Un grande della storia di Pompei: Amedeo Maiuri

Nasce a Veroli il 7 gennaio del 1886, in Ciociaria. A Ceprano il nonno governava i campi con le forbici di potatore alla cintola mentre la nonna amministrava formaggi e lana di pecore. Il padre, Giuseppe, era avvocato e notaio, e diventa poi anche sindaco. La madre, Elvira Parisi, era di un’agiata famiglia di commercianti romani di preziosi. Circa un anno dopo la nascita di Maiuri lascia marito e figli e si stabilisce nella casa dei fratelli a Roma.

Amedeo fa le elementari a Ceprano, timido e a tratti introverso. Anche al ginnasio, che frequenterà lontano da casa nel Seminario degli Scolopi ad Alatri, la mancanza di libertà, il cibo scarso e cattivo, la monotonia della vita in collegio, lo inducono ad essere schivo. È miope e affetto talvolta da balbuzie, senza contare che è destinato al sacerdozio.

Amedeo Maiuri. Credits: Pompei Parco Archeologico

Con sorpresa di tutti, un giorno, già seminarista, si ribella alla tonaca e decide di prepararsi da privatista agli esami di ammissione al liceo. Approda così al liceo Visconti di Roma mettendo fine alla sua infanzia ciociara.

Gli anni a Roma sono scialbi, dopo il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere alla Sapienza.  Incontra la sua futura moglie, Valentina Maffei, bella ed estroversa quanto lui taciturno e schivo. Valentina diventa per lui fidanzata, sorella e madre. Mentre prepara la tesi in filologia bizantina su Teodoro Prodromo il fidanzamento precipita. La famiglia di lei cerca di allontanarli, convinta che la relazione con lo squattrinato Maiuri non possa giovare a Valentina. Ma come in tutti i romanzi a lieto fine, il giovane Amedeo corre incontro alla sua principessa e pur con pochi soldi le giura amore eterno.

La vocazione per l’archeologia nasce in seguito al suo incontro con Federico Halbherr, docente schivo quanto Maiuri, noto archeologo ed epigrafista che si occupava degli scavi di Creta, il quale lo convince a partecipare al concorso per una borsa di studio triennale per la Scuola Archeologica Italiana di Roma e di Atene. Materie di esame sono l’archeologia e l’epigrafia ma il tempo per prepararsi è poco, un mese circa, e Maiuri sa che a quel concorso avrebbero partecipato forse altri più bravi e ferrati di lui. In suo soccorso giunge una disgrazia, il terremoto di Messina del 1908 a causa del quale le lezioni all’Università e gli esami vengono rimandati. Può quindi prepararsi adeguatamente al concorso che , manco a dirlo, vince. La borsa gli fa aprire gli occhi sul mondo “della civiltà dell’arte antica”.

È a Creta, dove Halbherr lo chiama a partecipare alla Missione archeologica italiana,  che si rende conto della nuova passione che gli sta nascendo. La sua vocazione per l’archeologia è un lento processo psicologico di un animo sensibile verso una scoperta di verità e libertà.

Non si può comprendere Maiuri studioso e poeta se non si comprende e conosce la sua storia fin dall’infanzia e l’humus in cui si sviluppa la sua umanità e la sua personalità.

L’esperienza greca di Maiuri si conclude nel 1911 quando vince il concorso per ispettore alle antichità a cui partecipa soprattutto per porre rimedio alle sue difficoltà economiche e sposare la fidanzata.

Amedeo Maiuri. Credits: Pompei Parco Archeologico

La sua prima destinazione fu il Museo archeologico Nazionale di Napoli allora guidato da Vittorio Spinazzola. Era un periodo turbolento in cui lo stesso Spinazzola veniva criticato per la gestione degli scavi a Pompei dove aveva introdotto il metodo dello scavo dall’alto verso il basso che consentiva la conservazione dei piani alti degli edifici. In questo clima, Maiuri si ritaglia uno spazio come Ispettore del vasto territorio della Soprintendenza che all’epoca comprendeva Campania e Molise.

Nel 1914 parte con la famiglia per l’isola di Rodi su proposta sempre di Halbherr che gli affida l’incarico di sovrintendere agli scavi dove il governo locale è troppo tollerante con gli scavi illegali finalizzati al commercio anch’esso illegale delle opere d’arte. Dopo un iniziale braccio di ferro con le autorità militari, che alla fine gli riconoscono il suo ruolo, nei dieci anni a Rodi segue gli scavi della città classica e il piano di restauri della città medioevale. L’esperienza di Rodi si conclude nel 1924 con la promozione a soprintendente alle Antichità della Campania e del Molise. La nomina dell’allora trentottenne Maiuri viene accolta con sospetto ma subito si guadagna la fiducia di tutti: “la sua semplicità colpisce e conquista tutti. Gli uscieri gallonati […] vedono con sorpresa sempre aperta la porta del “capo”, entrare e uscire dalla sua stanza chiunque senza ombra di formalismo, in un rapporto nuovo in cui l’immediatezza si traduceva in funzionalità, operosità collettiva”, come racconta Giuseppe Maggi.

In Campania ricordiamo Maiuri soprattutto per Pompei ed Ercolano.

Sostituto di Spinazzola che era stato ampiamente criticato per il suo tentativo di voler trasformare un museo all’aperto come Pompei in un ambiente integro nei suoi molteplici aspetti, Maiuri raccoglie la sua eredità e sente che il suo predecessore era nel giusto. Spinazzola, liberale, era stato una delle prime vittime del regime. Comincia il lavoro lì dove lo aveva interrotto Spinazzola, a via dell’Abbondanza. La prima grande scoperta la fa in quella che poi verrà chiamata la casa dell’Efebo, dove appunto scopre un grande bronzo risalente ai più puri modelli dell’arte attica del V sec. A. C. adattato alla funzione di portalampade.

Ma ciò che attira Maiuri è sì la bellezza della statua ma di più indaga l’umanità di chi viveva le strade e le case di Pompei. Si chiede perché il bronzo si trova lontano dal triclinium e scopre che era avvolto in panni, segno che qualcuno aveva pensato di metterlo al riparo da possibili danni. Lo colpiscono le strade e i calchi delle vittime, la loro fuga, la loro disperazione. Scavò gran parte delle insulae ancora sepolte, indagò l’evoluzione della città antica fino ai livelli più antichi della città sannitica e restaurò gli edifici danneggiati dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Infine liberò le mura urbane dal terreno accumulato dai precedenti scavi. Si è calcolato che la terra rimossa per liberare le mura ammontò a circa un milione di metri cubi. Con astuzia, Maiuri riuscì a trasformare questo accumulo in un terreno utile alla bonifica dei territori acquitrinosi limitrofi ottenendo un cospicuo finanziamento dalla Cassa del Mezzogiorno. Anche l’autostrada Napoli – Salerno fu costruita in parte grazie alla terra proveniente dagli scavi di Pompei. Quindi a lui si deve l’attuale aspetto del Parco archeologico ma anche quello della città moderna.

A Ercolano, tra il 1927 e il 1961, riporta alla luce gran parte della  città. Si occupa anche del riordino delle collezione del Museo archeologico nazionale di Napoli e grazie alla sua abilità di mediatore riesce a proteggere i reperti nel museo nel corso della seconda guerra mondiale. Riesce ad evitarne la distruzione trasferendoli a Montecassino. Durante un’incursione aerea, sulla strada tra Pompei e Napoli si frattura una gamba, frattura che lo costringe al bastone per il resto della vita.

Intensa anche la sua carriera accademica: gli viene conferita la Cattedra di Antichità Pompeiane ed Ercolanesi all’Università di Napoli ed è anche docente all’Istituto “Suor Orsola Benincasa”, prima di Storia Antica e poi di Storia Romana. Il 30 novembre del 1961, all’età di 75 anni, va in pensione lasciando l’Università, la Soprintendenza e la Direzione degli Scavi. Muore il 7 aprile del 1963 a 77 anni, a due anni dalla pensione. I funerali mossero dal Museo all’Università, i due poli della sua lunga e intensa carriera.

 

Fonti: Giuseppe Maggi, Fondo Maiuri, Domenico Camardo e Mario Notomista


La rinascita della Schola Armaturarum di Pompei

Dal 3 gennaio la Schola Armaturarum torna visitabile al pubblico. Il racconto di questo luogo simbolo della rinascita di Pompei, tragicamente collassato nella parte superiore il 6 novembre 2010, sarà affidato ai restauratori che illustreranno il minuzioso intervento di restauro sugli affreschi, e gli ambienti retrostanti oggetto dell’ultima campagna di scavo che ha contribuito a chiarire la funzione di questo edificio.

La Schola durante gli scavi del 1915-16

Le visite saranno possibili ogni giovedì negli orari di apertura del sito, per gruppi contingentati di visitatori.

E’ il primo passo verso un più articolato progetto di fruizione e di musealizzazione, esteso anche ai vani retrostanti, che consentirà di vedere i dipinti e gli oggetti nel loro luogo di rinvenimento.

Scavata da Vittorio Spinazzola tra il 1915 e il 1916, la Schola Armaturarum era probabilmente un edificio di rappresentanza di un’associazione militare, come si può dedurre dalle decorazioni e dal rinvenimento di armi custodite al suo interno. Gli ultimi scavi eseguiti per la messa in sicurezza delle strutture, sembrano rafforzare questa ipotesi. Sul retro dell’edificio sono infatti venuti alla luce ambienti di servizio dove si custodivano anfore contenenti olio, vino pregiato e salse di pesce provenienti dal Mediterraneo (Creta, Africa, Sicilia, Spagna), prodotti di qualità da servire in occasioni conviviali o di rappresentanza.

Le anfore rinvenute negli ultimi scavi

Quello del 2010 non fu l’unico crollo dell’edificio. Durante i bombardamenti alleati del ’43, la struttura venne semidistrutta e andarono perduti in maniera irreparabile gran parte degli elevati e degli apparati decorativi .Nei successivi restauri condotti da Amedeo Maiuri tra il 1944 e il 1946, si procedette a una ricostruzione integrale delle pareti laterali fino a 9 m di altezza e alla realizzazione di una copertura piana in cemento armato. Come avvenne per molti restauri dell’epoca, l’intervento ricostruttivo, finalizzato a riproporre i volumi originari dell’edificio, fu eseguito con materiali impropri (ferro e cemento) rispetto alle tecnologia costruttiva antica

L’indagine della Procura non ha individuato cause o responsabilità del crollo del 2010. E’ tuttavia probabile che il collasso fu determinato da una serie di concause, aggravate dall’intensità delle piogge di quei giorni: il probabile malfunzionamento dei sistemi di smaltimento dell’acqua e il conseguente peso eccessivo della copertura moderna; la spinta del terreno retrostante; l’incompatibilità dei materiali utilizzati nella ricostruzione postbellica; la mancanza di un sistema programmato di monitoraggi e manutenzione. Il crollo aveva interessato in maniera preponderante la ricostruzione moderna di Maiuri e in misura minore le pitture originali.

Gli interventi di recupero hanno avuto inizio nel 2016 con il supporto tecnico di Ales, la struttura interna del Mibac che si occupa da più di tre anni della manutenzione programmata di Pompei. Realizzata una copertura temporanea che consentisse l’avvio dei lavori, si è proceduto inizialmente alla messa in sicurezza delle strutture e degli apparati decorativi, per evitare l’ulteriore perdita di porzioni originali. E’ stato cioè necessario in una prima fase ripristinare la stabilità delle murature e degli intonaci superstiti, fortemente compromessa dalle sollecitazioni dovute al crollo della copertura e delle pareti laterali.

Successivamente si è intervenuti sulle superfici dipinte agendo in parallelo, sulle pareti conservate all’interno dell’edificio e ricomponendo in laboratorio i frammenti recuperati dopo il crollo. Si è scelto di ripristinare la leggibilità figurativa attraverso un’attenta pulitura e un’accurata presentazione estetica, pur garantendo la riconoscibilità dell’intervento. In particolare il trattamento delle lacune presenti sulle pareti dipinte è stato oggetto di un’approfondita riflessione critica.

Si è scelto di adottare il ‘tratteggio’, una tecnica messa a punto dall’Istituto Centrale del Restauro negli anni ’40, che consiste nell’accostamento di leggerissimi tratteggi verticali ravvicinati che ripropongono la policromia originale e consentono di ripristinare l’unità dell’immagine perduta, garantendo tuttavia la possibilità di distinguere da vicino l’intervento di restauro .

“Da metafora dell’incapacità italiana di prendersi cura di un luogo prezioso che appartiene all’intera umanità, la riapertura della Schola Armaturarum rappresenta un simbolo di riscatto per i risultati raggiunti a Pompei con il Grande Progetto, e più in generale un segnale di speranza per il futuro del nostro patrimonio culturale. – dichiara Massimo Osanna - Da quel crollo avvenuto nel novembre del 2010, la cui risonanza mediatica determinò un coro d’indignazione internazionale, si è affermata una nuova consapevolezza della fragilità di Pompei e la necessità di avviare un percorso di conservazione, fatto non solo d’interventi straordinari ed episodici, ma soprattutto di cure e di attenzioni quotidiane.”

 


Paris Blues: due storie d’amore jazz a cavallo tra due epoche

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Poster del film Paris Blues. Fair use, copyright degli aventi diritto.

Paris Blues di Martin Ritt è un film sul jazz ambientato a Parigi, ma soprattutto è un film sull’America. Uscita nelle sale il 27 settembre 1961, a pochi mesi dall’elezione di John F. Kennedy a 35° Presidente degli Stati Uniti, la pellicola può dirsi ‘epocale’ nel vero senso della parola in quanto riassume da un lato le tensioni che avevano animato la gioventù americana negli anni ‘50, dall’altro anticipa temi che saranno centrali nel dibattito pubblico americano degli anni ‘60 (questione razziale, lotta per i diritti civili, tossicodipendenza).

Eddie Cook (Sidney Poitier) è un musicista afroamericano, ben lieto di essere sfuggito all’ambiente razzista e discriminatorio della Harlem anni ‘50; Ram Bowen (Paul Newman), talentuoso ma musicalmente indisciplinato, cerca nella Ville Lumiére la propria consacrazione come trombonista jazz, dedicandosi alla scrittura di un’opera sinfonica, Paris Blues, appunto. La loro vita sregolata, tutta dedita all’arte e alle donne, viene interrotta dall’incontro casuale con due giovani turiste americane, ipostasi dell’America che verrà nel decennio successivo: da un lato Connie (Diahann Carroll), insegnante afroamericana, legata alle sue radici e desiderosa di battersi per i diritti della propria gente; dall’altro Lilian (Joanne Woodward), divorziata, con due figlie. Inizialmente, i due musicisti si invaghiscono entrambi di Connie, ma sarà la sfrontatezza e la caparbietà di Lilian a persuadere Ram. Tra le due coppie nascerà subito un amore ‘impossibile’, vissuto intensamente per ‘dodici dolci e amari giorni’ durante i quali tutte le loro certezze vacilleranno al punto da spingere sia Ram che Eddie a decidere di tornare in America e rinunciare così alle proprie ambizioni artistiche, alle proprie vite ‘libere’ (ma da semi-reietti) su e giù tra tetti e scantinati, tra artisti bohémiens, raffinati intellettuali parigini e tossicodipendenti. Ma la loro risoluzione durerà molto poco.

Lilian (Joanne Woodward) e Ram (Paul Newman)

A rappresentare sul piano simbolico la tensione che scuote interiormente i quattro giovani non può che essere, ovviamente, il jazz, quella temperie musicale che aveva agitato le anime più irrequiete e turbolente d’America, quel genere ‘sconcertante’ e vitalistico, nero ma anche bianco (non a caso è solo a Parigi che Ram e Eddie possono fare stabilmente coppia) che aveva rappresentato la più grande rivoluzione musicale dei decenni centrali del XX secolo e che ancora per tutti gli anni ‘60 avrebbe consacrato alcune delle sue più grandi personalità. A fare di Paris Blues un film jazz è la favolosa colonna sonora, curata quasi interamente da Duke Ellington e dalla sua orchestra, nonché l’apparizione di Louis Armstrong, nel ruolo del famoso jazzista Wild Man Moore, il quale dà vita, in un’elettrizzante ‘battle royal’ con Poitier e Newman a una delle scene più celebri e riuscite del film. Va segnalato, inoltre, il personaggio di Michel Devigne (ben interpretato da un intenso Serge Reggiani), omaggio ad uno dei più grandi chitarristi jazz francesi: Django Reinhardt.

Il cameo ‘musicale’ di Louis Armstrong nei panni di Wild Man Moore

Il film, che non può essere ascritto, nonostante il cast stellare, tra le pietre miliari del cinema hollywoodiano (troppo spesso naïf e ‘americano’ nella descrizione del panorama musicale parigino dell’epoca), merita però di essere recuperato come documento storico.

Inizialmente, infatti, la sceneggiatura originale, ispirata all’omonimo romanzo del 1957 di Harold Flender, prevedeva due storie d’amore interraziali che furono però ritenute troppo audaci dalla United Artists per il pubblico americano. Il tema, infatti, viene solo accennato all’inizio del film, quando sia Ram che Eddie vengono attratti dalla bellezza di Connie. Eppure è evidente quanto tale questione sia nodale soprattutto nella storia fra Eddie e Connie, che incarnano due anime differenti del mondo afroamericano: lui, disilluso e più propenso all’evasione, lei, pronta a ‘combattere per gli anni che verranno’, ben inquadrata in un processo di attivismo e cambiamento ormai già in essere e che Eddie, con il suo ormai quinquennale ‘esilio’ parigino aveva totalmente mancato. Se anticonformista è la scelta dei due giovani musicisti, certamente lo è anche quella delle due ragazze: non era consuetudine che una madre e un’insegnante partissero da sole in vacanza in Europa, adottando un comportamento decisamente spigliato e in controtendenza rispetto all’immaginario femminile coevo (si pensi a Lilian che con il suo atteggiamento vince le resistenze di Ram, rifiutato da Connie).

Paris Blues, pertanto, va rivisto e apprezzato non solo per riascoltare la sua splendida colonna sonora, ma anche perché riesce ad essere al tempo stesso un film che sintetizza i caratteri peculiari di un’epoca e fa da cerniera con un’altra, nuova ed incipiente: da un lato, infatti, porta sullo schermo il disagio esistenziale della ‘gioventù bruciata’ degli anni ‘50 che aspirava ad una propria realizzazione ‘fuori’ dalle gabbie dei conformismi americani (Parigi per i due protagonisti è sia oasi che esilio, mentre l’America resta sullo sfondo come un inferno lontano da cui fuggire), dall’altro lascia intravedere a livello seminale quei cambiamenti nelle sfere dei costumi sessuali, delle libertà di espressione e dei diritti civili che caratterizzeranno il ventennio successivo.

Connie (Diahann Carroll) e Eddie (Sidney Poitier) passeggiano per le vie di Parigi.

Posa e variazioni all'epoca di Rodin, tra Lisbona e Copenaghen

Negli spazi del Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona sarà possibile visitare - fino al 4 febbraio 2019  - la mostra itinerante "Pose and Variations. Sculpture in Paris in the age of Rodin" (Posa e variazioni. La scultura a Parigi all'epoca di Rodin), che arriverà poi in Danimarca alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.

Jean-Antoine Houdon (1741-1828), Apollon, Parigi 1790, bronzo dal Museo Gulbenkian, inv. 552
Denis Pierre Puech (1854-1942), La Sirène enlevant un ephèbe, Parigi 1899, marmo dal Museo Gulbenkain, inv. 2083

La mostra parte dalle sculture francesi ottocentesche acquisite dai collezionisti Calouste Sarkis Gulbenkian (1869-1955) e Carl Jacobsen (1842-1914) e normalmente conservate nei musei citati in precedenza, che furono fondati proprio dai suddetti filantropi. A colpire - come spiegato durante la visita alla mostra - è il fatto che le due collezioni (quella danese risulta più ampia) sembrino in dialogo tra loro, con sorprendenti analogie.

Paul Dubois (1829-1905), Le Chanteur florentin du XVe siècle, Parigi 1865 (1897), bronzo dalla Ny Carlsberg Glyptotek, MIN 522

Tema centrale della mostra itinerante è la posa nella scultura figurativa (elemento fondamentale, sebbene talvolta sfuggente, come nel caso dei bambini), che qui viene mostrata in particolare nel suo manifestarsi con rielaborazioni, ripetizioni, variazioni, riferimenti costanti alle opere precedenti. L'esposizione ripercorre il ciclo vitale, a partire dalla maternità e dall'infanzia, per arrivare all'età adulta.

Paul Dubois (1829-1905), Charité, 1876 (1884), marmo dalla Ny Carlsberg Glyptotek, MIN 527
Jean-Baptiste Carpeaux, Flore accroupie, Londra 1870 (1873), marmo dal Museo Gulbenkian, inv. 562

Fondamentale l'attenzione alla tradizione classica, che però viene rielaborata in maniera realistica e anche sensuale. E se assoluta protagonista è la figura umana, grande importanza ha la natura: questa immerge il visitatore sin dal suo ingresso al Museo Calouste Gulbenkian, che si dimostra così una sede particolarmente calzante e suggestiva per questa mostra.

Aimé-Jules Dalou (1838-1902), Baigneuse, Londra (1870-1879), terracotta dal Museo Gulbenkian, inv. 566
Al centro del concerto, la Danaide di Auguste Rodin (1893), in pietra del fulmine (marcassite)

Un cenno meritano anche le attività che il museo portoghese offre a bambini e famiglie: laboratori di scultura per e concerti di musica classica, che si tengono negli stessi spazi dell'esposizione e che si sposano perfettamente con le opere presentate.

 

Pose and Variations. Sculpture in Paris in the age of Rodin

Pose e Variações. Escultura em Paris no tempo de Rodin

(Posa e variazioni. La scultura a Parigi all'epoca di Rodin)

Curatori: Luísa Sampaio e Rune Frederiksen

Alla Galeria Principal del Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona fino al 4 febbraio 2019.

Avenida de Berna, 45A

Tel +351 217 823 000

Google Maps

Alcune opere selezionate sono presenti sulla app del Museo Calouste Gulbenkian.

Pose and Variations. Sculpture in Paris in the age of Rodin Posa e variazioni Parigi scultura francese Ottocento Museo Calouste Gulbenkian Lisbona mostre
Jean-Baptiste Carpeaux (1827-1875), L'Amour à la folie, Parigi 1872, marmo dal Museo Gulbenkian, inv. 563

Foto di Giuseppe Fraccalvieri


Università La Sapienza Roma

Università La Sapienza a Roma: eventi dal 7 al 10 gennaio

Università La Sapienza Roma

Per la settimana prossima, si segnalano i seguenti eventi di carattere culturale presso l’Università La Sapienza a Roma (ove non indicato diversamente). Ai link relativi a ciascun evento è possibile approfondire.

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Effetto Cinema! I quattro Cavalieri della fantasia

Effetto Cinema! I quattro Cavalieri della fantasia: alla Casa del Cinema l’omaggio ai maestri degli effetti visivi in attesa del primo festival dedicato agli effetti speciali

Prima del 12 gennaio, giorno della kermesse, quattro appuntamenti dall’8 all’11 gennaio dedicati ad altrettanti maestri degli effetti visivi

 

Roma, 4 gennaio 2019 – Il 12 gennaio la Casa del Cinema di Roma ospiterà il primo festival degli effetti speciali, un’occasione irripetibile per scoprire come prendono vita le forme dell’immaginario che sempre più spesso sostituiscono e integrano sul grande schermo la realtà catturata dall’occhio della cinepresa. Non più la realtà, ma una realtà “aumentata”, “virtuale”, immaginata. Questa storia comincia all’inizio del ‘900 con il Viaggio nella luna di Georges Meliès e con lo stupore e la fantasia ricercata dai Fratelli Lumière nei loro esperimenti in 3D.  Sulla strada del meraviglioso, il cinema ha saputo inventare sempre un percorso parallelo che mette in simbiosi ciò che si sogna con ciò che si vede e in questo percorso ha dato luce ad alcuni straordinari creatori del verosimile, del possibile e dell’impossibile.

In attesa del grande evento, nei giorni precedenti (dall’8 all’11), la Casa del Cinema – in continuità con una programmazione natalizia dedicata alla massima icona del sogno: la Luna – renderà omaggio a quattro maestri che hanno fatto la storia degli effetti visivi e degli effetti speciali con la proiezione di quattro loro film. Si comincerà martedì 8 gennaio alle 18 con l’omaggio a Ray Harryhausen e la proiezione del film A 30 milioni di km dalla terra di Nathan Juran. Mercoledì 9 alle 18, invece, si potrà ammirare l’immenso lavoro realizzato da Douglas Trumbull per Blade Runner di Ridley Scott mentre nei giorni successivi,giovedì 10 e venerdì 11 sempre alle ore 18 si renderà omaggio al genio dei due italiani Carlo Rambaldi e Sergio Stivaletti con le proiezioni, nell’ordine, di due dei loro lavori più significativi: E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg e I tre volti del terrore dello stesso Stivaletti.

PROGRAMMA

 

Martedì 8 Gennaio – Sala Kodak Ore 18.00

Ray Harryhausen

A 30 milioni di km dalla terra di Nathan Juran (1957, 82’)

A 30 milioni di km. dalla Terra è un film di fantascienza del 1957 diretto da Nathan Juran e interpretato da William Hopper e da Joan Taylor. Di ritorno da un viaggio spaziale sul pianeta Venere, una navicella statunitense è costretta ad ammarare in Sicilia. Il genio di Harryhausen arriva fino al punto di ricostruire una battaglia ai piedi del Colosseo tra la polizia e l’esercito contro il “lucertolone” che, ignaro, minaccia la Terra. Harryhausen, oggi è considerato il maestro dell’animazione a passo uno con cui inseriva creature fantastiche all’interno di film con attori in carne e ossa . Non ha mai voluto paragonare il suo lavoro nei film in live action con i film di animazione di Tim Burton e Nick Park, che lui vede semplicemente come “film di pupazzi”.

Mercoledì  9 Gennaio – Sala Kodak Ore 18.00

Douglas Trumbull

Blade Runner di Ridley Scott (1982, 117’ Final Cut)

Ambientato nel 2019 in una Los Angeles distopica, dove replicanti dalle stesse sembianze dell'uomo vengono abitualmente fabbricati e utilizzati come forza lavoro nelle colonie extra-terrestri. I replicanti che si ribellano vengono "ritirati dal servizio", cioè eliminati fisicamente, da agenti speciali chiamati blade runner. Rick Deckard, poliziotto ormai fuori servizio, accetta un'ultima missione per dare la caccia a un gruppo di androidi sfuggito al controllo. Dal romanzo di P.K. Dick, è la più spettacolare creazione di Trumbull dopo 2001 Odissea nello spazio. Dopo la collaborazione con Ridley Scott si è sempre più allontanato da Hollywood per tornare al cinema solo negli ultimi anni collaborando con Terrence Malick tra il 2011 e il 2016.

 

Giovedì 10  Gennaio – Sala Kodak Ore 18.00

Carlo Rambaldi

E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg (1982, 115’)

Una notte, una misteriosa astronave atterra nel bel mezzo di una foresta della California, e da essa scende un gruppo di botanici alieni, che cominciano a prelevare campioni di vegetazione. Ognuno è caratterizzato da una grande testa, un collo periscopico e un cuore bioluminescente. Essi comunicano con la telepatia e quando il loro cuore si illumina di rosso significa che si sono scambiati determinate informazioni. E’ il premio Oscar Carlo Rambaldi (vincitore della statuetta già con King Kong e Alien) a creare il bruto e dolcissimo extraterrestre, una “tartaruga senza guscio” che del film è il cuore pulsante. Rambaldi considerava la creatura era stato il suo capolavoro assoluto e l’Academy lo premiò ancora una volta con la celebre statuetta.

 

Venerdì 11  Gennaio – Sala Kodak Ore 18.00

Sergio Stivaletti

I tre volti del terrore di Sergio Stivaletti (2004, 87’)

 

Nello scompartimento di un treno due uomini e una donna dormono. All'improvviso vengono svegliati dall'irruzione di un misterioso individuo, il professor Peter Price, che dice di essere in grado di leggere nel profondo dei suoi interlocutori grazie a una sfera di metallo da lui inventata per l'ipnosi. Questo incontro trasforma i giovani viaggiatori nei protagonisti inconsapevoli di tre storie da incubo: “L'anello della luna”, “Dr Lifting”, “Il guardiano del lago”. Stivaletti, qui impegnato anche come autore e produttore, è un maestro del trucco, degli effetti speciali e  visivi oltre che regista e sceneggiatore. Per oltre 30 anni ha ideato e creato personaggi, creature e mostri per il cinema, la televisione e il teatro, è stato il complice più fedele di maestri come Mario Bava, Lucio Fulci, Dario Argento collaborando inoltre con tanti registi italiani come Michele Soavi, Lamberto Bava, Roberto Benigni e Gabriele Salvatores. Premiato al Noir in Festival 2018.

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Milano: aperture gratuite per l'Epifania

Domenica al Museo

Aperture gratuite per l'Epifania

Milano, 4 gennaio 2019– Un'Epifania al museo per chiudere al meglio le feste. Torna il 6 gennaio l'appuntamento con “Domenica al museo”, l’iniziativa del Comune di Milano che garantisce l’ingresso gratuito in tutti i musei civici la prima domenica di ogni mese.

Milanesi e turisti potranno quindi visitare gratuitamente i Musei del Castello Sforzesco (e le mostre "Vesperbild" e "Avvertenze necessarie e profittevoli a' Bibliotecarj, e agli Amatori de' buoni Libri"), il Museo del Novecento (e le mostre "Margherita Sarfatti. Segni, colori e luci a Milano", "Chi ha paura del disegno? e "Corrente 1938"), la Collezione permanente del MuDeC (e le mostre “Capitani coraggiosi” e “Se a parlare non resta che il fiume”), la GAM, il Museo Archeologico, il Museo di Storia Naturale, l’Acquario, la Casa Museo Boschi Di Stefano. Aperta gratuitamente anche La Pinacoteca di Brera.

Domenica  6 gennaio tutti i musei civici saranno aperti dalle 9:00 alle 17:30, mentre la Collezione Permanente del MuDeC e il Museo del Novecento apriranno dalle 9:30 alle 19:30.

Come da Comune di Milano.


Paolo Giulierini è il miglior direttore di museo del 2018 per Artribune

Anche quest’anno Artribune stila la sua lista di “Best of”, e mentre il 2017 vedeva il Museo Archeologico Nazionale di Napoli come miglior museo, il 2018 vede il suo direttore, Paolo Giulierini, come miglior direttore dell’anno appena concluso.

Facciamo un passo indietro: cos’è Artribune? Artribune è una piattaforma - nata nel 2011 - di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea. Conta 250 collaboratori in tutto il mondo, è un web magazine ma anche free press, grazie a una rivista cartacea gratuita stampata in 55 mila copie che vengono distribuite in tutta Italia; è anche presente sui social network, come app per smartphone ed è anche web-tv. Diretta da Massimiliano Tonelli e presieduta da Paolo Cuccia (anche presidente del Gambero Rosso), ad oggi è la più ampia redazione culturale del Paese.

La nomina, quindi, assegnata da Artribune non è certo paragonabile ad un Oscar ma ha sicuramente un valore non da poco per chi riceve il titolo di “Best of the year” nella sua categoria.

Leggiamo la motivazione di questa nomina per Paolo Giulierini, cortonese di nascita, residente a Firenze e adottato da napoletani (e non) da ormai tre anni, da quando cioè dirige uno dei musei più importanti al mondo, unico nel suo genere se si pensa che è legato indissolubilmente alle scoperte di Pompei e di Ercolano. Il riconoscimento di miglior direttore di Museo va a Paolo Giulierini “Perché riattivare in chiave contemporanea l’antico è una sfida difficile ed importante, e il direttore sta portando avanti con grande audacia un programma di modernizzazione, esemplare per istituzioni analoghe. Inoltre Giulierini sta rendendo sempre più innovativa e fruibile la magnifica collezione del museo che dirige.” La motivazione poi rimanda ad un altro “best of” della classifica, quello di miglior progetto digitale per i beni culturali, riconosciuto al videogame “Past for Future”, rilasciato da pochi giorni dal team di Fabio Viola per il Museo nazionale di Taranto. Si premia fondamentalmente il lavoro di “Tuomuseo”, che aveva lanciato come primo videogame per musei “Father and Son”, realizzato per il MANN.

Emozionato, Paolo Giulierini commenta: “Sono orgoglioso del lavoro svolto, portato innanzi con entusiasmo e dedizione: è un lavoro che premia tutto lo staff del Museo, indispensabile punto di riferimento per questa straordinaria esperienza di gestione del mio, del nostro amatissimo MANN”.Paolo Giulierini miglior direttore di museo 2018 Artribune


A Palazzo Morando gli abiti da star di Rosanna Schiaffino

Cultura

A Palazzo Morando gli abiti da star di Rosanna Schiaffino raccontano la sua vita privata e la sua carriera cinematografica

Abiti, tessuti, ricami, grandi firme e film si intrecciano con la vita privata dell’attrice in un racconto che si dipana dalla fine degli anni Cinquanta per arrivare al Duemila, ripercorrendo non solo le sue scelte in fatto di moda, ma anche la sua carriera di attrice, segnata da collaborazioni con registi come Rossellini, Lattuada, Rosi, Minnelli e tanti altri.

Milano, 30 dicembre 2018 – Palazzo Morando | Costume Moda Immagine presenta al pubblico il prezioso guardaroba dell’attrice Rosanna Schiaffino, recentemente entrato a far parte delle collezioni del Museo. Il progetto espositivo, promosso dal Comune di Milano-Cultura e curato da Enrica Morini e Ilaria De Palma, racconta attraverso gli abiti e la figura di Rosanna Schiaffino non solo i momenti più significativi della recente storia della moda, ma anche il modo di presentarsi al pubblico di una star del cinema degli anni ’60 e quello privato di una signora dell’alta società milanese degli anni ’80 e ’90.

In programma nelle sale del Palazzo fino al 29 settembre 2019, con ingresso libero, “Rosanna Schiaffino e la moda. Abiti da star” espone oltre quaranta abiti di alta moda e prêt-à-porter delle più importanti firme del secondo Novecento. Abiti, tessuti, ricami, grandi firme e film si intrecciano con la vita privata dell’attrice in un racconto che si dipana dalla fine degli anni Cinquanta per arrivare al Duemila, ripercorrendo non solo le sue scelte in fatto di moda, ma anche la sua carriera di attrice, segnata da collaborazioni con registi come Rossellini, Lattuada, Rosi, Minnelli e tanti altri. Fotografie di scena e di backstage, oltre che immagini tratte dai suoi album personali, messe generosamente a disposizione dalla famiglia, contribuiscono a ricrearne la figura.

Gli anni della Hollywood sul Tevere sono rappresentati dalle sartorie di alta moda fra le più importanti del periodo: da Federico Forquet, creatore del giacchino indossato da Rosanna Schiaffino in occasione delle sue nozze con Alfredo Bini, pigmalione dell’immagine della star, a Germana Marucelli, autrice tra gli altri di uno straordinario modello Totem completamente ricamato.

Negli anni Settanta è la novità del prêt-à-porter ad affascinare l’attrice, che nelle collezioni di Saint Laurent Rive Gauche sceglie capi iconici come lo smoking, la sahariana, fino ai caftani.

Il matrimonio con Giorgio Falk corrisponde al ritiro dalla scena e segna da un lato un ritorno alla haute couture e agli spettacolari modelli di Valentino e Gianfranco Ferré, dall’altro la scoperta del prêt-à-porter degli stilisti italiani, quello che rappresentò il periodo di maggior successo e creatività del Made in Italy.

La sezione cinema, curata da Elena Gipponi, è stata realizzata grazie al supporto dell’Università IULM.

Il catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, esplora il rapporto di Rosanna Schiaffino con la moda e la sua carriera cinematografica e costituisce una preziosa occasione per studiare tessili e ricami di un trentennio di grandi eccellenze industriali e artigianali italiane.

 

Come da Comune di Milano.


Le Civiltà e il Mediterraneo Museo Archeologico Nazionale di Cagliari Sardegna mostre

La mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo” rimette al centro la Sardegna

Una spettacolare mostra per guardare dalla Sardegna alle Civiltà del Mediterraneo all’alba della Storia.
Intrecci, confronti, dialoghi dal bacino del 
Mare Nostrumalle montagne del Caucaso.
Oltre 550 opere da importanti Musei internazionali e dalle collezioni sarde, per connettere la cultura nuragica ai grandi processi di civilizzazione della protostoria.

Che cos’è il Mediterraneo?” si chiede lo storico Fernand Braudel, e risponde:
“Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi.
Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una cultura ma una serie di culture accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa sprofondare nell’abisso dei secoli, perché è un crocevia antichissimo”.

 

DA DOVE SIAMO PARTITI

Due eventi in questo ultimo triennio hanno avvolto la Sardegna di una luce propria,
in un contesto culturale e di interesse turistico di grande rilievo.
Con la mostra del 2015 Eurasia – fino alle soglie della storia”, Cagliari ha avviato un’importante relazione con il Museo Statale Ermitage - i cui capolavori si sono incrociati con quelli sardi e di altre regioni italiane - aprendo il cammino ad un ragionamento sullo sviluppo delle civiltà in epoca preistorica nel contesto Euroasiatico, intravedendo legami e connessioni intraculturali e restituendo alla Sardegna un ruolo assolutamente centrale negli incroci di civiltà.

Quindi, con il convegno del 2017 “Le Civiltà e il Mediterraneo – grandi musei a confronto” promosso dall’Assessorato del Turismo della Regione Autonoma Sardegna, si sono gettate le basi di una riflessione internazionale di più vasta portata sul tema,che ha coinvolto studiosi ed esponenti di prestigiosi musei, strategici nella ricognizione delle civiltà del Mediterraneo in età preistorica e nella ridefinizione del ruolo dell’Isola e delle sue culture in questo contesto.

Una tematica sostanziale dal punto di vista culturale e turistico, che ha reso desiderabile lo sviluppo di nuove prospettive e che ha spinto l’Assessorato del Turismo Artigianato e Commercio a sottoscrivere insieme a Mibac, Polo Museale della Sardegna, al Comune di Cagliari e alla Fondazione di Sardegna, un protocollo di collaborazione culturale pluriennale con il grande Museo di San Pietroburgo, con il coinvolgimento di Ermitage Italia, per ampliare i fronti di ricerca e di studio, dando conto del ruolo e della storia sarda, quale occasione di promozione internazionale e di affermazione identitaria.

Si riconosce in tal modo una centralità della Sardegna come punto di osservazione verso l’esterno, per confermare non solo le sue radici profondamente mediterranee, ma quale avamposto delle connessioni tra le varie civiltà sviluppatesi nel Mediterraneo.

Con questa prospettiva e grazie agli studi qui effettuati, è nato dunque il progetto del grande evento espositivo Le Civiltà e il Mediterraneo” - dal 31 gennaio 2019 nelle sedi del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e di Palazzo di Città - che ha coinvolto importanti musei internazionali, mettendo in luce connessioni e differenze, in modo da restituire un’immagine della Sardegna fondante e attrattiva.

Sorta di continente in miniatura per diversificazione territoriale e climatica, come altre grandi isole, la Sardegna ha sviluppato specifiche forme di civiltà straordinarie e comunicanti, che in questa mostra si confrontano con le altre contestuali civiltà mediterranee e riconnettono i fili di antichi dialoghi.

Questa regione, che è sempre stata ritenuta isolata e lontana dai contatti più fecondi, si rivela invece punto di scambio materiale e culturale e centrale nel sistema delle relazioni geopolitiche, di cui la Sardegna torna protagonista e artefice al tempo stesso.

Le Civiltà e il Mediterraneo Museo Archeologico Nazionale di Cagliari Sardegna mostreDOVE SIAMO ARRIVATI. LA GRANDE MOSTRA DI GENNAIO 2019

Un complesso di oltre 550 reperti è dunque il fulcro del progetto espositivo “Le Civiltà e il Mediterraneo”, curato da Yuri Piotrovsky del Museo Statale Ermitage,Manfred Nawroth del Pre and Early History-National di Berlino, in collaborazione conCarlo Lugliè, docente all’Università di Cagliari e Roberto Concas, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Il nucleo centrale dell’esposizione è dedicato all’archeologia preistorica sarda - circa 120 opere rappresentative dell’evoluzione delle culture dal Neolitico alla metà del primo millennio a.C. - mentre gli altri reperti,
sono chiamati a rappresentare diverse culture e aree del Mediterraneo e del Caucaso, nel medesimo arco temporale 
e provengono da grandi musei archeologici afferenti per geografia o collezioni: il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Museo del Bardo di Tunisi, il Museo Archeologico di Salonicco, il Museo di Berlino e ovviamente il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione.

Un corpus espositivo di grande significato e fascino; un evento culturale internazionale unico e fondamentale per la valorizzazione della storia, della cultura e dell’arte della Sardegna, organizzato da Villaggio Globale International con un allestimento contemporaneo, scenografico e visionario firmato da Angelo Figus.

Un viaggio nel tempo, nello spazio, nella storia delle civiltà che si sono intessute in quel Mare Nostrum che appare matrice primigenia, luogo permeabile di culture, arti e saperi.

COSA CI ASPETTA. TEMI E TESTIMONIANZE.

Vasellame in terracotta, elementi in ceramica, armi e utensili, oggetti di culto e antichi idoli, monili e, soprattutto, straordinari oggetti in bronzo di diverse provenienze approderanno a Cagliari per ricordare le antiche rotte e ritrovare porti già conosciuti. Nell’età del bronzo s’intensificano i traffici e gli scambi che univano, in modo diretto o mediato, i centri minerari, in particolare dello stagno e del rame, ai centri di produzione, arrivando a coinvolgere gran parte del continente europeo e le regioni asiatiche e imponendo società via via più complesse e meglio organizzate.
Il rame grezzo era modellato in forme diverse a seconda dei periodi e delle cerchie artigianali.

I lingotti a pelle di bue (oxhide ingots), dalla caratteristica forma quadrangolare con apici sviluppati comodi per il trasporto sulle spalle o per lo stivaggio - cronologicamente inquadrati tra il XIV e il XI secolo a.C. - sono stati rinvenuti a Cipro, in Anatolia, nel mar Nero, a Creta, nell’Egeo, in Grecia, in Sicilia, in Sardegna, in Corsica e Francia meridionale, e in alcune regioni dell’entroterra europeo dislocate lungo il corso dei grandi fiumi che dovevano fungere da vie di penetrazione.

Il centro di irradiazione viene identificato nell’isola di Cipro, che possiede ricchissimi giacimenti di rame purissimo, ed è interessante notare l’altissima concentrazione di lingotti a pelle di bue di provenienza cipriota in una terra ricca di rame come la Sardegna già a partire dal Bronzo recente.

Questa diffusione, a cui si accompagna un massiccio apporto di tecniche metallurgiche di matrice cipriota, avvalora l’immagine di un mar Mediterraneo solcato da un complesso sistema di rotte che ne fanno un prezioso ed efficace apparato connettivo tra Occidente e Oriente, lungo il quale si spostano uomini, merci e idee.

Tra i protagonisti di questi movimenti, che si ascrivano a una prevalente componente medio-orientale (cipriota-levantina e poi fenicia), spiccano i Micenei, che nel lungo arco di tempo corrispondente al periodo della formazione dei regni palatini, dal loro sviluppo fino alla crisi che ne segna la ne nel XII secolo a.C., lasciano nel Mediterraneo i segni del loro passaggio alla ricerca prevalentemente di metallo e beni di lusso.
L’indicatore immediato di questi movimenti è la ceramica micenea, di argilla tornita e depurata, con decorazione dipinta a vernice brillante, che compare già dalle fasi più antiche (XVII-XV secolo a.C.) in Sicilia e in Italia, ma anche in Anatolia occidentale.Nella fase di maggior espansione della potenza micenea si assiste in Occidente alla produzione di una ceramica di imitazione che ha fatto ipotizzare l’esistenza di botteghe artigianali italo-micenee e di nuclei stanziali micenei.

In diversi siti, tra cui Antigori di Sarroch in Sardegna, artigiani micenei potrebbero essersi integrati nelle comunità protostoriche italiane già prima che il collasso dei regni aumentasse la propensione a migrare fuori dalla madrepatria.

Presso il nuraghe Antigori di Sarroch, oltre all’abbondante materiale proveniente dal Peloponneso, Creta e Cipro, è stata individuata anche una classe di ceramica di imitazione e di produzione locale. Alcune tipologie di vasi, come per esempio le anfore a staffa, sembrano indicare un collegamento con il sito di Cannatello in Sicilia(dove oltretutto è presente ceramica nuragica di importazione) e con gli empori dell’Africa settentrionale, quasi a segnare una rotta ideale che arriva in Sardegna toccando le sponde meridionali del Mediterraneo, alternativa rispetto a quella settentrionale che privilegia lo Ionio e l’Adriatico. Questa rotta sarà la stessa che alcuni secoli dopo seguiranno i prospectors fenici alla ricerca di giacimenti metalliferi verso la Spagna, rotta in cui la Sardegna avrà comunque un ruolo centrale.

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International