Presentato il programma 2018 della Fondazione Musei Civici di Venezia 

Fondazione Musei Civici di Venezia
Presentato il programma 2018 

Valorizzazione delle collezioni permanenti, attività di ricerca e studio nei Musei, celebrazione della grande arte veneziana: da John Ruskin al Cinquecento di Tintoretto.

È stato presentato oggi (ieri, n.d.r.) alla Triennale di Milano il programma 2018 della Fondazione Musei Civici di Venezia alla presenza di Mariacristina Gribaudi e Gabriella Belli, presidente e direttore della Fondazione.

È un calendario ricchissimo - tra mostre, eventi temporanei, attività di approfondimento e valorizzazione - quello messo a punto per il 2018 dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, con il Consiglio di Amministrazione presieduto da Mariacristina Gribaudi, la direzione di Gabriella Belli, i curatori e i vari responsabili del sistema museale veneziano.

In linea con le strategie portate avanti negli ultimi anni si confermano da parte della Fondazione Muve le collaborazioni scientifiche con le più importanti istituzioni culturali e museali a livello nazionale e internazionale e la valorizzazione dei siti e dello straordinario patrimonio cittadino gestito per conto del Comune di Venezia.

L’impegno espositivo della Fondazione quest’anno si concentrerà dunque su alcuni importanti fronti quali la valorizzazione e la conoscenza delle collezioni permanenti e dei loro protagonisti, i risultati dell’intensa attività di ricerca e di studio svolta dai musei civici e la celebrazione della grande arte veneziana, dei suoi maestri e dei suoi “cantori”.

Con l’avvio del restauro completo dell’area espositiva temporanea del Museo Correr, nell’ambito di un complessivo programma di riordinamento, ampliamento e valorizzazione del museo di Piazza San Marco che la Fondazione sta da tempo conducendo – il progetto del “Grande Correr” - e che già ha prodotto il recupero della straordinaria collezione canoviana e degli ambienti degli Appartamenti Imperiali d’Austria del Palazzo Reale, in collaborazione con i Comitati Francesi per la Salvaguardia di Venezia e Venice Foundation , saranno le altre sedi dei Musei Civici ad accogliere nel corso dell’anno gli eventi temporanei – ben 27 – tra mostre e grandi appuntamenti.

Fiore all’occhiello per il 2018 saranno le proposte espositive a Palazzo Ducale , fascinoso luogo simbolo del ‘potere’ della Serenissima, con due straordinari appuntamenti che si avvalgono di prestigiose collaborazioni scientifiche e importanti prestiti internazionali.

La nuova stagione dei Musei Civici si inaugura con un grande tributo a John Ruskin “pittore” e al suo famoso libro Le pietre di Venezia (10 marzo - 10 giugno), opera che ha contribuito in modo determinante alla creazione del mito romantico della città, ma anche alla salvezza di molti suoi monumenti gotici, a cominciare proprio da quel palazzo dei Dogi che ospita l’esposizione. Personaggio centrale nel panorama artistico internazionale del XIX secolo, scrittore, pittore e critico d’arte, Ruskin (1819-1900) ebbe un legame fortissimo con la città lagunare, alla quale dedicò la sua opera letteraria più nota, che rappresenta uno studio della sua architettura e un inno alla bellezza, unicità e fragilità della città.

Capace di influenzare fortemente l’estetica del tempo con la sua interpretazione dell’arte e dell’architettura, Ruskin ‘torna’ quindi a Venezia, dove lo accoglieranno la sequenza di sale e loggiati tante volte raffigurati nei suoi taccuini, acquarelli, rilievi architettonici, calchi in gesso, albumine, platinotipi, in una scenografia curata da Pier Luigi Pizzi della Venezia gotica e bizantina, medievale e anticlassica che egli tanto amava. Con la direzione scientifica di Gabriella Belli e a cura di Anna Ottani Cavina la mostra - prima presentazione a tutto campo, in Italia, dell’opera dell’artista, si articola attorno a cento opere, con tutti prestiti internazionali.

Appuntamento a settembre con l’attesissima esposizione realizzata per festeggiare il cinquecentenario della nascita di Jacopo Tintoretto , artista celeberrimo, tra i giganti della pittura europea del XVI secolo e, indubbiamente, quello che più ha “segnato” Venezia con il marchio inconfondibile del suo genio.

A cura di Robert Echols e Frederick Ilchman, con la direzione scientifica di Gabriella Belli, in co-produzione con la National Gallery of Art di Washington e in collaborazione con le Gallerie dell’Accademia, con il sostegno di Save Venice Inc. il progetto - al quale hanno contribuito storici dell’arte di fama internazionale - giunge a ottant’anni dall’ultima esposizione veneziana dedicata al grande artista (1937), vedrà arrivare dall’America, ma anche dai principali musei europei - la National Gallery, la Royal Collection, il Victoria and Albert Museum, la Courtauld Gallery, il Prado, il Louvre, la Gemäldegalerie Kunsthistorisches Museum di Vienna - straordinari capolavori del maestro, attraverso i quali sarà possibile rileggere in maniera più approfondita la sua opera, grazie anche ai più recenti studi e ad alcuni fondamentali restauri.

Un grande evento espositivo che si sviluppa in due appuntamenti concomitanti, uno a Palazzo Ducale, dove troverà spazio la stupefacente vitalità creativa del Tintoretto ‘maturo’ e l’altro alle Gallerie dell’Accademia di Venezia , in cui invece si esporranno i lavori legati alla precoce affermazione giovanile, in un percorso integrato di straordinari capolavori provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private del mondo. Accanto ai musei partecipano all’anno tintorettiano anche le scuole grandi di San Rocco e San Marco , con originali iniziative espositive, editoriali e convegnistiche e la Curia Patriarcale, con le molte chiese che ancora oggi conservano preziose opere del grande maestro.

Testo e immagine da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Le grotte di Dunhuang: un gioiello dell'arte e della cultura cinese in mostra a Venezia

Frutto della collaborazione tra Università Ca’ Foscari, Dunhuang Research Academy e Dunhuang Culture Promotion Foundation

LE GROTTE DI DUNHUANG: UN GIOIELLO DELL’ARTE E CULTURA CINESE IN MOSTRA

A CA’ FOSCARI VENEZIA

Per la prima volta in Italia, è stata inaugurata il 21 febbraio.

La mostra ha già fatto tappa al Paul Getty Conservation Institute di Los Angeles e alla

The Prince’s School of Traditional Arts di Londra

 

VENEZIA – Per la prima volta in Italia, negli Spazi Espositivi dell’Università Ca’ Foscari, sarà possibile “esplorare” il magnifico complesso rupestre di Dunhuang, situato nella provincia occidentale cinese del Gansu, fra l’altopiano del Tibet, la Mongolia e il deserto del Gobi, grazie alla mostra Jewel of the Silk Road Buddhist Art from Dunhuang (Il gioiello della Via della Seta: Arte buddhista di Dunhuang) che si terrà dal 22 febbraio all’8 aprile nella sede centrale dell’ateneo veneziano.

L’esposizione, dopo essere stata visitata ieri dal Presidente della RepubblicaSergio Mattarella, è stata inaugurata oggi alla presenza del Rettore dell’Università Ca’ Foscari, Michele Bugliesi, di Wang Xudong 王旭東, Direttore Dunhuang Research Academy, di Tiziana Lippiello, Prorettore Università Ca’ Foscari, Sir David Green, Chairman di The Prince’s School of Traditional Arts, London, “The Wonders of Dunhuang”,  da Wang Yin 王胤, Presidente, Dunhuang Culture Promotion Foundation e da Paola Mar, Assessore al Turismo, Comune di Venezia. 

La mostra è il frutto della collaborazione avviata con la Dunhuang Academy e la Dunhuang Culture Promotion Foundation coorganizzatori dell’iniziativa e si pone in un’ottica di rafforzamento dello scambio tra culture diverse promosso dalla Prorettrice alle Relazioni Internazionali di Ca’ Foscari, Tiziana Lippiello. Il fine è quello di consolidare una collaborazione amichevole lungo la Via della seta attraverso queste due prestigiose istituzioni e far conoscere al pubblico italiano l’arte buddhista di Dunhuang, un importante sito storico caratterizzato da grotte buddhiste di immense dimensioni inserite nella “Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco”. Non solo arte buddhista ma anche dipinti murali che ritraggono scene della vita e della società cinese dei secoli IV-XIV, la vita quotidiana a Dunhuang, un crocevia di culture lungo la Via della Seta. La mostra è una testimonianza viva e concreta degli scambi commerciali e culturali che hanno animato nel corso dei secoli l’antica via della seta, oggi valorizzata e riproposta dal governo cinese nella formula “Belt and Road”, o “One Belt One Road” per indicare quella via privilegiata che favoriva le relazioni diplomatiche, commerciali e culturali dell’Eurasia.

Un complesso costituito da 735 grotte in totale, con lunghezza di 1680 m, arricchite da più di due mila statue e45.000 mq di dipinti parietali.

“Ospitare ‘Il gioiello della Via della Seta: Arte buddhista di Dunhuang’, è motivo di orgoglio e costituisce un’iniziativa di grande rilievo per Ca’ Foscari nell’anno del suo centocinquantesimo anniversario – dichiara il rettore dell’Università Ca’ FoscariMichele Bugliesi. La scelta di Venezia e di Ca’ Foscari come sedi dell’esposizione non poteva essere più felice e appropriata, se guardiamo ai molteplici tratti comuni che legano le due città: Venezia, perla dell’Adriatico, e Dunhuang gioiello del deserto del Gobi; Venezia che diede i natali a Marco Polo, e Dunhuang che fu raggiunta da Marco Polo nel corso del suo viaggio in Asia; Venezia e Dunhuang che insieme contribuirono a dare un forte impulso ai commerci, alla trasmissione di idee, credenze, costumi, e alle espressioni artistiche dei popoli incontrati da Marco Polo e dai viaggiatori che lo precedettero e seguirono”.

La preziosa arte delle grotte di Mogao rivivrà a Venezia grazie alla collaborazione tra l’Università Ca’ Foscari, la Dunhuang Academy e la Dunhuang Culture Promotion Foundation, con l’obiettivo di presentare al pubblico italiano una realtà importante della Via della Seta e approfondire la conoscenza dell’arte tradizionale della Cina. Alla realizzazione della mostra in italiano hanno collaborato docenti e studenti del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea.

 

 

Le grotte di Dunhuang

Le grotte di Dunhuang sono un luogo colmo di tesori culturali e artistici ben noto sia in Cina che all’estero, e costituisconouna testimonianza molto importante del processo di integrazione della cultura cinese e delle altre culture dell’Eurasia. I lavori di costruzione durarono un millennio, dal quarto secolo al quattordicesimo. Le grotte hanno preservato la meravigliosa e preziosa arte buddista e il ricco contenuto dei documenti storici, culturali e artistici. Inoltre sono state nominate “il tesoro artistico buddista”, “l’enciclopedia del medioevo” e “la galleria d’arte nel deserto”, rappresentando concretamente l’evento spettacolare di un incrocio tra culture diverse e di un fondersi di etnie lungo la via della seta.

Si tratta di un grande complesso religioso buddhista di 492 grotte-santuario scavate nella roccia che si sviluppò a partire dal IV secolo.

Per quasi mille anni si arricchì di nicchie e grotte magistralmente decorate con dipinti parietali, affreschi e gruppi scultorei di stucco dipinto per una superficie totale di più di 45.000 metri quadrati. Le opere furono eseguite da artigiani locali e commissionate da monaci, notabili e mercanti buddhisti così come dai sovrani dei regni cinesi, tibetani e centroasiatici che si susseguirono nel controllo di questo importante centro economico culturale e religioso dell’antichità. Lo stile degli affreschi e delle sculture è prevalentemente cinese ma riflette anche influenze centro asiatiche, sasanidi, indiane e tibetane.

 

Venezia e Dunhuang

A differenza della città sull’acqua, Venezia, “la Perla dell’Adriatico”, Dunhuang, situata sul corridoio di Hexi, è un’oasi circondata da alte montagne, dalla sabbia e dal Deserto del Gobi. Rispetto a Venezia, che ha come simbolo l’acqua e viveva di commercio marittimo, Dunhuang è uno dei principali centri della Via della Seta, ed ha come sfondo la sabbia. Grazie all’iniziativa della Nuova Via della Seta, oggi la città del deserto e la capitale dell’acqua si incontrano nuovamente grazie alla collaborazione tra la Dunhuang Research Academy e l’Università Ca’ Foscari Venezia.

 

La mostra

Attraverso i dipinti parietali, le opere riprodotte e le riproduzioni delle grotte si vuole rappresentare il passato e il presente di Dunhuang da vari punti di vista quali la storia, la geografia, l’arte e l’artigianato, le religioni, la letteratura, l’economia e la scienza. La mostra intende presentare la cultura millenaria di Dunhuang accumulatasi con il passare del tempo attraverso la suggestione della riproduzione dei luoghi che verranno, per così dire, “visitati a distanza”.

La modernità della cultura di Dunhuang si esprime attraverso l’analisi approfondita su vari livelli che vanno dallo sfondo culturale di Dunhuang, passando per il suo processo di formazione, il contenuto artistico delle grotte, il traffico sulla via della seta, gli edifici antichi dell’antica Cina, i costumi tipici delle varie etnie, la musica e la danza influenzata dalla cultura indiana.

La mostra sarà divisa in tematiche: “Il maestoso palazzo del Buddha”, “Musiche e danze nella Terra Pura”, “Architettura”, “Costumi e make-up”, “Motivi Ornamentali”, “Pitture murali”, “Conservazione delle grotte di Dunhuang”.

Il design delle sale di esposizione si baserà sui colori unici dell’arte di Dunhuang e si ispirerà ai dipinti sulle storie buddiste tradizionali, utilizzando come mezzi principali di esposizione le opere artistiche di Dunhuang e le copie riprodotte in formato originale delle grotte. Le immagini e gli oggetti sulla via della seta, provenienti da altre fonti, avranno invece lo scopo di rendere il contesto.

Lo scopo è far scoprire ad un pubblico distante 6400 km dal luogo reale e 1600 anni dopo, il fascino dell’arte di Dunhuang.

 

La mostra è organizzata dall’Università Ca’ Foscari, dalla Dunhuang Academy e dalla Dunhuang Culture Promotion Foundation ed ha ricevuto anche il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT) e del Comune di Venezia.

 

Inaugurazione

La cerimonia di apertura della mostra si è tenuta mercoledì 21 febbraio alle ore 14.30 presso gli Spazi Espositivi di Ca’ Foscari

 

La Dunhuang Research Academy

La Dunhuang Research Academy, fondata nel 1944 come National Research Institute on Dunhuang Art, è l’istituzione nazionale responsabile della tutela, dell’amministrazione e della ricerca sulle Grotte di Mogao (il sito patrimonio dell’UNESCO a Dunhuang), le Grotte di Yulin (un sito culturale protetto a livello nazionale a Guazhou), e la grotta dei Mille Buddha a Dunhuang. Studiosi e artisti hanno documentato e riprodotto attentamente le opere d’arte e i manoscritti ritrovati nella regione. Grazie al lungo e meticoloso lavoro di conservazione delle superfici dei dirupi e delle grotte e alla creazione di materiale digitale per i visitatori, l’arte e la cultura di Dunhuang è oggi accessibile a un sempre maggiore numero di studiosi e visitatori. La Dunhuang Research Academy partecipa all’International Dunhuang Project, un consorzio istituito dalla British Library nel 1994 che si propone di tutelare, catalogare e digitalizzare i preziosi manoscritti, le stampe, i dipinti e i tessili ritrovati nelle grotte di Dunhuang e presenti in varie collezioni nel mondo.

 

La Dunhuang Culture Promotion Foundation

La Dunhuang Culture Promotion Foundation è un’istituzione fondata nel 2006. Negli ultimi dieci anni ha organizzato numerose conferenze, eventi espositivi, performance

musicali e teatrali.

Su invito della Fondazione molti studiosi importanti hanno visitato Dunhuang apprezzando l’ottimo stato conservativo del sito che l’hanno resa un “fossile vivente” di antiche civiltà con l’intento di costruire una casa spirituale dell’umanità mirando a “promuovere la cultura di Dunhuang e costruire la patria ideale dell’umanità”.

Lo scopo della Dunhuang Culture Promotion Foundation è quello di mantenere viva la tradizione culturale e di promuovere la saggezza dell’antica civiltà cinese.

Con il supporto di artisti e studiosi nazionali ed internazionali, la Fondazione vuole esplorare la conservazione dell’arte e della cultura di civiltà antiche promuovendole attraverso i linguaggi artistici contemporanei.

 

Il gioiello della Via della Seta: Arte buddhista di Dunhuang          

22.02.2018 - 08.04.2018

 

Ca’ Foscari Esposizioni

Dorsoduro 3246 - 30123 Venezia

 

orari apertura mostra:

tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00

chiuso il martedì

 

ingresso libero

 

prenotazioni e info: [email protected]

 

Organizzatori: Università Ca’ Foscari Venezia, Dunhuang Academy in collaborazione con la Dunhuang Culture Promotion Foundation

Curatrice: Lou Jie

Segreteria organizzativa: Fondazione Ca’ Foscari

Coordinatrice per l’Università Ca’ Foscari Venezia: ZHU Yi

Traduzione italiana: Livio Zanini e gli studenti del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea

Patrocini: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT) e

Comune di Venezia

Testo e immagini da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Università Ca' Foscari Venezia


Milano: mostra “Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia”

Cultura

“Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia”, a Palazzo Reale dal 21 febbraio al 24 giugno 2018

In mostra pitture, disegni e stampe di alcuni tra i più importanti artisti tedeschi e italiani, provenienti da oltre 40 prestatori da tutto il mondo.

Albrecht Dürer, Portrait of a Clergyman (Johann Dorsch?), German, 1471 - 1528, 1516, oil on parchment on fabric, Samuel H. Kress Collection

Milano, 20 febbraio 2018 – Da domani, mercoledì 21 febbraio, al 24 giugno 2018 Palazzo Reale di Milano presenta "Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia" una grande mostra e un progetto originale che raccontano l’apice del Rinascimento tedesco nel suo momento di massimo fulgore e di grande apertura verso l’Europa, grazie a un’importante selezione di opere di Albrecht Dürer (1471 – 1528) e di alcuni grandi artisti tedeschi e italiani suoi contemporanei.

Promossa e prodotta dal Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale e 24 ORE Cultura - Gruppo 24 ORE, la mostra è curata da Bernard Aikema, Professore di Storia dell’arte moderna all’Università di Verona, con la collaborazione di Andrew John Martin, Ricercatore in storia dell’arte e Rinascimento tedesco, e offre ai visitatori la possibilità di ammirare circa 130 opere tra cui 12 dipinti di Albrecht Dürer, insieme a 3 acquerelli e circa 60 tra disegni, incisioni, libri, manoscritti, rivelando così il carattere innovativo della sua arte dal punto di vista tecnico, semantico e iconografico.

Il corpus del maestro di Norimberga è affiancato da alcune opere significative di artisti tedeschi suoi contemporanei come Lucas Cranach, Albrecht Altdorfer, Hans Baldung Grien, Hans Burgkmair e Martin Schongauer da un lato; e dall’altro di grandi pittori, disegnatori e artisti grafici italiani che hanno lavorato fra Milano e Venezia, come Tiziano, Giorgione, Andrea Mantegna, Leonardo da Vinci, Giovanni Bellini, Andrea Solario.

Con la mostra "Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia" Palazzo Reale e 24 ORE Cultura riuniscono a Milano opere provenienti da più di 40 prestatori italiani e internazionali: si avrà quindi la possibilità di fare un vero e proprio viaggio virtuale “europeo” nei più prestigiosi musei tedeschi, olandesi, inglesi, spagnoli, portoghesi e italiani per conoscere a fondo quell’età aurea della storia dell’arte che ancora oggi è considerata un epigono irripetibile.
L’esposizione rivelerà anche il quadro dei rapporti artistici tra nord e sud Europa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, il dibattito religioso e spirituale come substrato culturale delle opere di Dürer, il suo rapporto con la committenza attraverso l’analisi della ritrattistica, dei soggetti mitologici, delle pale d’altare; la sua visione della natura e dell’arte tra classicismo e anticlassicismo, la sua figura di uomo e le sue ambizioni d’artista.

IL PERCORSO ESPOSITIVO

“Dürer, l’arte tedesca, Venezia, l’Italia”
Nella prima sezione tematica si esplorano i rapporti artistici fra il nord e il sud delle Alpi fra 1480 e 1530 circa. Da un lato si dimostra come la reciprocità degli stimoli abbia generato novità iconografiche, compositive e formali, che contribuirono in modo decisivo alle trasformazioni epocali che caratterizzano la storia dell’arte europea durante quegli anni; dall’altro si seguono gli spostamenti geografici di Albrecht Dürer e i suoi fruttuosi incontri con l’arte italiana e, in particolar modo, veneziana.

La critica è solita affermare che Dürer avrebbe visitato Venezia due volte, attorno al 1495 e nel 1505-1507. Il primo viaggio tuttavia non è documentato mentre il secondo ha lasciato tracce nelle fonti. La città lagunare era il principale centro del settore editoriale al di qua delle Alpi e probabilmente Dürer, maestro di grafica a stampa ormai incontestato in Germania, voleva espandere il proprio raggio d’azione all’Italia settentrionale. Qui l’artista ha prodotto diversi capolavori, fra i quali la Festa del Rosario, il Cristo fra i dottori e il celebre Ritratto di giovane veneziana, dipinti che dialogano con il linguaggio artistico di Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Alvise Vivarini e Leonardo da Vinci.

“Geometria, misura, architettura”
Grazie ad una mente brillante e metodica, un eccezionale talento per la matematica e l’aiuto dei suoi amici umanisti, Albrecht Dürer seppe esprimere, in vari scritti ma anche nelle sue opere, un nuovo concetto dell’arte, basato sui principi dell’imitazione della natura e sulla teoria artistica. In questa sezione della mostra, specificamente dedicata a questo suo essere, oltre che artista, anche teorico dell’arte, sono esposti in edizione originale i suoi trattati sulla geometria e la prospettiva, sull’architettura militare e sulle proporzioni umane; e le riproduzioni digitali ad alta risoluzione di alcune carte di uno dei più importanti codici manoscritti di Dürer, che documentano il suo precoce interesse verso teoria e lessico architettonico italiano.
Vengono poi messi a confronto disegni di Dürer con opere grafiche di Baldung Grien, Cranach e Jacopo de’ Barbari, che mostrano come, fra la fine del XV e il primo decennio del XVI secolo, questi artisti si confrontassero nello studio dei modelli antichi o del corpo umano; e, anche, disegni e incisioni di Dürer e Leonardo intorno al problema della rappresentazione proporzionale del cavallo.

“La natura”
Il contributo degli artisti tedeschi si è rivelato fondamentale nella rappresentazione della natura da parte di Dürer, alla pari di quello di Leonardo da Vinci e di altri pittori e disegnatori nord-italiani. Questi artisti infatti, sperimentando una diversa resa pittorica del paesaggio, hanno fornito esempi che hanno influenzato notevolmente Dürer e che sono state tappe essenziali del suo percorso verso la creazione di paesaggi autonomi.
In questo processo furono importanti alcune opere di Giorgione e di altri pittori nord-italiani, come Tiziano e Andrea Previtali, oppure, in Germania, degli artisti della cosiddetta Donauschule, ad esempio Lucas Cranach, Wolf Huber e Albrecht Altdorfer, le cui opere si contraddistinguono per l’espressiva resa paesistica e per le figure di piccole dimensioni.
Nel corpus di Albrecht Dürer troviamo infatti composizioni di grande formato, dove tuttavia l’artista si concentra sui particolari, e questo costante focalizzarsi sul paesaggio circostante, simultaneamente sul grande e sul piccolo, sul vicino e sul lontano, sul soggetto vero e proprio e su ciò che gli sta intorno, è in linea con lo sviluppo artistico dell’epoca, sia a Nord che a Sud delle Alpi.
Accanto al paesaggio in tutte le sue manifestazioni, gli artisti studiavano la flora e la fauna, fino ai singoli fili d’erba e agli insetti: oltre che a Jacopo Bellini, è ancora una volta a Leonardo e a Dürer che spetta il merito di avere liberato gli animali e le piante dal canone schematico dei repertori medievali.

“La scoperta dell’individuo”
La mostra prosegue dando una visione di come, attorno al Cinquecento, si sviluppi la “scoperta dell’individuo” attraverso il ritratto.
La richiesta di ritratti individuali cominciò ad aumentare enormemente a partire dalla seconda metà del XV secolo: prima riservati ai nobili e ai ricchi mecenati, il desiderio di farsi ritrarre coinvolse successivamente una fascia molto più ampia della società. Nel corso del Cinquecento, la ritrattistica divenne sempre più popolare e diversificata, tanto che molti artisti cominciarono a definirsi ritrattisti – una specializzazione del tutto nuova.
La prima ritrattistica moderna, a dispetto di tutte le sue formule pittoriche e convenzioni, in definitiva ha a che fare con la costruzione della propria immagine. Soggetto e artista, a vari livelli di collaborazione, costruiscono un artificio che riflette l’aspetto del soggetto al momento dell’esecuzione del ritratto. Tuttavia i ritratti sono concepiti anche per dialogare con il pubblico contemporaneo e futuro, quindi spesso la somiglianza personale è legata a messaggi che riguardano la classe, lo status e le aspirazioni del personaggio ritratto, esprimendo il modo in cui il loro soggetto desiderava essere ricordato.

“Albrecht Dürer incisore: Apocalisse e cicli cristologici”
Nella quinta sezione della mostra si cerca di analizzare un aspetto particolarmente discusso sui vari atteggiamenti di Dürer e dei suoi contemporanei nei confronti del dibattito religioso e spirituale dei suoi tempi.
Accanto ad alcuni fondamentali disegni e monocromi, sono mostrati al pubblico i celebri quindici fogli dell’Apocalisse - la prima opera capitale di Dürer che viene considerata il primo libro progettato, illustrato e pubblicato da un artista nel mondo occidentale - e la Grande Passione, una serie pubblicata nel 1511 realizzata da un ancor giovane Dürer con la tecnica della xilografia. Oltre ad essere delle vere e proprie pietre miliari in termini di realizzazione artistica - e anche di marketing -, i cicli grafici di Dürer si contraddistinguono per un approccio iconografico innovativo e per il nuovo rapporto che creano tra testi sacri e immagini. In questa sezione viene esposta, inoltre, La Melancolia (Melencolia I), 1514, l’incisione più famosa di Dürer, che il Vasari classificava tra le opere che riempiono di stupore il mondo intero, oltre ad essere un esempio di eccezionale virtuosismo tecnico.

“Il Classicismo e le sue alternative”
L’ultima sezione chiude il percorso espositivo con una riflessione sul sistema estetico che ha caratterizzato questo periodo storico dell’arte, in cui l’egemonia del classicismo era controbilanciata da correnti opposte che prediligevano temi e forme “anticlassiche” o, talvolta, “a-classiche”.
Il modello classico o classicheggiante, corrente prevalente in Italia, negli ultimi anni del Quattrocento cominciò a manifestarsi anche nelle principali città della Germania meridionale attraverso un interesse per l’arte antica e per i sistemi retorici ad essa collegati. Figura chiave di questo momento fu Albrecht Dürer, come testimoniano le sue copie, o meglio interpretazioni, di stampe italiane eseguite nell’ultimo decennio del XV secolo da Pollaiolo e Mantegna.
L’‘anticlassico’, che si configurava come una sorta di mutazione del classico, prese forma nell’arte dell’Italia settentrionale - da Lorenzo Lotto ad Amico Aspertini - come in Germania, in certe opere dello stesso Dürer, di Wolf Huber e Hans Baldung Grien.
L’artista di Norimberga rappresenta quindi l’esempio più riuscito di questo momento di massima apertura culturale e di grandi cambiamenti, caratterizzato dalla grande diffusione di nuove idee filosofiche e dallo sviluppo di cambi di paradigma senza confine, men che meno geografico.
MUSEI E ENTI PRESTATORI
Dall'Austria: Albertina e Kunsthistorisches Museum di Vienna; dalla Francia Fondation Bemberg a Toulouse, Fondation Custodia, Parigi, Musée des Beaux-Arts, Dijon; da Amiens Musee de Picardie; Dalla Germania Bayerische Staatsgemaldesammlungen, Staatliche Graphische Sammlung a Monaco; Friedrich-Alexander Universitat Erlangen e Germanisches Nationalmuseum, Stadtbibliothek im Bildungscampus, Norimberga; da Amburgo Kunsthalle, Museum Georg Schäfer e Museum Georg Schäfer, Schweinfurt; da Berlino Staatliche Museen, Staatliche Museen; Städel Museum da Francoforte e Wallraf-Richartz Museum, da Colonia.
Per l’Italia invece, le opere provengono da Accademia Carrara, Bergamo; Gallerie dell'Accademia, Accademia di Belle Arti e Museo Correr, Venezia; Musei Vaticani, Istituto Nazionale per la Grafica e Biblioteca Alessandrina, Roma; Biblioteca Statale, Lucca; CISA, Vicenza; Civiche Raccolte, Castello Sforzesco, Pinacoteca Ambrosiana, Milano; Gabinetto disegni e stampe, Uffizi, Museo Nazionale del Bargello, Galleria degli Uffizi, Firenze; Pinacoteca Nazionale, Siena; Chiesa di San Pietro Martire, Murano; Palazzo Rosso, Genova.
Dall’Olanda le opere provengono da Rijksmuseum Amsterdam e dal Gabinetto Disegni e Stampe Olanda Boijmans Van Beuningen, Rotterdam; dal Portogallo Gulbenkian Museum, Lisbona; dalla Spagna Museo Nacional del Prado, e Patrimonio Nacional, Real Monasterio de El Escorial, e Thyssen-Bornemisza, Madrid.
Dal Regno Unito: Ashmolean Museum, Oxford; da Londra British Museum, Royal Collection Trust e The National Gallery; si segnala inoltre anche il prestito da Chatsworth, Duke of Devonshire. Infine dagli USA National Gallery of Art, Washington.

Come da Comune di Milano.


Milano: Palazzo Marino, oltre 6mila visitatori nel 2017

Palazzo Museo

Oltre 6mila visitatori nel 2017, mai così tante prenotazioni negli ultimi 4 anni

L’iniziativa consente di visitare gratuitamente (su prenotazione) le sale e gli spazi della ‘Casa dei milanesi’. Tra i visitatori anche 45 persone appartenenti a delegazioni straniere.

Milano, 18 febbraio 2018 – Si chiude con oltre 6mila visitatori il bilancio 2017 di Palazzo Museo, l’iniziativa che consente di visitare gratuitamente (su prenotazione) le sale e gli spazi della ‘Casa dei milanesi’.

Il dato rappresenta un vero successo, considerati i numeri degli ultimi anni. Nel 2014 i visitatori su prenotazione sono stati 3.343; nel 2015 – anno di Expo – sono stati 5.463 (il dato è riferito alle visite con prenotazione; nei mesi dell’Esposizione era possibile accedere a Palazzo Marino anche nella modalità ‘smart’ che ha fatto registrare altri 6.600 ingressi); nel 2016 le visite prenotate si sono attestate a quota 4.783.

Nel 2017, superando le 6mila presenze, si segna quindi il primato assoluto.

Il visitatore tipo è lo studente: nel 2017 oltre 2mila ragazzi si sono recati in gita a Palazzo Marino con la propria classe di scuola secondaria. Altri 763 provengono dalla scuola primaria e 182 dalle università per giovani e per adulti.

A guidare i ragazzi, così come i gruppi provenienti da associazioni, dai Centri per anziani, dai Cam o dalle Biblioteche, il personale qualificato del Comune.

Tra i visitatori anche 45 persone appartenenti a delegazioni straniere.

Il ‘viaggio’ dentro Palazzo Marino inizia dalla Sala delle Tempere, che conserva quattro grandi tele seicentesche provenienti da Villa Litta Modignani con scene di vita dei santi Pietro e Paolo, opera di un ignoto pittore forse romano.

Si passa poi alla Sala degli Arazzi, dove sono affisse tre rappresentazioni tratte dalla vita di Marco Aurelio. In un quarto, a carattere mitologico, figurano gli eroi Perseo e Bellerofonte mentre combattono contro le belve. Si tratta di prestigiosi arazzi tessuti in botteghe fiamminghe di Anversa e Bruxelles tra il XV e il XVI secolo.

La Sala della Trinità, che in origine doveva essere l’antico oratorio, presenta alle pareti affreschi strappati provenienti dalla chiesa di San Vito in Pasquirolo, attribuiti all’opera di Giovan Mauro della Rovere, detto il Fiammenghino. Inoltre un affresco staccato dalla chiesa di san Vincenzino, opera di Giovanni da Lomazzo, in cui è raffigurato san Vincenzo in abito da diacono con l’attributo iconografico che ne ricorda il martirio, cioè la ruota della Macina.

Dopo la Sala della Resurrezione, il percorso si snoda attraverso la splendida Sala Alessi, il Salone d’onore di Palazzo Marino che prende il nome dall’architetto che ha progettato l’intero edificio, cioè Galeazzo Alessi. Qui, sotto il cornicione, si trovano dodici affreschi con le Nove Muse e gli dei Apollo, Bacco e Mercurio. Due grandi busti posti sopra ai portali rappresentano Marte e Minerva e alcuni bassorilievi in coccio pesto narrano storie mitologiche.

I visitatori possono poi accedere ad altri spazi come la Sala dell’Urbanistica, la Sala Gialla e la stessa sala del Consiglio Comunale. Il percorso si conclude visitando il cortile d’onore e il loggiato.

Come da Comune di Milano.


Venezia, inaugurazione della mostra "Jewel of the Silk Road: Buddhist Art from Dunhuang"

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA

 Jewel of the Silk Road: Buddhist Art from Dunhuang

 Mercoledì 21 febbraio ore 14.30 – 15.30

Spazi Espositivi

Università Ca’ Foscari

Dorsoduro 3246

Per la prima volta in Italia, negli Spazi Espositivi dell’Università Ca’ Foscari, sarà possibile “esplorare” il magnifico complesso rupestre di Dunhuang, situato nella provincia occidentale cinese del Gansu, fra l’altopiano del Tibet, la Mongolia e il deserto del Gobi, grazie alla mostra Jewel of the Silk Road: Buddhist Art from Dunhuang che si terrà dal 22 febbraio all’8 aprilein collaborazione con la Dunhuang Academy e la Dunhuang Culture Promotion Foundation.Leggere di più


Il Polo Museale della Calabria al TourismA 2018

TOURISMA 2018 – Salone Archeologia e Turismo Culturale
Firenze - Palazzo dei Congressi (16-18 febbraio 2018)

Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, ha partecipato con successo alla quarta edizione di TourismA, Salone del Turismo Archeologico inaugurato il 15 febbraio nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio e svoltosi a Firenze presso il Palaffari nello scorso fine settimana. Si tratta della più importante kermesse dedicata all’archeologia e al turismo culturale organizzata dalla rivista Archeologia Viva, che nelle scorse edizioni ha registrato circa 12mila visitatori e anche quest’anno ha visto un sensibile incremento di visitatori tra addetti del settore, archeologi, agenti di viaggio, associazioni e curiosi. Presenti personalità della cultura come Mario Torelli (già professore di archeologia classica presso l’Università di Perugia), Fabio Martini (professore di paletnologia dell’Università di Firenze), Andrea Carandini (presidente FAI), ma anche personaggi noti ad un pubblico più vasto quali Alberto Angela, Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi.
Uno stand espositivo dedicato ai 16 tra musei, parchi archeologici e monumenti di competenza del Polo Museale è stato allestito nei frequentatissimi locali di TourismA. Un’intera mattinata è stata inoltre dedicata ad una conversazione (titolo
Obiettivo Calabria) durante la quale alcuni dei Direttori del Polo Museale calabrese hanno avuto modo di presentare i siti da loro gestiti assieme ad importanti progetti in corso che hanno lo scopo di promuovere i beni culturali ed il loro paesaggio di contesto. In particolare Adele Bonofiglio ha trattato il tema “Il Castello di Vibo e il Parco Archeologico di Sibari: maestà di un paesaggio silenzioso” nel quale da un lato ha evidenziato la stretta connessione del castello di Vibo Valentia con il retroterra montano, lo splendido affaccio in vista della piana lametina e la vasta prospettiva sul Tirreno, il Poro e le isole Eolie, dall’altro ha illustrato le prospettive del Parco Archeologico di Sibari che, anche grazie a lavori Anas, vedrà l’ampliamento dei percorsi di visita.
“I fari della Calabria tra Capo Colonna e Punta Stilo” è stato il tema affrontato da
Gregorio Aversa che, anche a nome di Rossella Agostino, si è soffermato sull’illustrazione di un progetto editoriale che vede coinvolti i Parchi Archeologici Nazionali di Capo Colonna e dell’Antica Kaulon e vuole puntare l’attenzione sul paesaggio mediante tutte le sue componenti. Questi due siti, infatti, vedono l’interessante legame tra due aree archeologiche di fondamentale importanza per la storia della Magna Grecia, significative per la loro valenza paesaggistica e unite dalla presenza di alcuni tra i più bei fari che costellano le coste calabresi.
Ha concluso
Rossana Baccari che, nella conversazione dal titolo “Territorio, paesaggi e monumenti: identità, salvaguardia e valorizzazione. La Cattolica di Stilo, San Francesco a Gerace, Le Castella di Isola Capo Rizzuto”, ha sottolineato le problematiche della valorizzazione e della gestione degli importanti beni architettonici assegnati al Polo.

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Roma: la Casa del Cinema rende omaggio a Tomas Milian

La Casa del Cinema rende omaggio a Tomas Milian con la proiezione del doc The Cuban Hamlet di Giuseppe Sansonna

 

Alla proiezione di giovedì 22 febbraio seguirà un incontro moderato da Steve Della Casa e la presentazione del cofanetto dedicato all’attore

  Roma, 20 febbraio 2018 – The Cuban Hamlet. Storia di Tomas Milian è il titolo di un cofanetto pubblicato da Timìa edizioni contenente un documentario e un libro dedicati dal regista Giuseppe Sansonna all’attore Tomas Milian. Per l’occasione sarà anche il titolo dell’evento con cui Casa del Cinema in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale renderà omaggio giovedì 22 febbraio all’interprete cubano protagonista di una vasta filmografia di genere e di importanti incursioni nel cinema di qualità. Non c’è genere cinematografico, infatti, in cui l’attore naturalizzato italiano non abbia messo in mostra il proprio talento recitativo. Tomas Milian è stato uno dei pochi attori apprezzati dalla critica e venerato dal proprio pubblico e, in virtù di questo, non devono stupire i numerosi omaggi che si sono succeduti in questi anni e che continueranno ad avvenire. A partire proprio dal prossimo 22 febbraio.

Dopo la proiezione del film di Sansonna, prevista alle ore 17.00, seguirà un incontro moderato da Steve Della Casa in cui si presenterà l’iniziativa editoriale in compagnia di amici e colleghi di Milian. Insieme a Enzo G. Castellari, Giovanni FagoRomolo GuerrieriFrancesco MassaroMassimo Vanni e lo stesso Sansonna si passerà in rassegna la carriera di un interprete divenuto celebre nel nostro paese grazie agli storici personaggi de “Er Monnezza” e del maresciallo di polizia Nico Giraldi.

Il lavoro di Sansonna, così come descrive Stefano Rizzo, «dà modo di vedere la vita e il cinema dell’attore da una prospettiva diversa. Giuseppe Sansonna è conosciuto ai più per due straordinari documentari su Zeman pubblicati da Minimum Fax. Qui non delude le aspettative create da quel grande lavoro. È difficile dire quale dei due sia più prezioso, se il documentario o il libro. Il film che Sansonna ha girato nel 2015 è commovente, intenso e dolcemente malinconico. Tomas ritorna a Cuba, la sua patria d’origine, dopo decenni di assenza, insieme al regista, che l’ha convinto dopo estenuanti tentativi. Milian amava e odiava Cuba e l’abbandonò per il sogno di recitare nel cinema. Questo è un documento unico, ricco di poesia, rara occasione per conoscere il lato più fragile, dolce e intimo di Milian. Il libro è altrettanto pieno di storie, emozioni, drammi, forse ancora più importante per un ritratto delle mille facce di Tomas. […]Non c’è solo l’attore che ricorda: questo libro è una sorta di grande reportage, di viaggio alla ricerca di Tomas Milian (e anche di tanti personaggi che di lui possono dire cose utilissime come Laura Betti, Nino Castelnuovo, Quinto Gambi o Giulio Questi)»

ore 17.00  | The Cuban Hamlet di Giuseppe Sansonna (2014, 60’)

Il documentario di Giuseppe Sansonna ripercorre la vita di Tomas Milian, dalle vive parole del protagonista, durante il suo recente ritorno in quella Cuba natia che lo vide partire, con biglietto di sola andata, 58 anni fa.

ore 18.00 | Incontro moderato da Steve Della Casa con Enzo G. CastellariGiovanni FagoRomolo GuerrieriFrancesco MassaroGiuseppe SansonnaMassimo Vanni.

Nel corso dell’incontro verrà presentato il cofanetto The Cuban Hamlet. Storia di Tomas Milian.

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Roma, mostra “Alla ricerca del tempo perduto”: una trasposizione in scene e costumi del capolavoro di Proust

“Alla ricerca del tempo perduto”:

una trasposizione in scene e costumi del capolavoro di Proust

Dal 19 febbraio al 19 marzo in mostra alla Casa del Cinema i bozzetti degli allievi del CSC ispirati al grande film incompiuto di Luchino Visconti

Roma, 16 febbraio 2018 – Un viaggio alla ricerca di Proust, passando per il suo romanzo epocale e le atmosfere di un immaginario che ispirò il progetto di trasposizione cinematografica mai compiuto da Luchino Visconti. Alla Casa del Cinema di Roma va in mostra dal 19 febbraio al 19 marzo La recherche proustianavista attraverso le opere degli allievi del secondo e terzo anno del corso di Scenografia e Costume della Scuola Nazionale di Cinema.

Diretto da Francesco Frigeri e Maurizio Millenotti con i tutor Carlo Rescigno e Giovanna Arena, il lavoro di pre-visualizzazione ha rappresentato per i ragazzi una grande occasione di confronto con un monumento immenso della letteratura del Novecento. Gli studenti hanno ricostruito ambienti, paesaggi, atmosfere, vestiti da giorno e da sera,seguendo un metodo di lavoro antico, seppure adeguato alla tecnologia di oggi: il bozzetto. Questo strumento rigoroso e preciso è il primo passo verso l’immedesimazione nella storia filmica e ha il compito di raccontare una scena nei minimi dettagli affinché tutti i reparti concorrano a caratterizzare al meglio lo spazio rappresentato.

Le opere in mostra passano in rassegna i luoghi della Recherche come il celebre Grand Hotel Balbec, dove Proust trascorreva le vacanze estive, rappresentato attraverso i diversi stili degli allievi: la terrazza sul mare di Giuliana Pavesi ha una luce dorata al tramonto che strizza l’occhio alla pittura impressionista, mentre la stanza di Marcel diCristiana Di Giampietro è un connubio tra un’alcova del rinascimento e una anonima stanza parigina di fine ottocento. Il ristorante elegante sulla costa di Marta Montani gioca sull’alternanza tra il tratto e il colore per restituire alle spiagge proustiane il sapore della memoria e del riflesso della luce.

Anche i personaggi del romanzo rivivono grazie alla precisione nei dettagli dei giovani costumisti della Scuola. Il volto altero e bellissimo di Oriane de Guermantes trova la giusta connotazione nel disegno di Silvia Romualdi, che usa il filtro del Ritratto della marchesa Luisa Casati realizzato nel 1908 da Giovanni Boldini, per colpire dritto come un’occhiata fugace. Da un parte la verosimiglianza e la naturalezza del costume in sé, dall’altra il carattere del personaggio che lo indossa colto nei suoi tratti e nel suo portamento. Come l’Odette très charmante diFrancesco Ceo, che usa di nuovo Boldini come riferimento diretto, prendendo in prestito il noto Ritratto di Lady Colin Campbell della National Portrait Gallery di Londra, datato al 1894.

Ognuno dei bozzetti della mostra ha una sua precisa connotazione stilistica, frutto dell’assemblaggio di citazioni, invenzioni e conoscenze che hanno contribuito a ricreare il clima intenso dell’epoca in cui il romanzo è ambientato. Quella stessa intensità che guidò Luchino Visconti, al quale la mostra è dedicata, nella preparazione meticolosa diAlla ricerca del tempo perduto, probabilmente il più noto incompiuto della storia del cinema.

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Etiopia: orme di un bambino di 700 mila anni fa a Gombore II-2

Ricercatori Sapienza scoprono orme di bambino risalenti a 700 mila anni fa in un sito archeologico in Etiopia (Gombore II-2 a Melka Kunture)

Il ritrovamento eccezionale ha pochissimi precedenti: i siti con impronte umane più antichi di 300.000 anni si contano nel mondo sulle dita di una sola mano

impronte umane a Gombore

I siti con impronte umane più antichi di 300.000 anni si contano nel mondo sulle dita di una sola mano e anche per questo la recente scoperta in Etiopia aumenta in modo significativo le nostre conoscenze.
Si tratta di un livello improntato, perfettamente datato, perché direttamente coperto da un tufo vulcanico di 700.000 anni fa, di Gombore II-2 sito che è parte di Melka Kunture, una località dell’alto bacino del fiume Awash, a 2.000m slm. Qui da anni si svolgono le campagne di ricerca di uno dei Grandi scavi di ateneo, finanziato da Sapienza e dal Ministero Affari Esteri.

Gombore 700.000 anni fa: ricostruzione

La zona scavata corrisponde ad un’area intensamente frequentata, ai margini di una piccola pozza d'acqua in cui probabilmente si abbeveravano, oltre agli ominidi, anche animali prossimi agli attuali gnu e gazzelle, nonché uccellini, equidi e suidi; anche gli ippopotami hanno lasciato tracce dei loro passaggi.
Le impronte delle varie specie si intersecano tra di loro, e si sovrappongono a tratti a quelle degli esseri umani, individui in parte adulti e in parte di 1, 2 e 3 anni. In particolare uno di questi bambini in tenera età propriamente non camminava, ma era in piedi e si dondolava: la sua è l'impronta di un piede che calpesta ripetutamente il suolo, rimanendo appoggiato sui talloni. Ha quindi lasciato impressa una serie di piccole dita (più di cinque) in parte sovrapposte dalla ripetizione del movimento.

© K. D’Aout, University of Liverpool

 “È stata un’emozione molto intensa” spiega Flavio Altamura, il giovane il giovane dottore di ricerca, prima firma dell’articolo appena uscito sugli Scientific Reports di  Nature, a cui si deve la scoperta a cui si deve la scoperta delle orme dei bambini “A Gombore II-2 abbiamo quanto possa esistere di più simile ad una “foto di vita preistorica”. Si può quasi dire che qui abbiamo, 700.000 anni fa, "i primi passi di un bambino", mentre il resto del gruppo ed altri piccoli si dedicavano alle attività quotidiane”.

 Il sito infatti conserva traccia di una serie completa di attività: scheggiatura della pietra (ossidiana e altre rocce vulcaniche) con la produzione di strumenti litici, e macellazione della carne di più ippopotami. C'erano dei carnivori, ma sono venuti solo dopo a cibarsi dei resti lasciati dagli ominidi. Infatti, i morsi dei carnivori sulle ossa si sovrappongono alle tracce lasciate precedentemente dagli strumenti di pietra che avevano tagliato la carne. Quindi il gruppo umano era in pieno controllo dell’ambiente.

 “Gombore II-2 è importante non solo perché sono rari i siti con impronte umane, ma perché per la prima volta non abbiamo un semplice "percorso nel paesaggio", come a Laetoli, per esempio, ma invece un sito archeologico in cui sono documentate le attività quotidiane nel loro insieme” spiega Margherita Mussi, coordinatrice dello scavo – “Inoltre, per la prima volta ci sono impronte di bambini molto piccoli, che indicano la loro presenza costante anche quando gli adulti scheggiavano e macellavano. Sappiamo anche di che specie di ominide si tratta, perché resti fossili di Homo heidelbergensis – l’antenato comune nostro e dei Neandertaliani - sono stati trovati a breve distanza, ma in un livello archeologico più antico, risalente a 850.000 anni fa”.

 La ricerca, coordinata da Margherita Mussi del Dipartimento di Scienze dell’antichità è frutto degli scavi condotti da laureandi e dottorandi del Dipartimento stesso. In particolare, la scoperta è opera del primo firmatario dell’articolo appena pubblicato sull’argomento, Flavio Altamura, che su questa ha svolto il suo progetto di dottorato in Archeologia. Lo studio delle impronte è frutto di una cooperazione scientifica a livello nazionale e internazionale. Leggere di più


Sepoltura con due giovani affiancati nella chiesa di S. Antonio a Pile

L'AQUILA. DUE GIOVANI AFFIANCATI, ACCURATAMENTE COMPOSTI NELLA STESSA SEPOLTURA, NELLA CHIESA DI S. ANTONIO
Nuove rivelazioni dagli scavi in corso per la ricostruzione

Una nuova interessante testimonianza dal passato nelle tombe in corso di scavo nella chiesa di S. Antonio fuori le mura a Pile - L'Aquila.
È di questi giorni l'individuazione di una affascinante sepoltura simultanea di due giovani individui, un uomo e una donna di circa venti anni, uno accanto all’altro con i corpi accuratamente composti con le braccia incrociate sull'addome e i volti rivolti uno verso l'altro.
Il rinvenimento si inquadra nelle indagini in corso nella chiesa di S. Antonio fuori le mura a Pile, che accoglie altre sepolture individuate nello stesso contesto, databile presumibilmente tra il XIV e XV secolo d.C. e in corso di studio, e testimonia un caso particolare di sepoltura dalla quale emerge un forte legame affettivo tra i due individui che va oltre la morte.
Sulle testimonianze antropologiche sinora emerse e su quelle che verranno alla luce anche nel prosieguo dei lavori, la Soprintendenza attiverà indagini specifiche, finalizzate ad acquisire maggiori informazioni e dettagli, come l’età esatta degli individui ed eventualmente le cause della morte.
Le indagini in corso sono seguite dall’archeologo Alessio Cordisco sotto il coordinamento e la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Aquila e cratere (funzionarie archeologhe R. Tuteri, M.T. Moroni e D. T.Cesana).
"Si conferma, ancora una volta - afferma la Soprintendente Alessandra Vittorini -  la ricchezza delle storie che emergono dai lavori di restauro e di ricostruzione della nostra città. Ricchezza che richiede, ancora una volta, la massima cura e attenzione necessarie per le indagini, gli studi scientifici, le misure di tutela e di valorizzazione".
L'Aquila 15 Febbraio 2018
Fonte dati: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per L'Aquila e cratere

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone