Relitto del Mercurio rivela nuovi particolari su vita marinai del Regno Italico

RELITTO DEL MERCURIO RIVELA NUOVI PARTICOLARI

SULLA VITA DEI MARINAI DEL REGNO ITALICO

Ca’ Foscari presenta un cannone restaurato e una mostra sui risultati degli scavi di archeologia marittima sul brigantino affondato nel 1812

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VENEZIA – Colò a picco, con il brigantino che difendeva, all’alba del 22 febbraio 1812, al largo di Lignano. Fatta riemergere dal fondale adriatico, è stata restaurata dagli scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia esperti di corrosione. La petriera, piccolo cannone ad avancarica in bronzo, sarà in mostra nella sala Colonne di San Sebastiano (Venezia) dal 17 maggio al 28 ottobre (inaugurazione lunedì 16 maggio ore 11) assieme alla storia del Mercurio, la più antica nave battente bandiera tricolore conosciuta e tra le più importanti scoperte dell’archeologia marittima.
[GUARDA la petriera in 3D]
Il restauro ha impegnato per un anno e mezzo il gruppo di ricerca sulla corrosione del Dipartimento di Scienze molecolari e nanosistemi, coordinato da Giuseppe Moretti. Progettata e realizzata una vasca adatta al reperto, i ricercatori e gli studenti coinvolti nel progetto hanno alternato elettrolisi, lavaggi e pulitura meccanica, riuscendo a togliere le tante incrostazioni e proteggere la superficie originale del cannone.
La petriera restaurata è tra le tante novità frutto di anni di studi sulle centinaia di resti e reperti rinvenuti, ma non è l’unica. Gli archeologi marittimi di Ca’ Foscari hanno infatti rinvenuto una delle prime lattine ermetiche in circolazione. Questo contenitore, che avrebbe rivoluzionato l’alimentazione specialmente in ambito militare, era stato brevettato in Inghilterra appena pochi mesi prima, nel 1810.
«La lattina permette di conservare il cibo per lungo tempo – spiega Carlo Beltrame, direttore degli scavi sul Mercurio - dava così la possibilità ai marinai di avere un’alimentazione forse non succulenta ma certo più variata e soprattutto vitaminica. La maggior parte delle provviste veniva stivata in sacchi o contenitori di legno e veniva servita agli ufficiali su stoviglie pregiate, come la maiolica e la porcellana trovate sul relitto, e ai soldati semplici su ceramica povera».
Il brig della flotta del Regno Italico, con base a Venezia, si adagiò al fondale su un fianco, quello sinistro. Quel lato della nave è dunque arrivato ai giorni nostri in uno stato di conservazione migliore e lì gli archeologi hanno scavato in profondità portando alla luce, ad esempio, gli attrezzi del calafato, lo specialista che aveva il compito di mantenere stagne le connessure tra le tavole del fasciame e di impeciare lo scafo dentro e fuori.
Lungo i pannelli esposti a San Sebastiano si aprono scorci sulla vita a bordo del Mercurio, sulle uniformi e le calzature indossate dall’equipaggio, sugli oggetti personali e, naturalmente, sulle armi. Il Mercurio, la notte in cui esplose e colò a picco, scortava il Rivoli, un vascello francese da 80 anni  varato in Arsenale e qui rimasto fermo per molti mesi, che Napoleone voleva prendesse per la prima volta il mare.
L’intelligence inglese aveva intuito e allertato il vascello Victorius, comandato dal capitano di vascello Talbot, e il brig Weasel, comandato dal capitano di fregata Andrew, i quali incrociavano la costa veneta nella convinzione che la squadra italo-francese da lì a poco sarebbe uscita dal porto di Malamocco. Barré, comandante del vascello Rivoli, ordinò infatti alla squadra di prendere il largo verso nord.
Alle 2.30 del mattino, il Victorius avvistò la formazione nemica e diede ordine al capitano del Weasel di attaccare il brig italiano da poppa. Le cronache parlano di un cannoneggiamento che durò quaranta minuti e che si concluse con l’esplosione del Mercurio, colpito nella Santa Barbara.
La mostraIl relitto del Mercurio e la battaglia di Grado” è realizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi e la Sovrintendenza Archeologia del Veneto. Sarà aperta fino al 28 ottobre nella Sala Colonne di San Sebastiano.
 
La mostra
Il relitto del Mercurio e la Battaglia di Grado
Inaugurazione lunedì 16 maggio alle 11
 
Mostra a cura di Carlo Beltrame
dal 17 maggio al 28 ottobre
San Sebastiano, Aula Colonne (Dorsoduro 1686, Venezia)
Lunedì-Venerdì 9-19, ingresso libero
La mostra resterà chiusa dal 13 al 21 agosto
 
Testo e immagine dall’Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari Venezia.


Il caso di studio USS Independence e documenti recentemente desecretati

L'archeologia subacquea guarda a uno dei resti atomici della Guerra Fredda

Documenti recentemente desecretati sulla USS Independence gratuitamente disponibili online sul Journal of Maritime Archaeology

Heidelberg | New York, 28 Aprile 2016 (testo inglese cortesemente fornito da Springer, e qui tradotto)

Marinai che guardano l'esplosione dell'“Able Test” a miglia di distanza, dal ponte della nave di supporto USS Fall River, 1 Luglio 1946 ©Naval History and Heritage Command
Marinai che guardano l'esplosione dell'“Able Test” a miglia di distanza in mare, dal ponte della nave di supporto USS Fall River, 1 Luglio 1946 ©Naval History and Heritage Command

Il numero di Aprile del periodico di Springer, il Journal of Maritime Archaeology (JMA) si è concentrato su un singolo relitto, come una lente attraverso la quale l'archeologia marittima valuta l'avvento dell'Era Atomica e della Guerra Fredda. Il relitto è una portaerei, veterana della Seconda Guerra Mondiale, la USS Independence, che fu una delle quasi cento navi ad essere utilizzate come bersaglio nei primi test per la bomba atomica presso l'Atollo di Bikini, nell'estate del 1946. Oltre a tre studi originali e due commentari, il numero¹ comprende ora pure i file desecretati² sulla storia post-Bikini della USS Independence, dagli Archivi Nazionali, pubblicati per la prima volta. I file sono online, gratuitamente disponibili al pubblico, fino al 15 Giugno 2016.
I test di Bikini, immediatamente all'indomani della fine atomica della Seconda Guerra Mondiale in Giappone, segnarono una nuova era nella storia mondiale. Questa era fu cupamente sintetizzata in un rapporto allora secretato sui test di Bikini che suggeriva che, con la venuta della "Bomba", sarebbe stato possibile spopolare la terra, lasciando solo "resti vestigiali delle opere dell'uomo." Anche se quel fato è ancora di là da venire (e si spera non venga mai), quello che si presenta in questo numero è uno dei residui dell'alba dell'era nucleare.
Il relitto della USS Independence giace a circa 30 miglia di distanza dalla costa della California centrale. Qui è dove la Marina statunitense l'ha affondata, per farla arrivare oltre la portata potenziale dello spionaggio sovietico, al termine della sua utilità come piattaforma per i test nucleari, nel 1951. L'Ufficio di Esplorazione degli Oceani e quello dei Santuari Marittimi Nazionali del NOAA (US National Oceanic & Atmospheric Administration) hanno operato insieme alla Boeing nel 2015, per localizzare il relitto. Lo scopo era quello di  conoscerne di più, con un test di profondità che ha unito il sonar ad alta risoluzione e un veicolo robotico che nuotava liberamente sott'acqua, l'"Echo Ranger."
“Il Journal of Maritime Archaeology è onorato di poter essere presente per il caso di studio della USS Independence,” afferma la co-caporedattrice, Annalies Corbin. “I conseguimenti del NOAA nel contestualizzare il lavoro davanti agli archeologi marittimi da tutto il mondo, mentre si relaziona all'archeologia successiva alla Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda, è di importanza critica nel far partire dibattiti significativi e per i programmi iniziali di gestione del patrimonio culturale subacqueo per vascelli come la USS Independence.”
"L'archeologia storica e, per estensione, marittima del recente passato può e dovrebbe includere il fondere le prove documentarie e i resti fisici," nota James Delgado, Direttore del Patrimonio Culturale Marittimo per l'Ufficio dei Santuari Nazionali Marini del NOOA, e scienziato alla guida della missione dell'Independence. Per questo numero del Journal of Maritime Archaeology, Delgado è stato tra gli autori del rapporto “Initial Archaeological Survey of the ex-USS Independence (CVL-22)” e ha pure preparato un saggio bibliografico sul soggetto e un articolo che sintetizza il fato del bersaglio a Bikini non affondato lì.
Il numero è stato revisionato da Annalies Corbin, che ha sollecitato saggi contestuali sul significato del progetto e sul tema dell'archeologia della Guerra Fredda, da Todd Hansen, Direttore Storico e Archeologico per il Laboratorio Nazionale di Los Alamos, e Robert E. Neyland, Direttore del ramo di Archeologia Subacquea della US Navy.
 
Riferimenti:
1.           Journal of Maritime Archaeology, Volume 11, Numero 1, Aprile 2016: Sezione speciale: “Maritime Archaeology of the Cold War: Ex-USS Independence as a Case Study”
http://link.springer.com/journal/11457/11/1/page/1
2.           Journal of Maritime Archaeology (2016). Post-Crossroads History of the Ex-USS Independence: Recently Declassified Documents and Images. DOI 10.1007/s11457-016-9158-3
 
Dall'Appendice: Si può dire che l'archeologia della Guerra Fredda comprenda lo ‘‘scavare’’ attraverso documenti a lungo sigillati e e secretati. Negli Archivi Nazionali a San Bruno, California, i documenti dal vecchio Cantiere Navale di Hunters Point contengono una serie di documenti, ora desecretati, che parlano alla storia del post-Crossroads della USS Independence. A datare dall'arrivo della USS Independence a San Francisco, nel Maggio 1947, i documenti discutono importanti problemi come il mantenimento di alcuni dei vascelli bersaglio, come l'Independence, e il loro uso nei test successivi, i livelli di radiazione, e le decisioni di rimuovere i macchinari, e di stivare i materiali radioattivi nella nave, sparando le caldaie della nave per consumare l'olio combustibile contaminato lasciato a bordo, e finalmente gli ordini di disporre della stessa, affondandola. Mescolati a questi sono documenti più banali, che parlano della rimozione di piccole apparecchiature, dell'installazione di una porta stagna per fornire accesso alla banchina, dello spostamento delle cuccette, delle istruzioni per l'immissione in bacino di carenaggio, e precauzioni di sicurezza. Insieme, forniscono uno sguardo dettagliato sull'inizio dell'Era Atomica. Forniscono pure un senso di ciò che uno studio archeologico più dettagliato del relitto potrà rivelare. I documenti desecretati e le immagini sono qui riprodotte nel loro formato originale. Non sono state tagliate o alterate in alcun modo. Abbiamo scelto di mantenere le sfumature e l'integrità della fonte primaria poiché questa è la prima volta che alcuni di questi materiali si sono visti al di fuori dell'archivio nel quale è curato. I file sono gratuitamente disponibili online all'indirizzo:
http://link.springer.com/article/10.1007/s11457-016-9158-3

Ulteriori Informazioni

Sul Journal of Maritime Archaeology
www.springer.com/journal/11457

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Springer non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
 


Il guardaroba del relitto di Texel relativo alla corte di Enrichetta Maria di Borbone-Francia

20 Aprile 2016
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Il guardaroba ritrovato nel relitto vicino Texel apparterrebbe alla corte reale della Regina Inglese Enrichetta Maria di Borbone-Francia (1609-1669), che nel Marzo del 1642 viaggiava in missione segreta nei Paesi Bassi. Una delle navi che trasportavano i suoi bagagli allora affondò nel Mare dei Wadden.
L'ormai celebre gonna in seta sarebbe appartenuta a Jean Kerr, Contessa di Roxburghe (circa 1585-1643), una delle due dame di compagnia. Lo stile e la dimensione della gonna indicano che apparteneva a lei, la più anziana delle due.
Ufficialmente, la missione nei Paesi Bassi riguardava l'arrivo dell'allora undicenne Maria Enrichetta Stuart alla corte di Guglielmo II d'Orange, futuro stadtholder: i due si erano sposati l'anno prima. Il vero scopo del viaggio era però quello di vendere i gioielli della corona per comprare armi, all'epoca della Guerra Civile Inglese.

Il matrimonio da Guglielmo II d'Orange e Maria Enrichetta Stuart, 1641. Credits: Rijksmuseum
Il matrimonio da Guglielmo II d'Orange e Maria Enrichetta Stuart, 1641. Credits: Rijksmuseum

Il riferimento all'affondamento è presente in una lettera , datata 17 Marzo 1642, e spedita da Elisabetta Stuart (1596-1662), cognata di  Enrichetta Maria di Borbone-Francia, a Sir Thomas Roe.

Link: AlphaGalileo via Universiteit van Amsterdam (UVA)
Enrichetta Maria di Borbone-Francia, di Anthony van Dyck - San Diego Museum of Art, da WikipediaPubblico Dominio (Upload: Sir Gawain).


Straordinari reperti da un relitto del diciassettesimo secolo a Texel

18 Aprile 2016

Credits: Kaap Skill
Credits: Kaap Skill

Dal relitto di una nave del diciassettesimo secolo, presso Oudeschild (vicino Texel nel Mare dei Wadden), si sono recuperati straordinari reperti, come una lussuosa gonna, appartenuta ad aristocratici e forse persino a reali. Tra gli altri reperti, un mantello, calze, un corsetto in seta e raso con fili d'argento e oro.
Tra gli altri oggetti: ceramiche dall'Italia, un calice d'argento dorato, profumi da Grecia e Turchia, copertine di libri con lo stemma della casa reale degli Stuart.
I reperti sono oggetto di una mostra, "Garde Robe", aperta al pubblico dal 14 Aprile (e fino al 16 Maggio), presso il Museo Kaap Skil a Texel.

Link: AlphaGalileo via Universiteit van Amsterdam (UVA)


I cannoni in ferro dal Forte William Henry provengono dall'HMS Looe?

25 Marzo 2016
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Secondo Joseph Zarzynski, alcuni (se non tutti) i nove cannoni in ferro (su un totale di 68) presenti nel Forte William Henry, proverrebbero dal relitto della nave HMS Looe.
La nave affondò nel 1744, dopo aver colpito la barriera corallina. Il forte è una riproduzione, ricreata a New York e aperta nel 1954: il forte originale fu costruito nel 1755 dai Britannici durante la guerra contro Francesi e Indiani.

Link: The History Blog; The Eagle; Associated Press
Entrata al Forte William Henry, da WikipediaPubblico Dominio (IrisKawling at en.wikipedia - Work of IrisKawling. Transferred from en.wikipedia to Commons by User:Kurpfalzbilder.de using CommonsHelper).


Oman: ritrovato il relitto della nave portoghese Esmeralda?

14 - 18 Marzo 2016
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Il relitto del sedicesimo secolo, ritrovato presso l'isola di Al Hallaniyah, al largo della costa dell'Oman (nella regione di Dhofar), sarebbe con ogni probabilità quello che resta della nave portoghese Esmeralda.
La nave era parte della flotta di Vasco da Gama durante il suo secondo viaggio in India (1502-3), ed era comandata da Vicente Sodré, zio materno dello stesso. La nave affondò nel 1503, con perdita dell'equipaggio, a causa di una tempesta.
Tra gli oltre tremila reperti ritrovati: un Indio, una moneta d'argento coniata appositamente per il commercio tra India e Portogallo, oltre al frammento di uno strumento per la navigazione, forse un astrolabio.
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Il relitto fu scoperto nel 1998, gli scavi sono avvenuti tra il 2013 e il 2015. Pubblicate su The International Journal of Nautical Archaeology le conclusioni circa gli stessi.





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Hawai'i: recuperata la campana d'ottone dell'I-400 [Video]

16 Marzo 2016

Illustrazione mostra la collocazione relativa dell'I-400 e della sua campana. Credit: Terry Kerby, Hawai'i Undersea Research Laboratory/ University of Hawai'i
Illustrazione mostra la collocazione relativa dell'I-400 e della sua campana. Credit: Terry Kerby, Hawai'i Undersea Research Laboratory/ University of Hawai'i

Recuperata la campana d'ottone dell'I-400, sommergibile della Marina Imperiale Giapponese, durante un'immersione del Laboratorio di Ricerca Sottomarina delle Hawai'i (Hawai'i Undersea Research Laboratory - HURL), effettuata la scorsa settimana.
Con una lunghezza di 122 m, era più lungo di un campo da football: l'I-400 era un sottomarino della classe Sen-Toku (anche classe I-400) - il più grande sottomarino mai costruito fino all'introduzione dei sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare negli anni sessanta.
Recupero della campana dell'I-400. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i
Recupero della campana dell'I-400. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Marina degli Stati Uniti catturò cinque sottomarini giapponesi, compreso l'I-400, e li condusse a Pearl Harbor per un'ispezione. Quando l'Unione Sovietica chiese di poter accedere ai sottomarini nel 1946, sulla base dei termini del trattato che pose fine alla guerra, la Marina statunitense affondò i sottomarini al largo della costa di O'ahu. L'atto fu compiuto allo scopo di tenere quella tecnologia avanzata lontana dalle mani sovietiche nelle fasi di apertura della Guerra Fredda. L'HURL è riuscito a localizzare quattro di questi cinque sottomarini perduti e ha ora recuperato un pezzo di quella storia.
Mano manipolatrice del sommergibile HURL colloca la campana in un cesto di raccolta. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i
Mano manipolatrice del sommergibile HURL mentre colloca la campana in un cesto di raccolta. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i

L'I-400 è sotto la protezione del Sunken Military Craft Act e gestito dal Dipartimento della Marina statunitense. "Queste proprietà nelle isole hawaiane ricordano gli eventi e le innovazioni della Seconda Guerra Mondiale, un periodo che ha grandemente riguardato sia il Giappone che gli Stati Uniti, e ha rimodellato la Regione del Pacifico" - così il dott. Hans Van Tilburg, coordinatore del patrimonio marittimo per il NOAA nella regione delle Isole del Pacifico. "I siti dei relitti come l'I-400 ci ricordano di un'epoca differente, e sono segno del nostro progresso dall'ostilità alla riconciliazione."

Link: EurekAlert! via University of Hawaii at Manoa


Grazie al satellite un nuovo metodo per rilevare i relitti sui fondali marini

11 Marzo 2016

In questa immagine è possibile vedere il pennacchio di sedimenti dai relitti delle navi SS Sansip e SS Samvurn. Credits: NASA/USGS Landsat image/Jesse Allen, NASA Earth Observatory
In questa immagine è possibile vedere il pennacchio di sedimenti dai relitti delle navi SS Sansip e SS Samvurn. Credits: NASA/USGS Landsat image/Jesse Allen, NASA Earth Observatory

Si stima che 3 milioni di relitti siano ancora presenti sui fondali degli oceani, la maggior parte dei quali si determina in prossimità della costa, dove vi sono rischi determinati dalla congestione marittima, da rocce o altri oggetti sommersi.
La localizzazione di questi relitti è importante, non tanto per l'idea romantica che si possano qui trovare tesori, quanto per il valore storico degli stessi, o per quello ecologico: spesso dove affonda una nave si crea una barriera artificiale. Inoltre i relitti possono essere oggi causa di inquinamento o costituire un pericolo per altri naviganti.
Gli autori di un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, hanno rilevato come i relitti lascino un pennacchio di sedimenti sulla superficie marina che può contribuire alla localizzazione degli stessi. L'osservazione, verificata dai ricercatori nelle colorate immagini dal satellite NASA/USGS Landsat 8, è alla base della nuova metodologia da loro proposta.
Un quarto di tutti i relitti sarebbe da collocarsi nel Nord Atlantico, e sarebbe particolarmente evidente all'estremità meridionale del Mare del Nord, dove abbonderebbero quelli della Seconda Guerra Mondiale. I ricercatori hanno testato la nuova metodologia sui relitti noti della SS Sansip, della SS Samvurn, della SS Nippon e della SS Neutron. La profondità sembra essere un fattore importante, perché i pennacchi di sedimenti possano essere rilevabili da satellite.
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Relitto della Guerra di Secessione dalla Carolina del Nord

7 Marzo 2016
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Grazie al sonar, il 27 Febbraio si sono individuati i resti di una nave a vapore con scafo in ferro, risalente all'epoca della Guerra Civile Americana. Il relitto è nella Carolina del Nord, vicino l'isola di Oak.
La nave non è stata identificata, ma potrebbe trattarsi di un violatore di blocco dei Confederati. Erano estremamente veloci per l'epoca. Nell'area risultano perse tre navi: la Agnes E. Fry, la Spunkie e la Georgianna McCaw.
Link: CNN; The Guardian via Reuters; The History Blog; Star News OnlineGizmodo; Associated Press; Live Science; ABC News.
La Carolina del Nord, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Usa edcp location map.svg (by Uwe Dedering). This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  USA Hawaii location map.svg (by NordNordWest). This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Canada location map.svg (by Yug). )


Dai relitti e dagli anelli degli alberi, informazioni sull'uragano atlantico

7 Marzo 2016

L'uragano Katrina, il 28 Agosto 2005. Credit: NOAA
L'uragano Katrina, il 28 Agosto 2005. Credit: NOAA

Valutare l'influenza del cambiamento climatico sull'attività dell'uragano atlantico è di cruciale importanza, eppure la quantità limitata di registrazioni in merito incide sulla possibilità di effettuare proiezioni.
Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha studiato la variabilità dell'uragano atlantico (a partire dal 1500), utilizzando le registrazioni relative ai relitti spagnoli nei Caraibi (1495-1825) e agli anelli degli alberi (da Florida Keys, 1707-2009). Gli autori sono così giunti alla conclusione che tra il 1645 e il 1715, periodo noto come Minimo di Maunder e caratterizzato dalla più notevole riduzione nell'attività solare (oltre che da basse temperature nel Nord Atlantico), si è pure verificato il minor numero di uragani.
Gli studiosi hanno pure utilizzato due testi per l'elenco dei relitti nell'area: "Shipwrecks in the Americas: A Complete Guide to Every Major Shipwreck in the Western Hemisphere" di Robert F. Marx e "Shipwrecks of Florida: A Comprehensive Listing" di Steven D. Singer.
Gli autori dello studio hanno utilizzato questa conta dei relitti per creare registrazioni degli uragani fino al 1500. Credit: Valerie Trouet, University of Arizona
Gli autori dello studio hanno utilizzato questa conta dei relitti per creare registrazioni degli uragani fino al 1500. Credit: Valerie Trouet, University of Arizona

Sapere che una pausa degli uragani caraibici corrisponde a un periodo di diminuita radiazione solare può permettere di comprendere meglio l'influenza dei grandi cambiamenti delle radiazioni, anche derivanti da attività antropiche (come per i gas serra).
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