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Università La Sapienza a Roma: eventi dal 14 al 20 Ottobre

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Per la settimana prossima, si segnalano i seguenti eventi di carattere culturale presso l’Università La Sapienza a Roma (ove non indicato diversamente). Ai link relativi a ciascun evento è possibile approfondire.

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Un Sindaco di ieri, la Napoli di oggi

Un Sindaco di ieri, la Napoli di oggi

Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nella Napoli dei nostri giorni, don Antonio Barracano amministra la giustizia, o quantomeno ciò che in una città di contraddizioni come il capoluogo campano può essere definita tale: punisce chi ha perpetrato un torto e al tempo stesso chi lo ha subito, se ciò ha comportato una vendetta sommaria; disprezza l'usura, ma costringe chi la pratica a scendere a più miti consigli adoperando metodi da boss mafioso. Il suo operato e il suo ambiguo concetto di equità saranno messi in crisi da un giovane che gli richiede protezione prima di compiere un delitto terribile.

In questo riassunto si riconosce a colpo d'occhio la trama di uno dei drammi più celebri di Eduardo De Filippo, Il Sindaco del Rione Sanità, alterata tuttavia in un elemento significativo: la storia che il drammaturgo partenopeo mise in scena nel 1960 si ambientava nella Napoli di circa vent'anni prima, nella quale persistevano gli echi della Seconda Guerra Mondiale uniti alle dicotomie di una società basata sull'onore e sulla parola, mai realmente tramontata nemmeno ai nostri giorni.

Può forse essere questo il motivo per cui Mario Martone, specializzato nel raccontare la Campania dei secoli passati (suoi l'onirico Capri-Revolution dello scorso anno e Il Giovane Favoloso ispirato alla vita di Giacomo Leopardi) ha deciso di portare in scena la Napoli contemporanea per mezzo della più classica delle commedie di De Filippo: per quanto a prima vista possa sembrare anacronistica la vicenda umana di uno pseudo-boss che dispone dei piccoli e grandi misfatti all'ombra del Vesuvio a seconda del suo discutibile (ma coerente) senso di giustizia, essa finisce per risultare tremendamente attuale.

Il sindaco del rione Sanità Napoli Mario Martone Eduardo De Filippo
Eduardo De Filippo interpreta don Antonio Barracano nella commedia Il sindaco del rione Sanità. Foto di scena di una rappresentazione del 1960. Rielaborata e modificata da Gierre

Il testo originale è quasi integralmente rispettato, con minime licenze atte a intercalarlo meglio nei nostri tempi; tuttavia esso viene spogliato di quasi tutta la sua ironia ed esposto al pubblico nella crudezza del suo pessimismo. Battute che un tempo avrebbero provocato un'agrodolce risata - gli immortali riferimenti alla superstizione, le liturgie familiari napoletane, tanto arcane quanto inoppugnabili - si rivelano nell'opera di Martone pregne di uno scomodo sarcasmo. Lo stesso protagonista è oggetto di una clamorosa rilettura: laddove De Filippo aveva cercato di ammantare l'antieroe don Antonio del carisma di un veterano al di sopra dei concetti di bene e male, saggio ma nella maniera sbagliata, Martone dipinge un Sindaco più giovane e inquieto nel suo essere uomo sbagliato ma provvisto di una saggezza che alla fine risulterà essere nulla più che la somma dei propri errori. Ne consegue un'amara riflessione sulla giustizia in posti come Napoli, efficace nei concetti ma fallimentare nella pratica in qualsiasi maniera la si voglia gestire: si tratta di tematiche già presenti in nuce nel testo defilippiano, a cui il regista resta fedele pur non rinunciando al loro approfondimento. Nessuna redenzione è ammissibile in questo contesto, nemmeno quella vagheggiata da Eduardo nel memorabile finale.

Il film viene reso particolarmente efficace dal cast, composto quasi interamente da attori che ci pare di aver visto da qualche parte ma non ricordiamo dove, a loro agio in interazioni prive di enfasi ed estremamente spontanee, che riflettono la decisione del regista di depauperare il dramma originale di tutta la sua eleganza; ed è proprio nella regia, nonché nell'audace combinazione di scenografia e fotografia che il garbato nichilismo di Martone trova compimento: l'alternarsi di piani-sequenza e inquadrature veloci tradisce la natura teatrale del testo ma tenta di offrirsi spesso, forse un po' più del dovuto, al dinamismo di un film d'azione dai toni drammatici. La Napoli che il film ci mostra è una città notturna, lontana, anonima; tre quarti del lungometraggio si ambientano in una periferia rurale e fuori dal tempo, che ostenta ricchezza ma che si trascina dietro un codazzo di miseria e squallore. Relegate all'atto finale le concessioni alla downtown più riconoscibile e stereotipata, tra le quali si annovera una lunga scena ambientata nell'ormai telefonatissimo Palazzo Sanfelice, alla sua quarta apparizione cinematografica nel giro di un anno.

L'esperimento de Il Sindaco del Rione Sanità non si esaurisce nella semplice trasposizione filmica del testo teatrale, e nemmeno ha come precipuo scopo la sua attualizzazione: quello che Martone vuole rivelare, probabilmente, non è quanto un dramma di cinquant'anni fa sia ancora in grado di raccontare Napoli, ma viceversa che Napoli sia ancora in grado di essere raccontata attraverso una storia di molti decenni fa, nel bene e soprattutto nel male.

Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone è tratto dall'omonimo dramma di Eduardo De Filippo e basato sull'allestimento teatrale firmato dallo stesso regista, portato in scena nel 2017 con il collettivo NEST di San Giovanni a Teduccio. Il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche il 30 settembre, l'1 e il 2 ottobre 2019, con due repliche, e si auspica che possa poi approdare in home-video.

Il sindaco del rione Sanità Napoli Mario Martone Eduardo De Filippo
Locandina del film "Il Sindaco del Rione Sanità", reinvenzione in chiave contemporanea del dramma di Eduardo nella Napoli contemporanea

Elea Velia

Elea-Velia. Città di filosofi

L’antica Elea (denominata poi come Velia in epoca romana) - ricadente oggi nell’attuale comune di Ascea, in provincia di Salerno - fu fondata da coloni greci provenienti da Focea, città dell’Asia Minore (odierna Turchia), attorno al 540 a.C., dopo una peregrinazione di circa cinque anni attraverso le coste del Mediterraneo, determinata dal loro essere costretti a sfuggire alla dominazione persiana incombente sul suolo natìo.
La città fu subito rinforzata da possenti mura che, partendo dal crinale della collina detta Castellammare della Bruca, attraversavano tutta la città, lambendo molto spesso anche singoli quartieri abitativi.
Elea Velia
Il V° secolo fu un periodo d’oro per la colonia, abbellita da un tempio forse dedicato ad Atena sull’Acropoli, da una ampia agorà e da santuari eretti lungo le mura.
Il secolo successivo vide la costruzione della splendida Porta Rosa, unico esempio magnogreco di arco con volta a tutto sesto, che rappresentava un monumentale valico di passaggio dal quartiere meridionale a quello settentrionale della città.
Fu patria dei due grandi filosofi naturalisti, Parmenide e Zenone, i quali tennero più volte discorsi ad Atene per enunciare le loro dottrine, e si narra che spesso era ospite si loro discorsi anche Socrate.
Crebbe la potenza economica della città, grazie soprattutto alle attività commerciali e mercantili dei focei, che erano abilissimi mercanti e navigatori conosciuti ed apprezzati in tutti i porti del Mediterraneo, fino all’isola di Delo.
Nel II sec. a.C. Strinse rapporti di alleanza con la prepotente potenza romana, diventando in tal modo civitas foederata, fino all’88 a.C., quando diventò un municipium romano.
Apprezzatissima dall’aristocrazia romana, tanto che lo stesso Cicerone fu più volte ospite dell’amico Trebazio, soprattutto per la salubrità dei luoghi e la presenza di una vera e propria scuola medica, antesignana di quella che nel Medioevo fu la Scuola Medica Salernitana.
Elea Velia
Fu abbellita in questi secoli da terme, quartieri di insulae e edifici connessi al culto imperiale, almeno fino al III° secolo inoltrato, quando a causa di fenomeni alluvionali e all’insabbiamento dei porti, si avviò ad un lento ma inesorabile oblio.
Nel VI° secolo, all’interno del complesso delle Terme romane, furono rinvenute le mortali spoglie dell’Apostolo Matteo, trasferite successivamente a Salerno, dove tuttora si trovano.
Attualmente il Parco archeologico di Elea-Velia di sviluppa su un circuito di 9 km in un’area di circa 75 ettari, scavata solo per il 15% circa.
Simbolo dell’area archeologica è la già citata Porta Rosa che, purtroppo, da circa due anni non è visitabile a causa di un incendio che ha coinvolto la collina sovrastante.
Urge per questa meravigliosa area archeologica una ulteriore valorizzazione che tenga certamente conto delle enormi potenzialità che l’area archeologica può offrire.
Tutte le foto di Elea-Velia sono di Camillo Sorrentino

L'ultimo autore del Risorgimento italiano: Ippolito Nievo

Quella di Ippolito Nievo è una figura senza ogni dubbio nuova e rappresenta un anello di congiunzione fondamentale, nel panorama della letteratura nazionale italiana, tra Manzoni e Verga per la sua produzione narrativa.

Ippolito Nievo
Foto dal libro Le confessioni di un ottuagenario edito da "A.Barion", aprile 1937.

Uomo calato a pieno nel periodo storico in cui vive, è proprio per questo da considerarsi l’ultimo letterato del Risorgimento Italiano, poiché ha unito l’azione concreta al pensiero, militando nel corpo garibaldino dei Cacciatori delle Alpi e prendendo parte all’impresa dei Mille (pur essendo un antimilitarista) ma al tempo stesso si è dedicato appassionatamente alla scrittura.

Ad un arco di vita purtroppo breve (nasce nel 1831 e muore alle soglie della Repubblica per la nascita della quale aveva combattuto, nel 1861) corrisponde infatti l’intensissima e fruttuosa attività giornalistica e letteraria di Ippolito Nievo. Esordisce dapprima come poeta con Versi del 1854 (di ispirazione satirica), più avanti Lucciole del 1858 e Amori garibaldini nel 1860, ma è la narrativa in cui spicca.

Numerose novelle sulla vita delle genti umili sono infatti edite sui giornali presso cui l’autore collabora già da studente e poi raccolte nel Novelliere campagnuolo del del 1856, (si ricordi Il Varmo, secondo i critici primo abbozzo dell’infanzia idillica tra Carlino e la Pisana nel romanzo maggiore dell’autore). Dopo la parentesi di due tragedie, Spartaco e i Capuani, Nievo ritorna alla narrativa con quattro romanzi, Angelo di bontà. Storia del secol passato, Il conte pecoraio. Storia del nostro secolo, Il barone di Nicastro, Il pescatore di anime (incompiuto) scritti tra il '56 e il '58.

Ma Nievo sente sempre dentro di sé un misto di fiducia ed incertezza riguardo la funzione civile dello scrittore. Notevoli a tal proposito sono durante gli anni gli interventi saggistici, di cui il più importante a sfondo politico è il Frammento sulla rivoluzione nazionale del 1859-'60, ove si legge come Nievo ritenga assolutamente fondamentale la partecipazione della società tutta al processo risorgimentale in atto in quegli anni, cosa che purtroppo non stava avvenendo e anzi aveva comportato un’esclusione delle masse popolari da tutti quei benefici portati dalle rivoluzioni industriali e quasi una sordità da parte delle classi dirigenti passate e presenti ai loro bisogni e diritti, che Nievo considera parimenti dignitosi.

Dal tono di questa discussione si possono dedurre anche i toni di quella che è l’intera prosa neviana, che rifiuta (in realtà anche nelle tematiche più leggere o intime) il Romanticismo languido e il sentimentalismo che andava per la maggiore. Lo stile anzi mira alla concretezza e all’umorismo, e ciò è riscontrabile a primo impatto nell’opera più famosa e innovativa di Ippolito Nievo, le Confessioni di un italiano.

La partenza da Quarto, dipinto opera di autore anonimo; Ippolito Nievo partecipò alla Spedizione dei Mille

Scritto in pochi mesi durante l’impegno militare al fianco di Giuseppe Garibaldi, il romanzo fu portato a compimento nel 1858 ma rimasto inedito fino al 1867, quando fu stampato con il titolo Confessioni di un ottuagenario, a cura di un’amica dell’autore.

Il ritardo e le modifiche apportate furono causati dal carattere politico dell’opera, che volle essere mitigato e ridotto alle semplici memorie di un anziano Carlo Altoviti che, “nato veneziano”, “morirà italiano”, come lo stesso narratore, che si trova ad essere testimone ed attore di una fase importantissima della storia nazionale di un paese, annuncia nel proemio. Il romanzo si divide poi in ventitré capitoli raccolti intorno a tre nuclei. I primi sette raccontano l’infanzia del protagonista, chiamato da tutti Carlino, un bambino abbandonato dalla madre e accolto dalla zia nel castello di Fratta. Cresceranno insieme a lui le cugine, che spiccano per la loro diversità antitetica: la quieta e dolce Clara e la frizzante Pisana, che seppur ancora “fanciulletta” rapisce il cuore del giovinetto con il suo comportamento da “tirannella”, in bilico tra l’affetto sensuale e le angherie prepotenti.

Molte scene ritratte in questi primi capitoli hanno fatto giudicare il libro “poco morale” da dare in mano ai giovani, in quanto l’autore non censura e non moralizza, anzi, fa in modo che i personaggi sbaglino e si autocorreggano. Anche la visione della realtà filtrata dagli occhi di Carlo bambino (grazie anche alla sapiente intersezione dei tempi della storia e del racconto, che in questi primi capitoli sono entrambi molto distesi e dettagliati) porta in Italia i nuovi grandi modelli inglesi di Dickens e Sue.

La partenza di Carlino per studiare giurisprudenza in seguito ad un attacco al castello di Fratta fa da apripista alla seconda sezione del romanzo, che comprende dieci capitoli e mostra il giovane a contatto con la realtà storica di quegli anni, dove gli animi di molti erano stati incendiati dagli ideali di libertà ed uguaglianza della Rivoluzione francese. Ma dopo la delusione per i risvolti storici del 1794, Carlo torna a Fratta per impiegarsi come cancelliere al castello e si imbatte in un quello che era stato lo “scorcio e abbozzo di donna” (cap I) sempre amata, la Pisana, che continua ambivalentemente a nutrire affetto per lui ma a rifiutarlo. I due decidono allora di prendere strade diverse, lei sposando un altro e lui in giro per l’Italia. Eppure tra quelli che erano stati solo due bambini persisterà un legame che li porterà, come si evince negli ultimi sei capitoli che concludono il romanzo, fino a salvarsi la vita a vicenda più volte. Affascinante come quella volontà di allontanamento che si percepisce quando la Pisana sceglie di dedicarsi al marito vecchio e malato, spronando per giunta Carlo a prendere moglie a sua volta, svanisca non appena la donna venga a sapere della condanna a morte del protagonista in seguito al suo coinvolgimento nei moti del 1821. La Pisana morirà poco dopo per malattia mentre sono entrambi a Londra in esilio. Per tutto il romanzo non ci si può non chiedere, forse per via della visione della Pisana che il lettore ha filtrata dagli occhi di Carlo ormai vecchio, perché la donna abbia rinunciato a tutto, all’amore incondizionato del protagonista, al matrimonio, al denaro di famiglia per mantenerlo in esilio ma non abbia ceduto al compimento dell’amore. Forse avrebbe significato per il personaggio perdere la sua libertà e la sua caratterizzazione ribelle che dà perfettamente la mano al carattere di Carlo:

Avea forse odorato la pasta di cui ero fatto, e raddoppiava le angherie ed io la sommissione e l’affetto; poiché in alcuni esseri la devozione a chi li tormenta è anco maggiore della gratitudine per chi li rende felici. Io non so se sian buoni o cattivi, sapienti o minchioni cotali esseri; so che io ne sono un esemplare; e che la mia sorte tal quale è l’ho dovuta trascinare per tutti questi lunghi anni di vita. La mia coscienza non è malcontenta né del modo né degli effetti; e contenta lei contenti tutti, almeno a casa mia.” (cap I)

Per quanto riguarda il personaggio di Carlo, dietro cui non si può non scorgere un tratto autobiografico, è interessante notare come sia nuovo sotto molteplici aspetti: è un personaggio che vive, unitamente ad una storia d’amore e una propria crescita fisica e psicologica, la storia attuale, resa verisimile dalla conoscenza diretta di personaggi storici (Napoleone, Foscolo) e vicissitudini di guerra (rivolte popolari, esilio, carcere). Ecco che Ippolito Nievo rende in maniera semplice le Confessioni di un italiano un romanzo pedagogico e di formazione (con valorizzazione dell’infanzia come momento formativo essenziale), ma soprattutto romanzo storico della contemporaneità, relativizzato dalla focalizzazione interna, che rifiuta il narratore onnisciente di stampo manzoniano. Così in pochi mesi Nievo era riuscito a realizzare il sogno di scrivere un romanzo di vita contemporanea che mostrasse il passaggio dall’Ancien Régime ad un mondo nuovo in costruzione, parallelamente alla maturazione ed invecchiamento del suo protagonista, attraverso il quale l’autore spera che possano maturare una coscienza politica (nei limiti del possibile – si legge un umorismo di stampo sterniano) anche i propri lettori.

Purtroppo l’antologia neviana non ha avuto immediato riscontro. Un lettore appassionato di Ippolito Nievo è Italo Calvino, che riprende alcuni luoghi e temi delle Confessioni in Il sentiero dei nidi di ragno e nella figura di Pin.

Ippolito Nievo
Busto di Ippolito Nievo a Portogruaro, foto di Tiesse, CC0

Fonti:

"La scrittura e l'interpretazione" di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011

"Ippolito Nievo" in:

Enciclopedia online

Enciclopedia Italiana di Bindo Chiurlo, 1934 

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 78 di Emilio Russo, 2013


Ercolano. Continuano ad ottobre le visite nei cantieri

Il Parco Archeologico di Ercolano prosegue il suo programma di inclusione del pubblico e di partecipazione nelle attività di restauro e manutenzione dell’eccezionale patrimonio archeologico dell’antica città. Nel mese di ottobre il pubblico potrà continuare ad assistere da protagonista al lavoro in diretta di restauratori e archeologi all’opera all’interno delle sito: si rinnoveranno infatti i fortunati appuntamenti del Venerdì mattina “Close-Up”.  Anche per il mese di ottobre il personale esperto del Parco incontrerà alle ore 11:00 e alle ore 11:30 i visitatori per condividere gli ultimi sviluppi e i risultati dei lavori sul campo per assicurare sempre migliori condizioni di conservazione dei beni archeologici. Un dietro le quinte da non perdere.

Ercolano

Il programma di ottobre inizia dalla Casa dell’Albergo, ma intanto proseguono le attività che porteranno alla grande inaugurazione della “Casa del Bicentenario”, dimora chiusa dagli anni ’80 che sarà finalmente restituita alla fruizione. Il progetto, che corona più di dieci anni di ricerche e attività di conservazione, sarà un punto di riferimento privilegiato del  programma Close up, per un coinvolgimento del pubblico nel restauro del patrimonio del Parco.

Torna intanto l’appuntamento con l’iniziativa ministeriale #iovadoalmuseo Domenica al Museoed il pubblico del Parco Archeologico di Ercolano potrà approfittare dell’ingresso gratuito domenica 6 ottobre.