American Dirt: Jeanine Cummins, il suo sgradevole romanzo e la controversia sui migranti messicani

Allo scoccare della mezzanotte di capodanno 2020, Goodreads ha divulgato una lista contenente i titoli dei libri più attesi del nuovo anno. Il primo titolo, scintillante e grassettato, la faceva da padrone sulla pagina web, seguito dall’eloquente didascalia: American Dirt, “the book of the year”. Una definizione che probabilmente si deve al commento entusiasta di un’autorità come Stephen King, la cui frase di decisa approvazione troneggia in quarta di copertina.

Il tanto chiacchierato presunto libro dell’anno, American Dirt, per l’appunto, vergognosamente tradotto da Feltrinelli con il titoloIl sale della terra’ — privo di senso e connessioni con il romanzo — è l’oggetto di una controversia che va ben oltre la penosa traduzione italiana del suo titolo (e mi auguro solo di quello!).

Il romanzo racconta la storia di una donna messicana e di suo figlio che, perseguitati da un gruppo di narcotrafficanti che hanno già sterminato il resto della loro famiglia a causa di un articolo di denuncia scritto dal marito della protagonista, decidono di emigrare in USA. Una storia di migrazioni, dunque, e, di conseguenza, di vicissitudini e sofferenze, che hanno luogo per lo più tra Acapulco e la linea di confine con gli Stati Uniti. Il problema — sembrerebbe — di questo libro è che racconta la storia di due personaggi messicani, ma è stato scritto dall’americanissima e decisamente bianca Jeanine Cummins.

“Stop telling our stories” è la frase ricorrente che si legge sia sulla pagina di Goodreads del libro, sia fra i tweet di commento al post di Oprah Winfrey che, entusiasta del romanzo, lo ha inserito fra le letture del suo club. Semplificando un po’ la questione, Il Post, il 29 gennaio 2020 ha infatti intitolato un articolo così:  Bisogna essere messicani per scrivere un romanzo dal punto di vista di un migrante messicano?”.

Rispondo subito, prima che ci si impelaghi in lunghe disquisizioni sul senso e la natura della cosiddetta cultural appropriation: no, non bisogna essere messicani per scrivere un romanzo dal punto di vista di un migrante messicano. L’arte (e presumiamo che la letteratura appartenga a questa categoria) deve essere libera, la narrativa è finzione e può (anzi, spesso deve) fondarsi sulla ricerca e sulla sperimentazione. Per cui, con buona pace di chi si sente usurpato della prerogativa di raccontare un certo tipo di storia, Jeanine Cummins aveva tutto il diritto di scrivere di quello che voleva. Qualunque scrittore, in realtà, ha il diritto di scrivere di ciò che gli pare. Ma ha il sacrosanto dovere — e a questo dovere Cummins, ahimè, non sfugge — di farlo bene. Di documentarsi, di non scrivere idiozie, banalità e schifezze melense, di non banalizzare, offendere, e soprattutto di non distorcere e fuorviare. È per questo motivo principalmente che American Dirt non è, non può e non deve essere il libro dell’anno: l’intento, pur nobile, di scrivere una storia che empatizzi con chi soffre emigrando, crolla drammaticamente di fronte alla quantità di cliché, storture e inesattezze che il romanzo contiene.

Il libro è infarcito di luoghi comuni di ogni tipo, che, se pur involontariamente, finiscono per far sembrare l’autrice un tantino razzista. Perché si è concentrata, verrebbe da chiedersi, solo sulla parte messicana di questo viaggio della speranza? Perché non ha parlato invece di quanto avviene al confine, dei bambini separati dai genitori e trattenuti in campi di detenzioni per minori — l’ormai chiacchieratissimo aberrante stratagemma statunitense finalizzato a fare da deterrente per l’immigrazione — su cui forse una cittadina americana come Jeanine Cummins avrebbe potuto dire qualcosa di meno stereotipato di quanto sia stata in grado di fare per il racconto resto del viaggio, pieno di personaggi messicani cattivissimi e piuttosto monocordi? Perché invece, per rendere il tutto più originale, non ha approfondito la storia personale di ossessione morbosa del boss Javier per la protagonista? Se proprio si doveva cavalcare l’onda del dolore dei migranti, ormai esposto al mondo dai media, non lo si poteva fare in modo originale, personale e documentato? Il vago sentore di sciacallaggio mi ricorda un po’ il terribile Mare al mattino di Margaret Mazzantini, brevissimo e sfornato in fretta, a sfruttare atrocemente e banalmente il tema dell’immigrazione libica e dei morti in mare, divenuto caldo nel 2011. A scacciare quest’ombra da American Dirt, non sembra bastare la nota finale dell’autrice, che, in una sorta di excusatio non petita accusatio manifesta, ci racconta dei suoi 5 anni di ricerche e si giustifica per aver scritto di una materia in cui non è esattamente competente, accampando come scusa qualche antenato portoricano e il marito irlandese dal passaporto che poteva scadere da un momento all’altro. Le ricerche di cui parla nella nota, purtroppo, non sono state sufficienti alla realizzazione di un prodotto letterario credibile e convincente.

Estremamente disturbante, a mio avviso, è l’inserzione di parole in spagnolo nel bel mezzo dell’inglese: ad esempio, “tonight is dificíl” che significa? Chi parlerebbe mai in questo modo? L’esito finale di questo fastidioso espediente (se così lo possiamo chiamare)  è quello di ridurre lo spagnolo ad una lingua sussidiaria, quasi una lingua infantile, un repertorio di Lallwörter, che va bene usare giusto ogni tanto per sottolineare qualche parola carina, spaventosa o affettuosa (un po’ come dire “fai la nanna, tesoro, se dormi non ti farai la bua”).

Tutto questo è ancor più irritante perché il libro, nel suo insieme, non è poi mal scritto. A scanso di equivoci, è bene dichiararlo: senza dubbio American Dirt non sarà il libro dell’anno e probabilmente non passerà alla storia della letteratura, ma non è tout court un brutto libro. È scritto in un inglese più che decoroso (certo, con qualche ripetizione noiosa: quante volte ho dovuto leggere il verbo to duck!) e ha indubitabilmente un buon ritmo incalzante, motivo per cui non trovo difficile credere ad Oprah quando dice di non essere riuscita — come ha dichiarato su Twitter — a mettere giù il libro. Malgrado qualche innegabile falla nell’intreccio (com’è possibile che la protagonista talvolta sia così stupida? Perché i narcos non la trovano nonostante sappiano grosso modo dove si trova?), pagina dopo pagina, la storia si lascia leggere abbastanza bene. Il romanzo scorre veloce, e ad un certo punto sembra anche in qualche modo godibile, nonostante la caterva di inesattezze e il vago ma irritante elemento patriottico (si spera involontario!) per cui gli Stati Uniti paiono essere la panacea di tutti i mali.

Questo è, in effetti, probabilmente, il problema più grave di American Dirt: si fanno dei rapidi cenni alle deportazioni e alle famiglie separate, la protagonista ne è per un attimo spaventata, ma scaccia presto il pensiero dolente di queste prospettive agghiaccianti; il personaggio che queste tragedie le ha vissute in prima persona ne parla a cuor leggero, racconta la propria detenzione in breve e con distacco, pare non averne ricavato traumi. Poi, alla fine, quando i migranti sopravvissuti riescono ad arrivare in USA, tutto si risolve, i problemi più grossi sono ormai alle spalle, al nord (el norte, nel distorto ed irritante alternarsi di lingue) si vive molto meglio. L’ingenuità — e mi auguro non la mala fede o la propaganda — dietro questa idea è quanto meno imbarazzante, se pensiamo alla realtà dell’America di Trump.

Molti di questi problemi sono stati già abbondantemente ed efficacemente sottolineati da Miriam Gurba nella sua recensione al romanzo, in cui si parla anche della poca cura che l’autrice ha dedicato alla scelta delle espressioni spagnole, a quanto pare non esattamente conformi all’idioma messicano.

Infine, un problema cruciale, legato ad American Dirt, riguarda l’editoria, e forse qui Jeanine Cummins di colpe ne ha un po’ meno, se si eccettua quel “cavalcare l’onda” cui facevo cenno poco fa. Pubblicare American Dirt toglie davvero spazio alle vere voci messicane? Per rispondere, magari dovremmo distinguere la fiction dal report. È in quest’ultimo genere che gli autori messicani comprensibilmente riescono a dare il meglio (si veda, ad esempio, l’ottimo Lost Children Archive di Valeria Luiselli), ma è pur sempre vero che anche nella narrativa fittizia, una componente personale aiuta e arricchisce. E non c’è dubbio che romanzi non necessariamente autobiografici, scritti su un tema di questo tipo da autori messicani, produrrebbero senza dubbio risultati migliori.

Possiamo, dunque, sperare che la lunga controversia e il polverone mediatico che circondano il romanzo di Cummnins, allertino gli editori (che sia per soldi o per rinnovata sensibilità letteraria e umana) e favoriscano la pubblicazione di più romanzi di autori messicani. Quella di American Dirt — in definitiva un prodotto commerciale più che artistico — è senz’altro un’occasione sprecata, ma ci auguriamo almeno che grazie alla notevole esposizione meritatamente o immeritatamente ricevuta, possa portare buoni frutti e attirare l’attenzione su quanto di buono si può leggere nella letteratura messicana contemporanea!

American Dirt il sale della terra Jeanine Cummins
La copertina del romanzo Il sale della terra, edizione italiana di American Dirt di Jeanine Cummins

Importanti ritrovamenti nel sito di Tuna el-Gebel in Egitto

Tombe di sommi sacerdoti del periodo tardo sono state scoperte nella necropoli dell'area di Al-Ghoreifa nel sito archeologico di Tuna el-Gebel, situata nel governatorato di Minya, nel Medio Egitto.

A dare l’annuncio della prima scoperta del 2020 è stato il Dott. Khaled El-Enany, Ministro del Turismo e delle Antichità Egizie, durante una conferenza stampa in cui ha descritto i nuovi ritrovamenti frutto di una campagna di scavi della missione archeologica egiziana condotta dal Dott. Mustafa Waziri nel sito di Tuna el-Gebel. Le ricerche hanno riportato alla luce diverse tombe di sommi sacerdoti del dio Djehuty e di alti ufficiali dell’Alto Egitto, con la sua capitale Ashmunin.

L’area, sin dal 2018, continua a rivelare i suoi segreti con cachette di mummie, diverse tombe con sarcofagi e corredi funerari che stanno attraendo migliaia di curiosi dal mondo intero tanto da inserire Minya tra i siti archeologici più visitati in Egitto. La terza campagna di scavi ha riportato alla luce sedici tombe ancora intatte con circa 20 sarcofagi e casse di varia forma e dimensione compresi 5 sarcofagi antropoidi in calcare istoriati con testi in geroglifico, 5 bare di legno in ottimo stato di conservazione, alcune delle quali decorate con i nomi e i titoli dei loro proprietari. Oltre a questi, sono emersi più di 10.000 ushabty realizzati in faience blu e verde, parecchi dei quali iscritti con i titoli dei defunti.

La missione diretta dal Dott. Waziri ha scoperto anche più di 700 amuleti di forme, dimensioni e materiali diversi che comprendono scarabei del cuore, amuleti di divinità e amuleti realizzati in oro puro come il “Ba” oltre ad un amuleto dalla forma di un cobra alato.

Molti vasi di terracotta usati per scopi funerari e religiosi sono stati rinvenuti assieme a strumenti per il taglio della pietra e il trasporto dei sarcofagi così come martelli di legno e cesti fatti di foglie di palma; otto gruppi di vasi canopi in calcare dipinto con iscrizioni riportano i titoli dei proprietari e il titolo del cantore del dio Thot; altri due gruppi comprendono quattro vasi canopi di alabastro appartenenti ad una coppia e infine un gruppo di stele senza alcuna iscrizione rappresentano i quattro figli di Horus.

Come fa notare il Dott. Waziri, uno dei sarcofagi di pietra apparterebbe al figlio del faraone Psammetico (XXVI dinastia e deceduto nel 610 a.C.) con il titolo di “capo del tesoro reale” e, tra gli altri titoli, anche quello di sacerdote di Oriris e Nut. Il secondo dei sarcofagi riporta una scena con la dea Nut che dispiega le sue ali a protezione del defunto di nome Horus e titolato come tesoriere reale.

Un altro sarcofago di calcare perfettamente levigato e considerato uno dei più importanti scoperti durante questa stagione di scavi è quello di un certo Djehuty luf ankh che oltre che “tesoriere reale” era anche “portatore dei sigilli del Basso Egitto” nonché “unico compagno del re”. Un quinto sarcofago riporta iscrizioni in geroglifico con le varie cariche del defunto tra le quali la più importante è quella corrispondente al titolo di “assistente”.

Infine, i ricchissimi scavi, hanno riportato alla luce, oltre a queste meraviglie, anche 19 tombe contenenti 70 sarcofagi di pietra di varia forma e dimensione.

FOTO: MoA


Gli hooligan a Pompei, 2000 anni fa!

«Sub idem tempus levi initio atrox caedes orta inter colonos Nucerinos Pompeianosque gladiatorio spectaculo, quod Livineius Regulus, quem motum senatu rettuli, edebat. quippe oppidana lascivia in vicem incessente[s] probra, dein saxa, postremo ferrum sumpsere, validiore Pompeianorum plebe, apud quos spectaculum edebatur. ergo deportati sunt in urbem multi e Nucerinis trunco per vulnera corpore, ac plerique liberorum aut parentum mortes deflebant.»

«Nello stesso lasso di tempo per lievi motivi scoppiò un conflitto feroce tra gli abitanti di Nocera e quelli di Pompei a proposito d'uno spettacolo di gladiatori, offerto da Livineo Regolo che, come ho già detto, era stato espulso dal Senato. La gente,  con la mancanza di freni tipica di quelle città, incominciò con lo scambio di ingiurie, poi passò alle pietre, e finirono con l'impugnare le armi; ed ebbe la meglio la plebe di Pompei, dove aveva luogo lo spettacolo. Di conseguenza molti dei Nucerini tornarono nella loro città il corpo coperto di ferite, la maggior parte piangendo la morte di figli o di genitori.»

(Tacito, Annali, XIV, 17, nella traduzione di Lidia Storoni Mazzolani, Roma, 1995)
anfiteatro Pompei Nocerini Pompeiani
L'anfiteatro di Pompei, Nocerini vs Pompeiani, MANN. Foto tratta dal libro Storia delle civiltà antiche, Carlo Barberis, 1990. Pubblico dominio

 

Il passo di Tacito racconta un episodio molto grave e cruento relativo all'anno 59 d.C., che si svolse nell'anfiteatro di Pompei e vide protagonisti in negativo Pompeiani e Nocerini, gli abitanti cioè della vicina Nuceria Alfaterna, all'epoca potente e ricca città della Campania, posta al limite meridionale della pianura alluvionale solcata dal fiume Sarno, lo stesso fiume sulle cui sponde nascerà Pompei e che ne segnerà le fortune.  
La vicenda segna un punto di non ritorno nei rapporti fra le due comunità, che a onor del vero non erano mai stati del tutto idilliaci, a partire dal periodo della Guerra sociale del 91 - 88 a.C., quando Nocera restò fedele a Roma ed all'esercito di Silla, mentre Pompei si ribellò e venne duramente punita, perdendo in questo modo la libertà e divenendo una colonia, il cui nome noto è quello di Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum (nell'89 a.C.)
In virtù della sua fedeltà a Roma, Nocera ottenne numerosi privilegi, tra i quali quello che maggiormente attirò le ire dei pompeiani fu l'assegnazione a quest'ultima dei territori dell'ager stabianus e di conseguenza della città di Stabia, che costituiva certamente un importantissimo polo di attrazione marittimo e commerciale per tutta l'area; in aggiunta a questo, in età neroniana, la città di Nocera venne rinforzata con l'immissione di nuovi veterani, e le furono assegnate nuove terre, sempre a discapito di Pompei, la quale venne privata di importanti zone agricole che costituivano parte del suo tessuto economico.
Data quindi l'inevitabile tensione che questi provvedimenti scatenarono fra le due città, sarebbe davvero bastata una scintilla per far esplodere gli animi; e questa scintilla venne di fatto innescata (volontariamente o meno non è chiaro), da un certo Livineio Regolo, peraltro già espulso dal Senato pochi anni prima, il quale probabilmente pensò di riscattare la sua immagine organizzando ludi gladiatori, che al tempo costituivano in effetti un viatico immediato ed efficace per riparare a colpe precedenti.
L'iniziativa di Livineio Regolo sortì però l'effetto completamente opposto in quanto le due fazioni, mentre assistevano ad uno dei munera, cominciarono dapprima a "stuzzicarsi" verbalmente, dopodichè passarono "ai fatti", prima con un reciproco lancio di pietre e successivamente venendo a contatto, senza disdegnare l'uso della spada e di altri mezzi di offesa personale.
Il racconto di Tacito ci informa che i pompeiani, "padroni di casa" - in quanto organizzatori degli spettacoli - alla fine prevalsero, e molti dei Nocerini furono portati a casa mutilati dalle ferite e parecchi piansero la morte di figli o genitori.
L'episodio ebbe immediatamente vasta eco a Roma, tanto che lo stesso imperatore Nerone non tardò a prendere i dovuti provvedimenti, decretando la soppressione dei giochi e la chiusura dell'anfiteatro pompeiano per ben dieci anni oltre allo scioglimento immediato di tutte le associazioni costituite illegalmente in città, in quanto gli era giunta voce che dietro lo scoppio della rissa nell'anfiteatro si nascondesse in realtà una fallita congiura ai suoi danni.
anfiteatro Pompei
L'anfiteatro di Pompei ove si scontrarono Pompeiani e Nocerini. Foto di Greg Willis, CC BY-SA 2.0

Arrivati a questo punto una riflessione sembra necessaria: quanto dell'episodio che vi ho appena raccontato può essere paragonabile alle odierne manifestazioni di violenza cui siamo purtroppo costretti ad assistere nel corso di manifestazioni sportive, soprattutto calcistiche?

Direi molto, ma evidenzierei ancor più il collegamento diretto tra la violenza e l'importanza della manifestazione sportiva antica e attuale; voglio dire in pratica che gli spettacoli gladiatori potevano essere tranquillamente paragonati per importanza e pathos alle odierne partite di calcio, in cui gli animi già esacerbati per presunte rivalità di varia natura fra le due fazioni molto, troppo spesso non riescono ad essere ricondotti nella logica di una manifestazione ludica o sportiva (che tanto sportiva certo non era al tempo dei romani).
In questo caso quindi vale ancora la massima dal Gattopardo: «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima»!

Le pitture rupestri di Lascaux in mostra al MANN

Venerdì 31 gennaio, Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha inaugurato la mostra interattiva itinerante “Lascaux 3.0”, allestita nella Sala del Cielo stellato e nelle sale attigue, che sarà visitabile, per la prima volta in Italia, fino al 31 maggio 2020.

Le Grotte di Lascaux, che conservano al loro interno pitture rupestri - risalenti al Paleolitico superiore - e raffiguranti più di 6000 figure tra animali, umani e segni astratti, sono state inserite dal 1979 nella Lista UNESCO del Patrimonio Mondiale dell'Umanità.

Lascaux 3.0Situata nel piccolo centro di Montignac, le grotte furono scoperte l’8 settembre 1940 dal giovane Marcel Ravidat mentre passeggiava con il suo cane. Immediatamente questo rinvenimento eccezionale attirò un gruppo di studiosi che si adoperarono per documentarne il grande patrimonio. Per motivi conservativi il sito, noto come la Cappella Sistina della Preistoria, è stato interdetto alle visite dal 1963. Oggi è possibile ammirare le pitture rupestri grazie a una ricostruzione limitrofa al complesso “Lascaux II” aperta al pubblico nel 1983 e a una mostra itinerante “Lascaux 3.0”. Quest’ultima esposizione, nata da un accordo tra la Società pubblica “Lascaux – L’Esposizione Internazionale”, il Dipartimento Dorgone – Périgord e la Regione della Nouvelle Aquitaine, ha lo scopo di portare nel mondo gli ambienti principali della grotta riprodotti con la tecnica del velo di pietra introdotta nei primi anni 2000.

Lascaux 3.0 è una mostra che coniuga archeologia e nuove tecnologie, capace di emozionare il pubblico senza però trascurare l’aspetto scientifico. Grazie a un ricco apparato didattico interattivo, rigoroso ma coinvolgente, adatto a tutte le età, permette di approfondire la conoscenza non solo delle pitture rupestri ma anche di ricevere nozioni sull’epoca dell’uomo di Cro-Magnon.

Lascaux 3.0Il percorso di visita inizia con la riproduzione di una famiglia di uomini di Cro – Magnon realizzata dall’artista visuale Elizabeth Daynes, specializzata nella rappresentazione di esseri umani vissuti in epoche passate partendo dai resti fossili del cranio e dello scheletro. Grazie a quest’opera è possibile guardare in faccia gli antichi abitanti della grotta.

Nella prima sala, al centro, si trova il plastico in scala 1:10 degli ambienti della grotta di Lascaux con le relative pitture rupestri. Lungo le pareti della sala sono presenti postazioni multimediali con audio e video in cui le persone che hanno lavorato negli anni nella grotta raccontano il loro lavoro. Nella sezione chiamata l’atelier dei copisti, alcune postazioni interattive spiegano come sono stati realizzati i pannelli con le pitture presenti nella mostra.

Nella sala seguente, la sezione Il mestiere dell’archeologo, seguendo le ricerche degli studiosi che dal 1940 a oggi si sono occupati di Lascaux, approfondisce alcuni specifici aspetti della professione tra cui “cercare”, “analizzare”, “datare”, “fotografare” e“filmare”. In un’altra sezione della sala, sono presenti postazioni multimediali che svelano le tecniche pittoriche usate dagli artisti di Lascaux.

Lascaux 3.0

Nella terza sala sono esposte le riproduzioni di strumenti legati alla caccia, all’alimentazione, all’abbigliamento e alle abitazioni che permettono di scoprire alcuni aspetti della vita quotidiana degli uomini di Cro – Magnon.

Infine, dopo un video introduttivo si entra nell’ambiente immersivo che permette di passeggiare all’interno della grotta, vivendo le stesse emozioni dei primi scopritori della grotta. Questo effetto è ottenuto grazie all’istallazione di sottilissime pareti artificiali che riproducono fedelmente non solo le pitture ma anche l’effetto visivo della pietra su cui sono state dipinte. Inoltre, l’ambiente è arricchito e reso ancora più spettacolare dalla presenza di un’altra opera della Daynes raffigurante una donna di Cro – Magnon con la sua bambina.

Con Lascaux 3.0 si inaugura la stagione 2020 delle grandi mostre del MANN e si annuncia l’imminente riapertura della sezione “Preistoria e Protostoria” prevista per il prossimo 28 febbraio.

Tutte le foto scattate dalla mostra interattiva Lascaux 3.0 sono di Teresa Pergamo.


gabbia vetro colin wilson

La gabbia di vetro di Colin Wilson: matrimonio del cielo e dell'inferno

Infagottato dal tenue abbraccio delle montagne dell'Inghilterra del Nord-Ovest e dai laghi che tanto ispirarono Wordsworth, Coleridge e De Quincey, Daemon Reade vive a stretto contatto con la sensibility del mondo poetico dei Lake District. Il ritiro filologico-spirituale di Reade è volto a isolarsi dalle turbolenze dei grandi centri cittadini britannici e soprattutto a affinare uno stile di vita meditativo, contemplativo e visceralmente legato agli scritti di un leggendario poeta, William Blake.

La tranquillità incantata in cui vive Reade viene improvvisamente turbata dall'arrivo di un poliziotto che sta indagando sul conto di un curioso serial killer: sul luogo del delitto infatti l'assassino lascia diverse citazioni di William Blake. La polizia ha bisogno del più grande esegeta del poeta e Daemon Reade si lascia magnetizzare dal fascino atavico e misterioso di questo cultore di Blake, nonché spietato assassino al pari di Jack lo Squartatore. Perciò si lascia “arruolare” nell'impresa e ricopre i panni dell'investigatore letterato.

"A Suspicious Character". Colin Wilson si interessò durante l'arco della sua vita ai crimini di Jack lo Squartatore. Immagine dall'Illustrated London News, in pubblico dominio. L'immagine fa parte di una serie pubblicata dall'Illustrated London News (13 Ottobre 1888) con il titolo generale "With the Vigilance Committee in the East End".

La Gabbia di Vetro (1966) di Colin Wilson eredita gli stilemi, l'ambientazione e l'architettura narrativa di Riti Notturni (1960) ma si arricchisce di una connotazione alquanto singolare, rifugiandosi in un potentissimo interrogativo: può un uomo che ama e conosce così tanto la poesia essere l'autore di una carneficina? È davvero così malvagio o è il mondo ad esserlo?

Siamo sempre in quella swinging London degli anni sessanta (cfr. Franco Pezzini), tronfia di positivismo borghese e ricca di intrattenimenti vari, dai lucenti locali traboccanti di alcool ai club privati in cui ballare fino all'alba e sedurre chiunque capiti a tiro. Reade si ritrova catapultato in una iper-realtà dei sensi e delle pulsioni dell'uomo, letteralmente schiacciato da questa Sodoma e Gomorra, da questa Londra promiscua e progressista, così agli antipodi alla quiete poetica del nord. Ma non nasce in lui un odio verso questo otherworld metropolitano, bensì una curiosità latente perché in questa gabbia di vetro gli uomini possono vivere tranquillamente quando hanno soddisfatto i loro appetiti, ma diventano letali e famelici quando il richiamo della carne si fa sempre più impellente. E il vetro della cella si incrina, si rompe e l'animale è libero di cacciare. C'è la sensazione che Reade non stia semplicemente indagando per scoprire chi sia il responsabile di questi omicidi, ma che stia costruendo un'esegesi socio-poetica dell'uomo contemporaneo, dell'outsider e dell'uomo qualunque.

Colin Wilson, personificato in Daemon Reade, tratteggia mirabilmente un'antropologia poetica dell'uomo, inteso come ente filosofico, metafisico e particella letteraria. Questa disamina è volta mostrare la natura dualistica della natura umana, da un lato passivo ingranaggio di una società arrugginita e dall'altro forza ferina, struggente e indomabile dell'outsider che usa la sua forza nei modi più grotteschi. È il matrimonio del cielo e dell'inferno, postulato da Blake e reso vivo dal serial killer di Wilson, in costante bilico tra le due forze contrapposte. E badate bene, non sappiamo quale sia l'inferno e il paradiso. Il dubbio è tutto nostro, Wilson ci dona un carnevale di interrogativi. Il bello è proprio questo.

Un libro da divorare in un solo giorno, una storia da assorbire immediatamente e da rileggere per collezionare con calma citazioni, aneddoti e sfumature del mondo poetico ed esoterico di Blake-Wilson. La Carbonio si conferma una realtà editoriale a tutto tondo che offre un catalogo di livello e vario, lasciatevi intrappolare dalla sua gabbia di vetro. Perché non importa dove voi siate, siamo tutti dei prigionieri, nei Lake District o a Londra.

La gabbia di vetro Colin Wilson
La copertina del romanzo La gabbia di vetro di Colin Wilson, edito da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Brama: le incertezze di un'anima in frantumi

Non lo dico mai, ma questa volta devo proprio: “questo libro merita!”
Ecco l’ho detto.
Di solito non mi esalto così tanto per un libro di narrativa appena uscito. Che devo farci? Sarà che ancora non accetto più il mio status di NON-PIÙ-STUDENTESSA UNIVERSITARIA, ma mi è rimasto un debole per i super manuali da mille pagine e per i saggi, soprattutto di letteratura e filologia.
Invece devo che Brama di Ilaria Palomba, edito da Giulio Perrone Editore (pagg. 239, €16,00), mi è piaciuto davvero molto.

Bianca, la protagonista, incarna un po’ tutte le incertezze ed i timori che qualsiasi donna o uomo, ad un certo punto della vita, può provare.
La differenza è che Bianca si fa distruggere dalle sue paure e dal suo senso di inferiorità nei confronti dei genitori, soprattutto dell’inarrivabile padre, psichiatra affermato che, in fondo, non fa moltissimo per aiutare sua figlia. Certo, cerca di evitarle diversi ricoveri in psichiatria dopo dei maldestri tentativi di suicidio, cerca di starle vicino come fa anche sua moglie, in certi momenti tanto odiata da Bianca. Ma, in concreto, Bianca si perde in quel suo senso di solitudine, si autodistrugge perché, secondo lei, ormai non c’è più nulla da perdere. Anche Carlo Brama, dopo averla salvata dalla vasca da bagno in cui Bianca si era adagiata dopo aver ingoiato numerose pillole, l’aveva lasciata.
L’anima di Bianca è in frantumi: “sei il fantasma di te stesso e cammini in coda a un’infinita molteplicità di sé. I frantumi, eccoli, li vedi? Li vedete? Per me in frantumi sono i dieci sé con cui parlo in chat, scambiando poesie di Rimbaud, Rilke, Hölderlin, frammenti di parole, versi spezzati…”

Brama Ilaria Palomba
Foto di Marika Strano

Di seguito, ulteriori particolari sulla trama del romanzo e considerazioni finali

Leggere di più