Alla Venaria Reale: Cani in Posa. Dall'antichità ad oggi

Dal 20 ottobre 2018 al 26 maggio 2019, la Reggia di Venaria presenta, nelle Sale delle Arti, la mostra Cani in posa. Dall’antichità ad oggi, la prima grande esposizione in Italia sulla rappresentazione del cane nella storia dell’arte, con una raccolta di manufatti, sculture,
dipinti, incisioni, disegni e fotografie, opera di specialisti animalisti e di alcuni fra i massimi artisti di tutti i tempi, dall’età classica ad oggi.

REGGIA MOSTRA-Cani in posa Dall'antichità ad oggi-

La mostra, a cura di Francesco Petrucci, è organizzata da Consorzio delle Residenze Reali Sabaude e Glocal Project Consulting S.R.L., da un’idea di Fulco Ruffo di Calabria. La mostra ha come tema la costante presenza del cane nell’universo figurativo occidentale. Nonostante sia stato per lo più un motivo accessorio nella pittura di storia, questo compagno fedele dell’uomo si è guadagnato nel tempo una sua propria autonomia iconografica. Secondo solo alla figura umana, il cane è infatti l’animale più rappresentato nella storia dell’arte, a dimostrazione del profondo legame affettivo ed empatico che li unisce, travalicando sovente gli aspetti del decoro formale. In tale contesto, La Venaria Reale di Torino, che fu per secoli il teatro di caccia dell’aristocrazia Sabauda, è il luogo più appropriato per presentare una mostra sull’iconografia canina.

L’esposizione è articolata in cinque grandi sezioni:
 Cani nell’antichità, con sculture e manufatti della civiltà greco-romana;
 Cani in posa, con ritratti di cani, in posa o in azione (XVI-XXI secolo);
 Cani, uomini e donne in posa, ove uomini, donne e bambini sono ritratti a fianco di
uno o più cani (XVI-XXI secolo);
 Cani in scena, ove il cane è inserito all’interno di episodi storici, di vita reale, religiosa
o allegorica, come presenza costante accanto alla vita dell’uomo (XVI-XXI secolo);
 Cani immaginari, ove l’immagine del cane è trasfigurata attraverso la fantasia degli
artisti, compreso il mondo del fumetto (XVI-XXI secolo).

Prestigiosa la serie di capolavori esposti, a partire dal pompeiano Cave Canem del Museo Archeologico di Napoli, provenienti da importanti musei nazionali ed internazionali, come i Musei Vaticani, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, i Musei Civici di Trieste, il Palazzo Chigi di Ariccia, la Galleria Nazionale di Sofia, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, il Museo Archeologico Antonio Salinas di Palermo, ecc.. Sono presenti opere di insigni artisti tra ‘500 e ‘700, come Jacopo Bassano, Frans Snyders, Luca Giordano, Sebastiano Ricci, Giovan Battista Tiepolo, Antonio Canova, fino a contemporanei come Carlo Carrà, Eliott Erwitt, Keith Haring e molti altri.

La mostra, realizzata in coproduzione dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude insieme alla Glocal Project Consulting con il sostegno finanziario della società inglese Alphashire e RDB gallery, diventa un evento dedicato al cane grazie anche alla partecipazione dell’ENCI
(Ente Nazionale della Cinofilia Italiano), che cura uno spazio all’interno dei Giardini della Reggia di Venaria.

L’organizzazione di raduni ed iniziative animano una sede progettata come naturale luogo di svago e di piacere legato all’arte venatoria, una delle attività umane di cui il cane è emblema principe per antonomasia. La mostra è sostenuta da aziende italiane ed estere e in particolare di ALPHASHIRE, che opera nell’organizzazione di eventi in campo culturale e in iniziative legate al lifestyle con i suoi brand famosi tra cui Ascot e Pommery. La partecipazione del Gruppo inglese costituisce un’altra novità della mostra che ha tra i suoi obiettivi quello di espandere i confini dell’arte anche attraverso formule e collaborazioni nuove in grado di rappresentare al massimo livello la diversità e la spiritualità alla base della pace universale.

Tra gli sponsor di settore ROME DE BELLEGARDE la nuova galleria nel cuore di Londra a Mayfair; MONGE la più importante realtà produttiva nazionale nel settore degli alimenti per cani (e gatti); VODAFONE con il suo prodotto V-Pet ha creato un prodotto innovativo e
molto funzionale per il controllo a distanza del proprio cane; ARCAPLANET la più nota catena di distribuzione di prodotti pet. ISI & FRIENDS ovvero l’alta moda nel mondo del cane con collari e guinzagli realizzati in pellame speciale e design accurati.


San Valentino si festeggia al MANN di Napoli

“Finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo”, diceva Cesare Pavese: quasi riecheggiando le parole del grande scrittore piemontese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli festeggerà  il San Valentino con promozioni ed iniziative volte a celebrare l’amore curioso e dinamico per la Cultura.

Sino al 15 febbraio, infatti, sarà possibile acquistare, in biglietteria ed online (www.openmann.itwww.coopculture.it),  la card OpenMann ai prezzi scontati di 10 euro per young (giovani tra i 18 ed i 25 anni), 15 per adulti, 30 per famiglie (due adulti over 25): con l’abbonamento annuale al Museo, sarà possibile avere accessi illimitati, per 365 giorni dalla data di prima attivazione, alle collezioni permanenti ed alle esposizioni temporanee in programma (tra queste, l’attesa mostra “Canova e l’antico”, in calendario dal 28 marzo al 30 giugno 2019).
 

Per il pomeriggio del 14 febbraio, ancora, Il Servizio Educativo del MANN proporrà due incontri, dedicati alla passione ed ai suoi legami con l’archeologia: alle 16, si svolgerà la conferenza/visita guidata “Antichi amori/Moderne passioni”, realizzata in collaborazione con Coopculture. L’evento prevedrà non soltanto un confronto tra i reperti archeologici del MANN ed opere moderne e contemporanee di carattere amoroso, ma anche una performance intervallata da proiezioni e letture di brani di autori classici.
A seguire (ore 17.30), prevista la “Caccia all’amore/Openlove”, un gioco destinato a dodici coppie di innamorati che si sfideranno nella ricerca di amanti famosi della tradizione classica: il divertente percorso di scoperta si svilupperà attraverso la risoluzione di anagrammi ed indovinelli, che sveleranno l’identità dei personaggi mitici cui sono state ispirate le opere d’arte del Museo; ai vincitori della “caccia all’amore” sarà regalato un abbonamento OpenMann family.
Per partecipare agli incontri previsti a San Valentino, necessaria la prenotazione: dal lunedì al venerdì (ore 9-15), telefonare al numero 081/4422177; nel week-end, riferirsi all’info point del Museo (081/4422149).

Il MANN celebra l’amore in tutte le sue forme, sottolineando che, dall’archeologia, ci perviene un inno alla passione: festeggiamo San Valentino con iniziative dedicate e con il rilancio della card annuale a prezzi promo. Regalare cultura è, infatti, un’idea originale per vivere in coppia un percorso di crescita”, commenta il Direttore del Museo, Paolo Giulierini.

E proprio Paolo Giulierini sarà uno dei Ciceroni illustri, coinvolti nella manifestazione “Innamòrati/Innamoràti di Napoli”, organizzata dal Comune di Napoli in collaborazione con l'Associazione Guide Turistiche Campane: domenica 17 febbraio, alle 11, sarà il Direttore a guidare i visitatori nel suggestivo percorso “Amori al MANN”, che seguirà il fil rouge della passione tra la collezione permanente del Museo e l’esposizione “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina” (per prenotazioni: www.guideturistichecampane.it).


Un ritratto di Alessandro il Grande nella Casa del Fauno a Pompei

Il 333 a.C. rappresenta una data importante per la storia greca. Nel mese di novembre, infatti, l’esercito di Alessandro Magno sfidò quello del Gran Re di Persia Dario III nella famosa battaglia di Isso.

La regione è quella dell’Anatolia meridionale, e il luogo dello scontro era al confine tra la Cilicia e la Siria. Già Filippo II aveva inteso la guerra contro la Persia come una grande opportunità per espandere il proprio regno verso Oriente, ma lo scontro inevitabile era stato presentato ai Greci come una sorta di campagna punitiva contro gli scempi che Serse aveva compiuto durante la seconda guerra persiana (480-479 a.C.) e come un’impresa di liberazione delle città greche dell’Asia Minore sotto il dominio barbaro. Il figlio Alessandro ereditò questo compito e si impose come nuovo liberatore a capo della lega ellenica, accentuando con forza gli aspetti ideologici della conquista.

Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

I preparativi furono ultimati nella primavera del 334 a.C. quando l’esercito macedone attraversò l’Ellesponto. Il primo scontro avvenne presso il fiume Granico, in Frigia, nel giugno del 334 a.C. ma fu una vittoria abbastanza semplice con poche perdite macedoni. Si narra che Alessandro inviò dopo la battaglia vinta 300 armature persiane ad Atene perché fossero offerte alla dea in dono.

La dedica diceva: “Alessandro figlio di Filippo e i Greci, eccetto gli Spartani, dai barbari che vivono in Asia”. L’esercito avanzò senza troppi problemi lungo le coste dell’Asia Minore conquistando le città greche e sottomettendo le popolazioni locali. Solo Mileto e soprattutto Alicarnasso gli opposero resistenza, in quanto erano diventate avamposti persiani che il Gran Re aveva affidato al comandante rodio Memnone.

Ma Alessandro, forte di un esercito potente e deciso, proseguì lungo la costa attraverso la Licia e la Panfilia, per poi dirigersi verso l’interno per stabilire a Gordio, antica capitale dei Frigi, gli accampamenti invernali.

In questa città, narrano le fonti, recise un nodo (il famoso nodo di Gordio) che legava un giogo ad un carro, un gesto mistico che gli avrebbe assicurato, secondo una profezia, la conquista sull’Asia.

Con queste premesse divine, il condottiero macedone non ebbe troppi intoppi nella sua conquista dell’Asia. L’improvvisa morte di Memnone agevolò l’azione di conquista, spostando il combattimento nel novembre del 333 a.C. ad Isso. Già gli antichi storici in un’attenta analisi militare ritenevano il campo di battaglia di Isso sfavorevole per un esercito numeroso come quello persiano, favorendo quindi le forze macedoni più ridotte e agili. Il numero di uomini in campo, esagerato secondo la storiografia moderna, si doveva attestare con schieramenti di uomini  tra i 100.000-120.000 per i persiani e circa 30.000 uomini per i macedoni.

Battaglia di Isso/wikipedia commons -ph Marie Lan Nguyen

Di quello che avvenne in battaglia, un’immagine rivive scolpita nel tempo nel celebre e bellissimo mosaico chiamato “Battaglia di Isso” o “Mosaico di Alessandro”. L’originale è esposto oggi presso il Museo Archeologico di Napoli e la copia presso la Casa del Fauno di Pompei in cui Alessandro è raffigurato sul suo cavallo mentre raggiunge il re persiano che cerca invano di colpirlo con la lancia. Il mosaico romano si data attorno al 100 a.C., misura circa 582 × 313 cm e venne trovato nella sua posizione originale nella pavimentazione dell’esedra della casa del Fauno il 24 ottobre del 1831.

La ricchezza del mosaico non è altro che l’eco dello splendore generale dell’intera domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, tanto da occupare un intero isolato ed estendendosi all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

Casa del Fauno, Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Tra gli ambienti più celebri per la ricchezza della decorazione, l’esedra distila aperta sul lato settentrionale della domus, famosa proprio per il ritrovamento del celebre mosaico di Alessandro. Il mosaico consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

La scena si apre su un campo di battaglia completamente piatto e disseminato di resti del combattimento. Nella parte sinistra un albero morto, unico elemento paesistico, e nella parte centrale la scena principale occupata dai combattenti con al centro il carro da guerra di Dario. Alessandro irrompe a cavallo in un’apparizione quasi mistica da sinistra, i capelli risultano scomposti e divisi sulla fronte nella classica caratterizzazione del sovrano macedone, l’anastolè, e i grandi occhi spiritati  esprimono decisione. Lo sguardo porta uno sconquassamento nell’esercito nemico. Il campo di battaglia sembra lasciare spazio al passaggio del figlio di Zeus e Dario non può che guardarlo atterrito, indicando l’apparizione con la destra protesa. Molti persiani sono caduti e il carro non può che volgere alla fuga.

Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Sembra uno scenario completamente atemporale, quasi divino. Il cielo vuoto è solcato da lunghe saette che mostrano come la situazione stia per cambiare. La disposizione delle varie figure in armi sembra dare quasi un senso di prospettiva su un fondo neutro e la vivacità viene data dal colore delle tessere che rimbalza di continuo sui volti, sui corpi dei personaggi, dei cavalli e delle armature.

Nella motivazione del committente sicuramente una voglia di imitazione di qualche corte ellenistica, motivata anche dal ritrovamento nella casa di una corniola con testa di Alessandro. È forte il desiderio di imitazione dei grandi saloni ellenistici a cui rimandano altre scene decorative con soggetto nilotico.

Nel settembre del 1843 il mosaico fu trasferito a Napoli.


Tra presente e futuro, tutte le novità dal Museo Archeologico di Napoli

Il Museo Archeologico di Napoli punta sempre più in alto. Un museo che cresce, sperimenta e propone un’offerta sempre più vasta per cultori, amatori e per un territorio che varca ormai i confini di Napoli stessa. Le premesse sono state definite nel piano strategico triennale del museo e sono state confermate anche dall’incremento di visitatori che nel 2018 e al 31 dicembre hanno visto un più 15,8% rispetto alle 529.799 presenze del 2017. Grande successo anche per l’abbonamento “OpenMann”, lanciato l’1 dicembre 2018 e che ha visto un grande apprezzamento da parte del pubblico di visitatori, fedeli frequentatori delle collezioni permanenti e curiosi dell’offerta ampia che periodicamente il team di Paolo Giulierini propone. E anche il suo direttore può fregiarsi di un prestigioso riconoscimento. È stato infatti nominato dalla testata Artribune come miglior Direttore di Museo 2018, confermando il riconoscimento 2017 del MANN come miglior museo italiano.

Museo Archeologico di Napoli Museo Archeologico Nazionale di Napoli Paolo Giulierini

Il 2019 sarà un anno ricco e intenso, l’anno delle grandi mostre, a partire dai preziosi prestiti del Canova e fino ad esplorare le meraviglie archeologiche del mare con Thalassa, ma anche con le riaperture di storiche sezioni come quella della Magna Grecia e di Preistoria. Inoltre, subiranno un restyling le sezioni pompeiane e ci sarà l’aggiunta di una straordinaria sezione tecnologica lì dove un grande come Maiuri l’aveva pensata, e in più anche un intervento di rifacimento e allestimento del terzo giardino, quello della Vannella. Last but not least, l’immensa opera di riordino e razionalizzazione dell’enorme tesoro di reperti custodito nei depositi del museo, operazione già avviata nel 2018 i cui risultati saranno presentati a breve.

Per i “MANNisti”, la collezione della Magna Grecia costituisce uno dei nuclei storici del Museo e il cui ultimo allestimento risale al 1996. La direzione del MANN ha così deciso di puntare ad un’efficacia comunicativa più moderna, assicurando un piano di comunicazione chiaro nel rispetto filologico dei preziosi reperti in mostra, spiegando nella varietà dei contenuti, la complessità e le relazioni tra popoli e comunità dell’Italia meridionale prima del processo di romanizzazione. Tra i maggiori nuclei esposti non si può non ricordare il materiale votivo proveniente da Locri e in particolare quello del santuario in contrada Parapezza. Da Locri, inoltre, provengono numerosi bronzi di eccezionale qualità artistica, i più antichi rappresentati da un elmo calcidese con paragnatidi a forma di testa di ariete con occhi in avorio e databile agli ultimi decenni del VI secolo a.C. Presente anche un’hydria lavorata a sbalzo e a cesello decorata con testa di Gorgone degli inizi del V sec. a.C. e un cinturone con ganci a freccia della seconda metà del IV secolo a.C. Nell’antica sede espositiva, cioè nelle sale prospicienti al Salone della Meridiana, i visitatori potranno fare un viaggio nel tempo e conoscere attraverso sezioni tematiche l’architettura, la religione, le pratiche da banchetto dei popoli che abitavano la Magna Grecia. Ad arricchire ulteriormente l’esposizione, reperti che nel XIX secolo appartenevano a collezionisti privati o sottratti durante gli scavi condotti nel Regno di Napoli.

Reperti mostrati in anteprima stampa della sezione Magna Grecia. Foto: Susy Martire

Ma successivamente, a distanza di un mese e precisamente a giugno 2019 anche la sezione Preistoria rivedrà la luce, accogliendo gli antichi reperti provenienti da vari centri campani e con lo scopo di ricostruire le complesse vicende di popolamento della regione in tempi remoti. La creazione di un percorso con segnali e pannelli user friendly e con la definizione di un sistema di visita ascendente e a ritroso (si salirà di livello percorrendo l’età del ferro fino al più tardo periodo paleolitico), si cercherà di rendere il percorso museale sempre più avvincente e suggestivo.

Grande importanza anche all’architettura con la nuova sistemazione del Giardino della Vanella rimasto chiuso per anni a cui seguirà, dopo breve, il completamento del Braccio Nuovo. Sarà così ampliata l’offerta di spazi verdi del Museo, iniziata già nel 2016 con il recupero dei due giardini storici adiacenti l’atrio: il Giardino delle Camelie e quello delle Fontane. Il progetto di recupero, che prevede un restauro delle parti ancora esistenti del precedente giardino (l’ipogeo di Caivano, la fontana, il colonnato, i muretti in mattoni) ed un ripensamento in chiave moderna degli spazi ormai liberati dai detriti con abbattimento delle barriere architettoniche, cerca di creare un legame ancora più solido tra la città ed il Museo, inserendo anche elementi in grado di valorizzare il rapporto tra passato e presente attraverso l’utilizzo di elementi architettonici e naturali. L’attività di completamento del Braccio nuovo, vedrà, dopo la collocazione di alcuni uffici (restauro e didattica), l’apertura della caffetteria, che sarà spazio per rilassarsi e gustare prodotti tipici della tradizione partenopea. Entro l’autunno di quest’anno termineranno i lavori nel cosiddetto “Braccio Nuovo”: non soltanto verrà allestita, in collaborazione con il Museo “Galileo Galilei”, una nuova sezione tecnologica dedicata all’antica Pompei, ma verrà inaugurato l’auditorium, spazio dedicato agli eventi ed alla didattica.

Crediti: https://www.facebook.com/mymanntv/photos/a.965232180193256/1990100237706440/?type=3&theater

L’immagine del Museo Archeologico di Napoli sarà diversa a partire dal 2020, operazione a lungo termine fortemente voluta da Giulierini che vuole restituire alla città tutta ma anche ai numerosi turisti un museo all’avanguardia e sempre più coeso con il territorio. Massima fruibilità degli spazi espositivi (le sale con colonne dell’ala occidentale sono chiuse da 50 anni e ospiteranno la statuaria campana) ed eventi in grande che potranno essere organizzati in un auditorium che potrà ospitare 300 persone attrezzato delle più moderne tecnologie.

Un "MANN at work" cresce sempre di più divenendo brand di se stesso e guardando a realtà fuori dai confini nazionali. La Cina in particolare è risultato un ottimo interlocutore sia per mostre nel territorio orientale sia per eventi e mostre raccontate nel territorio partenopeo che ospita importanti realtà cinesi. E l’organizzazione di mostre, spesso realizzate con reperti provenienti dai ricchissimi depositi, senza così depauperare le collezioni in esposizione visitate ogni giorno dai turisti, permette ancora di più la crescita e la promozione del Museo inteso appunto come brand che si differenzia per qualità sempre più alta.

Il MANN nel mondo è sempre più autentico ambasciatore della cultura italiana. Solo le nostre mostre in tournée in Cina contano ad oggi oltre due milioni e mezzo di visitatori. Grazie un innovativo protocollo per i prestiti internazionali ideato con l'Università Federico II le nostre opere oggi viaggiano nel mondo con supporti multimediali, audiovisivi e un vero e proprio 'corredo' di comunicazione che racconta Napoli, la Campania, 'Italia: sono praticamente 'a lavoro per noi', oltre a generare introiti per circa 750mila euro in media ogni anno. Abbiamo appena chiuso un anno entusiasmante festeggiando un nuovo record, con oltre 613mila visitatori. Quasi quattromila persone nel corso delle ultime festività hanno acquistato l'abbonamento annuale: ora vogliamo che Open Mann diventi anche Open City e faccia rete sul territorio, cosi come Extramann del progetto Obvia fa rete tra i siti culturali cittadini. Un grande lavoro e tante esaltanti sfide ci aspettano'', conclude Giulierini.

Crediti: https://www.facebook.com/mymanntv/photos/a.965232180193256/1990099994373131/?type=3&theater

Ma vediamo nel dettaglio il ricco programma di mostre per l’anno 2019

Nel vulcano. Cai Guo-Qiang a Napoli e Pompei (dal 22 febbraio 2019)

Dopo il successo dell’esposizione “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina (in programma al Museo sino all’11 marzo), il MANN continuerà il proprio percorso di indagine sulla cultura orientale, affidandosi, stavolta, alle suggestioni delle opere di Cai Guo Qiang, uno degli artisti cinesi contemporanei più noti nell’entourage internazionale, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999: sky ladder conosciuto per le sue emozionanti performance con il fuoco, Guo Qiang esporrà al Museo una selezione di lavori frutto della sua “officina dell’esplosione”. Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio, immaginato per l’Anfiteatro di Pompei, saranno in mostra al MANN ed entreranno in dialogo con le collezioni permanenti del Museo: Cai Guo Qiang stabilirà, infatti, un gioco di assonanze e dissonanze tematiche con sculture, mosaici ed affreschi antichi, coinvolgendo il visitatore in un affascinante e labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente.

Canova e l’antico (dal 28 marzo 2019)

Tra le collaborazioni avviate nel 2017 con il Museo Statale Ermitage, vi è anche la realizzazione di una mostra inedita dedicata a Canova, con prestiti eccezionali dal Museo di San Pietroburgo, che conserva il maggior numero dei capolavori in marmo del Maestro.

Un evento di caratura internazionale, che metterà in relazione, per la prima volta, l’arte sublime di Antonio Canova con l’arte antica e con i modelli che lo seppero ispirare, nelle loro massime espressioni: una novità scientifica, occasione per fare ricerca, collaborando, allo stesso tempo, con importanti musei prestatori; un'opportunità unica per ammirare insieme capolavori dell’arte plastica di tutti i tempi. Il percorso espositivo - curato da uno dei maggiori esperti in materia, Giuseppe Pavanello, affiancato da autorevoli studiosi e dalla direzione dei due musei promotori – prevedrà la presentazione di marmi e gessi di Canova, di nuclei importanti di bozzetti, disegni, monocromi e tempere del grande Artista, provenienti da musei internazionali, posti accanto a capolavori delle raccolte del MANN. Nell’ambito della sinergia con l’Ermitage, dal 5 aprile 2019, sarà realizzata a San Pietroburgo l’esposizione “Pompei. Uomini, dei ed eroi”, in cui saranno presentati importanti reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal Parco Archeologico di Pompei.

 Pompei e gli Etruschi (dal 30 maggio 2019)

Il progetto, nato dalla collaborazione tra il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ed il Parco Archeologico di Pompei, prevede la realizzazione di due grandi momenti espositivi, nella Palestra Grande dell’antica città vesuviana distrutta nel 79 d.C. ed al MANN.

Seguendo le tappe dedicate a “Pompei e l’Europa”, “Pompei e gli Egizi” e “Pompei e i Greci”, il suggestivo passaggio dedicato all’Etruria campana riscoprirà non soltanto le opere possedute dai musei a Napoli, Pontecagnano, Salerno e Santa Maria Capua Vetere, ma anche i reperti che oggi sono al British Museum, al Petit Palais, a Berlino ed a Monaco. Frutto di un’intensa attività di ricerca, la mostra ricostruirà contesti che contribuiscono a definire la presenza etrusca in Campania tra l’VIII ed il V secolo a.C., individuando le diverse acquisizioni che hanno introdotto nelle collezioni del Museo materiali chiaramente afferenti al mondo Etrusco (tra questi, bronzi, terrecotte architettoniche, epigrafi, ceramica, armi, oggetti d’uso e d’ornamento).

Gli Assiri all’ombra del Vesuvio (dal 6 giugno 2019)

Nel patrimonio del Museo, sono presenti tredici calchi in gesso di rilievi neoassiri da Ninive e Nimrud, i cui originali appartengono alle collezioni del British Museum di Londra e sono esposti nel cosiddetto Assyrian Basement. La mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” avrà non soltanto la finalità di raccontare le caratteristiche di una grande civiltà del passato, creando un percorso divulgativo accessibile anche grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, ma anche di porre in evidenza la straordinaria dimensione

del laboratorio culturale partenopeo a fine Ottocento. I calchi del MANN, infatti, sono giunti a Napoli, tra l’altro, grazie anche ai rapporti intensi fra Giuseppe Fiorelli (1823-1896) e Henry Austin Layard (1817-1894), che volle omaggiare l’archeologo napoletano con un

frammento di rilievo assiro proveniente dalla sua collezione privata. Eccezionale la presenza, nel percorso espositivo, di ventotto reperti provenienti dal British Museum di Londra e di undici pezzi dell’Ashmolean Museum.

 Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia (dal 25 settembre 2019)

Il mare nostrum in esposizione, tramite reperti di archeologia subacquea, provenienti da importanti istituzioni museali internazionali (Londra, Boston, Parigi, San Pietroburgo, Atene, Bodrum): grazie alla mostra “Thalassa”, il MANN si configurerà, sempre più, come centro di cultura euromediterranea, capace di tracciare, in un iter dotto e divulgativo al tempo stesso, i percorsi che hanno fatto grande la nostra storia. Tra Vecchio Continente e nuovi mondi, il mare dell’antichità sarà presentato come luogo reale di integrazione, in cui il melting-pot culturale ha garantito la dimensione sempreverde di un patrimonio da valorizzare: diverse le sezioni in cui sarà articolata la mostra, per collegare il mare al mito ed al sacro, all’esplorazione ed alla navigazione, al commercio, alla guerra, all’otium, alle risorse marine ed alla vita di bordo. Il percorso espositivo nasce dalla collaborazione scientifica con l’Assessorato alla Cultura ed all’Identità Siciliana della Regione Sicilia e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

Spazio anche per pensare al 2020 con la creazione di un nuovo quartiere della cultura per il centro storico di Napoli e altre grandi mostre in programma. Prevista, infatti, la valorizzazione delle strade e dei giardini limitrofi al Museo e rientranti nel perimetro compreso tra il MANN, l’Accademia di Belle Arti e l’Istituto Colosimo: la fruizione dell’arte, così, non viene iscritta nella pertinenza di un solo istituto, ma rientra in un percorso più complesso all’interno di un vero e proprio quartiere cittadino dedicato alla cultura, grazie ad uno studio realizzato dall’Università di Roma Tre e dal Dipartimento di Architettura dell’Università “Federico II”.

Le grandi mostre del 2020

Lascaux 4.0

Per celebrare il riallestimento e la riapertura della sezione preistorica del MANN, l’atrio del Museo ospiterà, da febbraio ad aprile 2020, l’esposizione internazionale sulle famose Grotte di Lascaux. Si tratta di una riproduzione fedele delle grotte francesi rinvenute nei primi anni del ‘900 e rese celebri dalla bellezza delle pitture rupestri, risalenti al Paleolitico superiore, che ne adornano le pareti. L’allestimento prevede, oltre alla riproduzione di una parte delle Grotte di Lascaux, diverse sezioni dedicate alla didattica, all’esplorazione sensoriale, alla documentazione storica, con un’attenzione particolare agli effetti di realtà aumentata, in grado di ricreare la magia e le suggestioni di uno straordinario monumento storico e naturalistico.

I Gladiatori

Dopo la programmazione a Basilea, tra settembre 2019 e marzo 2020, nel maggio del prossimo anno sarà in calendario al Museo Archeologico Nazionale di Napoli un percorso espositivo sui Gladiatori: la mostra

permetterà non soltanto di presentare al pubblico la collezione delle armi gladiatorie del MANN, ma anche di preannunciare una sua ricollocazione permanente negli spazi museali. Accanto alla ricerca scientifica, grande risalto sarà attribuito alle nuove tecnologie della comunicazione applicate alla materia archeologica.

I Bizantini

Da dicembre 2020, proseguirà al MANN la retrospettiva dedicata alle popolazioni che hanno connotato storia e tradizioni del territorio italico: dopo Longobardi ed Etruschi, sarà la volta dei Bizantini, cui verrà dedicata una mostra destinata a riscoprirne l’influsso nel Sud del nostro paese. Analogamente a quanto accaduto nelle precedenti esperienze espositive, anche per i Bizantini il taglio scientifico sarà legato alla matrice didattica e divulgativa, finalizzata ad avvicinare diversi tipi di pubblico alla riscoperta di pagine importanti della nostra storia.

Un grande riconoscimento va al MANN anche per l’impegno nel sociale. Per questo 2019 il Museo aiuterà i numerosi clochard che dormono sotto i portici degli edifici circostanti, aumentando il numero di forniture di biancheria intima per un intero semestre. Un impegno, ma anche un guardare fuori, oltre le mura della casa delle Muse, calando l’istituzione nella triste realtà che purtroppo affligge i più bisognosi. Inoltre, il Consorzio di Coop Social Gesco ha avviato un servizio di accoglienza diurna attraverso la possibilità di docce e orientamento socio - sanitario ricolto alla popolazione che sta sempre più a margine della realtà urbana.

Un museo della città e per la città, con un occhio verso orizzonti culturali importanti e verso il tessuto cittadino più bisognoso, senza dimenticare mai, e in questo Giulierini ha sempre mostrato grande apertura e disponibilità, che un grande Museo deve essere sempre più proiettato verso l'esterno, scendendo per le strade e portando dentro quanti ancora non conoscono il Museo di Napoli, un contenitore fortemente radicato nel suo territorio e per la sua città.


Porcellino Villa dei Papiri

Capodanno cinese al MANN e in esposizione il porcellino della Villa dei Papiri

Lo sguardo è proteso verso Oriente: ed anche al MANN si festeggia il Capodanno cinese.

Dal 4 al 20 febbraio, a partire dalle ore 14, sarà possibile accedere al Museo con ticket ridotto (5 euro): un’occasione in più per visitare la mostra “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina” che, per la prima volta in Europa, raccoglie opere straordinarie, espressione della cultura Shu.

Cittadini e turisti, così, avranno l’opportunità non soltanto di effettuare un viaggio attraverso le suggestioni archeologiche offerte dal poco conosciuto Sichuan (sono presentati al pubblico ben 130 reperti, databili dall'età del bronzo -II millennio a.C.- fino all'epoca Han- II sec. d.C.), ma anche di gustare una particolare esposizione pensata ad hoc per il Capodanno cinese: nell’atrio del Museo, infatti, si potrà ammirare il “Porcellino”, statuetta  rinvenuta il 17 maggio 1756 nel peristilio rettangolare della Villa dei Papiri di Ercolano.

Questa particolarissima opera in bronzo, che rappresenta uno dei tanti tesori dischiusi dai depositi del MANN, stabilisce un dialogo simbolico con il “2019 Anno del Maiale”, che sta per essere festeggiato in Cina: se, nella tradizione orientale, il segno del Maiale riecheggia gli auspici di stabilità, generosità ed altruismo, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli intende riproporne l’iconografia, attingendo al patrimonio decorativo della Villa dei Papiri.

Porcellino Villa dei Papiri
Porcellino Villa dei Papiri

Non casuale, ancora, la scelta di esporre il “Porcellino” in bronzo e di lanciare la promozione pomeridiana di accesso al MANN nel periodo tra il 4 ed il 20 febbraio: nel calendario cinese, infatti, il 4 febbraio è la vigilia di Capodanno, il 5 è il primo giorno dell’anno, il 19 cade la Festa delle Lanterne, considerata ultimo momento del periodo festivo.

Mentre, a Napoli, il Museo Archeologico Nazionale inserisce una parte della propria attività di valorizzazione nel framework di un proficuo quadro sinergico stabilito con l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, in queste ore è stata inaugurata al Museo di Panlongcheng (Wuhan) la quarta tappa di “Pompeii. The infinite life”: la mostra, realizzata con 120 reperti del MANN e già visitata da due milioni e mezzo di turisti, viene contestualizzata, adesso, in un nuovo spazio espositivo, che, per la prima volta, ospita un percorso archeologico dal respiro internazionale.


Al Lapis Museum due mostre raccontano Napoli antica

Il Complesso di Santa Maria della Pietrasanta è posto alle porte del decumano maggiore, oggi meglio conosciuto come via Tribunali, della città greco – romana di Neapolis. Comprende una serie di monumenti di eccezionale rilievo, come la Cappella Pontano, capolavoro rinascimentale con il bellissimo pavimento maiolicato del Quattrocento, la Cappella del Santissimo Salvatore, il campanile romanico, che è in assoluto il più antico di Napoli, e per finire la Basilica progettata da Cosimo Fanzago.

Già esternamente si riconoscono chiaramente i muri perimetrali di quella che una volta era una insula ma se si scende nella cripta si ha la possibilità di ritrovare i resti di un’antica e ricca domus romana decorata da preziosi mosaici. Nel percorso sotterraneo si raggiungono anche le cave della Pietrasanta che furono scavate proprio per costruire la Basilica.

La Basilica di Santa Maria Maggiore, recuperata e restaurata, ha saputo conquistare il pubblico non solo napoletano, diventando sede d’eccellenza per ospitare grandi mostre temporanee quali ad esempio sono state “Tesori nascosti” e “Il Museo della Follia”.

L’Associazione Pietrasanta Polo Culturale onlus si è fatta promotrice anche del recupero e della valorizzazione del sottosuolo della Basilica che trova la sua iniziale espressione nel progetto “Museo Lapis” che ha come protagonista la Cripta della Basilica e l’ipogeo che da essa diparte con il suo patrimonio storico, architettonico e le tecnologie più moderne a servizio dei beni culturali compreso il recupero e l’esposizione di numerosi reperti archeologici.

Il 22 dicembre scorso sono state inaugurate due mostre davvero interessanti:

“Napoli. Storia, arte, vulcani”, in collaborazione con l’Osservatorio Vesuviano.

“Sacra Neapolis. Culti, miti e leggende”, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Sacra Neapolis, nasce grazie alla collaborazione tra il MANN e l’Associazione Pietrasanta Polo Museale Onlus per rafforzare e consolidare il ruolo del Museo archeologico come punto di riferimento e simbolo dell’identità cittadina, il legame con il territorio e raccontare al contempo proprio nel cuore del centro antico, la storia e i culti della Neapolis greco – romana.

Il percorso espositivo racconta miti, riti, divinità e il legame che la città moderna ha ancora forte con il passato. La maggior parte dei reperti esposti giunge dai depositi dell’Archeologico di Napoli: monete in argento e bronzo con volti femminili, iscrizioni, sculture in marmo quali busti, erme, teste di donna che risalgono tra il III e il IV secolo,  piccole riproduzioni in terracotta componenti la stipe votiva di Caponapoli, per terminare con le belle statue di Iside e Nike.

I reperti della collezione del MANN dedicata a Napoli antica sono esposti per la prima volta al pubblico. Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta Polo Culturale ci spiega la collaborazione con l’Archeologico e l’Osservatorio Vesuviano:

“ In questo modo l’Associazione vuole rilanciare il proprio impegno per la città grazie al modello di collaborazione pubblico – privato, diventando da fabbrica ecclesiae, fabbrica della cultura grazie al coinvolgimento di importanti enti come il Museo archeologico Nazionale di Napoli e l’Osservatorio Vesuviano”.

Sarà possibile visitare “Sacra Neapolis” fino al 15 settembre nel Lapis Museum presso la Basilica di Santa Maria della Pietrasanta in piazzetta Pietrasanta 17, Napoli.

L’altra mostra “Napoli – storia , arte, vulcani”, in collaborazione con l’INGV – Osservatorio Vesuviano,  sarà visitabile fino al 30 marzo.

Racconta il sottosuolo della città, le eruzioni, la stratigrafia. Quattro videowall con touch interattivo consentono di visualizzare gli epicentri dei terremoti replicando la sala di sorveglianza dell’Osservatorio Vesuviano. Al percorso si aggiungono un vulcanologo di nome Pietro come guida virtuale con la sua singolare amica Strella che non è altro che un pipistrello ( in collaborazione con la Scuola Internazionale Comics Napoli), 15 gouaches del Settecento e dell’Ottocento che rappresentano eruzioni del Vesuvio e opere dell’artista Gennaro Regina presentate alla decima edizione di Cities on Volcanoes. Il ricavato degli ingressi a questa mostra servirà a finanziare un progetto di ricerca a un giovane studioso/a che avrà come tema il titolo della mostra con la supervisione dell’INGV.

Info: http://www.lapismuseum.com

 


Un grande della storia di Pompei: Amedeo Maiuri

Nasce a Veroli il 7 gennaio del 1886, in Ciociaria. A Ceprano il nonno governava i campi con le forbici di potatore alla cintola mentre la nonna amministrava formaggi e lana di pecore. Il padre, Giuseppe, era avvocato e notaio, e diventa poi anche sindaco. La madre, Elvira Parisi, era di un’agiata famiglia di commercianti romani di preziosi. Circa un anno dopo la nascita di Maiuri lascia marito e figli e si stabilisce nella casa dei fratelli a Roma.

Amedeo fa le elementari a Ceprano, timido e a tratti introverso. Anche al ginnasio, che frequenterà lontano da casa nel Seminario degli Scolopi ad Alatri, la mancanza di libertà, il cibo scarso e cattivo, la monotonia della vita in collegio, lo inducono ad essere schivo. È miope e affetto talvolta da balbuzie, senza contare che è destinato al sacerdozio.

Amedeo Maiuri. Credits: Pompei Parco Archeologico

Con sorpresa di tutti, un giorno, già seminarista, si ribella alla tonaca e decide di prepararsi da privatista agli esami di ammissione al liceo. Approda così al liceo Visconti di Roma mettendo fine alla sua infanzia ciociara.

Gli anni a Roma sono scialbi, dopo il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere alla Sapienza.  Incontra la sua futura moglie, Valentina Maffei, bella ed estroversa quanto lui taciturno e schivo. Valentina diventa per lui fidanzata, sorella e madre. Mentre prepara la tesi in filologia bizantina su Teodoro Prodromo il fidanzamento precipita. La famiglia di lei cerca di allontanarli, convinta che la relazione con lo squattrinato Maiuri non possa giovare a Valentina. Ma come in tutti i romanzi a lieto fine, il giovane Amedeo corre incontro alla sua principessa e pur con pochi soldi le giura amore eterno.

La vocazione per l’archeologia nasce in seguito al suo incontro con Federico Halbherr, docente schivo quanto Maiuri, noto archeologo ed epigrafista che si occupava degli scavi di Creta, il quale lo convince a partecipare al concorso per una borsa di studio triennale per la Scuola Archeologica Italiana di Roma e di Atene. Materie di esame sono l’archeologia e l’epigrafia ma il tempo per prepararsi è poco, un mese circa, e Maiuri sa che a quel concorso avrebbero partecipato forse altri più bravi e ferrati di lui. In suo soccorso giunge una disgrazia, il terremoto di Messina del 1908 a causa del quale le lezioni all’Università e gli esami vengono rimandati. Può quindi prepararsi adeguatamente al concorso che , manco a dirlo, vince. La borsa gli fa aprire gli occhi sul mondo “della civiltà dell’arte antica”.

È a Creta, dove Halbherr lo chiama a partecipare alla Missione archeologica italiana,  che si rende conto della nuova passione che gli sta nascendo. La sua vocazione per l’archeologia è un lento processo psicologico di un animo sensibile verso una scoperta di verità e libertà.

Non si può comprendere Maiuri studioso e poeta se non si comprende e conosce la sua storia fin dall’infanzia e l’humus in cui si sviluppa la sua umanità e la sua personalità.

L’esperienza greca di Maiuri si conclude nel 1911 quando vince il concorso per ispettore alle antichità a cui partecipa soprattutto per porre rimedio alle sue difficoltà economiche e sposare la fidanzata.

Amedeo Maiuri. Credits: Pompei Parco Archeologico

La sua prima destinazione fu il Museo archeologico Nazionale di Napoli allora guidato da Vittorio Spinazzola. Era un periodo turbolento in cui lo stesso Spinazzola veniva criticato per la gestione degli scavi a Pompei dove aveva introdotto il metodo dello scavo dall’alto verso il basso che consentiva la conservazione dei piani alti degli edifici. In questo clima, Maiuri si ritaglia uno spazio come Ispettore del vasto territorio della Soprintendenza che all’epoca comprendeva Campania e Molise.

Nel 1914 parte con la famiglia per l’isola di Rodi su proposta sempre di Halbherr che gli affida l’incarico di sovrintendere agli scavi dove il governo locale è troppo tollerante con gli scavi illegali finalizzati al commercio anch’esso illegale delle opere d’arte. Dopo un iniziale braccio di ferro con le autorità militari, che alla fine gli riconoscono il suo ruolo, nei dieci anni a Rodi segue gli scavi della città classica e il piano di restauri della città medioevale. L’esperienza di Rodi si conclude nel 1924 con la promozione a soprintendente alle Antichità della Campania e del Molise. La nomina dell’allora trentottenne Maiuri viene accolta con sospetto ma subito si guadagna la fiducia di tutti: “la sua semplicità colpisce e conquista tutti. Gli uscieri gallonati […] vedono con sorpresa sempre aperta la porta del “capo”, entrare e uscire dalla sua stanza chiunque senza ombra di formalismo, in un rapporto nuovo in cui l’immediatezza si traduceva in funzionalità, operosità collettiva”, come racconta Giuseppe Maggi.

In Campania ricordiamo Maiuri soprattutto per Pompei ed Ercolano.

Sostituto di Spinazzola che era stato ampiamente criticato per il suo tentativo di voler trasformare un museo all’aperto come Pompei in un ambiente integro nei suoi molteplici aspetti, Maiuri raccoglie la sua eredità e sente che il suo predecessore era nel giusto. Spinazzola, liberale, era stato una delle prime vittime del regime. Comincia il lavoro lì dove lo aveva interrotto Spinazzola, a via dell’Abbondanza. La prima grande scoperta la fa in quella che poi verrà chiamata la casa dell’Efebo, dove appunto scopre un grande bronzo risalente ai più puri modelli dell’arte attica del V sec. A. C. adattato alla funzione di portalampade.

Ma ciò che attira Maiuri è sì la bellezza della statua ma di più indaga l’umanità di chi viveva le strade e le case di Pompei. Si chiede perché il bronzo si trova lontano dal triclinium e scopre che era avvolto in panni, segno che qualcuno aveva pensato di metterlo al riparo da possibili danni. Lo colpiscono le strade e i calchi delle vittime, la loro fuga, la loro disperazione. Scavò gran parte delle insulae ancora sepolte, indagò l’evoluzione della città antica fino ai livelli più antichi della città sannitica e restaurò gli edifici danneggiati dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Infine liberò le mura urbane dal terreno accumulato dai precedenti scavi. Si è calcolato che la terra rimossa per liberare le mura ammontò a circa un milione di metri cubi. Con astuzia, Maiuri riuscì a trasformare questo accumulo in un terreno utile alla bonifica dei territori acquitrinosi limitrofi ottenendo un cospicuo finanziamento dalla Cassa del Mezzogiorno. Anche l’autostrada Napoli – Salerno fu costruita in parte grazie alla terra proveniente dagli scavi di Pompei. Quindi a lui si deve l’attuale aspetto del Parco archeologico ma anche quello della città moderna.

A Ercolano, tra il 1927 e il 1961, riporta alla luce gran parte della  città. Si occupa anche del riordino delle collezione del Museo archeologico nazionale di Napoli e grazie alla sua abilità di mediatore riesce a proteggere i reperti nel museo nel corso della seconda guerra mondiale. Riesce ad evitarne la distruzione trasferendoli a Montecassino. Durante un’incursione aerea, sulla strada tra Pompei e Napoli si frattura una gamba, frattura che lo costringe al bastone per il resto della vita.

Intensa anche la sua carriera accademica: gli viene conferita la Cattedra di Antichità Pompeiane ed Ercolanesi all’Università di Napoli ed è anche docente all’Istituto “Suor Orsola Benincasa”, prima di Storia Antica e poi di Storia Romana. Il 30 novembre del 1961, all’età di 75 anni, va in pensione lasciando l’Università, la Soprintendenza e la Direzione degli Scavi. Muore il 7 aprile del 1963 a 77 anni, a due anni dalla pensione. I funerali mossero dal Museo all’Università, i due poli della sua lunga e intensa carriera.

 

Fonti: Giuseppe Maggi, Fondo Maiuri, Domenico Camardo e Mario Notomista


Tre grandi riaperture al Parco Archeologico di Pompei

Sono tre gli edifici che domani saranno riaperti presso il Parco Archeologico di Pompei: il tempio di Iside, la Casa dell’Ancora e la Casa della Fontana Grande  restituiti al pubblico dopo interventi di restauro, manutenzione del verde e indagini archeologiche.

Nella casa della Fontana Grande, dopo lavori di restauro, si ripropone l’allestimento storico della fontana e la ricollocazione della copia della statuetta di puttino con delfino, secondo il progetto di museo diffuso già realizzato in altre domus di Pompei. La fontana all’epoca della scoperta, tra il 1826 e il 1827, era priva di elementi decorativi. A fine Ottocento -  inizi Novecento venne posizionata sulla base del centro della fontana una copia di un puttino scoperto nel 1880 nella casa degli archi. Tale sistemazione, che tuttavia non era quella originaria, fu ideata probabilmente in analogia con la vicina casa della Fontana Piccola che recava al centro della sua fontana un puttino con oca. L’allestimento ripropone questa storica sistemazione mantenuta per diversi decenni e restituisce un’immagine della casa così come doveva presentarsi prima dell’eruzione del 79 d.C. L’impianto originario risale alla prima metà del II secolo a.C., ma solo nel I secolo d.C. la grande fontana fu addossata al muro di fondo. Grazie ai lavori di restauro tornano alla bellezza originaria i mosaici e le conchiglie e le due maschere teatrali che la ornano.

Il tempio di Iside, dedicato all’antichissimo culto della dea egizia, grazie al progetto “Scavi e Ricerche”, ci restituisce preziose informazioni sui riti che si svolgevano all’interno dell'area. Da un saggio in particolare sono emerse infatti tracce di un sacrificio con offerte vegetali e animali che hanno ampliato la panoramiche di conoscenze sul santuario. Distrutto dal terremoto del 62 d.C., il tempio di Iside venne ristrutturato grazie ai finanziamenti di Numerius Popidius Celsinus, un bambino di sei anni, dietro al quale si nascondeva la benevolentia del padre Numerius Popidius Ampliatus, ricco liberto e sacerdote della Fortuna Augusta che, grazie a questo gesto, voleva spianare al figlio la carriera verso il Consiglio dei decurioni; accesso a lui stesso negato perché nato “non libero”. L’area presenta al centro di un cortile porticato, un tempio su alto podio, un altare, la fossa per le offerte e un purgatorium, piccolo edificio di raccolta dell’acqua che secondo la credenza proveniva direttamente dal Nilo. Alle spalle del tempio un’ampia sala era dedicata alle riunioni degli iniziati, il culto era di tipo misterico e non avevano accesso tutti.  Gli apparati decorativi, le sculture e gli arredi sono oggi esposti al Museo Archeologico di Napoli, ma è possibile immaginare il suo splendore antico grazie alla ricollocazione in situ di affreschi e statue.  Nell’ekklesiasterion il visitatore può acuisire informazioni sul culto isiaco grazie ad installazioni multimediali.

La casa dell’Ancora che prende il nome da un mosaico con ancora situato all’ingresso, apre i battenti dopo lunghi lavori di restauro finanziati grazie al Grande Progetto Pompei. L’abitazione, che presenta caratteristiche uniche nel panorama domestico pompeiano, ha visto una chiusura immediata dopo la precedente apertura nel 2016. Recenti lavori hanno interessato il ripristino del bel giardino del piano inferiore della casa grazie ad un intervento di manutenzione del verde.


La Pompei etrusca in mostra alla Palestra Grande

La Campania, nel corso della sua storia secolare, ha indubbiamente beneficiato dell’influenza di genti inserite nel felice clima di fluidità mediterranea per i secoli che vanno dall’VIII al V a.C. “Pompei e gli Etruschi” è la nuova mostra inaugurata nella Palestra Grande degli scavi  della città vesuviana curata da Massimo Osanna e Stèphane Verger e vuole affrontare, dopo la complessa analisi di altri fenomeni come quello egizio e greco degli scorsi anni, la controversa questione dell’ “Etruria campana” e dei rapporti di contaminazione tra le èlite campane, etrusche e greche con al centro il caso simbolo di Pompei.

800 reperti provenienti dai più importanti musei italiani ed europei dialogheranno in 13 sale ed esamineranno le prime influenze etrusche sul territorio campano prima e dopo la formazione di Pompei fino al tracollo, sancito da una importante battaglia navale che rivoluziona nuovamente gli scenari politici. Materiali in bronzo, argento, terracotta, doni votivi da santuari di frontiera e urbani, corredi tombali, si confronteranno e daranno spunti di riflessione per nuovi studi e teorie, scardinandone alcune e rivoluzionandone altre. Una di queste riguarda Pompei: città greca o etrusca?

Kantharos in bucchero con iscrizione etrusca da Fondo Iozzino Parco Archeologico di Pompei

Fulcro della mostra gli oggetti ritrovati nel santuario extraurbano di Fondo Iozzino della città, tra i centri cultuali più importanti di Pompei assieme al Tempio di Apollo e di Atena che ha restituito materiale in bucchero, armi e iscrizioni in lingua etrusca. Questi materiali trovano un felice confronto con altri luoghi di culto non dissimili da Fondo Iozzino, sia per importanza che per qualità, e provenienti da altre due importanti città etrusche della Campania: Pontecagnano e Capua.

Le dinamiche degli incontri culturali, gli scambi di genti, di idee, di oggetti preziosi riportano sempre al grande bacino del Mediterraneo, culla di civiltà e di continui mescolamenti di popoli e ormai da tre anni proprio Pompei ospita grandi mostre che ne permettono, attraverso la cultura materiale, di ripercorrerne le trame più interessanti. La Campania, florida rotta commerciale, si ritrova al centro di questo grande traffico e offre interessanti spunti di analisi per lo studio di culture miste, lingue diverse e popoli integrati pacificamente e con la forza, con un occhio sempre proiettato al ruolo di Pompei e all’influenza che gli Etruschi ebbero sulla formazione della città.

I primi secoli della storia pompeiana sono poco noti perché gli strati più antichi furono distrutti dalle successive fasi sannitiche di III e II secolo a.C. Ma recenti studi, ormai unitamente e grazie ai recenti scavi, concordano che l’identità di Pompei, quella della prima città, è etrusca. Ignoto ci rimane però il nome con cui nel 600 a.C. venne fondata da Etruschi provenienti dall’Etruria interna perché le fonti non riportano notizie. La presenza di questi popoli in Campania non era nuova, già 300 anni prima durante l’epoca villanoviana, alcuni gruppi dell’Etruria meridionale avevano fondato Capua e Pontecagnano alla ricerca delle zone più fertili della regione. Italici ed Etruschi coabitavano tra terra e mare ma non formavano un’entità omogenea.

Nella seconda metà dell’VIII secolo, dall’isola dell’Eubea, a nord di Atene, i Greci fondarono l’emporio di Pithecusa sull’isola di Ischia e la potente città di Cuma nei Campi Flegrei, portando usi, costumi e la loro lingua. La Campania era sempre più aperta verso il Mediterraneo e le sepolture riunivano oggetti italici, etruschi e greci, ma anche oggetti provenienti dalle Alpi, dal sud Italia, fenici, sardi e orientali. Le più grandi importazioni erano gioielli, soprattutto parure e servizi da banchetto.

Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era abitata da genti di provenienza diversa che si differenziavano dal punto di vista dell’ethnos, della lingua e per cultura. Tre erano i grandi gruppi linguistici: una lingua italica, l’osco e due lingue straniere: greco ed etrusco. Le relazioni tra comunità favorirono la creazione di culture ibride ma contribuirono anche all’inasprirsi dei conflitti armati per il possesso di terre ed il controllo del mare.

Antefissa in terracotta a busto femminile da Capua. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Intorno al 700 a.C. in quell’epoca definita orientalizzante per i continui scambi con i porti del Mediterraneo orientale, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da potenti èlite aristocratiche che si facevano realizzare tombe sfarzose secondo una moda diffusa tanto in Etruria quanto nei centri campani etruschizzati di Capua e Pontecagnano. Il defunto della tomba Artiaco 104 di Cuma, principe tirrenico – orientalizzante è un caso simbolo. I suoi resti furono deposti in un calderone in argento come gli eroi omerici dell’Iliade: “Mangiava e beveva come un greco, portava abiti e armi etruschi e si comportava da re orientale”.

Nel VII secolo, la Campania, grazie alla maggiore richiesta di vino, olio e prodotti di lusso da parte dell’èlite occidentale, si ritrovò inserita sulle rotte del commercio arcaico. La costa si riempì di insediamenti che si trovavano lungo le rotte e prendevano parte ai vari commerci. Sull’isola di Ischia, precisamente nel villaggio di Punta Chiarito, diverse erano le coltivazioni di vino e qui arrivavano prodotti greci, campani ed etruschi in senso stretto. Le famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire in modo misto e la fine del secolo vide fiorire anche la nascita di una nuova èlite media che si sviluppò tanto nei centri etruschi di Capua e Pontecagnano che a Cales nel nord della Campania e a Stabiae nella valle del Sarno. La cultura materiale si standardizza. Nascono botteghe di qualità ordinaria che producono bucchero nero etrusco e ceramica etrusco-corinzia di imitazione.

A destra supporto di vaso in bronzo a forma di carro. A sinistra resti di vaso in osso con coperchio. da tomba 232 S. Marzano del Sarno

Questo è il contesto in cui Pompei si trova e questo è il contesto in cui altre città vengono fondate pressappoco contemporaneamente: Poseidonia nella piana del Sele è una di queste. Alla fine del VI secolo a.C. le necropoli hanno restituito ancora corredi misti formati da vasi greci figurati di grandissima qualità e vasi di bronzo provenienti da Vulci. Le iscrizioni attestano una popolazione mista in cui Greci ed Etruschi si incontravano al simposio come i convitati raffigurati sulla celebre lastra della tomba del Tuffatore ma nello stesso momento gli equilibri militari e politici che si spartivano il Tirreno cambiarono.

Gli Etruschi cominciarono a subire diverse sconfitte dagli eserciti di Cuma e una nuova città, Neapolis, si impadronì rapidamente delle reti commerciali che avevano precedentemente arricchito Pompei. Il 474 a.C. è la data spartiacque che segna il declino etrusco sul Tirreno e l’inizio di una crisi profonda che porterà sulla scena nuovi popoli, nuove genti e nuovi conquistatori. Campani e Sanniti, ma anche Lucani si stabiliranno nella piana del Sele e forse nella periferia della pianura campana contribuendo alla creazione di una nuova componente mista composta da Italici di origini diverse. Dalla fine del V secolo le nuove genti occuparono le città greche ed etrusche e la nuova lingua fu l’osco.

Una remota memoria etrusca si mantenne forse in un cimelio di famiglia. Un vaso di bronzo proveniente dalle prime collezioni del Museo di Napoli, una situla realizzata ad Orvieto nel VI o V secolo a.C. alla quale nel I secolo furono aggiunti piedi leonini alati e anse con satiri. L’oggetto doveva essere visibile in qualche dimora di Ercolano o Pompei al tempo dell’eruzione del 79 d.C.

Alla luce di questa complessa storia, Pompei e il suo territorio si rivelano un laboratorio eccezionale non solo per uno studio romano, ma anche per il variegato mondo multietnico che è stato e che è il Mare Nostrum.

La mostra sarà visitabile fino al 31 maggio 2019 nella Palestra Grande di Pompei ed è organizzata in collaborazione con Electa e il Museo Archeologico di Napoli.


“Copia conforme: l’arte della riproduzione dal ‘700 ad oggi"

Tra il 1761 ed il 1764 erano i calchi di reperti archeologici, realizzati nell’Herculanense Museum per semplificare il lavoro dei disegnatori della Regia Stamperia ed inviare a Carlo di Borbone, trasferitosi a Madrid nel 1759, le riproduzioni delle opere più significative delle collezioni ospitate nella Reggia di Portici.

Oggi, nell’ “anima archeologica” del Sito Reale di Portici, sono i tasselli che ricostruiscono il modus operandi di un’epoca, approfondendo il percorso di visita dell’Herculanense Museum, grazie alla raffinata mostra “Copia conforme: l’arte della riproduzione dal ‘700 ad oggi”.

L’esposizione, frutto della collaborazione tra il MANN, il Dipartimento di Agraria dell’Università “Federico II” ed il Centro Museale “Musei delle Scienze Agrarie”-MUSA, sarà in programma, per un trimestre, nel piano nobile della Reggia di Portici: prevista mercoledì 5 dicembre, alle 12, l’anteprima stampa, cui parteciperanno Paolo Giulierini (Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli), Enzo Cuomo (sindaco di Portici), Matteo Lorito (Direttore del Dipartimento di Agraria) e Stefano Mazzoleni (Direttore del MUSA).

Il progetto espositivo (responsabile scientifico: Luigia Melillo) stabilirà, così, una nuova finestra di indagine sul valore storico dell’Herculanense Museum, la cui Collezione dei Commestibili è adesso riproposta al MANN nel percorso “Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C.”: nella mostra “Copia conforme”, l’arte della riproduzione sarà raccontata non soltanto esaminando la perizia dei maestri e degli artigiani di un tempo, ma anche delineando il significato che i calchi hanno avuto, ieri come oggi, nel trasmettere la memoria dell’arte.

In un suggestivo iter di visita, il cui allestimento è firmato da Silvia Neri e Marinella Parente, saranno presentate al pubblico le riproduzioni di grandi capolavori della Villa dei Papiri, dai Corridori (in cera, bronzo e poliuretano) all’Hermes in riposo (in cera e poliuretano)tali copie sono state realizzate e messe a disposizione dalla Fondazione Del Giudice di Nola, che ha combinato tecnologie digitali e lavoro specializzato per riproporre, nel modo più fedele possibile, i dettagli delle singole opere.

Uno spazio di approfondimento ad hoc sarà dedicato, ancora, ai primi calchi realizzati per il re Carlo: nel 1761, infatti, fu inviata al sovrano la copia della statuetta bronzea di “Alessandro a cavallo”, ricreata, nel 2008, dalla storica Fonderia Chiurazzi con l’antica tecnica della fusione a cera persa, per poi essere esposta nella Sala XIII, insieme con la riproduzione in scala 1:1 del celeberrimo Cavallo Mazzocchi (tale lavoro è stata eseguito dall’Accademia di Belle Arti di Napoli in collaborazione con il Laboratorio di Conservazione e Restauro del MANN). Un filmato tridimensionale consentirà, infine, di esplorare, tramite imaging digitali, la minuziosa prassi alla base del processo di copia dei reperti archeologici.

Ancora un’occasione per creare un dialogo interistituzionale di livello: con la mostra -Copia conforme- raccontiamo come arte, scienza e saper fare si combinino, per trasmettere ai visitatori di ogni epoca l’eredità del nostro passato”, commenta il Direttore del MANN, Paolo Giulierini.