Il Laocoonte dei Vaticani. Storia di un gruppo scultoreo

Laocoonte era un sacerdote troiano addetto al culto di Apollo Timbreo, figlio di Antenore o di Capi e fratello di Anchise. Gli venne data in moglie Antiope con la quale si unì davanti alla statua del dio e così se ne attirò la sua ira. Conosciamo la sua tragica storia grazie al racconto di Virgilio nel secondo libro dell’Eneide, dove sappiamo che sconsigliò ai Troiani di far entrare dentro le mura della città il cavallo di legno lasciato dai Greci come dono: “timeo Danaos et dona ferentes” , "Temo i Greci, anche quando portano doni".

Il secondo libro dell'autore latino si apre con il racconto di Enea alla regina Didone degli eventi tragici della guerra che, a distanza di tempo, provocano ancora dolore al solo pensiero. Più di tutti, a provocare dolore è il non aver capito che il cavallo altro non era che un perfido inganno dei Greci aiutati dal simulatore Sinone, lasciato appositamente dai Greci sulle spiagge di Ilio per portare a termine la complessa trama dell’inganno. Quando il re di Troia chiede informazioni sul cavallo, Sinone racconta che era un dono votivo fatto dai Greci per placare l’ira di Minerva. Il favore della dea era mutato in avversione quando Ulisse e Diomede erano entrati di notte a Troia e avevano rubato il Palladio profanandolo con le loro mani insanguinate.

Ma all’improvviso a squarciare la scena un avvenimento che sa di straordinario:

Si ode uno scroscio mentre il mare spumeggia ed ormai toccavano terra con gli occhi ardenti iniettati di sangue e fuoco, lambivano le bocche sibilanti con le lingue palpitanti. A quella vista ci sparpagliammo impalliditi. I due serpenti con impeto sicuro si dirigono contro Laocoonte. Per prima cosa entrambi i serpenti avviluppano avviticchiandoli i piccoli corpi dei suoi due figli e sbranano a morsi le loro povere membra; poi attaccano anche lui mentre veniva in soccorso e portava delle armi e lo avviluppano con le enormi spire e, dopo averlo già avvinghiato in due giri attorno alla vita ed aver circondato in due giuri il suo collo con i dorsi squamosi, lo sovrastano con la testa e con i colli alti. Egli contemporaneamente prova con le mani a strappare le spire, con le bende sacre cosparse di bava e di terribile veleno; allo stesso tempo eleva al cielo urla strazianti, come un muggito, quando un toro ferito scappa dall’altare del sacrificio e strappa dal collo la scure non piantata bene. Ma i due serpenti, strisciando, fuggono verso gli alti templi e si dirigono verso la rocca della terribile Tritonide (Atena) e si coprono ai piedi della dea sotto la ruota dello scudo. Allora a tutti si insinua nei cuori tremanti un nuovo terrore e raccontano che Laocoonte abbia pagato meritevolmente la punizione per il suo delitto, lui che colpì con una lancia il sacro Cavallo e scagliò nella parte posteriore l’empio giavellotto. Esclamano a gran voce che il simulacro deve essere condotto al tempio e che bisognava pregare la potenza della dea”. Eneide II

Laocoonte e i suoi figli. Musei Vaticani.
Foto: Alessandra Randazzo

Fu allora abbattuta una porta e i Troiani portarono il talismano entro le mura assicurando così la protezione di Minerva. Mentre tutti i cittadini acclamavano con feste e danze il sacro dono, Cassandra invano avvertiva tutti del folle errore.

L’episodio, forse il più noto dell’Eneide, è rappresentato superbamente nel celebre gruppo del Laocoonte dei Musei Vaticani. Il gruppo venne alla luce il 4 gennaio 1506 in un sotterraneo delle Terme di Tito, presso la Domus Aurea. Subito vi fu riconosciuto il celebre episodio cantato da Virgilio in cui Laocoonte è raffigurato con i figli e i grovigli delle spire dei serpenti e che Plinio cita dicendo essere esposto nella casa di Tito. Il sacerdote troiano è ancora seduto sull’altare, nudo, con il corpo muscoloso fortemente portato bruscamente all’indietro, così come la testa, in un tentativo di fuga dal morso del serpente. Lo sguardo è rivolto all’insù e il viso è tratteggiato da forti caratteri chiaroscurali resi con grande effetto anche grazie ai riccioli della barba e alle ciocche dei capelli. Il corpo, in contrasto con la forte possenza che emana, è allo sfinimento, ormai avvolto e vinto dalle spire dei serpenti. Sulla sinistra e sulla destra sono presenti i due figlioletti, giovanetti di diversa età, anche loro in preda alle spire dei mostri.

Il figlio di sinistra ormai non oppone più resistenza e reclina la testa all’indietro, inerme. Quello di destra, invece, sembra riuscire a liberarsi dalla morsa del serpente che ancora gli avvinghia il braccio e la gamba. Forse sarà l’unico a salvarsi, come riporta una versione secondaria del mito della guerra di Troia. La critica, per quanto riguarda l’originalità del pezzo, si divide in due filoni: alcuni ritengono sia un capolavoro originale dell’ultimo Ellenismo creato a Rodi nel corso del I secolo a.C. da tre eclettici artisti che si ispirarono ad una scuola pergamena scomparsa; altri considerandolo eseguito da autori rodii in stile pergameno da ottimi copisti, lo credono una copia di età romana fatta da Atanodoro, Agesandro e Polidoro, replicando un originale in bronzo. Non dovrebbe meravigliare ne essere raro che una copia romana venga firmata da chi l’aveva materialmente realizzata considerandola non una copia ma un nuovo originale. Questi tre scultori furono comunque grandi artisti che lavoravano per la committenza più alta, la corte imperiale, ed erano dotati di tecnica eccezionale tanto più che l’opera fu realizzata da un unico blocco di marmo.


Il padre della letteratura italiana: Dante

La notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 moriva a Ravenna, gravemente malato, il padre della letteratura italiana, Dante Alighieri.

Intellettuale di riferimento per la nostra identità nazionale, è nel panorama italiano certamente uno dei più affascinanti. Nelle sue opere convergono tutti gli aspetti della cultura medievale, che sempre egli è pronto ad analizzare con curiosità e passione. Ma il suo merito più importante è forse la totale disponibilità al nuovo e all’autocritica, ciò che lo rende il prototipo dell’intellettuale per i letterati di tutto il mondo e di tutte le epoche, a partire dai contemporanei – si pensi alle letture pubbliche della Commedia tenute da Boccaccio - per andare poco più in là con Leonardo Bruni, nel Seicento con Milton e nel Novecento con Eliot e Montale.

E come non nominare l’impegno politico profuso per l’amata Firenze, cominciato con l’iscrizione all’Arte dei Medici e degli Speziali (era il 1295, aveva trent’anni) e culminato con l’accusa di appropriazione di denaro pubblico e di baratteria mentre era Priore del Consiglio dei Cento; nel 1302, con il prevalere della fazione nera guelfa, la pena si sarebbe tramutata in esilio e confisca dei beni. Dopo un periodo di sodalizio con i guelfi bianchi cacciati da Firenze, Dante scelse di accettare la pena e questa si rivelò la scelta definitiva, dopo che l’unica possibilità onesta e dignitosa di rientrare in patria, tramite l’auspicata liberazione della città ad opera di Arrigo VII nel 1310, era svanita. Gli ultimi anni della sua vita lo vedono muoversi di città in città, ospite gradito di eminenti personaggi, come Cangrande della Scala, dedicatario della terza Cantica della Commedia, e Guido Novello da Polenta, a Ravenna, dove tutt’ora giacciono le sue spoglie, invano richieste in futuro dai fiorentini.

Per quanto concerne la sua produzione letteraria, non si esagera quando si dice che nelle sue opere si può rintracciare tutto ciò che caratterizzerà la nostra letteratura nei secoli a venire: la Vita Nova è un prototipo di romanzo; le rime filosofiche, politiche o amorose innalzano la tradizione lirica; il Convivio è il primo esemplare di prosa filosofico-scientifica in volgare; il De vulgari eloquentia getta le basi per quello che sarà un dibattito di secoli sulla lingua letteraria.

Ma a 697 anni dalla sua scomparsa non si può non ricordarlo se non con l'opera che lo ha reso immortale: la Commedia. Questa non solo dà finalmente una possibilità concreta al volgare di dimostrare le sue potenzialità come lingua di cultura, ma racchiudendo in sé ogni campo del sapere, dalla religione, alla filosofia tomistica, all’amore, alla politica, alla cultura classica, alla mitologia, in un impianto organico e brillante, rende la scelta di Dante audace e il suo prodotto un unicum nella storia della nostra cultura.

Si citano qui alcune terzine che, a parere di chi scrive, rappresentano un punto di snodo - brutale forse - all'interno del percorso spirituale del poeta:

“così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

 

sovra candido vel cinta d’uliva

donna m’apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

 

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

 

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d’antico amor sentì la gran potenza.

 

Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

prima ch’io fuor di püerizia fosse,

 

volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quand'elli è afflitto,

 

per dicere a Virgilio: ’Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma’.

 

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’ mi;

 

né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

che, lagrimando, non tornasser atre.

 

"Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

ché pianger ti conven per altra spada".”

[Purgatorio XXX, vv 28-57]

Nell’arco di pochissime terzine avviene  quel che tutti sanno essere il definitivo passaggio del testimone di Virgilio a Beatrice. Ma andando un po’ oltre, si legge un richiamo chiaro alla Vita Nova, con la quale Dante sembra volersi riallacciare solo un istante, per riprenderne sentimenti e motivi subito vestiti però di significati teologici: ecco che “candido vel”, “verde manto” e “vestita di color fiamma viva” indossati dalla figura descrivono niente altro che i colori delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità – anche nella Vita Nova Beatrice vestiva di rosso); la “cinta d’uliva” che ha sul capo rappresenta la Pace e la Sapienza; “lo spirito mio […] tremando” adesso trema di fronte alla divinità che trasuda, di natura diversa da quella di VN XXVI.

Il poeta non l’ha riconosciuta, e vorrebbe chiedere, come un bambino, il perché percepisca un “antico amor” e una “antica fiamma” al “carissimo padre” Virgilio. Ma Virgilio è scomparso. O meglio, Dante si è tolto da solo quel padre da cui sembrava volersi affrancare già in Inf. XXV 45, quando lo aveva zittito; che aveva affiancato a Stazio da Pur. XXI e che già in Pur. XXVII aveva pronunciato le sue ultime parole (vv 124-142), congedandosi come maestro e guida (“Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;/ lo tuo piacere omai prendi per duce[…]/per ch’io te sovra te corono e mitrio). Ma cosa potrebbe simboleggiare tutto questo?

Quello che avviene in questi versi non è che la rinuncia a tutto ciò che riguarda la condizione umana, a tutto il passato, a tutto il male visto e compiuto, all’amore per qualsiasi altra cosa non sia Dio, alla conoscenza di qualsiasi altra cosa non sia Dio. Ecco perché Dante, tramite quella che gli si presenterà qualche verso più tardi come Beatrice, la donna un tempo amata, si rimprovera immediatamente per indugiare ancora nel pensiero di ciò che ormai è passato e si invita a pensare al lungo cammino che ancora lo attende.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto.

Fonti

La Scrittura e l’Interpretazione, Palermo, 2011

La Divina Commedia, Torino, 2012


Puglia: ritrovata una statua di Minerva a Castro?

4 Luglio 2015
Ritrovato a Castro, nel Salento, il busto di una statua del terzo o quarto secolo a. C. Su di esso, pigmento rosso: ritrovati in seguito un braccio e una falange del dito di una mano. Ci si interroga sul fatto che si tratti di Artemide o Minerva: in questo secondo caso si è immediatamente ricordato l'approdo di Enea in Italia, avvenuto nell'Eneide di Virgilio presso una rocca con tempio di Minerva.
Link: Corriere del Mezzogiorno; Repubblica Bari


Anniversario della morte di Virgilio

21 Settembre 2014
Oggi cade l'anniversario della morte di Virgilio (Publius Vergilius Maro), avvenuta a Brindisi per febbre. Il blog di manoscritti medievali della British Library coglie l'occasione per mostrare alcune decorazioni ritrovabili sui manoscritti medievali dei suoi testi.
Link: The British Library - Medieval Manuscripts Blog