Venezia: la mostra"Futuruins" fino al 24 marzo 2019 a Palazzo Fortuny

Oltre 250 opere di cui 80 dal Museo Statale Ermitage, dall’antichità all’arte contemporanea, per riflettere sul senso e sui significati delle rovine;  sulla costruzione del futuro, attraverso la consapevolezza dell’imprescindibile legame con il passato.
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Dalla collaborazione tra la Città di Venezia, la Fondazione Musei Civici di Venezia e il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo – rafforzata dagli accordi siglati negli scorsi anni e dalla presenza di “Ermitage Italia” nella città lagunare – è nato su proposta di Dimitri Ozerkov il progetto espositivo “Futuruins” che, fino al 24 marzo, sarà allestito a Palazzo Fortuny.
Curata da Daniela Ferretti e Dimitri Ozerkov con Dario Dalla Lana,
la mostra riflette sul tema della rovina: allegoria dell’inesorabile scorrere del tempo, sempre incerta e mutevole, contesa com’è tra passato e futuro, vita e morte, distruzione e creazione, tra Natura e Cultura.
L’estetica delle rovine è elemento cruciale nella storia della civiltà occidentale.
La rovina simboleggia la presenza del passato ma contemporaneamente contiene in sé la potenzialità del frammento: un lacerto che ci arriva dall’antichità, ricoperto dalla patina del tempo, per i suoi risvolti culturali
e simbolici diventa anche valida “pietra di fondazione” per costruire il futuro.

Essa viene dal passato, conferisce ricchezza di senso al presente, dona consapevolezza ai progetti futuri. La rovina ci ricorda anche la forza simbolica della pietra, insita nella sua durezza e peso, tanto più in contrapposizione alla fragilità e alla debolezza del corpo umano.
Di quest’ultimo alla fine rimane una “rovina” anch’essa minerale: lo scheletro. “Ruderizzazione” e disfacimento del corpo sono analoghi.
Pensiamo al mito di Deucalione e Pirra, che dalle pietre crearono la loro discendenza; e pensiamo a Prometeo che con un impasto di terra e acqua creò i primi uomini. Le pietre sono formate da Gea, la Terra, e, nati da pietre, i mortali alla Terra ritorneranno.

Le oltre 250 opere provenienti dai Musei Civici veneziani e dal Museo Statale Ermitage, oltre che da collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali, illustrano i molteplici significati assunti dalle rovine attraverso i secoli: dai resti architettonici e scultorei delle civiltà greco–romana, egizia,
assiro-babilonese e siriana, all’arte contemporanea che guarda alle rovine fisiche e morali della società attuale. Rovine delle sue architetture, di città e periferie, ma anche di uomini e idee, frutto del tempo, dell’incuria,
della degenerazione, di tragedie naturali o politiche come guerre e terrorismo.

Tale percorso contemporaneo si apre con la straordinaria installazione ambientale di Anne et Patrick Poirier, seguita dalle opere di Acconci Studio, Olivio Barbieri, Botto & Bruno, Alberto Burri, Sara Campesan,
Ludovica Carbotta, Ugo Carmeni, Lawrence Carroll, Giulia Cenci, Giacomo Costa, Roberto Crippa, Lynn Davis, Giorgio de Chirico, Federico de Leonardis, Marco Del Re, Pietri, Jean Dubuffet, Tomas Ewald, Cleo Fariselli, Kay Fingerle, Maria Friberg, Paola De Pietri, Jean Dubuffet, Tomas Ewald, Luigi Ghirri, Gioberto Noro, John Gossage, Thomas Hirschhorn, Anselm Kiefer, Francesco Jodice, Wolfgang Laib, Hiroyuki Masuyama, Jonatah Manno, Mirco Marchelli, Steve McCurry, Ennio Morlotti, Sarah Moon, Margherita Muriti, Claudio Parmiggiani, Lorenzo Passi, Fabrizio Prevedello, Dmitri Prigov, Judit Reigl, Christian Retschlag, David Rickard, Mimmo Rotella, Anri Sala, Alberto Savinio ed Elisa Sighicelli.

In linea con la tradizione delle mostre al Fortuny, sono presenti anche una serie di lavori appositamente ideati per “Futuruins” che offrono nuovi stimoli alla riflessione sul presente: le opere di Franco Guerzoni, Christian Fogarolli, Giuseppe Amato, Renato Leotta e Renata De Bonis. Quest’ultima, con Sounds after Caspar David Friedrich. The Dreamer, ha voluto captare i suoni odierni del luogo immortalato dal grande artista tedesco nel celeberrimo dipinto de Il sognatore, uno dei capolavori giunti da Ermitage per questa mostra e vera icona del gusto ottocentesco per le rovine.
Tra i due poli temporali della mostra, ci sono capolavori trasversali – dipinti, sculture, arti applicate, opere grafiche – a suggerire i grandi temi trattati.
Numerosi sono stati selezionati nelle raccolte veneziane – dalle meduse di Arturo Martini e Franz von Stuck ai ruderi notturni e infuocati di Ippolito Caffi e alle ceramiche urbinati con i temi della genesi e della morte – altri provengono da musei e collezioni private e più di 80 sono le opere prestate dal
Museo Statale Ermitage, con lavori, tra gli altri, di Albrecht Dürer, Monsù Desiderio, Giovanni Paolo Pannini, Jacopo e Francesco Bassano, Parmigianino, Veronese, Jacob van Oost il Vecchio, Arturo Nathan, Alessandro Algardi.


La necessità di lavorare sui concetti evocati delle rovine è evidente anche alla luce della storia recente, caratterizzata da guerre in cui spicca l’aspetto iconico e simbolico (il crollo delle Torri gemelle, la devastazione del museo di Baghdad, Palmira…) e dai sempre più estremi cambiamenti climatici del nostro pianeta. Le rovine possono essere un’eredità gravosa, un monito paralizzante, un memento mori che ci ricorda che tutto è vanità; oppure, al contrario, la loro presenza può essere uno stimolo a riscoprirne
il messaggio, rinnovando la loro capacità di generare senso.
È grazie alla loro presenza, come ci ricorda Salvatore Settis, che possono avvenire i rinascimenti. Ma è necessario sapere ascoltare la loro voce e quella di chi le ha già interrogate, decodificarle tramite la riflessione e lo studio.
Sulla scorta di una rinnovata consapevolezza, l’io presente potrà così progettare, aprirsi al futuro, confrontarsi con l’alterità.
Il catalogo della mostra, a cura di Daniela Ferretti con Dario Dalla Lana e Davide Daninos, contiene un saggio di Dimitri Ozerkov e, ad affiancare la sequenza delle immagini, una selezione di citazioni: spunti per offrire differenti chiavi di lettura al tema, incrociando letteratura, storia dell’arte, archeologia, pittura, scultura, architettura, filosofia.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Parte la mostra “Venezia e San Pietroburgo. Artisti, principi e mercanti”

Venezia e San Pietroburgo. Artisti, principi e mercanti mostre Mestre Centro Culturale Candiani

Oltre 70 opere dall’Ermitage di cui 20 dipinti dei grandi maestri veneti,
dal Cinquecento al Settecento, tornano in laguna dopo secoli.
In dialogo con disegni e dipinti provenienti dalle collezioni civiche veneziane
rivelano “cortocircuiti” collezionistici tra Venezia e San Pietroburgo.

Da Veronese a Tiziano, fino a Tiepolo, Canaletto e Guardi.
Opere mai esposte prima d’ora in Italia
e talvolta mai uscite dall’Ermitage in mostra a Mestre,
tra cui due inediti Carlevarjs e una singolare opera tarda di Jacopo Tintoretto.

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C’è un filo rosso che da oltre tre secoli lega Venezia a San Pietroburgo, due città riflesse nell’acqua che guardandosi si riconoscevano l’una nell’altra.
Una trama fatta di architetti, musicisti, artisti, principi, mercanti, ambasciatori e di centinaia e centinaia d’opere d’arte che seguendo vie e vicende diverse, hanno lasciato negli anni la città lagunare e i territori della Serenissimaper raggiungere le terre russe e la magica città nata dal sogno di Pietro il Grande.
Oggi il Museo Statale Ermitage custodisce una delle più ricche collezioni di arte veneziana al mondo e la formazione di questa raccolta è uno fra i più avvincenti capitoli della storia del collezionismo, capace ancora di sorprenderci con nuove scoperte e straordinari ritrovamenti.

A riannodare i fili della relazione tra le due città, a raccontare le mille storie sottese in queste raccolte, a riportare - sia pure temporaneamente - nella terra natia alcuni dei capolavori veneti emigrati in Russia, giunge un’emozionante mostra resa possibile grazie agli importanti accordi di collaborazione siglati da alcuni anni tra le due città e costruita congiuntamente dalla Fondazione Musei Civici di Venezia e dal Museo Statale Ermitage, con la collaborazione di Ermitage Italia.

“Venezia e San Pietroburgo. Artisti, principi e mercanti”, curata da Irina Artemieva e Alberto Craievich con la direzione scientifica di Gabriella Belli (allestita a Mestre nel Centro Culturale Candiani dal 18 dicembre al 24 marzo 2019) documenta, grazie a 70 tra dipinti e disegni di grandi maestri veneti dal Cinquecento al Settecento provenienti dall’Ermitage - in alcuni casi mai esposti prima e qui in dialogo con opere delle collezioni civiche veneziane -, non solo i percorsi che hanno condotto l’arte della Serenissima nel museo russo, ma anche inediti intrecci culturali tra le raccolte delle due città.

Veri e propri cortocircuiti del collezionismo e forse del destino.
È il caso degli album Beurdeley, di proprietà del Museo di San Pietroburgo, e Gatteri del Gabinetto disegni e stampe del Museo Correr: ossia i più bei quaderni di disegni su carta azzurra di Giambattista e Giandomenico Tiepolo. In questa occasione, per la prima volta, alcuni fogli dei due quaderni saranno esposti insieme.
Oppure è il caso dei dipinti di Pietro Longhi appartenuti a Giovanni Grimani, divisi tra l’Ermitage e i Musei Civici di Venezia e ora riuniti nella mostra di Mestre.

Un altro parallelismo proposto è quello fra le due più importanti collezioni di grafica dell’artista veneziano Pietro Antonio Novelli, eccelso soprattutto in questo genere, ma in Russia stimato anche come pittore.
Quasi tutti i disegni di Pietro Antonio Novelli (Venezia, 1729 - 1804) conservati all’Ermitage (novantatré su novantacinque) provengono dalla celebre collezione dei principi Jussupov.  Dopo la chiusura del Museo di Palazzo Jussupov nel 1925 l’intero patrimonio d’arte pervenne all’Ermitage, facendo confluire anche quella che era la più vasta raccolta privata di grafica, con oltre 2500 opere di importanti e diversi artisti.

Fu il Settecento il secolo d’oro della passione russa per l’arte veneziana,
quando San Pietroburgo divenne una delle mete più ricercate dagli artisti soprattutto veneti, mentre singolari personaggi si fecero promotori e mediatori degli acquisti della casa imperiale e di tanti membri della nobiltà russa.

A testimoniare tutto ciò vi è la straordinaria selezione in mostra di oltre venti dipinti dei maggiori artisti veneti dal XVI al XVIII secolo – da Tiziano, Tintoretto e Veronese, a Canaletto, Tiepolo, Guardi, Bellotto - ognuno dei quali riassume, nella propria vicenda, un episodio specifico nella formazione della raccolta veneziana del museo russo.

Alcuni dipinti sono notissimi, come la Veduta di San Giovanni dei Battuti a Murano di Canaletto o la Veduta di San Giorgio Maggiore con la punta della Giudecca di Francesco Guardi, quest’ultima acquistata proprio dal Principe Jussupov, amico dell’artista; altri, invece, sono recenti scoperte nelle sterminate collezioni dell’Ermitage, che vengono presentate al pubblico e agli studiosi per la prima volta, come due inediti Capricci di Luca Carlevarijs (Capriccio con l’Ercole FarneseCapriccio con il Ponte rotto) qui affiancati all’opera analoga di Ca’ Rezzonico, entrambi procurati alla zarina da Anton Psaro “Capitano luogotenente della flotta” e inviato russo a Malta.

Una novità assoluta anche la singolare coperta di Spinetta opera di
Jacopo Tintoretto
, già segnalata dal Ridolfi, alla metà del Seicento, in collezione Barbarigo. Il soggetto – Perseo e le Muse – non fu scelto a caso giacché il dipinto decorava uno strumento musicale, e cioè un
clavicordio. “Liberato dai numerosi strati di precedenti verniciature e ritocchi, questo lavoro della maturità – scrive Irina Artemieva - dimostra l’eccezionale maestria compositiva di Tintoretto unita all’esecuzione virtuosistica dei particolari (...) Nel cinquecentesimo anniversario dalla
nascita del maestro veneziano, abbiamo ritenuto opportuno mostrare al pubblico per la prima volta un lavoro tanto raro e insolito”.

La mostra si chiude con un omaggio a San Pietroburgo e a uno dei suoi artefici principali: quell’architetto tanto amato da Caterina II che fu il bergamasco Giacomo Quarenghi. Appassionata di architettura e di giardini, in possesso di una personale raccolta di disegni architettonici, Caterina II arrivò a definire Quarenghi il “suo” architetto. Tra i numerosi edifici e interventi realizzati nella città sulla Neva ricordiamo il Teatro dell’Ermitage, la progettazione degli interni di rappresentanza del Palazzo d’Inverno, come la Sala grande del trono e la cosiddetta Loggia di Raffaello. Tra i disegni esposti, quelli relativi al Palazzo della Borsa e al Palazzo di Alessandro a Zarskoe Selo.
Alcuni suoi disegni presenti in mostra provengono, inoltre, dal poco noto album del Gabinetto dei disegni e delle stampe del Museo Correr.

ARTISTI, PRINCIPI, MERCANTI...
E CAPOLAVORI DELL'ARTE VENETA.

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Dunque dipinti giunti di rado in Italia e alcuni mai usciti dalle sale dell’Ermitage;dipinti che ci raccontano di mille personaggi e intrecci che animavano la vita della città sulla Neva nel XVIII secolo.
Le vie di San Pietroburgo e gli ambienti della corte imperiale e del suo entourage furono infatti frequentati da artisti e personaggi, avventurieri e pionieri, partiti dalla laguna per raggiungere la capitale del Nord, come Bartolomeo Tarsia pittore e scenografo - tra i primissimi veneziani ad accettare di operare al servizio del governo Russo - Francesco Algarotti, Baldassare Galuppi, Giacomo Casanova, i pittori Pietro Rotari, Francesco Fontebasso e Andrea Urbani.
Le residenze imperiali extraurbane di Petergof, Zarskoe Selo, Oranienbaum furono arricchite dai lavori di maestri veneti invitati da Caterina II a decorarne le sale, come Jacopo Guarana, Giambattista Pittoni, Domenico Maggiotto, Francesco Zugno, Gaspare Diziani, Francesco Fontebasso.

Oltre a questo genere di contatti con alcuni artisti viventi, si continuò comunque ad acquistare le opere dei maestri veneziani dei secoli passati: il loro confluire nelle collezioni russe fu vivacemente promosso sia dall’intraprendenza dei rappresentanti della locale colonia italiana, che da
ingegnosi commercianti alla scoperta di quel nuovo mercato.
Musicisti, attori, architetti residenti a San Pietroburgo – pensiamo a
Domenico Dall’Oglio, illustre violinista dell’orchestra imperiale, o ai noti architetti Rastrelli e Quarenghi – portavano spesso, dai loro soggiorni in patria, quadri da rivendere agli aristocratici russi. Tra gli avventurieri e mercanti va segnalato il degno successore del console Smith: John Udney, che i contemporanei descrivono come un uomo avido e propenso ai più equivoci metodi pur di impadronirsi delle opere desiderate.
Poi ci furono il Marchese Pano Maruzzi e il pittore inglese Thomas Jenkins, conosciuto in Italia anche come intenditore di antichità.

Con tutti Caterina II ebbe un atteggiamento abbastanza sprezzante,
anche in considerazione della sua apertura alla nuova moda e al gusto neoclassico; ciononostante Udney riuscì a piazzare ben sessanta dipinti di cui i migliori sono ancora all’Ermitage, come Venere e Marte di Paris Bordon qui esposto.

Tra le opere acquistate a Venezia da Maruzzi nel 1767 figuravano il San Sebastiano e Santa Irene di Antonio Molinari e il Tarquinio e Lucrezia di Palma il Giovane inclusi in mostra. Il primo fu inizialmente ceduto all’ex favorito della sovrana Grigorij Orlov.

Tra le conquiste più significative di Caterina la Grande va ricordata anche l’eccezionale raccolta di opere del Bellotto, parte della galleria dei quadri del conte Brühl acquistata a Dresda. Di Bellotto – artista che non raggiunse mai San Pietroburgo, pur avendo accettato l’invito della zarina, decidendo di fermarsi a Varsavia - viene proposto a Mestre un vero capolavoro: la Veduta di Pirna dalla riva destra dell’Elba, sopra la città.

Anche Pietro Antonio Novelli piaceva alla zarina.
Il rigido clima della Moscovia lo indusse a non recarvisi, ma egualmente ottenne una commissione specifica per la realizzazione di un dipinto a soggetto libero che fu particolarmente apprezzato (“La Famiglia di Enea”).

La ricerca di opere dei grandi artisti del Rinascimento non rappresentò certo un problema per la corte russa: grazie al collaudato sistema su cui si fondavano gli acquisti delle grandi collezioni d’arte celebri in tutta Europa – quali Brühl, Crozat o Walpole – Caterina riuscì ad ottenere alcune eccellenti testimonianze del Rinascimento veneziano. Senz’altro più difficile fu entrare in possesso di opere di Giorgione, Tiziano, Tintoretto, Veronese.
I rappresentanti dell’antica aristocrazia – i principi Jussupov e Kurakin – e la nuova nobiltà, il conte Stroganov e il principe Bezborodko, si impegnarono allora ad acquistare, in quel periodo, le rare tele disponibili sul mercato di quei sommi artisti veneziani come la Diana di Veronese.

Alla fine del Settecento il mercato veneziano, complice le difficoltà di molte famiglie dell’antico patriziato, è particolarmente vivace.
I principali agenti in città in quel momento sono inglesi o russi. Tra le figure più interessanti vi è il mercante di antichità Nicola Leonelli che già durante il regno di Caterina II risiedette a San Pietroburgo. Vi ritornò nel 1800 portando con sé autentiche meraviglie come il “Banchetto di Cleopatra” di Giambattista Tiepolo acquistato poi dall’imperatore Paolo I e inserito dal Brenna nel soffitto di una delle sale della nuova residenza reale, il castello Michajlovskij (di san Michele). Alla morte del Leonelli, avvenuta nella città russa nel 1817, le numerose tele che gli appartenevano si sparsero nelle collezioni private cittadine per confluire in un secondo momento e seguendo diversi percorsi nelle collezioni dell’Ermitage. Tra queste, due delle opere esposte: l’Endimione dormiente di Pietro Liberi e la rara veduta muranese di Canaletto.

Infine un altro evento fu determinante per l’arricchimento delle collezioni d’arte veneziana dell’Ermitage: l’acquisto integrale nel 1850 della famosa e spesso contesa collezione Barbarigo - di Palazzo Barbarigo della Terrazza sul Canal Grande - su disposizione di Nicola I: l’unico affare di questo genere deciso dalla corte russa dopo gli acquisti operati a suo tempo da Caterina II.

“Fu un evento che suscitò molto scalpore sia a Venezia che a San Pietroburgo” nota Artemieva. Per Venezia significò la perdita dell’ultima grande collezione privata di pittura, in possesso di un’unica famiglia per quasi trecento anni.
A San Pietroburgo, una volta giunta, molti dipinti provocarono delusione - a causa soprattutto del cattivo stato di conservazione - con la conseguenza della loro successiva vendita all’asta o trasferimento dall’Ermitage
ad altri musei.

Negli ultimi anni all’Ermitage è stata eseguita con sistematicità un gran lavoro di ricerca e pulizia delle opere dei più importanti artisti, un tempo presenti nella collezione Barbarigo. Tra questi, oltre al Tintoretto già citato, è di grande interesse poter ammirare, commissionato dai fratelli Barbarigo a Matteo Ponzone, il Ritratto di Carlo Ridolfi: l’autore del “Le maraviglie dell’arte, ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello Stato”, e il primo ad aver compilato l’inventario della nobile collezione nel 1627.

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Università Ca' Foscari Venezia Carlo Scarpa

Carlo Scarpa 'il professore': Ca' Foscari dedica un docufilm e ricordi inediti al grande architetto

Giornata scarpiana mercoledì 28 novembre dalle 9.15

SCARPA ‘IL PROFESSORE’: CA’ FOSCARI DEDICA

UN DOCUFILM E RICORDI INEDITI AL GRANDE ARCHITETTO

La figura di educatore, il rapporto con matematica, luce e cinema in Aula Baratto. Proiezione di “Nel cuore muto del divino” alle 14.30 a CFZ

Università Ca' Foscari Venezia Carlo Scarpa docufilm  

VENEZIA – Ca’ Foscari dedica una giornata a Carlo Scarpa “il professore”, tra i grandi dell’architettura del XX secolo come testimoniano anche gli interventi nel palazzo dell’ateneo ‘in volta de canal’. Proprio nell’Aula Baratto ridisegnata da Scarpa si svolgerà mercoledì 28 novembre dalle 9.15 un convegno aperto a tutti su “Carlo Scarpa come educatore”, seguito, alle 14.30, dalla proiezione del docufilm ”Nel cuore muto del divino, Carlo Scarpa a Ca’ Foscari”, del regista Riccardo De Cal (a CFZ Cultural Flow Zone, Zattere).

La giornata scarpiana chiude una serie di iniziative attorno al rapporto tra Scarpa e Ca’ Foscari che l’ateneo ha curato in occasione del 150° anniversario dalla sua fondazione. ll progetto “Una perla in volta de canal” ha infatti valorizzato con un film e una ricerca d’archivio uno spazio architettonico che racchiude in sé due straordinarie stagioni scarpiane (lavori del 1937 e 1957).

Gli interventi

Scarpa, la Tomba Brion e il fotografo Sekiya (1942-2002). Dall’archivio Sekiya, Tokyo

J.K. Mauro Pierconti, Waseda University, Tokyo

Una riflessione sull’opera di Carlo Scarpa attraverso gli scatti di un fotografo d’eccezione, il giapponese Sekiya Masaaki. Il lavoro di ordinamento del suo archivio sta portando alla luce molti fondi, tutti riguardanti architetti del XX° secolo, da F.L. Wright a Richard Rogers.

Il fondo Scarpa è uno dei più ricchi e solo alla Tomba Brion ha dedicato più di 1000 scatti. Una piccola selezione di immagini ci guiderà così in un percorso di lettura dell’opera di Scarpa più rappresentativa.

La luce di Carlo

Franca Pittaluga

Vagando tra stanze museali di Carlo Scarpa da tutti conosciute, si propone un itinerario inedito e assai tendenzioso: una sorta di ‘visita  guidata’ che induce ad ignorare le distanze di tempo e di territorio, per concentrarsi piuttosto sugli stratagemmi che l’allestitore preordina  nel ‘mettere in luce’ le opere che espone. Cercando di disvelarne gli artifizi, lungo l’itinerario proposto si focalizza lo sguardo su un solo elemento: la luce naturale. Imparando ad osservare come Scarpa la modula, la inquadra, la nega, la ruba, la chiama, la costringe… creando vere trappole emotive, di cui il visitatore diviene inconsapevole - se pur felice - vittima.

Carlo Scarpa e il cinema

Riccardo De Cal

Alcune considerazioni su cinema e architettura per arrivare nello specifico alla narrazione per immagini delle opere di Scarpa.

Capire la mente di un artista con la matematica

Paolo Pellizzari

Cosa aveva in mente Carlo Scarpa disegnando il pavimento-mosaico del Palazzo Querini Stampalia? La ricerca delle possibili fonti d’ispirazione e la decomposizione dell’opera in “componenti semplici” consente di costruire immagini “matematicamente” simili a quella messa in opera nel marmo. È illusorio affermare che si sia compreso il disegno originale e la sua complessità ma è interessante osservare altri pavimenti che forse avrebbero potuto essere ma non hanno mai visto la luce.

Carlo Scarpa come educatore

Tobia Scarpa e Ferruccio Franzoia

Ricordi e considerazioni sullo stile e sul ruolo di educatore di Carlo Scarpa.

Carlo Scarpa e la Grecia

Franca Semi

Carlo Scarpa come educatore

Guido Pietropoli

Perché Carlo Scarpa è quasi più noto con il titolo di Professore piuttosto che con quello di architetto? Dal 1926 alla sua morte (28/11/1978) Carlo Scarpa svolse un'intensa attività didattica presso l'Università come docente e lui stesso dichiarò che gli sarebbe stato difficile scegliere tra  la scuola e la professione d'architetto. Pochi studiosi hanno trattato questo versante della sua vita che si estende per più di cinquant'anni e se Franca Semi non avesse pubblicatone 2010  il suo libro che trascrive alcune lezioni tenute all'IUAV all'inizio degli anni '70 saremmo privi di una straordinaria testimonianza del suo metodo didattico. Fortunatamente un grande numero dei suoi disegni è custodito attualmente al Centro Carlo Scarpa di Treviso e al Museo MAXXI di Roma; grazie a questi documenti straordinari - più di 18.000 unità - è ora possibile ricostruire opera per opera il processo progettuale dell'architetto, quello che Paul Klee ha chiamato la "confessione creatrice" dell'artista.

Lo studio di questa mole straordinaria di elaborati regalerà importanti informazioni sulla sua  euristica progettuale e sulla genesi delle varie opere.Scarpa continuerà così a insegnare e a mostrare agli  allievi e agli architetti il suo processo di elaborazione della forma architettonica. Uno spunto interessante per avvicinare la personalità dell'architetto è offerto da un ritratto di Carlo Scarpa a firma di Andy Warhol; l'analisi di quest'opera sciamanica con le implicazioni concettuali che la sua visione comporta è l'occasione per ragionare sulla cultura come cibo dello spirito così come ne parla Platone nel suo Protagora.

Cenni biografici

Carlo Scarpa (1906-178) è stato un architetto, designer e accademico italiano tra i più importanti del XX secolo.

Si diplomò in architettura all'Accademia di Belle Arti nel 1926, anno in cui iniziò l'attività didattica presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, dove operò in qualità di professore ordinario di composizione dal 1964 al 1976 e come direttore dal 1972 al 1974. Grazie all'insegnamento, Scarpa contribuì alla formazione di diverse generazioni di architetti, ai quali trasmise grande perizia nell'uso dei materiali e la profonda conoscenza della storia.

La sua attività di professionista si concentrò prevalentemente nell'allestimento di esposizioni e mostre, nel restauro di complessi monumentali e musei, nella realizzazione di abitazioni private e negozi. Tra gli interventi museali più famosi si possono ricordare i lavori alle Gallerie dell’Accademia a Venezia (1948-55), Palazzo Abatellis a Palermo (1953-54), Gipsoteca Canoviana di Possagno (1956-57), Museo di Castelvecchio a Verona (1958-74) e Fondazione Querini Stampalia a Venezia (1961-65).

Fin dal 1926 lavorò come progettista di vetri e dal 1932 al 1947 fu alle dipendenze della vetreria di Murano Venini, divenendone anche direttore artistico. Al compimento dei suoi trent'anni, tra il 1935 e il 1937, Scarpa realizzò la sua prima opera impegnativa, la sistemazione della Ca' Foscari di Venezia, sede dell'omonima università.

Ottenne numerosi riconoscimento fra cui il Premio Nazionale Olivetti per l'architettura nel 1956 e la stessa azienda gli commissionò la sistemazione dello spazio espositivo Olivetti in piazza San Marco. La sua opera venne presentata in Italia e all'estero in importanti mostre personali presso il Museum of Modern Art di New York nel 1966, la Biennale di Venezia nel 1968, la Heinz Gallery di Londra, l'Institut de l'Environnement a Parigi, e infine a Barcellona nel 1978. Nello stesso anno ricevette una laurea honoris causa in architettura dall'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Fra le opere più importanti si segnala la Tomba Brion a S. Vito di Altivole, che era quasi terminata quando nel 1978 Scarpa morì a Sendai in Giappone.

Testi da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia:


conservazione dei beni culturali Università Ca' Foscari Istituto Italiano di Tecnologia

Da Venezia le tecnologie del futuro per conservare i beni culturali

BENI CULTURALI A RISCHIO: DA VENEZIA LE TECNOLOGIE DEL FUTURO PER CONSERVARE I BENI CULTURALI

SVILUPPATE DAL NUOVO CENTRO DELL’ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA IN COLLABORAZIONE CON UNIVERISTÀ CA’ FOSCARI VENEZIA

L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), in collaborazione con l’Università Ca’Foscari, apre a Venezia un nuovo centro del network nazionale IIT per lo sviluppo di nuove tecnologie e materiali nel campo della conservazione dei beni culturali

Le tecnologie sviluppate proteggeranno e assicureranno la conservazione digitale e fisica dei beni culturali del nostro Paese e del mondo, grazie ad intelligenza artificiale, machine learning e scienze dei materiali avanzate

Venezia 19 novembre 2018 – l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) inaugura oggi, in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia, un nuovo centro IIT dedicato allo sviluppo di nuove tecnologie e materiali nel campo dello studio e della conservazione dei beni culturali. Il Centre for Cultural Heritage Technology (CCHT@Ca’Foscari) si aggiunge al network nazionale dell’Istituto composto da 10 centri in Italia e due outstation all’estero (presso MIT e Università di Harvard in USA).

Fenomeni naturali e azione dell’uomo mettono a rischio i beni culturali, di cui l’Italia è tra i maggiori custodi. Venezia, emblema del patrimonio dell’umanità da proteggere, grazie a questo nuovo centro della rete IIT e alle competenze di Ca’ Foscari, diventa laboratorio per lo studio, l’analisi, la conservazione anche preventiva, e la protezione della ricchezza architettonica, artistica e archeologica conservata in Italia e nel mondo.

Il centro a regime sarà composto da oltre 20 unità di personale che comprendono amministrativi, studenti di dottorato, ricercatori post dottorato, personale tecnico e ricercatori senior (Principal Investigator) e inizierà l’attività di ricerca a partire da gennaio 2019, non appena si concluderanno le procedure, già in corso, di assunzione dello staff e il loro insediamento nei laboratori già allestiti presso l’Università Ca’Foscari.

L’attività scientifica di CCHT@Ca’Foscari verrà pianificata in base ai bisogni reali di chi ogni giorno si impegna a conservare e restaurare il patrimonio artistico nazionale ed internazionale e si snoderà su diversi piani sfruttando le competenze acquisite dai team di ricerca IIT che lavorano nel campo delle scienze dei materiali, della computer vision, dell’intelligenza artificiale e del machine learning in un’ottica multidisciplinare.

Gli scienziati dei materiali coinvolti nelle attività del centro analizzeranno i materiali con cui i beni sono realizzati allo scopo di individuarne le caratteristiche e sviluppare adeguate strategie di conservazione e protezione da agenti naturali o artificiali. Verranno così creati, ad esempio, rivestimenti per la protezione da umidità, microorganismi, erosione del vento e areosol marini progettati per rispettare le caratteristiche chimico fisiche di tessuti, di opere in muratura, di affreschi, tele o sculture in modo che ogni trattamento sia sviluppato ad hoc in base alle caratteristiche dei materiali e ai fattori esterni a cui sono sottoposti, siano essi di tipo meteorologico o legati ad attività umane.

D’altra parte mediante tecniche di visione computerizzata e machine learning si potranno digitalizzare e rendere così indistruttibili e perenni beni culturali di ogni genere inserite nel loro contesto originale, per consentirne uno studio più articolato, la riproduzione o il restauro in seguito al loro danneggiamento, avvenuto per cause naturali – quali alluvioni, terremoti – o cause dovute all’intervento umano – quali atti di vandalismo o terrorismo e inquinamento. A tal fine si sperimenteranno nel centro nuove tecnologie – come sensori e dispositivi - mai usati nell’ambito della conservazione dei beni culturali e nuovi strumenti sempre più economici e compatti sviluppati ad hoc che possano essere anche integrati in dispositivi di uso comune come smartphone o tablet.

Il lavoro del CCHT@Ca’Foscari sarà anche dedicato alla valorizzazione delle risorse artistiche, archeologiche e architettoniche del nostro Paese, e non solo, mediante l’utilizzo delle nuove tecnologie sviluppate in percorsi espositivi o museali per portare l’Intelligenza artificiale, la computer vision e le scienze dei materiali avanzati a beneficio della divulgazione in campo culturale.

La multidisciplinarietà sarà un elemento chiave del nuovo centro della rete IIT” afferma Arianna Traviglia la Coordinatrice di CCHT@Ca’Foscari appena insediata “le persone che lavoreranno qui a Venezia combineranno i loro background differenti per ottenere risultati concreti che soddisfino le reali esigenze del nostro patrimonio culturale; potremo così vedere, ad esempio, sistemi automatizzati per lo studio  e l’analisi dei manufatti che si avvalgono di dispositivi robotici in grado di manipolare manufatti da digitalizzare o trattare. Un incontro fra tecnologie di frontiera e patrimonio culturale senza precedenti” conclude Traviglia.

Questo centro non poteva che nascere a Venezia, laboratorio naturale per gli studi sulla conservazione del patrimonio culturale, in sinergia con altre importanti iniziative come il Patto per Venezia che doterà le università Iuav e Ca' Foscari di strumentazioni scientifiche d’avanguardia – afferma Michele BugliesiRettore dell’Università Ca’ Foscari Venezia - Abbiamo già scelto il Parco Scientifico come sede di alcune nostre attività, dalla Challenge School al Centro congiunto con Cmcc per lo studio dei cambiamenti climatici. E oggi questa nuova iniziativa in partnership con una istituzione di altissimo livello come l'IIT, che porta la nostra presenza al Vega a superare gli 800 studenti e i 60 ricercatori. Nella nostra agenda di ricerca abbiamo promosso strategie volte ad attivare attività scientifiche ad alto impatto e fra queste ci sono i due ambiti di cui si occuperà il centro: le tecnologie digitali e informatiche e le nanotecnologie la conservazione e il restauro del patrimonio culturale”.

Il nuovo centro IIT realizzato in collaborazione con Ca’ Foscari si aggiunge al nostro network nazionale di centri tematici che è cresciuto negli anni e si è rafforzato grazie alla collaborazione con enti e università di altissimo livello – dichiara Roberto CingolaniDirettore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia -. Il CCHT nasce con tutti gli strumenti per diventare un centro di rilevanza internazionale in grado di attrarre talenti da tutto il mondo. IIT e il suo network di centri ad oggi hanno attirato 30 vincitori di ERC - prestigioso finanziamento della comunità europea - depositato circa 700 domande di brevetto e fondato 18 nuove aziende. La grande competenza dell’Università Ca’ Foscari Venezia nell’area dei beni culturali e la grande professionalità della coordinatrice del centro Arianna Traviglia, appena selezionata da un panel internazionale di esperti, sono i due elementi fondamentali che, sono certo, determineranno il successo delle attività di ricerca del nuovo centro della rete IIT realizzato in collaborazione con l’Ateneo veneziano”.

conservazione dei beni culturali Università Ca' Foscari Istituto Italiano di TecnologiaTesto e immagini da Ufficio Comunicazione Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari Venezia

 


sovraffollamento turistico Venezia Ca' Foscari workshop

Sovraffollamento turistico: Ca' Foscari riunisce esperti e città mediterranee

Centro Artigianelli, 15 novembre dalle ore 9.45

SOVRAFFOLLAMENTO TURISTICO:

CA’ FOSCARI RIUNISCE ESPERTI E CITTÀ MEDITERRANEE

Studiosi, istituzioni e imprenditori a confronto sui casi di Valencia, Dubrovnik, Malaga, Rodi, Venezia e Genova

 sovraffollamento turistico Venezia Ca' Foscari workshop

VENEZIA –  Nell'ambito del progetto europeo Interreg Alter Eco finanziato dal programma MED 2017-2020 e di cui il Dipartimento di Economia è partner scientifico, giovedì 15 novembre 2018  dalle ore 9.45 presso il Centro Culturale Don Orione Artigianelli un workshop dedicato alle problematiche dell'overtourism dal titolo "Overtourism Mediterranean Cities in Comparison".

Un tema attuale che sta coinvolgendo un numero sempre maggiori di città europee e che verrà affrontato durante questo evento attraverso interventi di rappresentanti di istituzioni locali ed europee,  imprenditori dell’industria turistica e le testimonianze dei partner del progetto Alter Eco tra cui città di Valencia, Dubrovnik, Malaga, Rodi, Venezia e Genova.

Nel pomeriggio una specifica sessione sarà dedicata al caso di Venezia e alla recente nuova offerta di ricettività turistica che sta interessando l’area di Mestre.

Programma OVERTOURISM(pdf)

Testi da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Venezia: convegno “La falsificazione epigrafica in Italia”

FAKE NEWS DEL PASSATO

A CA’ FOSCARI IL PIÙ IMPORTANTE CONVEGNO EUROPEO

A Venezia dal 10 al 13 ottobre oltre 50 specialisti nello studio dell’autenticità di iscrizioni e manoscritti antichi. Il caso: Da Arezzo a Baltimora sulle tracce del falsario Sententiosus

 

VENEZIA - La diffusione di informazioni false non inizia con il web: anche iscrizioni antiche, o apparentemente tali, possono ingannare. Una recente scoperta di due studiosi italiani, ad esempio, ha dimostrato che due reperti simili conservati in Italia e a Baltimora e ritenuti iscrizioni paleocristiane in realtà sono stati acquistati sul mercato antiquario romano ai primi del Novecento, opera di un falsario moderno e parte di una stessa serie.

“Questa importante scoperta  - commenta Lorenzo Calvelli, ricercatore di Epigrafia latina all’Università Ca’ Foscari Venezia e tra i principali studiosi del problema delle false iscrizioni nella storia - porterà auspicabilmente al riconoscimento di altri manufatti prodotti dalla stessa mano e disseminati in altre collezioni e musei d'Europa e del mondo”.

Per smascherare le fake news del passato sono infatti al lavoro da anni esperti di storia antica che, analizzando reperti posseduti dai antiquari, musei e collezioni private, riescono a verificare l’autenticità delle fonti.

Il problema della falsificazione storica e lo studio dei manoscritti, con particolare riferimento a quelli che tramandano il testo di iscrizioni antiche, genuine o inventate in tempi più recenti, ma 'spacciate' per autentiche saranno al centro di due convegni a Venezia dal 10 al 13 ottobre, tra cui il più importante convegno europeo di epigrafia romana, organizzato dall’Università Ca’ Foscari Venezia. Oltre 50 specialisti provenienti da Italia e Francia si riuniranno per confrontare le proprie ricerche.

Nel convegno “La falsificazione epigrafica in Italia” (www.unive.it/data/agenda/1/21789) saranno presentati importanti risultati che hanno consentito di smascherare la natura contraffatta di alcuni reperti considerati genuini, nonché di riconoscere che certi manufatti erano stati giudicati troppo severamente, essendo in verità autentici. Il convegno è organizzato nell’ambito del progetto triennale "False testimonianze" coordinato da Lorenzo Calvelli e finanziato da Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tra i progetti di interesse nazionale (Prin).

Una specifica sessione sarà infine dedicata al tema delle copie, che sono oggetti non creati a scopo di dolo, ma per fini conservativi o didattici. L'importanza delle copie, a volte risalenti anche a secoli fa, si sta rivelando sempre più significativa, dal momento che molti originali sono scomparsi nel corso del tempo o si trovano oggi in zone del mondo non più accessibili.

IL CASO

Da Arezzo a Baltimora: sulle tracce del falsario Sententiosus

Nella Casa Museo Ivan Bruschi di Arezzo (www.fondazioneivanbruschi.it/casa-museo) è conservata una misteriosa iscrizione latina, incisa su una piccola lastrina di marmo e finora completamente sfuggita agli occhi degli esperti. Le uniche informazioni note riguardano la provenienza del reperto: esso era un tempo conservato nella collezione privata della famiglia dei conti Vitali, anticamente esposta nella loro splendida villa a Fermo nelle Marche e oggi dispersa. La lastrina riporta una citazione di un salmo biblico "Erudimini qui iudicatis terram", cioè "Imparate, voi che giudicate la terra".

Lo studio del reperto, condotto da Andrea Raggi (Università di Pisa) e Carlo Slavich (Sapienza Università di Roma), getta nuova luce anche su un altro singolare manufatto iscritto, conservato presso il Johns Hopkins Archaeological Museum di Baltimora.

Fino a oggi quest'ultima iscrizione era stata universalmente accolta come genuina dalla critica e classificata come iscrizione sepolcrale cristiana. Una fortunata coincidenza consente di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che i due reperti iscritti, entrambi acquistati sul mercato antiquario romano ai primi del Novecento, sono opera di un falsario moderno e parte di una stessa serie. Per il carattere edificante delle iscrizioni, il loro autore è stato definito dai due studiosi Sententiosus, cioè produttore di sentenze.

Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Nuove ipotesi sull'antico abitato di Torcello

In corso lo scavo dell’Università Ca’ Foscari Venezia

L’ANTICO ABITATO DI TORCELLO RESTITUISCE UNO SCHELETRO – NUOVE IPOTESI SUI PRIMI ABITANTI DELL’ISOLA E LA LORO VITA

L’origine di Venezia si arricchisce di nuovi dati interpretativi

LO SCHELETRO

A Torcello, isola veneziana nella laguna, presso lo scavo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, iniziano ad emergere i protagonisti della millenaria storia dell’isola. Una sepoltura databile intorno all’VIII secolo d.C. è stata infatti scavata in questi giorni dall’equipe di studiosi sotto la direzione scientifica dell'archeologo Diego Calaon (Marie Curie Fellow). "Si tratta di un giovane adulto, la cui sepoltura – non troppo lontana dall’area che immaginiamo essere stata adibita a cimitero intorno alla Basilica nelle sue fasi altomedievali – di cui si è conservato piuttosto bene quasi tutto lo scheletro, ad eccezione della testa. Non lasciamoci ingannare però: il ritrovamento delle parti residuali di lato destro del cranio e il taglio di una buca di età moderna (probabilmente per un palo strutturale) proveniente dall’alto, ci indicano che la sepoltura era completa e che solo le attività successive svolte nell’area hanno determinato le mancanze di oggi".

Si tratta di un rinvenimento importante: a Torcello negli scavi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso erano state indagate aree cimiteriali, ma generalmente più moderne, ovvero pertinenti al pieno medioevo. Potere analizzare dati biometrici degli antichi Torcellani tra VI e IX secolo è un’occasione unica. Chi erano gli antichi abitanti dell’isola che vivevano nelle ben costruite case di legno presente densamente nell’area? Lavoratori liberi? Schiavi? Si tratta di una comunità già profondamente cristianizzata o meno? La presenza di una tomba isolata, o non connessa direttamente alla chiesa apre a molte ipotesi: le analisi DNA e biometriche ci indicheranno importanti dati interpretativi.

L’AREA

La sepoltura è stata scavata in un area molto interessante da un punto di vista stratigrafico: siamo sull’intestatura di un antico canale lagunare che separava l’isola dell’Antica Chiesa di Santa Maria dall’area dell’abitato medievale: il canale nel tempo è stato bonificato con centinaia di pali lignei, indice di una “fame di spazio” per abitazioni e attività artigianali che richiedeva l’allargamento e la creazione di nuovi spazi abitati.

Lo scavo nella sua estensione, ci sta rivelando come l’VIII i il IX secolo siano centrali per attestare l’esplosione demografica nell’isola: presenza di fitte case in legno, moli, focolari e strutture produttive, testimoniate da centinaia di frammenti di ceramica da cucina (tra cui molti catini coperchio, gli antichi testi per la cottura di pani e focacce nei focolari a terra), anfore da olio e vino, pietra ollare per la cottura di zuppe e minestre.

 LA DIETA

Cosa mangiavano i primi abitanti dell’isola? Anche a questa domanda possiamo già dare qualche risposta: mangiavano molto pesce, visto l’ambiente lagunare, comprese ostriche, cozze e molluschi, ma anche pesce d’altura, alcuni resti in corso di studio sembrano riferirsi addirittura a tartarughe e delfini. Attestati consumi importanti di carni bianche da pollame, di maiale e carne bovina, anche se i consumi di carne dimostrano la presenza di numerosi ovini, presenti sia per la carne che per la probabile produzione di pergamene. Oltre a ciò una grande varietà di verdure e frutta. Il contenuto delle anfore invece attestano consumi di olio, vino e spezie dal sud del Mediterraneo.

IL PORTO

L’abitato copre un’area molto ampia di magazzini, costruiti e attivi nei due secoli precedenti, tra VI e VII secolo dopo cristo: "Torcello diventa un punto nodale della portualità lagunare proprio in questo momento. Altino non è più praticabile come porto, e i magazzini che stiamo scavando nell’isola - continua Diego Calaon- ci dicono come molto prima di “immaginate” o “leggendarie” distruzioni barbariche le élite locali avevano investito pienamente per la creazione di uno scalo efficiente proprio nell’area del litorale dell’epoca. Magazzini costituiti con mattoni romani di riuso, alcuni anche iscritti, fondati con pietre spogliate dall’antica città romana. Il magazzino portuale porticato visibile a Torcello in questi giorni è eccezionalmente ben conservato".

UNA NUOVA INTERPRETAZIONE SULLE ORIGINI DI VENEZIA

 Tradizionalmente, Torcello si è sempre considerata nell’ottica di Venezia, come la prima Venezia, come l’origine della Serenissima, affidando a Torcello il ruolo del luogo dove gli antichi altinati (romani) si sarebbero rifugiati per scappare dai barbari. Se fosse così, come ci racconta il mito, gli spazi geografici dell’antica Torcello (ma anche di Rialto) dovrebbero essere considerati come luoghi “impervi, inaccessibili” dove nessuno avrebbe mai voluto mettere piede. Questa narrativa, fatta di guerre, barbari, lotte ha molto fascino, ma va riconsiderata alla luce dei recenti rinvenimenti.

L’archeologia ci racconta una storia completamente diversa. Una storia di trasformazioni ambientali e lenti adattamenti, su cui si sono fatti importanti investimenti sul piano commerciale e delle infrastrutture portuali. Ci racconta una storia di genti, di case, di relazioni. Una storia da narrare.

L’interpretazione nuova che se ne vuole dare è negli spazi e nelle stratigrafie Torcellane: “Torcello è il Porto Tardo-Antico e Altomedievale di Altino”. La collocazione del nuovo porto è essenzialmente dovuta ai cambiamenti ambientali, sia su larga scala (la progressiva trasformazione dei delta/estuari dei fiumi che sfociano in area costiera, con apporti progressivi verso il mare e la creazione di nuove aree mediamente acquatiche con barene, dossi e dune litoranee) che a scala locale (il progressivo interramento delle aree portuali di Altino e la necessità di spostare gli scali commerciali su aree con canali/lagune con maggiore capacità acquea).

Nella nostra narrativa, inoltre, hanno largo spazio i materiali da costruzione (il legno, il fango), l’approccio antropologico alla vita sulle lagune (il rapporto con l’acqua), e la fondamentale prospettiva dell’uso di forze lavoro per mantenere in vita i nuovi porti (schiavi).

Nel frattempo continuano anche le indagini in un altro settore, dove una costruzione di grandi dimensioni (più di 25 metri di lunghezza), interpretabile come una rimessa per le barche e magazzino, databile al XIV secolo, è in corso di scavo e studio. L’edificio con solide fondazioni in pietra (ancora  ”pezzi” di Altino riutilizzati in laguna,) si affaccia ad una robustissima antica riva in pietra, rinforzata successivamente da un pontile esterno per raggiungere quello che era il corso dell’antico Sile. Tra la riva e il magazzino i segni evidenti e abbondanti di un cantiere medievale per la sistemazione delle barche, probabilmente per la pesca, con le tracce dei pali per l’alaggio, per la sistemazione sul fianco dei natanti e, probabilmente, per la preparazione delle peci.

Insomma, una nuova storia sulle origini di Venezia tutta da raccontare: un lento spostamento di un centro commerciale e fluviale. Una storia densa di elementi, ricca da scoprire giorno per giorno.

L’ARCHEOLOGIA PARTECIPATA – IL PROGETTO TORCELLO ABITATA

Di conseguenza queste le riflessioni: “Come raccontare dunque questo materiale? Come “esporlo”? Come conservarlo?”

Da questo concetto prendono avvio gli APERITIVI ARCHEOLOGICI, le azioni di archeologia partecipata del Progetto Torcello Abitata 2018che ha ideato una forma insolita di incontro, condividendo insieme un aperitivo proprio lì, dove il cantiere di scavo è in corso, ascoltando dalla voce degli archeologi anticipazioni e news esclusive, ma anche proponendo giochi per bambini e visite guidate live, incontri con gli autori (Valerio Massimo Manfredi e Tiziano Scarpa) e momenti di riflessione sul possibile parco archeologico con i Soprintendenti ai beni Archeologici . PROGRAMMA APERITIVI ARCHEOLOGICI

Gli scavi saranno in corso fino al 14 ottobre.

Testo e immagini da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Università Ca' Foscari Venezia


Il peculiare estro di Emilio Vedova, originale ideatore dei “Dischi”

Pittore veneziano dallo stile inconfondibile, Emilio Vedova (1919-2006) si configurò come un’artista autodidatta fortemente attivo in campo nazionale ed internazionale. Definito come il fratello italiano di Jackson Pollock, introdusse negli anni Cinquanta del Novecento un linguaggio estetico inusuale e rivoluzionario, con una tendenza alla non figurazione vissuta in maniera molto passionale.

Image of Time (Barrier), 1951. Foto di G. Starke, CC BY-SA 2.0

Dopo una fase limitata di frequentazione di un corso serale di decorazione, aderì al gruppo Corrente insieme ai colleghi Birolli, Vittorini, Guttuso e Morlotti, prendendo parte alla resistenza nel 1943. Fondò il Fronte Nuovo delle Arti a Venezia e inizialmente mostrò l’influsso della corrente postcubista compiendo una serie dalle tonalità bianco-nere denominata per l’appunto “Geometrie nere”, sebbene in seguito aderì pienamente all’Informale. Nel 1951 a New York ebbe luogo la sua prima mostra personale negli Stati Uniti e l’anno successivo divenne membro del Gruppo degli Otto. Nel 1958 compì le sue prime litografie e dopo un anno dipinse “Scontro di situazioni”, ampie tele a forma di L inserite in un ambiente scuro ideato da Carlo Scarpa a Venezia. Ulteriori cicli di opere molto noti furono “Ciclo della protesta” e “Cicli della Natura”. Curò altresì le scenografie e i costumi dell’opera “Intolleranza ’60”, mentre tra il 1961 e il 1965 eseguì i cosiddetti “Plurimi”, ossia dipinti e sculture di legno e metallo distinti, complessi e mobili. In occasione dell’Expo del 1967 preparò per il padiglione italiano un collage-luce con minuscole lastre inserite in un ambiente asimmetrico ove proiettare figure cangianti.

Absurdes Berliner Tagebuch `64, 1964 (Plurimo 1-7), Berlinische Galerie. Foto di Ingo Ronner, CC BY 2.0
Absurdes Berliner Tagebuch '64, Berlinische Galerie. Foto di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti vi sono il premio per giovani pittori alla Biennale di San Paolo nel 1951, il Guggenheim International Award nel 1956, il premio per la pittura alla Biennale di Venezia nel 1960. Svariati i ruoli prestigiosi ricoperti, tra i quali ricordiamo il compito di direttore dell’Internationale Sommerakedemie a Salisburgo, lo svolgimento di svariate conferenze negli Stati Uniti e l’attività di insegnamento presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha infine ricevuto le onorificenze di “Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana per meriti culturali” e la “Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte”.

Emilio vedova, senza titolo, 1957-59. Foto di Sailko, CC BY-SA 4.0

Al termine degli anni Settanta sperimentò varie tecniche, ad esempio l’uso di opere mobili su dei binari d’acciaio (Plurimi-Binari), i monotipi e l’incisione su ampi vetri. L’artista usò il corpo per cifrare l’idea di spazio, dando importanza alle forme com’è visibile nel ciclo dei Dischi realizzati a partire dal 1985. D’altronde, l’espressionismo astratto gioca con il concetto di spazio, negando il valore del figurativo ed attuando un uso accorto del colore. I suddetti dischi sono pannelli circolari doppi dalla peculiare cromia, esposti in suggestive location quali la Fattoria di Celle (dove eseguì i primi esemplari, denominati “Non dove”, decorati su ambedue le facce) e il Castello di Rivoli.

Tra i dischi più rilevanti va menzionato “Chi brucia un libro brucia un uomo”, mega installazione che
rievoca la distruzione della biblioteca di Sarajevo a seguito di un incendio durante il periodo bellico,
nonché l’antecedente ciclo di opere “Dischi, Tondi e Oltre” compiute tra il 1985 ed il 1987. Tali
creazioni furono l’esito di un intenso periodo di ricerca relativa alla sacrale figura del cerchio in
contrapposizione all’universo mutevole, caotico ed asimmetrico percepito dal suo sguardo d’artista.
I Tondi sono dipinti su tela realizzati su un unico lato, mentre gli Oltre sono costituiti da tondi
all’interno di quadrati, completando la sua attività di rottura e di superamento delle barriere.

La realizzazione dei grandi teleri all’inizio degli anni Ottanta ha preparato questa successiva
riflessione sulla circolarità, in quanto nel corso della sua lunga carriera artistica ha sperimentato
discipline differenti spinto da un irrefrenabile spirito di ricerca. Il suo obiettivo era catturare lo spazio
mediante tutte le sue variegate produzioni: schegge, frammenti e dipinti perfettamente inseriti
nell’ambiente circostante, in un dialogo perfetto tra le opere e lo spazio architettonico che le
custodisce.

Emilio Vedova, senza titolo (prova impossibile), 1985. Foto di Sailko, CC BY-SA 4.0

Vedova assume importanza nell’arte in quanto simbolo della sperimentazione, di ricerca del nuovo
da dipingere, realizzando opere energiche all’interno di una società novecentesca in continua
evoluzione. Fu capace di rinnovarsi pur non alterandosi, adottando progressivamente una scelta più
raffinata dei supporti, giungendo anche a geometrie atipiche. L’esito di questo processo è
rappresentato da opere contraddistinte da pennellate nervose che veicolano la potenza del segno privo
di riferimenti, emergente in virtù della sua forza emotiva.

Emilio Vedova a Darmstadt con Pierre Kröger (4 agosto 1986). Foto dello stesso Pierre Kröger, CC BY-SA 4.0

Successivamente alla sua morte è stata organizzata ai Magazzini del Sale una mostra con le sue
opere in movimento, così come ideato dall’amico Renzo Piano: affiancate da un sottofondo musicale,
offrono allo spettatore uno stimolo multisensoriale davvero affascinante. Un gesto ammirevole da
parte della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova che continua a rimembrare ed omaggiare questo
peculiare artista nostrano.

Sitografia:

Fondazione Emilio e Annabianca Vedova

Peggy Guggenheim Collection

Artribune

Emilio Vedova. Foto di Rober l, CC BY-SA 4.0

Torna Venetonight e si fa invisibile

Edizione speciale della Notte della Ricerca di Ca’ Foscari: 28 settembre – 4 ottobre

TORNA VENETONIGHT E SI FA INVISIBILE

Una settimana di apertura per accogliere le scuole, tema INVISIBILE, organizzazione con Science Gallery Venice. In programma mostre ed eventi collaterali, visite speciali ai musei e attività per tutti negli Spazi Espositivi di Ca’ Foscari

Lead Angels Scopitone Festival 2014 ©Studio Frederik De Wilde

VENEZIA - Venerdì 28 settembre l’Università Ca’ Foscari aprirà le porte della ricerca al grande pubblico con una edizione della Notte della Ricerca piena di novità.

DURATA: DAL 28 SETTEMBRE AL 4 OTTOBRE

La tradizionale serata di incontro e scambio tra ricercatrici, ricercatori e la popolazione veneziana, alla quale l’ateneo veneziano partecipa assieme alle Università di Padova e Verona e con il contributo di Fondazione di Venezia e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, viene estesa ad una settimana (sabato 29 ore 10-13, domenica chiuso, da lunedì a giovedì 10-18), aprendo così le porte anche alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado.

 

TEMA: L’INVISIBILE

Ca’ Foscari ha scelto un tema trasversale che porta alla luce aspetti della ricerca che non si palesano ai sensi ma che sono ugualmente significativi e con un forte impatto sulle nostre vite, sulla società e sul pianeta. Il fil rouge scelto è l’INVISIBILE, un tema sfidante per Ca’ Foscari e per il Distretto Veneziano Ricerca e dell’Innovazione (DVRI) che partecipa all’iniziativa mostrando come l'invisibile diventa visibile nella scienza, nell'arte, nella letteratura e nella cultura. Leggere di più


Premio Campiello 2018

Una cinquina anomala: segnali di vita dal Premio Campiello 2018

I premi letterari sono il Male. Partendo da questo curioso assunto, che rappresenta la posizione ufficiale del Lettore Appassionato Che non Soggiace alle Leggi di Mercato (altrimenti detto LACNSALDM), dovremmo forse curarci poco del fatto che sabato 15 settembre, alle 20.45 (in diretta su Rai5) sarà trasmessa dal Teatro La Fenice di Venezia la cerimonia di proclamazione del vincitore del Premio Campiello 2018. Eppure, e lo dico da LACNSALDM, in questa particolare circostanza, la cinquina dei finalisti ha catturato totalmente la mia attenzione al punto da indurmi a non voler neppure trovare alibi (“sai, sono capitata su Rai5 sperando trasmettessero un documentario sulla teoria dei quanti o la biografia di Teofilo Folengo e invece ho trovato la finale del Campiello…”), come quando fingo di non guardare programmi trash o intellettualmente imbarazzanti nei momenti di crisi della ragione e di necessità di sospendere le mie dissertazioni eterne sulle magnifiche sorti e progressive. Quest’anno sono particolarmente emozionata e coinvolta perché nella cinquina dei finalisti ci sono tre romanzi che, per un verso o per l’altro, hanno fatto parte del mio percorso di lettrice e di aspirante scrittrice inesistente. Uno dei quali, a mio avviso, dovrebbe essere il vincitore assoluto e indiscusso, ma taccio per un misto di scaramanzia e rassegnazione alla inevitabile, direi quasi inesorabile, fallacia delle mie premonizioni.

Premio Campiello 2018Partiamo dal primo, comprato impulsivamente e a scatola chiusa, come un appuntamento al buio: si tratta de Le vite potenziali di Francesco Targhetta, autore – l’ho scoperto dopo – di un romanzo in versi intitolato Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) che ha preceduto di ben quattro anni il caso letterario Stefano Massini (Qualcosa sui Lehman, Mondadori 2016, vincitore della Selezione Giuria dei Letterati del Premio Campiello 2017). Un romanzo, quello in concorso, che offre al lettore, con uno stile asciutto, essenziale ma al tempo stesso penetrante, l’immagine di una realtà contemporanea sospesa tra le potenzialità insite in un futuro indistinto e carico di promesse vaghe, puntualmente disilluse, e la rassicurante e deprimente concretezza del cemento dei grigi sobborghi della provincia veneta. E che interroga al tempo stesso proprio la mia generazione, quella dei trentacinque-quarantenni nati nei terribili anni ’80, anagraficamente adulti ma ancora incompiuti, indefiniti, incapaci di dare e darsi risposte convincenti.

Sull’onda del mio amore per la sua prosa così particolare (leggete, se non lo avete ancora fatto, Le rondini di Montecassino, Guanda 2010), ho letto avidamente La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda 2017). Vincitore del premio Strega 2018, il romanzo è incentrato sulla figura straordinaria di Gerda Taro, prima fotografa caduta su un campo di battaglia e compagna di Robert Capa. Non un memoriale o una biografia, ma una vicenda umana sapientemente ricostruita basandosi su fonti e documenti originali attraverso cui l’autrice restituisce al lettore l’affresco di una intera generazione, quei ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, con l’avvento del nazismo, con quelle cicatrici della Storia che non si rimargineranno mai.

Sul comodino, in attesa di essere letto, il volume di Davide Orecchio intitolato Mio padre la rivoluzione (Minimum fax), una raccolta di racconti, ritratti, biografie impossibili che ruotano attorno alla storia e al mito della rivoluzione russa. Sfogliandolo si è catturati da uno stile originalissimo, caustico, irriverente, che mi ha ricordato la prosa del Vladimir Vojnovic di Vita e straordinarie avventure del soldato Ivan Čonkin. Lo leggerò con la consueta avidità, mi incuriosisce moltissimo.

Altro volume in attesa, sulla mia scrivania stavolta (l’ubicazione dei volumi nel mio habitat ha un particolare significato) è il romanzo della scrittrice Rosella Postorino, Le assaggiatrici (Feltrinelli): ambientato nell’autunno del ’43, narra la storia di un gruppo di donne destinate a fare le assaggiatrici del cibo da servire al Führer. Tra esse spicca la figura di Rosa, attorno alla quale si dipana una complessa trama di alleanze, amicizie, rivalità sulla quale aleggia, convitato di pietra che mai appare, l’ombra greve di Hitler. Una situazione estrema nella quale l’autrice mette in scena, senza pudore o remore di sorta, le reazioni tutte umane alla violenza, la lotta per la sopravvivenza, le contraddizioni di chi vuole, a qualunque costo, restare vivo.

Chiude la cinquina di finalisti Ermanno Cavazzoni con La galassia dei dementi (La nave di Teseo 2018), la vera sorpresa di questa edizione del Campiello. Un romanzo solo apparentemente di fantascienza (si veda la recensione di Stefano Tonietto al seguente link), voluminoso, eccentrico e surreale, denso di vicissitudini spassose ambientate tuttavia in un futuro desertificato e angosciante, nel quale la tecnologia ha preso totalmente il sopravvento sullo sparuto gruppo di umani sopravvissuti, tutti obesi e dediti ad attività velleitarie e del tutto prive di senso. Un mondo di robot che ben presto dimostrano di avere le stesse tare degli umani, dall’inclinazione per la delinquenza ai difetti di fabbricazione che determinano comportamenti imprevedibili e bizzarri. Una fantascienza che non ha bisogno di pianeti lontani o di astrusi codici alfanumerici: i personaggi, dai nomi classicheggianti (la Dafne, il Piteco, lo Xenofon, l’Ippia minore) si muovono in una pianura nebbiosa tra l’Emilia e il Veneto, uno spazio reso irriconoscibile dalla Grande Devastazione che ha lasciato dietro di sé solo macerie e distruzione. Con il suo consueto stile asciutto e surreale, ironico e struggente, Cavazzoni ci regala un capolavoro delirante, un potenziale poema epico contemporaneo, nel quale ritrovare le nostre piccole ossessioni, le manie, i desideri, le aspirazioni, i timori, le angosce, le contraddizioni. Un romanzo, infine, nel quale sentirci curiosamente a casa.

Ho promesso di non fare pronostici. L’ultimo, risalente ad un tragico campionato dell’Inter conclusosi beffardamente il 5 maggio di un anno da dimenticare, mi è costato il bando sempiterno dall’Inter club della mia città e non vorrei rischiare ulteriori radiazioni da albi immaginari ed altrettanto improbabili. Ma spero che vinca la Scrittura, con la S volutamente maiuscola, quella ancora capace di dire qualcosa di nuovo, di vivo, di potenzialmente inesauribile.