Venezia: convegno “La falsificazione epigrafica in Italia”

FAKE NEWS DEL PASSATO

A CA’ FOSCARI IL PIÙ IMPORTANTE CONVEGNO EUROPEO

A Venezia dal 10 al 13 ottobre oltre 50 specialisti nello studio dell’autenticità di iscrizioni e manoscritti antichi. Il caso: Da Arezzo a Baltimora sulle tracce del falsario Sententiosus

 

VENEZIA - La diffusione di informazioni false non inizia con il web: anche iscrizioni antiche, o apparentemente tali, possono ingannare. Una recente scoperta di due studiosi italiani, ad esempio, ha dimostrato che due reperti simili conservati in Italia e a Baltimora e ritenuti iscrizioni paleocristiane in realtà sono stati acquistati sul mercato antiquario romano ai primi del Novecento, opera di un falsario moderno e parte di una stessa serie.

“Questa importante scoperta  - commenta Lorenzo Calvelli, ricercatore di Epigrafia latina all’Università Ca’ Foscari Venezia e tra i principali studiosi del problema delle false iscrizioni nella storia - porterà auspicabilmente al riconoscimento di altri manufatti prodotti dalla stessa mano e disseminati in altre collezioni e musei d'Europa e del mondo”.

Per smascherare le fake news del passato sono infatti al lavoro da anni esperti di storia antica che, analizzando reperti posseduti dai antiquari, musei e collezioni private, riescono a verificare l’autenticità delle fonti.

Il problema della falsificazione storica e lo studio dei manoscritti, con particolare riferimento a quelli che tramandano il testo di iscrizioni antiche, genuine o inventate in tempi più recenti, ma 'spacciate' per autentiche saranno al centro di due convegni a Venezia dal 10 al 13 ottobre, tra cui il più importante convegno europeo di epigrafia romana, organizzato dall’Università Ca’ Foscari Venezia. Oltre 50 specialisti provenienti da Italia e Francia si riuniranno per confrontare le proprie ricerche.

Nel convegno “La falsificazione epigrafica in Italia” (www.unive.it/data/agenda/1/21789) saranno presentati importanti risultati che hanno consentito di smascherare la natura contraffatta di alcuni reperti considerati genuini, nonché di riconoscere che certi manufatti erano stati giudicati troppo severamente, essendo in verità autentici. Il convegno è organizzato nell’ambito del progetto triennale "False testimonianze" coordinato da Lorenzo Calvelli e finanziato da Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tra i progetti di interesse nazionale (Prin).

Una specifica sessione sarà infine dedicata al tema delle copie, che sono oggetti non creati a scopo di dolo, ma per fini conservativi o didattici. L'importanza delle copie, a volte risalenti anche a secoli fa, si sta rivelando sempre più significativa, dal momento che molti originali sono scomparsi nel corso del tempo o si trovano oggi in zone del mondo non più accessibili.

IL CASO

Da Arezzo a Baltimora: sulle tracce del falsario Sententiosus

Nella Casa Museo Ivan Bruschi di Arezzo (www.fondazioneivanbruschi.it/casa-museo) è conservata una misteriosa iscrizione latina, incisa su una piccola lastrina di marmo e finora completamente sfuggita agli occhi degli esperti. Le uniche informazioni note riguardano la provenienza del reperto: esso era un tempo conservato nella collezione privata della famiglia dei conti Vitali, anticamente esposta nella loro splendida villa a Fermo nelle Marche e oggi dispersa. La lastrina riporta una citazione di un salmo biblico "Erudimini qui iudicatis terram", cioè "Imparate, voi che giudicate la terra".

Lo studio del reperto, condotto da Andrea Raggi (Università di Pisa) e Carlo Slavich (Sapienza Università di Roma), getta nuova luce anche su un altro singolare manufatto iscritto, conservato presso il Johns Hopkins Archaeological Museum di Baltimora.

Fino a oggi quest'ultima iscrizione era stata universalmente accolta come genuina dalla critica e classificata come iscrizione sepolcrale cristiana. Una fortunata coincidenza consente di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che i due reperti iscritti, entrambi acquistati sul mercato antiquario romano ai primi del Novecento, sono opera di un falsario moderno e parte di una stessa serie. Per il carattere edificante delle iscrizioni, il loro autore è stato definito dai due studiosi Sententiosus, cioè produttore di sentenze.

Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Nuove ipotesi sull'antico abitato di Torcello

In corso lo scavo dell’Università Ca’ Foscari Venezia

L’ANTICO ABITATO DI TORCELLO RESTITUISCE UNO SCHELETRO – NUOVE IPOTESI SUI PRIMI ABITANTI DELL’ISOLA E LA LORO VITA

L’origine di Venezia si arricchisce di nuovi dati interpretativi

LO SCHELETRO

A Torcello, isola veneziana nella laguna, presso lo scavo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, iniziano ad emergere i protagonisti della millenaria storia dell’isola. Una sepoltura databile intorno all’VIII secolo d.C. è stata infatti scavata in questi giorni dall’equipe di studiosi sotto la direzione scientifica dell'archeologo Diego Calaon (Marie Curie Fellow). "Si tratta di un giovane adulto, la cui sepoltura – non troppo lontana dall’area che immaginiamo essere stata adibita a cimitero intorno alla Basilica nelle sue fasi altomedievali – di cui si è conservato piuttosto bene quasi tutto lo scheletro, ad eccezione della testa. Non lasciamoci ingannare però: il ritrovamento delle parti residuali di lato destro del cranio e il taglio di una buca di età moderna (probabilmente per un palo strutturale) proveniente dall’alto, ci indicano che la sepoltura era completa e che solo le attività successive svolte nell’area hanno determinato le mancanze di oggi".

Si tratta di un rinvenimento importante: a Torcello negli scavi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso erano state indagate aree cimiteriali, ma generalmente più moderne, ovvero pertinenti al pieno medioevo. Potere analizzare dati biometrici degli antichi Torcellani tra VI e IX secolo è un’occasione unica. Chi erano gli antichi abitanti dell’isola che vivevano nelle ben costruite case di legno presente densamente nell’area? Lavoratori liberi? Schiavi? Si tratta di una comunità già profondamente cristianizzata o meno? La presenza di una tomba isolata, o non connessa direttamente alla chiesa apre a molte ipotesi: le analisi DNA e biometriche ci indicheranno importanti dati interpretativi.

L’AREA

La sepoltura è stata scavata in un area molto interessante da un punto di vista stratigrafico: siamo sull’intestatura di un antico canale lagunare che separava l’isola dell’Antica Chiesa di Santa Maria dall’area dell’abitato medievale: il canale nel tempo è stato bonificato con centinaia di pali lignei, indice di una “fame di spazio” per abitazioni e attività artigianali che richiedeva l’allargamento e la creazione di nuovi spazi abitati.

Lo scavo nella sua estensione, ci sta rivelando come l’VIII i il IX secolo siano centrali per attestare l’esplosione demografica nell’isola: presenza di fitte case in legno, moli, focolari e strutture produttive, testimoniate da centinaia di frammenti di ceramica da cucina (tra cui molti catini coperchio, gli antichi testi per la cottura di pani e focacce nei focolari a terra), anfore da olio e vino, pietra ollare per la cottura di zuppe e minestre.

 LA DIETA

Cosa mangiavano i primi abitanti dell’isola? Anche a questa domanda possiamo già dare qualche risposta: mangiavano molto pesce, visto l’ambiente lagunare, comprese ostriche, cozze e molluschi, ma anche pesce d’altura, alcuni resti in corso di studio sembrano riferirsi addirittura a tartarughe e delfini. Attestati consumi importanti di carni bianche da pollame, di maiale e carne bovina, anche se i consumi di carne dimostrano la presenza di numerosi ovini, presenti sia per la carne che per la probabile produzione di pergamene. Oltre a ciò una grande varietà di verdure e frutta. Il contenuto delle anfore invece attestano consumi di olio, vino e spezie dal sud del Mediterraneo.

IL PORTO

L’abitato copre un’area molto ampia di magazzini, costruiti e attivi nei due secoli precedenti, tra VI e VII secolo dopo cristo: "Torcello diventa un punto nodale della portualità lagunare proprio in questo momento. Altino non è più praticabile come porto, e i magazzini che stiamo scavando nell’isola - continua Diego Calaon- ci dicono come molto prima di “immaginate” o “leggendarie” distruzioni barbariche le élite locali avevano investito pienamente per la creazione di uno scalo efficiente proprio nell’area del litorale dell’epoca. Magazzini costituiti con mattoni romani di riuso, alcuni anche iscritti, fondati con pietre spogliate dall’antica città romana. Il magazzino portuale porticato visibile a Torcello in questi giorni è eccezionalmente ben conservato".

UNA NUOVA INTERPRETAZIONE SULLE ORIGINI DI VENEZIA

 Tradizionalmente, Torcello si è sempre considerata nell’ottica di Venezia, come la prima Venezia, come l’origine della Serenissima, affidando a Torcello il ruolo del luogo dove gli antichi altinati (romani) si sarebbero rifugiati per scappare dai barbari. Se fosse così, come ci racconta il mito, gli spazi geografici dell’antica Torcello (ma anche di Rialto) dovrebbero essere considerati come luoghi “impervi, inaccessibili” dove nessuno avrebbe mai voluto mettere piede. Questa narrativa, fatta di guerre, barbari, lotte ha molto fascino, ma va riconsiderata alla luce dei recenti rinvenimenti.

L’archeologia ci racconta una storia completamente diversa. Una storia di trasformazioni ambientali e lenti adattamenti, su cui si sono fatti importanti investimenti sul piano commerciale e delle infrastrutture portuali. Ci racconta una storia di genti, di case, di relazioni. Una storia da narrare.

L’interpretazione nuova che se ne vuole dare è negli spazi e nelle stratigrafie Torcellane: “Torcello è il Porto Tardo-Antico e Altomedievale di Altino”. La collocazione del nuovo porto è essenzialmente dovuta ai cambiamenti ambientali, sia su larga scala (la progressiva trasformazione dei delta/estuari dei fiumi che sfociano in area costiera, con apporti progressivi verso il mare e la creazione di nuove aree mediamente acquatiche con barene, dossi e dune litoranee) che a scala locale (il progressivo interramento delle aree portuali di Altino e la necessità di spostare gli scali commerciali su aree con canali/lagune con maggiore capacità acquea).

Nella nostra narrativa, inoltre, hanno largo spazio i materiali da costruzione (il legno, il fango), l’approccio antropologico alla vita sulle lagune (il rapporto con l’acqua), e la fondamentale prospettiva dell’uso di forze lavoro per mantenere in vita i nuovi porti (schiavi).

Nel frattempo continuano anche le indagini in un altro settore, dove una costruzione di grandi dimensioni (più di 25 metri di lunghezza), interpretabile come una rimessa per le barche e magazzino, databile al XIV secolo, è in corso di scavo e studio. L’edificio con solide fondazioni in pietra (ancora  ”pezzi” di Altino riutilizzati in laguna,) si affaccia ad una robustissima antica riva in pietra, rinforzata successivamente da un pontile esterno per raggiungere quello che era il corso dell’antico Sile. Tra la riva e il magazzino i segni evidenti e abbondanti di un cantiere medievale per la sistemazione delle barche, probabilmente per la pesca, con le tracce dei pali per l’alaggio, per la sistemazione sul fianco dei natanti e, probabilmente, per la preparazione delle peci.

Insomma, una nuova storia sulle origini di Venezia tutta da raccontare: un lento spostamento di un centro commerciale e fluviale. Una storia densa di elementi, ricca da scoprire giorno per giorno.

L’ARCHEOLOGIA PARTECIPATA – IL PROGETTO TORCELLO ABITATA

Di conseguenza queste le riflessioni: “Come raccontare dunque questo materiale? Come “esporlo”? Come conservarlo?”

Da questo concetto prendono avvio gli APERITIVI ARCHEOLOGICI, le azioni di archeologia partecipata del Progetto Torcello Abitata 2018che ha ideato una forma insolita di incontro, condividendo insieme un aperitivo proprio lì, dove il cantiere di scavo è in corso, ascoltando dalla voce degli archeologi anticipazioni e news esclusive, ma anche proponendo giochi per bambini e visite guidate live, incontri con gli autori (Valerio Massimo Manfredi e Tiziano Scarpa) e momenti di riflessione sul possibile parco archeologico con i Soprintendenti ai beni Archeologici . PROGRAMMA APERITIVI ARCHEOLOGICI

Gli scavi saranno in corso fino al 14 ottobre.

Testo e immagini da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Università Ca' Foscari Venezia


Il peculiare estro di Emilio Vedova, originale ideatore dei “Dischi”

Pittore veneziano dallo stile inconfondibile, Emilio Vedova (1919-2006) si configurò come un’artista autodidatta fortemente attivo in campo nazionale ed internazionale. Definito come il fratello italiano di Jackson Pollock, introdusse negli anni Cinquanta del Novecento un linguaggio estetico inusuale e rivoluzionario, con una tendenza alla non figurazione vissuta in maniera molto passionale.

Image of Time (Barrier), 1951. Foto di G. Starke, CC BY-SA 2.0

Dopo una fase limitata di frequentazione di un corso serale di decorazione, aderì al gruppo Corrente insieme ai colleghi Birolli, Vittorini, Guttuso e Morlotti, prendendo parte alla resistenza nel 1943. Fondò il Fronte Nuovo delle Arti a Venezia e inizialmente mostrò l’influsso della corrente postcubista compiendo una serie dalle tonalità bianco-nere denominata per l’appunto “Geometrie nere”, sebbene in seguito aderì pienamente all’Informale. Nel 1951 a New York ebbe luogo la sua prima mostra personale negli Stati Uniti e l’anno successivo divenne membro del Gruppo degli Otto. Nel 1958 compì le sue prime litografie e dopo un anno dipinse “Scontro di situazioni”, ampie tele a forma di L inserite in un ambiente scuro ideato da Carlo Scarpa a Venezia. Ulteriori cicli di opere molto noti furono “Ciclo della protesta” e “Cicli della Natura”. Curò altresì le scenografie e i costumi dell’opera “Intolleranza ’60”, mentre tra il 1961 e il 1965 eseguì i cosiddetti “Plurimi”, ossia dipinti e sculture di legno e metallo distinti, complessi e mobili. In occasione dell’Expo del 1967 preparò per il padiglione italiano un collage-luce con minuscole lastre inserite in un ambiente asimmetrico ove proiettare figure cangianti.

Absurdes Berliner Tagebuch `64, 1964 (Plurimo 1-7), Berlinische Galerie. Foto di Ingo Ronner, CC BY 2.0
Absurdes Berliner Tagebuch '64, Berlinische Galerie. Foto di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti vi sono il premio per giovani pittori alla Biennale di San Paolo nel 1951, il Guggenheim International Award nel 1956, il premio per la pittura alla Biennale di Venezia nel 1960. Svariati i ruoli prestigiosi ricoperti, tra i quali ricordiamo il compito di direttore dell’Internationale Sommerakedemie a Salisburgo, lo svolgimento di svariate conferenze negli Stati Uniti e l’attività di insegnamento presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha infine ricevuto le onorificenze di “Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana per meriti culturali” e la “Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte”.

Emilio vedova, senza titolo, 1957-59. Foto di Sailko, CC BY-SA 4.0

Al termine degli anni Settanta sperimentò varie tecniche, ad esempio l’uso di opere mobili su dei binari d’acciaio (Plurimi-Binari), i monotipi e l’incisione su ampi vetri. L’artista usò il corpo per cifrare l’idea di spazio, dando importanza alle forme com’è visibile nel ciclo dei Dischi realizzati a partire dal 1985. D’altronde, l’espressionismo astratto gioca con il concetto di spazio, negando il valore del figurativo ed attuando un uso accorto del colore. I suddetti dischi sono pannelli circolari doppi dalla peculiare cromia, esposti in suggestive location quali la Fattoria di Celle (dove eseguì i primi esemplari, denominati “Non dove”, decorati su ambedue le facce) e il Castello di Rivoli.

Tra i dischi più rilevanti va menzionato “Chi brucia un libro brucia un uomo”, mega installazione che
rievoca la distruzione della biblioteca di Sarajevo a seguito di un incendio durante il periodo bellico,
nonché l’antecedente ciclo di opere “Dischi, Tondi e Oltre” compiute tra il 1985 ed il 1987. Tali
creazioni furono l’esito di un intenso periodo di ricerca relativa alla sacrale figura del cerchio in
contrapposizione all’universo mutevole, caotico ed asimmetrico percepito dal suo sguardo d’artista.
I Tondi sono dipinti su tela realizzati su un unico lato, mentre gli Oltre sono costituiti da tondi
all’interno di quadrati, completando la sua attività di rottura e di superamento delle barriere.

La realizzazione dei grandi teleri all’inizio degli anni Ottanta ha preparato questa successiva
riflessione sulla circolarità, in quanto nel corso della sua lunga carriera artistica ha sperimentato
discipline differenti spinto da un irrefrenabile spirito di ricerca. Il suo obiettivo era catturare lo spazio
mediante tutte le sue variegate produzioni: schegge, frammenti e dipinti perfettamente inseriti
nell’ambiente circostante, in un dialogo perfetto tra le opere e lo spazio architettonico che le
custodisce.

Emilio Vedova, senza titolo (prova impossibile), 1985. Foto di Sailko, CC BY-SA 4.0

Vedova assume importanza nell’arte in quanto simbolo della sperimentazione, di ricerca del nuovo
da dipingere, realizzando opere energiche all’interno di una società novecentesca in continua
evoluzione. Fu capace di rinnovarsi pur non alterandosi, adottando progressivamente una scelta più
raffinata dei supporti, giungendo anche a geometrie atipiche. L’esito di questo processo è
rappresentato da opere contraddistinte da pennellate nervose che veicolano la potenza del segno privo
di riferimenti, emergente in virtù della sua forza emotiva.

Emilio Vedova a Darmstadt con Pierre Kröger (4 agosto 1986). Foto dello stesso Pierre Kröger, CC BY-SA 4.0

Successivamente alla sua morte è stata organizzata ai Magazzini del Sale una mostra con le sue
opere in movimento, così come ideato dall’amico Renzo Piano: affiancate da un sottofondo musicale,
offrono allo spettatore uno stimolo multisensoriale davvero affascinante. Un gesto ammirevole da
parte della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova che continua a rimembrare ed omaggiare questo
peculiare artista nostrano.

Sitografia:

Fondazione Emilio e Annabianca Vedova

Peggy Guggenheim Collection

Artribune

Emilio Vedova. Foto di Rober l, CC BY-SA 4.0

Torna Venetonight e si fa invisibile

Edizione speciale della Notte della Ricerca di Ca’ Foscari: 28 settembre – 4 ottobre

TORNA VENETONIGHT E SI FA INVISIBILE

Una settimana di apertura per accogliere le scuole, tema INVISIBILE, organizzazione con Science Gallery Venice. In programma mostre ed eventi collaterali, visite speciali ai musei e attività per tutti negli Spazi Espositivi di Ca’ Foscari

Lead Angels Scopitone Festival 2014 ©Studio Frederik De Wilde

VENEZIA - Venerdì 28 settembre l’Università Ca’ Foscari aprirà le porte della ricerca al grande pubblico con una edizione della Notte della Ricerca piena di novità.

DURATA: DAL 28 SETTEMBRE AL 4 OTTOBRE

La tradizionale serata di incontro e scambio tra ricercatrici, ricercatori e la popolazione veneziana, alla quale l’ateneo veneziano partecipa assieme alle Università di Padova e Verona e con il contributo di Fondazione di Venezia e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, viene estesa ad una settimana (sabato 29 ore 10-13, domenica chiuso, da lunedì a giovedì 10-18), aprendo così le porte anche alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado.

 

TEMA: L’INVISIBILE

Ca’ Foscari ha scelto un tema trasversale che porta alla luce aspetti della ricerca che non si palesano ai sensi ma che sono ugualmente significativi e con un forte impatto sulle nostre vite, sulla società e sul pianeta. Il fil rouge scelto è l’INVISIBILE, un tema sfidante per Ca’ Foscari e per il Distretto Veneziano Ricerca e dell’Innovazione (DVRI) che partecipa all’iniziativa mostrando come l'invisibile diventa visibile nella scienza, nell'arte, nella letteratura e nella cultura. Leggere di più


Una cinquina anomala: segnali di vita dal Premio Campiello 2018

I premi letterari sono il Male. Partendo da questo curioso assunto, che rappresenta la posizione ufficiale del Lettore Appassionato Che non Soggiace alle Leggi di Mercato (altrimenti detto LACNSALDM), dovremmo forse curarci poco del fatto che sabato 15 settembre, alle 20.45 (in diretta su Rai5) sarà trasmessa dal Teatro La Fenice di Venezia la cerimonia di proclamazione del vincitore del Premio Campiello 2018. Eppure, e lo dico da LACNSALDM, in questa particolare circostanza, la cinquina dei finalisti ha catturato totalmente la mia attenzione al punto da indurmi a non voler neppure trovare alibi (“sai, sono capitata su Rai5 sperando trasmettessero un documentario sulla teoria dei quanti o la biografia di Teofilo Folengo e invece ho trovato la finale del Campiello…”), come quando fingo di non guardare programmi trash o intellettualmente imbarazzanti nei momenti di crisi della ragione e di necessità di sospendere le mie dissertazioni eterne sulle magnifiche sorti e progressive. Quest’anno sono particolarmente emozionata e coinvolta perché nella cinquina dei finalisti ci sono tre romanzi che, per un verso o per l’altro, hanno fatto parte del mio percorso di lettrice e di aspirante scrittrice inesistente. Uno dei quali, a mio avviso, dovrebbe essere il vincitore assoluto e indiscusso, ma taccio per un misto di scaramanzia e rassegnazione alla inevitabile, direi quasi inesorabile, fallacia delle mie premonizioni.

Partiamo dal primo, comprato impulsivamente e a scatola chiusa, come un appuntamento al buio: si tratta de Le vite potenziali di Francesco Targhetta, autore – l’ho scoperto dopo – di un romanzo in versi intitolato Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) che ha preceduto di ben quattro anni il caso letterario Stefano Massini (Qualcosa sui Lehman, Mondadori 2016, vincitore della Selezione Giuria dei Letterati del Premio Campiello 2017). Un romanzo, quello in concorso, che offre al lettore, con uno stile asciutto, essenziale ma al tempo stesso penetrante, l’immagine di una realtà contemporanea sospesa tra le potenzialità insite in un futuro indistinto e carico di promesse vaghe, puntualmente disilluse, e la rassicurante e deprimente concretezza del cemento dei grigi sobborghi della provincia veneta. E che interroga al tempo stesso proprio la mia generazione, quella dei trentacinque-quarantenni nati nei terribili anni ’80, anagraficamente adulti ma ancora incompiuti, indefiniti, incapaci di dare e darsi risposte convincenti.

Sull’onda del mio amore per la sua prosa così particolare (leggete, se non lo avete ancora fatto, Le rondini di Montecassino, Guanda 2010), ho letto avidamente La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda 2017). Vincitore del premio Strega 2018, il romanzo è incentrato sulla figura straordinaria di Gerda Taro, prima fotografa caduta su un campo di battaglia e compagna di Robert Capa. Non un memoriale o una biografia, ma una vicenda umana sapientemente ricostruita basandosi su fonti e documenti originali attraverso cui l’autrice restituisce al lettore l’affresco di una intera generazione, quei ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, con l’avvento del nazismo, con quelle cicatrici della Storia che non si rimargineranno mai.

Sul comodino, in attesa di essere letto, il volume di Davide Orecchio intitolato Mio padre la rivoluzione (Minimum fax), una raccolta di racconti, ritratti, biografie impossibili che ruotano attorno alla storia e al mito della rivoluzione russa. Sfogliandolo si è catturati da uno stile originalissimo, caustico, irriverente, che mi ha ricordato la prosa del Vladimir Vojnovic di Vita e straordinarie avventure del soldato Ivan Čonkin. Lo leggerò con la consueta avidità, mi incuriosisce moltissimo.

Altro volume in attesa, sulla mia scrivania stavolta (l’ubicazione dei volumi nel mio habitat ha un particolare significato) è il romanzo della scrittrice Rosella Postorino, Le assaggiatrici (Feltrinelli): ambientato nell’autunno del ’43, narra la storia di un gruppo di donne destinate a fare le assaggiatrici del cibo da servire al Führer. Tra esse spicca la figura di Rosa, attorno alla quale si dipana una complessa trama di alleanze, amicizie, rivalità sulla quale aleggia, convitato di pietra che mai appare, l’ombra greve di Hitler. Una situazione estrema nella quale l’autrice mette in scena, senza pudore o remore di sorta, le reazioni tutte umane alla violenza, la lotta per la sopravvivenza, le contraddizioni di chi vuole, a qualunque costo, restare vivo.

Chiude la cinquina di finalisti Ermanno Cavazzoni con La galassia dei dementi (La nave di Teseo 2018), la vera sorpresa di questa edizione del Campiello. Un romanzo solo apparentemente di fantascienza (si veda la recensione di Stefano Tonietto al seguente link), voluminoso, eccentrico e surreale, denso di vicissitudini spassose ambientate tuttavia in un futuro desertificato e angosciante, nel quale la tecnologia ha preso totalmente il sopravvento sullo sparuto gruppo di umani sopravvissuti, tutti obesi e dediti ad attività velleitarie e del tutto prive di senso. Un mondo di robot che ben presto dimostrano di avere le stesse tare degli umani, dall’inclinazione per la delinquenza ai difetti di fabbricazione che determinano comportamenti imprevedibili e bizzarri. Una fantascienza che non ha bisogno di pianeti lontani o di astrusi codici alfanumerici: i personaggi, dai nomi classicheggianti (la Dafne, il Piteco, lo Xenofon, l’Ippia minore) si muovono in una pianura nebbiosa tra l’Emilia e il Veneto, uno spazio reso irriconoscibile dalla Grande Devastazione che ha lasciato dietro di sé solo macerie e distruzione. Con il suo consueto stile asciutto e surreale, ironico e struggente, Cavazzoni ci regala un capolavoro delirante, un potenziale poema epico contemporaneo, nel quale ritrovare le nostre piccole ossessioni, le manie, i desideri, le aspirazioni, i timori, le angosce, le contraddizioni. Un romanzo, infine, nel quale sentirci curiosamente a casa.

Ho promesso di non fare pronostici. L’ultimo, risalente ad un tragico campionato dell’Inter conclusosi beffardamente il 5 maggio di un anno da dimenticare, mi è costato il bando sempiterno dall’Inter club della mia città e non vorrei rischiare ulteriori radiazioni da albi immaginari ed altrettanto improbabili. Ma spero che vinca la Scrittura, con la S volutamente maiuscola, quella ancora capace di dire qualcosa di nuovo, di vivo, di potenzialmente inesauribile.


IX Edizione di "Cavallino-Treporti Fotografia": scatti dal litorale veneziano

IX EDIZIONE DI "CAVALLINO-TREPORTI FOTOGRAFIA":
LA RICOGNIZIONE DA PARTE DEI MAESTRI DELLO SCATTO DEL LITORALE VENEZIANO, META DEL TURISMO ESTIVO INERNAZIONALE
E PASSAGGIO UNICO, TRA MARE E LAGUNA.

Dopo Zanta, Fontana, Guidi, Chiaramonte, Giaccone,
Romani, Barbieri, Graziani, Casas,
questa edizione propone:

MARINA CANEVE
The Shape of Water Vanishes in Water /
La forma dell'acqua svanisce nell'acqua

PRESENTAZIONE DEL PROGETTO FOTOGRAFICO
Sabato 15 settembre 2018 – ore 16.30
Campeggio di Ca’ Savio, Cavallino-Treporti 

Alla presentazione interverranno:
Marina Caneve – artista visiva e autrice della pubblicazione
Taco Hidde Bakker – autore testi catalogo
Chiara Criconia – co-curatrice catalogo con Villaggio Globale International
Maurizio Vianello – Presidente Vittorio Vianello Spa

L'originale progetto “Cavallino-Treporti Fotografia” – ideato da Villaggio Globale International con il fondamentale sostegno di Vittorio Vianello Spa e organizzato quest'anno con Chiara Criconia – giunge ormai alla nona edizione e come ogni anno ospita alcuni dei più grandi fotografi internazionali in un continuum compositivo di sguardi e interpretazioni che indagano questo affascinate luogo - una lingua di sabbia e di manti erbosi custodita dalla laguna Nord di Venezia e dall’Adriatico.

Un’edizione al femminile quella di quest’anno che vede come protagonista la giovane e affermata Marina Caneve, artista visiva bellunese divisa tra Italia e Olanda che ha ottenuto molti riconoscimenti nazionali e internazionali, come il Premio per la giovane Fotografia Italiana di Reggio Emilia vinto nel 2018. Il lavoro di Caneve da un lato esplora la necessità di cercare una riflessione delle cose che ci rendono vulnerabili, dall’altro riguarda quei cambiamenti così importanti e inevitabili che segnano profondamente la vita delle persone, a cui esse possono solo adattarsi. Questa visione si riflette nel progetto fotografico “The Shape of Water Vanishes in Water / La forma dell’acqua svanisce nell’acqua”, realizzato dall’artista per “Cavallino-Treporti Fotografia” e che verrà presentato sabato 15 settembre alle 16.30 presso il Camping di Ca’ Savio.

I volti dei giovani adolescenti che abitano Cavallino-Treporti o che sono passati per le sue coste estive, le meduse riverse sulla sabbia, le barene ma anche lo stesso centro urbano sono immortalati negli scatti suggestivi della fotografa che mette in relazione il regno animale, quello minerale e quello naturale. Il paesaggio lagunare si fonde così con i ritratti dei giovani svelando la mutevolezza di un’età – quella dell’adolescenza – e di una “terra di mezzo” che cambia radicalmente pelle nel passaggio dalla stagione invernale a quella estiva. “Può esistere una filosofia vegetale? Fino a che punto può arrivare l’analogia tra il pensiero e la crescita naturale?” - si interroga nel volume Taco Hidde Bakker ricercatore di Teoria della fotografia presso l’Università di Leida - “C’è qualcosa di accattivante in questo confronto: la crescita di una persona, dell’essere, dei propri pensieri e delle proprie idee, in senso organico – con le radici nel fango, la parte fisica, e una chioma che raggiunge i cieli, la parte intellettuale impalpabile”. L'autore continua: “Le immagini dei giovani testimoniano il sogno di un illimitato tempo a venire, le infinite possibili vite future appena ravvisate nella luce dei loro occhi, gli infiniti ponti verso una vita sconosciuta ancora da costruire. Ogni giovane è un’isola, o quantomeno una penisola. Qual è il tuo posto nel mondo? In quali modi gli darai forma e in quali modi il mondo darà forma a te?”.
Le foto di Marina Caneve svelano il rapporto quasi mistico e magico tra i giovani in divenire e la natura in trasformazione del litorale veneziano, dando corpo a un dialogo fuori da ogni retorica. “La natura non è un posto da visitare. È casa nostra”, conclude Bakker: e questo è lo spirito che trapela dai paesaggi di Cavallino-Treporti.

Il lavoro della fotografa bellunese va ad arricchire i volumi con le ricognizioni fotografiche di questa straordinaria terra pubblicati fino ad oggi. A partire dal 2008 si sono infatti succeduti i racconti fotografici di grandi maestri: Marco Zanta, Ventidue scatti nell’architetturaFranco Fontana Che bello vivere “il tempo” a Cavallino-TreportiGuido Guidi, Due giorni a Cavallino-Treporti 22-23 settembre 2010Giovanni Chiaramonte, Via FaustaFausto Giaccone Volti di Cavallino TreportiFilippo Romano, Marea oggi marea domaniOlivo Barbieri, From Bunkers To Swimming PoolsStefano GrazianiFruits anf FireworksCarlos CasasVespers & Madrigals.
Un viaggio che continua.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International

 


Le dieci mostre assolutamente da vedere entro il 2019

L’anno sta per volgere alla sua fase finale, ma le emozioni per gli appassionati di cultura
proseguono, con un calendario autunnale ricco di entusiasmanti eventi museali. L’Italia intera sarà
caratterizzata da molteplici esposizioni per una variegata offerta culturale adatta ad ogni tipologia di
gusto: personalità di spicco dell’arte internazionale, maestri della tradizione nostrana, figure
d’avanguardia, e non solo. Una celebrazione dell’arte a 360 gradi, coinvolgente pittura, scultura,
fotografia, grafica, ma anche archeologia e letteratura.

Ecco a voi una selezione degli eventi clou dell’autunno 2018:

 

Marchesa Elena Grimaldi (olio su tela, 1623 circa), opera di Antoon Van Dyck, conservato alla National Gallery of Art

A Torino la Galleria Sabauda ospiterà dal 16 novembre la mostra Van Dyck. Pittore di
Corte, per onorare l’allievo migliore di Rubens, colui che mutò profondamente la tecnica del
ritratto nel corso del Seicento. Presente nelle più importanti corti europee – tra cui quelle di
Giacomo I e Carlo I d’Inghilterra – ritrasse regine, principi e nobili appartenenti alle famiglie
più facoltose del suo tempo, restituendo capolavori dall’elegante e minuziosa riproduzione,
nonché dall’elevata qualità cromatica. Annamaria Bava e Maria Grazia Bernardini curano la
mostra, ove il nucleo di opere presenti nella Galleria sarà affiancato ulteriori dipinti forniti da
rilevanti musei, per un totale di oltre cento opere esposte.


A Modena dal 22 settembre fino al 6 gennaio 2019 alla Galleria Estense ci attenderà
l’interessante esposizione Meravigliose avventure. Racconti di viaggiatori del passato,
relativa ad esperienze di viaggio compiute da esploratori, pellegrini e mercanti tra il
Quattrocento e l’Ottocento. Una cospicua porzione del patrimonio della Biblioteca Estense
Universitaria, caratterizzata da preziosi volumi con illustrazioni, sarà affiancata da dipinti,
sculture, elementi decorativi e materiale etnografico. Tra i testi più rari vanno menzionate la
prima edizione dell’epistola indirizzata da Cristoforo Colombo ai reali di Spagna e la
Cosmografia elaborata da Tolomeo per il duca Borso d’Este. Furono testimonianze dal valore
gnoseologico inestimabile per la conoscenza di territori e popolazioni semisconosciuti in
Europa.


A Firenze dal 29 ottobre nelle Gallerie degli Uffizi sarà visibile eccezionalmente Il codice
Leicester di Leonardo da Vinci. L’acqua microscopio della natura. Si tratta di uno tra i più
rilevanti risultati del genio leonardiano, un manoscritto di 72 pagine colmo di eccezionali
intuizioni e magnifici disegni offerto per l’occasione dal suo proprietario Bill Gates.
L’esposizione, curata da Paolo Galluzzi, permetterà di sfogliarne le pagine su schermi digitali
valutando l’opera con le nozioni attuali sull’acqua e sull’ambiente.


A Roma dal 17 ottobre avrà luogo nelle Scuderie del Quirinale la mostra Ovidio. Amori e
Metamorfosi per ricordare la morte del poeta romano avvenuta duemila anni fa. Verrà
descritto l’uomo e il poeta: colui che si scontrò con l’imperatore Augusto per questioni etiche e
politiche, nonché l’autore di meravigliosi versi sull’amore. Fulcro dell’esposizione sarà
Metamorphoseon libri XV, poema epico-mitologico relativo alla metamorfosi tramite il quale ci
sono pervenute molteplici narrazioni mitologiche appartenenti alla classicità greco-romana. Il
tutto sarà narrato attraverso duecento opere: statue, affreschi, monete, codici miniati e gemme
che dall’antichità giungono all’epoca barocca.


A Milano sarà ammirabile presso il Museo della Permanente la mostra immersiva Caravaggio
– Oltre la tela, atta ad illustrare le suggestive opere del genio bergamasco: i dipinti delle
cappelle Contarelli e Cerasi, Medusa custodita agli Uffizi e Decollazione del Battista nella
Concattedrale di La Valletta, i quadri del Louvre tra i quali Morte della Vergine, solo per
citarne alcune. Dal 6 ottobre sarà possibile coglierne i capolavori dai colori intensi, rifotografati
appositamente per l’esposizione, esito di un progetto tecnologico fondato su trenta proiettori,
cuffie bineurali e videomapping.


A Rovigo presso il Palazzo Roverella si discuterà del rapporto tra Arte e magia. Il fascino
dell’esoterismo in Europa in una mostra curata da Francesco Parisi. Sarà visitabile da sabato
29 settembre sino al 27 gennaio 2019, per cogliere l’influsso delle correnti esoteriche sulle arti
figurative europee dal Simbolismo alle Avanguardie storiche mediante artisti quali Redon,
Ranson, Grasset, Delville, Rops, Martini, Serusier, Kandinsky, Schwabe, Robin, Munch,
Bistolfi, Kienerk, Basile, Klee, Balla e Watts. Si procederà dalla sezione I con l’invito al
Silenzio iniziatico, alla sezione II con i templi e gli altari tipici dell’architettura esoterica, sino
alla sezione III con la raffigurazione finale di aure e forme ancestrali.

A Venezia da venerdì 7 settembre vi saranno Tintoretto 1519- 1594 presso il Palazzo
Ducale ed Il giovane Tintoretto presso le Gallerie dell’Accademia. Nel festeggiare il
cinquecentesimo anniversario della nascita di Jacopo Robusti, innovatore artista dalla pittura
visionaria, Venezia ne rievoca la memoria in collaborazione con la National Gallery of Art di
Washington. Cinquanta dipinti e venti disegni per una vasta esposizione resa possibile dai
preziosi prestiti offerti da musei italiani ed esteri, tra i quali la National Gallery, il Victoria ed
Albert Museum, il Louvre ed il Prado di Madrid. Curato da Robert Echols e Frederick Ilchman,
l’itinerario espositivo inizia e termina con due autoritratti del celebre pittore, realizzati
rispettivamente agli inizi e in conclusione della propria carriera. Tra le opere più rilevanti
citiamo Giuditta e Oloferne, Il ratto di Elena lungo più di tre metri, Ritratto di Giovanni
Mocenigo e gli immancabili cicli compiuti dal 1564 al 1592 proprio per Palazzo Ducale,
ammirabili nel luogo d’origine.


A Perugia nella Galleria Nazionale dell’Umbria avverrà l’esposizione inedita di capolavori
risalenti all’epoca d’oro della scuola umbra mediante la rassegna L’altra galleria: opere
realizzate tra il Duecento ed il Cinquecento da abili maestri tra i quali Meo da Siena, Allegretto
Nuzi, Giovanni Boccati, Benvenuto di Giovanni, Eusebio da San Giorgio e il Perugino.
Solitamente custoditi nei depositi per motivi conservativi o carenze di spazio, dal 22 settembre
saranno finalmente visibili accanto alla collezione permanente di opere di Beato Angelico,
Piero della Francesca, Pintoricchio, Perugino e Pietro da Cortona.


A Genova da sabato 8 settembre Palazzo Ducale sarà luogo di esposizione della splendida
mostra Fulvio Roiter. Fotografie 1948 – 2007: centocinquanta foto raffiguranti suggestivi
panorami in Sicilia e nella laguna di Venezia, nonché particolari scatti realizzati durante i
soggiorni esteri a New Orleans, in Belgio, Portogallo, Andalusia e Brasile, evidenziano
l’internazionalità e l’originalità del suo operato. Immagini per lo più vintage, in bianco e nero,
caratterizzate da una finezza compositiva che si inserisce nel pieno stile neorealista. Curata da
Denis Curti, la mostra è suddivisa in nove sezioni che ne raccontano la passione per la natura,
lo stupore e la meraviglia di andare oltre i confini e la realtà alla ricerca di un perfetto equilibrio
tra eleganza e semplicità.


A Torino è prevista ulteriormente la mostra Ercole e il suo mito, dal 13 settembre presso la
Reggia Venaria: una collezione di settanta opere che raffigurano l’eroe della mitologia greca su
reperti archeologici, dipinti, gioielli, statue ed altri supporti appartenenti non soltanto
all’antichità classica, poiché il mito viene ripercorso dalle origini pagane sino al Novecento. La
visita comincia idealmente con la “Fontana d’Ercole”, elemento principale dei Giardini della
Reggia attualmente in fase di restauro, seguita da rinvenimenti archeologici quali vasi, coppe
ed anfore risalenti all’Attica del 500-300 a.C.. Vi è poi l’associazione cristiana della figura
dell’eroe con quella di Cristo durante la fase medievale, proseguendo con la celebrazione
dell’eroe anche nel periodo rinascimentale tramite produzioni pittoriche e plastiche, nonché nel
Novecento attraverso i film peplum nell’Italia degli anni Cinquanta-Sessanta e ancor più
recentemente ad Hollywood.

Ovviamente la rassegna proposta non auspica affatto ad essere esaustiva, in quanto i mesi a venire
offrono una vastissima scelta di mostre riguardanti anche l’arte moderna e contemporanea. Dunque
ci attende un autunno colmo di imperdibili eventi culturali, che consiglio vivamente ad ognuno di
voi di poter visitare personalmente.

Ritratto del principe Tommaso Francesco di Savoia Carignano (olio su tela, 1634), opera di Antoon Van Dyck, conservato alla Galleria Sabauda di Torino

Venezia: nuovo Centro di ricerca per la conservazione e il restauro

Nuovo Centro di ricerca per la conservazione e il restauro: Comune, Ca’ Foscari e Iuav hanno firmato l'accordo di programma

È stato firmato oggi a Ca' Farsetti, dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, e dai rettori delle università Ca' Foscari Venezia, Michele Bugliesi, e Iuav di Venezia, Alberto Ferlenga, l'accordo di programma “Per la costituzione di un nuovo centro di ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali veneziani”.

L'accordo, che si inserisce nel “Patto per lo Sviluppo della Città di Venezia, Interventi per lo sviluppo economico, la coesione sociale e territoriale della Città di Venezia”, mette a disposizione 3 milioni di euro per la creazione di un centro che opererà nei seguenti ambiti di ricerca: caratterizzazione dei materiali e dell’ambiente di conservazione, monitoraggio dello stato di conservazione, nuovi materiali e tecnologie, tecnologie ICT per il monitoraggio e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico, architettonico e archeologico della città.

“La scommessa – ha esordito il sindaco – è quella di rendere Venezia un polo universitario sul modello di Boston, capace di attrarre giovani studenti non solo dal nostro Paese, ma anche da tutta Europa e da ogni parte del mondo”. Il primo cittadino ha poi ricordato la sottoscrizione, lo scorso anno, del protocollo costitutivo di “Study in Venice”, il Polo formato da Ca' Foscari, Iuav, Conservatorio Benedetto Marcello e Accademia delle Belle Arti, in collaborazione con il Comune di Venezia, con l'obiettivo di valorizzare la propria immagine di città universitaria nel mondo. “Il rafforzamento di un sistema universitario più ampio – ha aggiunto Brugnaro – è di importanza strategica per il rilancio della città”.

“L' articolo 9 della Costituzione – ha sottolineato il rettore Bugliesi – promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca e questo nuovo centro vuole da un lato rafforzare i presupposti scientifici per preservare il patrimonio di Venezia e dall'altro promuovere l'innovazione in questa città attraverso la ricerca. Sono già in programma una serie di interventi su cui ci concentreremo, dalla Scuola Grande di San Rocco a Torcello al campanile di San Marco. È un progetto che porterà a Venezia studenti, ricercatori e investimenti nell'alta tecnologia contribuendo allo sviluppo della nostra città. Il centro svilupperà metodologie e interventi di restauro e conservazione  con tecnologies legate all'ambito chimico e ICT, da parte di Ca' Foscari, e di ambito strutturale architettonico da parte di IUAV”.

“Questo progetto – ha concluso Ferlenga - è un'occasione eccezionale per dare  valore a ciò che in parte già esiste, mettendo insieme le iniziative offerte dai punti di eccellenza di questa città, che è essa stessa un'eccellenza. Un passo in avanti ulteriore, dopo esperienze come 'Study in Venice' e il Padiglione Venezia alla Biennale, per mettere in campo valori e conoscenze che hanno già un valore per sé stesse ma che, se messe insieme in un circuito virtuoso, possono dare vita a qualcosa di unico”.

Per dare piena attuazione al progetto verrà costituito un Comitato esecutivo composto dai referenti di ciascuna parte, presieduto da un responsabile del Comune di Venezia, che avrà il compito di sovraintendere alle attività del Centro, garantire l’esecuzione del progetto scientifico e stabilire il programma delle attività di disseminazione. Entro 6 mesi dalla sottoscrizione dell'accordo sarà inoltre costituito un Comitato consultivo composto da un rappresentante della Soprintendenza archeologia, Belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, Soprintendenza archivistica e bibliografica del Veneto e del Trentino Alto Adige, Archivio di Stato di Venezia e Musei Civici di Venezia, con funzioni di monitoraggio, consulenza e valutazione delle attività del Centro.

Venezia, 14 giugno 2018

Testo da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Area Comunicazione e Promozione Istituzionale e Culturale Università Ca' Foscari Venezia


Venezia: a settembre la mostra "Idoli. Il potere dell'immagine"

Attesa a settembre
la grande mostra
IDOLI
IL POTERE DELL'IMMAGINE 
Un viaggio nel tempo e nello spazio. 

La “Rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana 

A Venezia dal 15 settembre 2018

Oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, dal 4000 al 2000 a. C. L’alba della civiltà

Fin dalla preistoria l’uomo ha sentito la necessità di rappresentare la figura umana: con i graffiti e le pitture murali, ma anche in forma tridimensionale.

Da quei lontanissimi tempi, fin dall’età paleolitica, ci è giunta un’immensa quantità di statuette realizzate in diversi materiali riproducenti tratti umani. 

Quale fosse il loro significato - valore simbolico, religioso o di testimonianza, espressione di concetti metafisici, funzione rituale o “politica” - e quali soggetti realmente rappresentassero, rimane ancora un mistero. 

La mostra IDOLI (dal greco eídolon, immagine) - promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue, istituita nel 2016 da Inti Ligabuee curata da Annie Caubet, conservatrice onoraria del Musée du Louvre - ci propone un viaggio affascinante nel tempo e nello spazio: il primo tentativo di confronto dall’Oriente all’Occidente, di opere raffiguranti il corpo umano del 4000-2000 a.C.

Attraverso 100 straordinari reperti – alcuni eccezionali per l’importanza storico-scientifica e la rarità – e grazie ad un apparato didattico coinvolgente, sarà possibile percorrere un ampio spazio geografico, che si estende dalla Penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, in un’epoca di grande transizione, in cui i villaggi del Neolitico si evolvono a poco a poco nelle società urbane dell’Età del Bronzo.

 

La cosiddetta “Rivoluzione neolitica” è epocale: segna il passaggio da clan e tribù a società più complesse, vede l’avvento di nuove tecnologie e della lavorazione dei metalli, l’affermarsi delle prime forme di scrittura in diversi centri, l’avvio di reti commerciali e dei relativi traffici anche tra popoli molto distanti, che in tal modo intensificano i rapporti e gli scambi di merci e materiali, di idee e forme espressive.

In questo contesto si collocano le misteriose rappresentazioni della figura umana qui esposte, di cui quattordici appartenenti alla Collezione Ligabue, le altre provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europeil’Archäologische Sammlung-Universität Zürich, l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology– University of Oxford, il Musées Royaux d’Art et d’Historie di Bruxelles, il Monastero Abbaziale Mechitarista dell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, il Badisches Landesmuseum Karlsruhe, il MAN-Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna–Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Musei Civici Eremitani di Padova, il Cyprus Museum a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye.

Dapprima saranno quasi esclusivamente figure femminili, poi con l’affermarsi di società sempre più strutturate, saranno soprattutto gli uomini a divenire protagonisti: dei, sovrani, eroi. 

Sarà sorprendente vedere come, in parti del mondo tra loro lontanissime, si affermino tradizioni e forme di rappresentazioni simili o si ritrovino materiali necessariamente giunti da paesi distanti, eppure già in relazione tra loro: l’ossidiana della Sardegna e dell’Anatolia, i lapislazzuli importati all’Afghanistan, l’avorio ottenuto dalle zanne degli ippopotami dell’Egitto o delle Coste del Levante.

La mostra prende in esame gli idoli da un punto di vista estetico, a partire tuttavia da una solida base storica e archeologica, che si amplia ulteriormente nel catalogo dell’esposizione (Skira) grazie al contributo di esperti di levatura internazionale. Viene così proposto un confronto tra caratteri fissi e condivisi e aspetti variabili, visti dalla duplice angolazione dell’antropologia e dell’estetica.

Tra i fattori comuni va annoverata la qualità artistica“gli individui che realizzarono quelle sculture - scrive la Caubet - erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”.

Figure simili all’apparenza, rispondenti a codici iconografici analoghi, sono in realtà ciascuna un unicum nelle proporzioni, nei particolari, nel fascino, grazie al tocco dell’artista. L’esposizione a Palazzo Loredan, a Venezia, ci mostrerà - provenienti dalle Isole Cicladi, dall’Anatolia Occidentale, dalla Sardegna, ma anche dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Mesopotamia o dalla Siria - le famose “Dee Madri” (raffigurazioni femminili particolarmente prospere nei seni e nei fianchi, simbolo forse del potere della Terra, della Maternità e della Fertilità) e gli idoli astratti e geometrici che tanto affascinarono gli artisti del Novecento; oppure i cosiddetti “idoli oculari” o idoli placca, nati dalla fascinazione esercitata dall’occhio come espressione della presenza spirituale, fino all’affermarsi, nel terzo millennio, del corpo umano nelle sue forme naturali.

Non più solo esseri dall’identità ambigua, in particolare dal punto di vista del sesso (figure femminili androgine, presenza contemporanea di organi sessuali maschili e femminili, ecc.) né solamente espressione di principi divini, ma anche uomini mortali, reali - spesso colti in atteggiamento orante - e nuove divinità create a immagine dell’uomo. 

Quello che invece non cambia è il bisogno dell’individuo e della società di esprimere, con manufatti o con opere d’arte, le proprie paure, le proprie speranze, la propria fede.

Tutte le statuette in mostra, che riportano talvolta i segni delle ripetute manipolazioni o di riparazioni coeve - a dimostrazione di un loro utilizzo costante e di un ruolo chiave negli eventi sociali e religiosi ricorrenti - sono dunque custodi di storie e miti di straordinaria suggestionetestimoni di usi e di bisogni simili e, in seguito, di quel “grande arazzo di culture interconnesse” che si venne a creare tra la fine del IV e per tutto il III millennio a.C.

Non possiamo non farci affascinare dalle figure steatopigie dell’Arabia, o dalle statuette cicladiche dalla sessualità ibrida o ancora dalle più enigmatiche sculture della preistoria cipriota, quelle statuine stanti del tipo plank-shaped (con i tratti del volto resi da una molteplicità di segni geometrici incisi, l’abbigliamento elaborato e spesso del tipo “a due teste”), di cui sono in mostra importanti esemplari del Museo Archeologico di Nicosia; o ancora dalla visione naturalistica ma idealizzata che si sviluppa in Mesopotamia nell’Età del Bronzo.

I geni raffigurati in questo periodo dagli artisti della Civiltà dell’Oxus, sviluppata in Asia centrale (complesso Battriano-Margiano), narrano di battaglie cosmiche, di esseri dalla doppia identità animale e umana, ricompongono i fili del racconto mitologico ove il “Drago dell’Oxus” - detto anche “Lo Sfregiato” per il profondo squarcio che gli deturpa il volto - con il corpo coperto di squame di serpente, era la controparte selvaggia della “Dama dell’Oxus”: forse spirito astrale, forse principessa Battriana.

Non possiamo non farci sedurre dai miti di queste prime civiltà e dal potere dell’immagine.

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International

 


Ca’ Foscari ricorda Giovanni Morelli e Margot Galante Garrone

Ca’ Foscari ricorda il musicologo e docente dell’ateneo scomparso nel 2011

“LA DETESTATA SOGLIOLA”. OMAGGIO A GIOVANNI MORELLI E MARGOT GALANTE GARRONE

Lunedì 14 maggio all’ Auditorium S. Margherita

 

Lunedì 14 maggio, alle 17.30all’Auditorium Santa Margherita dell’Università Ca’ Foscari, Teatro Ca’ Foscari e l’Associazione Giovanni Morelli presentano «La detestata sogliola» un omaggio a Giovanni Morelli e Margot Galante Garrone. Con Paolo Puppa - Helga Davis - Malva Rizzato - Elisabetta Pozzi

La data del 14 maggio, giorno della nascita di Giovanni Morelli (Faenza 1942 -Venezia 2011), è stata scelta per rendere omaggio alla sua figura di musicologo e docente di chiara fama dell'Ateneo, dove ha insegnato Storia della musica contemporanea, Filologia musicale, Musicologia sistematica e Storia e critica del testo musicale. Sposato con Margot Galante Garrone (Torino 1941 - Genova 2017) cantante, regista e fondatrice del Gran Teatrino la Fede delle Femmine.

In occasione di questa giornata dedicata a loro, quattro grandi artisti faranno rivivere il ricordo di queste due importanti figure attraverso diverse proposte e spunti culturali:

Paolo Puppa letture da Animali Immaginari di Giovanni Morelli
Helga Davis frammento/studio da Madrigal for 9 rooms di Andrea Liberovici
Malva Rizzato e Le canzoni di Margot
Elisabetta Pozzi letture da La detestata sogliola di Margot Galante Garrone

Ingresso libero

Così Andrea Liberovici, Presidente Associazione Giovanni Morelli, descrive l'iniziativa

«La detestata sogliola» è il titolo dell’unico libro scritto da Margot e che ho trovato sul desktop del suo computer l’anno scorso, un paio di mesi dopo la sua morte.
Sapevo che era li, perché ne avevamo parlato, ma non avevo avuto la forza di leggerlo. Ora posso dirlo: è bellissimo. Se verrete il 14 maggio capirete che l’aggettivo “bellissimo“ non è così distante dalla realtà. Non vi anticipo nulla perché, grazie all’editore Marsilio, il libro lo potrete trovare anche in libreria ma certo è che la sua, seppur parziale, lettura dal vivo interpretata da un’attrice come Elisabetta Pozzi la potrete ascoltare, per ora, soltanto se verrete all’Auditorium di S.Margherita.

In scena quattro grandi artisti. Il poeta Lello Voce che leggerà qualche «animale immaginario“ di Giovanni, la cantante-attrice newyorkese Helga Davis che interpreterà un piccolo frammento da “Madrigal for 9 rooms“, brano audio-visivoche sto preparando per l’anno prossimo dedicato alla nostra casa della Giudecca come palcoscenico, se così si può dire, della nostra famiglia e la giovane cantautrice Malva Rizzato che canterà alcune canzoni di Margot, alternandosi con «La detestata sogliola» letta da Elisabetta Pozzi.
Ho avuto la grande fortuna di crescere con Giovanni e mia mamma da quando avevo due anni (e con decine di gatti annessi) e non posso non condividere totalmente uno degli scopi dell’associazione Giovanni Morelli, che ringrazio, ovvero quello, non soltanto di mantenere viva la memoria, ma di farli conoscere ai più giovani attraverso l’esempio che ci hanno lasciato: l’umanità come centro e nutrimento di ogni loro gesto, creativo ed artistico, che sapevano condividere in forma di dono con tutti… senza distinzioni e copyright.»

Testo e immagine da Ufficio Stampa Università Ca' Foscari Venezia