"Pompei. Eros e Mito": a novembre la grande arte al cinema

Tra i settori più colpiti dalla pandemia si trova senza dubbio il cinema: a seguito della chiusura delle sale e il blocco delle produzioni, l’intero comparto versa da mesi in una situazione di stallo. Per questo motivo, l’annuncio della ripartenza de la grande arte al cinema di Nexo Digital ha un’importanza particolare.

Tra gli appuntamenti in programma, emergenza COVID-19 permettendo, il 9, 10 e 11 novembre sarà al cinema il docu-film "Pompei. Eros e Mito".

Prodotta da Sky, Ballandi e Nexo Digital per la regia di Pappi Corsicato, la pellicola analizza i miti, le leggende ed i segreti della città con una narratrice d’eccezione: Isabella Rossellini. La sua voce accompagnerà il pubblico fra le leggende e i personaggi che hanno segnato la fama del sito campano: l’amore fra Bacco e Arianna, le lotte dei gladiatori e il rapporto mitologico fra Leda e il Cigno, storie che hanno ispirato e influenzato artisti quali Pablo Picasso e Mozart.

Pompei. Eros e mito
Leda e il Cigno. Foto Parco Archeologico di Pompei

Uno dei siti più noti del territorio partenopeo, il Parco Archeologico di Pompei è solitamente meta di numerosi turisti, provenienti da tutto il mondo, affascinati ed incuriositi dalle bellezze storiche ed archeologiche conservate nel Parco; proprio questa consapevolezza è alla base della scelta di rendere Pompei protagonista di un docu-film.

La programmazione Nexo Digital prevede, inoltre, titoli quali “Una Notte al Louvre. Leonardo da Vinci” a settembre, un tour notturno attraverso la mostra dedicata a Leonardo da Vinci, che ha chiuso lo scorso febbraio; “Maledetto Modigliani” ad ottobre, diretto da Valeria Parisi e scritto con Arianna Marelli su soggetto di Didi Gnocchi, in occasione del centenario dalla scomparsa di Amedeo Modigliani; “Raffaello. Il Giovane Prodigio”, nelle sale a dicembre, che si propone di raccontare l’artista urbinate a partire dai suoi straordinari ritratti femminili: la madre, l’amante, la committente, la dea.

Tutti i titoli proposti dalla grande arte al cinema sono disponibili anche per speciali matinée al cinema dedicate alle scuole; per prenotazioni: Maria Chiara Buongiorno, [email protected], tel. 02 805 1633.


Osanna nuovo Direttore Generale Musei

Musei, Franceschini: il nuovo direttore generale Musei sarà Massimo Osanna, l’uomo che ha cambiato l’immagine di Pompei nel Mondo
Sarà Massimo Osanna il nuovo direttore generale dei musei dello Stato. Lo ha deciso il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini al termine della procedura di interpello avviata a inizio giugno dal Mibact per il conferimento dell’incarico apicale della direzione generale del ministero che coordina le politiche di gestione, fruizione e comunicazione dei musei statali, garantisce lo sviluppo del sistema museale e un’offerta culturale accessibile e di qualità.
Massimo Osanna. Foto: Alessandra Randazzo
“Un incarico prestigioso con una forte proiezione internazionale” ha sottolineato Franceschini ringraziando l’uscente Antonio Lampis “per l’impegno e la professionalità dimostrata in questi anni”.
“Massimo Osanna - ha aggiunto Franceschini - ha cambiato il volto di Pompei che, grazie al suo lavoro, è diventato un modello gestionale e un punto di riferimento internazionale: una storia di riscatto che ci rende orgogliosi. L’esperienza e la professionalità di Osanna serviranno adesso a rinnovare l’intero sistema museale nazionale e a traghettarlo nel futuro”.
Massimo Osanna, professore ordinario di archeologia alla Università Federico II di Napoli, prenderà servizio alla Direzione generale Musei del Mibact il primo di settembre 2020.
“Il nuovo direttore del Parco archeologico di Pompei - ha annunciato Franceschini - verrà scelto con la procedura internazionale di selezione che dal 2014 ha consentito di scegliere i migliori, esclusivamente in base al curriculum, in Italia e nel mondo, per le direzioni dei più grandi musei e parchi archeologici italiani”.
Testo dall'Ufficio Stampa e Comunicazione Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo
lL DIRETTORE MASSIMO OSANNA ALLA DIREZIONE GENERALE DEI MUSEI
Foto courtesy Parco Archeologico di Pompei
Il Direttore del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna dal 1 settembre assumerà l’incarico di Direttore Generale dei Musei, come ufficialmente annunciato dal Ministro Franceschini, subentrando ad Antonio Lampis a chiusura del suo mandato.
 “Sono onorato della scelta del Ministro Franceschini, della stima manifestatami e soprattutto del riconoscimento per l’ attività svolta in questi anni a Pompei. - dichiara il Direttore Osanna -  Un impegno grande che ha alle spalle un importante  lavoro di squadra. Nei mesi a venire proseguiranno regolarmente le attività in corso, saranno portati a termine gli interventi avviati e gli eventi in programma, fino all’arrivo del nuovo direttore. 
Non è mia intenzione abbandonare Pompei, ma anzi continuare a seguirla da un altro punto di vista e soprattutto portare l’esperienza qui maturata anche ad altre realtà: dalla manutenzione programmata raggiunta a Pompei, al ruolo fondamentale della ricerca e delle tecniche del restauro nella tutela, al confronto con i grandi musei internazionali verso  i quali rapportarsi come “sistema”, lavorando sulla valorizzazione,  la comunicazione, la tecnologia  e finanche sulla contaminazione tra arte contemporanea e antico.  Alla Direzione dei Musei  sono chiamato ad una responsabilità ancora più grande nei confronti del patrimonio culturale italiano, che cercherò di adempiere al meglio,  in continuità con l’attività di Antonio Lampis, a cui auguro il meglio per il futuro”
06/26/2019 Pompeii, Italy. Massimo Osanna nella Casa con Giardino, Regio V a Pompeii, 26 Giugno 2019. Foto di Chiara Goia, courtesy Parco Archeologico di Pompei
Testo dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Pompei

Pompei vola a Parigi e racconta i nuovi scavi della Regio V

Pompei oltre Pompei. Grazie ad una collaborazione internazionale tra la Réunion des musées nationaux – Grand Palais e il Parco Archeologico di Pompei, nasce questa nuova interessante mostra che si preannuncia già spettacolare, per esclusivi contenuti in anteprima sulle recenti scoperte nella Regio V e per la modalità immersiva di visita che proietterà lo spettatore in una dimensione quasi realistica nella città vesuviana.

Pompei Grand Palais
Ricostruzione dell'eruzione del Vesuvio. Immagine © GEDEON Programmes

Per realizzare ciò è stata chiamata a collaborare la società GEDEON Programmes, leader francese nel settore dei documentari archeologici e del patrimonio che, utilizzando tecnologie d’avanguardia sul sito, cartografia laser, termografia a infrarossi, fotogrammetria, droni, ha effettuato riprese ad altissima risoluzione e realizzato fedeli riproduzioni in 3D di estrema precisione. Fin dalla sua riscoperta, nel XVIII secolo ad opera degli scavi organizzati da Carlo III di Borbone, Pompei ha affascinato archeologi, artisti, letterati che hanno scritto fiumi d’inchiostro sui “misteri” e segreti della città antica.

Jules-Léon Chifflot, Maison du Centenaire à Pompéi, gouache su carta, 69 cm x 156 cm (1903), Paris, École nationale supérieure des Beaux-Arts. Foto © Beaux-Arts de Paris, Dist. Rmn-Grand Palais / image Beaux-arts de Paris

Ricca, multietnica, popolosa, Pompei è stata al centro del Mediterraneo per traffici e scambi culturali tra diversi popoli, facendo proprie caratteristiche etniche e religiose delle genti che la attraversavano o che vi abitavano. L’arte era fiorente, ne sono testimonianza i bellissimi affreschi conservatesi nelle domus, e l’ombra del Vesuvio era benevola anche per la produttività ma tuttavia, proprio quella fonte ricca e benevola, ha cambiato per sempre le sorti della città romana annientandone la popolazione e conservandone perenne memoria nelle sue fragili rovine.

Via della Fortuna a Pompei. Foto © GEDEON Programmes

Nel corso della sua storia e soprattutto in quella più recente, la città ha attraversato nuovamente una fase di decadenza soprattutto per l’incuria del suo essere più fragile. Nel 2010 il crollo della Schola Armaturarum ha richiamato all’attenzione internazionale la fatiscenza di Pompei, imponendo alla comunità scientifica mondiale l’assoluta necessità di tutelare le rovine più famose al mondo patrimonio UNESCO.

Pompei, la scoperta dell'affresco con Adone e Venere. Foto © GEDEON Programmes

Nasce così il Grande Progetto Pompei per la messa in sicurezza e il restauro del sito, associato, negli ultimi anni, a scoperte importanti  nel sito archeologico. Proprio queste scoperte e i reperti associati provenienti dalla Regio V, esposti in esclusiva per il pubblico francese, sono testimonianza della grande attività di scavo e ricerca che ha caratterizzato gli ultimi anni a Pompei e che hanno rilevato ambienti ed edifici ancora inediti e ricchi di nuovi dati.

https://www.facebook.com/pompeiisoprintendenza/videos/1033505163755096/?epa=SEARCH_BOX

 

Ed è grazie all’esperienza digitale che i visitatori potranno entrare nel vivo della città, ammirare vie, vedere i ricchi affreschi e rivivere la freneticità dei luoghi più famosi di Pompei. Al centro del percorso, inoltre, un dispositivo inviterà il visitatore ad entrare nel cuore del dramma che distrusse la città nel 79 d.C. e la rese famosa nella storia.

Ricostruzione © GEDEON Programmes

L’eruzione  del Vesuvio ha distrutto Pompei e ha distrutto vite e la città costituisce oggi un tesoro archeologico unico al mondo per bellezza e importanza di informazioni sullo stile di vita di un sito di epoca romana più vivo che mai.

Pompei Grand Palais
La locandina della mostra. Immagine © Affiche de la Réunion des musées nationaux-Grand Palais, 2020 © GEDEON Programmes

Informazioni sulla mostra Pompei al Grand Palais: https://www.grandpalais.fr/en/event/pompeii

Pompei Grand Palais
Vénus sul suo carro trainato da elefanti, affresco del I° secolo a. C., 151 x 196 cm. Pompei, Officina dei Feltrai (IX 7, 5). Foto © Parco Archeologico di Pompei, Amedeo Benestante

Nasce l'ufficio Fundraising del Parco Archeologico di Pompei

Ripartire dalla cultura per rilanciare l’economia è di fatto la sfida sottesa nell’avvio del nascente Ufficio Fundraising del Parco archeologico di Pompei, che costituirà il riferimento per tutte le attività di fundraising e di sponsoring  e  per tutti quei soggetti privati che intendano instaurare una relazione con il Parco archeologico.

Finora  sono state messe in campo alcune attività di finanziamento, frutto di interesse da parte di privati affascinati da Pompei  e desiderosi di avere una parte nel mondo della cultura, ma ci sono stati anche casi specifici di  imprese che hanno chiesto di sponsorizzare attività di restauro e di valorizzazione di luoghi, in linea con la loro mission e la loro identità.

Courtesy Pompei Parco Archeologico

Da oggi, per tutti i soggetti interessati a sostenere le attività del Parco - finalizzate al recupero,  restauro, manutenzione programmata, gestione, apertura alla pubblica fruizione e valorizzazione di beni culturali immobili - sarà più facile interloquire e instaurare immediatamente un dialogo, al fine di  attivare le differenti forme di collaborazione tra Pubblica Amministrazione e Imprese. L’Ufficio Fundraising ha lo scopo di raccogliere idee e proposte, studiare e progettare attività, in sinergia con i mecenati culturali.

Per un primo approccio, tutte le informazioni di base e i contatti saranno consultabili sul sito www.pompeiisites.org nella pagina Ufficio Fundraising/ Mecenati a Pompei divisa nelle sezioni: Fundraising, Art Bonus e Sponsor Art.

La legge 106/2014, contenente la misura Art Bonus, ha dato una significativa spinta alle elargizioni liberali sia da parte di imprese che di persone fisiche. Un passo avanti è stato fatto poi dal Codice dei Contratti Pubblici, D. Lgs. 50/2016 che ha semplificato notevolmente le procedure per i contratti di sponsorizzazione, determinando processi più snelli e più veloci, soprattutto incentivando il ricorso del privato. In aggiunta  la Direttiva del Mibact del 2016 che regolamenta i contratti di sponsorizzazione e le forme speciali di partenariato pubblico-privato, ha dettato indirizzi precisi da adottare nel rapporti che si configurano con i soggetti privati.

Sarà dunque possibile  scegliere di partecipare alla raccolta fondi contattando immediatamente il Parco attraverso la pagina web Fundraising,  oppure mediante la piattaforma Art Bonus (Art Bonus è un credito di imposta di cui potrà beneficiare chi effettuerà elargizioni liberali in denaro a sostegno di tutte le attività svolte dal Parco Archeologico di Pompei. Tale credito viene riconosciuto ai soggetti titolari di reddito di impresa, alle persone fisiche e agli enti non commerciali.) dove  di volta in volta saranno caricati  gli interventi progettati dal Parco.

La sezione Sponsor Art contiene, invece, le pagine dedicate alle sponsorizzazioni e alle partnership. Una peculiarità di questa sezione è che i lavori in fase di progettazione verranno resi noti in anticipo nella pagina Anteprima , prima ancora di essere pubblicati mediante Avviso di Sponsorizzazione, per consentire all’esterno di avere un quadro di insieme dei progetti che andranno a sponsorizzazione.

La vera novità è rappresentata dalla pagina Proposte di Sponsorizzazione culturale, attivabili mediante forme speciali di partenariato con enti, organismi pubblici e con soggetti privati, .Gli sponsor avranno  l’opportunità di proporre dei progetti, la cui fattibilità sarà valutata dal personale tecnico del Parco e qualora ammissibili, saranno soggetti a contrattazione.

Sarà data possibilità di costruire insieme  al Parco la proposta beneficiaria. Oltre ai benefici, genericamente previsti nell’ambito di un contratto di sponsorizzazione, quali la visibilità del logo su materiale editoriale e web, o per esempio visite speciali organizzate per il benefattore, gli sponsor avranno una pagina del nostro sito interamente dedicata a loro. Saranno previsti eventi dedicati e organizzati con e per lo sponsor.

“ Si può ripartire dalla cultura per fare economia e rilanciare la propria identità di  impresa – dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna -  oggi più che mai dopo un periodo di arresto totale di tante attività, che hanno bisogno di rimettersi in moto con slancio rinnovato e riposizionarsi. Con la cultura non è possibile monetizzare e quantificare le ricadute, ma l’arte genera valore e innovazione. Il Ministro Franceschini aveva già in passato aperto le porte al fundraising istituendo l’Art bonus e indicando che nel management delle istituzioni culturali il fundraising, il marketing e la comunicazione dovessero avere un ruolo centrale. Oggi tocca ai singoli musei e istituzioni attivarsi per rendere concrete e fattibili queste iniziative di collaborazione pubblico – privato, mettendo in campo tutte le proprie risorse e competenze professionali”

 INFO: [email protected]beniculturali.it

 


Pompei e il solstizio d'estate: orientamento urbano e astronomico

POMPEI E IL SOLSTIZIO D’ESTATE

Orientamento urbano e orientamento astronomico

Il solstizio d'estate a Pompei. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il solstizio d’estate (dal latino solstĭtĭum, sōl, «Sole»,e sistĕre, «fermarsi») è il primo giorno estivo e quello più lungo dell’intero anno.

Già agli inizi del secolo scorso, l’antiquaria e la ricerca archeologica hanno indagato sull’orientamento urbano di Pompei e sul suo rapporto con gli orientamenti astronomici e il sole. Nell’ambito del più ampio programma di studi sulle città campane, il corso di dottorato del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università della Campania unendo astronomia e archeologia e muovendo da dati scientifici, indaga gli impianti urbanistici antichi, da Capua a Calatia a Sorrento.

Pompei solstizio estate
Le immagini da Pompei. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il Parco Archeologico di Pompei ha aperto le porte poco prima dell’alba al piccolo gruppo di studiosi composto da Carlo Rescigno, Michele Silani, Carmela Capaldi e Ilaria De Cristofaro. Documentando la città si è festeggiato il solstizio di estate in una Pompei rischiarata dalle prime luci dell’alba, immersi nella storia e nelle sue tante possibilità di conoscenza.

Pompei solstizio estate
Le immagini da Pompei. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il sole, nel giorno in cui più a lungo ‘sta’ nel cielo è sorto dalla punta del monte su via di Nola e dell’Abbondanza e da queste strade è stato fotografato nel suo alone accecante. La città di Atena e di Apollo, di Diana e Venere, si racconta anche dalle linee, in apparenza silenti, dei suoi tanti orientamenti.

Pompei solstizio estate
Il solstizio d'estate a Pompei. Foto Parco Archeologico di Pompei

Testo e foto del solstizio d’estate (21/06/2020) a Pompei - Orientamento urbano e orientamento astronomico - dall'Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei - presso Antiquarium Boscoreale

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Le immagini da Pompei. Foto Parco Archeologico di Pompei

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I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

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Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

barbari
Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

Bibliografia

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E. Sestan, Stato e nazione nell’Alto Medioevo. Ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, Napoli 1952.

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F. Stok, Fisiognomia e carattere delle popolazioni nordiche e germaniche nella cultura dell’eta romana, in Cultura classica e cultura germanica settentrionale. Atti del Convegno Internazionale di Studi. Universita di Macerata, Facolta di Lettere e Filosofia. Macerata-San Severino Marche, 2-4 maggio 1985, a cura di P. Janni, D. Poli e C. Santini, (Quaderni Linguistici e Filologici III, 1985 – Universita di Macerata), Macerata 1985, pp. 65-111.

H. Wolfram, Storia dei Goti, Roma 1985 (edizione italiana rivista e ampliata dall’autore a cura di M. Cesa sull’originale tedesco Geschichte der Goten, Munchen 1979).

H. Wolfram, The Roman Empire and its Germanic Peoples, Berkeley-Los Angeles-London 2005 (originally published as Das Reich und die Germanen, Berlin 1990, transl. by Th. Dunlap).

1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


Etruschi e il MANN. Una mostra imperdibile sulla storia etrusca della Campania

C'è attesa per la nuova mostra al Museo Archeologico di Napoli dedicata agli Etruschi. Rimandata a causa dell'emergenza sanitaria che ha visto la chiusura di siti e musei italiani, la mostra "Etruschi e il MANN aprirà finalmente i battenti al Museo Archeologico di Napoli il 12 giugno 2020 ( l'inaugurazione era prevista per il 17 marzo) e sarà un’occasione imperdibile per approfondire la storia etrusca della regione e di alcuni centri fortemente influenzati da questo antico popolo. L’esposizione, che abbraccerà un arco cronologico ampio che va dal X al IV secolo a.C. indagherà sulla scoperta e sulla storia di una Etruria Campana, idea che fino alla fine dell’Ottocento, pur attestata da molteplici fonti letterarie è stata rifiutata fino a quando l’archeologia ha mostrato interessanti dati anche sulla fondazione etrusca di Pompei.

Statuetta di offerente togato
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 5534
Bronzo
Alt. cm 24
600 a.C. ca.
Dall’isola d’Elba (collezioni borboniche)

Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era abitata da genti di provenienza diversa che si differenziavano dal punto di vista dell’ethnos, della lingua e per cultura. Tre erano i grandi gruppi linguistici: una lingua italica, l’osco e due lingue straniere: greco ed etrusco. Le relazioni tra comunità favorirono la creazione di culture ibride ma contribuirono anche all’inasprirsi dei conflitti armati per il possesso di terre ed il controllo del mare. Intorno al 700 a.C. in quell’epoca definita orientalizzante per i continui scambi con i porti del Mediterraneo orientale, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da potenti èlite aristocratiche che si facevano realizzare tombe sfarzose secondo una moda diffusa tanto in Etruria quanto nei centri campani etruschizzati di Capua e Pontecagnano.

Stamnos a figure rosse
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 81884
Ceramica a figure rosse
Alt. cm 36; diam. orlo cm 21
IV sec. a.C.
Da Ruvo (acquisto Gargiulo)

Nel VII secolo, la Campania, grazie alla maggiore richiesta di vino, olio e prodotti di lusso da parte dell’èlite occidentale, si ritrovò inserita sulle rotte del commercio arcaico. La costa si riempì di insediamenti che si trovavano lungo le rotte e prendevano parte ai vari commerci. Sull’isola di Ischia, precisamente nel villaggio di Punta Chiarito, diverse erano le coltivazioni di vino e qui arrivavano prodotti greci, campani ed etruschi in senso stretto.

Le famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire in modo misto e la fine del secolo vide fiorire anche la nascita di una nuova èlite media che si sviluppò tanto nei centri etruschi di Capua e Pontecagnano che a Cales nel nord della Campania e a Stabiae nella valle del Sarno. La cultura materiale si standardizza. Nascono botteghe di qualità ordinaria che producono bucchero nero etrusco e ceramica etrusco-corinzia di imitazione. Questo è il contesto in cui Pompei si trova e questo è il contesto in cui altre città vengono fondate pressappoco contemporaneamente.

Etruschi MANN
Oinochoe in bucchero pesante
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Inv. 114275
Ceramica in bucchero
Alt. cm 36; diam. bocca cm 17
Seconda metà del VI sec. a.C.
Da Chiusi (?), acquisto Scognamiglio

Il percorso espositivo, pensato dall’archeologo Valentino Nizzo e promosso dal MANN in collaborazione con Electa, si articolerà in due sezioni. Un focus archeologico sugli Etruschi in Campania in cui sarà approfondita la documentazione relativa alla presenza degli Etruschi nella regione, dal I millennio fino al processo di sannitizzazione del territorio quando dopo le sconfitte di Cuma tra VI e V secolo a.C. il potere  etrusco sul Mediterraneo tramonterà con la nascita di nuovi e più complessi sistemi all’orizzonte.

La seconda sezione, invece, valorizzerà i materiali etruschi presenti al Museo, esterni al territorio campano, ma acquisiti sul mercato collezionistico dal MANN in varie fasi della sua storia. Accanto ad oggetti anche volumi e documenti d’epoca che illustreranno l’evoluzione del pensiero scientifico nel corso del Settecento e fino al Novecento, assieme ai protagonisti che hanno contribuito alla riscoperta di un passato etrusco della Campania.

Etruschi MANN
Carrello cultuale in bronzo
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Senza inv.
Bronzo laminato e fuso
Carrello: alt. (senza coperchio) cm 19,5; diam. ruote cm 5,3 (anteriori) e cm 5,7 (posteriori); bacile: alt. cm 8; diam. orlo cm 12
Fine dell’VIII - inizi del VII sec. a.C.
Provenienza sconosciuta

Ad arricchire l’esposizione un gruppo di materiali dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. L’intero corredo della Tomba Bernardini da Palestrina (675 – 650 a.C.), una delle più importanti e ricche tombe del periodo orientalizzante, epoca di fruttuosi scambi e commerci di lusso nella grande culla del Mediterraneo antico. Un confronto nasce anche con la tomba Artiaco 104, occasionalmente in mostra, in cui il defunto di Cuma, principe tirrenico – orientalizzante rappresenta un caso simbolo per questo periodo ricco. I suoi resti furono deposti in un calderone in argento come gli eroi omerici dell’Iliade: “Mangiava e beveva come un greco, portava abiti e armi etruschi e si comportava da re orientale”.

Seicento i reperti che saranno presentati al pubblico e almeno duecento opere esposte per la prima volta dopo un’attenta campagna di studio e restauro ma soprattutto occasione per addetti ai lavori e non di conoscere la potente storia degli Etruschi e il territorio di loro pertinenza che si estendeva dall’Etruria padana fino a Pontecagnano.

 

Etruschi e il MANN: foto courtesy Uffici Stampa Electa e MANN


Il sito di Pompei pronto alla riapertura. Dal 26 maggio alla scoperta di domus inedite

Dal 26 maggio riapre anche il Parco Archeologico di Pompei con un percorso di visita che rientra nella fase 1 di riapertura che non deluderà gli appassionati visitatori. Tra restrizioni, contingenze e percorsi in sicurezza per evitare assembramenti, il Parco chiarisce cosa sarà possibile visitare e quali percorsi obbligatori bisognerà seguire:

Ingresso unico da Piazza Anfiteatro con possibilità di uscita da Piazza Esedra o Porta Marina o attraverso il Tempio di Venere. Il percorso di visita sarà a senso unico e segnalato con apposita cartellonistica. Sarà possibile passeggiare all’interno dell’Anfiteatro, nel giardino della Palestra grande e nei Praedia di Giulia Felice, ma anche attraversare la necropoli di Porta Nocera, l’Orto dei fuggiaschi, arrivare al quartiere dei teatri e al Foro triangolare. Da via dell’abbondanza, inoltre, si potrà raggiungere il Foro con tutti i suoi edifici pubblici e religiosi, visitare lo spazio esterno delle Terme Stabiane o risalire via Stabiana fino a via del Vesuvio dove ammirare la casa di Leda e il cigno, la domus gli Amorini Dorati e le Terme centrali.

Presso Piazza Anfiteatro sarà disposto dalle 9 alle 13.00 anche un servizio di visite guidate a cura delle Guide della Regione Campania e Nazionali, mentre per i visitatori con difficoltà motoria da Piazza Anfiteatro si potrà seguire il percorso Pompei per Tutti.

Domus Cornelia Peristilio

Siamo lieti di annunciare finalmente la riapertura di Pompei - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna – e di consentire il riavvio delle attività turistiche, che daranno respiro a tante categorie che di cultura e turismo vivono. Le attività di manutenzione, grazie al lavoro dei tanti restauratori, operai e tecnici del Parco, non si sono mai fermate in questo periodo, al fine di garantire la tutela e la salvaguardia del sito ed essere pronti alla ripartenza. Riapriamo nel pieno rispetto della normativa, ma anche con novità che arricchiranno gli itinerari, trasformando le limitazioni di una visita con percorsi contingentati e obbligati, in un’opportunità di approfondimento. Sarà una Pompei da godere senza fretta e con maggiore tranquillità. Inoltre, già nella prima fase sarà possibile attraversare tutta la città, dall’Anfiteatro al Foro, anche con possibilità di seguire un itinerario del verde dei giardini pompeiani. Dai Praedia di Giulia Felice, agli Amorini dorati, alla Casa di Cornelio Rufo, riaperta dopo lungo tempo, ai giardini della Palestra grande e alla stessa necropoli di Porta Nocera o al vigneto dell’orto dei fuggiaschi. La prima fase sarà occasione, soprattutto, per le comunità dell’area vesuviana di tornare in un luogo, Pompei, che più di ogni altro rappresenta l’identità di un territorio e che si trasforma in un vero Parco urbano. Dalla seconda fase speriamo di poter accogliere visitatori da più parti di Italia e riprendere le numerose iniziative in programma, dalle mostre alle riaperture di ulteriori domus restaurate, ma anche di proseguire in maniera spedita con i vari cantieri in corso e avviare i nuovi progetti di scavo.”

Casa degli Amorini Dorati

I fruitori potranno visitare già in queste prime due settimane alcune case dotate di ampi spazi, giardini e una domus assolutamente inedita, quella di Cornelio Rufo con un bel giardino colonnato appena restaurato.

La seconda fase, prevista dal 9 giugno, vedrà poi l'ingresso dalle altre due porte d’accesso al sito quali Porta Marina e Piazza Anfiteatro con la riapertura di ulteriori nuovi spazi inediti della città, sempre con le modalità di sicurezza previste già nella fase di apertura uno.

Palestra: Foto Pier Paolo Metelli

Prezzo agevolato per il biglietto: 5 euro fino all’8 giugno, acquistabile esclusivamente online sulla piattaforma www.ticketone.it. Gli orari di visita saranno i seguenti: 9-19.00 con ultimo ingresso alle ore 17.30 e con un giorno, il lunedì, di chiusura settimanale. Al momento dell’acquisto sarà possibile scegliere la fascia oraria d’ingresso che avverrà per un massimo di 40 persone per volta ogni 15 minuti. Il ticket dovrà essere mostrato all’ingresso, direttamente sullo smartphone o dal tablet (QRcode) o già stampato da casa su carta. Invariate rimarranno le agevolazioni o le gratuità il cui accesso dovrà essere prenotato sempre dal sito online d’acquisto; l’abbonamento Pompei365 sarà prorogato per il numero dei giorni corrispondenti alla chiusura del sito.

Foro di Pompei: Foto Cesare Abbate

I visitatori dovranno rispettare le misure di distanziamento di 1 metro all’aperto e 1,50 al chiuso all’interno del sito e all’esterno e all’arrivo saranno sottoposti a misurazione della temperatura corporea che non dovrà superare i 37.5 gradi, ed indossare obbligatoriamente la mascherina per tutto il percorso. Tutte le informazioni relative alle misure di contenimento, alle modalità di visita e ai percorsi da seguire saranno fornite ai visitatori attraverso appositi monitor presenti agli ingressi e cartellonistica. Saranno garantiti dispenser di gel igienizzante all’ingresso e presso i servizi igienici.

 

 


Pompei. Ecco le due fasi di riapertura del sito archeologico

Il Parco Archeologico di Pompei si prepara alla ripartenza dopo i mesi di lockdown; non più strade vuote ma voglia di tornare ad essere uno dei siti più visitati al mondo. In questi giorni si sta infatti cercando di riorganizzare la riapertura in dialogo con le istituzioni locali quali il Comune di Pompei e il Santuario.

Le proposte saranno vagliate anche con l'ausilio della Polizia e dei Carabinieri per garantire una maggiore sicurezza del sito e per definire le varie fasi operative da attuare nei prossimi mesi. Due le proposte: una prima con partenza da fine maggio e dalla durata di due settimane che prevede la riapertura delle strade antiche del sito archeologico; una seconda, ancora in fase di elaborazione, che vedrà la riapertura di alcune domus con doppio ingresso così da garantire la costante vigilanza degli afflussi e le necessarie misure di distanziamento previste dal Ministero per la tutela dei visitatori e del personale di vigilanza.

Foto: Cesare Abbate

Si sta lavorando in piena sinergia con il territorio e con i vari attori coinvolti, affinché  i visitatori possano quanto prima, nuovamente accedere al sito. - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna-  La prima fase di apertura sulla quale stiamo ragionando, ci consentirà di  valutare la risposta della comunità, che è stata la prima a risentire delle conseguenze della chiusura del sito, in vista poi della fase successiva. Per questo secondo momento , stiamo definendo  percorsi di visita sicuri, ma che possano anche trasformare la visita in un momento di approfondimento, con un’offerta innovativa. Saranno, infatti,  previsti accessi anche ad ambienti e Domus inediti. Oltre alle istituzioni locali e ai sindacati , abbiamo ascoltato le associazioni di categoria turistiche per recepire le loro richieste e andare incontro alle loro esigenze. Ora è importante ripartire per rimettere in moto la macchina organizzativa e soprattutto lanciare un positivo segnale di ripresa, che interesserà non solo direttamente il sito archeologico ma tutto il comparto turistico cittadino e nazionale.”

Particolare attenzione anche all’ingresso nel sito. In questa fase sperimentale si privilegerà l’entrata da Piazza Anfiteatro in quanto più vicina alla città moderna anche per lanciare un segnale alla comunità locale di presenza e voglia di rilancio del sito come Parco Urbano accessibile e fruibile ai cittadini.


Barcola Trieste Asburgica

Barcola, una "Pompei in miniatura" nella Trieste Asburgica

Trieste è una delle città italiane che per qualche ragione ha sempre catturato la mia immaginazione e interesse. Sarà perché diversi personaggi celebri sono legati alla città del nord Adriatico; basti pensare a Richard Francis Burton, Carlo H. De Medici, Umberto Saba, Italo Svevo, Gillo Dorfles, Susanna Tamaro, Claudio Magris e molti altri. Per questa ragione ho voluto scoprire nel dettaglio la ricchezza di Trieste e mi sono avvalso dello splendido saggio Trieste Asburgica, l'arte al servizio dell'industria del più che preparato Zeno Saracino, edito da Centoparole.

Il volume di Saracino, impreziosito da foto d'epoca, è una splendida occasione per intraprendere un tour culturale nella Trieste “austriacante” e per apprendere gli influssi architettonici, industriali e artistici di derivazione mitteleuropea intessuti nell'arazzo urbano e intellettuale della città.

Ai lettori di ClassiCult voglio però proporre uno spaccato molto interessante di Trieste, una perla nascosta e sconosciuta a molti e che merita molta considerazione. Nel quartiere di Barcola infatti si celano i resti di un “seconda Pompei”, o una “seconda Posilipo”. Avremo visto tante volte sui giornali oggi l'utilizzo sistematico del termine di “seconda Pompei” per indicare una qualunque time capsule, ma in questo caso si tratta di un'annotazione dell'epoca e si è preferito conservarla per mostrare lo stupore che suscitò allora la scoperta.

Nel territorio conteso tra Romani e Istri nacque Tergeste, città che dalla sua posizione controllò spesso i traffici dell'alto Adriatico e non solo. Nelle insenature di quello splendido paesaggio sorge anche il quartiere di Barcola.
Come ci ricorda l'autore, la zona era spesso elogiata per la coltivazione di uve pregiate, già dai tempi del “vino Pucino”, riportato da Plinio nella Naturalis Historia. A Barcola ci fu un'impennata industriale e turistico-commerciale tale da promuovere diverse attività e progetti edilizi, così nell'ottocento le vestigia romane vennero scoperte e allo stesso tempo ignorate e “calpestate” dagli speculatori commerciali.

Non dobbiamo credere però che la Trieste “asburgica” rimase indifferente, anzi si dedicò con interesse e zelo a quel revival di scoperte archeologiche tipico del classicismo ottocentesco. Da questo moto di scoperte vennero riportate alla luce diverse costruzioni, come cisterne e ville suburbane. Come riporta Saracino la villa scoperta conservava pregi di notevole importanza, tra cui un mosaico con un'ampolla d'olio e uno strigile.

Inoltre, come leggiamo nel capitolo dedicato alla “Pompei in miniatura”, negli stessi momenti vengono scoperti importanti reperti nei terreni di Enrico Ritter come la statua di marmo di un'atleta vincente (Diadoumenos).
In realtà quello che mi ha colpito maggiormente delle vicende archeologiche triestine è da collegare alla figura di Filippo Zamboni, intellettuale italiano residente a Vienna e sommamente dispiaciuto dalle vicende speculative che mettevano a rischio il patrimonio archeologico triestino, il quale fu anche menzionato ne La coscienza di Zeno da Italo Svevo.
Zamboni fu sempre un ardente polemista che lottò per sollecitare l'Italia a un risveglio culturale, lo dimostrano l'opuscolo del 1889 Di Antichità e Belle Arti come i seguenti stralci.

“Codesta Pompei in miniatura, essa pure già sul mare, dà ora ragione a me che ho chiamato Trieste, vista specialmente e goduta dalla parte dove sono venute alla luce queste antichità: la “Napoli del Settentrione”. Lode dunque a que' cittadini, e tu pure sei del bel numero uno, lode a quelli che hanno votato per la conservazione del monumento.”

“[…] Potrebbe diventare una seconda Posilipo. Ora devo aggiungere alle cose allegate in quella lettera codesto scavo, che io ancora non conosceva. Essa villa, conservata anche in parte, od anche di questa stanza sola, abbellirebbe di molto que' luoghi. Onde essa pure uscita dalla terra per gridare: “conservatemi: farete di questi contorni un de' più incantevoli del golfo adriatico; i Romani antichi si compiacevano di codesto soggiorno”.

La figura di Zamboni è perciò emblematica per tratteggiare la sensibilità archeologica - equiparabile addirittura a quella di Winckelmann - che la Trieste del tempo aveva bisogno; purtroppo ormai protesa ad una volontà turistico-balneare.
Barcola si ritrova ad essere una cornucopia di ricchezza archeologica del tutto poco sfruttata, nonostante gli sforzi locali, perciò molto del suo patrimonio storico-artistico si ritrova ad essere ammantato da alberghi, centri turistici e attività commerciali laterali.

Nonostante il ritrovamento di una cisterna di notevoli dimensioni, di mosaici policromi, laterizi e mattoni “firmati” da prefetti e notabili latini, Trieste penserà di traslare queste scoperte in altri luoghi-deposito e di sottolineare il leitmotiv fine ottocentesco ormai imperante in tutta Europa. La corsa al progresso, dell'industria al servizio del cittadino non sigleranno però la fine di una Trieste attenta alla bellezza artistica, sintomatica nel suo spirito austrocantico-asburgico. Se l'arte è al servizio dell'industria spesso è anche vero il contrario. Così le ricchezze di Barcola (commerciali e archeologiche) possono convivere e fruttuose scoperte possono essere dietro l'angolo.

In conclusione, il saggio di Saracino è consigliabile a tutti i lettori che intendono non solo rimanere avvinghiati dal fascino nordico di Trieste, ma a tutti quegli appassionati che possono (ri)scoprire il passato latino e classicheggiante di una ragnatela urbana puramente etichettata come “germanica-austriaca”.

Barcola Trieste Asburgica
La copertina del saggio Trieste Asburgica, l'arte al servizio dell'industria di Zeno Saracino, pubblicato da Centoparole.