Uno sguardo all'interazione tra gruppi nell'area della Grotta di Blombos

2 Febbraio 2016

La Grotta di Blombos. Credit: University of Bergen.
La Grotta di Blombos. Credit: University of Bergen.

Nel 2015 sono stati prodotti ben quattro studi riguardanti la Grotta di Blombos in Sud Africa. Questo sito, a 300 km da Città del Capo, sta difatti contribuendo alla nostra conoscenza dei primi umani, a partire dalla scoperta negli anni novanta. I resti ritrovati datano all'Età della Pietra, con depositi tra 100 e 70 mila anni fa, e poi ad epoca successiva, tra 2 mila e trecento anni fa.
Ora si punta a conoscere meglio l'area nella quale è situata la Grotta di Blombos, e a comprendere come i gruppi umani si muovessero e interagissero. Si sta perciò guardando alle tecnologie e ai ritrovamenti di punte di lancia in pietra e gusci d'uovo di struzzo, per verificare sovrapposizioni e contatti tra umani dell'epoca.
Gli studiosi rilevano che al variare della demografia c'è più interazione tra le persone. Per esempio, pattern simili vengono ritrovati sui gusci di uova di struzzo da diversi siti: probabilmente condividevano una stessa cultura simbolica. Gli studiosi sottolineano dunque come il contatto tra gruppi abbia costituito per i nostri antenati Homo Sapiens un elemento vitale per lo sviluppo di nuove tecnologie ed elementi culturali.
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Correlazione tra cromosoma Y e cognome in Spagna

1 Febbraio 2016
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In molte società, il cognome viene trasmesso per via paterna ai figli, proprio come il cromosoma Y. Questo può dunque suggerire che persone con lo stesso cognome possano avere cromosomi Y legati tra loro. Partendo da questi presupposti, un nuovo studio ha preso in esame dunque gli individui che in Spagna portano lo stesso cognome, per giungere alla conclusione che questi effettivamente sono lontani parenti.
Ne è risultato che sussiste effettivamente una forte relazione tra cognome e cromosoma Y in Spagna, e la maggior parte degli individui che portano un cognome inusuale (meno di 6.000 persone nel Paese) tendono ad avere un cromosoma Y identico o molto simile. All'aumentare della diffusione del cognome, però, il legame tra cognome e cromosoma Y tende ad indebolirsi gradualmente. Coloro che portano un cognome molto comune non rappresentano perciò necessariamente uomini della stessa famiglia.
Nello studio sono stati esaminati 37 cognomi, classificati in cinque gruppi, dai più comuni (oltre 150.000 individui) ai più rari (tra i 100 e i 3.000). La correlazione tra cognome e cromosoma Y non dipende da una base geografica, né dal tipo di cognome (dal nome del padre, da una professione, da un luogo, da un tratto fisico, ecc.), ma solo dalla sua frequenza. In media, i cognomi spagnoli datano circa a 536 anni fa, più in generale possono datare tra 200 e 800 anni (calcolati sulla base del più antico antenato comune).
In passato, ricerche simili sono state effettuate in Gran Bretagna e Irlanda. I risultati ottenuti in Spagna non differiscono di molto da quelli britannici, mentre i cognomi irlandesi sarebbero molto più antichi, con una correlazione per questi ultimi che non dipende solo dalla frequenza.
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Milano, mostra “Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle époque alla Grande guerra”

Palazzo Reale

“Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle époque alla Grande guerra”, la prima grande mostra del programma 2016

“Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle époque alla Grande guerra” è una grande mostra che si inserisce in un preciso programma che Palazzo Reale dedica all’arte tra fine Ottocento e inizio Novecento e che ha già visto l’inaugurazione di “Alfons Mucha e le atmosfere art nouveau” (fino al 20 marzo 2016)

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Milano, 2 febbraio 2016 - Promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale, 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e Arthemisia Group, la mostra è a cura di Fernando Mazzocca e Claudia Zevi in collaborazione con Michel Draguet.

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Giardini della Reggia di Venaria. Progetto e Concorso Nazionale Articolo 9 fa tappa a Torino

I Giardini della Reggia di Venaria. Il Progetto e Concorso Nazionale Articolo 9 della Costituzione fa tappa a Torino nella residenza sabauda patrimonio Unesco, tra storia e contemporaneità

Mercoledì 3 febbraio 2016, ore 11, Torino, Reggia di Venaria Reale
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I Giardini della Reggia di Venaria Reale oggi vivono in uno stretto connubio tra antico e moderno, insediamenti archeologici e opere contemporanee. La monumentale statua dell’Hercole Colosso, in origine all’interno della Fontana dell’Ercole, dialoga con le opere di artisti come Giuseppe Penone e Giovanni Anselmo, nella cornice di un'incomparabile panorama naturale, circondato dai boschi del Parco La Mandria e dalle Alpi. Sarà la seicentesca residenza sabauda di Torino patrimonio dell’UNESCO ad ospitare mercoledì 3 febbraio alle 11, il Progetto e Concorso Nazionale Articolo 9 della Costituzione.
Con il contributo di Maurizio Reggi, architetto responsabile del Settore Giardini della Reggia di Venaria Reale, e Alessia Bellone, architetto paesaggista dei Giardini della Reggia, gli studenti e i loro insegnanti scopriranno il complesso progetto di restauro che, nell’arco di un decennio circa, ha permesso la ricostruzione di un vero e proprio paesaggio valorizzando i suoi segni storici con grande attenzione all'estetica e alla fruizione moderna.
Dedicata alla promozione della cittadinanza attiva per il paesaggio e l’ambiente, la quarta edizione dell'iniziativa è promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca-Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e per la valutazione del sistema nazionale di istruzione, Fondazione Benetton Studi Ricerche e dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo-Direzione generale Educazione e ricerca. A Torino gli studenti avranno l'opportunità di conoscere i giardini, e il loro percorso di recupero nel rispetto della storia e nella prospettiva del contemporaneo. Restituiti al pubblico nel 2007, stanno entrando infatti in un momento importante della loro evoluzione, durante la quale iniziano a delinearsi in maniera più definita gli elementi caratterizzanti e la "forza" del loro disegno seicentesco, a testimonianza di una continua trasformazione naturale che nel panorama dei grandi giardini storici europei rappresenta un'esperienza unica.

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Incremento eruzioni alla fine dell'Era Glaciale causato dallo scioglimento delle cappe di ghiaccio e dall'erosione glaciale

2 Febbraio 2016

L'incremento delle eruzioni vulcaniche alla fine dell'Era Glaciale causato dallo scioglimento delle cappe di ghiaccio e dall'erosione glaciale

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Ricercatori hanno scoperto che sia l'erosione glaciale che lo scioglimento delle cappe di ghiaccio hanno giocato un ruolo chiave nel guidare l'incremento globale osservato nell'attività vulcanica alla fine dell'ultima Era Glaciale.
Secondo una nuova ricerca, la combinazione di erosione e scioglimento delle cappe glaciali ha condotto a un incremento massiccio dell'attività vulcanica alla fine dell'ultima Era Glaciale. Col riscaldamento del clima, le cappe glaciali si scioglievano, conducendo a un incremento sia nella produzione di magma che nelle eruzioni vulcaniche. I ricercatori, guidati dall'Università di Cambridge, hanno scoperto che l'erosione ha pure giocato un ruolo considerevole nel processo, e potrebbe aver contribuito a incrementare i livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.
“È stato dimostrato che le cappe glaciali che si sciolgono e l'attività vulcanica sono collegate – ma quello che abbiamo scoperto è che l'erosione gioca pure un ruolo chiave nel ciclo,” ha affermato il dott. Pietro Sternai del Dipartimento di Scienze della Terra di Cambridge, autore a capo dello studio, che è pure membro della Divisione di Scienza Geologica e Planetaria della Caltech. “Precedenti tentativi di produrre un modello per l'enorme incremento della CO2 atmosferica alla fine dell'ultima Era Glaciale non sono riusciti a spiegare il ruolo dell'erosione, il che significa che i livelli di CO2 possono essere stati gravemente sottostimati.”
Utilizzando simulazioni numeriche, che hanno creato un modello per diverse caratteristiche come i tassi relativi alle cappe di ghiaccio e all'erosione glaciale, Sternai e i suoi colleghi dall'Università di Ginevra e dell'ETH di Zurigo hanno scoperto che l'erosione è importante tanto quanto lo scioglimento dei ghiacci nel guidare l'incremento nella produzione di magma e la conseguente attività vulcanica. I risultati sono stati pubblicati nel periodico Geophysical Research Letters.
Anche se i ricercatori avvisano a non dedurre un legame troppo forte tra i cambiamenti climatici antropogenici (causati dall'uomo) e l'aumento dell'attività vulcanica, poiché le scale temporali sono molto differenti, visto che ora viviamo in un periodo nel quale le cappe di ghiaccio vengono sciolte dal cambiamento climatico, affermano che lo stesso meccanismo probabilmente sarà all'opera anche su scale temporali più brevi.
Simulazione con modello 3D di una glaciazione del vulcano Villarrica (Cile). Credit: Pietro Sternai.
Simulazione con modello 3D di una glaciazione del vulcano Villarrica (Cile). Credit: Pietro Sternai.

Nell'arco degli ultimi milioni di anni, la Terra è passata da ere glaciali, o periodi glaciali, e periodi interglaciali, con ogni periodo della durata grosso modo di 100.000 anni. Durante i periodi interglaciali, come quello nel quale viviamo oggi, l'attività vulcanica è di molto superiore, poiché la mancanza di pressione fornita dalle cappe di ghiaccio implica che i vulcani sono più liberi di eruttare. Ma nella transizione da un'era glaciale a un periodo interglaciale, i tassi di erosione aumentano pure, specialmente sulle catene montuose dove i vulcani tendono a raggrupparsi.
I ghiacciai sono considerati la forza più erosiva sulla Terra, e mentre si sciolgono, il terreno al di sotto viene eroso fino a dieci centimetri l'anno, diminuendo ulteriormente la pressione sul vulcano e incrementando la probabilità di un'eruzione. Un decremento nella pressione aumenta la produzione di magma in profondità, poiché le rocce mantenute a pressione inferiore tendono a sciogliersi a temperature più basse.
Quando i vulcani eruttano, rilasciano più anidride carbonica nell'atmosfera, creando un ciclo che velocizza il fenomeno di riscaldamento. I modelli precedenti che hanno tentato di spiegare l'incremento di CO2 atmosferica durante la fine dell'ultima era glaciale hanno spiegato il ruolo della deglaciazione per l'aumentata attività vulcanica, ma non hanno spiegato quello dell'erosione, il che significa che i livelli di CO2 possono essere stati sottostimati in maniera significativa.
Una tipica era glaciale, che dura 100.000 anni, può essere caratterizzata da periodi di ghiaccio che avanza o retrocede – il ghiaccio cresce per 80.000 anni, ma ci vogliono solo 20.000 anni perché quel ghiaccio si sciolga.
“Ci sono diversi fattori che contribuiscono alle tendenze di riscaldamento e raffreddamento del clima, e molte di queste sono relative ai parametri orbitali della Terra,” ha affermato Sternai. “Ma sappiamo che un riscaldamento molto più veloce del raffreddamento non può essere causato esclusivamente dai cambiamenti nell'orbita terrestre – si deve trattate, almeno fino per una certa estensione, di qualcosa da relazionarsi all'interno dello stesso sistema Terra. L'erosione, contribuendo a scaricare la superficie terrestre e ad aumentare le emissioni vulcaniche di CO2, può essere il fattore mancante richiesto per spiegare una tale persistente asimmetria climatica.”

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Ci vuole lo stesso tempo per leggere un testo in lingue diverse

1 Febbraio 2016
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Un nuovo studio, pubblicato su Cognition, evidenzia come ci voglia lo stesso tempo per leggere ed elaborare testi in diverse lingue.
La ricerca ha preso in considerazione tre gruppi composti ciascuno da 25 partecipanti da tre nazioni: Regno Unito, Finlandia e Cina. Le lingue (Inglese, Finlandese e Cinese mandarino) sono state selezionate sulla base delle marcate differenze nella presentazione visiva delle parole (ad esempio, alfabetico e logografico, spaziata e non, agglutinanti e non).
Otto testi brevi da leggere - rigorosamente tradotti nelle tre lingue - sono stati forniti a ciascuno dei partecipanti. I ricercatori hanno utilizzato sofisticati macchinari per tracciare i movimenti degli occhi dei partecipanti. Nonostante si siano rilevate significative e sostanziali differenze tra i tre gruppi (con i Finlandesi che si soffermavano maggiormente su alcune parole), alla fine il tempo complessivo di lettura per frasi e paragrafi è risultato lo stesso per i lettori di ogni lingua.
In conclusione, anche se sussistono differenze sostanziali nella forma scritta di queste lingue, al fine di comprendere un testo un linguaggio è valido quanto gli altri. Non importa se è scritto in Inglese, Cinese o Finlandese. La ricerca si colloca nell'ambito degli studi sull'universalità del linguaggio, per la quale tutte le lingue possiederebbero principi comuni o universali. Si tratta di un tema molto dibattuto in linguistica e psicolinguistica. Per gli autori, ulteriori studi sono necessari per comprendere se una vera universalità del linguaggio esiste.Leggere di più


Anche tartarughe nella dieta degli ominidi della Grotta di Qesem

1 Febbraio 2016
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A partire da 400 mila anni fa circa, l'alimentazione degli ominidi cacciatori raccoglitori della Grotta di Qesem (nei pressi di Tel Aviv) comprendeva pure le tartarughe, che erano consumate regolarmente.
I segni ritrovati sui gusci di questi animali, lì ritrovati, dimostrano infatti le sequenze di una lavorazione. Questa partiva dal romperne la corazza con un martello: l'animale era talvolta macellato e cucinato nel suo stesso guscio. La scoperta aggiunge un'ulteriore dimensione, culturale e culinaria, per questi ominidi.
Le tartarughe costituivano qui un supplemento alla dieta, oggetto di uno studio precedente, e che per questi ominidi comprendeva vegetali e anche prede più grandi. Probabilmente erano utilizzate anche come un alimento che era possibile conservare, o semplicemente quegli ominidi stavano massimizzando le risorse locali. L'animale era pure una risorsa importante di materiali non edibili.
Sebbene di rado, ancor oggi tartarughe e testuggini sono consumate nella cucina umana, soprattutto nell'Asia orientale.
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Effetti di lungo termine per l'istruzione nelle ex colonie

1 Febbraio 2016
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L'eredità coloniale ha avuto un notevole impatto, che per quanto riguarda l'istruzione nelle ex colonie di Spagna e Francia risulta ancor oggi essere negativo. Al contrario, nelle ex colonie britanniche non sarebbe possibile rilevare questi effetti negativi.
L'effetto di lungo periodo per le colonie spagnole in particolare è particolarmente marcato, a maggior ragione se si considera che in alcuni casi quel dominio terminò due secoli fa. Le caratteristiche del sistema educativo spagnolo sono a lungo rimaste: centralizzazione, incapacità di giungere (se non in modo limitato) nelle aree rurali e a poveri e donne. Anche nei paesi ove il dominio coloniale francese terminò 50 anni fa è possibile vedere questi effetti, che includono sempre la centralizzazione, un raggio limitato delle organizzazioni non governative nella fornitura dell'istruzione, un sistema elitista e selettivo (che ha in particolare costituito uno svantaggio per le donne).
Questi alcuni dei risultati di una ricerca pubblicata su Kyklos, che ha esaminato i dati relativi ad ex colonie: 17 erano spagnole, 23 francesi e 36 britanniche.
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Poveri e criminali dell'Età Georgiana contribuirono a modellare welfare e giustizia

29 Gennaio 2016
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Gli studiosi del progetto London Lives sono giunti alla conclusione che i ladri, i banditi, i detenuti, i poveri e le prostitute dell'Era Georgiana contribuirono a modellare la moderna Gran Bretagna, e in particolare per quanto riguarda giustizia e welfare.
Sulla base dei dati, contenuti in un database per tutti disponibile, risulterebbe che le limitate capacità di leggere e scrivere dei più poveri costituirono un incentivo a migliorare il welfare, mentre i crimini determinarono il sorgere del sistema accusatorio. Insomma, la risposta di questi strati sociali alle autorità costrinse il sistema ad elaborare delle risposte diverse.
Link: London LivesAlphaGalileo via University of Sheffield; University of Sussex.
Architettura georgiana: The Circus, Bath. Foto di Arpingstone, da WikipediaPubblico Dominio.


Frutteti nella foresta pluviale malese e diversità degli animali

1 Febbraio 2016
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I frutteti piantati alla maniera tradizionale dalle comunità indigene della foresta pluviale malese svolgerebbero un ruolo positivo per la conservazione dell'ecosistema locale e contribuirebbero al mantenimento della diversità degli animali nell'area.
Le foreste pluviali del Sud Est asiatico, difatti, presentano relativamente pochi frutti carnosi che non fruttificano neppure tutti gli anni. Si tratta insomma di una risorsa poco affidabile per gli animali che se ne nutrono, che sono perciò maggiormente vulnerabili. Le attività umane qui, però, possono incrementare la quantità e la varietà di frutta disponibili.
I Chewong sono un gruppo indigeno di 400 persone che vive nella foresta pluviale della penisola centrale della Malesia. Alcuni vivono uno stile di vita tradizionale, che si esplica nella coltivazione, nella caccia e nella pesca, oltre che nella raccolta di frutti ed erbe (anche medicinali). Le loro pratiche agricole comportano il diradamento di angoli della foresta pluviale, mantenendo alberi naturalmente presenti e piantando specie native di alberi da frutto, come il durian, il mango, il rambutan.
Questi frutteti comportano un impatto minimo e attraggono però animali di taglia maggiore, tra quelli più vulnerabili. Lo stile di vita Chewong evita i conflitti con elefanti e tigri, e i frutti abbondanti possono essere condivisi con gli animali dell'area. Pratiche simili, insomma, producono effetti al netto positivi, da valutarsi in un'ottica di politiche di conservazione.

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