Museo de Cádiz

Viaggio nel Museo de Cádiz alla scoperta della millenaria storia della città

In magnis satis est voluisse:

Un viaggio tra i corridoi del Museo de Cádiz alla scoperta della millenaria storia della città

Il Museo si presenta oggi come una vera e propria “stratigrafia culturale” accogliendo reperti di diverse epoche e civiltà, specchio dell’interattiva dinamica storica che caratterizzò l’Andalusia fin dal Neolitico.

L’idea di raccogliere tutto ciò che, nel corso degli anni, era stato ritrovato nei numerosi (e spesso casuali) scavi della città fu un “work in progress” fin dalle sue origini. Nel 1838 fu progettato e costruito dall’architetto Juan Daura lo splendido edificio neoclassico che accoglie tuttora, dinanzi ai secolari alberi di Plaza de Mina in pieno centro storico, il Museo de Cádiz ma solo nel 1952 esso ricevette dall’Accademia di Belle Arti la possibilità di ospitare parte del suo patrimonio artistico. La pittoresca raccolta di “Bellas Artes”, che in origine doveva essere il cuore pulsante del Museo, oggi rappresenta solo un terzo di esso e, per essere più precisi, il primo piano. Passeggiando serenamente tra i bianchi corridoi dell’edificio, accompagnati dal garrito dei pappagalli lungo la calle esterna, si è circondati improvvisamente da più di 50 quadri provenienti da tutta la Spagna e raffiguranti celebri vicende bibliche (dalla Natività alla Crocifissione), Madonne con bambino, monaci, santi locali (e non), scene di vita familiare (aristocratica e popolare) con una datazione compresa fra il XVI e il XX secolo. Ogni quadro, pala d’altare o polittico che sia, cela una storia e un folklore dal gusto tutto ispanico: sul retro di uno di essi, La Caída de Murillo, ad esempio, è ancora visibile sulla tela una scritta in latino che recita In magnis satis est voluisse (“nelle grandi cose anche l’aver voluto è sufficiente”, Prop. 2.10.5ss) e che ci rimanda immediatamente ai pensieri (e agli auguri) di un artista di fine ‘800 (Manuel Cabral) all’alba del concorso indetto dall’Academia de Bellas Artes cittadina.

Le altre due sezioni del Museo sono dedicate, rispettivamente, all’Etnografia e Arte Contemporanea (secondo piano) e all’Archeologia (piano terra). Per continuare a respirare a pieni polmoni la reale essenza gaditana (e andalusa) non rimane che salire ancora: al secondo piano dell’edificio, infatti, è presente una piccola ma interessante mostra di títires appartenenti alla celebre Tía Norica, il tradizionale teatro di marionette di Cádiz che vanta una storia bicentenaria. Accostati a essi è possibile inoltre scorgere colorati dipinti di arte contemporanea e mostre di volta in volta rinnovate.

Il vero gioiellino del Museo de Cádiz è, tuttavia, il pian terreno con le sue otto stanze ricolme di storia. Effettuando un’escursione temporale diacronica si passa lentamente dall’età preistorica alla classica per giungere infine a quella islamica: l’area limitrofa alla città fu abitata fin dal Paleolitico (lo testimoniano i numerosi insediamenti e siti funerari ritrovati nelle sue vicinanze) e ancora oggi sono visibili il Dolmen de Alberite e le pitture rupestri della Cueva del Moro, di cui il Museo offre splendide ricostruzioni e reperti. Proseguendo nella visita si giunge alla collezione fenicia, unica nel suo genere e invidiata da tutta Europa, che comprende monili e gioielli in ottimo stato di conservazione accompagnati da bronzetti e statue in pietra o terracotta raffiguranti il dio Melqart (poi assimilato al semidio greco Eracle, le cui ceneri si narra fossero sepolte proprio nell’antico tempio del dio fenicio, successivamente esaugurato, e fossero state oggetto di pellegrinaggio da parte di Annibale, Asdrubale, Giulio Cesare e Adriano, giunti fino all’estremità dell’Occidente solo per esse).

A consentire la costruzione di tale ampia sezione archeologica fu il sensazionale ritrovamento a Punta de la Vaca nel 1887 di due enormi sarcofagi antropomorfi datati al 400 a.C. e raffiguranti un uomo e una donna con abiti e gioielli fenici. Sebbene questo fosse già il periodo d’influenza greca della zona, evidentemente, la città mantenne ottimi rapporti con Tiro e Sidone, dando origine ad una commistione tra le due civiltà impossibile da trovare altrove. Attorno a questa grande scoperta si sviluppò pian piano tutto il corpus di reperti fenici e greci che i successivi scavi nel centro della città portarono alla luce (tra questi il consigliatissimo Yacimiento Arqueológico Gadir, così chiamato in onore del nome della città in caratteri semitici, che offre la possibilità di una viaggio indietro nel tempo per le strade e le abitazioni fenicie del IX secolo a.C.). Le ultime stanze sono dedicate alla Gades romana, di cui sono ancora visibili il Teatro (vicino al paseo maritimo) e l’Acquedotto (in corrispondenza della playa de Cortadura) oltre ai numerosissimi resti epigrafici sparsi lungo le vie della città. Il Museo mostra ai visitatori anche oggetti di vita quotidiana di età imperiale (da giochi per i momenti di otium a tavolette cerate con stilo, da armi e corazze a gioielli e contenitori per unguenti) permettendo ai più sensibili di rimanere incantati davanti all’enorme Mosaico de Baco che s’insinua tra una teca e l’altra.

Museo de Cádiz

A conclusione del percorso, dopo aver superato un piccolo angolo-gliptoteca illuminato dai raggi solari, filtrati attraverso il soffitto a vetro, e ospitante una collezione marmorea di statue e busti romani, si giunge al periodo d’influenza visigota della città. Cancelli, altari, eremi e necropoli sono oggi i simboli di una civiltà tanto temuta quanto sconosciuta. A ricordo della presenza islamica a Cádiz e dell’antica Mezquita che essa ospitava si trovano, invece, vasellame ed elementi architettonici con incisioni o decorazioni arabeggianti di grande valore storico-culturale.

Museo de Cádiz

Il Museo assurge dunque al ruolo di bacino collettore di diverse culture, storie e tradizioni (millenarie e non) che vengono gratuitamente messe a disposizione del pubblico interessato e, soprattutto, curioso di scoprire una terra così ricca e piena di sorprese.

Museo de CádizTutte le foto sono di Elly Polignano


Giulio Cesare Julius Caesar

Il tiranno non è un dio, non è un uomo

Ambizioso, visionario e creativo nella sua capacità di riscrivere la grammatica del mondo, Giulio Cesare giganteggia con intramontabile prestigio nell’orizzonte culturale dell’occidente. La fascinazione che il personaggio ha esercitato sull’immaginario collettivo è tale che autori estremamente distanti nel tempo, nello spazio e nel sentire hanno voluto cimentarsi con il racconto delle sue imprese, offrendo punti di vista e chiavi di lettura straordinariamente intriganti.

Giulio Cesare Julius Caesar
Julius Caesar (film del 1953); nella scena John Gielgud, Louis Calhern, John Hoyt ed Edmond O'Brien. Pubblico dominio

«Questo noi dovremmo imparare dai Greci, a rivestire i miti di una bellezza tale da farli diventare veri, da far crescere palme solo perché lo ha detto un poeta»: dal mondo della divulgazione televisiva intorno ai temi dell’antichità, Cristoforo Gorno si è recentemente cimentato con il romanzo storico (Io sono Cesare, Rai Libri, 2019), producendo la godibile narrazione di un mito in carne e ossa, quel Giulio Cesare assurto a simbolo, nella percezione comune, di strategia politica tanto acuta da far impallidire l’attuale dibattito pubblico. Numerose sono le questioni che una lettura del genere solleva: dalle amare considerazioni sull’opportunità della guerra – e persino della necessità dei suoi risvolti traumatici - alle riflessioni sul ruolo della comunicazione, che nel vortice della rivoluzione digitale agisce sull’opinione pubblica avvalendosi di canali e velocità precedentemente inimmaginabili, limitando di contro l’assennata consuetudine di ponderare, valutare, esaminare prima di esprimersi e prendere vincolanti decisioni.

Giulio Cesare, busto del primo secolo, scoperto a Pantelleria. Foto di Ed Uthman, CC BY-SA 3.0

L’immaginazione di Gorno ci consegna un uomo che, quasi presentendo ciò che il destino ha in serbo, sigilla come eredità per Ottaviano un memoriale denso e meditativo (alla dimensione pubblica dei Commentari si sostituisce qui il discorso in prima persona, ad accrescere l’intimità del lascito). Il tema del tempo, finora centrale per lo stratega nell’accezione di attimo da cogliere per sfruttare le opportunità favorevoli, si carica adesso di significati che afferiscono all’intero portato dell’esistenza; il senso della fine che si appresta è accompagnato da vaghe percezioni e un preoccupante sentore, proprio come accade nel play shakespeariano, Julius Caesar, costellato di segni, visioni, premonizioni.

Il testo del drammaturgo inglese fa tesoro, in effetti, della lezione plutarchea, mediata attraverso una traduzione cinquecentesca, e per mezzo di illuminanti intuizioni trasforma in poesia il racconto dello storiografo greco, proiettando nel passato romano lo sgretolarsi delle certezze che caratterizza il Seicento, secolo di profonde e significative trasformazioni. Assecondando il brivido metafisico che percorre l’uomo al cospetto dello spazio infinito, Shakespeare ritrae la caduta di un mito, ma con sorprendente lungimiranza si domanda quanti secoli vedranno rappresentata da attori quella grandiosa scena, in regni ancora non nati e con linguaggi ancora sconosciuti.

A ben vedere dunque il Bardo ammanta di antico domande e verità che appartengono all’età elisabettiana, al suo smarrimento, alle sue irrisolte inquietudini; con maestria egli tratteggia la volubilità di una folla che si lascia ammansire, irretire, infuocare dall’abile oratoria di Antonio. Non stupisce che la teatralità che risiede in una tale vicenda non manchi di essere recepita nei secoli successivi, attraverso riscritture e rappresentazioni di ogni genere. Di particolare interesse risulta il testo composto due anni fa da Fabrizio Sinisi, per la regia di Andrea De Rosa (Giulio Cesare. Uccidere il tiranno, Nardini Editore, 2017), dal momento che si sofferma sul portato politico della cospirazione e invita gli spettatori a elaborare l’esperienza della dittatura, interrogandosi in merito ai fatti del Novecento e ai loro tragici sviluppi.

Secondo i congiurati, è necessario arginare l’impudenza di Cesare, i cui gesti senza scrupoli dimostrano la volontà di approfittare dell’agonia della Repubblica per attribuirsi un ruolo egemonico: porre un freno alla deriva totalitaria, attentando alla vita del tiranno, violando la sacralità del suo corpo, significa per loro agire nell’interesse dello Stato. Eppure, chi insegue la libertà sarà costretto a fare i conti con gli ambigui risvolti che insidiano quel sogno e il suo contrario, e ad accorgersi di quanto un popolo possa amare la subalternità a un padrone, legittimandone il potere.

«Eravamo ciechi, ciechi per scelta, / contenti di esser ciechi, / ora quel tempo è finito: / gli dèi non ci sono più, / ci siamo solo noi»: il disincanto di Cassio si respira nell’intero corso della pièce, contagia gli interrogativi che si rincorrono e svelano il disorientamento di questi nostri giorni precari. «Nessuno di noi sa / che forma avrà la vita, / che forma avremo noi / quando riemergeremo / al mondo da quest’incubo. / Un tempo nuovo inizia», sentenzia definitivo Antonio, sancendo con risolutezza, nonostante le inevitabili incognite, una cesura tra quel che è stato e ogni possibile futuro.

Corpo divino che rinnega la sua umanissima origine, e tuttavia oltremodo terrestre nella sua vulnerabilità, la figura del tiranno solleva questioni insolute e, nei nodi irrisolti della nostra storia, ammonisce in merito alle contraddizioni di un passato che non smette di accadere.

Jean-Léon Gérôme, La Mort de César, pubblico dominio

musica lirica Teatro Romano di Benevento

Ritorna la grande lirica al Teatro Romano di Benevento con direzione artistica di Vittorio Sgarbi

LA GRANDE LIRICA

AL TEATRO ROMANO DI BENEVENTO

DIREZIONE ARTISTICA DI VITTORIO SGARBI CON KATIA RICCIARELLI

3 APPUNTAMENTI CON LA GRANDE LIRICA NELL’AREA ARCHEOLOGICA

NASCE IL CIRCUITO MUSEALE DI BENEVENTO CON CAMPANIA<ARTECARD

Ritorna la grande lirica nel Teatro Romano di Benevento.

musica lirica Teatro Romano di Benevento Vittorio Sgarbi Katia RicciarelliIl piccolo gioiello d’archeologia del Sannio, dall’eccellente acustica, torna ad essere palcoscenico naturale per la lirica, con l’evento voluto e realizzato dalla Regione Campania, “Opera Lirica al Teatro Romano”. 

Diretta da Vittorio Sgarbi e con la presenza di artisti del calibro di Katia Ricciarelli, la rassegna è realizzata attraverso la Scabec in collaborazione con il MiBAC Polo Museale della Campania, il Comune di Benevento ed in stretta sinergia con la direzione archeologica dell’area.

Un nuovo tassello che si aggiunge a un più ampio progetto di valorizzazione che la Regione ha messo in atto anche con la collaborazione delle imprese e gli operatori del territorio, per creare occasioni di sviluppo del turismo culturale dell’area sannita.

Già durante l’anno la Scabec ha realizzato infatti una serie di percorsi culturali di trekking urbano e di visite notturne per scoprire i tanti tesori d’arte, architettura e archeologia che Benevento e i suoi dintorni custodiscono. È con questo appuntamento che nasce il circuito museale della città con sette siti che entrano da settembre nel più ampio sistema integrato di musei/trasporti campania<artecard: l’Area Archeologica del Teatro Romano di Benevento, l’Hortus Conclusus, l’Area Archeologica Arco del Sacramento, il Museo del Sannio, il Museo Ar-cos, il Museo dell’Arco di Traiano, il Museo Diocesano e percorso archeolog-ico Ipogeo.

Il suggestivo scenario del Teatro Romano renderà ancora più affascinanti gli appuntamenti in programma, e l’acustica formidabile dell’area archeologica permetterà agli spettatori presenti di apprezzare le sfumature, anche più intime, delle partiture musicali e delle performance canore.

Tre i titoli scelti dal direttore artistico che firma anche la regia dell’opera di Leoncavallo: Rigoletto in programma il 4 agosto per la regia di Katia Ricciarelli, Pagliacci l’11 agosto, e La Vedova Allegra 7 settembre con la regia di Flavio Trevisan.

Molteplici i temi in scena: amori, intrighi, drammi, satira politica. Le musiche sono estremamente orecchiabili ed alcuni passaggi celeberrimi faranno scattare certamente la standing ovation: le arie “La donna è mobile”(Rigoletto), “Vesti la Giubba. Ridi Pagliaccio” (Pagliacci) così come la marcia “È scabroso le donne studiar” (Vedova Allegra).

È possibile acquistare i biglietti del primo spettacolo al botteghino del Teatro Romano sabato dalle 13 alle 19 e domenica dalle 13 alle 21.

Posto unico 15 €, ridotto 5 €, per under 25 e possessori di campania>artecard.

Tutti gli spettacoli sono in vendita sul circuito online www.vivaticket.it.

Per tutte le informazioni visitare il sito www.teatrobenevento.it o contattare l’Ept di Benevento al numero 08241664383.

Scabec S.p.A.

Via Generale Orsini, 30

80132 Napoli – Italia                

+39 081 5624561

+ 39 3319551994

www.scabec.it

SCHEDE SPETTACOLI

RIGOLETTO

di Giuseppe Verdi libretto di Giuseppe Maria Piave

4 agosto ore 20.30

Teatro Romano di Benevento

Piazza Ponzio Telesino

www.teatrobenevento.it

BIGLIETTO INTERO: € 15

BIGLIETTO RIDOTTO: € 5 (under 25 anni e possessori di Campania>Artecard)

Coro Lirico Bitonto Opera Festival

Orchestra Tchaikovsky di Udmurtia

Direttore Leonardo Quadrini

Regia Katia Ricciarelli

Duca di Mantova - Zi Zhao Guo

Rigoletto - Maurizio Leoni

Gilda - Annamaria Sarra

Sparafucile - Gianvito Ribba

Maddalena - Valentina Dell’aversana

Giovanna - Maria Grazia Zingariello

Conte di Monterone - Giuseppe De Ruvo

Borsa - Giuseppe Maiorana

Conte di Ceprano - Paolo Visentin

Contessa - Elena Finelli

Un paggio della duchessa - Giulia Moura

Scenografo Damiano Pastoressa

Costumi Sartoria Arrigo Milano

Service Stones Lab

Rigoletto è un'opera in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, tratta dal dramma di Victor Hugo Le Roi s'amuse ("Il re si diverte"). Con Il trovatore(1853) e La traviata (1853) forma la cosiddetta "trilogia popolare" di Verdi.

Rigoletto è un’opera nella quale convivono diversi temi ispiratori: la decadenza lasciva del potere, la tensione interiore tra i privilegi ed i compromessi, il rapporto tra padre e figlia. Giuseppe Verdi, all’apice del suo successo, non disdegna quella che oggi definiremmo la satira politica. Un’ispirazione ben colta dalla regia di Katia Ricciarelli che del capolavoro verdiano propone un’interessante lettura al femminile.

Centrato sulla drammatica e originale figura di un buffone di corte, Rigoletto fu inizialmente oggetto della censura austriaca. La stessa sorte era toccata nel 1832 al dramma originario Le Roi s'amuse, bloccato dalla censura e riproposto solo 50 anni dopo la prima. Nel dramma di Hugo, che non piacque né al pubblico né alla critica, erano infatti descritte senza mezzi termini le dissolutezze della corte francese, con al centro il libertinaggio di Francesco I, re di Francia. Nell'opera si arrivò al compromesso di far svolgere l'azione alla corte di Mantova, a quel tempo non più esistente, trasformando il re di Francia nel duca di Mantova.

L’aria “La donna è mobile” nella quale il famigerato Duca di Mantova dimostra tutta la sua sfrontatezza indifferente agli altrui sentimenti è una delle più celebri ed amate della storia dell’Opera. Il grido di dolore di Rigoletto, scoperto il rapimento della figlia, “Cortigiani, vil razza dannata” è una potente denuncia della prepotenza di un sistema di potere del quale però lo stesso buffone di corte era una pedina.

PAGLIACCI

libretto e musica di Ruggero Leoncavallo

11 agosto ore 20.30

Teatro Romano di Benevento

Piazza Ponzio Telesino

www.teatrobenevento.it

BIGLIETTO INTERO: € 15

BIGLIETTO RIDOTTO: € 5 (under 25 anni e possessori di Campania>Artecard)

Direttore d’orchestra Leonardo Quadrini

Regia Vittorio Sgarbi

M° del coro Vincenza Baglivo

Light designer scenografie e costumi Sebastiano Romano

Coreografie Filippo Stabile

Nedda ( nella Commedia Colombina) Rossana Potenza

Canio Piero Giuliacci

Tonio Alberto Mastromarino

Beppe ( nella commedia Arlecchino) Silvano Paolillo

Silvio Carlo Provenzano

Orchestra Sinfonica di Udmurtia

Coro “Opera in Puglia”

Corpo di Ballo Createdanza

Insieme alla Cavalleria Rusticana di Mascagni, Pagliacci di Leoncavallo (spesso le due opere sono rappresentate insieme) rappresenta il capolavoro assoluto del verismo melodrammatico italiano. Le vicende fantastiche e metaforiche di re e regine, cavalieri e dame lasciano spazio alla realtà nei suoi tratti più violenti. Il dramma è ispirato ad una vicenda vissuta in prima persona dall’Autore. In scena, con accenti caravaggeschi, irrompono uomini e donne reali che esprimono passioni sconvolgenti. Il momento più alto di tensione emotiva è certamente la celeberrima aria “Vesti la giubba. Ridi Pagliaccio”. Canio ha appena scoperto il tradimento della moglie, nondimeno si prepara allo spettacolo perché l’attende il pubblico che ha voglia di ridere mentre lui vorrebbe morire. L’originale regia di Vittorio Sgarbi indaga su questo dramma interiore, esaltandone le pulsioni e coinvolgendo il pubblico in un’esperienza travolgente. Stando alle parole dello stesso compositore, l'opera si ispira a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo, in Calabria, dove il compositore visse da bambino alcuni anni.  Secondo i documenti dell'epoca, il suo tutore, Gaetano Scavello, era in relazione con una donna del luogo, della quale era innamorato anche un certo Luigi D'Alessandro: questi, geloso della donna e insultato pubblicamente dal tutore di Leoncavallo, la notte del 5 marzo 1865 accoltellò Scavello all'uscita da un teatro, aiutato dal fratello Giovanni; la vittima morì poche ore dopo ma fece i nomi degli assassini, che furono condannati dal padre di Leoncavallo, magistrato a Montalto. Leoncavallo in seguito affermò che l'assassinio si svolse sotto i suoi occhi e che fu eseguito da un pagliaccio che aveva appena ucciso la propria moglie, poiché sosteneva di aver trovato tra i suoi vestiti un biglietto di Scavello.

LA VEDOVA ALLEGRA

di Franz Lehar Libretto Victor Leòn - Leo Stein

7 settembre ore 20.30

Teatro Romano di Benevento Piazza Ponzio Telesino

www.teatrobenevento.it

BIGLIETTO INTERO : € 15

BIGLIETTO RIDOTTO: € 5 (under 25 anni e possessori di Campania>Artecard)

COMPAGNIA ITALIANA DI OPERETTE

(prodotta da NANIA SPETTACOLO DI MARIA TERESA NANIA)

Regia Flavio Trevisan

Coreografie Monica Emmi

Costumi Eugenio Girardi

Direzione musicale Maurizio Bogliolo

Hanna Glawary: Clementina Regina

Njegus: Claudio Pinto

Conte Danilo Danilowitsch: Massimiliano Costantino

Barone Mirko Zeta: Riccardo Sarti

Baronessa Valencienne: Irene Geninatti Chiolero

Camille De Rossillon: Vincenzo Tremante

Prascowia Bogdanowitsch: Daniela d’Aragona

Conte Bogdanowitsch: Riccardo Ciabò

Cascada: Danilo Ramon Giannini

St-Brioche: Stefano Rufini

Corpo di ballo Ensemble Nania Spettacolo: Giada Lucarini, Martina Alessandro, Martina Coiro, Erika Pentima, Idiana Perrotta, Raffaella Siani

Direzione artistica: Maria Teresa Nania

Responsabile di sartoria: Angela Toso

Direttore di scena: Filippo Sivelli

Macchinista: Danilo Olivieri

Fonica: Massimo Di Bacco

Luci: Eros Ricci

Sartoria: Sorelle Ferroni

Programmazione tour: Claudio Corucci

La celebre operetta “La Vedova Allegra” è ambientata a Parigi, presso l’Ambasciata dell’immaginario Pontevedro. Ha per protagonista Hanna Glavary, vedova del ricco banchiere di corte. L’ambasciatore pontevedrino, il Barone Zeta, riceve l’ordine di combinare un matrimonio tra Hanna e un compatriota per farsì che la dote della ricca vedova resti nelle casse dello Stato. Il Barone Zeta, coadiuvato da Njegus segretario un po’ pasticcione, tenta di risolvere la situazione, innescando però una serie di equivoci comici trascinanti che condurranno nonostante tutto ad un lieto fine.

È uno spettacolo frizzante con divertenti incursioni coreografiche, imprevisti musicali e scenici rocamboleschi, l’attesissimo “È scabroso le donne studiar” inno spiritoso ai piaceri agrodolci dell’amore al ritmo di marcia. Un’allegoria leggera della vita di corte, del denaro, della seduzione.

TEATRO ROMANO DI BENEVENTO

Il Teatro Romano di Benevento fu eretto nel settore sud-occidentale della città presumibilmente sotto l’imperatore Traiano, ma inaugurato soltanto fra il 125 e il 128 d.C. da Adriano, al quale per l’occasione venne dedicata una statua con base recante l’epigrafe dedicatoria, quest’ultima visibile in corrispondenza del fronte scena.

L’edificio beneventano rappresenta il tipico modello di teatro diffuso dall’età augustea e per tutto il periodo imperiale: a differenza del teatro greco, edificato sempre sfruttando il pendio di una collina ove venivano ricavate le gradinate, quello di età romana si caratterizza per le strutture della cavea, ossia la platea semicircolare, che sorrette da archi e volte, formano una struttura chiusa che poteva essere coperta superiormente da teli (i cosiddetti velaria).

L’imponenza delle sue strutture è data dalle dimensioni: alto in origine circa 23 metri, è dotato di uno spazio orchestra di un diametro di circa 30 metri. La cavea, accessibile tramite corridoi e scalinate, misurava circa 98 metri di diametro, ma non si conserva nella sua interezza. Lo stesso fronte scena, ossia la struttura che rappresentava lo sfondo e che ospitava la scenografia, è parzialmente conservato. Tuttavia è possibile immaginare un edificio scenico piuttosto articolato, costituito da tre ordini e, nella porzione inferiore, da una grande nicchia centrale e da due “nicchioni” absidati ai lati, nei cui assi si aprivano la Porta Regia e due aperture minori. Destano molto interesse gli ambienti posti ai lati della scena, le cosiddette aulae: una di esse, posta a sinistra del fronte palco guardando la cavea, conserva ancora in parte il rivestimento in lastre marmoree policrome.

Costruito in opera cementizia con paramenti in blocchi di pietra calcarea e in laterizio, il teatro beneventano subì un importante restauro in età severiana, come testimonia un’epigrafe dedicata dalla città a Caracalla fra il 197 ed il 198 d.C.; in quella occasione l’intero fronte palco venne interessato da un significativo rifacimento.

Non è chiaro quando il monumento perse la funzione di struttura adibita agli spettacoli teatrali; le indagini archeologiche condotte negli ultimi anni hanno tuttavia appurato che il teatro ed una parte significativa del settore meridionale della città rimasero fuori dalla cinta muraria edificata nel IV secolo d.C. che rappresenta la testimonianza del restringimento del perimetro di Beneventum nella tarda antichità. Forse è a partire da questo periodo, e per tutto il medioevo, che l’edificio divenne sede di abitazioni che si impiantarono sulle strutture del complesso monumentale che venne altresì spogliato degli elementi lapidei, riutilizzati da altre costruzioni. La “parcellizzazione” e la presenza di case documentate da varie immagini risulta piuttosto evidente nelle cartografie di età moderna in particolare nella pianta urbana del Mazarini (1823), che pertanto rappresentano una testimonianza del riuso dell’edificio che continuò a vivere, ma con altre forme e funzioni. Inoltre le strutture del settore meridionale della cavea costituirono le fondazioni della chiesa di S. Maria della Verità edificata a partire dal 1782.

La “riscoperta” del teatro iniziò alla fine dell’Ottocento, quando l’architetto Almerico Meomartini effettuò a proprie spese i primi lavori di scavo riuscendo poi a realizzare una pianta piuttosto precisa dei resti nascosti dalle abitazioni. I lavori che, secondo i criteri dell’epoca, comportarono la demolizione delle strutture moderne continuarono negli anni Venti e Trenta del Novecento, per poi interrompersi a causa dei nefasti accadimenti della Seconda Guerra Mondiale: i numerosi bombardamenti devastarono gran parte del centro storico della città ma non colpirono il monumento. L’urgenza della ricostruzione e della salvaguardia dei beni culturali cittadini fece sì che l’area del teatro divenisse un vero e proprio deposito di statue, elementi lapidei, epigrafi provenienti dagli edifici danneggiati e distrutti dai bombardamenti. Gran parte di quei materiali sono ancora visibili fra le strutture e lo spazio retrostante la scena; in questo settore sono altresì conservati i resti frammentari di molte delle 56 colonne (di età romana) della cattedrale devastata dalle azioni belliche, cattedrale nella quale sono state reimpiegate solo le colonne rimaste integre e qualcuna di quelle meno danneggiate.

Dopo essere stato interessato da significativi restauri che interessarono le strutture e, in particolar modo, la cavea, il teatro fu restituito alla città ed alla sua originaria funzione: la rappresentazione dello spettacolo “Le donne al parlamento” di Aristofane, messo in scena il 26 giugno del 1957, rappresentò l’inizio di una nuova stagione del complesso monumentale beneventano.

campania>artecard

il pass si estende a Benevento

Campania>artecard è il sistema integrato musei/trasporti ideato nel 2002 dalla Regione Campania e coordinato dalla Scabec, Società Campana per i Beni Culturali, con l’obiettivo di potenziare la fruizione del patrimonio culturale della Campania.

Nato da un accordo della Regione Campania con il MiBAC, è il primo pass turistico di servizi integrati realizzato in Italia, a cui si sono ispirati in seguito altri progetti simili sia per i circuiti regionali che per le grandi città d'arte. Negli anni è passata da strumento di agevolazione dei servizi turistici a vera e propria piattaforma di servizi per la valorizzazione dei beni culturali su cui si attivano progetti specifici per la promozione e la fruizione del patrimonio regionale culturale.

Il Polo Museale della Campania, con la Provincia di Benevento, il Comune di Benevento e la Curia Arcivescovile hanno sottoscritto un protocollo per la rete del sistema museale cittadino. Il circuito museale di Benevento entra quindi nell’ampia offerta di Campania>Artecard, il più grande sistema di rete dei beni culturali della Regione Campania.

L’Area Archeologica del Teatro Romano di Benevento, l’Hortus Conclusus, l’Area Archeologica Arco del Sacramento, il Museo del Sannio, il Museo Arcos, il Museo dell’Arco di Traiano, il Museo Diocesano e percorso archeologico Ipogeo, sono i 7 siti della rete che, a partire dal mese di Settembre, saranno fruibili con Campania>Artecard nelle versioni del pass regionale e del pass 365. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito www.campaniartecard.it

TEsto e immagini da Ufficio Stampa SCABEC


L'altra Elena di Euripide: da imago funesta a vittima innocente della Τύχη

L'ALTRA ELENA DI EURIPIDE:

Da imago funesta a vittima innocente della Τύχη

Articolo e foto a cura di Elly Polignano e Veronica Piccirillo

Arredi scenici prima della rappresentazione

Elena, nome proprio di persona di genere femminile che, in un gioco paraetimologico di matrice eschiliana, verosimilmente affine a quello del classico nomen omen, trae la sua origine dal tempo aoristo (helein) del verbo greco airéo e assume il peculiare significato di ‘distruggere’ (cfr. Aesch. Ag. 681 - 698). È proprio in tal modo che viene identificata la donna che è comunemente considerata la causa della guerra di Troia, della totale distruzione di questa città e dei suoi abitanti e, infine, dell’infelicità degli Achei, costretti a combattere per il desiderio di Menelao di ricondurre sua moglie in patria e di vendicare l’oltraggio subito da Paride, il principe troiano che gliel’aveva sottratta.

Ma la bella troiana fu davvero motivo del sanguinoso scontro che tenne impegnati i Greci e i Troiani per dieci lunghi anni?

Gli sposi ricongiunti al cospetto di Teonoe

Nella tragedia euripidea è infatti presente un’altra versione del mito, diametralmente opposta rispetto a quella generalmente conosciuta: nel prologo si narra che la donna non sia mai giunta effettivamente ad Ilio e che, al suo posto, sia stato mandato un eidolon, «un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo e simile in tutto» a lei (cfr. Eur. Hel. 32 - 33). La vera Elena, invece, sarebbe stata portata da Hermes nel caldo Egitto, dove avrebbe trascorso tutti i dieci anni della guerra di Troia, celata all’interno della reggia di Proteo. La scena, dunque, si apre proprio con l’immagine della regina di Sparta supplice nei pressi della tomba di quest’ultimo, nel tentativo sfuggire alle forzate nozze con suo figlio Teoclimeno che, subito dopo la morte di Proteo, aveva ripetutamente cercato di sedurla e di renderla sua sposa, senza successo. Improvvisamente, però, Elena vede arrivare dinanzi a sé Teucro, un messaggero che la informa riguardo alla tempesta che aveva da poco colpito le navi del marito Menelao, a seguito della quale il re stesso avrebbe purtroppo perso la vita insieme ai suoi compagni. La donna, in preda alla disperazione e ormai priva di speranza, dopo essersi consultata con il coro, decide di rivolgersi a Teonoe, sorella di Teoclimeno e profetessa in grado di prevedere il futuro, per ottenere maggiori informazioni sull’accaduto. Nel frattempo Menelao, erroneamente creduto morto, a seguito del naufragio, approda proprio sulle coste egiziane con il suo intero equipaggio e con il fantasma di Elena, che crede di aver recuperato da Troia, e si reca al palazzo reale per chiedere soccorso. Qui, inizialmente respinto da un’anziana serva, incontra fortuitamente sua moglie che, dopo qualche momento di titubanza, tenta di convincerlo della sua reale identità. Nonostante i dubbi iniziali, il re si persuade ben presto della veridicità delle sue parole, confermate anche dall’arrivo di un messaggero proveniente dalla ciurma che lo informa della scomparsa del fantasma di Elena. Finalmente ricongiunti, i due si recano da Teonoe per supplicarla di non rivelare nulla della fortuita agnizione a Teoclimeno. Ricevuto il placet della profetessa, i coniugi escogitano un piano per fuggire dal palazzo: facendo credere al re che Menelao fosse morto e che l’uomo lì presente fosse solo un semplice marinaio testimone autoptico dell’accaduto, Elena avrebbe esternato la necessità di celebrare il funerale per il marito secondo le usanze greche. Teoclimeno, pertanto, avrebbe dovuto fornirle una nave, un equipaggio, una pira funebre e altri accessori fondamentali per lo svolgimento del rito. Il re egiziano, totalmente convinto della buona fede delle parole della donna, soprattutto dopo averle strappato la promessa di ottenerla in moglie una volta eseguito il funerale, accetta. A questo punto Elena e Menelao, salpati sull’imbarcazione, si allontanano dalla scena, vittoriosi.

Elena
Elena circondata dal coro maschile ancora coperto da vesti nere

Sono proprio questi i momenti più icastici della messa in scena della tragedia euripidea, egregiamente rievocati nelle rappresentazioni tenutesi nel Teatro Greco di Siracusa per la regia di Davide Livermore. Ogni anno, infatti, la fondazione INDA (Istituto Nazionale Dramma Antico) cura la rappresentazione di due tragedie e di una commedia del teatro greco di età classica, occupandosi della loro scenografia, coreografia e rivisitazione. Nel 2019, nei mesi di Maggio, Giugno e Luglio, si tiene la 55esima stagione teatrale che prevede le reperformance di tre diversi drammi: l’Elena e le Troiane di Euripide e la Lisistrata di Aristofane. Nella prima, si può cogliere, fin da subito, la novità dirompente, ora come allora, di un’opera che non è ascrivibile al genere tragico stricto sensu ma che si presenta, piuttosto, come un ibrido a metà fra tragedia e commedia. Grazie alla sagace traduzione del prof. Walter Lapini, ordinario di Letteratura Greca presso l’Università degli Studi di Genova, è infatti possibile individuare la fedele connessione col testo antico, rappresentata dai vivaci dialoghi dei personaggi e dalle loro tragicomiche avventure in terra egiziana.

Eccellente coadiuvante di una siffatta resa italiana del dramma, è sicuramente la scenografia, che contribuisce a sottolineare le caratteristiche peculiari di ciascun personaggio. Significativo, in particolare, è il rapporto di Elena con la sua bellezza, in quanto appare evidente come quello che dovrebbe essere un pregio per ogni donna comune, diventi una condanna per la regina di Sparta, che è in continuo dialogo-monologo con la sua stessa immagine, riflessa nei numerosi specchi, portati di volta in volta sulla scena, e nell’acqua sottostante. Proprio grazie a quest’ultimo espediente scenico, diviene lampante l’idea della frammentarietà dell’imago di Elena che, come in un assedio, si ritrova completamente accerchiata dai riflessi di se stessa, vittima innocente e impotente dinanzi al volere degli dèi. Tale tematica, poi, risulta ancora più esasperata dalla voce e dal pianto disperato di un’ulteriore Elena-narratrice, di età avanzata, il cui volto, ormai segnato dalle rughe, aleggia etereo sulla scena, sino al termine della rappresentazione, attraverso una videoregistrazione riprodotta dagli schermi sovrastanti.

Molto suggestiva è la presenza, all’interno del basamento scenico, di un grandissimo bacino d’acqua, che oltre a svolgere la funzione, precedentemente accennata, di specchio della figura di Elena, costituisce principalmente il luogo su cui il coro e gli attori di volta in volta recitano e si muovono, contribuendo ad avvolgere, attraverso il suono dello scrosciare dell’acqua, l’intero teatro all’interno di un’atmosfera incredibilmente magica e surreale. Elena, ad esempio, viene trainata da una poltrona mobile galleggiante, così come i superstiti degli Achei e lo stesso Menelao si aggrappano alla loro nave ormai in rovina. Bicchieri e suppellettili per metà in acqua e per metà fuori adornano la scena, dominati da un’enorme arpa posta su di un piedistallo che funge, anch’esso, da ulteriore piattaforma.

Elena
Elena ormai anziana con il coro scoperto

Interessante risulta poi l’associazione del personaggio della profetessa Teonoe a quello di una cantante lirica. Attraverso questa scelta, il regista è stato in grado di rendere perfettamente tangibile l’idea dell’evanescenza, del mistero e dell’autorità delle parole pronunciate dalla veggente, una figura spesso ambigua e impenetrabile che, in questo caso, viene resa ancora più eccentrica dalla voluminosità del suo costume dorato. Altra parte distintiva della scenografia è, infatti, l’abbigliamento degli attori in scena: al posto dei classici abiti greci, si è preferita una soluzione innovativa e allo stesso tempo “straniante”. Tutti i personaggi (esemplare è, in particolare, il caso di Teonoe menzionato prima) sono vestiti come raffinati aristocratici francesi di fine Ottocento. Il coro, che nell’Elena euripidea è canonicamente costituito da donne (o meglio, da uomini con maschere femminili, dal momento che nel teatro greco classico non era permesso alle donne di recitare), è invece arricchito dalla presenza di soli uomini. Questi, inizialmente coperti da ampi veli neri, solo in un secondo momento lasciano intravedere la loro caratteristica peculiarità, ballando e danzando per tutta la tragedia in una sublime coreografia.

Sulla medesima scia innovativa si pone, inoltre, anche la scelta del finale della reperformace firmata Livermore. Si tratta, infatti, di una conclusione del tutto estranea al testo greco: Elena e Menelao riappaiono insieme sulla scena dopo la fuga dall’Egitto e, sempre insieme, percorrono lo spazio della superficie liquida del basamento fino a raggiungerne il centro, dove rallentando gradualmente ogni loro movimento, cominciano a sembrare sempre più deboli e malfermi. Menelao non tarda ad accasciarsi esanime dinanzi alla poltrona galleggiante di Elena, mentre quest’ultima scopre improvvisamente il suo volto irrimediabilmente invecchiato e il capo dai lunghi capelli canuti, rendendo di carne e ossa l’immagine dell’anziana Elena-narratrice che l’aveva accompagnata per l’intero dramma mediante la videoregistrazione. L’idea di presentare un’Elena vecchia e ormai prossima alla morte ci riporta alla memoria la rivisitazione di Ghiannis Ritsos, in cui la protagonista, ormai completamente annientata dal disfacimento del suo corpo, rievoca costantemente un passato glorioso e assai lontano. Nel caso della rappresentazione di Livermore, invece, l’introduzione di una novità del genere, potrebbe contribuire a rendere ancora più evidente e tangibile il dramma vissuto da Elena, che solo da anziana riesce a recuperare le schegge della sua funesta imago, garantendone una labile unità, seppur in prossimità della morte.

Foto di gruppo con tutto il cast

Alla luce di tutto ciò, si potrebbe affermare che, attraverso una grande varietà di mezzi ed espedienti adatti al mondo contemporaneo, il regista sia riuscito a ricreare la medesima atmosfera e a suscitare, nel pubblico di oggi, lo stesso stupore e lo stesso sbigottimento, che, nel V sec. a. C., gli antichi spettatori dovevano provare dinnanzi ad una rappresentazione così inaspettata ed innovativa come quella dell’Elena di Euripide. 


Le Troiane Euripide

«Finché il sole risplenderà sulle sciagure umane»: un canto all'unisono contro la guerra

«FINCHÉ IL SOLE RISPLENDERÀ SU LE SCIAGURE UMANE»:

Un canto all’unisono contro la guerra

Articolo a cura di Enrica Aglaia Milella e Francesco Moles. Foto di Roberto Biagio Cartani

Elena si discolpa. Foto di Roberto Biagio Cartani

Atene, 415 a.C.: infuria la guerra del Peloponneso, da qualche mese ricominciata in seguito alla pace di Nicia stipulata nel 421. Atene è protagonista di uno dei più noti momenti del conflitto, ossia la presa di Melo, da Tucidide memorabilmente descritta come un concentrato di atrocità e di distruzione giustificate dall’ineluttabilità della legge del più forte. In questo contesto, Euripide porta in scena le Troiane, rielaborando per il suo pubblico uno dei più strazianti segmenti del più celebre ciclo mitico della cultura greca. La tragedia vede alternarsi sulla scena una serie di donne differenti per età, status sociale, provenienza ed indole, tutte accomunate da un invincibile destino di sofferenza – individuale e collettiva – a causa dell’irrazionalità tanto degli dèi quanto degli uomini. Il dolore unificante è incarnato nel personaggio di Ecuba, presente sulla scena dall’inizio alla fine del dramma, tanto da giungere così ad identificarsi con la stessa Troia in rovina. È lei a raccogliere le lacrime di paura delle prigioniere che compongono il coro, è lei ad osservare impietrita il delirio di Cassandra in preda ad un furore di vendetta contro Agamennone, è lei a piangere la terribile sorte di sua figlia Polissena mentre Andromaca tenta di dimostrarle che in certi casi la morte è meglio della vita, è lei a confutare con legittimo risentimento le capziose giustificazioni di quella Elena che ogni male ha causato, è lei a seppellire l’inerte cadavere del piccolo Astianatte nella scena più toccante della tragedia. Alla grandezza tragica dei personaggi femminili, fa da contraltare la piccolezza di quelli maschili, tutti appartenenti allo schieramento greco, ovvero il vanaglorioso Menelao e lo sgradevole araldo Taltibio. In un dramma dai toni cupi, tutto incentrato sul dolore, Euripide non lascia spazio alcuno a quei valori della società maschile – guerra, onore, vendetta, fama – che hanno condotto e ancora condurranno alla rovina due eserciti. Ne denuncia così apertamente l’insignificanza, annunciando di fatto la fine di una civiltà eroica avvertita ormai come distante anni-luce dalla realtà.

Le Troiane Euripide
Atena dialoga con Poseidone. Foto di Roberto Biagio Cartani

Spari assordanti nell’appena ritrovato silenzio della cavea, annunciati da un altoparlante che comunica l’avvio della messa in scena nel Teatro greco di Siracusa. Nel silenzio del tardo pomeriggio, il boato coglie comunque tutti di sorpresa e un rivolo di fumo sbuca tra gli alberi del parco retrostante il proscenio; segue un momento di sospensione, di sconcerto, interrotto dalle urla improvvise delle donne di Troia sconfitta, che corrono attraverso gli alberi privi di chiome e rami, che fanno da dolorosa scenografia allo spettacolo. Quegli alberi sono però più di questo: sono il monito della morte e della sciagura che si è abbattuta sulla città, immaginata in uno spazio extrascenico, ma potentemente presente nella mente degli spettatori. Le donne di Troia si raggomitolano in terra, sulla scena, cercando un riparo impossibile da trovare nella vasta piana di Troia, teatro di desolazione. I loro corpi sono esposti alla furia dei vincitori, che stanno per strapparle tutte alla loro terra, nessuna esclusa, nemmeno la regina Ecuba, che spicca al centro con scuri abiti mimetici. Ha sul capo, rasato in segno di lutto, un turbante, là dove, in precedenza, s’immagina portasse l’aurea corona. A questo punto entra in scena Poseidone, dal fondo dello spazio scenico, e, mentre recita il prologo, percorre la scena e risale da una delle scalinate del teatro, fino a trovarsi in posizione diametralmente opposta a quella di Atena, che appare sulla sporgenza rocciosa alla destra del pubblico. Sin dall’avvio della tragedia, l’intera struttura teatrale si fa palcoscenico: gli attori agiscono spesso lungo le scalinate della cavea, a un soffio dal viso degli spettatori, e le entrate e le uscite sono distribuite lungo le direttrici che si irradiano dal palcoscenico lungo l’intero edificio teatrale. Grazie alla sapiente regia, la distanza tra realtà teatrale e pubblico si annulla, rendendo quest’ultimo partecipe dell’azione scenica, quasi facesse parte del coro delle Troiane, che esattamente alla stregua di spettatrici, guardano avvicendarsi sulla scena Cassandra, nel suo furore mortifero, Andromaca che stringe il figlio Astianatte al petto, incapace di trovare riparo nella piana desolata dinanzi a Ilio, ed Elena, sprezzante autrice della loro rovina; Ecuba si aggira costantemente sulla scena e, davanti ai suoi occhi stanchi, si srotola la tragedia della sua città e della sua famiglia.

Le Troiane Euripide
Ecuba stringe il corpo di Astianatte. Foto di Roberto Biagio Cartani

Tra i momenti di più profondo coinvolgimento emotivo e tensione drammatica, spiccano l’uscita di scena di Cassandra, più volte rallentata dal furore profetico della donna, la straziante separazione di Andromaca e Astianatte, in seguito al disperato tentativo di fuga della madre, stretto il figlio tra le braccia, e, in ultimo, l’atroce sepoltura del figlio di Ettore eseguita da Ecuba, sua nonna, con le umili vesti delle donne troiane. Questo atto finale è il simbolo della tragicità della guerra e della totale sovversione del ciclo naturale di nascita e morte: una donna anziana si trova infatti a sopravvivere al giovane nipote e a curarne il rito funebre. La disfatta di Troia si è infine compiuta; Ecuba e le donne troiane assistono impotenti al rogo della città e, abbandonate le tute mimetiche, l’intera scena si tinge del rosso dei loro abiti. Il coro delle Troiane, che lungo l’intero arco del dramma ha cercato conforto per la propria sciagura nel canto, si raccoglie ora nel silenzio, rotto soltanto dal rumore dei passi che accompagnano i tamburi di guerra, mentre si avvia verso l’infausto destino di schiavitù.

Finale della tragedia. Foto di Roberto Biagio Cartani

E come non ricordare, terminata la messa in scena, le immagini che ogni giorno affollano i notiziari? Come non comprendere che la tragedia delle donne troiane viene ripetuta ancora e ancora anche al giorno d’oggi, sotto i nostri occhi di pubblico non pagante? Figli vengono strappati alle proprie madri e ai propri padri, superato il confine tra Messico e Stati Uniti. Ogni giorno si affollano sulle coste del Mediterraneo uomini, donne e bambini; eppure, ancora più numerosi sono quanti non giungono a toccare le nostre sponde e vengono divorati dal mare cui si affidano, nell’estremo tentativo di fuggire guerra e povertà. Quando il mare ne restituisce i corpi, somigliano tutti spaventosamente al piccolo Astianatte.

Sepoltura di Astianatte. Foto di Roberto Biagio Cartani

Il canto delle Troiane è il canto di chi esige che chiunque assista alla tragedia non si fermi semplicemente a guardare, ma ne conservi e trasmetta la memoria, affinché essa non si perda nell’oblio, ma venga sempre illuminata dal sole nella speranza di un nuovo giorno.

«Quanta dolcezza hanno le lacrime per coloro che stanno male e i lamenti luttuosi e la poesia che contiene dolori» (Euripide, Troiane vv. 608-609, traduzione di Ester Cerbo).


Palermo: una call per la città. Il Salinas Culture Hub accoglie 15 progetti

PALERMO | UNA CALL PER LA CITTÀ

IL SALINAS CULTURE HUB ACCOGLIE 15 PROGETTI

La presentazione venerdì 5 aprile alle 11,30

 

#Domenica al museo: ingresso gratuito

Visite alla mostra sui Borbone | prorogata fino al 30 giugno

Laboratori in inglese per bambini | Colazione o brunch al museo

Salinas Culture Hub
Menade I-II sec a.C. dalle Terme di Caracalla

 Teatro, musica, danza, workshop, eventi legati alla multiculturalità, alla memoria e alla sostenibilità. È questo il primo cartellone del Salinas Culture Hub che sarà presentato venerdì 5 aprile alle 11,30 al Museo Archeologico Salinas, alla presenza degli operatori e artisti coinvolti. Tutto nasce da una call che il museo e CoopCulture hanno lanciato il 24 novembre e aperto alla città per ricevere proposte legate al territorio. La call è andata anche oltre le aspettative, visto che sono giunti addirittura 82 progetti, sottoposti ad una giuria di sette esperti che hanno selezionato le proposte che coinvolgeranno tutti gli spazi del museo. Il calendario partirà a fine aprile.

 #Domenica al museo: ingresso gratuito

Questa domenica (7 aprile), come accade ad ogni inizio mese, l’ingresso ai siti e ai musei istituzionali è gratuito. Così anche al Museo Archeologico Salinas, aperto dalle 9 alle 13. CoopCulture organizza un bel programma di visite guidate e laboratori per bambini. Si potranno scoprire le collezioni del museo e la mostra dedicata ai lasciti dei Borbone, con la guida di un archeologo, scegliendo di fermarsi per la colazione o proseguire con il brunch al Café Culture. I bambini (tra 6 e 12 anni) potranno invece partecipare alla prima visita didattica in inglese per scoprire miti ed eroi.

Chiacchiere al museo 

Domenica alle 10,30 un archeologo accoglierà  i visitatori al Cafè Culture e, durante la colazione, racconterà la storia del museo e leggerà fonti antiche che narrano la storia di Pompei. Finita la colazione, visita alle sale espositive e alla mostra su “I Borbone e l’archeologia a Palermo, Napoli e Pompei” che è stata prorogata fino al 30 giugno. Saranno illustrati reperti che provengono dalle prime campagne di scavo avviate ad inizio ‘700 da Carlo III di Borbone che, appassionato di archeologia, emanò le prime leggi a tutela del patrimonio artistico del Regno. La mostra racconta l’unico anno (1816) che Palermo visse da “capitale del Regno delle Due Sicilie”. In collaborazione con il MANN di Napoli, il Parco archeologico di Pompei, e CoopCulture. Per chi invece preferisce pranzare al museo, è programmata una seconda visita guidata alle 12, poi il brunch dalle 12,30 alle 15, nel settecentesco chiostro del museo.

Erote che regge una maschera I sec a. C. dalla Casa di Sallustio a Pompei Foto Vittorio Fazio

8 € colazione + visita guidata mostra

15 € brunch + visita guidata mostra

Per info e prenotazioni: 091 7489995 | 345 7765493 

 

Pittura parietale da Villa Sora a Torre del Greco. Foto Vittorio Fazio

 Let’s Go! - Visita didattica in inglese per bambini

Goods and Heroes

Let's Go!  è un ciclo di quattro visite didattiche in inglese per bambini tra i 6 e i 12 anni, organizzato con Up! English Center all'interno di alcuni dei siti gestiti da CoopCulture a Palermo. La prima visita sarà questa domenica al Museo Salinas, poi si continuerà al Palazzo della Zisa, al Museo di Zoologia Doderlein e all’Orto Botanico.

Un modo per imparare l’inglese giocando, imparando nuovi termini e scoprendo il patrimonio culturale della città. Le visite saranno in inglese, con un linguaggio colloquiale e comprensibile adatto ai più giovani, con l’assistenza di un traduttore: domenica alle 11, la visita Goods and Heroes (Dei ed eroi)storie legate alle divinità antiche. Per scoprire che Zeus era il padre di tutti e il dio più potente, Afrodite era bellissima e Apollo rappresentava il Sole… I giovani visitatori dovranno superare degli ostacoli per conseguire il diploma di “english archaeologist”.

7 € attività didattica

Per info e prenotazioni: 091 7489995

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Testo e immagini da Ufficio stampa CoopCulture Sicilia


famiglia in scena

Martedì “La famiglia in scena”, tra rappresentazione teatrale e realtà

Presidenza del Consiglio comunale

Martedì “La famiglia in scena”, tra rappresentazione teatrale e realtà

L’iniziativa alle 17 in Sala Alessi in collaborazione con l’Università degli studi di Milano

famiglia in scenaMilano, 1° aprile 2019 - Domani, martedì 2 aprile, alle ore 17 in Sala Alessi a Palazzo Marino il Presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolé, la vice presidente Beatrice Uguccioni e l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno parteciperanno all'incontro "La Famiglia in scena", un'iniziativa promossa dalla Presidenza del Consiglio comunale con il Dipartimento di Beni culturali e ambientali, Università degli studi di Milano.

"Un momento di confronto e una prospettiva diversa dalla quale ragionare sull'evoluzione della famiglia - commenta il Presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolé -, in un periodo in cui in molti si interrogano, anche rispolverando concetti antichi, sul ruolo che debba avere nella società".

"Una interessante occasione – aggiunge l'assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno - per parlare di un tema importante attraverso la sua rappresentazione nella storia del teatro e della creatività moderna".

“Milano, 1959. Padiglione d’Arte contemporanea (PAC). Va in scena ‘The family of man’, la mostra curata da Edward Steichen, direttore del dipartimento fotografico del MoMA, che, presentata per la prima volta nel 1955 a New York, dopo un tour in più di 150 musei del mondo, è allestita permanentemente dal 1994 al Castello di Clervaux (Lussemburgo). Lamberto Vitali – dichiara Beatrice Uguccioni, vicepresidente del Consiglio comunale di Milano - coglie con questa sua evocativa immagine che accompagna il nostro convegno (grazie alla concessione del professor Enrico Vitali, erede del Fondo Lamberto Vitali fotografo e del Civico archivio fotografico del Comune di Milano) un momento del giorno dell’inaugurazione milanese. In un gioco di specchi e rimandi ci restituisce gli sguardi di una famiglia di spettatori che guardano alla più grande e unica “famiglia mondiale” che l’esposizione originaria voleva raccontare. Un bellissimo scatto, elegante, sorprendente ed emozionante che narra altresì, 60 anni dopo, l’idea di fondo della nostra iniziativa”.

“Il tema dei rapporti familiari attraversa tutta la storia del teatro, ma diviene elemento centrale di riflessione a partire dalla nascita del dramma borghese, la cui ambientazione tipica è quella del salotto, stanza in cui la famiglia si apre alle relazioni esterne. L’incontro si propone di ripercorrere le declinazioni fondamentali della tematica nella drammaturgia italiana ed europea tra fine Ottocento e mondo contemporaneo, mostrando come il teatro sia lo specchio - al contempo critico e fedele - dell’evoluzione dei rapporti familiari e sociali”, affermano Alberto Bentoglio, Direttore del Dipartimento di Beni culturali e ambientali e docente di Storia del teatro e dello spettacolo e Mariagabriella Cambiaghi, docente di Storia del teatro e dello spettacolo – Università degli studi di Milano.

 

 

Come da Comune di Milano


Mercoledì 27 marzo si celebra la Giornata Mondiale del Teatro

Torna il 27 marzo la Giornata Mondiale del Teatro, evento internazionale istituito nel 1961 a Vienna nel corso del IX Congresso mondiale dell'Istituto Internazionale del Teatro, ente con sede a Parigi e Shanghai, fondato a Praga nel 1948 dall'UNESCO e da illustri personalità delle arti di scena.

La prima di queste giornate fu celebrata il 27 marzo 1962 su iniziativa di Jean Cocteau e in questa giornata  una eminente personalità delle arti di scena espone, su invito dell'ITI, esprime le sue riflessioni riguardanti il teatro e la cultura della pace, per il 2019 il messaggio è scritto dal celebre regista cubano Carlos Celdràn (http://www.spettacolodalvivo.beniculturali.it/index.php/bacheca-dal-mondo/995-giornata-mondiale-del-teatro-2019)

Il Parco Archeologico di Ercolano celebra la giornata mondiale del teatro ricordando che dal 17 marzo è stabilmente aperto l’Antico Teatro, tutte le domeniche con tre turni di visita; si tratta di un percorso sotterraneo concepito come una vera e propria esplorazione, i visitatori scendono sotto il materiale eruttivo a più di 20 metri attraverso scale realizzate in età borbonica. Un viaggio nel tempo concepito come una vera ‘avventura’ speleologica, un immergersi anche fisicamente in un’atmosfera che permette di ripercorrere idealmente, appunto immergendosi fisicamente nell’antico monumento, gli spettacoli che un tempo vi si svolgevano all’interno. I visitatori oltre ai resti dell’antico edificio possono osservare reperti e graffiti lasciati nei secoli dai visitatori, che alla luce delle fiaccole attraversarono nel XVIII e XIX secolo le gallerie e i pozzi creati per penetrare nelle viscere dell’antica Ercolano, e si potranno ammirare persino piccole stalattiti.

Sepolto dall’eruzione del 79 d.C., fu il primo monumento ad essere scoperto nei siti vesuviani colpiti dal cataclisma. Fin dalla sua scoperta, suscitò grande interesse, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, da parte dei colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa e diventò una tappa del Grand Tour.

Nelle due  prime domeniche di apertura si è registrato un tutto esaurito all’Antico Teatro di Ercolano, i visitatori interessati sono invitati ad anticiparsi nel programmare la propria visita, ogni informazione riguardante l’acquisto dei biglietti sul sito del Parco www.ercolano.beniculturali e su www.ticketone.it.​


Giornata internazionale del paesaggio al Parco archeologico di Ercolano

Il 14 marzo prossimo si celebrerà la Giornata nazionale del Paesaggio istituita dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali  con l'obiettivo di "promuovere la cultura del paesaggio in tutte le sue forme e a sensibilizzare i cittadini sui temi ad essa legati, attraverso specifiche attività da compiersi sull'intero territorio nazionale mediante il concorso e la collaborazione delle Amministrazioni e delle Istituzioni, pubbliche e private" .

Per i visitatori del Parco Archeologico di Ercolano i fantastici paesaggi del Golfo attraverso i percorsi della città antica saranno illustrati con visite guidate a cura di Coopculture.

Le visite partiranno dalla biglietteria del Parco con appuntamento alle ore 11.00  e ore 15.00. Numero massimo di partecipanti per turno: 30 persone.

Le prenotazioni  si effettuano al numero di Coopculture, 848800288, attivo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 17; il sabato dalle 9 alle 14. Le prenotazioni saranno chiuse il martedì 12/03/2019 alle 17.

Il tema del paesaggio urbano contemporaneo gioca un ruolo fondamentale per stabilire una nuova dialettica tra città antica e città moderna, l’una incassata nell’altra, l’una già tante volte nel corso dei secoli interconnessa all’altra, eppure ancora oggi non compiutamente integrate- dichiara il Direttore del Parco- Il gioco dei punti di vista, dei diaframmi da eliminare, degli spazi da condividere insieme con decoro, legalità, attività sostenibili rappresenta una scommessa e una sfida alla quale nessuno degli attori che agiscono sul territorio può sottrarsi, ognuno per la propria parte e con le proprie specifiche responsabilità. In questo senso il Parco ha in fase di sottoscrizione insieme al Comune e alla Fondazione Packard per i Beni Culturali un innovativo accordo di attuazione  per la gestione delle aree comprese tra via Mare e via Cortili dove prossimamente partiranno gli ultimi lavori di allestimento a cura dell’amministrazione comunale di Ercolano, dopo le attività di espropriazione e rimozione delle macerie ad opera del Parco e della Fondazione Packard.”

A coronare l’evento inoltre un gradito annuncio: dal 17 Marzo riapre in maniera permanente il percorso sotterraneo di visita al Teatro antico di Ercolano.  La giornata del Paesaggio diventa quindi l'occasione per il coinvolgimento degli stakeholders territoriali e per la loro inclusione attiva nell'iniziativa di riapertura stabile del Teatro: alle ore 17.00 gli esponenti di gruppi di interesse territoriale verranno accolti al Parco e si recheranno al Teatro antico dove il Direttore del Parco Francesco Sirano e il sindaco della Città di Ercolano Ciro Bonajuto daranno inizio all’apertura stabile del Teatro. “Aprire stabilmente il Teatro Antico è un ambizioso traguardo raggiunto – aggiunge Sirano – con la preziosa collaborazione del personale del Parco e della società in house del Ministero ALES SpA. si amplia e si aggiunge un tassello importante all’offerta di visita del Parco estendendola al primo settore di Herculaneum scavato nel XVIII secolo e per duecento anni costituente la più cospicua zona di visita. Il teatro, percorso da cunicoli e irrorato dallo stillicidio delle acque di falda, costituisce per sé un paesaggio urbano sotterraneo di rara bellezza ed eccezionale fascino.

La restituzione del sito archeologico, nell’attuale momento storico, si collega strettamente anche alla volontà di contribuire al recupero di un’area della città moderna, quella di via Mare, un tempo centrale ma progressivamente marginalizzata dal periodo post seconda guerra mondiale in poi. Forti in tal senso la collaborazione e il supporto assicurati dall’amministrazione comunale di Ercolano e la sinergia, giunta finalmente ad un punto di svolta, per il recupero di Via Mare e Via Cortili secondo un progetto congiunto iniziato nel 2014 insieme all’allora Soprintendenza Pompei e alla Fondazione Packard”.

Come ulteriore occasione di inclusione del territorio, ai partecipanti dell’evento del 14 marzo pomeriggio verrà offerto un buffet da parte della rete del consumo critico ercolanese a cura della Cooperativa Siani e dell'associazione antiracket di Ercolano.

Dal 17 marzo, tutte le domeniche, i visitatori potranno accedere al percorso sotterraneo: il costo dei biglietti è di 10 euro (intero) e di 2 euro (ridotto per ragazzi con età compresa tra i 18 e i 25 anni).
I biglietti saranno acquistabili in prevendita sul sito Ticketone.it (con costo ulteriore di prevendita pari a 1.50) e presso lo sportello della biglietteria degli Scavi di Ercolano.


Paolo Grassi Palazzo Reale di Milano mostre

Milano: mostra dedicata a Paolo Grassi a cento anni dalla nascita

Cultura

Ha aperto oggi a Palazzo Reale la mostra dedicata a Paolo Grassi a cento anni dalla nascita

“Paolo Grassi. Senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione…” è in programma dal 26 gennaio al 24 marzo

Paolo Grassi Palazzo Reale di Milano mostreMilano, 25 gennaio 2019 - Ha aperto oggi, sabato 26 gennaio, a Palazzo Reale, la mostra dedicata a Paolo Grassi (Milano, 30 ottobre 1919 – Londra, 14 marzo 1981). “Senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione…” - questo il titolo dell’esposizione, parole con cui Grassi definisce se stesso - è in programma fino al 24 marzo 2019.

A 100 anni dalla nascita, il Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale e Fondazione Paolo Grassi - La voce della cultura, presieduta da Davide Rampello e coordinata da Francesca Grassi, figlia di Paolo, colgono l’occasione per raccogliere l’intera ricerca sulla sua figura in archivi pubblici e privati, svolta nei dodici anni di vita della Fondazione.

Durante una carriera di quarant’anni, Paolo Grassi ha sostanziato un mestiere, quello dell’organizzatore culturale, ha creato una figura professionale che nel nostro Paese ancora non poteva dirsi individuata ed ha trovato il modo di esprimere il suo talento visionario.

A Paolo Grassi, inoltre, va ascritto il merito di aver diretto il primo teatro pubblico in Italia - il Piccolo Teatro di Milano - seguito dal 1947 al 1967 in codirezione con Giorgio Strehler e poi in direzione unica fino al 1972, lasciato per un incarico di grande responsabilità: sovrintendere dal ’72 al ‘77 il Teatro alla Scala.

Il più antico teatro lirico del mondo sotto la direzione Grassi si aprì ad innovazioni che hanno fatto scuola. Un esempio è la prima diretta televisiva in mondovisione il 7 dicembre 1976 di un’opera lirica, l’Otello di Verdi con la regia di Zeffirelli.

Anche durante gli anni di presidenza della Rai, Grassi fu un innovatore, la “terza rete” divenne di fatto, il canale culturale pubblico. È importante ricordare che Grassi implementò la produzione di film e sceneggiati televisivi poi premiati nei festival più significati (su tutti: L’albero degli zoccoli di Olmi, Padre padrone dei Taviani, Molière di Ariane Mnouchkine, Gesù di Nazareth di Zeffirelli).

Segnati dalla malattia, gli ultimi anni della sua carriera sono caratterizzati dal ritorno all’editoria, sua prima passione.

Per narrare in una mostra la lunga avventura professionale, culturale e umana di Paolo Grassi, è stato necessario individuare una visione concettuale che potesse allestire materiali diversi, come libri, documenti, ma anche immagini, filmati, oggetti, quadri, in un’atmosfera legata al mondo quasi magico della scena del Piccolo, della Scala e della piazza urbana.

L’allestimento non ha voluto essere una semplice citazione: l’intento, piuttosto, è stato quello di utilizzare materiali, modalità e linguaggi del mondo del palcoscenico, e quindi mezzi che fossero molto più vicini al mondo della scenografia teatrale.

La mostra è suddivisa in cinque sezioni, anticipata da un Prologo Familiare, un percorso attraverso foto, documenti, ritratti di Paolo Grassi e di alcuni capitoli della sua vita privata.

1. Costruzione di un progetto. Paolo Grassi prima di Paolo Grassi (1936 – 1946)

Fondamentalmente documentale con una selezione di libri, lettere, riviste, articoli, locandine, provenienti da archivi pubblici e privati.

Completa il tutto una sezione con quadri e disegni della cerchia di artisti che contribuirono alle riviste: Corrente, Palcoscenico, GUF Forlivesi.

2. Al Piccolo Teatro con Giorgio, Nina e gli altri (1947 – 1967)

2bis. Un teatro fuori le mura. La direzione solitaria (1968 – 1972)

Questa sezione riguarda i due tempi trascorsi da Grassi al Piccolo Teatro. Sarà illustrata, nella prima parte, dagli spettacoli degli esordi e dalla definizione dei rapporti con il pubblico e la politica e dagli autori simbolo come Goldoni, Brecht, Bertolazzi, Pirandello.

Inoltre, sono stati focalizzati estratti da importanti carteggi con Giorgio Strehler, Eduardo De Filippo e altri.

La seconda parte costituisce, in concomitanza con il cinquantennale degli anni della Contestazione giovanile dalla quale il Piccolo non fu esente, una considerazione storica di quell’epoca di passaggio e grandi trasformazioni.

3. L’opera alla prova dei media e della comunicazione. Gli anni al Teatro alla Scala (1972 – 1977)

Questa parte della mostra si appoggia a un’installazione guidata alla visione dell’Otello e a materiale documentale riguardante i cartelloni operistici e di danza della Piccola Scala che contraddistinsero la Sovrintendenza Grassi.

4. Un riformista alla Presidenza della Rai (1977 – 1980)

Interventi e carteggi della Presidenza di Paolo Grassi alla Rai.

5. Una passione trasversale: l’editoria (1942 – 1981)

Sezione trasversale in cui è messo in luce il lavoro editoriale di Grassi: dagli inizi con Le Edizioni di Pattuglia, Poligono, Rosa e Ballo, la collezione teatro Einaudi con Gerardo Guerrieri e il lavoro editoriale con Guazzotti alla Casa Editrice Cappelli e il progetto Electa degli ultimi anni.

Un nutrito corredo intreccia la biografia di Paolo Grassi, i suoi incontri più significativi (da Chaplin a Brecht fino alla Regina Elisabetta, per fare solo qualche esempio), i viaggi e le tournée, la storia personale e il rapporto con Strehler.

La mostra, dopo la permanenza a Milano, sarà itinerante per tutto il 2019 e fino ai primi mesi del 2020.

 

Da testo lievemente modificato del Comune di Milano.