affascinato, recupera fonti orientali e rielabora i racconti che divennero poi straordinariamente amati dai Romani. La loro fortuna, in letteratura così nell’arte, è legata alla materia del mito che offre uno spunto di riflessione per l’esplorazione dell’animo dell’adolescente e del passaggio verso la maturità sessuale.

Affresco con Amore e Psiche, 60-79 d.C. (IV stile), intonaco dipinto da Pompei, Casa VII 2, 6, esedra (b), Napoli, Museo Archeologico Nazionale

La metamorfosi rappresenta il punto di rottura e il contrasto tra un animo proiettato verso la maturità sessuale, esplicitato da un corpo attraente e un animo ancora fanciullesco e riluttante verso le lusinghe dell’amore. Le divinità del Pantheon (Venere, Apollo, Diana, Giove) invece, diventano nel mondo ovidiano vittime di amori tanto veementi quanto illegittimi o artefici di violenti vendette e atroci punizioni, come si vede nella tragica vicenda di Niobe, figlia di Tantalo, costretta a vedere uccisi i propri figli e rappresentata in mostra da sculture provenienti da uno straordinario gruppo statuario di recente scoperta.

Alessandro Filipepi detto Sandro Botticelli (Firenze, 1445 - 1510), Venere pudica, tempera e olio su tavola trasferita su tela (1485-1490 circa), Torino, Musei Reali - Galleria Sabauda

Il percorso espositivo attraversa i secoli e si snoda tra affreschi provenienti da Pompei, sculture d’età imperiale, circa trenta antichi testi - tra cui preziosissimi manoscritti - e capolavori come la “Venere pudica” di Botticelli o la “Venere callipigia” del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. E ancora, raffigurazioni delle storie ovidiane ad opera di artisti moderni dal Quattrocento al Settecento come Benvenuto Cellini, Tintoretto, Ribera, Poussin, Batoni fino a una straordinaria incursione nel contemporaneo con l’installazione al neon di Joseph Kosuth, ispirata ai testi ovidiani, che accoglie il visitatore in entrata.

Statua di Venere “Callipigia”, metà del II secolo d.C., marmo bianco (insulare?), Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Chi visita Pompei, sepolta dall’eruzione del Vesuvio appena sei anni dopo la morte del poeta, può farsi un’idea esatta del peso della mitologia nella vita quotidiana dell’età di Augusto. Molte domus possono essere inserite in un itinerario del mito classico in cui pullulano figure, statue e pitture di personaggi mitici e mitiche storie. I temi mitologici non costituivano solo un espediente decorativo, ma anche simbolico e culturale, per cui l'ambiente che ospitava le decorazioni pittoriche era abbellito e valorizzato e alludeva alle aspirazioni culturali del proprietario. Era così vezzo e vanto di ogni ricco possessore di una domus, mostrare ai suoi ospiti la sontuosità delle decorazioni della casa e allo stesso tempo la sua sensibilità culturale nella scelta dei temi mitologici, oltre al valore artistico che questi quadri potevano avere. La mitologia ovidiana è viva, il mondo è abitato da mito e i miti restano storie di uomini, anche se dei, spinti come tutti da passioni violente.

Joseph Kosuth, Maxima Proposito (Ovidio), neon colorato, misure variabili (2017), Maxima Proposito (Ovidio) #25, Pescara, Collezione Donatelli

Da più di duemila anni, Ovidio e la sua opera affascinano, stimolano e ispirano non solo la letteratura ma anche i diversi campi dell’arte. Le Metamorfosi sono un abbandono alla fantasia, Ovidio accarezza e racconta ogni mito scherzando su quanto la mitologia sia invenzione; i miti racchiudono strabilianti bugie di antichi poeti, cose mai esistite e che mai esisteranno. Tuttavia, se l’obiettivo del poeta era solamente quello del racconto, ben presto con il cambiamento del gusto, il mito sarebbe caduto nel dimenticatoio. La forza motrice, la spinta eterna dell’opera sta proprio nel rianimare una mitologia già “morta “ da tempo, non qualche mito sparuto, ma raccogliendo tutti i miti nella sua interezza e scegliendo di raccontare una forma di passaggio molto particolare.

In un suo libro, il filologo tedesco Hermann Frankel si pose il problema della particolare scelta del poeta: “la metamorfosi, in un mito, è elemento che nasce dal bisogno di spiegare le cose umane in termini extraumani e dall’idea che esistano possibilità di transizione fra i regni della natura; e Ovidio scelse i miti metamorfici sia perché attratto dal loro carattere fantastico e utopico, sia perché in un’epoca inquieta come la sua (il cristianesimo stava man mano diffondendosi nell’impero), poteva così elaborare una logica migliore di quella offerta dalla brutale realtà e illustrare i fenomeni di una identità incerta e sfuggente, di un io scisso in sé o trapassante in un altro”. Alla luce di questa riflessione e con la consapevolezza che la materia del mito era già esistente da secoli, perché Ovidio scelse proprio questi particolari temi? La metamorfosi resta il motivo che spiega e giustifica, una volta morti i miti e perdutosi il loro valore socio-religioso, l’intreccio tra mondo divino, umano e mondo della natura, dando così la possibilità di esprimere la propria visione del mondo e dell’uomo.

Il suo dominio sulla parola e la musicalità della poesia hanno saputo creare un caleidoscopio d’immagini che nei secoli è stato fonte d’ispirazione per numerosi artisti e ha contribuito a delineare i contorni della cultura occidentale. Un’influenza che si riflette non solo nelle immagini ma anche nelle parole. Sono da ricondurre alla sua penna, ad esempio, espressioni comuni come: “non posso vivere con te né senza di te” e “in amor vince chi fugge”. E non parleremmo di “narcisismo” se il suo Narciso non avesse avuto tanta fortuna.

La mostra alle Scuderie del Quirinale intende raccontare la complessità, il piacere e l’attualità dell’universo ovidiano e offre, per tutto il periodo della mostra, un percorso ricco di proposte per coinvolgere il pubblico con numerosi incontri, letture e approfondimenti.

Il perché di una mostra. A parlare è la curatrice Francesca Ghedini

Perché Ovidio e perché una mostra?

Questa è la domanda che ci è stata fatta più di frequente in questi lunghi mesi passati a selezionare gli oggetti, scegliere un percorso e decidere le sequenze più idonee a far comprendere i diversificati messaggi che Ovidio può comunicare. Raccontare un poeta attraverso le immagini non è impresa facile, ma diventa addirittura una sfida quando quelle stesse immagini vengono spiegate attraverso le sue stesse parole. Eppure il cantore di Sulmona, per la capacità evocativa dei suoi versi, si presta a questo gioco di specchi tra la parola e l’immagine.
E, quindi, la risposta alla domanda non è poi così difficile: perché Ovidio? Perché la mostra Ovidio. Amori, miti ed altre storie è il culmine di un progetto decennale portato avanti presso l’Università di Padova, assieme a Isabella Colpo e Giulia Salvo e a tanti colleghi di varie discipline, letterati, storici dell’arte e della miniatura, e poi dottorandi, assegnisti e studenti; un progetto dedicato a uno dei più prolifici poeti dell’antichità, inarrivabile cantore di sentimenti universali (l’amore, l’odio, il risentimento, la vendetta), che visse e fu testimone di uno dei momenti cruciali della storia di Roma, quando la forte personalità di un giovane condottiero, Ottaviano, divenuto poi Augusto, trasformò la Repubblica in un Impero sotto le mentite spoglie di una restaurazione del passato. E Ovidio fu testimone di questa “rivoluzione”, che riguardò non solo la forma di governo, ma anche i costumi pubblici e privati, una “rivoluzione” che il poeta non condivise, al punto da osteggiarla più o meno apertamente.
la sua poesia sopravvisse e lo rese immortale: sopravvisse alle ingiurie del tempo, al confino, all’ostracismo decretato contro le sue opere, sopravvisse alla volontà del reggitore dell’Impero di annientare quel “contestatore” ante litteram, capace di ferire con la sua ironia dissacrante, con il suo gusto per il paradosso, con quel suo gioco un po’ perverso di mettere gli déi alla berlina. Condannato per un reato di opinione? Condannato per la sua libertà di parola o per le sue frequentazioni? Non lo sapremo mai; ciò che è certo è che Ovidio ha vinto la sua battaglia più grande ed è ancora fra noi.

Cammeo con Leda e il cigno, III secolo d.C., agata onice, Napoli, Museo Archeologico Nazionale inv. 25967

È ancora fra noi, perché ha suggellato con la sua poesia una tradizione mitica che era il frutto di secoli di elaborazione, da Omero ai tragici greci ai poeti ellenistici ai letterati romani.
È ancora fra noi, perché la sua poesia è arrivata al mondo moderno grazie ai pazienti amanuensi che nel chiuso dei loro cenobi hanno copiato anche i suoi versi più audaci (la mente corre ai segreti di quel monastero benedettino descritto con insuperabile forza evocativa dal grande Umberto Eco ne Il nome della rosa), illustrandoli con fantasiose immagini che hanno poi fornito ispirazione a tutti i grandi del Rinascimento. Senza Ovidio non avremmo il Narciso “caravaggesco” che eternamente si specchia nella fonte; senza Ovidio non avremmo la diafana Dafne del Bernini che tende al cielo le mani già coperte di foglie; senza Ovidio non avremmo tanti cicli di affreschi di ville e palazzi rinascimentali.
È ancora fra noi perché certe formule proverbiali attinenti al mondo dell’amore o del quotidiano sono sue: quella frase che tutti noi abbiamo pronunciato o pensato almeno una volta: ti odierò se potrò, altrimenti, pur controvoglia, ti amerò (odero, si potero, si non, invitus, amabo) oppure La donna è un male così dolce…ma anche vedo il meglio e l’approvo ma seguo il peggio, sono tutte parole del poeta di Sulmona.
È ancora fra noi perché ha influenzato anche il nostro lessico: senza il suo Narciso non avremmo il narcisismo, il male dell’anima che impedisce, a chi ne è affetto, di amare altri all’infuori di se stesso, oppure avremmo bisogno di un’altra parola per indicare l’ermafroditismo se la storia di Ermafrodito e Salmacide, i cui corpi si sono fusi per sempre in uno, non si fosse imposta all’immaginario moderno; e G.B. Shaw avrebbe dovuto cercare un nome diverso per l’austero professore che trasforma la fioraia in una lady, se Pigmalione, lo scultore di Cipro, non avesse creato con la sua arte raffinata una statua che poi diventa fanciulla.
La scelta di riparlare di Ovidio a duemila anni dalla sua scomparsa è stata dettata dal desiderio di comunicare frammenti di questo grande della letteratura latina che ha segnato indelebilmente la cultura europea, nell’auspicio che ogni visitatore possa portare con sé un’informazione, un’immagine, uno scorcio della società del tempo, a seconda della sua sensibilità e della sua cultura: qualcuno, mi auguro, avrà più chiari i motivi del conflitto con Augusto, altri comprenderanno meglio l’importanza che il paziente lavoro degli abili copisti ed illustratori ha avuto per formare la cultura occidentale; qualcuno uscirà riesumando vecchie memorie scolastiche sulle eroine dell’epos e del mito, altri si chiederanno perché certi racconti, crudeli e sanguinari, ornavano i cassoni che contenevano il corredo che le giovani spose portavano in dote; alcuni, infine, saranno incuriositi, attirati, affascinati da uno o più degli straordinari oggetti esposti in mostra, dalla loro storia, dal loro significato e dal valore che essi rivestono per ricostruire un’epoca o un mito.

 


Roma: mostra fotografica "Calcata... una storia di disobbedienza"

Mostra fotografica

CALCATA...una storia di disobbedienza

Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia,

19 Ottobre-2 dicembre 2018

Venerdì 19 ottobre, alle ore 12.00, nella sede del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giuliasi inaugura nella Sala Venere, al piano nobile del Museo, la mostra fotografica: “Calcata…una storia di disobbedienza”, promossa dal Comune di Calcata, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e la British School at Rome, con il Patrocinio dell’Archivio di Stato di Viterbo e con il contributo dell’Aerofototeca Nazionale (Istituto Centrale per il catalogo e la Documentazione).

Dopo il grande riscontro di pubblico ottenuto a Calcata a partire dallo scorso giugno nello storico locale del “Granarone”, l’edizione romana si arricchisce dei riferimenti alla storia del Museo, la cui nascita e la cui formazione, alla fine dell’Ottocento, si intrecciano con le scoperte archeologiche condotte nel territorio di Calcata.

Nella mostra sono presentate oltre sessanta immagini fornite sia dalle Istituzioni coinvolte sia da alcune delle persone che da anni vivono a Calcata.

Ad esse è dato il compito di raccontare la storia recente del centro, segnata dal Regio Decreto che nel 1935 ne vorrebbe imporre l’abbandono, ma che rappresenta invece il punto di partenza di un inedito modello sociale di convivenza.

Fanno da sfondo alla storia del centro, alle trasformazioni del suo paesaggio e alle scene di vita quotidiana, le campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza e dall’Accademia inglese, che hanno indagato, a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, l’antico centro falisco di Narce e il suo territorio, contribuendo a delineare la storia e l’identità culturale di questa porzione di territorio al di là della riva destra del fiume Tevere.

La mostra sarà introdotta nella Sala della Fortuna da una breve presentazione del dott. Valentino Nizzo (Direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), della dott.ssa Margherita Eichberg (Soprintendente Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale), del prof. Stephen J. Milner (Direttore della British School at Rome, della dott.ssa Sandra Pandolfi (Sindaco del Comune di Calcata) e dell’architetto Paolo Portoghesi.

La mostra, allestita nella Sala Venere, al piano nobile del Museo, sarà aperta al pubblico fino al 2 dicembre 2018 nei consueti orari di apertura (9.00-20.00), con ingresso compreso nel biglietto di visita.

Testo e immagine da Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia


Licodia Eubea: parte la “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica”

Giovedì 18 ottobre giornata d’apertura della “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

Grande attesa per uno dei festival internazionali di cinema archeologico più importanti in Italia. Quest’anno arriva alla sua ottava edizione e si preannuncia un successo

Anche quest’anno il comune ibleo di Licodia Eubea si apre al “cinema dell’Antico” e, dal 18 al 21 ottobre, ospiterà l’VIII edizione della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica.

L’apertura del festival avverrà giovedì 18 ottobre, alle ore 17.00, all’interno della suggestiva chiesa sconsacrata di S. Benedetto e S. Chiara, presso piazza Stefania Noce, in pieno centro storico.

Un palinsesto ricchissimo di opere cinematografiche, ospiti di alto livello, laboratori ed attività collaterali, legati indissolubilmente dal trait d’union della memoria, il grande tema della manifestazione.

Ben 24 film in programma, di cui 20 in concorso, riempiranno i pomeriggi e le serate della manifestazione. Si tratta di lavori di recente produzione, di respiro internazionale: Italia, Francia, Portogallo, Polonia, Spagna, Croazia, Turchia, Libia, Nuova Zelanda, Canada. È un pezzo di mondo, quello che viene raccontato attraverso i documentari: ciascuno racconta, con rigore scientifico e grande personalità, il modo in cui l’uomo decide di ricordare o dimenticare il suo passato e le rovine che lo rappresentano, ma anche gli uomini e le donne che hanno contribuito a rivelarlo, a volte celebrati come Sir Arthur Evans, scopritore del mitico palazzo di Minosse a Knosso, altre volte precipitati in un pesante oblio, come l’archeologa preistorica trentina Pia Laviosa Zambotti, morta suicida negli anni Sessanta.

In un Paese come l’Italia, in cui l’interesse verso la distribuzione di film legati al patrimonio archeologico e storico-artistico risulta decisamente carente, un festival come quello di Licodia Eubea costituisce un’occasione unica per il pubblico siciliano di scoprire e avvicinarsi ad un genere di grande impatto e in fase di forte sperimentazione, qui rappresentato da prime regionali, nazionali e internazionali.

Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, direttori artistici del Festival

Ciò che ci sta più a cuore – afferma Alessandra Cilio, archeologa e direttrice artistica del festival – è essere in grado di offrire ogni anno un evento culturale di spessore, in grado di avvicinare la società ai grandi temi della ricerca archeologica, sensibilizzandola alla comprensione e al rispetto del nostro patrimonio culturale.”

Perché ciò sia possibile – aggiunge Lorenzo Daniele, regista e co-direttore artistico della manifestazione – è necessario che la gente abbia la possibilità di confrontarsi direttamente con i protagonisti della ricerca archeologica, i divulgatori, i registi e gli sceneggiatori che si spendono nel campo della comunicazione del mondo antico. È per questo che, a corredo delle proiezioni, inseriamo sempre gli incontri e le conversazioni con gli specialisti del settore”.

E quest’anno, i nomi degli ospiti sono di tutto rispetto. A conversare con il pubblico del festival, nel pomeriggio di venerdì 19 ottobre, ci sarà l’archeologa Serena Raffiotta, con un intervento dal titolo: “Heritage: Patrimonio è Eredità. Tutelare il patrimonio culturale per salvare un’identità”.

Il pomeriggio di sabato 20 ottobre, invece, sarà dedicato a uno dei giornalisti più impegnati a livello internazionale nella lotta al saccheggio del patrimonio storico-artistico, Fabio Isman, che presenterà (per la prima volta in Sicilia) il recente volume “L’Italia dell’arte venduta. Collezioni disperse, capolavori fuggiti”.

Antonia Falcone

Ma le novità di questa nuova edizione del festival non finiscono qui. Oltre al consueto appuntamento dedicato alla didattica e ai cartoon per giovanissimi all’interno della sessione “Ragazzi e Archeologia” e alla “Finestra sul documentario siciliano”, la manifestazione si arricchisce di un workshop dedicato alla comunicazione del patrimonio culturale attraverso i media di ultima generazione. Il workshop “Scava, scarriola, comunica! Quando l'archeologia (si) racconta”, tenuto dall’archeo-blogger Antonia Falcone e dal giornalista Graziano Tavan, in programma la mattina del 20 ottobre, punta ad essere una “palestra formativa” aperta a studenti universitari, giornalisti e operatori museali, per i quali la padronanza di strumenti e strategie comunicative nell’ambito dei beni culturali rappresenta oggi un requisito fondamentale. Il workshop è gratuito e aperto a tutti; registrarsi è possibile, attraverso la piattaforma Eventbrite.it.

Graziano Tavan

A far da cornice al festival, ben due mostre fotografiche: la prima, “Libia. Antiche Architetture Berbere” del fotografo e regista veneziano Lucio Rosa, dedicata ad un frammento d’Africa sempre più fragile e sgretolato; la seconda, “1915-1918. Licodia Eubea e i suoi figli nella Grande Guerra”, organizzata e allestita dall’infaticabile sezione locale dell’Archeoclub d’Italia.

E poi, a far da intermezzo tra il pomeriggio e la sera, gli aperitivi con visita guidata alle sale espositive del museo archeologico “Antonino Di Vita” e di quello etnografico “P. Angelo Matteo Coniglione”, a base di prodotti tipici della tradizione enogastronomica licodiana. E le escursioni alla scoperta del centro storico e dell’hinterland di Licodia Eubea, location di questo festival ma, al tempo stesso, scrigno ricco di autentici gioielli architettonici e storico-artistici.

A chiudere l’edizione 2018 della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica sarà la premiazione del film più votato dal pubblico (Premio “Archeoclub d’Italia”) e del film ritenuto migliore da una giuria internazionale di qualità (Premio “ArcheoVisiva”), assieme al Premio “Antonino Di Vita”, conferito a chi abbia speso la propria carriera nella promozione della conoscenza del patrimonio culturale.

Ancora una volta, dunque, aggiungiamo tessere al mosaico, per incrementare la qualità dell’offerta culturale di questa manifestazione – conclude la Cilio –. Lo facciamo perché continuiamo a credere nel progetto, il cui obiettivo non è solo svelare la bellezza del cinema archeologico, ma anche di fare sistema, coinvolgendo autori, produttori, festival, pubblico e istituzioni. E, un anno dopo, siamo felici di constatare che a crederci siamo sempre di più.”

 


Prima giornata dell'VIII edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

In questo post guida potrete trovare tutti gli appuntamenti e i link alle schede relative alla prima giornata dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea. Ove disponibile, la scheda contiene anche un trailer.

Giovedì 18 ottobre 2018

ORE 17.00 APERTURA DELLA RASSEGNA

introducono:

Giacomo Caruso

Presidente Archeoclub d’Italia di Licodia Eubea

Alessandra Cilio, Lorenzo Daniele

Direttori artistici del Festival

intervengono:

Giovanni Verga

Sindaco del Comune di Licodia Eubea

Rosalba Panvini

Soprintendente BB.CC.AA. di Catania

ORE 17.30 CINEMA E ARCHEOLOGIA

Az, Branko pridivkom Fučić

Nome Branko, cognome Fučić

Nazione: Croazia

Regia: Bernardin Modrić

Consulenza scientifica: Tomislav Galović

Durata: 36’

Anno: 2016

Produzione: Istra Film

Il documentario narra la storia poetica e contemplativa di uno dei maggiori ricercatori croati di iscrizioni e affreschi glagolitici, il cui lavoro ha segnato la storia dell’arte dell’Europa sud–orientale della seconda metà del XX secolo. Fučić è stato uno studioso capace di rendere civiltà ed eventi del passato più vicini a noi, in modo semplice e coinvolgente.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/nome-branko-cognome-fucic/

L’antico teatro di Herculaneum

Nazione: Italia

Regia: Raffaele Gentiluomo

Consulenza scientifica: Domenico Camardo, Mario Notomista

Durata: 8’

Anno: 2014

Produzione: Fondazione Cives - Mav Museo Archeologico Virtuale

Il Teatro, costruito in età augustea, rappresenta uno dei monumenti più straordinari dell'antica Herculaneum, testimonianza dello splendore della città, prima della tragica eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/lantico-teatro-di-herculaneum/

Mésopotamie, une civilisation oubliée

Mesopotamia. Una civiltà dimenticata

Nazione: Francia

Regia: Yann Coquart, Luis Miranda

Consulenza scientifica: Jessica Giraud

Durata: 52’

Anno: 2017

Produzione: Un Film à la Patte

Lontana dalle principali spedizioni archeologiche del XX secolo per ragioni geopolitiche, la Mesopotamia settentrionale è il cuore dell’impero assiro. Per dieci anni, le porte di questo continente si sono gradualmente aperte e i più grandi archeologi del nostro tempo si sono affrettati a mappare, registrare, cercare, analizzare il territorio. Il film racconta un’incredibile avventura archeologica, tra passato e presente, in cui la conoscenza scientifica diventa una risposta alla barbarie.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/mesopotamia-una-civilta-dimenticata/

Le mythe du Labyrinth

Il mito del Labirinto

Nazione: Francia

Regia: Mikael Lefrançois, Agnès Molia

Consulenza scientifica: Peter Eeckhout

Durata: 26’

Anno: 2018

Produzione: Tournez S’il Vous Plaît – Arte

Tra il 1400 e il 1300 a.C., fiorì a Creta la raffinata civiltà minoica. I Minoici furono i primi, nella cultura europea, ad adoperare la lingua scritta. Hanno dato prova del loro alto livello artistico attraverso raffinati affreschi e sculture. Hanno costruito edifici sontuosi, la cui complessità ha a lungo affascinato gli archeologi. Oggi, grazie agli scavi condotti a Cnosso, Festo e Sissi, combinati alla ricerca matematica, gli archeologi hanno sviluppato nuovi metodi per comprendere l’architettura di questi edifici. I risultati mettono in discussione il nostro sapere relativo a una civiltà che pensavamo di conoscere bene.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/il-mito-del-labirinto/

ORE 19.30 INCONTRI DI ARCHEOLOGIA

Inaugurazione della mostra fotografica

Libia. Antiche Architetture Berbere

interviene:

Lucio Rosa, regista e fotografo

La mostra fotografica di Lucio Rosa verrà inaugurata presso gli spazi del museo etnografico di Licodia Eubea.

ORE 19.45 APERITIVO AL MUSEO

Visita guidata all’interno del Museo etnoantropologico “P. Angelo Matteo Coniglione”, con degustazione di prodotti enogastronomici.

Si rinnova anche quest'anno l'appuntamento con #aperitivoalmuseo.
Tutti i giorni, tra le 19.30 e le 20.00, il museo civico "A. Di Vita" e quello etnografico "A. M. Coniglione" di Licodia Eubea si apriranno ai visitatori per una visita guidata e un ricco apericena a base di prodotti locali.
I vini saranno gentilmente offerti dallo sponsor del festival, l'azienda vinicola Baglio di Pianetto, attenta nella produzione di bianchi e rossi che raccontino la Sicilia, ma anche sensibile ad attività culturali che la promuovano in ambito nazionale e internazionale.

ORE 21.00 CINEMA ED ETNOANTROPOLOGIA

C’era una volta la terra

Nazione: Italia

Regia: Ilaria Jovine, Roberto Mariotti

Durata: 73’

Anno: 2018

Produzione: Iljà Film – Effendemfilm

Partendo da selezionati articoli giornalistici dello scrittore e saggista Francesco Jovine (1902-1950), pubblicati negli anni Quaranta, il film indaga la realtà contemporanea, alla ricerca del medesimo legame raccontato dallo scrittore, quello che da sempre lega l’uomo alla terra. Ne viene fuori una favola sospesa tra il presente e il passato, dai toni a volte poetici, a volte amari, che ha come protagonisti, oltre lo scrittore stesso, un giovane coltivatore, un professore di geografia, una mandria di vacche, due fratelli indiani e dei ragazzi afghani ospitati in una masseria.

La scheda su ClassiCult: https://www.classicult.it/cera-una-volta-la-terra/

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Attività collaterali

Da giovedì 18 a sabato 20 ottobre

Museo etnoantropologico “P. Angelo Matteo Coniglione”

Museo Civico “Antonino Di Vita”

Aperitivo al Museo

Al termine del programma pomeridiano verrà aperto l’Aperitivo al Museo, una visita guidata all’interno dei due musei, con degustazione di prodotti enogastronomici. I ticket per la consumazione saranno in vendita presso il desk informazioni della sala proiezioni.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Dal 18 ottobre al 18 novembre

Museo etnoantropologico “P. Angelo Matteo Coniglione”

Libia. Antiche Architetture Berbere

Mostra fotografica del regista Lucio Rosa.

Durante i giorni del Festival, la mostra sarà visitabile dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 17:00 alle ore 20:00. Saranno proiettati, a ciclo continuo, i film “Il segno sulla pietra”, “Libia is near”, “Fabrizio Mori, un ricordo”.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Dal 18 ottobre al 31 dicembre

Già antica chiesa di S. Benedetto e S. Chiara

1915-1918. Licodia Eubea e i suoi figli nella Grande Guerra

Attraverso foto d'epoca, immagini e oggetti vari la mostra racconta il contributo dato dai 137 giovani soldati partiti da Licodia Eubea allo scoppio del conflitto mondiale e il loro ruolo nel contesto di quei tragici avvenimenti. L’esposizione è a cura dell’Archeoclub d’Italia “Mario Di Benedetto”.


Fortificazioni, palizzate e ardesia. La Raya all’inizio del Medioevo

Il docufilm Fortificazioni, palizzate e ardesia. La Raya all'inizio del Medioevo, prodotto da Contracorriente Producciones per la regia di Pablo Moreno Hernandez, aprirà il pomeriggio dell'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, venerdì 19 ottobre 2018, alle ore 17.30.

Fortificaciones, poblados y pizarras. La Raya en los inicios del Medievo

Fortificazioni, palizzate e ardesia. La Raya all’inizio del Medioevo

Nazione: Spagna

Regia: Pablo Moreno Hernández

Consulenza scientifica: Iñaki Martín Viso

Durata: 11’

Anno: 2018

Produzione: Contracorriente Producciones S.L.U.

Sinossi: Il cortometraggio illustra il tema della mostra omonima di Palacio de los Águila a Rodrigo, in Spagna, in programma da marzo 2018 a giugno 2019, che si ispira alle tre principali caratteristiche che definiscono l’evoluzione della Raya, così come altre regioni, in questo periodo. Il primo termine, infatti, si riferisce alle fortificazioni, agli insediamenti rurali fortificati destinati a trasformarsi in centri di controllo dei territori limitrofi. Questi luoghi hanno sostituito i vecchi centri del potere, caratterizzandosi per la presenza di gruppi socialmente ed economicamente emergenti. Il termine “palizzate” si riferisce ai villaggi contadini che in questo momento cominciano a prendere forma, riflettendo le attività della maggior parte della popolazione, dedita all’agricoltura e all’allevamento del bestiame, in un contesto più autonomo rispetto a quello precedente, dominato dalle aristocrazie locali. La parola “ardesia”, infine, fa riferimento alle iscrizioni lasciate su questo materiale, che testimoniano la sopravvivenza della cultura scritta e le trasformazioni linguistiche. Molte iscrizioni sono di difficile interpretazione, ma la loro concentrazione all’interno di alcuni insediamenti fortificati lascia supporre che facessero parte degli strumenti con cui veniva esercitato il controllo su questi luoghi. La mostra, a cui si lega il film, si concentra su aspetti particolari, come la produzione di oggetti di uso quotidiano, il mondo funerario o il ruolo di studiosi locali, come Serafin Tella. Un periodo a lungo ritenuto “oscuro” viene così rischiarato, seppure parzialmente, e ci offre un quadro inedito, di persone che non appaiono nelle grandi storie storiche. È una storia di contadini, di leader locali il cui orizzonte appariva limitato alla loro regione d’appartenenza. Un’esperienza condivisa in tutto il territorio della Raya, e che ha dato vita ad un patrimonio storico-culturale che è ancora conservato in queste terre dell’entroterra della penisola iberica.

Informazioni regista: Pablo Moreno Hernández, regista. Nato il 16 giugno 1983 a Salamanca, ha un diploma magistrale con indirizzo in Educazione Infantile e una laurea in Comunicazione Audiovisiva presso l’Università di Salamanca, contando anche su una formazione in materia di regia e interpretazione. È socio fondatore e direttore della società di produzione audiovisiva Contracorriente Producciones S.L.U, sin dalla sua costituzione nel 2006. Direttore del Festival del film educativo e spirituale FICEE, presidente dell’associazione Kinema Siete, è membro del consiglio pastorale del Consiglio Pastorale della diocesi di Rodrigo e responsabile della delegazione diocesana di Evangelizzazione e Nuove Tecnologie, sceneggiatore e direttore della maggior parte delle produzioni audiovisive della Contracorriente Producciones S.L.U. Ha anche esplorato il campo della interpretazione e della direzione teatrale.

Informazioni casa di produzione: http://contracorrienteproducciones.es/

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.academia.edu/36220216/Exposici%C3%B3n_Fortificaciones_poblados_y_pizarras_la_Raya_en_los_inicios_del_Medievo_

https://ataemhis.usal.es/exposicion-fortificaciones-poblados-y-pizarras-la-raya-en-los-inicios-del-medievo/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Macerata: mostra "Lorenzo Lotto, il richiamo delle Marche"

Dal 19 ottobre 2018 
MACERATA, Palazzo Buonaccorsi
CENTRI LOTTESCHI: Ancona, Cingoli, Jesi, Loreto. Mogliano, Monte San Giusto, Recanati, Urbino

Il 2018 riporta uno dei più affascinanti artisti del Rinascimento sotto i riflettori internazionali, con eventi in Spagna, Gran Bretagna e Italia.

Nelle Marche una grande mostra a doppio binario conduce da Macerata - dove tornano le opere legate a queste terre, disperse in Europa - ai capolavori di Lotto conservati nel territorio.
Tra borghi, colline e mare.
_________________________________________

Lorenzo Lotto torna protagonista nelle Marche, sua terra d’elezione,
in un anno davvero speciale.

Il 2018 a livello internazionale ha puntato infatti i riflettori sul grande artista, al centro di una ammirata mostra dedicata ai suoi ritratti in due tra i più importanti musei del mondo: il Prado di Madrid, ove si è conclusa il 30 settembre scorso, e la National Gallery di Londra, ove la mostra aprirà il prossimo novembre.

Un “imprevisto” anno lottesco al quale non poteva mancare la Regione Marche, le cui terre sono state riferimento essenziale nella vita e nella formazione del pittore.

In concomitanza con le due tappe espositive, in relazione con le due prestigiose Istituzioni di Londra e Madrid con la collaborazione del Museo Statale Ermitage, il territorio marchigiano diventa nell’autunno-inverno 2018 teatro di un evento espositivo e d’iniziative collaterali di altissimo valore - promosse dalla Regione Marche con il Comune di Macerata - che permetteranno al pubblico di riscoprire lo straordinario patrimonio lottesco, in una regione che non ha eguali in Italia per quantità e qualità di opere dell’artista.

E nel contempo il pubblico potrà cogliere il profondo legame che unì il Maestro veneziano a queste terre, nelle quali ripetutamente tornava per creare e per ispirarsi e ove scelse di attendere la morte e trovare sepoltura.

Dal 19 ottobre 2018 al 20 febbraio 2019, a Palazzo Buonaccorsi sede del Museo Civico di Macerata, una grande e inusuale mostra, organizzata da Villaggio Globale International, riunirà per la prima volta le opere di Lotto create per il territorio e poi disperse nel mondo o quelle che, per storia e realizzazione, hanno avuto forti legami con le Marche.

Un’esposizione di ricerca, per certi versi sperimentale nel voler abbinare forza espositiva, supporti multimediali di approfondimento, grandi capolavori ma anche spunti di ricerca e discussione critica.

Una mostra preziosa, che rivela al pubblico inediti materiali documentari sull’attività dell’artista e opere mai esposte in precedenti eventi – tra tutti una “Venere adornata dalla Grazie” di collezione privata, pubblicata da Zampetti nel 1957 e rimasta all’oscuro per sette decenni (una delle novità più eclatanti della mostra !) - ma che si completa necessariamente nel territorio marchigiano, ponendosi in stretto dialogo con i lavori lotteschi (25 opere) disseminanti nei diversi centri e volutamente lasciati nei siti di appartenenza.

Ancona, Cingoli, Jesi, Loreto, Mogliano, Monte San Giusto, Recanati e Urbino danno forma con Macerata a una sorta di mostra diffusa da vivere insieme alle bellezze artistiche e naturali delle Marche: regione ferita purtroppo dall’ultimo drammatico sisma che ha colpito il Centro Italia, ma che tenacemente sta puntando a valorizzare il suo immenso patrimonio.

PRESTITI INTERNAZIONALI, DOCUMENTI E OPERE MAI ESPOSTE PRIMA.

Curata, con la collaborazione di tanti studiosi marchigiani, da Enrico Maria Dal Pozzolo - tra i massimi esperti dell’artista e co-curatore anche delle mostre di Madrid e Londra - l’esposizione propone a Macerata oltre 20 dipinti autografi di Lotto e 5 disegni di sua mano e alcune straordinarie opere grafiche di grandi autori, quali Dürer e Mantegna, da cui Lorenzo trasse ispirazione; ma anche preziosi manoscritti e volumi, globi e antiche mappe, per contestualizzare la sua attività in queste terre.

Opere di Lotto provenienti da collezioni internazionali - come la Gemäldegalerie della Staatliche Museen di Berlino, il British Museum di Londra, Il Musèe du Louvre di Parigi, il Museo Nazionale Brukental di Sibiu, il Museo del Prado di Madrid o il Musée des Beaux Arts di Strasburgo, ma anche dal Museo Poldi Pezzoli di Milano, dal Museo Correr di Venezia e dalle Collezioni del Quirinale - saranno riunite per l’occasione a Palazzo Buonaccorsi, nel cuore della cittadina marchigiana colpita dal sisma del 2016.

Sono esposte per la prima volta in Italia le tele da Berlino con il "San Cristoforo" e il "San Sebastiano", due pannelli di un polittico disperso che Lotto aveva realizzato per la Chiesa di Castelplanio, piccolo centro nei dintorni di Jesi. Le opere, acquistate dallo Stato di Prussia tra il 1819 e il 1821 dal mercante inglese Edward Solly, sono state restaurate nel 1998 presso il Getty Museum, rivelando parti nascoste dalla cornice ottocentesca e mostrando una resa pittorica del corpo nudo del San Sebastiano esemplare e minuziosa, assai rara nella produzione lottesca.

Dall’Ermitage di San Pietroburgo giungono invece, eccezionalmente, due importanti opere marchigiane di Lotto, compreso il “Cristo conduce gli apostoli al Monte Tabor” (1511-1512), predella di quella bellissima “Pala di Recanati” che il pubblico può ammirare nella vicina città di Leopardi; mentre dalle Gallerie degli Uffizi arriva a Macerata, esposta al pubblico per la prima volta dopo un eccezionale restauro, una “Sacra Conversazione” firmata e datata 1534, anno in cui certamente Lotto era nelle Marche. La cromia, bellissima e quasi inaspettata del dipinto, come la complessa costruzione iconografica, ci confermano la grandezza di questo artista, che sa incantare con le sue “vibrazioni magiche di luce”: pittore malinconico e inquieto, non adeguatamente apprezzato in vita, ma posto dalla critica, a partire dalla fine dell’Ottocento, tra i giganti della pittura del XVI secolo.

Nelle sale del settecentesco Palazzo Buonaccorsi - di cui si possono godere le magnifiche decorazioni barocche - l’esperienza “marchigiana” di Lotto, ora ricomposta, viene integrata anche da alcune opere “di collegamento”, per le quali non è documentato ma neppure escluso il legame territoriale, in modo da delineare senza lacune l’evoluzione artistica del pittore veneziano; mentre i rimandi alle tante opere della regione sono suggeriti dalla didattica e da contributi video appositamemte realizzati da Land Comunicazioni, così come il documentario con la regia di Luca Criscenti (presentato anche a Madrid e Londra) che chiude l’esposizione maceratese, invitando i visitatori ad andare per borghi e colline, sempre sulle orme del grande artista.

Unica eccezione: la presenza emozionante in mostra del grande affresco staccato e montato su tela del San Vicenzo Ferrer in Gloria (1510 - 1512 circa) - l’unico ad oggi conosciuto nelle Marche - non visibile ormai da tempo, a causa del grave sisma che ha reso inagibile la Chiesa di San Domenico a Recanati, ove l’opera era conservata, e dunque esposto al pubblico in questa occasione, grazie alla collaborazione della locale Diocesi.

PER CONCLUDERE TRE "CASI STUDIO" .
La mostra si chiude con tre focus molto particolari.

Il primo al fine di ricostituire idealmente e a titolo esemplificativo il “dossier grafico” di riferimento del pittore. propone una serie di stampe e incisioni sicuramente note a Lotto e da lui utilizzate.

Ma in questo contesto si riporta anche all’attenzione della critica e del pubblico una tela con “San Girolamo nello Studio” in passato ben presente nella letteratura scientifica e quindi acquistata, alla fine degli anni Settanta, per i Musei Civici di Bassano del Grappa: un’opera che in seguito fu però al centro di polemiche e di animate discussioni circa la paternità di Lorenzo Lotto e quindi relagata nei depositi museali e per lunghi anni completamente dimenticata.

Ora, dopo che nel 2018 il dipinto è stato recuperato dai magazzini del museo e sottoposto ad analisi scientifiche (che hanno dimostrato la compatibilità con le tecniche esecutive lottesche, nonché la presenza di alcuni pentimenti), Enrico Maria Dal Pozzolo riapre la discussione, riconoscendo l’alta qualità del dipinto, nonostante le condizioni conservative, e la sua congruità con la fase lauretana del pittore e, infine, valutando il suo essere una “copia libera” da un’incisione di Dürer - artista amato da Lotto fin dalla giovinezza - elemento tutt’altro che contrario alla paternità lottesca.

Il secondo focus è un vis-à-vis tra la bellissima “Madonna con il bambino” di Crivelli di proprietà del Museo di Macerata e la “Madonna" di Lotto, prestata dal Museo Correr di Venezia, di probabile origine marchigiana: un dialogo dunque tra due veneziani che lasciarono la loro terra d’origine per radicarsi entrambi nella regione adriatica, quasi “un’oasi di libertà creativa”.

Infine una provocazione, per scuotere le nebbie intorno alla viceda e gli animi di quanti potrebbero aiutare: l’ultima opera in mostra è la cornice vuota della famosa “Madonna di Osimo” , realizzata da Lorenzo intorno agli anni trenta del Cinquecento e rubata dalla Chiesa dei minori osservanti nel 1911, lo stesso anno del celeberrimo furto della Gioconda.

A differenza del capolavoro leonardesco, il dipinto di Lotto non fu mai recuperato, producendo una ferita aperta nel patrimonio della regione, ancora da sanare. (catalogo Skira)

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Roma: mostra e rassegna "Lele Luzzati e Giulio Gianini: due maestri del cinema d’animazione italiano"

Lele Luzzati e Giulio Gianini: due maestri del cinema d’animazione italiano in mostra alla Casa del Cinema.

Il 10 ottobre alle ore 20 inaugurazione aperta al pubblico dell’esposizione.

Al via anche una rassegna con le proiezioni dei più importanti cartoni animati

 

Roma, 4 ottobre 2018 – Due amici, due compagni di viaggio uniti dalla passione per il cinema. Emanuele Luzzati e Giulio Gianini si sono conosciuti per gioco verso la metà degli anni ’50 davanti ad un teatrino di burattini e da lì hanno intrapreso un viaggio che lì ha portati, per ben due volte, fino alla cerimonia degli Oscar, consacrandoli definitivamente come due personalità decisive per l’affermazione del cinema d’animazione italiano nel mondo.

 Oggi, la Casa del Cinema di Roma rende loro omaggio con una grande esposizione dal titolo Lele Luzzati e Giulio Gianini: cinema di animazione, in programma dal 10 ottobre al 7 novembre, che comprende circa trenta ingrandimenti fotografici estrapolati dalle scenografie e dai personaggi creati a mano da Luzzati e animati (e mossi registicamente) da Gianini. Una magnifica selezione con bozzetti relativi a La Gazza LadraPulcinellaPapageno e PapagenaAli Babà e tanti altri messa a disposizione da Carla Rezza Gianini, dal Museo Luzzati e dalla Fondazione Teatro della Tosse, accompagnata da una rassegna cinematografica, in programma durante il mese di ottobre, con i più interessanti film di animazione ideati e prodotti dai due grandi artisti. L’esposizione e la rassegna sono state volute e prodotte dalla A.S.C. (Associazione Italiana Scenografi, Costumisti, Arredatori) nelle persone dei suoi curatori Alida CappelliniGiovanni LicheriLucia Nigri e Carla Rezza Gianini.

 Luzzati, genovese della buona borghesia ebraica, si diploma all’Ecole des Beaux Arts di Losanna dove nel frattempo era stato costretto a rifugiarsi a causa delle leggi razziali introdotte dal fascismo. Insieme ad altri “esuli” rientra in Italia nel 1945, all’indomani della liberazione e inizia la sua attività di scenografo e costumista in teatro. È nella seconda metà degli anni ’50 che incontra, grazie ad amici in comune, Giulio Gianini, scenografo romano diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Roma, già attivo nel mondo del cinema come direttore della fotografia, soprattutto quella a colori (fu uno dei pionieri della nuova tecnica). Il teatrino di burattini che Gianini possedeva e con il quale si dilettava in spettacoli ad uso di parenti e amici, fornì l’occasione di una prima collaborazione tra i due. Gianini chiese allo scenografo di dipingere un boccascena per quel prezioso giocattolo, Luzzati che condivideva la stessa passione, non se lo fece ripetere due volte.

Nel tempo Luzzati e Gianini si sono affermati come la coppia d’oro del cinema d’animazione italiano. Accomunati dalle medesime passioni, la loro genialità si è messa al servizio di un fortunato  sodalizio che ha generato una serie di opere dalle immagini estremamente divertenti e di una bellezza eccezionale, due delle quali hanno ottenuto la nomination agli Oscar come Miglior Cortometraggio d’Animazione: La gazza ladra (1966) e Pulcinella (1974).

Grazie alla tecnica del découpage, il cinema di Luzzati e Gianini ha inglobato tutta la cultura del teatro: i personaggi, sebbene siano solamente pezzetti di carta che si spostano sui fondali, sembrano uscire da questi stessi scenari per diventare colore in movimento. Una poesia animata che, tramite l'utilizzo di tinte accese e luminose e il gioco di sfumature, ha creato una profusione di colori sgargianti che rendono vivi i protagonisti, quasi come se tendessero le loro mani verso gli spettatori.

 

Insieme, Luzzati e Gianini hanno realizzato alcuni dei capolavori della storia del cinema d'animazione italiano che li hanno resi due degli artisti più amati e ammirati del nostro tempo. Grazie alla rassegna che accompagnerà la mostra per tutto il mese di ottobre sarà possibile apprezzare parte di questo immenso lavoro e scoprire dei gioielli di rara bellezza come i tre film ispirati alla musica di Gioacchino Rossini La gazza ladra del 1964, L’italiana in Algeri del 1968, Pulcinella del 1973 o l’opera Il flauto magicodel 1978, basato sull'omonimo singspiel del 1791 musicato da Wolfgang Amadeus Mozart, su libretto di Emanuel Schikaneder. E poi ancora Pulcinella e il pesce magicoL’uccello di fuocoI Paladini di FranciaLa casa dei suoni fino ad arrivare a Jerusalem, opera carica di colori e fantasia, commissionata dal sindaco della città israeliana, che in 14’ racconta tremila anni di storia della città, tra battaglie, lotte e speranze.

“La cultura italiana – dichiara Giorgio Gosetti – e, a suo modo anche il nostro cinema, non potrà mai ricambiare la creatività, la generosità, l’originalità e l’invenzione che Lele Luzzati ha portato in dono con la sua arte. Ma se dal teatro, dalla pittura, dall’arte povera passiamo al cinema, il vero “traghettatore”, il regista e inventore è senz’altro Giulio Gianini che di questo omaggio alla Casa del Cinema è in fondo il “padrone di casa”. Impossibile scindere le due personalità, impossibile dire dove comincia l’uno e finisce l’altro. Difficile anche rintracciare un’eredità per un momento così smagliante per la nostra cultura visiva come sono stati gli anni di Gianini&Luzzati. Il vero regalo sta, una volta ancora, nella freschezza e nella novità che ogni loro lavoro, ogni disegno, ogni sequenza, riesce ancora a restituirci sia che siamo bambini, anziani, spettatori o semplici curiosi che – magari catturati per caso dai loro film – non sappiamo poi staccarcene e “trattener la meraviglia”

“Giugi e Lele come tutti li chiamavano – continua Carla Rezza Gianini – avevano due personalità molto diverse e perciò complementari, unite da una grande sintonia, che passava attraverso canali misteriosi, noti solo a loro due. Li accomunava la straordinaria abilità artistica e professionale, oltre a una componente di entusiasmo candido e disarmante. A parte il loro dono di riuscire a guardare il mondo con lo sguardo di un bambino, una altra cosa che li univa molto era un grande senso dello humour, e quella incapacità di prendersi troppo sul serio anche quando erano diventati famosi, e la critica mondiale ne tesseva le lodi, elogiandone la fantasia, l’immaginazione e il mondo poetico”.

Leggere di più