Orsola Laura Delfino, nuova direttrice del Museo e Parco Archeologico “Archeoderi”

Museo e Parco Archeologico “Archeoderi”

Bova Marina (Reggio Calabria)

Museo e Parco Archeologico “Archeoderi” di Bova Marina Orsola Laura Delfino Polo Museale della CalabriaIl Museo e Parco Archeologico “Archeoderi” di Bova Marina (Reggio Calabria), ricadente nel Polo museale della Calabria, guidato dalla dottoressa Antonella Cucciniello, ha un nuovo direttore: la dottoressa Orsola Laura Delfino.

Il Museo dà conto di un ricco patrimonio storico-archeologico da aree di abitato, di necropoli e di siti fortificati a controllo del territorio, inquadrabile in un ampio arco cronologico compreso tra l’età neolitica ed il VI secolo d.C. e si caratterizza per la presenza di testimonianze ebraiche; ad oggi è l’unico Parco calabrese con resti riconducibili a tale civiltà.

Dopo le tante attività espletate dalla dottoressa Rossella Agostino anche il nuovo direttore, di concerto con la dottoressa Cucciniello, darà certamente impulso per far conoscere ed apprezzare questo suggestivo Bene Culturale.

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Iniziative per la Giornata della memoria a Locri, Bova Marina e Monasterace

Giornata della memoria

Io sono Anna Frank. Diario di una giornata

A Locri (Reggio Calabria) i Musei e Parco archeologico di Locri Epizefiri, diretti dalla dottoressa Rossella Agostino e a Bova Marina (Reggio Calabria) il Museo Archeologico “Archeoderi”, diretto dalla dottoressa Orsola Laura Delfino, hanno aderito alle celebrazioni per la Giornata della Memoria con il progetto Io sono Anna Frank. Diario di una giornata, che si protrarrà per i  prossimi mesi.

All’iniziativa, organizzata dai direttori dei due musei e dai Servizi Educativi,  parteciperanno il Liceo Linguistico “Mazzini” e il Liceo Scientifico “Zaleuco” di Locri.

Gli studenti, dopo aver letto “Il diario di Anna Frank”, saranno chiamati a calarsi nella tragica vicenda, immedesimandosi in Anna Frank, facendo propria l’angoscia della giovane martire, scrivendo la  cronaca di una giornata vissuta nell’oscurità del nascondimento e della clandestinità. Lo  scopo dell’iniziativa è quello di far riflettere i giovani perché cambiando prospettiva non saranno soltanto spettatori della tragedia ma parti in causa.

I Musei e Parco archeologico di Locri Epizefiri e il Museo Archeologico “Archeoderi “ di Bova Marina sono entrambi ricadenti nel Polo museale della Calabria, guidato dalla dottoressa Antonella Cucciniello.

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Giornata della memoria

Noi ricordiamo…

Museo Archeologico e Parco Archeologico dell’antica Kaulon

Monasterace (Reggio Calabria)

26 e 30 gennaio 2019

A Monasterace (Reggio Calabria) il Museo Archeologico e Parco Archeologico dell’antica Kaulon aderisce alle celebrazioni per la Giornata della memoria con l’evento Noi ricordiamo… che si terrà il 26 e il 30 gennaio 2019.

L’iniziativa, a cura dei Servizi Educativi del Museo, vedrà la partecipazione  dell’Istituto Statale Comprensivo e delI’Istituto Tecnico Statale del Turismo di Monasterace,  dei Servizi aggiuntivi  Vivikaulon, nonché dell’Associazione Culturale “La Memoria Ritrovata – Vincent  Raschellà”.

In particolare, le scuole interessate, di diverso ordine e grado,  presenteranno componimenti, dei video, letture di brani e poesie con intermezzi musicali  sul tema  della “Memoria”; i servizi aggiuntivi Vivikaulon commenteranno una raccolta fotografica da loro realizzata ad Auschwitz; l’Associazione Culturale “La Memoria Ritrovata - Vincent Raschellà” proietterà  un filmato sulla Shoah.

E’ prevista, inoltre, la presenza del direttore del Museo, Rossella Agostino  e del sindaco di Monasterace, Cesare De Leo.

Il Museo Archeologico e Parco Archeologico dell’antica Kaulon è afferente al Polo museale della Calabria guidato da Antonella Cucciniello.

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Tra presente e futuro, tutte le novità dal Museo Archeologico di Napoli

Il Museo Archeologico di Napoli punta sempre più in alto. Un museo che cresce, sperimenta e propone un’offerta sempre più vasta per cultori, amatori e per un territorio che varca ormai i confini di Napoli stessa. Le premesse sono state definite nel piano strategico triennale del museo e sono state confermate anche dall’incremento di visitatori che nel 2018 e al 31 dicembre hanno visto un più 15,8% rispetto alle 529.799 presenze del 2017. Grande successo anche per l’abbonamento “OpenMann”, lanciato l’1 dicembre 2018 e che ha visto un grande apprezzamento da parte del pubblico di visitatori, fedeli frequentatori delle collezioni permanenti e curiosi dell’offerta ampia che periodicamente il team di Paolo Giulierini propone. E anche il suo direttore può fregiarsi di un prestigioso riconoscimento. È stato infatti nominato dalla testata Artribune come miglior Direttore di Museo 2018, confermando il riconoscimento 2017 del MANN come miglior museo italiano.

Museo Archeologico di Napoli Museo Archeologico Nazionale di Napoli Paolo Giulierini

Il 2019 sarà un anno ricco e intenso, l’anno delle grandi mostre, a partire dai preziosi prestiti del Canova e fino ad esplorare le meraviglie archeologiche del mare con Thalassa, ma anche con le riaperture di storiche sezioni come quella della Magna Grecia e di Preistoria. Inoltre, subiranno un restyling le sezioni pompeiane e ci sarà l’aggiunta di una straordinaria sezione tecnologica lì dove un grande come Maiuri l’aveva pensata, e in più anche un intervento di rifacimento e allestimento del terzo giardino, quello della Vannella. Last but not least, l’immensa opera di riordino e razionalizzazione dell’enorme tesoro di reperti custodito nei depositi del museo, operazione già avviata nel 2018 i cui risultati saranno presentati a breve.

Per i “MANNisti”, la collezione della Magna Grecia costituisce uno dei nuclei storici del Museo e il cui ultimo allestimento risale al 1996. La direzione del MANN ha così deciso di puntare ad un’efficacia comunicativa più moderna, assicurando un piano di comunicazione chiaro nel rispetto filologico dei preziosi reperti in mostra, spiegando nella varietà dei contenuti, la complessità e le relazioni tra popoli e comunità dell’Italia meridionale prima del processo di romanizzazione. Tra i maggiori nuclei esposti non si può non ricordare il materiale votivo proveniente da Locri e in particolare quello del santuario in contrada Parapezza. Da Locri, inoltre, provengono numerosi bronzi di eccezionale qualità artistica, i più antichi rappresentati da un elmo calcidese con paragnatidi a forma di testa di ariete con occhi in avorio e databile agli ultimi decenni del VI secolo a.C. Presente anche un’hydria lavorata a sbalzo e a cesello decorata con testa di Gorgone degli inizi del V sec. a.C. e un cinturone con ganci a freccia della seconda metà del IV secolo a.C. Nell’antica sede espositiva, cioè nelle sale prospicienti al Salone della Meridiana, i visitatori potranno fare un viaggio nel tempo e conoscere attraverso sezioni tematiche l’architettura, la religione, le pratiche da banchetto dei popoli che abitavano la Magna Grecia. Ad arricchire ulteriormente l’esposizione, reperti che nel XIX secolo appartenevano a collezionisti privati o sottratti durante gli scavi condotti nel Regno di Napoli.

Reperti mostrati in anteprima stampa della sezione Magna Grecia. Foto: Susy Martire

Ma successivamente, a distanza di un mese e precisamente a giugno 2019 anche la sezione Preistoria rivedrà la luce, accogliendo gli antichi reperti provenienti da vari centri campani e con lo scopo di ricostruire le complesse vicende di popolamento della regione in tempi remoti. La creazione di un percorso con segnali e pannelli user friendly e con la definizione di un sistema di visita ascendente e a ritroso (si salirà di livello percorrendo l’età del ferro fino al più tardo periodo paleolitico), si cercherà di rendere il percorso museale sempre più avvincente e suggestivo.

Grande importanza anche all’architettura con la nuova sistemazione del Giardino della Vanella rimasto chiuso per anni a cui seguirà, dopo breve, il completamento del Braccio Nuovo. Sarà così ampliata l’offerta di spazi verdi del Museo, iniziata già nel 2016 con il recupero dei due giardini storici adiacenti l’atrio: il Giardino delle Camelie e quello delle Fontane. Il progetto di recupero, che prevede un restauro delle parti ancora esistenti del precedente giardino (l’ipogeo di Caivano, la fontana, il colonnato, i muretti in mattoni) ed un ripensamento in chiave moderna degli spazi ormai liberati dai detriti con abbattimento delle barriere architettoniche, cerca di creare un legame ancora più solido tra la città ed il Museo, inserendo anche elementi in grado di valorizzare il rapporto tra passato e presente attraverso l’utilizzo di elementi architettonici e naturali. L’attività di completamento del Braccio nuovo, vedrà, dopo la collocazione di alcuni uffici (restauro e didattica), l’apertura della caffetteria, che sarà spazio per rilassarsi e gustare prodotti tipici della tradizione partenopea. Entro l’autunno di quest’anno termineranno i lavori nel cosiddetto “Braccio Nuovo”: non soltanto verrà allestita, in collaborazione con il Museo “Galileo Galilei”, una nuova sezione tecnologica dedicata all’antica Pompei, ma verrà inaugurato l’auditorium, spazio dedicato agli eventi ed alla didattica.

Crediti: https://www.facebook.com/mymanntv/photos/a.965232180193256/1990100237706440/?type=3&theater

L’immagine del Museo Archeologico di Napoli sarà diversa a partire dal 2020, operazione a lungo termine fortemente voluta da Giulierini che vuole restituire alla città tutta ma anche ai numerosi turisti un museo all’avanguardia e sempre più coeso con il territorio. Massima fruibilità degli spazi espositivi (le sale con colonne dell’ala occidentale sono chiuse da 50 anni e ospiteranno la statuaria campana) ed eventi in grande che potranno essere organizzati in un auditorium che potrà ospitare 300 persone attrezzato delle più moderne tecnologie.

Un "MANN at work" cresce sempre di più divenendo brand di se stesso e guardando a realtà fuori dai confini nazionali. La Cina in particolare è risultato un ottimo interlocutore sia per mostre nel territorio orientale sia per eventi e mostre raccontate nel territorio partenopeo che ospita importanti realtà cinesi. E l’organizzazione di mostre, spesso realizzate con reperti provenienti dai ricchissimi depositi, senza così depauperare le collezioni in esposizione visitate ogni giorno dai turisti, permette ancora di più la crescita e la promozione del Museo inteso appunto come brand che si differenzia per qualità sempre più alta.

Il MANN nel mondo è sempre più autentico ambasciatore della cultura italiana. Solo le nostre mostre in tournée in Cina contano ad oggi oltre due milioni e mezzo di visitatori. Grazie un innovativo protocollo per i prestiti internazionali ideato con l'Università Federico II le nostre opere oggi viaggiano nel mondo con supporti multimediali, audiovisivi e un vero e proprio 'corredo' di comunicazione che racconta Napoli, la Campania, 'Italia: sono praticamente 'a lavoro per noi', oltre a generare introiti per circa 750mila euro in media ogni anno. Abbiamo appena chiuso un anno entusiasmante festeggiando un nuovo record, con oltre 613mila visitatori. Quasi quattromila persone nel corso delle ultime festività hanno acquistato l'abbonamento annuale: ora vogliamo che Open Mann diventi anche Open City e faccia rete sul territorio, cosi come Extramann del progetto Obvia fa rete tra i siti culturali cittadini. Un grande lavoro e tante esaltanti sfide ci aspettano'', conclude Giulierini.

Crediti: https://www.facebook.com/mymanntv/photos/a.965232180193256/1990099994373131/?type=3&theater

Ma vediamo nel dettaglio il ricco programma di mostre per l’anno 2019

Nel vulcano. Cai Guo-Qiang a Napoli e Pompei (dal 22 febbraio 2019)

Dopo il successo dell’esposizione “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina (in programma al Museo sino all’11 marzo), il MANN continuerà il proprio percorso di indagine sulla cultura orientale, affidandosi, stavolta, alle suggestioni delle opere di Cai Guo Qiang, uno degli artisti cinesi contemporanei più noti nell’entourage internazionale, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999: sky ladder conosciuto per le sue emozionanti performance con il fuoco, Guo Qiang esporrà al Museo una selezione di lavori frutto della sua “officina dell’esplosione”. Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio, immaginato per l’Anfiteatro di Pompei, saranno in mostra al MANN ed entreranno in dialogo con le collezioni permanenti del Museo: Cai Guo Qiang stabilirà, infatti, un gioco di assonanze e dissonanze tematiche con sculture, mosaici ed affreschi antichi, coinvolgendo il visitatore in un affascinante e labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente.

Canova e l’antico (dal 28 marzo 2019)

Tra le collaborazioni avviate nel 2017 con il Museo Statale Ermitage, vi è anche la realizzazione di una mostra inedita dedicata a Canova, con prestiti eccezionali dal Museo di San Pietroburgo, che conserva il maggior numero dei capolavori in marmo del Maestro.

Un evento di caratura internazionale, che metterà in relazione, per la prima volta, l’arte sublime di Antonio Canova con l’arte antica e con i modelli che lo seppero ispirare, nelle loro massime espressioni: una novità scientifica, occasione per fare ricerca, collaborando, allo stesso tempo, con importanti musei prestatori; un'opportunità unica per ammirare insieme capolavori dell’arte plastica di tutti i tempi. Il percorso espositivo - curato da uno dei maggiori esperti in materia, Giuseppe Pavanello, affiancato da autorevoli studiosi e dalla direzione dei due musei promotori – prevedrà la presentazione di marmi e gessi di Canova, di nuclei importanti di bozzetti, disegni, monocromi e tempere del grande Artista, provenienti da musei internazionali, posti accanto a capolavori delle raccolte del MANN. Nell’ambito della sinergia con l’Ermitage, dal 5 aprile 2019, sarà realizzata a San Pietroburgo l’esposizione “Pompei. Uomini, dei ed eroi”, in cui saranno presentati importanti reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal Parco Archeologico di Pompei.

 Pompei e gli Etruschi (dal 30 maggio 2019)

Il progetto, nato dalla collaborazione tra il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ed il Parco Archeologico di Pompei, prevede la realizzazione di due grandi momenti espositivi, nella Palestra Grande dell’antica città vesuviana distrutta nel 79 d.C. ed al MANN.

Seguendo le tappe dedicate a “Pompei e l’Europa”, “Pompei e gli Egizi” e “Pompei e i Greci”, il suggestivo passaggio dedicato all’Etruria campana riscoprirà non soltanto le opere possedute dai musei a Napoli, Pontecagnano, Salerno e Santa Maria Capua Vetere, ma anche i reperti che oggi sono al British Museum, al Petit Palais, a Berlino ed a Monaco. Frutto di un’intensa attività di ricerca, la mostra ricostruirà contesti che contribuiscono a definire la presenza etrusca in Campania tra l’VIII ed il V secolo a.C., individuando le diverse acquisizioni che hanno introdotto nelle collezioni del Museo materiali chiaramente afferenti al mondo Etrusco (tra questi, bronzi, terrecotte architettoniche, epigrafi, ceramica, armi, oggetti d’uso e d’ornamento).

Gli Assiri all’ombra del Vesuvio (dal 6 giugno 2019)

Nel patrimonio del Museo, sono presenti tredici calchi in gesso di rilievi neoassiri da Ninive e Nimrud, i cui originali appartengono alle collezioni del British Museum di Londra e sono esposti nel cosiddetto Assyrian Basement. La mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” avrà non soltanto la finalità di raccontare le caratteristiche di una grande civiltà del passato, creando un percorso divulgativo accessibile anche grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, ma anche di porre in evidenza la straordinaria dimensione

del laboratorio culturale partenopeo a fine Ottocento. I calchi del MANN, infatti, sono giunti a Napoli, tra l’altro, grazie anche ai rapporti intensi fra Giuseppe Fiorelli (1823-1896) e Henry Austin Layard (1817-1894), che volle omaggiare l’archeologo napoletano con un

frammento di rilievo assiro proveniente dalla sua collezione privata. Eccezionale la presenza, nel percorso espositivo, di ventotto reperti provenienti dal British Museum di Londra e di undici pezzi dell’Ashmolean Museum.

 Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia (dal 25 settembre 2019)

Il mare nostrum in esposizione, tramite reperti di archeologia subacquea, provenienti da importanti istituzioni museali internazionali (Londra, Boston, Parigi, San Pietroburgo, Atene, Bodrum): grazie alla mostra “Thalassa”, il MANN si configurerà, sempre più, come centro di cultura euromediterranea, capace di tracciare, in un iter dotto e divulgativo al tempo stesso, i percorsi che hanno fatto grande la nostra storia. Tra Vecchio Continente e nuovi mondi, il mare dell’antichità sarà presentato come luogo reale di integrazione, in cui il melting-pot culturale ha garantito la dimensione sempreverde di un patrimonio da valorizzare: diverse le sezioni in cui sarà articolata la mostra, per collegare il mare al mito ed al sacro, all’esplorazione ed alla navigazione, al commercio, alla guerra, all’otium, alle risorse marine ed alla vita di bordo. Il percorso espositivo nasce dalla collaborazione scientifica con l’Assessorato alla Cultura ed all’Identità Siciliana della Regione Sicilia e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

Spazio anche per pensare al 2020 con la creazione di un nuovo quartiere della cultura per il centro storico di Napoli e altre grandi mostre in programma. Prevista, infatti, la valorizzazione delle strade e dei giardini limitrofi al Museo e rientranti nel perimetro compreso tra il MANN, l’Accademia di Belle Arti e l’Istituto Colosimo: la fruizione dell’arte, così, non viene iscritta nella pertinenza di un solo istituto, ma rientra in un percorso più complesso all’interno di un vero e proprio quartiere cittadino dedicato alla cultura, grazie ad uno studio realizzato dall’Università di Roma Tre e dal Dipartimento di Architettura dell’Università “Federico II”.

Le grandi mostre del 2020

Lascaux 4.0

Per celebrare il riallestimento e la riapertura della sezione preistorica del MANN, l’atrio del Museo ospiterà, da febbraio ad aprile 2020, l’esposizione internazionale sulle famose Grotte di Lascaux. Si tratta di una riproduzione fedele delle grotte francesi rinvenute nei primi anni del ‘900 e rese celebri dalla bellezza delle pitture rupestri, risalenti al Paleolitico superiore, che ne adornano le pareti. L’allestimento prevede, oltre alla riproduzione di una parte delle Grotte di Lascaux, diverse sezioni dedicate alla didattica, all’esplorazione sensoriale, alla documentazione storica, con un’attenzione particolare agli effetti di realtà aumentata, in grado di ricreare la magia e le suggestioni di uno straordinario monumento storico e naturalistico.

I Gladiatori

Dopo la programmazione a Basilea, tra settembre 2019 e marzo 2020, nel maggio del prossimo anno sarà in calendario al Museo Archeologico Nazionale di Napoli un percorso espositivo sui Gladiatori: la mostra

permetterà non soltanto di presentare al pubblico la collezione delle armi gladiatorie del MANN, ma anche di preannunciare una sua ricollocazione permanente negli spazi museali. Accanto alla ricerca scientifica, grande risalto sarà attribuito alle nuove tecnologie della comunicazione applicate alla materia archeologica.

I Bizantini

Da dicembre 2020, proseguirà al MANN la retrospettiva dedicata alle popolazioni che hanno connotato storia e tradizioni del territorio italico: dopo Longobardi ed Etruschi, sarà la volta dei Bizantini, cui verrà dedicata una mostra destinata a riscoprirne l’influsso nel Sud del nostro paese. Analogamente a quanto accaduto nelle precedenti esperienze espositive, anche per i Bizantini il taglio scientifico sarà legato alla matrice didattica e divulgativa, finalizzata ad avvicinare diversi tipi di pubblico alla riscoperta di pagine importanti della nostra storia.

Un grande riconoscimento va al MANN anche per l’impegno nel sociale. Per questo 2019 il Museo aiuterà i numerosi clochard che dormono sotto i portici degli edifici circostanti, aumentando il numero di forniture di biancheria intima per un intero semestre. Un impegno, ma anche un guardare fuori, oltre le mura della casa delle Muse, calando l’istituzione nella triste realtà che purtroppo affligge i più bisognosi. Inoltre, il Consorzio di Coop Social Gesco ha avviato un servizio di accoglienza diurna attraverso la possibilità di docce e orientamento socio - sanitario ricolto alla popolazione che sta sempre più a margine della realtà urbana.

Un museo della città e per la città, con un occhio verso orizzonti culturali importanti e verso il tessuto cittadino più bisognoso, senza dimenticare mai, e in questo Giulierini ha sempre mostrato grande apertura e disponibilità, che un grande Museo deve essere sempre più proiettato verso l'esterno, scendendo per le strade e portando dentro quanti ancora non conoscono il Museo di Napoli, un contenitore fortemente radicato nel suo territorio e per la sua città.


Novità ed eventi fino al 31 gennaio al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Scopri i prossimi eventi a Villa Giulia


Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Orari di apertura: 09.00 - 20.00 dal martedì alla domenica
[email protected]beniculturali.it
Telefono: 063226571

 

PRESENTAZIONE del CATALOGO della MOSTRA

'ETRUSCHIFANO. Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno'

Giovedì 31 Gennaio ore 17.00
Sala della Fortuna

Il Museo è lieto di comunicare la presentazione del catalogo della mostra
'ETRUSchifano. Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno'.

In occasione del ventennale della scomparsa di uno dei massimi esponenti della pittura contemporanea, il Museo Nazionale Etrusco dedica una mostra a Mario Schifano, la cui vicenda biografica e artistica è intessuta di stringenti legami con la civiltà etrusco-italica e in particolare con il Museo di Villa Giulia, dove lavorò dal 1951 al 1962 come restauratore e lucidatore di disegni.

Il progetto espositivo, curato da Gianluca Tagliamonte e da Maria Paola Guidobaldi, è promosso dal Museo di Villa Giulia, dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, dalla Fondazione PescarAbruzzo, dalla Fondazione dott. Domenico Tulino e dall’Associazione Culturale MM18, con il patrocinio dell’Archivio Mario Schifano.

Oltre ai curatori della mostra e ai rappresentanti delle istituzioni promotrici sono previsti interventi e di esperti del settore e testimonianze di alcuni dei protagonisti del tempo in cui si è affermato il genio artistico di Mario Schifano.
A seguire visite guidate e approfondimenti alla mostra a cura del nostro personale.

Ingresso alla mostra compreso nel costo del biglietto di ingresso al museo, salvo gratuità e riduzioni secondo legge.
Aperta fino al 10 marzo.

CORSO  DI FORMAZIONE

DIVERSAMENTE Arte

Venerdì 25 gennaio ore 14,30 - 18,30
Sala della Fortuna

Il corso di formazione Diversamente Arte, anche in questa sua seconda edizione, intende offrire una panoramica sulle tematiche della disabilità e dell'accessibilità del patrimonio culturale.

Si rivolge alle guide, agli operatori museali, agli insegnanti e ai laureati nel settore dei beni culturali, ed è finalizzato alla formazione di mediatori in grado di elaborare percorsi di visita idonei per persone diversamente abili.

Per il programma completo clicca qui

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia Roma

LABORATORIO DIDATTICO

LA PITTURA ETRUSCA
Sabato 26 gennaio, ore 16.00
Sale espositive del Museo

Alla scoperta della pittura nel mondo etrusco attraverso le opere esposte nel Museo. E poi tutti in laboratorio per realizzare, con cartoncini, colori e acquerelli, ciascuno il proprio dipinto ispirato alla cultura etrusca!

Costo dell'attività: 6€ a bambino, 4€ per i fratelli.
Prenotazione obbligatoria entro le ore 16 di venerdì 25 gennaio ai numeri:
06 8803562 - 333 9533862
E-mail: [email protected]   [email protected]

Scopri il programma completo sul nostro sito.

ATTIVITA' IN ESCLUSIVA PER GLI ABBONATI
Avete mai assistito alle attività di un Laboratorio di Restauro?Martedì 29 gennaio, ore 11
Sala della Fortuna e Laboratorio di Restauro 2Il Direttore Valentino Nizzo terrà una lezione introduttiva sui corredi delle Tombe Barberini e Bernardini, conservate presso le sale espositive di Villa Poniatowski, rivolta agli allievi del III anno del percorso formativo professionalizzante dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (MiBAC) con il quale è nata una proficua collaborazione presso i laboratori di restauro di Villa Giulia.
L'attività di analisi e diagnostica, seguita dalle docenti Vilma Basilissi e  Laura Rivaroli, in collaborazione con le restauratrici del Museo Nazionale Etrusco, sta riguardando soprattutto lo studio dei materiali in avorio.

Un'occasione per aprire i nostri laboratori di restauro in esclusiva agli Abbonati che vedranno con i loro occhi come si studiano reperti archeologici in funzione delle attività di restauro.

L'ingresso al Laboratorio è consentito ad un massimo di 15 persone.
Prenotazione obbligatoria all'indirizzo: [email protected]beniculturali.it

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QUESTA SETTIMANA L'OPERA DI #ETRUScopri: "Balsamario in faience a forma di scimmia "

 

Questo balsamario a forma di scimmia, usato come porta profumi o contenitore di olii vegetali, è stato ritrovato nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri nella Camera degli Alari (tumulo 2), una tomba inviolata risalente circa al 630 a.C. che ha riportato alla luce oggetti straordinari, con ogni probabilità dedicati alla sepoltura di una donna.
Un oggetto di ottima fattura e conservazione che testimonia scambi e contatti con l'Oriente. 

Scopriamolo insieme in questo video!


Porcellino Villa dei Papiri

Capodanno cinese al MANN e in esposizione il porcellino della Villa dei Papiri

Lo sguardo è proteso verso Oriente: ed anche al MANN si festeggia il Capodanno cinese.

Dal 4 al 20 febbraio, a partire dalle ore 14, sarà possibile accedere al Museo con ticket ridotto (5 euro): un’occasione in più per visitare la mostra “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina” che, per la prima volta in Europa, raccoglie opere straordinarie, espressione della cultura Shu.

Cittadini e turisti, così, avranno l’opportunità non soltanto di effettuare un viaggio attraverso le suggestioni archeologiche offerte dal poco conosciuto Sichuan (sono presentati al pubblico ben 130 reperti, databili dall'età del bronzo -II millennio a.C.- fino all'epoca Han- II sec. d.C.), ma anche di gustare una particolare esposizione pensata ad hoc per il Capodanno cinese: nell’atrio del Museo, infatti, si potrà ammirare il “Porcellino”, statuetta  rinvenuta il 17 maggio 1756 nel peristilio rettangolare della Villa dei Papiri di Ercolano.

Questa particolarissima opera in bronzo, che rappresenta uno dei tanti tesori dischiusi dai depositi del MANN, stabilisce un dialogo simbolico con il “2019 Anno del Maiale”, che sta per essere festeggiato in Cina: se, nella tradizione orientale, il segno del Maiale riecheggia gli auspici di stabilità, generosità ed altruismo, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli intende riproporne l’iconografia, attingendo al patrimonio decorativo della Villa dei Papiri.

Porcellino Villa dei Papiri
Porcellino Villa dei Papiri

Non casuale, ancora, la scelta di esporre il “Porcellino” in bronzo e di lanciare la promozione pomeridiana di accesso al MANN nel periodo tra il 4 ed il 20 febbraio: nel calendario cinese, infatti, il 4 febbraio è la vigilia di Capodanno, il 5 è il primo giorno dell’anno, il 19 cade la Festa delle Lanterne, considerata ultimo momento del periodo festivo.

Mentre, a Napoli, il Museo Archeologico Nazionale inserisce una parte della propria attività di valorizzazione nel framework di un proficuo quadro sinergico stabilito con l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, in queste ore è stata inaugurata al Museo di Panlongcheng (Wuhan) la quarta tappa di “Pompeii. The infinite life”: la mostra, realizzata con 120 reperti del MANN e già visitata da due milioni e mezzo di turisti, viene contestualizzata, adesso, in un nuovo spazio espositivo, che, per la prima volta, ospita un percorso archeologico dal respiro internazionale.


Documenti di Giuseppe Verdi dichiarati preziosi

La Direzione generale Archivi del Ministero per i beni e le attività culturali ha adottato il decreto di dichiarazione di pubblica utilità, ai fini dell’espropriazione, del compendio archivistico costituito dall’Epistolario Giuseppe Verdi, dall’Album Clarina Maffei e dagli Abbozzi musicali inediti di Giuseppe Verdi.
Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi
«Beni culturali preziosi come questi – ha dichiarato il Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli – meritano di essere valutati non sulla base del mero valore merceologico ma come oggetti unici e necessari del nostro patrimonio culturale. Il genio italiano di Giuseppe Verdi e le sue opere non possono avere un valore quantificabile, sono frammenti importanti della storia del nostro Paese e come tali vanno trattati. E noi abbiamo il dovere di tutelare questi oggetti, di garantirne la conservazione e la corretta fruizione»
L’Epistolario è formato da 54 buste di carteggi, alle quali si aggiungono i copialettere di Giuseppe Verdi e di Giuseppina Strepponi, costituiti da 10 volumi rilegati, contenenti minute delle lettere del Maestro e della moglie, oltre a un quaderno contenente una storia dei papi scritta da Verdi, ma rimasta incompiuta. L’Album Clarina Maffei è composto da una raccolta di 179 documenti, in larga parte autografi, di personaggi di spicco della cultura internazionale, iniziata da Clarina Maffei – patriota e animatrice di un celeberrimo salotto nella Milano di metà Ottocento – e da lei donata a Verdi, che la proseguì. Infine, il nucleo di autografi denominato Abbozzi musicali inediti di Giuseppe Verdi include versioni preparatorie, schizzi e partiture-scheletro di 16 celeberrime composizioni verdiane, tra le quali Rigoletto, La traviata e Aida.
La documentazione si trova attualmente presso l’Archivio di Stato di Parma, in regime di custodia coattiva.
L’azione dell’amministrazione archivistica ha preso le mosse negli anni scorsi dalla necessità di garantire la sicurezza, la corretta conservazione e, soprattutto, la fruizione pubblica della preziosa documentazione, espressione tangibile, veicolo e memoria dell’esperienza intellettuale e creativa di Verdi.
Il passaggio della documentazione verdiana alla proprietà dello Stato consentirà la messa a punto di indispensabili interventi finalizzati al restauro, all’ordinamento e all’inventariazione delle carte nonché di un articolato progetto culturale da realizzarsi attraverso una digitalizzazione accessibile in rete, mostre e convegni.

Marco Minucio e l'imperium aequatum

L’articolo che segue mostra come dallo studio di una fonte epigrafica si possa confermare o negare informazioni che la tradizione storiografica pone come controverse.

L’iscrizione in questione (96 × 70 × 69 cm) proviene da un grande altare di pietra dei Colli Albani, sicuramente peperino, ritrovato nel 1862 a Roma, in via Tiburtina, presso la Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, e oggi conservato nel Museo del Palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini) di Roma[1].

 

Hercolei / sacrom / M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius) / dictator vov(it).

 

«Marco Minucio, figlio di Gaio, dittatore, votò [questo] sacro [donario] a Ercole».

Ercole Marco Minucio
Dedica votiva a Ercole da parte di M. Minucio (CIL VI, 284 (p. 3004, 3756) = CIL I, 607 (p. 918) = ILS 11 = ILLRP 118 (p. 319) = AE 1991, 211a). Base di donario, pietra peperino, ultimo quarto del III sec. a.C. Roma, Musei Capitolini. Foto di Marie-Lan Nguyen (User:Jastrow) 2009, CC BY 2.5

 

Come lascia intendere il titulus, l’altare doveva costituire un donario votato ad Ercole, divinità tutelare a cui molti generali romani, tra il III e il II secolo a.C., si rivolgevano per la buona riuscita delle proprie imprese all’estero.

Il nome della divinità (Hercoles) è posto enfaticamente all’inizio dell’iscrizione, in alto. Alcuni tratti notevoli del ductus del documento sono la r, che presenta l’occhiello non chiuso, e la l, che mostra l’asta orizzontale con un grado inferiore a 90° rispetto a quella verticale; quanto alla forma della m, essa risente dell’influenza etrusca.

L’uscita in -om, anziché in -um, dell’accusativo singolare dei nomi della seconda declinazione e degli aggettivi di prima classe, equivale a quella dell’accusativo greco in -ον e segnala che, nella seconda metà del III secolo a.C., il fenomeno fonetico e grafico dell’oscuramento non si era ancora verificato.

Alla r.3 compare la sequenza onomastica del dedicatario: M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius).

Nel commento alla scheda dell’ILLRP, Degrassi ha osservato che «in latere sinistro extat nota l i xxvi»[2]. Si tratterebbe di una marca: nei giacimenti di pietra (lapicedinae), infatti, era consuetudine presso i Romani contrassegnare il materiale estratto con un numero di serie relativo alla squadra di operai (brachium), preposta allo scavo, e al settore del fronte di taglio al quale gli operai erano stati assegnati. Il primo ad interessarsi a questo genere di marcature fu Bruzza: questi, in un contributo del 1870, affermò che Ritschl aveva inteso la sigla in esame come l(egiones) I (et) XXVI, ipotizzando che il reperto provenisse proprio da una cava assegnata a due reparti militari – cosa probabile! – e che fosse stato estratto dai soldati stessi dopo il congedo (ma ciò non è attestato!)[3]. Theodor Mommsen, invece, ritenne trattarsi della stima effettiva del donativo votato a Ercole dai soldati per tramite del dittatore, e, pertanto, sciolse l’abbreviazione in l(oricae) i(nlatae) XXVI. Più verosimile appare l’ipotesi avanzata da Henzen, il quale, intervenuto sul testo, interpretò la sigla come l(oco) i‹n(numero)› XXVI: la marca, a suo dire, indicava il numero di comparto da cui la lastra era stata estratta[4]. Più recente è stata la congettura dell’archeologo italiano La Regina, secondo il quale la sigla andrebbe interpretata come (in) l(ibro) I (loco) XXVI, cioè come numero del catalogo di opere d’arte esposte[5].

Quanto al nome gentilizio del dedicante, Kaimio ha mostrato che l’abbreviazione in Minuci del nominativo si spiega grazie al concorso combinato di ragioni di spazio, di ordine fonologico e di influssi etruschi[6].

Da un confronto con le fonti storiografiche, il personaggio in questione sarebbe Marco Minucio (Rufo), uomo politico romano vissuto verso la fine del III secolo a.C., che, malgrado le origini plebee, nel 221 divenne console e nel 216 morì combattendo a Canne[7].

Un aspetto poco chiaro della carriera politica di Marco Minucio è costituito dal titolo di dictator con cui egli si fregia nel titulus preso in esame. A questo proposito, Polibio è molto esplicito: egli informa che, nel 217, siccome i senatori accusavano e biasimavano Q. Fabio Massimo per la sua eccessiva prudenza nel gestire l’invasione annibalica, «avvenne allora quello che mai era accaduto: a Marco Minucio assegnarono i pieni poteri (αὐτοκράτορα γὰρ κἀκεῖνον κατέστησαν), convinti che avrebbe rapidamente condotto le cose a buon fine; in due, dunque, erano diventati i dittatori per le stesse operazioni, cosa che presso i Romani non era mai accaduta prima» (III 103, 4)[8].

Vale la pena di soffermarsi sul fatto che la testimonianza polibiana costituisca il tipico caso in cui un autore greco del II secolo a.C. trovasse difficoltà nel tradurre dal latino il nome di un’istituzione o di una carica pubblica romana. D’altronde, il dictator latino non aveva corrispondenza nel mondo greco, ma il termine che Polibio adottò, comunque, implicava l’idea di un individuo dotato di un potere esercitato per sé e da sé, senza essere eletto né nominato da un’assemblea, né tantomeno senza la consultazione di altri. È vero anche che la notizia riportata dallo storico megalopolita segnala un’alterazione: la dittatura romana, infatti, non era una magistratura collegiale, ma poteva essere affiancata, nel suo esercizio, da una figura subalterna, il magister equitum; colui che era chiamato ad assumere il mandato non era certamente eletto da un’assemblea popolare, ma veniva investito (dictus) dal console in carica. Si trattava, infine, di una magistratura straordinaria, necessaria solamente in casi di eccezionale gravita, quali la presenza sul territorio di un nemico, l’urgenza di sedare rivolte o rivoluzioni, e altre calamità politico-istituzionali che impedissero la regolare gestione della cosa pubblica. Il mandato durava normalmente sei mesi, tempo limite entro il quale il dictator doveva portare a termine tutti i provvedimenti e le soluzioni per i quali era stato indicato; in quel lasso di tempo, il prescelto deteneva il summum imperium e concentrava nelle proprie mani le prerogative di entrambi i consoli.

Il caso di Marco Minucio, stando dunque alla testimonianza polibiana, fu davvero eccezionale, un fatto senza precedenti: la gravità della situazione (Annibale era alle porte!) era tale da indurre ad alterare un’istituzione tanto rigida come la dictatura. Gli altri autori a disposizione per ricostruire la vicenda, tuttavia, non sono così espliciti, ma anzi sembrano, in un certo senso, contraddire quanto riportato da Polibio.

Ad esempio, Livio – o sarebbe meglio dire la sua fonte annalistica per il periodo, Fabio Pittore, il quale mostra di nutrire poca simpatia nei confronti di Marco Minucio Rufo –, riferisce che, in piena guerra annibalica, il comandante romano, mentre si trovava ad operare nel Sannio in qualità di magister equitum di Fabio Massimo, decise di assalire una parte dell’esercito punico intento a foraggiare. Ad un certo punto, il racconto liviano – o meglio la sua fonte annalistica – riferisce che, a seguito del confronto armato nei pressi di Gereonium, si contarono sex milia hostium caesa, quinque admodum Romanorum: per Minucio si trattò di una vittoria ottenuta al prezzo di numerose perdite, a ben guardare. Eppure – continua la fonte –, famam egregiae uictoriae cum uanioribus litteris magistri equitum Romam perlatam («il magister equitum in un suo dispaccio mendace fece pervenire a Roma la notizia millantatrice di una spettacolare vittoria»)[9]. Per mettere a tacere discussioni, critiche e voci dubbie sulla vicenda, Livio riproduce il discorso pubblico tenuto da uno dei tribuni della plebe, certo Marco Metilio, il quale, siccome Gaio Flaminio era caduto in combattimento al lago Trasimeno, l’altro console, Gneo Servilio Gemino era stato incaricato di fiaccare la flotta punica nel Tirreno e i due pretori erano occupati a presidiare Sicilia e Sardegna, avanzò la proposta de aequando magistri equitum et dictatoris iure: il conferimento di un aequatum imperium avrebbe comportato la piena parità di poteri fra Fabio Massimo e Marco Minucio[10]. Con buona pace della fonte liviana, che chiaramente parteggia per Massimo, nella figura di Metilio si potrebbe ravvisare la posizione condivisa fra quanti, all’interno del Senato, non gradissero la politica prudente del Cunctator. La testimonianza annalistica, alla fine, riversa tutto il proprio astio nei confronti di Minucio, stigmatizzando la sua arroganza (Livio connota l’atteggiamento del personaggio con le seguenti espressioni: grauitas animi, cum inuicto…animo, utique immodice immodesteque…gloriari), non appena quello fu raggiunto dalla lettera del Senato che lo informava dell’equiparazione dei comandi[11]. Ad ogni modo, considerando la versione liviana (o fabiana) a confronto con quella polibiana, l’autore patavino non nomina mai Minucio in qualità di dictator – anzi sembra quasi si astenga coscientemente dal farlo.

Una testimonianza simile, benché molto più audace, appare in Appiano, il quale riporta che il Senato, durante la guerra annibalica, diede disposizioni affinché il magister equitum, Minucio, detenesse un’autorità equiparata in tutto e per tutto a quella del dictator (ἴσον ἰσχύειν αὐτῷ τὸν ἵππαρχον)[12].

Contrariamente alla superiorità numerica delle fonti antiche che formano la tradizione secondo cui Minucio non sarebbe stato incaricato formalmente della dictatura (Nepote, Valerio Massimo, Cassio Dione, Zonara, e l’anonimo de viris illustribus), Dorey si è detto convinto che le prove materiali sembrano, tuttavia, confermare la testimonianza di Polibio: la dedica a Ercole, a suo dire, costituirebbe «a conclusive proof that Minucius was formally and officially appointed Dictator by the plebiscite of Metilius»[13]. Lo studioso, addirittura, ha ipotizzato che il documento in questione facesse riferimento a una possibile dittatura anteriore al 217[14].

La questione, però, si complica ulteriormente, confrontando la testimonianza di Plutarco (Vita Marcelli) e quella di Valerio Massimo, a proposito della dittatura del 220 a.C. Plutarco, infatti, racconta che il dittatore, Minucio, al momento di nominare il proprio magister equitum, Gaio Flaminio, si udì un topolino squittire: la folla dei cittadini interpretò tale coincidenza come un presagio ostile e costrinse i magistrati ad abbandonare le proprie cariche, perché fossero sostituiti da altri. L’episodio è esattamente ripreso da Valerio Massimo, ma con l’unica grande differenza che, al posto di Minucio, compare nientemeno che il Temporeggiatore[15].

L’indicazione offerta da Valerio Massimo, in effetti, trova conferma in Livio e nel cosiddetto Elogium Fabii, testimonianze che provano che Quinto Fabio Massimo sia stato dittatore prima del 217 a.C.[16]

Per Dorey, comunque, Marco Minucio fu nominato dictator comitiorum habendorum causa, per venire a capo del conflitto d’interesse fra i consoli per regolare la convocazione dei comitia, in vista delle elezioni dei magistrati per l’anno successivo. Jahn, al contrario, si è detto convinto che Minucio fosse stato realmente dittatore sia nel 220 sia nel 217 a.C.[17]

Càssola e Meyer sembrano avere colto meglio nel segno, inserendo tutta la vicenda di Minucio nel più ampio rapporto conflittuale fra il Senato e Fabio Massimo[18].

Quanto all’Elogium Fabii, esso testimonia che Q. Fabio Massimo fu davvero dittatore nell’anno 220 a.C. e si scelse C. Flaminio in qualità di subalterno. Tre anni dopo, però, allorché si presentò una nuova situazione d’emergenza, il Senato, per evitare che lo stesso Fabio potesse scegliersi come vice un altro fra gli outsider politici legati al proprio clan gentilizio, approvò l’aberrante rogatio elettiva del magister equitum. Tra l’altro, siccome l’unico console in vita, Gneo Servilio, conduceva le operazioni belliche sul mare e a causa di ciò non poteva essere in patria in quel momento per nominare un dictator, a Fabio Massimo fu conferito un imperium pro dictatore.

Elogium Fabii Quinto Fabio Massimo
Elogium Fabii (CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361). Tabula onoraria, marmo, 2 a.C. - 14 d.C., da Arezzo. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Foto di SailkoCC BY 2.5

 

La statua di Quinto Fabio Massimo nei giardini del Palazzo di Schönbrunn a Vienna. Monumento sottoposto a tutela col numero 114069 in Austria. Foto di Herzi PinkiCC BY-SA 4.0

Plutarco (Vita Fabii) riprende sostanzialmente la versione degli eventi fornita da Livio, riportando che il tribuno Metilio avanzò la proposta di equiparare i poteri di Minucio e di Fabio, perché in tal modo essi potessero condividere con pari diritto e pari dignità la conduzione della guerra annibalica[19]. Una conferma della promulgazione della rogatio deriva dallo stesso Elogium Fabii: alle rr. 9-12, infatti, si dice che magistro/ equitum Minucio quoius popu-/lus imperium cum dictatoris / imperio aequauerat.

Meyer, però, non nascondeva la propria perplessità circa la bontà della dedica a Ercole, ma si chiedeva se, in qualche modo, Minucio avesse voluto autorappresentarsi in maniera del tutto differente rispetto a quanto le fonti letterarie tramandano. Tuttavia, la posizione dello studioso appare infondata, perché è vero che, tendenzialmente, le fonti epigrafiche non contrastano con la fattualità del contesto storico che le ha prodotte. Al limite, forse, si potrebbe pensare che, a quei tempi, chiunque leggesse quella dedica sorridesse maliziosamente di fronte all’arrogante pretesa di Minucio nel fregiarsi di un titolo che non doveva affatto appartenergli[20].

Come, infine, ha puntualizzato Degrassi nella nota di commento all’iscrizione, Marco Minucio fu eletto collega di Fabio Massimo secondo le indicazioni della lex Metilia del 217 a.C. Quanto ai Fasti Capitolini, invece, non risulta alcuna menzione di una simile co-dittatura[21].

 

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Note:

[1] Si tratta di una roccia magmatica (trachite o tefrite) caratterizzata da una colorazione grigia e macchiettata da piccoli granuli di biotite (mica), simili a grani di pepe, dai quali deriva il nome. L’indicazione del litotipo permettono di ricostruire la provenienza del materiale, il suo ruolo e la sua importanza a livello commerciale, la sua area di diffusione e la sua presenza sul mercato nell’antichità.

[2] Degrassi A., Inscriptiones Latinae liberae rei publicae (illrp), i, Firenze 19652, 90.

[3] Bruzza L., Iscrizioni dei marmi grezzi, Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica 42, 1870, 114 (= Ritschl cit., IX).

[4] Cfr. ibid.

[5] La Regina A., Tabulae signorum urbis Romae, in Di Mino R.M. (ed.), Rotunda Diocletiani. Sculture decorative delle terme nel Museo Nazionale Romano, Roma 1991, 5, n.1: secondo lo studioso, il reperto, come altri, dovette godere almeno in età imperiale di una qualche forma di musealizzazione. L’ipotesi di per sé non è peregrina, dato il fatto che nel corso del II sec. d.C. in tutto il mondo romano si diffusero le scuole di retorica ispirate alla corrente della Seconda Sofistica, i cui metodi d’insegnamento e di apprendimento consistevano proprio nel cimentarsi in descrizioni di opere d’arte.

[6] Kaimio J., The nominative singular in -i of latin gentilicia, Arctos 6 (1969), 23-42.

[7] Münzer F., s.v. Minucius52, RE XV, 2 (1932), 1957-1962.

[8] Pol. III 103, 4.

[9] Liv. XXII 24, 11-14, in part. 14.

[10] Liv. XXII 25, 10.

[11] Liv. XXII 26, 5-6; 27, 1-2.

[12] App. Hann. III 12.

[13] Dorey T.A., The Dictatorship of Minucius, JRS 45 (1955), 92.

[14] Ibid.

[15] Cfr. Plut., Marcel. 5, 4, con Val. Max., I 1, 5. Dorey T.A., ibid., che riferisce che Scullard, convenendo con Münzer, ha sostenuto che il Μινουκίου di Plutarco si trattava di un errore della tradizione manoscritta e che si doveva emendare in Μαξίμου.

[16] Cfr. Liv. XXII 9, 7, e CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361.

[17] Jahn J., Interregnum und Wahldiktatur, Kallmuenz 1970, 113-115.

[18] Si vd. Càssola F., I gruppi politici romani nel III secolo a.C., Trieste 1962, 261-268, e Meyer E., Römische Annalistik im Lichte der Urkunden, ANRW I.2 (1972), 975-978.

[19] Plut., Fab. 10, 1.

[20] Per Meyer E., Römische Annalistik…, cit., tutte le fonti concordano nel descrivere Marco Minucio come un uomo particolarmente spavaldo e arrogante.

[21] L’assunto di Degrassi ha ispirato Meyer a ritenere che Minucio non fosse mai stato riconosciuto ufficialmente come dictator.


Verona Museo di Castelvecchio

Il Museo di Castelvecchio: una collezione copiosa in un luogo incantevole

Verona Museo di CastelvecchioLa scelta del luogo in cui far avvenire una mostra ha indubbiamente il suo peso sul successo dell’esposizione stessa. Ciò è particolarmente evidente nell’esempio di Castelvecchio, storico museo della città più romantica d’Italia. Una sterminata esposizione ha luogo al suo interno, tra le mura del castello medievale che ben si conserva nei secoli. Risalente al 1354-1356 per volontà di Cangrande II della Scala, la sua possente facciata purpurea sormontata da numerose merlature colpisce subito lo spettatore che ne scorge il profilo al fianco del fiume Adige.

La struttura planimetrica del castello è stata realizzata in diverse fasi, subendo varie modifiche nel tempo delle quali ci restano tre aree principali: la Corte della Reggia, la Corte del Mastio e la Corte d’Armi, che racchiude una chiesa antecedente dell’VIII secolo. Variegati i materiali che lo costituiscono, quali tufo, laterizio, ciottoli e blocchi di pietra tratti da antiche costruzioni. Connesso alla cinta muraria d’epoca comunale, costituiva il fulcro della difesa urbana con la sua torre maestra atta al controllo della città e dei dintorni: cinta dall’argine fluviale, al tempo stesso era capace di oltrepassarlo mediante il proprio ponte adoperabile per la fuga o per gli aiuti esterni.

Quel che un tempo era la sede militare della signoria Scaligera è così divenuto un museo civico restaurato e modernamente allestito per opera di Carlo Scarpa tra il 1958 ed il 1974. Al suo interno ventinove sale tutte da scoprire, ognuna adibita a settori diversi che vanno dalla scultura alla pittura (nazionale ed estera), dalle armi alle oreficerie, dalle ceramiche e alle campane. Collezioni d’arte medievale, rinascimentale e moderna, che comprendono reperti archeologici ed esemplari del XVIII sec., per un totale di 622 opere.

Il pianterreno è interamente adibito ad esporre sculture, rilievi ed epigrafi d’epoca altomedievale e romanica. Testimonianze della rilevanza storica di Verona dal periodo longobardo (rappresentato da gioielli rinvenuti in alcune tombe) a quello carolingio sino a giungere agli Ottoni. La prima sala a cui si ha accesso accoglie delle sculture medievali: gli archivolti del X secolo, l’arca dei santi Sergio e Bacco (1179), il bassorilievo di Cristo tra i santi Pietro e Paolo (XII sec.), le cariatidi un tempo appartenenti a Scipione Maffei, una figura virile del XIII secolo ed un ciborio, edicola presente sopra l’altare maggiore delle chiese medievali, firmata da “Peregrinus” (XII sec.).

La seconda sala è quella del maestro di santa Anastasia, denominazione di una bottega del primo periodo scaligero, contenente opere scultoree risalenti alla prima metà del Trecento, quali statue di santi a grandezza naturale realizzati in pietra gallina anticamente decorata benché adesso permangano solo esigue tracce di colore. Tra di esse emerge per raffinatezza la scultura di santa Anastasia (reggente una ruota e la palma tipica del martirio mentre due angeli innalzano un drappo verde alle sue spalle), per rinomanza la statua di santa Cecilia (la quale subì un rimodellamento durante dei restauri nel corso dell’Ottocento che ne hanno alterato la bellezza originaria) e per l’insolita iconografia Giovanni Battista (con tratti di anzianità forse miranti ad indicare la sua saggezza).

La terza è la sala della Santa Libera, dall’omonima chiesa vicina al teatro romano, ove è posta la scultura che mantiene più di tutte l’originale policromia visibile nell’incarnato, nelle pupille e nelle labbra, mostrando anche il tipico costume del periodo trecentesco alla corte scaligera. La accompagnano in sala una nicchia tardo-gotica con un martire guerriero finemente scolpito (probabilmente San Giorgio), una minuscola edicola ritraente la Crocifissione, una piccola scultura in marmo della “Madonna in trono con il bambino” ed un rilievo della comune immagine medievale della “Ruota della fortuna”.

La Crocifissione, Maestro di Santa Anastasia, in pietra tenera, prima metà del quattordicesimo secolo

La quarta sala concerne il tema della Crocifissione, con ulteriori grandi statue del maestro di Santa Anastasia: lo “Svenimento della Vergine” (prima metà del XIV sec.), con la Madonna sorretta da una donna pia, apparteneva ad un teatro sacro; la grande lapidea “Crocifissione” è costituita dall’imponente figura di Cristo e da Maria Vergine e san Giovanni di dimensioni più ridotte, solo tre elementi rispetto alla più ampia versione originaria; “San Bartolomeo”, scultura un tempo dipinta di rosso ed ocra, con sporgenti orbite atte ad indicare la cecità visionaria del santo.

La quinta sala è l’ultima ed è dedicata alla scultura del Quattrocento, con un’apertura verso il basso che lascia intravedere i resti del fossato che cingeva il castello. Tra le opere ivi custodite vi sono un rilievo di san Martino e il povero, una lastra tombale con un’epigrafe latina appartenente a Dinadano Spinelli, una statua di san Pietro opera di Bartolomeo Giolfino, nonché sei riquadri con bassorilievi stiacciati ritraenti profeti e patriarchi che anticamente appartenevano al portale di marmo della chiesa di san Bovo, compiuto nel 1498 ed ora inserito in un’ala del castello.

Nella sesta sala, posta nella torre del Mastio che conduce al piano superiore, sono esposte delle campane che vanno dal Trecento al termine del Cinquecento, un tempo appartenute a chiese del veronese non più esistenti. In particolar modo sono apprezzabili la maestosa campana del 1370 firmata da Maestro Jacopo, rinomato ideatore del modello di campana gotica, e l’edicola con la Madonna e vari santi scolpita da Antonio da Mestre alla fine del XIV secolo.

La settima sala coincide con l’ingresso alla Reggia, ove sono ammirabili affreschi del Duecento e del Trecento, tra i quali “Battaglia di cavalieri” dal raro tema profano, esclusivi gioielli trecenteschi, la particolare spada rinvenuta nella tomba di Cangrande I Della Scala e “Madonna in trono con il bambino”. In quest’ultima si evincono i primi tratti giotteschi in quanto a quel tempo Giotto si recò in loco al servizio di Cangrande I Della Scala e per la chiesa di San Fermo, influenzando la produzione artistica locale.

Sulla sinistra, la Crocifissione, pittura murale staccata, opera di pittore veronese nella metà del XIV secolo. Sulla destra, l'Incoronazione della Vergine, pittura murale staccata prodotta dalla Cerchia di Altichiero nel terzo quarto del XIV secolo

L’ottava sala è dedicata ad Altichiero e la sua cerchia, di cui si conservano l’affresco “Incoronazione della Vergine” e le sue sinopie, disegni preparatori soggiacenti tracciati rapidamente dall’autore prima di stendere l’intonaco. Sono anche visibili opere che segnano il passaggio alla sua arte partendo dal giottismo, nonché dei trattati medievali di tipo medico-sanitario meglio noti come Tacuina sanitatis. Le pareti della stanza mostrano i segni scaligeri della decorazione originaria della struttura confermandone la funzione abitativa e di rappresentanza, oltre che militare.

Trenta Storie della Bibbia, tempera su tavola, opera di pittore veronese della metà del quattordicesimo secolo

La nona sala mostra esemplari di pittura trecentesca su tavola: “Polittico della Trinità” di Turone di Maxio che cinge la Trinità dei santi Zeno, Giovan Battista, Pietro e Paolo, sovrastata dall’Incoronazione della Vergine; “Polittico di Boi” attribuita ad Altichiero che ritrae la Madonna con Gesù in trono ed i santi Antonio abate, Giacomo, Giovanni evangelista e Cristoforo; “Paliotto dei sette santi” dai volumi massicci; “I santi Giacomo e Antonio di Padova con una monaca” intenta ad offrire un reliquiario; “Trenta storie della Bibbia”, composizione con scene in miniatura della Genesi e dal Nuovo Testamento.

Sulla destra, la Madonna del Roseto, opera di Stefano di Giovanni, detto Stefano da Verona, tempera su tavola trasportata su tela del 1420 circa

La decima è la sala del Pisanello, contenente la più ampia decorazione murale del castello caratterizzata da vividi motivi geometrici, lo stemma scaligero ed un suggestivo finto panneggio. Qui sono custodite, tra le altre, la meravigliosa “Madonna del roseto” di Stefano da Verona (ritraente Maria Vergine, Gesù Bambino e santa Caterina all’interno di un colorato giardino con dettagliati motivi floreali e vegetali) e “Madonna della quaglia” comunemente attribuita ad un giovane Pisanello (fulcro di un polittico di devozione privata).

L’undicesima sala era il Salone della Reggia che espone numerose opere scultoree e pittoriche del Quattrocento, tra cui emergono l’originalmente essenziale “Crocifisso” di Jacopo Bellini e l’importante ma degradata opera di Michele Giambono “Morte di Maria”.

La dodicesima è la saletta dei fiamminghi, il cui restauro è stato effettuato grazie al supporto di VeronaFiere 1997: al suo interno emerge “Ritratto virile” di William Key (1556) e la “Dama delle licnidi” di Rubens (1602) da alcuni identificata con la protettrice del pittore, ovvero la figlia di Filippo II di Spagna, Isabella Clara Eugenia.

La tredicesima sala include la pittura veneta della seconda metà del XV secolo, con “Adorazione dei magi” di Giovanni Mansueti, la “Madonna con il bambino” di Giovanni Bellini, “Le sante Caterina e Dorotea” di Vittore Carpaccio, “San Biagio e santo vescovo” di Bartolomeo Montagna, “Le sante Marta e Maria Maddalena” di Giovanni Agostino da Lodi e “Madonna con il bambino” di Vivarini.

La quattordicesima sala è dedicata a Francesco Morone, artista di spicco dell’area veronese nel primo Cinquecento, del quale sono custodite insieme ad altre le seguenti opere: “I santi Bartolomeo e Francesco” (il cui complesso rapporto cromatico è manifestazione del tipico colorismo della scuola veronese); “Madonna con il bambino” (di cui è presente una replica rovesciata alla londinese National Gallery); “Pala della Trinità” proveniente dalla cappella Fumanelli; “Stimmate di san Francesco” la cui luminosità paesaggistica rappresenta un’eccezione nell’arte italiana di allora; infine, quattro “Elementi di polittico”, uno dei suoi primi dipinti che già ne evidenziavano l’abilità ritrattistica.

Ad un ritrattista è anche dedicata la sala successiva, la sedicesima, con opere del celebre pittore di soggetti storici Francesco Bonsignori: la piccola tavola “Madonna con il bambino” che rievoca lo stile belliniano nella delicatezza del viso a cui associa però un linguaggio maggiormente plastico; “Pala del Bovo” (1484) consiste in una raffigurazione realistica e non idealizzata della Madonna col bambino e quattro santi, inseriti in una cornice di legno scolpito con fregi e stemmi; “Allegoria della musica” è un dipinto di dubbia attribuzione, il cui sfondo scarsamente conservato mostra paesaggisticamente Verona, l’Adige e Monte Baldo.

La sedicesima sala accoglie invece l’arte di Liberale da Verona, noto per le sue eccellenti miniature, del cui operato sono presenti nella collezione: “Trionfo della Castità e Trionfo dell’Amore”, laddove la prima è rappresentata da un carro di unicorni bianchi affiancato da vergini, mentre il secondo è un carro di cavalli bianchi al galoppo che indicano la sregolatezza dei sensi; “Deposizione dalla croce”, una tavola che raffigura visi simili a maschere espressive che mostrano emozioni primitive; “Natività con san Girolamo” mostra un paesaggio semplificato ove riemerge lo spirito della cultura gotica.

Il diciassettesimo salone centrale custodisce “Augusto e la Sibilla” (raro esemplare di dipinto su tavola di Gianmaria Falconetto che qui tenta di ricostruire lo scenario del teatro classico), “I santi Girolamo, Giacomo e Lorenzo” (in apparenza non terminato e probabilmente compiuto da Domenico Morone in giovane età), un’opera di Mocetto e tre opere di Nicola Giolfino (sei affreschi di “Allegorie delle arti liberali”, la predella “Storie di santa Barbara” che ne illustra le gesta e il martirio, “Achille in Sciro” che ritrae ironicamente il travestimento femminile di Achille).

Ad Andrea Mantegna è dedicata la diciottesima sala, che ne mostra il dipinto “Sacra famiglia con una santa” fondata sulla composizione energica di quattro figure verticali, unitamente ad altre opere quali la tavola di Bonsignori “Madonna con il bambino e santa Margherita” che segue schemi mantegneschi e “Madonna della Passione” di Carlo Crivelli che rievoca nei personaggi gli affreschi del periodo giovanile di Mantegna.

Una piccola collezione di armi è visibile nella diciannovesima sala posta nella torre del Mastio: esemplari che vanno dal Trecento al Settecento, tra i quali il più insolito è un cosiddetto “buttafuori” vietato dall’antica legislazione, ossia un apparentemente innocuo bastone che in realtà cela al proprio interno una lunga lama. Le teche con armature, elmi, pugnali e armi di vario genere sono sovrastate da un imponente ritratto del capitano di cavalleria Pase Guarienti.

Vi è poi una sezione di oggetti reperiti a Palazzo Miniscalchi e nella Basilica di Sarta Maria Matricolare, riconducibili alla fine del VI secolo e l’inizio del VII secolo: una coppia di orecchini aurei a cestello, due anelli d’oro dal castone circolare, due fibbie bronzee ed una di ferro, una croce in lamina aurea (600-625 d.C.) con dei forellini per fissarla al velo funebre.

In primo piano, l'Adorazione dei pastori di Jacopo Tintoretto, olio su tela del 1550 circa

Le ultime sale sono adibite all’esposizione di ampi dipinti, tra i quali spiccano “Pala delle Virtù” e lo splendido “Polittico della Passione” restaurato a seguito del contributo del Lyons Club di Verona, ambedue opere di Paolo Morando detto Il Cavazzola. Vi è una sala, la ventiduesima, che mostra capolavori di Jacopo Tintoretto e Il Veronese: del primo ricordiamo “Contesa tra le Muse e le Pieridi” che un tempo decorava uno strumento musicale con pennellate luminose su sfondo cupo, nonché “Adorazione dei pastori” con figure dai visi impassibili ma corpi e posture instabili che forniscono vitalità alla narrazione; del secondo vanno indicate “Pala Bevilacqua Lazise” proveniente dalla cappella familiare di Giovanni Bevilacqua e Lucrezia Lazise anch’essi raffigurati nell’opera, “Storie di Ester” ovvero tre piccole tele dagli sfondi impressionistici e da interessanti accostamenti di colori complementari, nonché “Deposizione” esempio di pittura libera e liquida la cui ottima conservazione consente di cogliere gli eleganti cangiantismi cromatici.

Si prosegue con la scuola veronese dei primi del Seicento, ammirabile nella ventiquattresima sala ove si incontrano vari ritratti effettuati da Mercantonio Bassetti: “Ritratto di vecchio con guanti”, la cui attenzione è posta sul volto mostrando ancora l’energia della ritrattistica veneta del Cinquecento; “Ritratto di vecchio con libro”, che esprime una visione decantata dell’esteriorità; “Ritratto di monaca”, l’esempio più elevato del raggiungimento espressivo dell’artista che con sfumature quasi monocrome rende bene l’idea della meditazione silenziosa. A Bassetti, di cui è altresì presente l’interessante “Incredulità di san Tommaso”, si aggiungono ritratti realizzati da Bernardo Strozzi e Dioniso Guerri, unitamente alla “Sacra famiglia” ritratta da Pietro Bernardi nella buia bottega di un falegname ove scende una luce dall’alto che illumina i personaggi. Infine le cosiddette “pietre di paragone”, tecnica tipica del primo Seicento veronese fondata sul marmo nero e lucente delle cave vicine a Salò, adoperato quale materiale di supporto per sfondi neri privi di profondità su cui dipingere figure in primo piano offrendo risultati simili ai notturni tardo manieristici.

Sono poi ammirabili ulteriori quadri del medesimo periodo, quali una tavola ritraente un gruppo di frati in una scena conviviale, svariati ritratti dai toni scuri tra cui quello di Alessandro II Pompei e Girolamo I Pompei detto Malanchino, dipinti da Pasquale Ottino con la tecnica dell’olio su tela polilobata. Una statua lapidea di un guerriero a cavallo è invece visibile nella torre dell’orologio, che offre anche una magnifica vista del castello dell’alto.

La lunga descrizione effettuata non mira ad essere in alcun modo esaustiva dell’interminabile collezione di Castelvecchio, la cui incredibile bellezza lascia estasiato qualunque visitatore. Uno spettacolo per gli occhi e il cuore.

La statua equestre di Mastino II della Scala, opera del Maestro dell'arca di Mastino II in pietra tenera, secondo quarto del quattordicesimo secolo

Tutte le foto di Cristina Trimarchi.

 


Cantieri aperti ad Ercolano. Si inizia con il restauro di un mosaico

Appassionare gli spettatori e coinvolgerli nelle attività da cantiere è uno degli obiettivi del Parco Archeologico di Ercolano che dal 21 gennaio aprirà ai visitatori i cantieri di restauro e manutenzione attivi nella città vesuviana. Presso la Casa dell’Albergo, accessibile sia dal III che dal IV Cardo Inferiore, i restauratori distaccheranno un mosaico situato sul pavimento di un grande ambiente di soggiorno della casa che in antico doveva avere uno splendido affaccio sul mare.

Il mosaico, che ha una superficie di 20 mq, sarà rimosso dal piano originario e collocato su 10 pannelli componibili e saranno così avviati i lavori di risanamento del sottofondo e la pulitura delle tessere in un apposito laboratorio allestito nel Parco.

I lavori sono inseriti nel piano di manutenzione straordinaria avviati dal Parco nell’estate 2018 e che si concluderanno a fine 2019 con il finanziamento statale del Fondo per lo sviluppo e la Coesione (FSC) e il lavoro del personale del Parco e dell’Herculaneum Conservation Project. Gli interventi saranno estesi a grandi aree del Parco e della Villa dei Papiri e prevede, oltre ad interventi di messa in sicurezza e manutenzione, anche interventi di decoro generale del sito.

Questa iniziativa è l’anteprima del programma di visite ai cantieri di restauro con cui il Parco intende favorire la partecipazione e l’informazione sull’incessante opera di tutela e conservazione del patrimonio archeologico- dichiara il Direttore Francesco Sirano. Per favorire il coinvolgimento di una platea più ampia possibile l’evento sarà seguito dai nostri social media sui quali a breve ci sarà il programma delle visite ai cantieri”.

Appuntamento a domani 21 gennaio alle 11.30 con i restauratori e tecnici del Parco Archeologico di Ercolano che daranno informazioni ai presenti sui lavori tecnici e sui canali di Classicult con video e foto esclusive.


Modena: le "Storie d'Egitto" per riscoprire la collezione dei Musei Civici

"Storie d'Egitto" è un progetto scientifico che permetterà al pubblico di assistere al restauro della mummia di un bambino vissuto nell'Egitto di epoca romana, per poi accompagnarlo a riscoprire la collezione egizia dei Musei Civici di Modena.

La prima parte di "Storie d'Egitto" ruota intorno alla diagnostica e al restauro. Le analisi hanno permesso di riconoscere che la mummia modenese, all'interno del sarcofago proveniente dalla Regia Università di Modena, è quella di un bambino di tre anni, vissuto in Egitto tra il I e il II secolo d. C. Tra i reperti studiati, è stato quello che ha richiesto le analisi più articolate che hanno coinvolto numerosi specialisti ed enti, con indagine tomografica computerizzata (Tac e RX), datazione al radiocarbonio (C14) di un frammento osseo e di alcuni campioni di bende, analisi merceologiche dei filati del bendaggio, studio paleopatologico e antropologico, analisi dei pigmenti presenti nei reperti e della policromia nel cartonnage, identificazione della specie legnosa utilizzata per il sarcofago, e pure analisi entomologiche.

La Tac alla mummia

A curare l'aspetto della diagnostica e della manutenzione conservativa è stata Daniela Picchi, responsabile sezione egiziana del Museo Civico Archeologico di Bologna, coinvolgendo espert del settore.

Cinzia Oliva esamina per la prima volta la mummia

Si permetterà poi al pubblico di assistere al restauro - affidato a Cinzia Oliva - della summenzionata mummia, dal 5 all'8 febbraio, mentre il 9 e il 10 febbraio si presenteranno i risultati al Teatro anatomico di Modena.

Scopertura del teschio della mummia

Ad essere oggetto di indagini è stata però l'intera collezione egizia dei Musei Civici di Modena, costituita alla fine del diciannovesimo secolo (dopo la fondazione del Museo) e che consta di un'ottantina di reperti. La loro storia e il loro legame con Modena è di per sé interessante: si accennava alla provenienza della mummia (e delle altre parti umane) dalla Regia Università di Modena, ma questi reperti erano in Modena già nel 1669, risultando negli elenchi della "Ducal Galleria Estense"; l'interesse collezionistico dei duchi d'Este si spingeva fino alle antichità egiziane. Oltre alla mummia del bambino, negli elenchi del 1751 si parla anche di una regina d'Egitto, della quale però non si ha al momento alcuna traccia.

Le donazioni alla collezione partono poi dal 1875: a donare fu già lo stesso fondatore e primo direttore del Museo Civico, Carlo Boni, insieme a modenesi illustri. Nonostante questo, non sembra tuttavia che l'idea di creare una sezione di egittologia sia stata perseguita con convinzione. Le ultime donazioni risalgono al 1906.

Le indagini sono state preliminari alle operazioni di pulitura e restauro, a cura di Cinzia Oliva (per i reperti organici), Renaud Bernadet (per i reperti archeologici), e Post Scriptum (per il cartonnage). Marco Zecchi, docente di Egittologia all'Università di Bologna, ha curato la supervisione scientifica dello studio dei reperti, che ha visto coinvolti due giovani ricercatori, Beatrice De Faveri e Alessandro Galli.

 

La seconda parte di "Storie d'Egitto" è quindi quella della mostra, che verrà inaugurata sabato 16 febbraio al Palazzo dei Musei di Modena, e che permetterà quindi al pubblico di riscoprire questa collezione con un ricco apparato multimediale e un forte richiamo all'esposizione ottocentesca.

Tra i reperti che la compongono, statuette ushabti del Nuovo Regno (XVIII-XX dinastia, 1539-1070 a.C) e di Epoca Tarda (XXVI-XXX dinastia, 664-332 a.C.), sei vasi canopi, amuleti, bronzetti, terracotte. Degno di nota uno scarabeo commemorativo di Amenhotep III (Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1388-1351 a.C.), che celebra la sposa Ty.

Storie d'Egitto Musei Civici di Modena Palazzo dei Musei

"Storie d'Egitto" è stato curato per i Musei Civici di Modena da Cristiana Zanasi; la mostra sarà visitabile fino al 7 giugno 2020. Per informazioni si può visitare il sito dei Musei Civici di Modena.

Fonte: Comune di Modena 1, 2.