Teatro San Ferdinando Totò

Il Teatro San Ferdinando tra Napoli, Eduardo e la Leggenda

Il Teatro San Ferdinando tra Napoli, Eduardo e la Leggenda

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Teatro San FerdinandoIn genere le frontiere sono posti fortemente contraddittori che assorbono in sé elementi di ciascuno dei mondi a cui fanno da confine: Piazza Eduardo De Filippo è a tutti gli effetti una frontiera tra la Napoli turistica del Duomo e dei Decumani e quella verace del Rione Sanità; eppure la sensazione che si prova arrivandoci è quella di entrare in una zona franca dove le diverse confusioni che imperversano da un lato e dall'altro della trincea si annullano a vicenda. Nell'esedra della piazza, come vuole un abusato luogo comune, il tempo pare essersi fermato: il rumore del traffico è attenuato, lontano, sostituito dal tintinnio di cucchiaini e tazzine del vicino caffè, dall'esultanza dei bambini che giocano a calcio inneggiando a Maradona, che probabilmente nemmeno avranno mai visto in campo se non su YouTube, ma che a Napoli è invocato più di san Gennaro. A bambini come questi si rivolgeva Eduardo quando, nel 1947, in una splendida poesia li invitava a prestare attenzione a non distruggere con le pallonate i lampioni del Teatro San Ferdinando, all'epoca appena riaperto.

Eccolo qui, il San Ferdinando: inglobato in una palazzina moderna, con la sua semplice facciata che dà sulla Piazza, ha ben poco di sfarzoso e quasi nulla che tradisca la sua secolare età e le numerose volte che è stato distrutto e ricostruito.

“Il Teatro nasce intorno al 1790 per volontà di Ferdinando IV di Borbone” spiega Andrea, giovanissimo cicerone volontario per Open House Napoli: secondo le leggende, la vera intenzione del sovrano (quarto Re di Napoli e primo delle Due Sicilie) era costruire un luogo deputato a ospitare una figlia malata o a incontrare le sue numerose amanti; quest'ultima versione è stata immortalata nel film del 1959 Ferdinando I Re di Napoli, interpretato dai fratelli Titina, Peppino ed Eduardo De Filippo: una singolare coincidenza che si rivela solo uno dei molti legami tra la storia del Teatro alla celebre famiglia di attori. In effetti, dopo essere stato quasi distrutto durante un bombardamento nel 1943, il San Ferdinando fu fatto ricostruire dallo stesso Eduardo De Filippo: sotto la sua direzione esso visse splendide stagioni che lo portarono ben presto a godere di un ritrovato prestigio. Caduto nuovamente in disuso dopo la morte dell'attore, fu donato al Comune di Napoli dal figlio Luca; restaurato e riaperto nel 2007, il Teatro San Ferdinando è oggi tornato a essere il tempio della commedia partenopea, onore ben esplicitato nelle formelle sugli antiporta che separano l'ingresso dal foyer, sulle quali sono raffigurati i tre numi tutelari del Teatro: un'allegoria della Commedia, la sirena Partenope e lo stesso Eduardo, ritratto in uno stile che ricorda gli ex-voto in una scena del suo atto unico Sik-Sik, l'artefice magico.

Teatro San Ferdinando“Eduardo aveva fatto riaprire il San Ferdinando con l'intenzione di donarlo al popolo di Napoli” spiega Andrea, “per questo previde diverse fasce di prezzo per i biglietti, la più economica delle quali era accessibile anche ai meno abbienti”. Dettaglio non da poco: negli anni '40 del Novecento la stratificazione sociale era ancora ben tangibile e si rifletteva anche nella vita mondana; era normale, ad esempio, che il foyer di un teatro si articolasse in più livelli, in modo che nobili e borghesi potessero occupare i piani superiori per rimanere ben separati dai ceti più bassi. Al San Ferdinando i due livelli sono invece connessi tra loro da un'elegante scalinata a tenaglia, quasi un abbraccio che permette a ciascun mondo di invadere pacificamente l'altro.

Eduardo De FilippoNelle teche in passato utilizzate per pubblicità e propaganda oggi trovano collocazione cimeli dei grandi attori che hanno calcato il palco del San Ferdinando: difficile descrivere il batticuore che si prova nel trovarsi di fronte agli abiti di scena di Eduardo e Peppino De Filippo, al bustino indossato da Pupella Maggio nella celebre messa in scena televisiva di Natale in Casa Cupiello registrata proprio in questo teatro; ancora, ecco il frac di Eduardo Scarpetta, padre dei fratelli De Filippo nonché pioniere del dramma partenopeo; i baffi finti di Nino Taranto, gli abiti indossati da Peppe e Concetta Barra nella scena della 'sciantosa' in Signori, io sono il comico, un Pulcinella in marmi policromi realizzato da Titina De Filippo la quale negli ultimi anni della sua vita lasciò la recitazione per dedicarsi all'arte. Non mancano poi foto e abiti di scena di attori attivi anche ai nostri giorni che qui hanno fatto gavetta, come Toni Servillo, Vincenzo Salemme, Lina Sastri e Isa Danieli, a testimonianza di quanto il San Ferdinando sia stato importante per la loro carriera spesso sfociata nella cinematografia. A proposito di cinema, sembra strano che il cimelio più riconoscibile, l'iconica bombetta di Totò, occupi una teca più piccola in posizione arretrata: “Questa è una scelta intenzionale” ci dice la nostra guida “al San Ferdinando nessun attore è più importante degli altri”.

Teatro San Ferdinando TotòL'interno del Teatro riprende le linee curve e i colori tenui del foyer: i 500 posti di cui è capace si dividono tra platea, due ordini di palchi e un loggione. A differenza degli altri teatri, i palchi non sono numerati ma portano il nome di un attore napoletano del passato.

Sul palcoscenico, neanche a farlo apposta, è montata la scenografia de La grande magia, commedia di Eduardo in scena in questi giorni. Visto da qui il boccascena sembra enorme e maestoso; eppure, dice Andrea, non è affatto tra i più grandi di Napoli: “l'illusione ottica è data dalla vicinanza con la platea, anche questa voluta da Eduardo per ridurre la distanza tra attori e spettatori”; in effetti la buca per l'orchestra è ridotta al minimo indispensabile e sopra di essa corrono due scalette fisse che permettono agli attori di scendere agevolmente tra il pubblico.

Un'altra particolarità del palcoscenico è che sipario, graticcio e quinte sono manovrati mediante un sistema artigianale a corde e contrappesi, che negli altri teatri è quasi sempre sostituito da meccanismi automatizzati. Anche nel sottopalco l'immenso telaio dei montacarichi è quello originale in legno degli anni '40, in utilizzo ancora oggi dopo attento restauro. L'unica concessione alla modernità è stata la sostituzione del macchinario ad argano con un dispositivo automatico, necessaria per motivi pratici e di sicurezza: “Ma l'argano, la cui leva è visibile poco lontano, è ancora perfettamente funzionante!” assicura Andrea.

La giovane guida ci porta infine letteralmente “dietro le quinte”, in un labirinto di camerini e depositi dove è facile imbattersi in singolari elementi: bacheche con i turni per le prove sui quali gli attori sottoposti a orari stressanti hanno scritto i loro commenti sarcastici; costumi appesi agli stendiabiti o gettati alla rinfusa sulle sedie nel corridoio; una macchina del caffè appoggiata a una panchina per evitare ulteriori intralci. Viene da pensare che il caos pre-spettacolo sia esso stesso uno spettacolo con propri ritmi e immancabili rituali: si vedono, ad esempio, mucchietti di sale gettati in un angolo delle quinte dagli attori prima di entrare in scena. “Prima e durante uno spettacolo, molte cose possono andare storte” dice Andrea “per questo i riti scaramantici sono sempre osservati. E poi, ricordiamo che gran parte degli attori che recitano qui sono napoletani, abituati a temere e prevenire la malasciorta!”

Sarà forse questo il motivo per cui si è reso necessario sostituire la carta da parati nel camerino di Eduardo, adiacente all'ingresso del palcoscenico, tuttora in uso e in genere destinato al primo attore della compagnia di scena. La mobilia, lo specchio dove si truccava, perfino i sanitari nel bagno: tutto è stato lasciato intatto tranne, appunto, la tappezzeria, sostituita con una carta identica nella decorazione ma con colori più chiari. Pare che gli attori venissero colti da uno strano disagio nel guardare quella originale: se ciò sia dovuto a una maledizione o all'emozione di occupare lo stesso camerino di una leggenda del teatro, non è dato sapere. Al suo ingresso è di solito esposto un baule pieno dei costumi dismessi del grande attore: esso si trova temporaneamente a Castel dell'Ovo, esposto in una bellissima mostra dedicata ai De Filippo che avrebbe dovuto chiudere i battenti a marzo 2019 ma che è stata prorogata diverse volte fino a oggi, a testimonianza dell'affetto che i napoletani nutrono ancora oggi per questa famiglia che ha fatto grande il teatro partenopeo.

Affetto che oggi sembra non venire meno: Andrea e le sue due compagne d'avventura di stanza presso l'ingresso del Teatro ci dicono che le visite promosse da Open House sono state più che gradite dal pubblico, che nell'aggirarsi per il San Ferdinando si è commosso, ha sognato e rievocato la magia di un tempo lontano; tuttavia, le nostre impeccabili guide non nascondono una punta d'amarezza.

“Abbiamo avuto moltissime prenotazioni” dichiarano “ma anche tante defezioni, soprattutto nei turni mattutini. Alla visita delle 10 di domenica, delle venti persone che attendevamo se ne sono presentate solo quattro. Sembra quasi che i napoletani non vogliano interessarsi a questo Teatro, che per sua stessa concezione è il 'loro' Teatro...”

La smentita a questa constatazione, ci auguriamo, viene da una coppia che, al termine della visita, fa incetta di materiale informativo sulla stagione del San Ferdinando, promossa dal Teatro Stabile di Napoli: “Non sapevamo nemmeno che ce ne fosse una” dicono “ma grazie a questa visita adesso non vediamo l'ora di venire a vedere uno spettacolo!”

Spettacolo che, dopo questo splendido viaggio attraverso il San Ferdinando e la sua leggenda strettamente annodata alla storia della sua città, avrà di sicuro un gusto più intenso.

Foto di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo


Festival filosofia Magna Grecia Elea Velia

Il Festival della Filosofia in Magna Grecia

"Agli uomini, infatti, il Cronide dettò questa legge: è proprio dei pesci, delle fiere, dei volanti uccelli divorarsi l'un l'altro, perché non esiste giustizia fra loro; ma agli uomini diede la giustizia, che è cosa di gran lunga migliore. Se uno, conoscendo la verità, la proclama, a lui Zeus dall'ampia pupilla darà la felicità; chi invece coscientemente giurerà il falso e renderà falsa testimonianza, ingannando la giustizia commetterà irreparabile crimine e lascia 
dopo di sé la progenie sempre più oscura , mentre fiorirà la discendenza dell'uomo che ha giurato il vero".
(Esiodo, “Opere e giorni”, vv. 248-269,276-285).
Si sta svolgendo in questi giorni, precisamente dal 23 al 26 Ottobre, in Cilento, una nuova edizione dell'ormai attesissimo Festival della Filosofia in Magna Grecia, il cui tema centrale, per espresso volere degli organizzatori, è costituito dalla "Dike", termine con cui nell'antica Grecia veniva caratterizzata la Giustizia, tematica quanto mai attuale.
La manifestazione coinvolge studenti liceali provenienti da ogni parte d'Italia, i quali, nei quattro giorni della manifestazione, saranno protagonisti di incontri con filosofi, laboratori didattici e passeggiate filosofiche in un territorio, quello cilentano, che tanto ha donato nel suo glorioso passato al moderno pensiero occidentale.
I luoghi in cui sono previste queste attività, infatti, sono tra i più rappresentativi del mondo antico, almeno per quanto concerne l'ambito della Regione Campania, vale a dire il Parco Archeologico di Paestum e quello di Elea-Velia, e la deliziosa cittadina di Vallo della Lucania.
Festival filosofia Magna Grecia Elea VeliaSi è partiti Mercoledì 23 con la lezione-spettacolo a cura di Annalisa Di Nuzzo e Salvatore Ferrara, con gli attori Noemi Perfetto, Riccardo Marotta e Ilaria Cecere; prevista anche una giornata filosofica esperenziale attraverso la lettura di alcune pagine dell'Antigone di Sofocle ed il rapporto tra le leggi di Socrate e Platone.
La manifestazione prevede nei giorni 24 e 25 Ottobre anche passeggiate filosofico-teatrali negli scavi archeologici di Paestum ed Elea-Velia e dialoghi filosofici moderati da Massimo Adinolfi, ordinario di Filosofia Teoretica alla Fondazione Alario di Ascea, insieme a numerosi altri eventi tra i quali laboratori pratici coordinati da Alessio Ferrara, agorà tra docenti, Animafilosofia e concorsi  a cura di Andrea Lucisano.
"Durante il percorso filosofico-teatrale - sottolinea Annalisa Di Nuzzo - saranno definiti i fondamenti della filosofia politica. Attraverso il confronto e la libera discussione si proverà a promuovere le competenze di cittadinanza e costituzione che contribuiscono di fatto a creare un senso di appartenenza al luogo in cui si vive, al proprio paese, all'Europa ed al mondo intero, attraverso la disponibilità a partecipare al processo decisionale proprio della democrazia, cosi' imprescindibile già per gli antichi".
Per Giuseppina Russo, presidente del Festival della Filosofia in Magna Grecia, "la manifestazione ha consolidato una dimensione nazionale ed internazionale coinvolgendo oltre quarantamila liceali nelle precedenti edizioni e diffondendo la conoscenza del patrimonio culturale e archeologico dei territori della Grecia e della Magna Grecia, per i quali il festival, esaltando il genius loci, in collaborazione con gli enti locali, le istituzioni e i soggetti impegnati nella valorizzazione del territorio, è un ponte ideale tra i luoghi rappresentativi del pensiero occidentale"
Insomma, parafrasando il grande Parmenide, l'illustre filosofo vissuto tra il VI e il V sec. a.C. e nativo proprio di Elea-Velia, se è vero che "l'Essere è e il Non Essere non è", restiamo convinti che questo Festival SIA davvero una bellissima iniziativa.
Locandina del Festival della Filosofia in Magna Grecia

Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini

L’enigma del reale. Ritratti e nature morte dalla Collezione Poletti e dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini

L’enigma del reale. Ritratti e nature morte dalla Collezione Poletti e dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini  

Mostra a cura di Paola Nicita

Gallerie Nazionali di Arte Antica – Galleria Corsini

 

Apertura al pubblico24 ottobre 2019 – 2 febbraio 2020

Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Dal 24 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020 le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano nella sede di Galleria Corsini la mostra L’enigma del reale. Ritratti e nature morte dalla Collezione Poletti e dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, a cura di Paola Nicita.

Per la prima volta a Roma saranno esposte le più significative Nature morte della collezione di Geo Poletti (Milano 9 aprile 1926 - Lenno 13 settembre 2012), storico dell’arte, connoisseur, pittore e collezionista, famoso per il suo occhio e giudizio infallibile, che formò la sua raccolta a partire dagli anni Cinquanta del Novecento.

Con esse, altri quattro dipinti della sua raccolta che vengono messi a confronto con alcune opere delle Gallerie Nazionali, solitamente non esposte al pubblico, e con un’opera proveniente dal Museo nazionale di Varsavia, allo scopo di indagare relazioni, intrecci, scambi tra opere e artisti, anche inaspettati.

Le 28 opere in mostra sono accomunate dall’adesione alla “Pittura di Realtà” e al naturalismo caravaggesco, in tutte le sue declinazioni note e per certi versi ancora enigmatiche.

Un’esposizione fortemente voluta dalla direttrice Flaminia Gennari Santori che sottolinea: “come per la mostra di Mapplethorpe anche in questa occasione si prosegue alla Galleria Corsini con l’esplorazione del collezionismo, sia come pratica che come categoria culturale, tema costitutivo e identitario delle Gallerie Nazionali di Roma”.

Il percorso espositivo si snoda negli ambienti della Galleria Corsini, partendo dalla “Galleria del Cardinale”, dove è esposto il Democrito di Ribera, appartenente alla collezione di Geo Poletti sin dai primi anni Sessanta, e inizialmente interpretato come Geografo sorridente. Il dipinto, segnato dall’intensità dell’espressione del filosofo e da una forte aderenza ai valori naturalistici, fu realizzato dal giovane pittore valenzano nella fase del passaggio da Roma a Napoli, tra il 1615 e 1618.

La mostra prosegue nella “Camera verde”, dove la Maddalena penitente della collezione Poletti suscita stupore per la sua ostentata nudità: una ragazza poco spirituale che assume un’espressione terrena, malinconica e uno sguardo perso nel vuoto. Dopo un’intricata storia di attribuzioni, la tela è stata ascritta al contesto spagnolo prossimo a Velázquez.

Bartolomeo Manfredi (Ostiano 1582 – Roma 1622), bottega, Fauno con uva e flauto, 1620 ca.
Olio su tela, 95 x 74 cm Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Accanto alla Maddalena anche il Bacco e il fauno (collezione Poletti) e il Fauno con uva e flauto (Gallerie Nazionali Barberini Corsini) rimandano al tema della pittura di realtà, qui interpretata con crudo realismo, ai limiti dell’asprezza, con un forte chiaroscuro. Sulle tele, la rappresentazione dell’uva e della vite introducono il tema delle “nature morte”, approfondito nella stessa “Camera Verde” e nell’adiacente “Sala Blu”.

La fortuna di questi soggetti è legata al formarsi nel Sei e Settecento delle cosiddette “Gallerie principesche di pittura”, dove erano esposti accanto ai dipinti di carattere storico, alle scene di genere e ai paesaggi. Ne sono un esempio le invenzioni festose del barocco internazionale, i banchetti sontuosi, gli spuntini eleganti, come le Allegorie delle Stagioni di Abraham Brueghel (Anversa 1631 - Napoli 1697) e di Christian Berentz (Amburgo 1658 - Roma 1722), della collezione Corsini esposte nella “Camera Verde”.

Segue la “Sala blu” in cui sono presenti le opere più significative della collezione Poletti, esposte quasi tutte senza cornice, secondo il gusto del collezionista milanese. Si tratta di opere magistrali, in cui le luci e le ombre danno drammaticità agli oggetti, animali vivi e morti, frutti e vegetali, che si stagliano nella penombra con una minuziosità fotografica e una consistenza illusionistica che amplifica il senso dell’attesa, irreale e impossibile se non nella forma perfetta della pittura.

Qui spiccano due importanti nature morte raffiguranti Vasi di fiori e frutta attribuite da Geo Poletti allo stesso Caravaggio, messe a confronto con la Natura morta con tuberosa, anch’essa di pittore caravaggesco, appartenente alla collezione delle Gallerie Nazionali e solitamente non esposta al pubblico.

Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini
Evaristo Baschenis (Bergamo 1617-1677), Natura morta con cesta di mele e piatto di prugne, meloni e pere, 1645-1650 ca.
Olio su tela, 49x70,5 cm Collezione Poletti

A rappresentare le scuole regionali della natura morta italiana troviamo le “Cucine” emiliane, gli esempi veneziani di Bernardo Strozzi, fino al realismo di ispirazione caravaggesca del capolavoro giovanile di Evaristo Baschenis Natura morta con cesta di mele e piatto di prugne, meloni e pere. Qui il pittore, considerato da alcuni studiosi il massimo esponente italiano di questo genere, raggiunge una visione lucidissima della realtà.

La mostra si conclude nella “Saletta”, dove sono affiancate per la prima volta insieme le tre versioni del Pescivendolo che sventra una rana pescatrice provenienti dalla collezione Poletti, dalle raccolte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini e dal Museo nazionale di Varsavia. Un’occasione imperdibile di vedere riunite le tre tele, restituendo loro il contesto di provenienza e un’inedita lettura, sia sul piano attribuzionistico che su quello storico e iconografico, grazie anche alle indagini diagnostiche effettuate in occasione della mostra. La genesi delle tele rappresenta un vero e proprio enigma su cui vale la pena soffermarsi. Il soggetto, un umile pescatore intento a estrarre le viscere di un pesce, viene qui rappresentato come nobilitato, quasi come in un “ritratto all’eroica”. Stupisce poi come tre mani diverse della stessa epoca si soffermino su un tema tanto raro, che non appartiene al genere della natura morta, bensì a quello della pittura di realtà.

Quella delle Galleria Nazionali, attribuita prima al romagnolo Guido Cagnacci e poi al fiorentino Orazio Fidani, è in realtà opera di un pittore napoletano della metà del XVII secolo. Anche le altre due versioni, quella Poletti e quella di Varsavia, sono riconducibili allo stesso ambito culturale e alla stessa epoca.

In occasione della mostra, è previsto un ciclo di visite animate Storie di nature morte a cura e delle Associazioni culturali Zebrart e “Senza titolo” e del Dipartimento educazione e ricerca del museo, dedicate ai bambini dai 5 ai 10 anni, dal 16 novembre al 1° febbraio, ogni primo e terzo sabato del mese, alle ore 16.00. Sei appuntamenti didattici condurranno i partecipanti in un viaggio alla scoperta del collezionismo e della rappresentazione della realtà, in riferimento al genere della natura morta, dal Seicento fino all'età contemporanea. La visita in mostra, accompagnata da brevi attività laboratoriali di fronte alle opere, consentirà a bambini e accompagnatori di dar vita ad una personale collezione, di sperimentare inedite composizioni di oggetti per creare una propria natura morta. Attività gratuita, previa prenotazione all’indirizzo: didattica@barberinicorsini.orgAppuntamento davanti alla biglietteria. Per due accompagnatori è prevista una riduzione sul costo del biglietto a 6 euro.

Per gli adulti, per tutta la durata della mostra ogni giovedì alle ore 17.00 (escluso il 26dicembre) sono previste delle visite guidate gratuite previo acquisto del biglietto. Le visite sono a cura del personale delle Gallerie e degli studenti della Scuola di Specializzazione in Beni storico-artistici, Sapienza, Università di Roma, coordinate da Tullia Carratù.

In programma due conferenze con esperti del mondo dell’arte e della botanica sui temi delle opere esposte. Venerdì 13 dicembre si terrà alla Galleria Corsini la conferenza di Flavio Tarquini, coordinatore scientifico del Museo Orto Botanico | Sapienza Università di Roma, che analizzerà le specie botaniche presenti sulle tele. La seconda è in via di definizione.

Infine, a conclusione della mostra, a gennaio 2020, si terrà una giornata di studio per approfondire la conoscenza dei dipinti esposti. In particolare, alla luce dei risultati delle analisi condotte per la mostra, studiosi e specialisti del settore si confronteranno sulle opere delle collezioni Barberini Corsini e sulla relazione che intercorre tra le tre versioni del Pescivendolo che sventra una rana pescatrice.

Paola Nicita, Giovanna, Francesca e Alessandra Poletti, Flaminia Gennari Santori

In occasione della mostra sarà pubblicato un libretto/guida con un testo di Paola Nicita.

Si ringraziano la famiglia Poletti per la gentile collaborazione e BIG Broker Insurance Group/CiaccioArte per il generoso contributo.

Roma, ottobre 2019

Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Maria Bonmassar


Ben Hur

Ulisse, il piacere della scoperta: "Il mondo di Ben Hur"

Ulisse, il piacere della scoperta: "Il mondo di Ben Hur"

Ben Hur

Sabato 26 ottobre, alle 21:25 su Rai1, va in onda la quinta puntata di “Ulisse, il piacere della scoperta”, dedicata al mondo di Ben Hur, il film colossal campione di incassi nel 1959, vincitore di ben 11 premi Oscar. Alberto Angela farà rivivere la storia del celebre auriga e la città di Roma del primo secolo dopo Cristo, accompagnando gli spettatori nei luoghi che hanno visto le vicende raccontate dal film, partendo dal luogo centrale delle competizioni delle quadrighe: il Circo Massimo, una struttura immensa, di cui oggi è visibile solo la grande spianata.

Ben Hur è un personaggio di fantasia, frutto della creatività di un romanziere americano. Alberto Angela racconterà, invece, un personaggio altrettanto famoso, realmente esistito: l’auriga Scorpo, un divo dell’arena molto amato, il più grande campione dell’epoca Flavia, ricordato più volte dal poeta Marziale.
Grazie a ricostruzioni grafiche e virtuali, si entrerà nella Roma di quegli anni. Chi era Scorpo e chi erano gli altri campioni dell’epoca famosi e strapagati? Come si preparavano? Come si svolgevano le gare? Oltre al Circo Massimo di Roma, molto raccontano i mosaici della villa del Casale di Piazza Armerina, in provincia di Enna.
Del film “Ben Hur” molti ricordano le scene sulle navi con gli schiavi incatenati ai remi. Dall’isola di Favignana, in Sicilia, Alberto Angela illustrerà i rostri delle navi della Prima Guerra Punica, combattuta dai cartaginesi contro i romani.

Altri luoghi delle riprese sono i Musei Capitolini, Palazzo Massimo e il Campidoglio, dove, sotto l’imponente statua di Marco Aurelio, si rivivranno i fasti dell’epoca d’oro dell’Impero romano.

Testo e immagine dall'Ufficio Stampa RAI.


Nuova campagna al Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri, nel Recinto delle feste

Nuova campagna di scavi presso il Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri, nel c.d. Recinto delle feste

Recinto delle feste Santuario Nuragico di Santa Vittoria di SerriDal 1 ottobre la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Cagliari ha dato avvio a una nuova campagna di scavi archeologici e di lavori di consolidamento e restauro nel santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, grazie a un finanziamento di € 111.557,18 € ottenuto a valere sulla ripartizione della quota dell'8 per mille dell'IRPEF a diretta gestione statale per l'anno 2016.

Localizzato sul margine orientale della Giara di Serri, altopiano basaltico al confine tra la Trexenta e il Sarcidano, il santuario di Santa Vittoria rappresenta ad oggi uno dei siti più importanti della Sardegna per la ricostruzione della protostoria dell’isola nell’età del Bronzo e del Ferro e per la conoscenza delle pratiche religiose delle popolazioni nuragiche. L’area conosce inoltre una continuità di frequentazione che perdura fino all’età altomedievale.

La scoperta del santuario risale al 1909, quando Antonio Taramelli diede inizio agli scavi archeologici nel sito che proseguirono a più riprese fino al 1931, portando alla luce la maggior parte delle strutture e degli edifici oggi noti e visibili, oltre a importanti reperti archeologici, molti dei quali attualmente esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Ulteriori interventi di scavo e restauro vennero condotti a partire dagli anni ‘60 dalla Soprintendenza Archeologica per le province di Sassari e Nuoro, da Ercole Contu, da Fulvia Lo Schiavo e da Maria Ausilia Fadda, a cui si sono aggiunti negli ultimi anni gli scavi in regime di concessione ministeriale realizzati dal Comune di Serri con la direzione del dott. Giacomo Paglietti.

Le indagini in corso interessano in particolare il cd. recinto delle feste, una vasta area situata nel cuore del santuario nuragico costituita da un muro di recinzione ellittico a cui si addossano vari ambienti a pianta circolare, un settore verosimilmente porticato e altre strutture ancora di non chiara definizione. Interpretato da Giovanni Lilliu come luogo di incontro delle genti nuragiche in occasione dello svolgimento delle cerimonie religiose, il complesso necessita indubbiamente di ulteriori approfondimenti di indagine, considerando in particolare che tutta la zona centrale risulta sostanzialmente non ancora scavata e di non facile lettura. L’obiettivo dei lavori in corso è infatti quello di verificare l’articolazione di questi spazi e di indagare, anche alla luce del progresso degli studi in ambito nuragico, la funzione di questo settore centrale nella topografia complessiva del santuario, evidenziando anche eventuali fasi di rioccupazione e frequentazione in età punica, romana e altomedievale.

Il potenziamento conoscitivo della storia del sito e il miglioramento delle condizioni conservative e del percorso di visita risultano fondamentali anche a fronte di un investimento in risorse umane ed economiche fatto negli anni dagli enti locali per garantire i servizi aggiuntivi e la fruibilità dell’area archeologica.

A tale scopo il complesso nuragico di Santa Vittoria assieme ad altri 18 siti archeologici, è stato inserito dalla Soprintendenza anche all’interno di un ulteriore finanziamento finalizzato alla definizione di un sistema museale delle aree archeologiche della Sardegna centro-meridionale, i cui lavori, per un importo complessivo di 3 milioni e mezzo di euro, sono in fase di aggiudicazione. Di questo, 448.686,34 € saranno destinati al proseguimento delle ricerche, al restauro e alla valorizzazione del sito di Santa Vittoria.

Per tutta la durata dei lavori, il cantiere di scavo archeologico sarà visibile al pubblico che visiterà l’area archeologica di Santa Vittoria.

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Il recinto delle feste fu scavato tra il 1929 e il 1931 da Antonio Taramelli, e definito dal Giovanni Lilliu come luogo dedicato alla collettività. Dopo degli interventi negli ultimi decenni da parte di Ercole Contu e Fulvia lo Schiavo, e grazie ad un contributo statale nell'ambito dei fondi a valere sulla ripartizione della quota dell'8 per mille dell'IRPEF a diretta gestione statale per l'anno 2016, è stato possibile programmare l’inizio di una prima campagna di indagine al fine di conservare, valorizzare e salvaguardare tutta l’area. La campagna di scavo è iniziata il primo ottobre del 2019 per un importo di 110.000 euro, grazie ad un progetto della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna che interesserà varie aree archeologiche della Sardegna.

Il progetto di scavo interesserà tutto il villaggio di Santa Vittoria, la prima parte di tale progetto è stata avviata il primo ottobre scorso e la seconda vedrà l’avvio nei prossimi mesi, grazie ad un progetto della Soprintendenza che interesserà varie aree archeologiche del Sud Sardegna.

L’area archeologica di Santa Vittoria di Serri si trova all'estremità sud-occidentale della Giara di Serri, in un'area di oltre venti ettari, solo in parte riportata alla luce a partire dal 1907 grazie alle prime campagne di scavo ad opera dall'archeologo Antonio Taramelli. Dagli studi è emerso che tale sito archeologico abbia goduto di una continuità insediativa, dal periodo nuragico fino all'età medievale, e può essere considerato un grosso e strategico centro religioso, con ampia valenza storico-culturale e artistica.

A partire dalle ore 11:30, nell’area archeologica di Santa Vittoria, verranno presentate le attività di scavo e ricerca nell’area dalla Soprintendente, la Dott.ssa Maura Picciau, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, insieme alle direttrici dello scavo, le Dott.sse Gianfranca Salis e Chiara Pilo, entrambe funzionare archeologhe nel medesimo ufficio, e Samuele Antonio Gaviano, Sindaco di Serri.

Altra novità di questo scavo archeologico è che il cantiere archeologico è aperto al pubblico: curiosi, turisti e comunità locale potranno vedere gli archeologi al lavoro.

Dichiarazioni del sindaco di Serri, Samuele Antonio Gaviano: "Continua l’attività di indagine nel Santuario nuragico di Santa Vittoria, e stavolta con un importante scavo curato direttamente dalla Soprintendenza in una delle sue aree più belle ed affascinati, il recinto delle feste. Siamo certi che anche questa campagna contribuirà a scrivere importanti pagine di storia del territorio e della Sardegna.

In questi anni l’Amministrazione comunale ha investito tante risorse per la salvaguardia, la promozione e lo studio di uno dei siti nuragici più importanti del Mediterraneo. Pubblicazioni, scavi, restauri, eventi, opere e infrastrutture per conoscere e far conoscere sempre di più il patrimonio del nostro territorio. E altre risorse importanti sono in arrivo per i prossimi mesi con il Piano Strategico: 250mila euro per nuovi stradelli, impianto di illuminazione e restauri, e 200mila euro per l’apertura del museo del territorio."

Comunicati e foto dal Comune di Serri, lievemente adattati.


Cristoforo Gorno, il narratore ideale per le Cronache dal mito

Cronache dal mito, Cristoforo Gorno ci accompagna nel mondo degli dei

Disponibile su RaiPlay la nuova serie di documentari di Cristoforo Gorno, che ci porta nel mondo degli dei greci

Cristoforo Gorno Cronache dal mito

Cristoforo Gorno è ormai una guida storica d'eccezione e le sue Cronache dal mito una conferma. Dopo aver portato il pubblico in giro per i millenni, raccontando le storie dell'antichità, del Medioevo e del Rinascimento, stavolta decide di diventare il narratore delle storie che hanno fondato la nostra civiltà. Affronta infatti gli dei e gli eroi della mitologia classica.

Gorno, un narratore appassionato

Non è facile come sembra raccontare i miti greci. Se le storie sono bellissime, oggi, se non si fa attenzione, per il pubblico possono risultare ostiche. Ma Cristoforo Gorno ha ormai una abilità incredibile nel tratteggiare le svolte delle vicende e i personaggi come se si trattasse dei protagonisti di una serie tv. Così ci porta nei luoghi dove le vicende mitiche si sono svolte (Itaca, Agrigento, Delfi) e qui fa rivivere quasi in diretta gli eventi.

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Fonti citate correttamente e grande vivacità della narrazione

Il motivo per cui anche Cronache dal mito è una serie di documentari di alto livello sta nella cura straordinaria con cui il team di autori fornisce agli spettatori una informazione completa. Al contrario di molti altri documentari storici, infatti, in Cronache dal mito vengono sempre aggiunti in sovrimpressione i passi degli autori classici che forniscono le notizie citate. Questo permette agli spettatori non solo di avere un preciso riscontro su ciò che si sta narrando, ma anche di riscoprire opere o versi magari sepolti nella memoria.

Un ritmo coinvolgente

La serie ha un ottimo ritmo e coinvolge. Niente tempi morti, un lessico preciso ma alla portata di tutti, una fotografia attenta che rende bene le ambientazioni e le suggestioni del racconto. Cristoforo Gorno, che si avvale di consulenze ottime (va ricordato Giorgio Ieranò, ordinario di letteratura greca a Trento ma anche autore di una serie di saggi divulgativi sulla mitologia), si muove con la consueta scioltezza, ma anche con una simpatica bonarietà. Il risultato sono dei documentari svelti ma approfonditi, che non trattano lo spettatore con sussiego, ma anzi lo invogliano ad approfondire. Che dire? Guardateli. La mitologia così è ancora più affascinante.


Mostra: Germanico Cesare… a un passo dall’Impero

Dal 10 Ottobre 2019 al 31 Gennaio 2020, presso il Museo Archeologico di Amelia è in programma Germanico Cesare… a un passo dall’Impero, mostra – installazione sul talentuoso generale, personaggio tanto sfortunato quanto importante nelle complicate vicende della successione di Augusto e della dinastia Giulio-Claudia. Nerone Claudio Druso Germanico, figlio di Druso Maggiore e nipote di Tiberio, doveva succedergli alla guida dell’Impero dopo essere stato adottato nel 2 d.C. per volontà di Augusto: invece, morì improvvisamente in Siria il 10 Ottobre del 19 d.C., in un momento di grande popolarità, dopo i successi della spedizione in Germania del 15-16 d.C.

Germanico racconta
Installazione mutimediale "Germanico racconta" - mostra "Germanico Cesare... a un passo dall'Impero" Credits: Comunicazione Sistema Museo

La mostra – curata da Marcello Barbanera e inaugurata il 10 Ottobre al Museo Archeologico e Pinacoteca di Amelia- celebra il talentuoso generale in un luogo e periodo non casuali: ad Amelia, nel 1963, fu ritrovata l’unica statua in bronzo di Germanico, e proprio quest’anno ricorre il bimillenario della sua morte. La mostra esplora i diversi aspetti della vita di Germanico - la famiglia, l’adozione e l’appartenenza alla famiglia Giulio-Claudia, i successi militari, la morte prematura - attraverso proiezioni immersive e percorsi multisensoriali pensati per diversi tipi di visitatori. Tra le opere scelte per raccontare la vita del personaggio figurano un quadro di Poussin raffigurante la morte di Germanico, un quadro di Benjamin West che ritrae Agrippina che sbarca a Brindisi con le ceneri del condottiero e, naturalmente, la statua in bronzo, protagonista nell’installazione multimediale “Germanico racconta”, dedicata alle vicende personali e ai successi militari di Germanico. Alcuni video con le ricostruzioni della città di Ameria (Amelia) in età romana completano il percorso, insieme ad una serie di iniziative collaterali a tema organizzate durante il periodo della mostra (workshop, degustazioni, spettacoli, presentazioni di libri).

Installazione multimediale presso la mostra "Germanico Cesare... a un passo dall'Impero"
Installazione multimediale presso la mostra "Germanico Cesare... a un passo dall'Impero" Credits: Comunicazione Sistema Museo

 

La mostra è organizzata dal Comune di Amelia, dal Comitato Nazionale per le celebrazioni della morte di Germanico Cesare e dalla Regione Umbria, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, con il sostegno e il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni. Il progetto multimediale è di Progetto Katatexilux, mentre la mostra è stata prodotta da Sistema Museo.

 


Ercolano. Dopo anni di chiusura ecco la Casa del Bicentenario

Si è svolta Mercoledì 23 Ottobre ad Ercolano la conferenza stampa di riapertura della Casa del Bicentenario, lussuosa domus posta al centro dell'antica città vesuviana e chiusa al pubblico da ben 36 anni, precisamente dal 1983. A determinarne l'inaccesibilità, gravi problematiche di ordine strutturale che hanno coinvolto l'edificio sin dalla sua scoperta, avvenuta grazie all'opera dell'archeologo Amedeo Maiuri nel 1938.
Alla cerimonia hanno partecipato il sindaco di Ercolano Ciro Bonajuto, il Direttore Generale del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta, il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, il Direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, il Presidente dell'Istituto Packard Beni Culturali, Michele Barbieri, il Responsabile dell'Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson, e il Responsabile restauro e conservazione  per il Getty Conservation Institute, Leslie Rainer. L'inaugurazione è stata inoltre arricchita dalla presenza del Ministro per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, on. Dario Franceschini.
Nel corso della cerimonia sono state illustrate le tappe fondamentali che hanno condotto alla riapertura dell'elegantissima domus, sottolineando a tal proposito come la stretta e proficua collaborazione pubblico-privato - soprattutto grazie agli sforzi compiuti dall'erede della dinastia della multinazionale dell'informatica Hewlett Packard (David W. Packard) a partire dal "lontano" 2006 - abbia costituito e costituisca tuttora una condizione imprescindibile per il rilancio della cultura e dei Beni Culturali nel nostro paese. In questa direzione, infatti, si sono spinti gli interventi del Presidente dell'Istituto Packard Beni Culturali, Michele Barbieri, del Responsabile dell'Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson, e il Responsabile del Getty Conservation Institute, Leslie Rainer. Costoro hanno voluto focalizzare l'attenzione sull'importanza che il proficuo lavoro portato avanti - a partire dal 2010 e in sinergia tra le istituzioni scientifiche coinvolte nel progetto -ha rappresentato nella risoluzione, anche se non definitiva, delle problematiche connesse alla fruizione dell'edificio, a favore del quale sono state introdotte tecniche pilota di monitoraggio e conservazione delle superfici decorate, sia parietali che pavimentali.
Casa del Bicentenario
Interessante e meritevole di attenzione anche l'illustrazione del programma di "Close Up" attuato all'interno del Parco, che consiste nel dare la possibilità ai visitatori di poter assistere al dietro le quinte del lavoro svolto da archeologi e restauratori, impegnati nello scavo e nel restauro di diverse domus ercolanesi, tra le quali la Casa dell'Albergo e quella del Tramezzo di Legno, e allo stesso tempo nel coinvolgere gli stessi alla partecipazione attiva verso la prevenzione del degrado di questi ambienti.
Molto centrato sul corretto utilizzo dei fondi pubblici per ciò che concerne l'avanzamento dei lavori relativi al Grande Progetto Pompei, l'intervento del prof. Osanna, il quale ha ribadito altresì come l'autonomia da poco acquisita dal Parco Archeologico di Ercolano e le collaborazioni di quest'ultimo con le migliori istituzioni scientifiche internazionali abbiano rappresentato un deciso salto in avanti qualitativo, ancor più sostenuto ed incoraggiato dalla stessa Direzione del Parco Archeologico di Pompei, prima del passaggio del testimone avvenuto nel 2017.
Casa del Bicentenario
Casa del Bicentenario
Per il Direttore del Parco Archeologico di Ercolano, prof. Francesco Sirano, "il progetto del Bicentenario deve essere inteso attraverso un approccio bifronte, rivolto non solo alla cura ed alla conservazione del sito, ma anche alla riconnessione al territorio di riferimento", ed è proprio sul solco delle sue parole che si è innestato l'annuncio fatto dal sindaco di Ercolano, Ciro Bonajuto, il quale ha rivelato il lancio della fase finale di un importante progetto strategico realizzato congiuntamente da enti pubblici e privati, il cosiddetto Progetto "Via mare". Questo progetto non è rivolto alla conservazione, né allo studio archeologico, ma rappresenta un'iniziativa di largo respiro mirata all'integrazione tra parco e territorio circostante, tesa alla creazione di un nuovo ecosistema culturale dove passato e presente possano convivere, per contribuire a riqualificare l'identità della moderna Ercolano.
A suggello della importante mattinata ercolanese sono arrivate le dichiarazioni del ministro Franceschini, il quale nel sottolineare ancora una volta il prezioso risultato della riapertura dell'edificio caduto in abbandono alla fine del XX secolo attraverso la preziosa collaborazione tra l'ente pubblico ed il privato, che deve ormai segnare sempre di più la strada futura dei beni culturali nel nostro paese, ha anche assicurato che il clima positivo creatosi a seguito della riapertura sarà accompagnato attivamente dal Ministero di sua competenza, che sosterrà ancora di più gli sforzi per riportare al centro dell'attenzione internazionale un sito che - insieme a quello di Pompei - è unico al mondo per lo studio e la comprensione del mondo antico,  e che è proiettato a raggiungere traguardi sempre più lusinghieri in termini di presenze ( ad oggi si registrano infatti già 500.000 visitatori).
La Casa del Bicentenario, cosi chiamata in quanto scoperta a 200 anni esatti dai primi scavi condotti nel sito (1738), è una residenza patrizia sorta in età augustea nei pressi del centro politico e amministrativo di Ercolano, e si sviluppa su tre piani occupando un'area di circa 560 mq. L'edificio accoglie il canonico inquadramento architettonico della casa romana, impostato sull'asse ingresso, atrio, tablino e peristilio, determinatosi  a seguito di modifiche realizzate nel corso del tempo; l'ingresso, aperto sul Decumano massimo e decorato ad affresco con una scacchiera in rosso e bianco, immette direttamente nell'atrio, su cui si affacciano alcune camere da letto e stanze di servizio.
L'atrio è certamente l'ambiente più grande dell'intera dimora, decorato con un raffinato mosaico risalente all'età augustea e semplici pitture in IV stile, realizzate prima del sisma che colpì i centri vesuviani nel 62 d.C.; sul fondo, nella parte destra, è stato rinvenuto un eccezionale cancello di chiusura in legno diviso in due battenti scorrevoli, che fa supporre come lo spazio che esso era destinato a chiudere contenesse oggetti preziosi o venisse destinato al culto domestico.  
Al centro della parete di fondo dell'atrio si apre il sontuoso tablino della domus, caratterizzato da un pavimento a mosaico bianco bordato da fasce nere, con al centro lastre di marmo che compongono un complesso motivo geometrico; le pareti sono dipinte in IV stile a fondo giallo con quadri figurati nei pannelli centrali rappresentanti nella parete di destra Dedalo e Pasifae, a sinistra Marte e Venere e medaglioni con Satiri e Menadi in quelli laterali. Alle spalle del tablino si sviluppa il quartiere del peristilio dove furono realizzate sale di rappresentanza, alcuni locali di servizio e un giardino in cui lo scavo ha rivelato tracce di un roseto. La casa presenta anche due nuclei di ambienti disposti al piano superiore, il primo, prospiciente la strada, era accessibile attraverso due scale di legno, mentre il secondo, affacciato sul peristilio, era raggiungibile dalla scala posta al lato del tablino.
Casa del Bicentenario
Ercolano: attività di conservazione del Tablinum della Casa del Bicentenario
Lo scavo ha restituito una eccezionale serie di tavolette lignee (si parla di ben 150 pezzi) sulle quali erano incise preziose informazioni riguardanti attività economiche, finanziarie e documenti processuali del dominus, il padrone di casa, che coprono un periodo temporale compreso tra il 40 ed il 75 d.C e dovevano trovarsi in una cassa lignea nascosta in un ambiente al primo piano. Ma la  scoperta più ad effetto compiuta all'interno della casa, nell'ambiente ad ovest del primo piano è sicuramente quella costituita dalla cosiddetta "Croce di Ercolano", vale a dire una croce incisa nella parete sopra stucco a fondo bianco, con al di sotto della stessa la presenza di una cassa o ara votiva lignea carbonizzata, che venne in un primo tempo considerata come la prima testimonianza di proliferazione del culto cristiano nel mondo domestico romano in pieno I sec. d.C.
Successivamente diversi elementi smentirono questa ipotesi, ricollegandola piuttosto ad un vero e proprio modello di arredo architettonico della casa, la cui croce doveva con buona probabilità costituire una mensola per il deposito di oggetti d'ornamento.

Cavallerizza Reale di Torino

Uno de minus - In fiamme la Cavallerizza Reale a Torino

Leggenda vuole che un soprintendente ai beni architettonici di molti anni fa accogliesse le
notizie di crolli e danni irreparabili al patrimonio sotto la sua tutela con malcelato sollievo e
un commento lapidario: "uno de minus".
Il 21 ottobre avrebbe con tutta probabilità reagito allo stesso modo nell'apprendere che un incendio,
divampato nella mattinata intorno alle 7 e 30 e per fortuna già spento entro le 10, aveva procurato danni
piuttosto seri alla Cavallerizza Reale di Torino.

Al momento non sappiamo nulla riguardo all'origine dell'incendio.
Sappiamo molto, al contrario, sulla Cavallerizza, sulla sua importanza nel definire l'identità
storica del centro di Torino e sul triste legame della città con gli incendi.
Anzitutto la Cavallerizza Reale non è, come molti hanno riportato, patrimonio UNESCO.
Almeno non di per sé: piuttosto è tutto il complesso di edifici che da Palazzo Reale si
estende quasi senza soluzione di continuità fino appunto ai giardini reali e al complesso
delle scuderie a fregiarsi di questa speciale tutela.
Perché è raro che in una città europea si sia salvaguardato un esempio così concreto e
plastico di esercizio della monarchia assoluta.

Cavallerizza Reale di Torino
Foto di MaxDeVa, CC BY-ND 2.0

Una sorta di città nella città comprende e accentra al suo interno le funzioni di
rappresentanza, svago, amministrazione della giustizia, educazione dei cadetti, fino appunto
alle scuderie.
Per questo la Cavallerizza è importante, più che come monumento a sé stante: la parte
danneggiata è l'espansione più tarda, quella ottocentesca, e il complesso peraltro era già
stato coinvolto dai bombardamenti del 1943.

Preoccupa però la contiguità di questo complesso con edifici preziosi e delicati: il Teatro
Regio, l'Auditorium della RAI, l'Archivio di Stato. Proprio quest'ultimo nei primi anni del
Novecento ha inaugurato una triste serie di incendi; negli ultimi vent'anni si sono aggiunti il
rogo della Cappella della Sindone e del Castello di Moncalieri.

Episodi tragici, perché quello che non è stato incenerito dal fuoco viene danneggiato
dall'acqua. Le tonnellate d'acqua usate per spegnere le fiamme portano al costruito storico
danni subdoli e duraturi, con cui dovremo fare i conti per generazioni.
Al di là delle vicende socio-politiche che coinvolgono la Cavallerizza Reale e le sue
destinazioni d'uso credo che questi eventi, e la loro preoccupante successione, dovrebbero
attivare una riflessione collettiva sulla tutela preventiva del costruito storico. A partire dalla
sua bellezza e fragilità: da quelle travi nobili e antiche capaci di covare per giorni una
scintilla che, con un po' più di attenzione, non si trasformerebbe mai in un furioso incendio.

Cavallerizza Reale di Torino
La Cavallerizza Reale di Torino in fiamme. Foto dal sito ufficiale

IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

I vincitori della IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

Si è conclusa la IX Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica

À la rencontre de Néandertal” miglior film per la giuria di qualità

I Leoni di Lissa” si aggiudica il premio del pubblico

All’archeologo di frontiera Massimo Vidale il premio “Antonino Di Vita”

IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Massimo Vidale

L’ultima serata della nona edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, realizzata con il sostegno di Sicilia Film Commission e la collaborazione dell’Archeoclub d’Italia di Licodia Eubea diretta da Giacomo Caruso, si è conclusa con la cerimonia di premiazione, nel corso della quale sono stati assegnati tre premi. “I leoni di Lissa” documentario prodotto da “Allegria Film” e diretto dal regista Nicolò Bongiorno, si è aggiudicato il premio “Archeoclub d’Italia”, assegnato dal pubblico votante. Il regista, secondogenito del noto conduttore televisivo Mike Bongiorno, ha ricevuto il premio dalla mani di Enzo Piazzese (Archeoclub d’Italia di Ragusa).

IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
da sx il regista Nicolò Bongiorno e Enzo Piazzese

Il premio “Archeovisiva”, assegnato da una giuria internazionale di qualità composta da Diego D’Innocenzo, Anthony Grieco, Lada Laura, Laura Maniscalco e Brian McConnell è stato assegnato alla produzione francese “À la rencontre de Néandertal”, di Rob Hope e Pascal Cuissot, prodotto dalla Fred Hilgemann Films, presentato in anteprima nazionale a Licodia Eubea. La giuria di qualità ha inoltre assegnato una menzione speciale al film “C’era una volta Iato”, prodotto dall’Istituto Comprensivo di San Giuseppe Jato.

Due dei cinque giurati del premio 'ArcheoVisiva', la dott. Laura Maniscalco e il prof. Brian McConnell

Infine, il premio “Antonio Di Vita”, attribuito dal comitato scientifico del festival, a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico, è stato attribuito all’archeologo Massimo Vidale, che ha svolto negli ultimi quaranta anni ricerche archeologiche ed etnoarcheologiche in Italia, Iran, Kuwait, Iraq, Pakistan, Turkmenistan, India, Nepal, Indonesia, Tunisia ed Eritrea.

IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Maria Antonietta Rizzo Di Vita consegna il premio a Massimo Vidale

La premiazione è stata preceduta dalla consueta Finestra sul documentario siciliano, che quest’anno è stata dedicata alla Sicilia di Vittorio De Seta, padre del documentarismo moderno, raccontata da Alessandro De Filippo, critico cinematografico e docente di Tecnica della rappresentazione audiovisiva presso il DISUM di Catania.

Alessandro De Filippo nel corso della 'Finestra sul documentario siciliano'

Nel corso dei quattro giorni di festival, addetti ai lavori, registi, produttori, archeologi e centinaia di visitatori, si sono ritrovati a Licodia Eubea, da nove anni punto di riferimento, a livello internazionale, per il cinema archeologico.  I direttori artistici del festival, Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, soddisfatti dell’eccezionale riuscita di questa nona edizione e della grande affluenza di pubblico, complice il clima quasi estivo che ha caratterizzato i quattro giorni, hanno già fissato le date della decima edizione dell’evento, che sarà dal 16 al 19 ottobre 2020.

Licodia Eubea, 21/10/2019

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica
di Licodia Eubea