Adriano Lanzi

Un chitarrista potenziale: conversazione con Adriano Lanzi

Mentre fuori il cielo di Roma regala uno dei suoi memorabili acquazzoni di questo maggio travestito da novembre, Adriano Lanzi mi accoglie nel suo studio, porgendomi una tazza di caffè bollente. Deve aver intuito, dalla mia innata goffaggine, che sono alle prime armi con le interviste ad esseri umani realmente presenti davanti ai miei occhi: di solito si lavora per interposto schermo, per telefono, alla peggio via skype. Una distanza rassicurante che consente di superare l’imbarazzo con un agile balzo tecnologico. Sorride sornione – gliene saranno capitate di bizzarre eccezioni come me – e non mi resta che approfittare di questo momento di improvvisa lucidità per fargli un po’ di domande. Quella che segue è la trascrizione della mia Prima Vera Intervista.

Adriano Lanzi

Cominciamo dal principio. Come e quando si concretizza la tua ontogenesi chitarristica?

Ho cominciato a studiare un po’ la chitarra classica a undici anni, in una Scuola peraltro specializzata in musica antica, subendo abbastanza presto, per esposizione, il fascino degli strumenti e delle sonorità antecedenti al Settecento. Un corso di chitarra in quella scuola era roba quasi da modernisti, aprivi una stanza e c’era una classe di liuto, in un’altra trovavi cembali e spinette, in un’altra ancora un gruppo di musica d’insieme zeppo di flauti d’ogni registro e altre meraviglie. Sono arrivato alla chitarra in modo piuttosto banale, i miei mi chiesero se volevo imparare a suonare uno strumento, in casa c’era una chitarra “da combattimento” letteralmente appesa a un chiodo, io dissi “chitarra”, forse per pigrizia. Fui fortunato, nel senso che ho scoperto prestissimo che la amavo. È un’estensione del corpo ma non è né troppo piccola né troppo ingombrante. Un pianoforte non lo puoi abbracciare. Sinceramente, non avrei mai potuto affrontare il pianoforte senza soccombere a uno spaventoso senso di inadeguatezza, perché una pianista forte ce l’avevo in famiglia. Una prozia, Lucia Lanzi Menozzi, sorella del mio nonno paterno, era stata una concertista precocissima (ancora minorenne) a livello europeo. Dopo il matrimonio e la II Guerra Mondiale ridusse gradualmente i concerti fino a concentrarsi solo sull’insegnamento, aprì una scuola di perfezionamento da cui uscirono diversi talenti. Era molto brava e completamente matta, ho avuto la fortuna di conoscerla, ci siamo voluti bene e sicuramente è stata per me una presenza formativa, profonda.

Duo Mu (2016): Adriano Lanzi e Federica Vecchio

Mi sembra di intuire che il tuo percorso musicale non possa essere inquadrato nell’iter canonico dello studente di conservatorio…

Gli studi “classici” non li ho mai completati, fui distratto dopo qualche anno dalla chitarra elettrica e dai mondi sonori altri che mi si aprivano. Anche i miei gusti musicali da fruitore, gli ascolti, si facevano via via più particolari, ero attratto dalle cose meno classificabili, dal bizzarro, da alcune ibridazioni estetiche (non tutte), dai compositori a torto o a ragione considerati eccentrici, in generale da figure di musicisti “irregolari”. Per ultimo, nei miei anni più formativi, ammesso che si finisca mai di formarsi, è arrivato l’interesse per l’elettronica, la sintesi, il campionamento. A dispetto di queste progressive “estensioni” tecnologiche c’è da dire che ci sono momenti in cui torno molto volentieri al suono completamente acustico nel caso di una chitarra classica o folk, e a un suono appena amplificato nel caso della chitarra elettrica, senza la mediazione degli effetti o dell’elettronica in senso ampio. Insomma torno a un suono che possiamo chiamare puro, o bruto, secondo i casi. Chiamiamolo nudo, poi per capire se è puro o bruto tocca vedere che intenzioni ha quando ci si para davanti e si apre l’impermeabile.

Adriano Lanzi

Parliamo di modelli. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? Quali le deviazioni esplorative?

Tra i miei modelli e riferimenti musicali sicuramente alcune persone di famiglia, la già citata zia e suo fratello Germano, mio nonno, che in gioventù aveva suonato il violino in complessi di quella che chiamavano “musica sincopata” (sotto il fascismo meglio non suonare jazz – non nominarlo, ancora meglio). Il mio primo insegnante di chitarra, Ezio Musumeci. Poi Ettore Mancini, batterista e didatta eccezionale, semplicemente il primo musicista professionista che conobbi quando ero ragazzino. Mi fece ascoltare alcune cose che contribuirono a sparigliare le carte, segnatamente un disco di Jim Hall. E ancor più importante mi disse altre cose, forse semplici aneddoti sulla sua attività, ma finii per volare con la fantasia su ciò che era possibile fare in uno studio di registrazione. Sicuramente mi fu di grande stimolo. Tra i musicisti con cui non ho avuto un contatto diretto, potrei fare gli stessi nomi che piacciono a chiunque. A un certo punto ho preso una sbandata fortissima per una certa scena di jazzrock inglese, la cosiddetta scena di Canterbury (che è veramente una definizione di comodo mal tollerata dai suoi stessi esponenti): dietro, dentro, ho percepito un’idea estetica forte, una sintesi di musica pop e sperimentazione, uno scontro tra rock e jazz che era all’antitesi dei cliché fusion, una straordinaria vitalità che ha alimentato per decenni altre correnti di musica sperimentale. Forse quella cotta specifica non mi è mai passata, e a parte la forma sonora cui sono affezionato, pur essendo espressione di un momento storico che non ho vissuto, quel che trovo importante è l’esempio.

A un certo punto del tuo percorso ti sei imbattuto nella Scienza delle Soluzioni immaginarie, la ’Patafisica, universo artistico dell’equivalenza, della coesistenza degli opposti e dell’Eccezione. Fascinazione momentanea o impatto con qualcosa di cui hai sentito “generalmente il bisogno”?

All’ascolto dei Soft Machine devo il mio incontro con la ’Patafisica. Era già patafisica la loro musica, era assurda, era ebbra, era allusiva ed elusiva allo stesso tempo, e in più facevano riferimenti all’universo jarryano e alle avanguardie storiche nei titoli dei loro pezzi. Viene fuori, leggendo le biografie del caso, che ne erano davvero coinvolti, ebbero pure un conferimento dell’Ordine della Grande Giduglia perché fecero le musiche di scena di un Ubu Incatenato, di cui oggi purtroppo non c’è traccia. Fu attraverso di loro che andai a cercare i testi di Jarry, che certo non si studiano alle superiori, per poi avvicinarmi al lavoro di altri patafisici illustri. L’impatto con la Scienza delle Soluzioni Immaginarie mi segnò per sempre, è un interesse che coltivo tuttora. È molto difficile per me parlare di deviazione dai miei modelli, perché l’animale affamato di musica, per di più onnivoro, credo che nei primi anni abbia deviato un numero imprecisato di volte, zigzagando, per trovare un qualche principio unificante molto tempo dopo, non tanto nel predominio di una delle forme frequentate sulle altre o in una sintesi posticcia delle stesse quanto piuttosto in un atteggiamento, in un certo spirito, per usare una parola che detesto.

El Topo (2008): da sinistra a destra Francesco Mendolia, Omar Sodano, Andrea Biondi, Adriano Lanzi

Facciamo un po’ di storia e archeologia. Quali sono state le tue prime esperienze da musicista “professionista”, perdona l’atroce espressione, e le tue prime collaborazioni artistiche?

Dopo una primissima esperienza con un gruppo di progressive rock, l’incontro musicale più importante, quando avevo poco più di 20 anni, fu con un griot senegalese, Siriman “Pape” Kanoutè, che conobbi in una emittente radiofonica romana con cui collaboravo. Appena arrivato a Roma, era ospite all’interno del programma di musica africana. Il conduttore mi aveva chiesto in prestito un amplificatore per il suo bassista. Io arrivo in radio, li aiuto a montare, sento il suono della kora, questa incredibile arpa-liuto della tradizione mandinga dell’Africa Occidentale, me ne innamoro all’istante, e alla fine del programma ho la faccia tosta di propormi come chitarrista. Non basta una vita, per penetrare dall’esterno quei modi musicali, quelle scale, quella grammatica sonora, ma qualcosa nei sette anni che sono rimasto accanto a Kanoutè e ai suoi musicisti in qualche modo credo di averla assimilata. La collaborazione con Pape, musicista molto più maturo di me, anagraficamente e non solo, mi diede accesso ai primi palcoscenici degni di questo nome. Negli anni, con lui ho inciso dischi, suonato in dirette radiofoniche nazionali, ho tenuto concerti e musicato spettacoli teatrali. Quasi in parallelo all’esperienza afro-jazz, divenni amico di Omar Sodano, bassista di talento, con una visione musicale personale e un’eccentricità per certi versi sovrapponibile, per altri complementare alla mia, che oggi non è più con noi (è morto in circostanze tragiche e cruente nell’estate del 2014). Con Omar abbiamo sperimentato a lungo, in una sorta di laboratorio privato in cui applicavamo tecniche di post-produzione sonora a improvvisazioni registrate con ospiti provenienti dalle più diverse estrazioni musicali. La ricerca comune rafforzò la nostra amicizia e ci permise di fare errori clamorosi in più campi: la fonica, l’elettronica, la pratica dell’improvvisazione. Finii per spedire a Hans-Joachim Irmler, organista e fondatore dei Faust, storico gruppo sperimentale tedesco, per me musicalmente quasi un padre, un cd-r che sintetizzava e rielaborava buona parte di queste improvvisazioni con una tecnica di collage ora raffinata ora grezza, brutale. Una specie di monstrum trans-temporale e meta-stilistico, che in qualche modo riconosceva nel disco The Faust Tapes un antecedente nobile, se non un’ispirazione diretta. Il dischetto fu apprezzato, ci fu chiesto di partecipare a un album di remix dei Faust e poi debuttammo con un cd a nome nostro sulla loro etichetta. Dal duo sorsero gli El Topo, gruppo dalla vita breve ma di cui vado ancora fiero, con il batterista Francesco Mendolia che oggi vive in Inghilterra e il vibrafonista Andrea Biondi. Facemmo in tempo a pubblicare un solo album per un’etichetta belga e a dare un po’ di concerti, poi successe qualcosa di cui ancora oggi fatico a parlare, posso forse dire senza mancargli di rispetto che Omar perse il suo centro, si smarrì, in modo tale che mi fu impossibile sia proseguire la nostra collaborazione sia, cosa ancora più dolorosa, aiutarlo. Al gruppo fu più facile sciogliersi che andare avanti cercando rimpiazzi. Con Biondi ho avuto il piacere di continuare a collaborare in altre situazioni, negli anni.

Uno degli aspetti che maggiormente mi ha incuriosita del tuo lavoro è la sonorizzazione dei classici del cinema muto, soprattutto perché ribalta l’idea che la musica funga esclusivamente da tappeto, da contorno, da ornamento scollegato dal contesto ponendosi quasi come opera viva a sé, che respira con le immagini ma al tempo stesso se ne discosta quanto basta per giungere altrove.

Ho cominciato a cimentarmi con le sonorizzazioni dal vivo dei classici del cinema muto, prima in ottica rigorosamente elettronica, e più tardi recuperando anche il mio primo strumento, presso il cinema Azzurro Scipioni di Roma; quindi un’altra persona cui sono debitore è il regista Silvano Agosti, uomo fieramente indipendente, che tra il 2001 e il 2005 mi ha permesso di affrontare tutti quei capolavori nelle sue due sale. Quando ho cominciato a sentirmi sufficientemente sicuro di quel che facevo in quell’ambito, ho potuto proporle anche in qualche festival, in Italia e all’estero. È una pratica che mi affascina da sempre: si tratta di verificare dal vivo il rapporto tra suono e immagine, calibrare il mio intervento, cercare di non essere invasivo o eccessivo rispetto al contenuto filmico. Servirlo ma al tempo stesso fare qualcosa che non si riduca a semplice sottofondo o tappezzeria sonora. Idealmente, e con il dovuto rispetto per certe pellicole che davvero sono capolavori autosufficienti e non hanno alcun intrinseco bisogno di musica aggiunta, mia o di nessun altro, cercare di produrre una terza opera, che non sia né il film né la musica, ma l’esperienza sinestesica delle due cose insieme nella singola proiezione. Sul primo film che sonorizzai, Der Golem di Paul Wegener, sono tornato più volte negli anni, cambiando scenari sonori, dalla prima versione completamente elettronica a una del 2010 per chitarra elettrica, fino a quella attuale col mio duo Mu con Federica Vecchio, chitarra acustica e violoncello appena sporcati di un po’ di elettronica.

Quartetto 4ME, Conservatorio Ottorino Respighi, Latina 2019. Da sinistra: Gianni Trovalusci, Paolo Di Cioccio, Federica Michisanti, Adriano Lanzi

Prospettive e futurità: cosa bolle in pentola?

Tra le mie collaborazioni e gruppi attuali devo menzionare K-Mundi, con il dj e sound-artist Økapi e il percussionista filosofo Marco Ariano, con cui faccio improvvisazione elettroacustica con un’anima molto rock, piuttosto energica. Poi c’è il quartetto 4ME con la contrabbassista Federica Michisanti, il flautista Gianni Trovalusci e l’oboista Paolo Di Cioccio, con cui affianchiamo l’improvvisazione alle tecniche compositive legate all’alea, e a volte affidiamo lo svolgersi delle nostre performance all’estrazione a sorte di possibili combinazioni strumentali e di relativi comportamenti, o gesti, sonori. Una pratica oggi storicizzata, ma non mi pare un buon motivo per non ricominciare a praticarla, visto che le conseguenze di questi processi possono essere attualissime. Con Paolo ho anche un duo, Le Grand Lunaire, in cui io suono la chitarra elettrica e lui l’oboe e il theremin, e dovremmo affrontare una sonorizzazione di La Caduta della Casa Usher, di Jean Epstein, da Poe, dopo l’estate. Per i già citati MU con Federica Vecchio è in via di pubblicazione per la romana Folderol il secondo album (il primo lo ha pubblicato la britannica SLAM tre anni fa). Sarà meno improvvisato del precedente e più orientato a una sorta di musica post-classica. L’album vede la partecipazione graditissima di alcuni ospiti, da Lino Capra Vaccina, vibrafonista e compositore minimalista contemporaneo, a Amy Denio, polistrumentista di Seattle, da Økapi stesso che ha prodotto un remix al veterano della scena rockjazz inglese Geoff Leigh, amico e maestro che ci ha regalato una splendida parte di flauto, fino a Giovanna Izzo, cantante napoletana che improvvisò con noi presso l’Ex Asilo Filangieri.

Ma c’è anche un percorso da solista non meno interessante delle succitate collaborazioni artistiche.

C’è poi, in effetti, il mio repertorio solista, per chitarra acustica amplificata e “aumentata” dagli effetti elettronici, che continua a crescere, e in cui accanto a qualche mia composizione mi diverto ad arrangiare e rieseguire – con la tecnica fingerpicking e in un’ottica di folk urbano un po’ futuribile – pezzi che di chitarristico hanno poco o nulla: da Albert Ayler a Vivaldi, da Shostakovic a Thelonious Monk, da Robert Wyatt e i Soft Machine (la Canterbury che non abbandono) a Nino Rota. L’obiettivo a lungo termine, ad ogni modo, per quanto possa sembrare contraddittorio se associato a un certo eclettismo sonoro e a riferimenti che continuano a spaziare dalla musica antica fino all’elettronica, è quello di impiegare il tempo che mi resta a fare del mio meglio per non morire da postmoderno.

Più ti ascolto e più mi sembra evidente da una serie di sintomi che il tuo pensiero musicale possa trovare una collocazione nell’universo potenziale: dalla manipolazione delle forme alla combinatoria, dalla commistione di generi all’implosione di modelli, il tutto dominato da una rigorosa curiosità, da uno spirito ludico di avventura e da un’urgenza di esplorare le declinazioni teoriche del possibile.

Devo riconoscerlo, il fatto che qualcuno abbia avuto l’ardire di associarmi al mondo “potenziale”, un ambito di ricerca che si riferisce più facilmente alla letteratura, magari ad altre arti ma non tanto alla musica, un po’ mi è di conforto in questo senso. Mi viene quasi da dire “finalmente!” C’è un rigore formale anche nel giocare con le forme. Forse l’esattezza su cui insisteva Calvino è meno praticabile in musica che nella prosa, per una serie di fattori contingenti che espongono la resa sonora dal vivo a variabili sconosciute a chi chiude il proprio lavoro nella pagina scritta, per esempio. Tuttavia l’accento su una precisione di fondo, su un intento pulito che vada dal pensiero fino al gesto sonoro, anche nel veicolare l’essenziale di un pezzo pur cambiandogli abito di suono, riportare un tema free rabbioso di Albert Ayler che pure ha un’intrinseca componente spiritual, alla prateria americana, o far esplodere uno Stabat Mater di Vivaldi nello spazio, con accenti psichedelici, che è parte di quello che faccio io pur con una dose di approssimazione più ingombrante di quanto non vorrei, tutto questo forse – forse – offre uno spiraglio, un superamento cosciente del minestrone della postmodernità in cui, per come lo avverto io, tutto è semplicemente compresente, le dominanti stilistiche sembrano di volta in volta dovute a capricci del gusto e i pretesti sono troppo spesso elevati a concetti. Bisognerebbe avere ben chiara la differenza tra potenziale e possibile. È chiaro che è possibile attingere alle forme come vogliamo perché sono tutte a portata di mano, ma non mi sembra sufficiente. Rifarmi alle categorie e ai criteri della letteratura potenziale può offrire alla mia pratica musicale qualche strumento critico in più, come minimo. E qui si apre un discorso vastissimo che è impensabile esaurire in questo spazio.

 

BIOGRAFIA

Nato a Roma nel 1972, Adriano Lanzi è chitarrista, compositore, improvvisatore, performer elettronico, occasionalmente bassista. Ha pubblicato musica, come titolare o sideman, su numerose etichette discografiche italiane e europee, esordendo in duo con Omar Sodano per la tedesca Klangbad, diretta da Hans-Joachim Irmler deiFaust, storica formazione del rock europeo più avventuroso e sperimentale. Ha collaborato a lungo (1996-2003) in studio e dal vivo, con il gruppo afro-jazz del griot senegalese Siriman "Pape" Kanoutè, forse il primo e il più rigoroso divulgatore della kora e della cultura mandinga in Italia, partecipando con lui a dirette radiofoniche nazionali (Stereonotte, La Stanza della Musica) e alla realizzazione di musiche per il teatro (tra le altre Fedra da Ghiannis Ritsos, per la regia di Giuseppe Marini). E’ attualmente attivo nel duo MU con la violoncellista Federica Vecchio (www.facebook.com/muguitarandcelloduo), pubblicato su SLAM (U.K.) nel quartetto FORME (con Gianni Trovalusci ai flauti, Paolo Di Cioccio all’oboe e Federica Michisanti al contrabbasso, dedicato alle procedure compositive e di improvvisazione legate all’alea), e con il trio elettroacustico K-Mundi  (con il dj e sound artist Økapi e il batterista Marco Ariano – www.facebook.com/kmundigroup).  Collabora occasionalmente con il veterano dell’improvvisazione radicale e del rock in opposition Geoff Leigh (ex Henry Cow), con il cantautore e folk/punk rocker Stefano Giaccone (ex Franti/Kina), con la polistrumentista statunitense Amy Denio e altri musicisti della scena italiana e internazionale. Da sempre si dedica alla sonorizzazione dal vivo, in chiave elettronica o chitarristica, dei classici del cinema silenzioso, che ha presentato per anni in forma di laboratorio presso il Cinema Azzurro Scipioni di Roma e che ha portato più volte in festival italiani e europei (Montepulciano,  Schiphorst Avantgarde Festival Amburgo, Londra, tra gli altri) e recentemente alla produzione di colonne sonore per documentari.

Si esibisce spesso anche in un solo per chitarra fingerpicking, presentato a Battiti (RadioTre) dove riconduce al suo strumento pezzi non chitarristici. Il Fac Ut Ardeat dallo Stabat Mater di Vivaldi, Ghosts di Albert Ayler,  We Travel the Spaceways di Sun Ra, Pannonica di Monk, il Valzer n°2 dalla Jazz Suite di Shostakovic, tanghi di Ernesto Nazareth, pagine prog (Sea Song di Robert Wyatt), brandelli di swing (Miller, Ellington) memoria cinematografica popolare (Nino Rota), acquisiscono una veste folk urbana e futuribile.

Adriano Lanzi

DISCOGRAFIA

Lanzi & Sodano "La Vita Perfetta" (Klangbad 28) – 2004

El Topo "Pigiama Psicoattivo" (Off CD06) - 2008

Adriano Lanzi "Tana Libera Tutti" (Cd-r Ned 012) - 2011

Adriano Lanzi "You are never alone with the Lemurian Broadcasting Company" (ODG014) - 2012 

Le Borg "Flying Machines" (HKPL4303) - 2014

MU "of strings and bridges" (Slam 577) - 2016

K-Mundi "the little disaster inside us" (Off OCD032) - 2016

Le Borg IV (Valle Giovanni Edizioni BLV2696580) - 2016 

Partecipazioni selezionate:

  • V.A.: Faust – Freispiel (Remixes from “Ravvivando) (Klangbad FRR 1992) – 2001

  • V.A. : Klangbad - First Steps (Jkangbad 19) – 2002 
  • Pape Siriman Kanoutè: Keulo (Helikonia/ LUDOS LDL 14221) – 2002 (Adriano Lanzi, session player – acoustic guitar)
  • V.A. – Klangbad – Next Step (Klangbad 26) – 2004 

 


Nino Rota Museo Archeologico di Santa Scolastica

Visita del Museo Archeologico di Santa Scolastica con le musiche di Nino Rota

Nino Rota Museo Archeologico di Santa ScolasticaDomenica 12 maggio ore 11.00, il Museo Archeologico di Santa Scolastica rende omaggio al maestro Nino Rota, a quarant'anni dalla morte.

Domenica mattina i visitatori potranno visitare il museo e le nuove sale dedicate all'archeologia di Bari dolcemente accompagnati dalle musiche più importanti del maestro Rota come Amarcord, Sarabanda e Toccata per Arpa. L'evento nasce dalla collaborazione con il maestro Rino Marrone. Le musiche saranno suonate dal vivo da una piccola orchestra composta da Francesco Palazzo (fisarmonica), Giacomo Bozzi (flauto), Michele Bozzi (flauto), Antonella De Filippis (arpa), Giambattista Ciliberti (Clarinetto) e Antonio Piccialli (piaoforte).

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Università Ca' Foscari Venezia

Concerto Mediterraneo al Teatro Ca' Foscari

Martedì 30 aprile ore 20.30 al Teatro Ca’ Foscari a Santa Marta

CONCERTO MEDITERRANEO AL TEATRO CA’ FOSCARI

UN VIAGGIO ATTRAVERSO IL MARE E LE SUE TERRE

Opera musicale di Giacomo Cuticchio

 

VENEZIA – Evento speciale, martedì 30 aprile, al Teatro Ca’ Foscari a Santa Marta: il Concerto Mediterraneo di Giacomo Cuticchio, 14 strumentisti sul palco per un’opera musicale dedicata al mare e alle sue terre.

L’opera è dedicata a chi non è riuscito ad oltrepassare il Mar Mediterraneo e raccoglie suoni, caratteri e suggestioni tipici della Sicilia, madre e culla di svariate civiltà.

Spettacolo a ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Le prenotazioni sono aperte all'indirizzo  [email protected]

La suite per fiati, legni, ottoni ed archi vede come strumento protagonista il pianoforte e si sviluppa in tre quadri.

Nel primo tempo - in tre movimenti: Audace, Largo, Vivace - viene eseguito l’omonimo piano concerto dal quale prende nome l’intero spettacolo.

Le suggestioni dell'epica mediterranea, che caratterizza la ricerca di Cuticchio, ci conducono al secondo quadro. Una Suite di cinque movimenti intitolata Rosa dei Venti.

Con il terzo quadro, Rapsodia Fantastica, si conclude il concerto. Si tratta di un omaggio che Cuticchio ha voluto dedicare al proprio mestiere di oprante-puparo, che lo ha formato sin dalla prima infanzia e che lo ha fortemente influenzato anche nella vita musicale. Qui si alternano le agilità dei fiati e le profondità morbide e rugose dei legni con gli ottoni guerrieri e gli archi leggiadri, in un persistente cimento tra aperture solistiche e colore orchestrale.

Il pianoforte di Giacomo prende parte all’Opera come strumento portante e concertante dell’intero album, così come l’antico pianino a cilindro cui la tradizione assegna il ruolo di commentatore musicale degli spettacoli del Teatro dei Pupi, quel pianino che Giacomo suonava da bambino agli inizi del suo apprendistato di puparo e musicista.

Giacomo Cuticchio, nato a Palermo nel 1982, è compositore, pianista ed erede di una delle più robuste e vitali tradizioni teatrali siciliane. Figlio e nipote di maestri pupari, la sua formazione d’artista ha luogo nella cornice di estremo rigore e attenzione che caratterizza l’attività teatrale di famiglia. L’inclinazione per la musica del piccolo Giacomo ha trovato fertilissima terra tra i suoni del pianino, che tradizionalmente scandisce e commenta le vicende dei paladini di Francia, e lo  straordinario e prezioso esercizio della vocalità propria dell’Opra e del cunto. Il casuale incontro con la musica di Philip Glass e la sempre viva attenzione per la musica antica, rinascimentale e barocca, hanno indicato a un ancor giovanissimo Giacomo il sentiero a lui congeniale, ponendosi a ideali cardini di una ricerca sulle radici della musica, per tantissimi versi analoga agli sforzi del padre Mimmo, di innovazione dell’Opra a partire dalla sue fondamenta.

Alla base dello straordinario intuito di Giacomo Cuticchio per il suono e per la sua drammaturgia è possibile rintracciare, con una certa sicurezza, la prassi del cunto, di cui il padre Mimmo è l’ultimo degli autentici eredi: come nel cunto, attraverso l’alterazione ritmica del respiro, la parola si fa canto, liberando la propria anima sonora, così, con la medesima naturalezza, nella musica di Giacomo i suoni diventano tangibile, udibile forma. La tradizione in cui Giacomo Cuticchio è nato si lega con le grandi esperienze della modernità musicale, lungo il crinale sottilissimo tra il respiro e la parola, tra il suono e il suono organizzato, tra un senno costantemente smarrito e ritrovato al suono di un antico pianino. Al ritmo di un’esistenza umana ancora possibile. [Gianluca Cangemi]

PROGRAMMA

Concerto Mediterraneo: [30’]

  1. Audace
  2. Largo

III. Vivace

Suite Rosa dei Venti: [30’]

  1. Arya
  2. Tramontana

III. Levante

  1. Scirocco
  2. Maestrale

Rapsodia Fantastica: [18’]

  1. Incanto
  2. Autoritratto di Astolfo

III. Finale

ORGANICO

Flauto traverso ALESSANDRO LO GIUDICE

Sax soprano NICOLA MOGAVERO

Fagotto FILIPPO BARRACATO

Tromba 1ª GIOVANNI RE

Tromba 2ª SERGIO CALTAGIRONE

Trombone FABIO PIRO

Tuba DAVIDE LEONE

Pianoforte GIACOMO CUTICCHIO

Violino 1° MARCO BADAMI

Violino 2° FILIPPO DI MAGGIO

Viola MASSIMO CANTONE

Violoncello PAOLO PELLEGRINO

Contrabbasso WALTER ROCCARO

Direttore SALVATORE BARBERI

Università Ca' Foscari Venezia

Testo da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo, Università Ca' Foscari Venezia

L’Università Ca’ Foscari a Venezia, foto di Stefano Remo, daWikipediaCC BY-SA 3.0.


Palermo: una call per la città. Il Salinas Culture Hub accoglie 15 progetti

PALERMO | UNA CALL PER LA CITTÀ

IL SALINAS CULTURE HUB ACCOGLIE 15 PROGETTI

La presentazione venerdì 5 aprile alle 11,30

 

#Domenica al museo: ingresso gratuito

Visite alla mostra sui Borbone | prorogata fino al 30 giugno

Laboratori in inglese per bambini | Colazione o brunch al museo

Salinas Culture Hub
Menade I-II sec a.C. dalle Terme di Caracalla

 Teatro, musica, danza, workshop, eventi legati alla multiculturalità, alla memoria e alla sostenibilità. È questo il primo cartellone del Salinas Culture Hub che sarà presentato venerdì 5 aprile alle 11,30 al Museo Archeologico Salinas, alla presenza degli operatori e artisti coinvolti. Tutto nasce da una call che il museo e CoopCulture hanno lanciato il 24 novembre e aperto alla città per ricevere proposte legate al territorio. La call è andata anche oltre le aspettative, visto che sono giunti addirittura 82 progetti, sottoposti ad una giuria di sette esperti che hanno selezionato le proposte che coinvolgeranno tutti gli spazi del museo. Il calendario partirà a fine aprile.

 #Domenica al museo: ingresso gratuito

Questa domenica (7 aprile), come accade ad ogni inizio mese, l’ingresso ai siti e ai musei istituzionali è gratuito. Così anche al Museo Archeologico Salinas, aperto dalle 9 alle 13. CoopCulture organizza un bel programma di visite guidate e laboratori per bambini. Si potranno scoprire le collezioni del museo e la mostra dedicata ai lasciti dei Borbone, con la guida di un archeologo, scegliendo di fermarsi per la colazione o proseguire con il brunch al Café Culture. I bambini (tra 6 e 12 anni) potranno invece partecipare alla prima visita didattica in inglese per scoprire miti ed eroi.

Chiacchiere al museo 

Domenica alle 10,30 un archeologo accoglierà  i visitatori al Cafè Culture e, durante la colazione, racconterà la storia del museo e leggerà fonti antiche che narrano la storia di Pompei. Finita la colazione, visita alle sale espositive e alla mostra su “I Borbone e l’archeologia a Palermo, Napoli e Pompei” che è stata prorogata fino al 30 giugno. Saranno illustrati reperti che provengono dalle prime campagne di scavo avviate ad inizio ‘700 da Carlo III di Borbone che, appassionato di archeologia, emanò le prime leggi a tutela del patrimonio artistico del Regno. La mostra racconta l’unico anno (1816) che Palermo visse da “capitale del Regno delle Due Sicilie”. In collaborazione con il MANN di Napoli, il Parco archeologico di Pompei, e CoopCulture. Per chi invece preferisce pranzare al museo, è programmata una seconda visita guidata alle 12, poi il brunch dalle 12,30 alle 15, nel settecentesco chiostro del museo.

Erote che regge una maschera I sec a. C. dalla Casa di Sallustio a Pompei Foto Vittorio Fazio

8 € colazione + visita guidata mostra

15 € brunch + visita guidata mostra

Per info e prenotazioni: 091 7489995 | 345 7765493 

 

Pittura parietale da Villa Sora a Torre del Greco. Foto Vittorio Fazio

 Let’s Go! - Visita didattica in inglese per bambini

Goods and Heroes

Let's Go!  è un ciclo di quattro visite didattiche in inglese per bambini tra i 6 e i 12 anni, organizzato con Up! English Center all'interno di alcuni dei siti gestiti da CoopCulture a Palermo. La prima visita sarà questa domenica al Museo Salinas, poi si continuerà al Palazzo della Zisa, al Museo di Zoologia Doderlein e all’Orto Botanico.

Un modo per imparare l’inglese giocando, imparando nuovi termini e scoprendo il patrimonio culturale della città. Le visite saranno in inglese, con un linguaggio colloquiale e comprensibile adatto ai più giovani, con l’assistenza di un traduttore: domenica alle 11, la visita Goods and Heroes (Dei ed eroi)storie legate alle divinità antiche. Per scoprire che Zeus era il padre di tutti e il dio più potente, Afrodite era bellissima e Apollo rappresentava il Sole… I giovani visitatori dovranno superare degli ostacoli per conseguire il diploma di “english archaeologist”.

7 € attività didattica

Per info e prenotazioni: 091 7489995

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Testo e immagini da Ufficio stampa CoopCulture Sicilia


Stéphanie Elbaz Palermo Classica winter

Palermo Classica winter, domenica 24 marzo con Stéphanie Elbaz

PALERMO CLASSICA winter

PASSIONE E IMPETO | Rachmaninov  Tchaikovsky  Liszt

Domenica 24 marzo | Stéphanie Elbaz

Stéphanie Elbaz Palermo Classica winter

Giovane, ricercata, elegante, una virtuosa d’altri tempi, ma con piglio contemporaneo: la nuova ospite di Palermo Classica è la pianista francese Stéphanie Elbaz che si misurerà con Tchaikovsky, Rachmaninov e Liszt – domenica prossima 24 marzo, alle 19 all’ex oratorio di San Mattia ai Crociferi - in un recital che partirà dalla sensibilità e dalla coscienza di Tchaikovsky, Liszt e Rachmaninov. I tre estratti dalle stagioni – marzo, aprile e giugno – raccolgono l’intimismo descrittivo, la delicatezza espressiva di Tchaikovsky e colorano l’atmosfera di caldi colori, per sciogliersi poi nei Preludi dell’Op. 23 di Rachmaninov – Maestoso il n. 2 e Alla marcia il n. 5 – alternati da un momento musicale, una lirica, desiderio di libertà e movimento. Chiudono il concerto le difficili trascrizioni di Liszt di capolavori ancora attuali, e la rielaborazione di musiche tzigane nella celebre e popolare “Rapsodia Ungherese n. 2”. Stéphanie Elbaz è considerata una delle pochissime giovani virtuose della sua generazioni, formata da anni e anni di studio puntiglioso. E’ esplosa sul panorama internazionale dopo la straordinaria esibizione dal vivo del monumentale concerto per pianoforte di Alkan a Praga, un pezzo di 50 minuti che richiede altissimi livelli di abilità tecnica e una resistenza fisica senza precedenti, tali che lo rendono quasi mai eseguito in diretta. Biglietto: 14,50 euro.

 

Programma concerto

 

Tchaikovsky

Romanza Op. 19

Le Stagioni Op. 37 No. 4"Aprile"

Rachmaninov

Preludio in Si bemolle Maggiore Op. 23 No. 2

Momento Musicale No. 1 Op. 16

Preludio Op. 3 No. 2

Momenti musicali Op. 16 No. 4

Preludio Op. 23 No. 5

Verdi/Liszt

Parafrasi dal Rigoletto S. 434

Schubert/Liszt

Margherita all'Arcolaio  S. 558 No. 8

Liszt

Campanella (Grandi studi di Paganini S. 141 No. 3)

Mendelssohn/Liszt

Sulle Ali del Canto, S. 547

Liszt

Rapsodia Ungherese No. 2

 

Stéphanie Elbaz è riconosciuta dalla critica musicale come "uno dei talenti più straordinari di oggi", in particolare per la sua capacità di fornire interpretazioni altamente poetiche e tecnicamente impressionanti. La sua naturale sensibilità musicale unita a una vita passata dedicata alla padronanza tecnica del pianoforte, le permettono di concentrarsi sul suo scopo principale quando si esibisce in scena, vale a dire di offrire la massima quantità possibile di emozione e passione al suo pubblico. Stéphanie ha dedicato molti anni a perfezionare la più ampia e ricca gamma di colori sonori attraverso un vasto programma accademico, in sei tra i più prestigiosi conservatori in Francia, Belgio, Olanda e Austria. Ha ottenuto un Bachelor, un Master e un Postmaster in pianoforte, due medaglie d'oro al pianoforte e tre gradi di specializzazione post-laurea, ogni volta con il massimo dei voti. Da pianista, ha viaggiato regolarmente in Germania e in Austria per concerti e registrazioni.

 

Si è esibita al Mozarteum di Salisburgo, al Liechtenstein Palace a Praga, al De Doelen a Rotterdam, alla Alfred Cortot Hall a Parigi, al Sao Luiz Theatre a Lisbona, al Palazzo Ducale in Toscana, così come in festival internazionali, e come solista ha collaborato con l'Orchestra di Rotterdam; è membro di un trio internazionale a Monaco e sta preparando una registrazione a Roma con Andersen Viana, importante compositore brasiliano.

 

Un grande balzo in avanti è stata la  straordinaria esibizione dal vivo del monumentale concerto per pianoforte di Alkan a Praga. Questo pezzo da 50 minuti richiede livelli di abilità tecnica e resistenza fisica senza precedenti, che lo rendono quasi mai eseguito in diretta. Stéphanie è testimonial di un marchio di lusso per pianoforti, per il quale sarà l'ambasciatrice mondiale per i prossimi anni.

 

PROSSIMI CONCERTIPalermo Classica è arrivata al suo penultimo appuntamento:domenica 31 marzo toccherà infatti alla pianista giapponese Anna Kurasawa impegnata sui tempi di “Passione e Impeto”. Gran finale, il 7 aprile, con l’amatissima australiana Primavera Shima, vera beniamina del pubblico di Palermo Classica. I biglietti (da 8 a 14,50 euro) si acquistano presso l'Accademia Palermo Classica in via Paolo Paternostro, 94; online su CiaoTickets.com; la sera stessa del concerto alla chiesa di San Mattia dei Crociferi. Info: 091.332208 | 366.4226337 | www.palermoclassica.it. Ufficio stampa | Simonetta Trovato – 333.5289457

 

PROGRAMMA WINTER SEASON PALERMO CLASSICA 2018/2019

31 marzo, ore 19

Anna Kurasawa, piano

 

Tchaikovsky

Album per Infanti  Op. 39

Liszt

Rapsodia Spagnola S. 254

Rachmaninov

Quadri-studio Op. 39 No.1,2,3,4,5,9

 

7 aprile, ore 19

Primavera Shima, piano

 

Rachmaninov

Variazioni Corelli Op. 42

Liszt

Ballata No. 2

Tchaikovsky

Dumka | Wagner/Liszt - Tannhauser


Andrea Padova per "Passione e impeto" di Palermo Classica winter

PALERMO CLASSICA winter

PASSIONE E IMPETO | Rachmaninov  Tchaikovsky  Liszt

Domenica 17 febbraio | Andrea Padova

Si ritorna al pianoforte solista con l’italiano Andrea Padova – indicato nel 2008 dalla rivista Insound come “una delle figure più interessanti del panorama pianistico contemporaneo - pronto a misurarsi con le trascrizioni di Liszt da Wagner e Verdi. Il concerto del pianista italiano è in programma per Palermo Classica, stasera (domenica 17 febbraio) alle 19 nella chiesa di San Mattia ai Crociferi, alla Kalsa.

Tutto dedicato a Liszt il programma di Andrea Padova che abbandona seppur momentaneamente l’amatissimo Bach: che parte dalla convinzione che al compositore ungherese ci lega di fatto il suo grandissimo amore per Wagner, visto che con le sue trascrizioni pianistiche è riuscito a divulgare la grandezza di  opere comeTannhauser, Lohegrin e Olandese volante. In questo caso, Padova  avvia il concerto con un omaggio al melodramma, con “Reminiscenze” sul “Simon Boccanegra” di Verdi. La leggerezza dimenticata nella vecchiaia del “Valzer Obliée n.1”, il peso del sogno si sciolgono tra i giochi d'acqua a Villa d'Este e sfociano nella prima delle “12 Rapsodie Ungheresi per pianoforte”; vero riflesso di contrasti emotivi. Andrea Padova è attualmente impegnato nell’incisione in cd e dvd dell’Integrale delle Sonate per pianoforte di Mozart (Limen). Biglietto: 14,50 euro.

 

Programma concerto

 

Wagner/Liszt

Il sogno di Elsa  (dal Lohengrin)

Il Canto delle filatrici (dall'Olandese Volante)

Oh, Mia Dolce Stella della Sera  (dal Tannhäuser)

Ballata (dall'Olandese Volante)

Verdi/Liszt

Reminiscenze dal Boccanegra

Liszt

Valzer Dimenticato No. 1, S. 215

La Lugubre Gondola (2nd version) S. 134

Anni di pellegrinaggio, Terzo Anno:  No. 4 "Giochi D'Acqua a Villa d'Este"

Rapsodia Ungherese No. 1

 

Andrea Padova

Andrea Padova si è imposto all’attenzione della critica vincendo nel 1995 il “J.S.Bach Internationaler Klavierwettbewerb”. Da allora ha tenuto concerti in tutto il mondo, dalla Scala di Milano alla Carnegie Hall di New York, dal Gasteig di Monaco di Baviera alla Tokyo Opera City Concert Hall. E’ considerato uno dei più innovativi interpreti delle opere di Bach; ha in repertorio oltre 60 concerti per pianoforte e orchestra, dall’integrale dei concerti di Bach al Novecento; e ha lavorato intensamente come interprete nel campo della musica contemporanea con compositori come Pierre Boulez (Festival d’Avignon – Radio France, 1988) e Leonard Bernstein (Orchestra Nazionale di S. Cecilia, 1989). Del suo cd dedicato alle “Variazioni Goldberg” di Bach (Stradivarius, 2015), il Washington Post scrive che “trasmette il senso di superare con successo i limiti delle possibilità umane”. Nel 2005 il suo disco dedicato a composizioni di Ferruccio Busoni ha ottenuto riconoscimenti, tra gli altri, di “Gramophone”. E’ attualmente impegnato nell’incisione in cd e dvd dell’Integrale delle Sonate per pianoforte di Mozart (Limen).

E’ docente di pianoforte e pianoforte storico nel Conservatorio “Boito” di Parma. Spesso invitato a tenere master class in Europa, Stati Uniti e Giappone, è stato presidente o membro delle giurie dei Concorsi Internazionali Pianistici “Bach”” (Würzburg), “Thalberg” (Napoli) “Porrino” (Cagliari) “Liszt-Zanfi” (Parma) Coppa Pianisti di Osimo.

 

Andrea PadovaPROSSIMI CONCERTI. Il prossimo appuntamento di Palermo Classica sarà tra una settimana, domenica 24 febbraio, alle 19 con un recital del duo formato dal pianista Onofrio Gallina e dal contralto russo Oksana Lazareva. Eseguiranno lieder di Rachmaninov e di Tchaikovsky

 

I biglietti (da 8 a 14,50 euro; abbonamenti da 50 euro) si acquistano presso l'Accademia Palermo Classica in via Paolo Paternostro, 94; online sul circuito CiaoTickets.com; la sera stessa del concerto alla chiesa di San Mattia dei Crociferi. Info: 091.332208 | 366.4226337 | www.palermoclassica.it.

 

 

PROGRAMMA WINTER SEASON PALERMO CLASSICA 2018/2019

 

17 febbraio, ore 19

Andrea Padova, piano

 

Wagner/Liszt

Il sogno di Elsa  (dal Lohengrin)

Il Canto delle filatrici (dall'Olandese Volante)

Oh, Mia Dolce Stella della Sera  (dal Tannhäuser)

Ballata (dall'Olandese Volante)

Verdi/Liszt

Reminiscenze dal Boccanegra

Liszt

Valzer Dimenticato No. 1, S. 215

La Lugubre Gondola (2nd version) S. 134

Anni di pellegrinaggio, Terzo Anno:  No. 4 "Giochi D'Acqua a Villa d'Este"

Rapsodia Ungherese No. 1

 

24 febbraio, ore 19

Onofrio Gallina, piano

Oksana Lazareva, contralto

 

Rachmanivov

Lila  Op. 21 No. 5

Le Margherite  Op. 38 No. 3

La Notte è Triste  Op. 26 No. 12

Le Acque Primaverili Op. 14 No.11

Lei è Più Bella del Giorno Op. 14v No. 9

Nel Silenzio della Notte  Op. 4 No. 3

Oh, Non Cantare, Bellezza Op. 4 n. 4

Tchaikovsky

Perchè? Op. 28 No.3

Splendevano miti le stelle Per Noi Op. 60 No. 12

Solo Chi Conosce la Nostalgia Op. 6 No. 6

Serenata di Don Giovanni Op. 38 No. 1

Aspetta Ancora Op. 16 No. 2

Pianto della sposa

Non una Parola, Amico Mio Op. 6 No. 2

 

3 marzo, ore 19

Kristina Miller, piano

 

Tchaikovsky

Sonata in Sol maggiore per pianoforte Op. 37

Rachmaninov

Momenti musicali Op. 16 No. 3&4

Polka di V.R.

Tchaikovsky

Valzer Sentimentale, Op. 51 No. 6

Liszt

Rapsodia Ungherese No. 2, S. 244 (con cadenza di Rachmaninov)

 

10 marzo, ore 19

Franck Laurent-Grandpré,  piano

 

F.-Grandpré

Estratti di Sagrada Familia

Wagner/Liszt

Morte d'Amore (da Tristano e Isotta)

Tchaikovsky

Le Stagioni No. 6 "Giugno"

Le Stagioni No. 12 "Dicembre"

Rachmaninov

Preludio Op. 3 No. 2

10 preludi Op. 23

Dom 17/03/2019

Tchaikovsky

Le Stagioni Op. 37

Rachmaninov

Elegia Op. 3 No. 1

Liszt

Venezia e Napoli, S. 162

Parafrasi sul Rigoletto di Verdi

Reminescenze dal Don Giovanni di Mozart

Marton Kiss,piano

 

24 marzo, ore 19

Stéphanie Elbaz, piano

 

Tchaikovsky

Romanza Op. 19

Le Stagioni Op. 37 No. 4"Aprile"

Rachmaninov

Preludio in Si bemolle Maggiore Op. 23 No. 2

Momento Musicale No. 1 Op. 16

Preludio Op. 3 No. 2

Momenti musicali Op. 16 No. 4

Preludio Op. 23 No. 5

Verdi/Liszt

Parafrasi dal Rigoletto S. 434

Schubert/Liszt

Margherita all'Arcolaio  S. 558 No. 8

Liszt

Campanella (Grandi studi di Paganini S. 141 No. 3)

Mendelssohn/Liszt

Sulle Ali del Canto, S. 547

Liszt

Rapsodia Ungherese No. 2

 

31 marzo, ore 19

Anna Kurasawa, piano

 

Tchaikovsky

Album per Infanti  Op. 39

Liszt

Rapsodia Spagnola S. 254

Rachmaninov

Quadri-studio Op. 39 No.1,2,3,4,5,9

 

7 aprile, ore 19

Primavera Shima, piano

 

Rachmaninov

Variazioni Corelli Op. 42

Liszt

Ballata No. 2

Tchaikovsky

Dumka

Wagner/Liszt

Tannhauser

 

Testo e immagini da Ufficio stampa Palermo Classica


"Selinunte: Music from Myths" con Salvo Ferrara al Museo Salinas

Un luogo dell’anima. Che da un lato abbraccia la storia

e dall’altro saluta la città.

SELINUNTE: MUSIC FROM MYTHS

È una grande emozione per me essere qui, al cospetto del più importante complesso scultoreo dei Greci d’Occidente, un luogo che possiede un’identità storica, che ci rappresenta come popolo e risale a 5 secoli prima della venuta di Cristo. Un luogo importante per Palermo e la Sicilia. Un luogo, come il Museo Salinas, definito dal Corriere della Sera “uno tra i 10 musei più belli del mondo accanto al British Museum di Londra e al Pergamon museum di Berlino”. (Salvo Ferrara, Compositore)

Le Metope di Selinunte, dopo 2.500 anni, continuano ad ispirare: il musicista Salvo Ferrara si è esibito l’8 febbraio 2019 in “Selinunte: Music from Myths”, progetto realizzato in coproduzione col Museo Salinas. Nella Sala delle Metope al cospetto del più importante complesso scultoreo dei Greci d’Occidente l’ensemble ha eseguito otto brani che compongono “Selinunte: Music from Myths”, formata da un quartetto d’archi, dallo stesso Salvo Ferrara al pianoforte/synths/sequencers, e da un polistrumentista ai fiati. La scelta dell’organico è funzionale al conseguimento del miglior risultato in termini di sound e resa del mood.

LA CONNESSIONE ARTISTICA: SUONO – OPERA D’ARTE

Queste connessioni artistiche, già esplorate più di un secolo fa dal musicista polacco Karol Szymanowsky che, nel 1915, dedicò alle metope una composizione per pianoforte, vengono oggi riproposte – per la prima volta - in chiave contemporanea grazie alla sensibilità creativa di Salvo Ferrara e grazie alla visione dell’istituzione museale, orientata verso un’offerta culturale che privilegia la commistione dei linguaggi e il dialogo tra l’uomo e l’opera d’arte” (Francesca Spatafora, Direttore del Museo Salinas)

I componenti del quartetto Modern Time Ensemble

Salvo Ferrara: Pianoforte, Sintetizzatore

Fabio Ferrara: 1st Violin

Pippo Di Chiara: 2nd Violin, Keyboard

Gaspare D'amato: Viola

Andrea Rigano: Cello

Agostino Cirrito: Sax, Akay Ewi

Cristiano Nasta: sound, live set-up programming

BRANI

Il lineup proposto alterna momenti evocativi ad episodi ritmicamente incalzanti: i brani, proposti senza soluzione di continuità, saranno intervallati da un leit motiv (Ghost) dalle tinte tipicamente modern classic.

In Hera e Selinus, si ritrovano tutte le caratteristiche sopra descritte: nuclei di limpida sobrietà vengono progressivamente dilatati e ricodificati per essere condotti in un ambiente sonoro decisamente contemporaneo; Kore è l’intreccio incalzante di un pattern esposto ora dallo strumento elettronico, ora dal quartetto d’archi in un crescendo che conduce ad un finale inatteso; Leftovers è un brano minimal, dall’atmosfera ipnotica sostenuta delicatamente da cellule ritmiche ambient; Restart è un episodio lirico ma allo stesso tempo pervaso da tensione, la cui melodia viene esaltata dalla timbrica suggestiva dell’ewi; Solid Roots cattura con i suoi richiami etnici ed il tempo composto, sulla base di una armonia ardita ma allo stesso tempo spiccatamente arcaica; Calypso condensa in tre differenti momenti la complessità compositiva e esecutiva attraverso una intro, una parte centrale elegiaca ed un finale travolgente che conclude l’ascolto.

Salvo Ferrara - INSPIRED BY MYTHS

Il concept è incentrato sul tema del rapporto fra suoni e mitologia, fra percezione uditiva e suggestione visiva, estendendo il concetto di classicità in un approccio creativo aperto alle moderne tecnologie di audio produzione.

Il prodotto finale si colloca all’interno del movimento, affermatosi da qualche anno nel nord Europa, noto come “post-modern”, i cui esponenti di spicco (es. Olafur Arnalds e Nils Frahm) hanno determinato un profondo mutamento culturale rendendo “pop” ciò che pochi anni prima era considerato nicchia.

Salvo Ferrara pone fuori da schemi preordinati il materiale sonoro oggetto della propria scrittura, nell’intento di superare la definizione di “genere”; le composizioni sono frutto di un processo compositivo che prende origine da armonie e melodie nate sulla tastiera del pianoforte, per poi evolversi grazie all’apporto degli strumenti ad arco e delle suggestioni sonore generate dall’utilizzo dei moderni campionatori. Un contenuto musicale lontano da accademiche dimostrazioni di puro tecnicismo ma, allo stesso tempo, compiutamente classico e contemporaneo.

Il suono che ne scaturisce rappresenta il segno peculiare della “laicizzazione” dell’ispirazione classica dell’autore: se l’impronta, nella sua cellula compositiva, è chiaramente orchestrale, in effetti il suo sviluppo viene sostenuto da inconsuete soluzioni timbriche e ritmiche nelle quali arpeggiatori di stampo ambient si sovrappongono a fraseggi dettati dagli archi, pads dal sapore “cinematic” fanno da sfondo a larghe melodie cantate dall’ewi (electronic wind instrument), matrici pianistiche minimaliste si animano grazie all’apporto di drum machines.

Lo spettacolo musicale, muovendo dall’ambito del cosiddetto movimento post-modern supera i confini della definizione di “genere” e il puro tecnicismo dell’esercizio di nicchia virando verso una dimensione autenticamente “pop”.

Lo spettatore sarà accompagnato dalle emozioni di momenti evocativi che si alterneranno ad episodi ritmicamente incalzanti caratterizzati da timbriche “crossover”, grazie all’impiego di apparecchiature elettroniche e strumenti acustici.

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Salvo Ferrara è un compositore di formazione classica ma di ispirazione crossover/post modern che da alcuni anni scrive musica per immagini, collaborando con prestigiose istituzioni culturali, registi e documentaristi di fama internazionale. Il suo percorso ha anche visto la pubblicazione di un CD (“WSK The Series”, tratto dall’omonimo lavoro cinematografico) che ha dato vita a WSK Music Experience, un evento emozionante in cui sono alternate proiezioni e interviste col gran finale del concerto live. Scopri qui Wsk Music Experience.

Guarda il live Concert di Salvo Ferrara a Palazzo Sambuca: 

Salvo intende e vive la musica come strumento per la condivisione di esperienze che diano luogo a progetti culturalmente innovativi, grazie al valore aggiunto dato dall’incontro fra creativi che operano in contesti artisticamente diversi. Scopri qui le sue colonne sonore.

Ascolta Stories of timeless women” per la MuseumWeek 2016

Guarda l’intervista di Salvo Ferrara su Rai3: 

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Selinunte: music from the myths Museo Archeologico “Antonino Salinas” Palermo Salvo Ferrara


"Passione e impeto" per Palermo Classica winter: Rachmaninov, Tchaikovsky, Liszt

PALERMO CLASSICA winter

PASSIONE E IMPETO | Rachmaninov  Tchaikovsky  Liszt

Domenica 10 febbraio | Ilya Maximov

Palermo Classica winter Ilya Maximov
Julia Wesely
Piano solista a Palermo Classica con un giovane virtuoso russo che ha già al suo attivo la vittoria al prestigioso concorso Viotti.

Ilya Maximov si esibirà infatti domenica prossima (10 febbraio), alle 19 all’ex oratorio di San Mattia ai Crociferi, nel cuore della Kalsa. Maximov – che ha vinto una delle più prestigiose competizioni pianistiche al mondo, il concorso pianistico internazionale G.B. Viotti di Vercelli - si dedicherà a  Liszt e Rachmaninov. Il concerto si aprirà con i vagheggiamenti nostalgici di Liszt, che trae spunto dal mal du vivre e dai tormenti interiori del giovane Oberman, protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore francese Senancour. I pensieri diventano preghiera, e Liszt usa la musica per rievocare la tragica scomparsa di tre amici, sulle note dei “Funérailles”. Nella seconda parte del concerto, il giovane pianista russo si cala nei toni scuri e vigorosi di Rachmaninov e nella grande “Sonata Op. 36 No. 2”Biglietto: 14,50 euro.

 

Il concerto

 

F. Liszt

 Anni di Pellegrinaggio, Primo Anno, Svizzera, S. 160:

No. 6 "Valle d' Obermann"

Armonie Poetiche e Religiose III, S 173:

No. 7 "Funerali"

 

S. Rachmaninov

Quadri-Studio Op. 33:

No. 4 in Re Minore – Moderato

No. 8 in Sol Minore – Moderato

Sonata Op. 36 No. 2 (Ed. 1931)

I. Allegro agitato – Meno mosso

II. Non allegro – Lento – Più mosso

III. Allegro molto – Poco meno mosso – Presto 

 

Ilya Maximov copre un vasto repertorio che va dai primi classici ai compositori moderni, ma la musica per pianoforte russa ha sempre avuto un posto speciale nella sua carriera concertistica. Ha suonato nelle più importanti sale da concerto e festival in Europa, Asia e America; si è esibito alla Carnegie Hall di New York, alla Chamber Hall of Berlin Philharmonie, al Concertgebouw ad Amsterdam, al Palau de la Música a Barcellona e a quello di Valencia, alla Real Academia de Bellas Artes a Madrid, alla Salle Cortot a Parigi, a Osaka e Tokyo, Singapore, L'Avana. Si esibisce regolarmente come solista e con diverse orchestre come la Royal Scottish National Orchestra, il Teatro Carlo Felice Orchestra, la Wuhan Symphonic Orchestra, la Singapore Youth Symphonic Orchestra, l'Orchestra Simfònica del Valles, l'orchestra sinfonica dello stato degli Urali, l'Havana National Symphonic Orchestra, l'Hilton Head Symphony Orchestra. Ha collaborato con direttori come Justus Franz, James P Liu, Misha Katz, Dmitry Yablonsky, Darrell Ang e James Ross. Ilya Maximov si è diplomato al Conservatorio Superior del Liceu di Barcellona, al Royal College of Music di Londra e alla Universitat Mozarteum di Salisburgo (dove oggi isnegna), e ha studiato con famosi pianisti e pedagoghi come Stanislav Pochekin, Dmitri Alexeev e Pavel Gililov. www.ilyamaximov.com

 

PROSSIMI CONCERTI. Il prossimo appuntamento di Palermo Classica uscirà dal ciclo abituale e sarà un vero esperimento: venerdì 15 febbraio alle 21, la cantante Giuliana Di Liberto affronterà brani  rock - dai Pink Floyd ai Coldplay, dai Radiohead a Sting, dai Queen ai Muse, fino a David Bowie – accompagnata da quintetto d’archi e pianoforte.Domenica 17 febbraio, alle 19, si ritorna al pianoforte solista con l’italiano Andrea Padova – indicato nel 2008 dalla rivista Insound come “una delle figure più interessanti del panorama pianistico contemporaneo - pronto a misurarsi con le trascrizioni di Liszt da Wagner e Verdi.

I biglietti (da 8 a 14,50 euro; abbonamenti da 50 euro) si acquistano presso l'Accademia Palermo Classica in via Paolo Paternostro, 94; online sul circuito CiaoTickets.com; la sera stessa del concerto alla chiesa di San Mattia dei Crociferi. Info: 091.332208 | 366.4226337 | www.palermoclassica.it.

 Testo e immagini da Ufficio stampa Palermo Classica


pietra piuma silenzio Giornata della memoria Giorno della memoria

La pietra e la piuma. Noterelle ondivaghe sul tema del silenzio

Dove le parole finiscono

inizia la musica.

Heinrich Heine

La pietra e la piuma.

Noterelle ondivaghe sul tema del silenzio.

Divagazioni disorganiche e incoerenti da leggere a bassa voce.

Di fronte al candore lattiginoso di questa pagina bianca provo un certo sgomento. Mi accingo a scrivere parole - nere, fitte, rassicuranti - per lasciare un segno, una traccia, un’ombra. Lo spazio bianco è silenzioso e gelido, non invita ad entrare ma a restare sulla soglia. Attendere un tempo infinito. Desistere. Arretrare arrendevolmente di fronte all’impossibilità di coglierne pienamente il senso. Nel mio immaginario cromatico, l’inferno è una stanza vuota, le pareti bianche, le finestre cieche. Impossibile uscire, impossibile pensare, impossibile respirare. Il bianco mi paralizza. È una cicatrice, uno squarcio che non si rimargina e resta lì, a urlare in silenzio il suo candore. È uno spazio apparentemente innocente, come la neve che occulta il sangue rappreso sotto la sua coltre avvolgente. Come le foreste, che crescono indifferenti, affondando le radici nel marcio delle ossa. Che fine fa il bianco quando si scioglie la neve?

Campo di concentramento di Dachau, Kommandatur. Foto di Michael RoseCC BY-SA 3.0

C’era il sole quella mattina di luglio a Dachau. Un sole abbacinante che tingeva di oro i sassi del piazzale del campo. Tanti piccoli sassolini rotondi che rilucevano come coriandoli, riflettendo bagliori blasfemi. Un chiacchiericcio in sottofondo, risate mostruose di scolaresche in gita, telefonini per scattare fotografie di gruppo. Un cielo azzurro senza vergogna. Un campo di sterminio è un luogo paradossalmente affascinante. Immerso nel silenzio, abbracciato dai boschi. Costruito con criteri razionali, quasi armoniosi. Non c’è niente fuori posto, ogni cosa ha la sua funzione, logica e aberrante al tempo stesso. Ciascun elemento architettonico esprime austerità e rigore. A dominare l’immaginario geometrico il parallelepipedo: baracche, uffici, lunghi viali tra un blocco e l’altro. Le camere a gas sono defilate, per non rovinare il paesaggio con l’opprimente sentore di morte misto al puzzo di veleno per topi. I forni nelle immediate adiacenze, per velocizzare la metamorfosi in cenere. Ordine, disciplina, nessuna stortura evidente. Se non fosse per quel tacito e immane sfregio che aleggia silenzioso sulle nostre coscienze e che fatichiamo ad accantonare perché non appartiene più, ormai, solo al passato. Ritorna, riemerge, galleggia. Ma nessuno ha il coraggio di chiamarlo col suo nome. Perifrasi, lunghi giri di parole per evitare quelle giuste, quelle vere, quelle che feriscono come schegge di vetro conficcate nella carne. È il pudore degli spettatori, dei sopravvissuti, degli ignari eredi di colpe altrui.

"Grave of many thousand unknown." Foto di Alexandre GilbertCC BY-SA 4.0

Le parole sono pietre. Concrete, materiche, pesanti. Talvolta aguzze. Nella loro scabra nudità esprimono un potenziale abnorme, sottinteso nello scarto tra significante e significato, che si traduce in atto quando sono chiamate a creare, o ricreare, il mondo. Ma anche le pietre hanno un limite. Il loro peso è di ostacolo al volo. Si affacciano sulla soglia dello spazio bianco e restano sospese, immobili. Avvizziscono in attesa di un senso, che si sfilaccia sempre più di fronte all’esperienza estrema del male. Eppure innumerevoli sono le testimonianze che hanno descritto il lager, restituendoci il suo orrore senza fine in modo che potesse concretizzarsi ai nostri occhi per non dimenticare. Parole comuni, nude, secche come rami. Parole quotidiane, non particolarmente alate né leggere, radunate insieme per raccontare l’indicibile. Senza orpelli, senza infingimenti. Parole-corpi, parole-cadaveri. Parole morte che implorano memoria. Ma la memoria è labile e il tempo ingoia ogni cosa in un enorme sbadiglio universale.

A che servono più le parole? Feticci dell’intelletto, macerie della coscienza. Detriti trascinati via dalla corrente. Lingua spezzata quella che non può più infrangere il silenzio, violare il biancore di un foglio immacolato. Lingua che si muta in suono, che si appropria di un altro codice, di un altro alfabeto, di nuovi segni per colmare la voragine. Musica che, sola, valica lo spazio bianco tentando una ricomposizione del mondo. E se le parole si sono spogliate delle loro vesti più lussuose, rinunciando ad effetti speciali e a parrucche audaci, anche il linguaggio musicale si converte ad un regime di austerità sostanziale e formale, abbandonando un sentiero melodico ormai abusato e percorrendo strade secondarie, sterrate e irte di vicoli ciechi. I due blocchi etico-musicali rilevati da Adorno nella Filosofia della musica moderna non sono che la semplificazione (apparente) di ciò che resta dell’arte dopo lo squarcio mostruoso della seconda guerra mondiale. Auschwitz rappresenta il punto di non ritorno, ma anche il punto di partenza per una nuova sperimentazione dagli esiti assolutamente inattesi. Due mondi distinti, Strawinsky e Schöenberg: da un lato l’universo sonoro totalitario che schiaccia e reprime l’individuo, limitando le sue libertà, dall’altro la solitudine dell’uomo inerme che deve confrontarsi con “tutta la tenebra e la colpa del mondo”. E nel mezzo, un linguaggio musicale che risorge dalle sue stesse ceneri e crea nuove combinazioni, nuove possibilità. Si fa largo la deframmentazione melodica, l’uso della dissonanza sospesa, irrisolta; l’incedere seriale, la variazione ritmica, l’estremizzazione degli effetti dinamici. Ogni elemento strutturale esprime l’esigenza di ricostruzione, la ricerca di un equilibrio perduto che non potrà mai essere ritrovato e di cui, nel mondo dei sopravvissuti alla Storia, non resta che qualche traccia luminosa e minima da utilizzare come portafortuna.

Invito alla prima del Quatuor pour la fin du Temps, realizzato da un detenuto dello Stalag di Görlitz. Foto di Badinguet 42CC BY-SA 4.0

Lo spazio bianco è il silenzio di una pagina vuota, di una pausa di semibreve su cui aleggia un punto coronato. Sospensione ad libitum, senza fine. Silenzio denso di presagi e di occasioni perdute, di omissioni e pudori. Silenzio che è bocca spalancata avida di sangue. Ma anche bocca ammutolita di fronte alla possibilità, pur remota, di redenzione. La sequenza del Quatuor pour la fin du Temps di Olivier Messiaen appare dominata da un’idea sinestetica in cui si fa labile il confine tra suono e colore, luce e riflesso. Scandita in otto episodi musicali, che ripercorrono le tappe di un viaggio metafisico verso altezze siderali, si apre con la liturgia del cristallo: «Entre 3 et 4 heures du matin, le réveil des oiseaux: un merle ou un rossignol soliste improvise, entouré de poussières sonores, d’un halo de trilles perdus très haut dans les arbres. Transposez cela sur le plan religieux: vous aurez le silence harmonieux du ciel»1. Improvvisi bagliori luminosi, piume leggere che si librano in volo, un senso di leggerezza che si proietta verso il cielo. Suoni trasparenti, impalpabili, che scivolano tra le dita, oltrepassando i limiti della battuta, irrefrenabili, liquidi. Il ritmo sincopato, singhiozzante, tenuto a bada dal pianoforte sorregge il canto del violoncello, che si intreccia disarmonico con il violino e il clarinetto. Quartetto anomalo di destini che si incrociano nello Stalag VIII A di Görlitz, dove nel 1941, davanti a un pubblico di prigionieri del campo di lavoro, si tiene la prima esecuzione dell’opera, rielaborata e in parte composta durante la prigionia e adattata all’organico disponibile. La Préface di Messiaen contiene numerosissime indicazioni: scelte stilistiche, musicali, filosofiche, teologiche; citazioni a cui l’autore si è ispirato nel comporre e progettare la struttura dell’opera. Ciò che colpisce è la presenza di indicazioni cromatiche, visive, immaginifiche ben lontane dalla mera disquisizione tecnico-compositiva. Ancora una volta ritorna l’immagine della pietra, con la sua concretezza materica. «Musique de pierre, formidable granit sonore; irrésistible mouvement d’acier, d’énormes blocs de fureur pourpre, d’ivresse glacée»2. Il suono prende forma di acciaio, di granito, di ghiaccio. Il furore si colora di rosso vivo, il canto si eleva ad altezze inimmaginabili: il clarinetto, l’uomo che cerca il suo paradiso, si invola; il pianoforte tenta invano di bloccarne l’ascesa, gli archi si tendono nello sforzo di sfuggire alla tirannia del ritmo incalzante che straripa, inonda, travolge. E ancora gli uccelli, con le loro piume leggere, traccia infinitesimale, frammento di vetro trasparente. Ma c’è qualcosa di più potente della musica ed è l’assenza, l’anello che non tiene, la tessera mancante che non permette di completare il mosaico: quello che emerge dall’analisi della partitura è la sua struttura lipogrammatica. Ci sono note che non vengono suonate mai, neppure mai scritte. Una contrainte metaforica, determinata dalla contingenza (nel campo mancavano determinate chiavi e c’era penuria di corde per cui gli strumenti erano necessariamente ‘monchi’), che diviene emblema del mondo contemporaneo. Il lipogramma è qualcosa di perduto, mancante, assente. È la cicatrice, il buco, la voragine. È il silenzio bianco di una pagina su cui nessuno ha ancora osato scrivere.

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Foto di cocoparisienne

1 O. Messiaen, Préface au Quatuor pour la fin du temps, 1941. «Tra le tre e le quattro del mattino, il risveglio degli uccelli: un merlo o un usignolo solista improvvisa, circondato da polveri sonore, da un alone di trilli perduti tra le alte fronde degli alberi. Spostandosi sul piano religioso si otterrà il silenzio armonioso del cielo». (traduzione mia).

2 Ivi, «Musica di pietra, formidabile granito sonoro; irresistibile movimento d’acciaio, di enormi blocchi di furore porpora, di ebbrezza ghiacciata». (traduzione mia).


Iniziative a Milano per il Giorno della memoria

Milano è memoria

Pietre d’inciampo, performance teatrali e momenti di studio, in occasione del Giorno della memoria

In piazza Beccaria il ricordo del vigile Vacchini. Scavuzzo: “Raccontiamo la storia di chi ha scelto di opporsi all'odio e alla violenza in uno dei momenti più duri attraversati dal nostro Paese”. Domenica bandiere a mezz’asta.

Milano, 25 gennaio 2019 – Luigi Vacchini. È il ghisa milanese assassinato nel lager nazista di Ebensee, Austria, il primo aprile del ’44. A lui è dedicata la pietra d’inciampo di piazza Beccaria 19, davanti al Comando della Polizia locale di Milano, la cui cerimonia di posa si è tenuta oggi alla presenza della vicesindaco Anna Scavuzzo, del comandante della Polizia locale Marco Ciacci, dell'artista Gunter Demnig e della senatrice a vita Liliana Segre.

Un momento che rientra tra gli eventi di “Milano è memoria”, la piattaforma degli appuntamenti sulla memoria del Comune di Milano, che quest’anno conta quattro progetti sulla memoria: trenta nuove Pietre d’inciampo in memoria dei cittadini milanesi uccisi nei campi di sterminio nazisti, la cui posa è iniziata ieri e proseguirà nei prossimi giorni; il progetto Free, FREE - Non c’è futuro senza memoria | no FutuRE without RemembrancE, che verrà inaugurato domani, sabato 26 gennaio (n.d.r. oggi), dalle 16 in Darsena alla presenza della vicesindaco Scavuzzo, con l’installazione di una grande bolla all’interno della quale si terranno reading e performance teatrali; il palinsesto di appuntamenti del 27 gennaio, Giorno della memoria e infine il ciclo di tre incontri organizzati da Comune di Milano e Università degli Studi di Milano dal titolo “Milano 1919: il tempo dello sbandamento e la nascita del Fascismo”.

“Le iniziative di Milano è memoria e le trenta pietre d’inciampo che posiamo quest'anno – ha detto la vicesindaco Anna Scavuzzo - sono parte di un percorso importante che ricorda e racconta la storia di persone che hanno scelto di opporsi all'odio e alla violenza in uno dei momenti più duri attraversati dal nostro Paese, persone che hanno fatto la differenza opponendosi all'indifferenza e affermando con coraggio il rispetto per la dignità umana. Oggi al Comando della Polizia locale ricordiamo un collega, il vigile Luigi Vacchini, a cui rendiamo omaggio per la scelta che ha compiuto, per l'esempio che ha dato e per i valori che continuiamo a fare nostri nel lavoro e nella vita di ogni giorno”.

Domenica 27 gennaio, Giorno della memoria, le bandiere europea, italiana e la bandiera del Comune di Milano saranno esposte a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici della città, in omaggio alle vittime dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Da oggi al 29 gennaio sul Geoportale del Comune sarà possibile vedere la mappa del censimento degli ebrei a Milano del 1938, oggetto di un recente ritrovamento presso la Cittadella degli archivi del Comune di Milano e di una mostra in Triennale.

La posa della Pietra d’Inciampo dedicata al vigile Luigi Vacchini

Come da Comune di Milano.

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Palazzina Liberty in musica

Speciale "Giorno della memoria", 27 gennaio 2019

Milano, 23 gennaio 2019 – Palazzina Liberty in musica celebra il Giorno della memoria, domenica 27 gennaio 2019, con due concerti tematici e un incontro aperto al pubblico. Il programma si aprirà alle ore 10:45 con “Le signore dell’orchestra. Memorie di una musicista ad Auschwitz”, concerto-spettacolo interamente al femminile a cura di Milano classica e Associazione culturale Le cameriste ambrosiane in collaborazione con Equivoci musicali; interpreti il mezzosoprano Rachel O’ Brien e Le cameriste ambrosiane, accompagnate dalla voce recitante di Silvia Giulia Mendola.

Protagonista della narrazione in musica è l’Orchestra femminile di Auschwitz, l’ensemble di 47 donne deportate, creato nel 1943 ad Auschwitz-Birkenau per ordine delle SS; le deportate avevano il compito di intrattenere gli ufficiali nazisti, accogliere i nuovi prigionieri e accompagnare le detenute al lavoro.

Al cuore della trama è il vissuto di due straordinarie signore dell’orchestra: la direttrice Alma Rosè (1906 – 1944), violinista austriaca di origine ebraica, nipote di Gustav Mahler, deceduta nel campo per malattia, e Fania Fénélon (1908 – 1983), pseudonimo di Fanja Goldstein, pianista, compositrice e cantante di cabaret, nata in Francia da padre ebreo e miracolosamente sopravvissuta fino alla liberazione nel campo di Bergen-Belsen nel 1945, realizzando così il sogno di “sopravvivere e ricordare per far sapere al mondo”.

Come da Comune di Milano.