La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

Scendendo le scale all’interno di un palazzo condominiale sito a Santa Maria Capua Vetere (CE), in via Aldo Moro, lungo l’antica via Appia, potremmo avere la sorpresa di imbatterci, in luogo di un comune scantinato, nientemeno che in una domus romana risalente al I secolo a.C.

L’antica Capua è, infatti, una miniera di ricchezze, spesso lasciate sepolte o non del tutto fruibili: la domus trattata in questo articolo rientra per l’appunto in questi casi, dal momento che il sito non è visitabile salvo aperture straordinarie.

domus di Confuleius
Il primo dei due ambienti con il pozzo e la vasca. Foto di Giusy Barracca

La cosiddetta domus di Confuleius, altresì nota come Bottega del Tintore, venne scoperta nel 1955, nel corso dei lavori per la costruzione del fabbricato moderno; attraverso una scala a doppia rampa si accede a due ambienti ipogei a pianta rettangolare, ciascuno dei quali coperti da una volta a botte, in ottimo stato di conservazione.

Colpisce immediatamente la ricchezza dell’apparato decorativo, con le pareti e le volte affrescate secondo i moduli del I stile (sebbene di ciò restino poche tracce, a causa dei danni provocati dai lavori moderni), mentre impressionanti sono le decorazioni musive del pavimento: su un fondo in cocciopesto dal colore rossastro si innestano mosaici con tessere bianche e nere a comporre variegati motivi geometrici (rombi, esagoni, crocette, meandri, quadrati) e floreali.

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

Il primo ambiente è diviso dal secondo sul lato occidentale da una porta ad arco, al di là della quale un’iscrizione musiva pavimentale accoglie gli ospiti all’interno del triclinio:

RECTE OMNIA / VELIM SINT NOBIS

«Vorrei che ci vada tutto bene»

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

L’iscrizione più interessante, tuttavia, si trova proprio all’interno del secondo ambiente, dal momento che contiene preziose informazioni che consentono di identificare il proprietario della casa con il sagarius Publius Confuleius Sabbio:

P(UBLIUS) CONFULEIUS P(UBLI) (ET) M(ARCI) L(IBERTUS) SABBIO SAGARIUS/ DOMUM HANC AB SOLO USQUE AD SUMMUM/ FECIT ARCITECTO T(ITO) SAFINIO T(ITI) F(ILIO) FAL(ERNA) POLLIONE

«Publio Confuleio Sabbione, liberto di Publio e Marco, sagario, fece costruire questa casa dalle fondamenta fino alla sommità, essendone architetto Tito Safinio Pollione, figlio di Tito, della tribù Falerna»

Del padrone di casa conosciamo dunque il nome (Confuleius è un gentilizio tipicamente capuano), lo status sociale – si dichiara infatti un liberto - e la professione, ossia quella di commerciante di sagum: si tratta di un mantello di lana grezza, che veniva fissato sulla spalla attraverso una fibula, ed era utilizzato perlopiù dai soldati, in colori differenti a seconda del grado militare, ma era anche l’indumento abituale degli schiavi e, in generale, delle persone meno abbienti. È verosimile che tali stoffe, oltre che vendute, venissero anche prodotte all’interno della casa: la presenza di un pozzo e di una vasca rettangolare situate sul lato est del primo ambiente suggeriscono un’interpretazione in tal senso.

L’iscrizione testimonia il carattere redditizio di questo genere di attività, favorito dalla posizione strategica e dalla forte vocazione commerciale dell’antica Capua. Essa è, inoltre, insieme all’aspetto fastoso e autocelebrativo di tale dimora, un prezioso documento di uno spaccato della società delle città romane, nonché vivida testimonianza del modus vivendi di tutta una classe sociale – quella dei parvenu, dei nuovi ricchi – che ha fatto dell’ostentazione grandiosa della ricchezza un marchio di fabbrica, volto a celare l’umiltà delle proprie origini. Impossibile dimenticare il ritratto pittoresco che Petronio, un secolo dopo, farà nel suo Satyricon a proposito di Trimalchione, liberto (proprio come il nostro Confuleius) che da schiavo affrancato salirà i gradini della scala sociale all’insegna del benessere e del lusso più sfrenato, divenendo il simbolo di un intero ceto sociale.

Tornando a Confuleius, la sua domus è, insieme ad altri monumenti coevi, una delle testimonianze più significative di un piano di rinnovamento urbanistico che ha riguardato la città nella tarda età repubblicana e di cui si ha traccia nelle famose epigrafi capuane relative all’attività dei magistri Campani, addetti allo sviluppo architettonico e all’abbellimento monumentale cittadino. È una Capua ricca e sfarzosa quella in cui vive Confuleius, che dal canto suo è pienamente consapevole dell’importanza rivestita, in questo periodo, da quelle classi che sono in piena ascesa sociale (mercanti, artigiani, architetti), tant’è vero che, nell’iscrizione pavimentale del secondo ambiente, ci tiene a specificare anche il nome dell’architetto, un certo Tito Safinio Pollione, appartenente alla tribù Falerna.

È un peccato che una domus così importante e ben conservata sia difficilmente visitabile e che, complice la posizione sotterranea all’interno di un palazzo privato, resti sconosciuta ai più. D’altro canto, non lontano dalla domus si trovava l’antico foro, il cuore pulsante della città, e ancora oggi è possibile ammirare alcuni tra i siti più suggestivi del mondo romano: l’Anfiteatro Campano, secondo solo al Colosseo, e il Mitreo, come la domus ipogeo, solo per citarne alcuni. Solo un’adeguata promozione e valorizzazione della storia e della ricchezza culturale dell’antica Capua potrà far comprendere appieno la posizione di primo piano che essa occupava nel sistema delle città romane.

Note: la traduzione delle iscrizioni è a cura di chi scrive. Tutte le foto della domus di Confuleius sono di Giusy Barracca.

Bibliografia:

M. Pagano, J. Rougetet. La casa del liberto p. Confuleius Sabbio a Capua e i suoi mosaici, in «Mélanges de l'école française de Rome» 99.2, 1987, pp. 753-765.


lettera 104 Seneca

"Se vuoi liberarti dai tuoi affanni, devi essere un altro uomo": la lettera 104 di Seneca

"Come si troverebbero bene certe persone se si staccassero da sé stesse! E invece si opprimono, si affliggono, si guastano, si spaventano, tutto da soli. Traversare gli oceani, cambiare città, cosa serve? Se vuoi liberarti dai tuoi affanni non devi cambiare luogo, devi essere un altro uomo". (Lettere a Lucilio).
La lettera 104 di Seneca, una delle più celebri dell’intero epistolario rivolto a Lucilio, costituisce un particolare esempio di pensiero di stampo stoico, ma filtrato da una visione più orientata al pragmatismo.

Doppia erma con Seneca e Socrate, III secolo (da originale del I secolo), Antikensammlung de Berlin.  Foto di Calidius, CC BY-SA 3.0

È un aspetto che ritroviamo anche nella vita di Seneca: dopo l’ordine di Nerone di allontanarsi dalla vita politica, il filosofo aveva dovuto iniziare un’esistenza ritirata, in un’affermazione positiva dell’otium. L’otium è un tema affrontato a più riprese anche nel Nero e soprattutto nel De Otio, ed è presentato non solo come un’alterativa al negotium, ma anche come necessario e universale (“Incipit omnibus esse otium necessarium), in una soluzione di ritiro fortemente radicale. Ma com’è possibile che l’allontanamento dagli affari possa essere necessario, o addirittura preferibile alla vita pubblica? Semplicemente dando una giusta interpretazione della parola otium. Un’interpretazione che segue la scia di Cicerone e in particolar modo Sallustio, che era arrivato a giustificare il suo ritiro per scrivere il Bellum Iugurthinum sostenendo che fosse più utile l’otium dello storiografo che il negotium di molti politici.

Seneca risente di questa concezione di otium, e compie un passo ulteriore: l’otium non sarebbe da considerarsi come sinonimo di inattività, bensì come una forma superiore di negotium. Insomma Seneca, come Sallustio, sente il dovere di spiegare il motivo del suo distacco dalla politica, e lo fa recuperando le prerogative romane dell’agere (agire) e del prodesse (giovare), al fine di dare una sfumatura pratica anche al suo periodo di distacco dagli affari.

lettera 104 Seneca Nerone
Eduardo Barrón, Nerón y Séneca, gesso parzialmente policromo (1904), Museo del Prado. Foto di OutisnnCC BY-SA 3.0

Nelle Epistulae ad Lucilium ritroviamo questo concetto, in cui Seneca si pone come uomo destinato ad un progetto più alto di quanto non fosse lavorare per Nerone: egli decide di lavorare per i posteri (Negotium posteriorum ago). La lettera 104 di Seneca, in particolare, è ispirata al filosofo dal trasferimento dalla città al suo podere di campagna. Questo momento di lontananza, diventa uno spunto per avviare una riflessione sugli occupati, persone dedite al negotium, che non sanno vivere bene, in quanto continuamente proiettate verso un futuro che non gli appartiene. Per questa ragione soffrono di una grande insoddisfazione di se, sensazione che cercano di scacciare vagabondando da un luogo all'altro.

Secondo Seneca, gli occupati si illudono che il viaggio li allontani dai mali: ma i tormenti, le passioni e le paure vivono in ognuno, e rimarranno sempre dentro di noi.
La via proposta per riacquisire se stessi è la ricerca della saggezza attraverso lo studio della filosofia unita ad un'intensa volontà di cambiamento, nonché al soffermarsi sulla propria interiorità, tema su cui Seneca costruire un vero e proprio percorso che porta all’auto-possesso di se.


Ercolano

“Lettere dal passato”: tornano le Tavolette cerate di Ercolano

In questi giorni, sotto l’hashtag #iorestoacasa, il Parco Archeologico di Ercolano ricorda, tramite la sua pagina Facebook, una vicenda relativa alla Casa del Bicentenario, già raccontata in un documentario realizzato nel 1953 da Antonio Federici, dal titolo “Lettere dal Passato”.

Da alcune tavolette di cera, sepolte in seguito all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e ritrovate grazie agli scavi del sito archeologico, emerge una storia che vede contrapposte due donne: una appartenente alla famiglia dei Petronii-Calatorii, molto in vista nella comunità e probabile proprietaria della Casa del Bicentenario all’epoca dell’eruzione, Calatoria Themis; l’altra, è Petronia Justa, figlia di Petronia Vitalis, che fu schiava della famiglia.

Il documentario radiofonico “Lettere dal passato” realizzato da Antonio Federici fa riferimento alle Tavolette cerate di Ercolano, il materiale più economico su cui scrivevano i Romani: piccole tavolette che messe insieme costituivano dei libretti detti dittici, trittici o polittici a seconda del numero di tavolette.

Spalmate di cera, ci si incidevano le parole con uno stilo acuminato; un sistema riciclabile perché grattando via il testo, lo strato di cera poteva essere cancellato per poterci riscrivere. Le “Lettere dal passato” sono dunque quelle tavolette che dopo duemila anni sono giunte fino a noi attraverso le mani esperte degli archeologi che le hanno analizzate e interpretate. Il documentario esplora la genesi di questi straordinari reperti con le testimonianze dirette dei professori: Vincenzo Arangio Ruiz (Giurista, esperto di Diritto Romano); Giovanni Pugliese Caratelli (Storico dell’antichità) e Amedeo Maiuri (Archeologo) che insieme hanno impiegato le loro conoscenze in un’appassionata ricerca, spesso difficile per le lacune dei ritrovamenti e per la frammentarietà dei resti.

Gli studiosi, ai microfoni della radio, raccontano le tappe fondamentali di questi importanti rinvenimenti, parlano di alcuni abitanti dell’antica Ercolano divenuti familiari attraverso le storie che man mano si delineavano dopo la decifrazione delle tabelle. Si soffermano in particolare su una serie di tavolette di argomento giudiziario ritrovate in occasione della scoperta della Casa del Bicentenario (nota anche con il nome dell’ultimo proprietario dell’abitazione Lucio Cominio Primo). Si tratta di una serie di documenti riguardanti il cosiddetto “Processo di Giusta”, una causa promossa nel 76 d.C dalla giovane Giusta Spurii contro una ricca ercolanese: Calatoria Temide. La donna per entrare in possesso dell’eredità lasciata alla ragazza da sua madre Petronia Vitale, sosteneva che Giusta fosse nata quando Petronia era ancora una schiava in casa sua. Il processo doveva accertare se Giusta fosse nata da una ex schiava prima o dopo la sua affrancatura, la sentenza emessa non è stata rinvenuta e, dunque, la conclusione del processo è sconosciuta.

La conservazione di questi piccoli reperti carbonizzati fa di Ercolano un caso unico in tutto il mondo romano, un osservatorio privilegiato sul mondo antico, che aiuta a comprendere aspetti più disparati dalla diffusione della scrittura a tutte le classi sociali, agli aspetti legati al diritto privato romano, ma anche a conoscere da vicino tantissimi nomi e mestieri degli abitanti della città antica.

Ercolano Lettere dal Passato Tavolette Cerate di Ercolano
Scavi di Ercolano. Foto di Lalupa, CC BY-SA 3.0

avventure di un giovane naturalista David Attenborough

Filmare la natura: le avventure del giovane David Attenborough

Il serpente, l’orso, lo scimpanzé, il drago, il combattimento tra galli. E poi tratti a piedi, su una jeep, in barca. Viaggi reali che vanno oltre l’immaginazione a cui le produzioni televisive, nel dopoguerra, avevano abituato il pubblico. Nel 1954 David Attenborough aveva ventisei anni, era produttore cinematografico con due anni di esperienza e una laurea in zoologia. Come lui stesso scriverà, era ansioso di proporre al pubblico un programma sugli animali: non voleva accontentarsi di ospitarli in trasmissione, come faceva il direttore dello Zoo di Londra George Cansdale, ma neanche voleva imitare i coniugi Denis che durante i loro viaggi in Africa avevano girato ore di filmati.

L’ambizione e la volontà di Attenborough lo spinsero a proporre un progetto che nel suo Avventure di un giovane naturalista definisce semplice: “La BBC e lo Zoo di Londra avrebbero dovuto contribuire a finanziare una spedizione per la cattura di animali” a cui, filmando tutto, avrebbero partecipato lui e l’allora curatore del rettilario dello Zoo Jack Lester. “Ogni sequenza” si legge nell’introduzione del libro, “si sarebbe conclusa con un primo piano dell’animale catturato, poi una dissolvenza avrebbe introdotto una sequenza girata in studio, in cui Jack avrebbe illustrato, alla maniera di Cansdale, la fisiologia e il comportamento dello stesso animale”.

Il testo, arricchito con un inserto di fotografie in bianco e nero, è in parte autobiografico e in parte descrittivo della flora e della fauna e raccoglie i primi tre resoconti delle esperienze vissute in Guyana, Indonesia e Paraguay che Attenborough scrisse dopo ogni spedizione.

La sua idea non era quella di vendere al pubblico l’immagine di un animale in gabbia reprimendo la distanza attraverso lo schermo, bensì quella di raccontare alla maniera di Bruce Chatwin e di Mark Twain quelle terre lontane e quei protagonisti “carismatici”, che in qualche modo fosse prerogativa del programma bilanciare l’intrattenimento con la divulgazione e l’educazione scientifica.

L’obiettivo leggendo, appare raggiunto energicamente in un linguaggio fluido e chiaro. Ciò che aveva ideato seguiva di pari passo quel metodo di cattura dell’animale che oggi potrebbe sembrare al lettore obsoleto e crudele. Con lealtà e consapevolezza, non lo nasconde: “Oggi gli Zoo non si servono più di ‘cacciatori’ incaricati di catturare e consegnare animali vivi, e questo è giustissimo. La natura è già abbastanza in pericolo senza che la si derubi dei suoi abitanti più belli”.

Le sue parole non sono pretestuose e dalle sue frasi traspare la curiosità e l’amore che prova per la natura. Ciò fa sì che il lettore si senta giustificato e privilegiato dalla possibilità di immergersi nella storia, nel racconto geografico ed evolutivo delle specie e del loro habitat.

Con la spedizione, altresì, Attenborough si scrolla di dosso i tipici atteggiamenti di colui che viaggia unicamente per piacere, quando lo vediamo vestire i panni dell’esploratore, del reporter, dello scrittore che nel viaggio scopre, impara, si meraviglia, vive.

avventure di un giovane naturalista David Attenborough
La copertina del libro Avventure di un giovane naturalista di David Attenborough, pubblicato da Neri Pozza Editore (2020) nella collana Il Cammello Battriano

David Attenborough, Avventure di un giovane naturalista, Neri Pozza Editore 2020, pp. 400, Euro 19.

 


ArT you ready

“ArT you ready?” su Instagram l’iniziativa del MiBACT con il flashmob del patrimonio italiano

Fotografi amatoriali e non, appassionati utenti di Instagram, siete tutti invitati a prender parte all’iniziativa che avrà luogo domani, domenica 29 marzo, su uno dei social media più in voga negli ultimi tempi. “ArT you ready?” è un evento digitale di ampia portata, organizzato dal MiBACT (Ministero per i beni e per le attività culturali e per il turismo) per la promozione dei beni culturali nazionali attraverso lo slogan “pubblica le foto dei tuoi musei del cuore”.

L’invito è rivolto ovviamente a tutti gli utenti del social network, ma gli attori in particolar modo coinvolti saranno gli “igers”, o instagramers, membri di una community di fotografi professionisti o amatoriali che sono soliti pubblicare i loro scatti su gruppi settoriali della famosa piattaforma Instagram. Si tratta di comunità digitali, territoriali o tematiche, ove esporre le proprie foto in occasione di eventi o luoghi caratteristici.

Come in passato è stato chiesto loro di partecipare alle call di determinati istituti statali, stavolta utenti ed influencer sono invitati a condividere le proprie immagini relative a musei, biblioteche, parchi archeologici ed archivi nel corso della giornata di domenica. Adottando gli hashtag #artyouready e #emptymuseum, si tenderà a diffondere la bellezza artistica e culturale del nostro territorio, dando priorità alle immagini che ritraggono ambienti ed opere in assenza di persone. Luoghi che, sebbene attualmente chiusi, mantengono il loro ruolo di culla della nostra civiltà.

Il flashmob fotografico durerà per tutta la giornata e darà l’occasione a tutti di rispolverare vecchie foto d’archivio, cartacee da rifotografare o digitali da recuperare nelle proprie gallerie telefoniche, per condividere il più possibile la bellezza artistica e culturale del nostro paese. In un momento storico che ci richiede isolamento, con luoghi di cultura momentaneamente abbandonati (com’era insolitamente ritratto negli eventi social denominati #emptymuseum), in questa realtà di inconsueta desolazione si vuole lasciar spazio al ricordo della ricchezza della cultura italiana.

L’arte non si ferma e, sulla scia della Fondazione Musei Civici di Venezia Muve con l’hashtag #larteresiste, prosegue la sua diffusione nelle case degli appassionati del settore. Migliaia, infatti, sono gli altri eventi previsti dal 26 marzo al 15 aprile da seguire sul sito web del MiBACT e sui canali social. Un modo per diffondere positività e beltà, mostrando ancora una volta al mondo l’eccezionalità del nostro patrimonio.

 

ArT you ready

 

Immagini per l'iniziativa ArT you ready? dall'Ufficio Stampa e Comunicazione del MiBACT


La battaglia di Poitiers del 732: tra leggenda e realtà

Per molto tempo la Battaglia di Poitiers del 732 è stata considerata un evento cruciale nella storia europea, al di là del suo reale valore storico e della cifra militare e strategica dispiegata, ed è stata issata per lungo tempo a vero e proprio riferimento culturale europeo.

Da tempo, però, gli storici hanno riconsiderato la reale portata dell’evento, definendolo come uno scontro marginale e decisamente non risolutivo circa il periodo della conquista musulmana della penisola iberica, che effettivamente perdurò ancora a lungo nei territori continentali.

Nonostante, quindi, il ruolo pressoché secondario dell’evento, lo scontro tra l’esercito di Carlo Martello e quello guidato da Abd al-Raḥmān anticamente è stato considerato come evento cruciale, in quanto ritenuto funzionale alla formazione di un’identità europea, prestando il fianco ad interpretazioni speculative e certamente poco storiche ma, al contempo, ispirando arte e letteratura.

Resta però utile un’attenta disamina dell’episodio, in modo da capirne a fondo le premesse, storiche e militari, che costituiscono invece la pietra angolare dell’intera comprensione dell’evento e che ci offrono l’opportunità di avere comunque preziose testimonianze su una fase storica, nonostante l'importanza relativa dello scontro.

Contesto storico

Nel cuore dell’Europa dell’VIII secolo, infatti, i musulmani iniziarono a diventare una presenza importante nel continente, frutto di una campagna di conquista iniziata sul finire del secolo precedente prima dalle incursioni perpetrate dal condottiero berbero Arif ibn Malik (invitato da Giuliano di Ceuta per vendicarsi dei Visigoti1), e poi da Tariq ibn Ziyad, primo wali della conquista musulmana della penisola iberica. La presenza musulmana in terra iberica si strutturava sulla forma di una specie di governatorato alle dipendenze formali della dinastia omayyade, al cui vertice vi era appunto un wali che godeva di una sostanziale libertà amministrativa e d’azione. Il governatorato iberico veniva chiamato al-Andalus, toponimo arabo che molto probabilmente deriva dalla storpiatura del nome greco di Atlas, a suffragio della credenza che voleva nello stretto di Gibilterra la fine del mondo conosciuto.

L’Andalusia, come è noto, è una regione meridionale della Spagna e tutt’oggi rappresenta, nelle proprie architetture e nelle proprie tradizioni, uno dei più bei esempi di commistione tra cultura araba e retaggio europeo.

L’ambizione araba di voler vedere nei territori iberici una florida opportunità di conquista ben presto si scontrò con la forza catalizzatrice dei Franchi, che già da tempo rappresentavano una potenza organizzata e politicamente attenta, capace di intessere relazioni e rapporti di forza con le variegate anime dello scacchiere europeo. La storia riserverà, successivamente agli eventi della battaglia, un ruolo di prestigio a Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, capo dello schieramento opposto ai musulmani: il futuro Re dei Franchi, Carlo Magno appunto, viene considerato una figura importante nella storia occidentale, ma è nelle trame di questa battaglia che si delineeranno forma ed equilibri del suo Impero.

Il casus belli

Come sempre la storia attende delle opportunità per compiersi, ed in questo caso il pretesto per la battaglia, che in realtà già covava nelle ambizioni di entrambi gli schieramenti2, fu dato dalla sconfitta di Oddone d’Aquitania nella battaglia della Garonna, subita per mano dei musulmani guidati da Ab al-Rahman: l’esercito dei Mori sconfisse le truppe di Oddone in prossimità di Bordeaux e si preparava ad avanzare a nord, verso la basilica di S. Martino di Tours per farne razzia. Gli storiografi moderni concordano nel riconoscere ad Oddone (che pure in passato aveva proficuamente collaborato con i musulmani) il merito di aver comunque rallentato un’improvvisa avanzata araba in terra iberica, anche se a costo di una sonora sconfitta.

A seguito delle vicende e della richiesta di aiuto di Oddone, i merovingi si trovarono a dover preparare un esercito eterogeneo e colorito, composto da alemanni, da soldati di Assia e Franconia, di Bavari, tutti dotati di lunghe lance, di contadini gallo-latini, di gente proveniente dalla Borgogna, ma anche di cavalleria leggera visigota, di un folto gruppo di volontari della Sassonia armati di enormi spadoni a due mani, di un nutrito gruppo di gepidi, vestiti di pelle dorso ed armati in maniera non uniforme e di popoli della Foresta nera che combattevano col corpo totalmente dipinto di nero e privi di protezione: tutti popoli che nel passato recente o più lontano avevano combattuto su fronti opposti.

Gli schieramenti

battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (1356), BNF, FR2813. Gallica Digital Library, immagine in pubblico dominio

La data convenzionalmente indicata per l’inizio della battaglia è il 25 ottobre del 7323.

L’esercito di Carlo si presentava con uno schieramento compatto e quadrato. La scelta non fu casuale e fu stabilita sulla base della morfologia del campo: Carlo, in prossimità di Poitiers, a metà strada tra Tours e Bordeaux, decise di usufruire di una piana creata dall’intersezione di due fiumi, il Clain ed il Vienne, in modo da poter sfruttare una prima linea di fanteria armata di francisca, utile per il corpo a corpo con la fanteria nemica, seguita da linee composte da fanti dotati di giavellotti e picche per l’eventuale avanzata della cavalleria leggera, che per la prima volta montava sui propri animali staffe per permettere un maggiore dinamismo durante la cavalcata4. Carlo, inoltre, scelse l’incrocio dei due fiumi in modo che il suo schieramento quadrato non fosse esposto sui fianchi a ipotetiche incursioni della cavalleria; in più intervallò le file di fanteria con file di cavalleria e rafforzò i lati con altrettanti cavalieri, così da prevenire aggiramenti durante lo scontro.

Infine, Oddone si nascose in una foresta alla sinistra dello schieramento, pronto a venire in soccorso in caso di un eventuale sfondamento della cavalleria pesante musulmana e per razziare il campo nemico durante le fasi di scontro, in modo da compromettere eventuali ritirate e obbligare così il nemico a combattere su due fronti. Le fonti dell’epoca stimano in circa 15-20.000 unità i combattenti dello schieramento cristiano.

D’altro canto, forti di circa 25-30.000 unità, i musulmani si presentavano con la classica forma a mezzaluna, lasciando i reparti di cavalleria leggermente più avanti sui lati rispetto alle linee di fanteria. Infatti, l’ala sinistra, composta principalmente da cavalleria leggera (kurdos), era a ridosso del fiume Clain, l’ala destra vedeva la presenza di altra cavalleria e si dislocava lungo un basso colle, infine il centro era composto principalmente da fanti ed arcieri, ed occupava la carreggiata dell’antica via Romana. Vi è una piccola curiosità: a dispetto dell’ostilità dei luoghi, i musulmani avevano portato con loro anche dei dromedari, dispiegati nel corso della battaglia nonostante il loro utilizzo fosse prettamente per fini logistici, e questo perché vi era la credenza che l’olezzo pungente di questi inusuali animali potesse far imbestialire i cavalli e quindi rompere le file dell’esercito nemico.

La battaglia

La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (circa 1415), f.166 British Library Cotton MS Nero E II. Immagine in pubblico dominio

Le schermaglie andarono avanti per quasi una settimana, ma il giorno del 25 ottobre si consumarono le fasi di scontro vero e proprio: gli storici ritengono che la battaglia si sia protratta dal mattino fino a sera, ed ebbe inizio per mano dell’esercito musulmano, che ebbe a schiantarsi con le fila di fanteria merovinge con incessante utilizzo di picche e giavellotti. A fondamento dell’azione musulmana vi era una precisa strategia, chiamata al-qarr wa al-farr, consistente in una rapida avanzata seguita da un’improvvisa ritirata che facesse intendere al nemico la possibilità di guadagnar terreno a scapito dei soldati in fuga, salvo poi sferrare l’attacco finale ai danni di un esercito a quel punto spaesato e ormai disunito: la loro strategia, quindi, si basava su una dissimulazione.

Carlo però era preparato a questa evenienza, e diede ordini precisi di rispondere agli attacchi dei Mori solo col corpo a corpo, evitando inseguimenti e non cedendo alla trappola di una fuga fittizia. Anche qui vi è una curiosità particolare: gli equipaggiamenti dell’esercito di Carlo erano pesanti e solidi, utili appunto per una battaglia di posizione e certamente non dediti ad una condotta dinamica delle fasi di scontro; al contrario, invece, i Mori viaggiavano leggeri ma, costretti ad un estenuante corpo a corpo, si trovarono maggiormente esposti ai colpi d’arma dei cristiani, che invece reggevano efficacemente. Per i Mori, quella di combattere senza significative protezioni era comunque una scelta ben precisa: combattere con l’armatura era visto come un segno di debolezza e di viltà, tant’è che proprio sulla scia della contrapposizione con la civiltà occidentale nacque la celebre imprecazione beduina “Possa tu essere maledetto come il franco che indossa una corazza poiché teme la morte”.

Questo impegno massiccio favorì la distrazione di parte della cavalleria musulmana lanciata in inseguimento della cavalleria aquitana, lasciando così scoperte le file centrali composte da arcieri e fanti, che furono letteralmente massacrate dalle picche e dai giavellotti dell’esercito merovingio.

A Carlo non restò che dare il segnale ad Oddone, il quale, mimetizzato nel bosco alla sua sinistra, mise in fuga tutto il fianco destro dello schieramento dei Mori.

battaglia di Poitiers
Charles de Steuben, Bataille de Poitiers, en octobre 732; olio su tela (1837). Mostra in modo romantico il momento cruciale dello scontro, la morte di Abd al-Raḥmān. Pubblico dominio

L’esercito musulmano fu letteralmente spazzato via. Lo stesso Abd al-Raḥmān morì per un colpo d’ascia, ma è a questo punto che la storia incontra la leggenda: fonti dell’epoca ritengono che il colpo mortale fu inferto al comandante moro da Carlo Martello in persona.
Infine, vi è discordanza tra la storiografia araba e quella occidentale sugli avvenimenti immediatamente successivi alle fasi finali della battaglia, difatti secondo la versione degli storici europei l’accampamento arabo, lasciato sguarnito dai pochi sopravvissuti in fuga, fu razziato con conseguente rinvenimento di tutta la refurtiva frutto delle campagne d’Aquitania; per gli storiografi del mondo arabo, invece, i Mori, pur riuscendo a sfondare le fila cristiane, scelsero di ripiegare quando videro minacciati i proventi delle proprie scorrerie e, quindi, tornarono all’accampamento per salvare quanto possibile, salvo poi disperdersi in maniera confusa.

***

Tomba di Carlo Martello a St. Denis. Foto di J. Patrick Fischer, CC BY 2.5

Nonostante la limitatezza degli eventi, fu evidente la portata del successo di Carlo Martello e della misura della sconfitta araba, tanto che nella tradizione araba tale evento è tutt’ora ricordato come balāt al-shuhadā, ovvero il “lastricato di morti”.

Probabilmente una vittoria netta e riportata sotto l’attenta guida militare di un solo comandante ha fagocitato l’alone di leggenda che per secoli ha caratterizzato lo scontro, nonostante la dimensione marginale che gli eventi hanno avuto nella conquista araba della penisola iberica che, anche in seguito alla battaglia, non si arrestò per nulla ma, anzi, vide più feroci e più alti momenti di scontro.

Comprendere questa battaglia resta comunque un’utile esercizio per indagare sui motivi di tanta fama, nonché un’opportunità per avere uno spaccato di tecnica militare frutto dell’esperienza e delle capacità di uno dei padri dei casati più importanti della storia europea la cui testimonianza, forse, senza la suddetta interpretazione degli eventi, non sarebbe arrivata in maniera così dettagliata.

Bibliografia:

W. Blanc, C. Naudin, Que s' est-il vraiment passé à Poitiers en 732?, in «L'Histoire» 429, 2016, pp. 22-23.

E. Percivaldi, Grandi Battaglie/Poitiers, 732, in Storie di guerre e guerrieri, 7, 2016, pp- 66-71.

A. C. L. F. Silva, A Batalha de Poitiers (732) por um cronista árabe anônimo, in «Revista Brasileira de História Militar», 1, 2010

J. Wilson, Poitiers 732 CE: Interpretation and Remembrance, oral presentation in MARCUS Conference, Sweet Briar College, October 12, 2013.

Note:

1Giuliano fu Governatore della città di Ceuta; la leggenda vuole che Roderigo, Re dei Visigoti in Spagna, rapì e violentò la figlia di Giuliano.

2Già dopo le incursioni in Aquitania del 717-18, gli arabi iniziarono a definire il territorio della Gallia e più in generale tutta l’Europa come la “Grande Terra”.

3 Gli storici non sono concordi sulla data: altri indicano il 7 ottobre, altri il 10 o l’11. Il 25 è la data convenzionale che tiene conto anche delle schermaglie iniziali e dell’effettiva fase conclusiva del conflitto.

4Tale pratica era già in uso presso Bizantini, Visigoti e Longobardi, ma fino ad allora sconosciuta al disorganizzato esercito merovingio.


Esercizi di umanità, tra le lacrime delle cose

In questi giorni sospesi, virgilianamente segnati dalle lacrime delle cose, accostarsi alle pagine degli antichi innesca un singolare cortocircuito. Si tratta in realtà di una condizione sempre valida per ciò che è classico, che per definizione torna in ogni tempo a risignificarsi nella sua indomita verità. Sfogliare il saggio einaudiano di Maurizio Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, pubblicato lo scorso anno dalla prestigiosa casa editrice torinese, in un momento così smarrito acquista una particolare rilevanza.

Il contesto in cui scrive l’autore, animato dall'acceso dibattito sull'immigrazione, lo porta a mettere in connessione alcuni aspetti della cultura greco-romana con i risvolti dell’allora stringente attualità: la questione dei naufragi e dei soccorsi, la tutela dei diritti umani, le nuove forme di schiavitù. Oggi, conservando quest’abitudine a far dialogare antico e contemporaneo pur nella legittima considerazione delle abissali distanze, si può tentare di leggere lo studio di Bettini alla luce delle rinnovate istanze sollevate dalla cronaca.

umanità lacrime
La Galleria Sciarra a Roma. Foto di Bianca Sorrentino

In un frangente emergenziale che ha scardinato radicalmente i pilastri che reggevano il nostro mondo e la visione che di esso avevamo, mettendoci faccia a faccia con la nostra diafana fragilità e con il rischio tangibile di lasciar emergere un’atavica ferocia, il richiamo alle memorabili parole di Didone può essere addirittura salvifico: nel primo libro dell’Eneide, la regina di Cartagine accetta di accogliere lo straniero Enea e i suoi compagni, profughi sulla costa africana, perché lei stessa ha conosciuto la sventura. «Non ignara mali miseris succurrere disco» (“non ignara del male imparo a soccorrere i miseri”), dichiara la donna; in questo verso immortale, Bettini rileva, da un lato, la reciprocità tra l’esperienza individuale del dolore e la compassione per la sofferenza altrui e, dall’altro, l’aspetto durativo di quell’«imparo» (disco), a sottolineare l’umanità di chi è disposto a trarre insegnamenti da ogni esperienza della propria vita, senza illudersi che i traumi del passato costituiscano un’acquisizione ‘formativa’ in sé compiuta. Il lascito virgiliano può, se non offrire risposte, fornire almeno un modello con cui misurarsi ora che il dramma della malattia, solitamente intimo e privato, è condiviso dalla società tutta, in un universo globalizzato e perennemente connesso.

Per appartenere a questa societas, direbbe Cicerone nel De officiis, è sufficiente essere uomini, possedere cioè la ragione e l’uso linguaggio; ma è bene sottolineare, ricorda Bettini, che «per un Romano espressioni come communis e communitas non implicano solo avere qualcosa “in comune”, ma anche reciproco impegno. La communitas presuppone infatti l’avere munia – “obblighi”, “impegni” – l’uno verso l’altro». Ecco un altro spunto di riflessione in un momento in cui siamo tutti, indistintamente, chiamati a mettere da parte la nostra individualità, a sacrificare abitudini e aspirazioni personali, in nome di un senso di responsabilità collettivo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice, 1825, Paris, Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Foto di VladoubidoOo, CC BY-SA 3.0

Il capitolo che, letto ora, appare più intenso, ragguardevole e a suo modo straniante è quello dedicato ai cadaveri insepolti. L’autore traccia con maestria un suggestivo percorso che unisce la tragica vicenda di Antigone – sorella devota che, violando il decreto, concede sepoltura al fratello ribelle – al commovente episodio omerico in cui il re Priamo supplica Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore, affinché abbia esequie degne. Abbiamo tutti in mente le immagini della lunga fila di camion militari, i quali nei giorni scorsi hanno portato altrove i feretri che i templi crematori, vicini al collasso, faticano ormai a gestire. Credenti o atei, abbiamo tutti avvertito come impietosa – priva cioè di pietas, di devozione – la solitudine di queste morti, a cui è negata persino la dolcezza di un estremo saluto.

Bertel Thorvaldsen, Priamo chiede ad Achille la restituzione del corpo di Ettore; marmo, 1815. Foto dal libro Nordisk skulptur, København 1964, Foreningerne Norden. Pubblico dominio

Fare i conti con questo dolore indicibile è prematuro; scriverne in modo avventato e precipitoso potrebbe indurre in errori di valutazione miopi e grossolani; rivolgersi ai classici, per iniziare a instaurare un silenzioso dialogo con le risposte che gli antichi hanno rintracciato nel loro mondo, potrebbe essere una via per trovare un primo sostegno, esercitare costruttivamente dubbio e senso critico e ragionare sul futuro, senza farsi trovare impreparati - di nuovo.

umanità lacrime Maurizio Bettini Homo sum
La copertina di Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, di Maurizio Bettini, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Vele

Va tutto buono? Il videogioco Father&Son è ora anche in Napoletano, e presto vedremo il sequel!

Ricordate Father&Son, il primo videogioco narrativo in 2D a scorrimento laterale, realizzato dall’Associazione TuoMuseo, prodotto dal MANN - Museo Archeologico di Napoli, e successivamente lanciato in tutto il mondo? Da oggi 27 marzo sarà possibile scaricare anche la versione in Napoletano del gioco, sia su Google Play che su App Store!

Questa versione rappresenta un unicum nel suo genere, e vuole celebrare sia la dignità della lingua che la divulgazione culturale, la condivisione sociale e la promozione tecnologica del patrimonio.

Father&Son Napoletano

Il processo di traduzione in Napoletano è stato svolto grazie al lavoro portato avanti dall’avvocato Vincenzo De Falco, curatore del noto compendio sull’“Alfabeto napoletano”; lo screening per la selezione dei vocaboli è stato basato su una ricerca “sul campo”, in cui il lavoro di squadra tra linguisti e studenti dei quartieri popolari della città si è intrecciato ai diversi linguaggi della comunicazione, partendo dalla canzone. La scelta del traduttore si è concentrata su vocaboli correnti e mai stilizzati che hanno mantenuto, nel corso del tempo, lo stesso significato (cosa non sempre frequente nelle veloci evoluzioni della lingua). Nella versione “partenopea” del game, è sottolineato, ancora, il verosimile utilizzo del napoletano come base del parlato alla corte dei Borbone: una dimestichezza linguistica tanto diffusa da essere probabilmente “esportata” ed applicata anche nei rapporti diplomatici all’interno dell’entourage di Caterina di Russia.

I numeri raccontano il successo di “Father&Son”: 4 milioni di download in 97 paesi del mondo (tra i quali si segnala un particolare interesse da parte della Cina, da cui proviene il 43% dei giocatori), un indice di gradimento di 4.5 su App Store e 4.6 su Google Play, 920 mila ore spese dagli utenti (per la maggior parte adulti over 35) per completare i diversi livelli della sfida e, dal prossimo 20 aprile, il gioco sarà disponibile anche in tedesco e giapponese, portando a 10 il numero delle lingue disponibili.

Una delle scommesse più significative del videogioco, infatti, resta quella di allargare le maglie del racconto grazie all'ampliamento del sistema delle traduzioni ed alla proiezione della storia in una seconda ed avvincente puntata, che verrà lanciata in autunno: dalla simbolica storia di un ragazzo, che riscopre il padre scomparso grazie ad un suggestivo viaggio di riconoscimento nella sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, si passerà, nella continuazione del racconto, ad un percorso sulle infinite possibilità della vita.

Father&Son Napoletano

Lavorare oggi sulla digitalizzazione e l'innovazione dei Musei, fortemente voluta e sostenuta dal Mibact, vuol dire lavorare anche sul gaming, ormai riconosciuto strumento di condivisione e accessibilità”, commenta il Direttore del Museo, Paolo Giulierini. Farlo nella difficilissima situazione attuale, che ha imposto una forte accelerata in questo senso all'intera società italiana, ci motiva sempre di più nel percorso intrapreso tre anni fa con Father & Son. Avrà quindi un sequel, già quasi pronto e che lanceremo il prossimo autunno. E anche questa seconda puntata manterrà un’altissima qualità artistica grazie alla creatività del team di Fabio Viola, eccellenza italiana del settore. Da aprile intanto saranno rilasciate le versioni in tedesco e giapponese e, in questi giorni, una deliziosa 'traduzione' in napoletano della 'prima puntata'. Confesso che vedere il giovane Michael passeggiare verso il Museo Archeologico tra la folla, i colori e i rumori del traffico, chiacchierando nella lingua di Eduardo, tra un caffè e un calcio ad un pallone, mi ha commosso ed emozionato. Si tratta di una versione alla quale tengo particolarmente, anche perché è stata realizzata insieme ad un gruppo di studenti dei quartieri popolari della città e che ora approda, insieme alle altre nove traduzioni, sulle piattaforme mondiali. Coinvolgere grazie a una esperienza ludica, allargare le conoscenze con un linguaggio nuovo e globale per raccontare al mondo la nostra storia: ora che il binomio cultura-videogiochi non fa più paura credo, infine, che prodotti come Father&Son possano essere utilizzati con profitto anche nella scuola digitale. Presto torneremo a 'sbloccare' tutti insieme il nostro gioco nelle sale del meraviglioso MANN”.

Secondo Ludovico Solima (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), ideatore del videogame Father&Son, Lo sforzo compiuto dal Museo nel rendere disponibile l'app in un numero così elevato di lingue (dieci) è giustificato dal successo internazionale di Father&Son, giunto alle soglie dei 4 milioni di download da ogni parte del mondo. L'Italia, nella classifica per Paese, pesa infatti poco più del 7%. La versione in napoletano è spiegata dalla volontà del Direttore del MANN, Paolo Giulierini, di cogliere un'occasione per rafforzare sempre più il radicamento del museo con il proprio territorio di appartenenza. A ciò si aggiunge la consapevolezza della dignità del dialetto Napoletano, tale da essere considerato una lingua a tutti gli effetti”.

Nell’attesa del lancio del sequel di “Father&Son”, vi proponiamo alcune anticipazioni sui contenuti della nuova puntata: i giocatori potranno seguire le storie parallele che si profilano nella vita di una donna napoletana, Gloria.

Partendo da una tipica situazione di crossroads esistenziali, la protagonista si troverà a visitare le collezioni del MANN, incontrando alcuni personaggi che hanno segnato la storia antica e quella più recente, in un suggestivo cortocircuito temporale tipico della prima edizione del game. Il viaggio di Gloria toccherà il Tempio di Iside e le sale degli Affreschi, si soffermerà sulla Villa dei Papiri e sulla collezione Farnese, per poi scoprire anche la sezione “Preistoria e Protostoria” del Museo: tra i capolavori dell’arte antica, Gloria troverà ispirazione nel tormentato amore di Cleopatra. Inoltre, osservando le documentazioni fotografiche presentate nella recente mostra “Hercules alla guerra” (MANN, settembre 2018/gennaio 2019), Gloria diventerà donna ed eroina nella Napoli delle Quattro Giornate.

Father&Son è diventato simbolo internazionale di un nuovo modo di raccontare il patrimonio”, commenta Fabio Viola, Fondatore dell’Associazione “TuoMuseo” e Game Designer, che aggiunge: “Milioni di persone si sono commosse seguendo la vita di Michael ed il valore universale delle emozioni. I reperti nelle teche ci aiutano a scoprire scelte morali, amori e paure provate da tutti noi tanto nell’Antico Egitto quanto oggi. Napoli è diventata il set di una nuova mitologia contemporanea che ha toccato, ed a volte cambiato, la vita di oltre 4 milioni di persone. Ed il Mann ha scoperto per primo come il linguaggio del videogioco possa aiutare a creare una saldatura tra il passato ed il futuro rendendo emozionante vivere il presente”.

Si ringrazia l'Ufficio comunicazione, rapporti con gli organi di informazione, marketing e fundraising MANN per le foto, il video e i materiali forniti.


La chiocciola sul pendio Arkadij Boris Strugackij

La chiocciola sul pendio: le metafore rosse della fantascienza

Torno con infinito piacere a parlare della grandissima fantascienza russa nata dalle penne vulcaniche dei fratelli Strugackij. La Carbonio Editore ci ha accompagnato recentemente anche nei meandri del folklore persiano tramite il sontuoso romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat e nei labirinti psicologici della Londra di Colin Wilson, ma questa volta è ancora più arduo ricercare un “luogo” specifico per parlare del romanzo La chiocciola sul pendio perché il fantastico è in grado di demolire ogni geografia del reale.

Come già ho sperimentato in Lunedì inizia sabato, anche la trama de La chiocciola sul pendio non segue una struttura lineare o classica: scopriamo infatti che non è importante per i fratelli Strugackij codificare in rigide istanze l'architettura del loro romanzo, bensì il loro obiettivo è quello di introiettare nel lettore un simbolismo di matrice inedita. Metafore, allegorie, simbolismi, richiami folklorici e speculazioni legate al proprio contesto storico; tutto questo, e molto altro, il lettore troverà nelle acrobazie narrative di Boris e Arkadij Strugackij.
La storia mette le proprie “radici” nel Direttorato (titolo della prima versione Urania del romanzo) della Foresta, locus misterico e ammantato da un'aurea di inestricabile fascino e curiosità.

La Foresta è il simbolo sfuggente di un universo condannato alla propria fine, parabola metaforica e discendente di un'apocalisse dell'incomprensibilità. Parallelismo più che profetico, dati i recenti e tristi avvenimenti. Se la foresta è un organismo in continua crescita, dotata di una volontà autonoma e quasi mutante e che inghiotte gli uomini che osano attraversarla, è al contempo il desiderio positivista e pseudo-leibniziano di ricercare (anche nel nostro) un mondo migliore, o un'idea di mondo migliore.

Di certo la frizzante prosa dei fratelli Strugackij ricorda l'incantata ironia del Candido di Voltaire, con cui condividono anche la costruzione di una (poco) silente macchina di derisione o satirica, che smonta pezzo per pezzo le utopie (in realtà totalitarismi) socialiste. Ma non lasciamoci ingannare, anche i fratelli Strugackij ambiscono all'innalzamento di una vera utopia, magari saldata su un sistema antropico dove l'uomo è lo stesso motore immobile dell'universo; però questo (come lo notiamo ne La chiocciola sul pendio) non si realizza in una macro-tirannia dell'uomo su tutti gli altri uomini.

La storia è formata da usi, costumi, sfumature sociali, legami indissolubili con la memoria; è proprio l'insegnamento della Storia ad essere il principale sostegno del progresso, perché senza l'ausilio del passato ogni futuro è destinato a collassare. La fantascienza non è la letteratura del futuro, bensì del domani. Non bisogna guardare allo spazio, alle navicelle seguono orbite pazzesche o alla maniera della Guerra dei Mondi. Fantascienza è già domani. La Foresta è una creatura pre-orwelliana ma che incarna i medesimi anti-ideali del Grande Fratello di Orwell.

Raffigurazione artistica dello Sputnik. Immagine di Gregory R Todd, CC BY-SA 3.0

I chiaroscuri, le dicotomie e le stridenti rivalità prendono vita nei due protagonisti: Perec il filologo è impantanato nell'umiliante e stressante organismo burocratico del Direttorato; il pragmatico Kandid (che ricorda il Candide Voltariano, no?), ormai dato per morto perché scomparso da anni nelle profondità della Foresta, vive in realtà in simbiosi con le bizzarre entità dei boschi.

Da qui deriva anche il titolo, perché i due sventurati saranno costretti a seguire strade difficoltose, come chiocciole che scalano un pendio.
Come ho già sperimentato con altri loro romanzi, i citazionismi sono molti, come i richiami alla cultura e alla tradizione russa.

Ho avuto il piacere di intervistare la professoressa Daniela Liberti, traduttrice dal russo del romanzo La chiocciola sul pendio.

 

Quanto è importante portare al pubblico italiano le opere dei due geniali fratelli Strugackij?

Alla luce degli ultimi, tragici, avvenimenti, che, come stiamo vedendo, non riguardano solo l’Italia, credo che leggere o rileggere il messaggio che gli Strugackij hanno ripetuto pressoché in ogni loro libro, non può che esserci d’aiuto e di sprone a non commettere gli stessi errori.

I fratelli Strugackij sono arrivati al pubblico italiano ad ondate diverse e dopo lunghe pause nel tempo. Com’è noto, in passato, alcune delle loro opere, che siano racconti o romanzi brevi, sono comparse in antologie – penso a quella della Feltrinelli curata da Jacques Bergier del 1961 – o sono state tradotte da altre lingue – penso alla traduzione dall’inglese pubblicata su “Urania” negli anni ‘70 con il titolo Il Direttorato. Proprio quest’ultimo romanzo breve, di cui parliamo adesso, ha avuto la possibilità, grazie alla sensibilità della Carbonio editore, di vivere una nuova vita.

Prima di tutto, si è mantenuto il titolo originale che riveste un significato molto particolare per la comprensione generale del narrato: La chiocciola sul pendio. La traduzione direttamente dal russo ha poi fatto il resto: i dialoghi, i monologhi, l’ambientazione hanno ricevuto nuova linfa espressiva; sono stati reintegrati pezzi che su Urania non c’erano (o per decisione redazionale o perché non contenuti originariamente nella traduzione inglese). Negli ultimi anni, per fortuna, delle case editrici (Marcos y Marcos, Ronzani editore, e ripeto la Carbonio) hanno avuto il merito, e il coraggio, di far conoscere in Italia alcuni tra i romanzi più importanti di questi autori che in Russia hanno sempre goduto di un successo straordinario, anche se sappiamo bene che le autorità non vedevano di buon occhio quello che facevano dire ai loro personaggi sull’ambiente circostante, sul concetto di autorità, sull’uso dissennato delle risorse naturali, sulla libertà dell’individuo.

Boris Strugackij, in una foto del 2006 (autore Бережной, Сергей Валерьевич), CC BY-SA 2.5

Nella postfazione alla Chiocciola, Boris Strugackij, il fratello astronomo, spiega molto bene la genesi e la vita travagliata del loro romanzo, così come spiega cosa è per loro realmente la foresta.

La chiocciola sul pendio è un romanzo molto interessante, l’ho visto come uno spartiacque paradossale all’interno dell’opus dei fratelli. Lunedì inizia sabato, per esempio, è un testo molto più scanzonato e goliardico. Invece l’opera di cui parliamo è venata da una certa rassegnazione, una disillusione interiore che si riflette totalmente nella collettività e con i macro eventi storici che hanno attraversato la Russia e influenzato tutto il suo popolo. Possiamo quindi finalmente ammettere che il duo fantascientista non era propenso solo a un’ironia goliardica e fiabesca bensì a una parodica e feroce rilettura della contemporaneità?

Certamente, i richiami alla realtà in cui i fratelli vivevano sono evidenti. Ma gli autori stessi, forse anche per aggirare la censura, hanno dichiarato più volte che non bisognava trovare a tutti i costi una spiegazione o un modello preciso ai mondi da loro creati. È vero che col tempo, il loro modo di immaginare la realtà cambia radicalmente: non ci sono più i voli interplanetari, i progressor, cioè gli inviati in altre civiltà; l’azione si dipana in un luogo imprecisato – ben individuabile, però, in ogni società umana – e in un tempo imprecisato – anche qui alcuni riferimenti velati, ci aiutano a capire a cosa si allude; viene dato maggiore spazio alla riflessione filosofica sul destino e sul futuri dell’uomo e dell’ambiente circostante. La vena ironica, che non chiamerei proprio gogliardica, pervade tutta la loro opera, ma è un’ironia di tipo particolare, che ci invita a riflettere e non a sorridere. E che sembrerebbe dire: “questa è la tua vita, non sprecarla”.

Che cos’è la foresta?

Ho risposto sopra, citando la postfazione di Boris Strugackij. La foresta potrebbe rappresentare lo specchio della nostra esistenza, il mondo che vorremmo. Un mondo, però, che per sopravvivere alla distruzione che viene sa fuori, si dà esso stesso delle regole crudeli. Kandid, uomo di mentalità scientifica, che ha perso la memoria precipitando nella foresta, pur avendo tentato più volte di andarsene, resterà con gli altri, forse perché ha capito che la sua vita nel Direttorato è finita, e che da ora in poi sarà considerato un reietto dal “mondo sulla rupe”. E così diventa una sorta di Don Chisciotte.

Perec, filologo, linguista, che dal Direttorato vorrebbe partire per vedere lo strano mondo silvano di cui tutti parlano, alla fine si adegua a modo suo. La foresta, in ogni caso, è nella mente di tutti, e direttamente o spiritualmente, ognuno deve fare i conti con essa.

Immagine di Reine Herminione Etalle

La fantascienza dei fratelli Strugackij. È completamente diversa dalla hard science fiction del primo novecento e anche da quella super-utopica degli scrittori russi più classici. Quindi, secondo lei, cosa è dovuta la fama dei fratelli?

Io penso che la fama dei fratelli Strugackij sia dovuta proprio a quel loro modo di raccontare il presente, le sue problematiche, senza dimenticare che ogni giorno in più è già futuro. Un futuro con cui tutti dobbiamo fare i conti, poiché siamo noi stessi a esserne gli artefici, siamo noi stessi che dovremo darlo in eredità ai posteri.

Il testamento che ci hanno lasciato, anche con le loro interviste, i diari, e gli altri materiali che ora fanno parte dei trentatré volumi dell’opera omnia uscita in Russia, non fanno che confermare l’immane lavoro portato avanti dagli autori per tanti anni, anni di certo non facili. Forse le note sparse qui sotto, ti aiuteranno a capire meglio il contesto generale. Nel prossimo libro che sto traducendo, sempre per Carbonio, La città condannata, tutte le tematiche di cui si è parlato tornano prepotentemente, accompagnate da profonde riflessioni filosofiche che rappresenteranno il filo rosso di tutto il romanzo.

La chiocciola sul pendio Arkadij e Boris Strugackij
La copertina del romanzo La chiocciola sul pendio (noto anche col titolo nella prima edizione italiana, Il Direttorato), di Arkadij e Boris Strugackij, tradotto in italiano da Daniela Liberti e con postfazione di Boris Strugackij, pubblicato per la collana Cielo Stellato di Carbonio Editore

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Musja presenta le attività online del museo: giochi, musica e tanta interazione #Musjarestaacasa

Musja presenta le attività online del museo: giochi, musica e tanta interazione 

per restare insieme anche a distanza

#Musjarestaacasa

Mantenere vivo il dialogo per restare insieme anche a distanza. È lo spirito che anima le iniziative online del Museo Musja, chiuso al pubblico per le misure di contenimento dell’emergenza sanitaria in corso, ma attivo sui propri canali social con giochi, musica e tanta interazione.

Il palinsesto online è ideato nel segno del più ampio coinvolgimento, allo scopo di condividere cultura divertendosi insieme. Di giorno in giorno sarà possibile scoprire curiosità e approfondimenti sulla mostra “The Dark Side - Chi ha paura del buio?” e sulle opere della collezione Jacorossi.

Con il cruciverba si potrà giocare con le definizioni legate alla mostra e ai suoi artisti, indovinando le parole che raccontano il mondo di Musja e quello di altri musei e partner vicini e lontani.

E ancora Musj(c)a, la prima playlist del Museo su Spotify, che presenta canzoni ispirate alle opere esposte e a quelle della collezione: dal tunnel incenerito di Gregor Schneider che rievoca le note di “I’m on fire” di Bruce Springsteen, fino alle grottesche maschere di Monster Chetwynd, accostate alle note scanzonate dei Tre allegri ragazzi morti. La playlist sarà arricchita nel tempo anche con brani suggeriti dagli utenti, diventando un modo per conoscere le opere e condividere in musica le sensazioni che queste evocano.

Le iniziative online saranno animate inoltre dai contributi degli artisti, degli studiosi e dei tanti amici del Museo, compreso il pubblico che ha visitato la mostra e che sarà invitato a condividere foto, suggestioni e riflessioni sulla propria esperienza.

#Musjarestaacasa Museo Musja Testo per le iniziative #Musjarestaacasa dall'Ufficio Stampa Comin & Partners