Se si dovesse tracciare una linea del tempo della letteratura nazionale italiana che abbia pochi punti essenziali, Torquato Tasso (1544-1595) sarebbe indubbiamente uno di questi.
Il giovanissimo Torquato Tasso in un ritratto di Jacopo Bassano, 1565 ca.
Ovviamente il concetto di essenzialità di un autore racchiude in sé diverse caratteristiche. Egli, come un moderno “Giano bifronte” deve, con sguardo al passato (critico o nostalgico che si voglia) e tensione verso il futuro, aver impresso una svolta e una novità al proprio presente: ciò lo rende un riferimento.
Ebbene, la storia testimonia che dai tempi del Petrarca nessun letterato italiano aveva riscosso, già da vivo, una tale ammirazione su scala internazionale (e si dovrà poi aspettare il Leopardi). Intorno al Tasso come personaggio e intorno alle sue opere, la Gerusalemme Liberata in testa, le Rime e l’Aminta in coda, si generò un vero e proprio mito che durò per tutto il Seicento. Se per secoli era fatto obbligo di perseguire i rigidi dettami petrarcheschi di compostezza classica e equilibrio, le neonate e prepotenti culture manieristica e barocca erano strettamente legate al parlar disgiunto del poeta di Sorrento.
Questo impeto sarebbe stato bruscamente sedato dagli accademici della Crusca, che gli preferirono l’Ariosto a livello narrativo ed esclusero di trarre passi di sue opere da citare nella prima edizione del loro Vocabolario. Sarà il già citato Giacomo Leopardi a riabilitarlo definitivamente, riadottando alcuni tratti della sua poetica e dedicandogli un dialogo delle sue Operette Morali.
Ciò su cui però sarebbe opportuno riflettere un momento è che, a ragion veduta, Torquato Tasso è uno dei tanti intellettuali del panorama italiano di cui si ha una visione ingiustamente parziale. Le cause più riscontrate, a parere di chi scrive, sembrano: i programmi scolastici persecutori, che prevedono una sua analisi alla fine del terzo anno di liceo (se si è fortunati); la più che ovvia attenzione che merita la sua opera maggiore, la Liberata. Tutto ciò che rimane della sua produzione passa, se non in secondo piano, il più delle volte sotto un indecoroso silenzio.
Che dire poi delle vicende più o meno sgradevoli che lo hanno visto coinvolto, attivamente o passivamente: queste lo ritrarrebbero unicamente come un folle agli occhi di chiunque non voglia scavare un po’ più a fondo nel suo animo.
Come rintracciare allora nella produzione del Tasso, che sappiamo essere così attento, ai limiti della malattia, alle sue parole, una qualche testimonianza dei suoi pensieri? Un’opera c’è, per la prima volta forse nella storia della letteratura italiana, specchio prezioso sulle vicissitudini, sulle riflessioni, sulle idee del poeta: il suo epistolario.
Quella che potrebbe sembrare una affermazione scontata non lo è: si presenta infatti al lettore una raccolta di lettere in quanto tale, laddove è stata consuetudine trovare sotto lo stesso nome quasi una vera e propria opera letteraria, calcolata e organizzata (di nuovo occorre un paragone con il Petrarca). Ecco perché quello tassiano si può annoverare tra i più importanti epistolari della letteratura, tra i più ricchi e realmente spontanei. Si parla infatti di un insieme caotico di più di duemila lettere, e certamente molte altre sono andate perdute. Esse sono scritte durante il periodo di reclusione presso l’Ospedale di Sant’Anna, dunque tra il 1579 e il 1586.
Eugène Delacroix immagina Tasso durante la prigionia, 1839
In queste lettere, destinatari delle quali sono i familiari ma soprattutto i potenti, cui si appella per avere ascolto e protezione, emerge una figura tutt’altro che idealizzata dell’autore. Tasso anzi si rivela in tutta la sua fragilità, si descrive nella sua povertà ed espone umilmente i suoi bisogni: ecco perché la cura letteraria di derivazione petrarchesca è facilmente soppiantata dalla necessità di presentare come autentici e immediati i propri sentimenti.
Commovente è una delle prime lettere spedite dal carcere a Scipione Gonzaga, futuro cardinale nonché amico del poeta e tra i primi revisori ed editori della Liberata.
Scipione Gonzaga, consacrato cardinale il 18 dicembre 1587 da papa Sisto V
In questa lettera, datata maggio 1579, emerge tutto il dolore e la preoccupazione di Tasso per la condizione in cui si trova, anche se sono passati solo alcuni mesi. Il poeta ha nostalgia non tanto della gloria, della fama, dell’onore di cui godeva quando era libero, ma della libertà stessa; ha disagio del non poter curare la propria persona; ha timore del tempo che dovrà trascorrere nella “continuazione del male” (e saranno altri sette lunghi anni).
Ma le parole più meste di questa breve lettera, che colpiscono perché, nonostante sembri il contrario, tutelano l’eroismo e la dignità personale del poeta, sono forse queste: “e sovra tutto m’affligge la solitudine, mia crudele e natural nimica, da la quale anco nel mio buono stato era talvolta così molestato, che in ore intempestive m’andava cercando o andava ritrovando compagnia.”
Fonti:
“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.
“Per l’epistolario del Tasso (1)”  di Emilio Russo, pp. 185-198 in “Scrivere lettere nel Cinquecento. Corrispondenze in prosa e in versi”, a cura di Laura Fortini, Giuseppe Izzi, Concetta Ranieri; Roma, 2006.