Quale mondo senza la Rosa?

Solitamente non recensisco narrativa, tanto meno di questo genere. Ma quando ho visto la lista delle nuove uscite della add Editore, qualcosa mi ha colpito nel titolo Il romanzo della rosa di Anna Peyron, non fosse altro per la suggestione indotta dalla passione che mia madre ripone nella botanica. La Peyron, “vivaista anomala” come lei stessa si definisce, scrive su La Stampa e su Gardenia e prima di dedicarsi alle piante lavorava in una galleria di arte contemporanea. “Puntata dopo puntata prendo sempre maggior confidenza con la scrittura e alterno argomenti e storie legate alle rose che possano incuriosire anche chi non ha un giardino. Neppure un solo vaso di rose sul balcone”, scrive sul finire del libro. E ancora: “Ho intrapreso un lavoro di cui non avevo alcuna esperienza, alcuna conoscenza diretta, di cui non mi era stato tramandato alcun sapere”.

Il romanzo della rosa di Anna Peyron. Foto di Valentina Tatti Tonni

È a Castagneto Po, in Piemonte, che nei primi anni Ottanta apre un vivaio di cacti, affascinata dalle forme geometriche e scultoree. “Ritrovo tante analogie con il mondo dell’arte: le piante stanno ai lavori degli artisti come i giardini alle collezioni e gli arboreti stanno ai musei come gli orti botanici alle gallerie”, scrive dopo che il fiore ha svelato le sue storie al lettore. Poi, nel 1984, in visita al Chelsea Flower Show di Londra si imbatte in uno stand che riproduce un giardino elisabettiano “dove tra vasi di garofonini e gigli si mescolano seducenti rose alba, galliche e damascene. (…) Non avevo mai visto nulla del genere in Italia. – spiega – Subito accarezzo il sogno di dedicarmi alla coltivazione di quelle rose”.

Peyron inizia così un viaggio secolare, insieme a quello intrecciato di Marie-Josèphe Rose Tascher de La Pagerie che dalla Martinica dove nasce nel 1763 diverrà a Parigi imperatrice dei francesi accanto a Napoleone. È la storia di Giuseppina (nome italianizzato di Joséphine come la chiamava Bonaparte), del giardino Malmaison dove verranno sparse infine le sue ceneri e delle rose, che tutti i grandi signori dell’epoca per i propri parchi prenderanno ad esempio. Ci viene mostrato un Napoleone che sebbene impegnato nelle campagne militari è unito a Giuseppina con amore della floricoltura, con lei fa in modo che Malmaison diventi un vero parco in cui le rose possano essere distribuite in libertà.

Foto di Albrecht Fietz

I capitoli narrano di luoghi e di protagonisti ed è così che si passa dalla Reggia di Caserta a San Pietroburgo, dall’Australia e dalla Cina fino alla Costa Azzurra con la ricerca del colore e del profumo. “È il periodo in cui grandi pittori scoprono la Riviera. – orienta l’autrice – Quando pensiamo a Claude Monet e al suo celebre giardino di Giverny, sono soprattutto lo stagno e le celebri ninfee che ci vengono alla mente. E se le ninfee hanno un ruolo centrale nella rappresentazione pittorica del giardino, è anche vero che ci sono moltissime rose a far bella mostra di sé trionfando in una miriade di colori e di forme”.

Sorprende il tentativo culturale di Peyron che, in poco più di duecento pagine, scava nella Storia, la restaura intensamente dei suoi significati e la restituisce al lettore in una chiave originale. L’autrice non vuole affatto esibire la Rosa, con la erre maiuscola, per sottolinearne il prestigio e la bellezza ormai quasi scontate, bensì ne vuole far conoscere le peculiarità sia ai rodofili che nel viaggio partono avvantaggiati sia al neofita che come me, sul balcone, non ha un solo vaso di rose.

il romanzo della rosa Anna Peyron
Anna Peyron, Il romanzo della rosa. Storie di un fiore, pubblicato da add editore (2020) con prefazione di Ernesto Ferrero e illustrazione di copertina di Gabriele Pino, pagg. 240, Euro 16

Anime Salve al PAN: personale fotografica di Jess Kohl

ANIME SALVE AL PAN
PERSONALE FOTOGRAFICA DI JESS KOHL

Anime Salve Jess KohlNapoli - Debutto partenopeo della fotografa e regista inglese Jess Kohl: le sale del Loft al Palazzo delle Arti Napoli (PAN - Via dei Mille, 60 – 80121 Napoli) si apriranno venerdì 11 settembre 2020 alla sua prima mostra fotografica italiana dal titolo “Anime Salve” e resteranno disponibili al pubblico fino a domenica 27 settembre 2020. Le opere fotografiche selezionate presenteranno al pubblico il suo ultimo progetto realizzato tra le vele di Scampia, un interessante e particolare sguardo dell’obiettivo aperto sulla comunità dei femminielli e delle sue contraddizioni.

La mostra personale di Jess Kohl nasce da un progetto di ShowDesk, un’organizzazione indipendente che dà supporto ai giovani artisti emergenti nella promozione del loro lavoro. Gratuità, spirito di condivisione e cooperazione sono i principi fondanti di questo progetto open source. 

La mostra è curata da Collettivo Zero: un collettivo curatoriale indipendente costituitosi nel 2019 tra i banchi dell’Istituto Europeo di Design a Roma, unendo dei giovani provenienti da diverse città italiane. Composto da Sveva Ventre, Gianluca Sensale, Andrea Pastore, Ilaria Lely, Rita Roberta Esposto, Chiara Di Giorgio, Enrica Mariani e Alice Broggini, è un gruppo eterogeneo di storici dell’arte, architetti, archeologi, educatori all’arte e laureati in Beni Culturali, accomunati da una forte passione per l’arte in ogni sua forma. La sua apertura ai più disparati temi, con una particolare attenzione alla visuale contemporanea, lo ha portato ad essere l’anima portante ed organizzatrice della personale di Jess Kohl.

L'artista negli ultimi anni si è occupata di raccontare, attraverso reportage fotografici e cortometraggi, alcune comunità considerate marginali, dai punk filippini agli Hijras indiani. Attraverso una scenografia ben definita e raccontata senza elementi superflui, le fotografie della personale al PAN rappresenteranno soggetti reali e lasceranno trapelare una realtà poco conosciuta nel suo aspetto più intimo e non ancora documentato. L’opera fotografica di Jess Kohl si allontana da modelli più volte abusati e noti per condurre chi guarda in un contesto quotidiano: un parco, un balcone e sullo sfondo, sempre riconoscibile, il complesso delle vele di Scampia.

«È tutto pronto e, dopo un intenso lavoro, riteniamo che la mostra sarà originale ed interessante – dichiarano gli 8 membri di Collettivo Zero – sotto certi aspetti sarà anche sorprendente. Con la mostra proponiamo un percorso che, allontanandosi dallo stereotipo, vuole avvicinare gli sguardi e la sensibilità di ciascuno a un quotidiano ricco di storie diverse, raccontate in un percorso tematico che sicuramente sveleremo e sarà svelato in modo chiaro ai visitatori. È una mostra che si racconta e si può raccontare, ma è soprattutto da vedere e godere. Vi invitiamo tutti al PAN».

Testo e foto da Collettivo Zero sulla personale fotografica “Anime Salve” di Jess Kohl.


Pandemonium: Neo-Decameron, Il lato dark fantasy della pandemia

Pandemonium: Neo-Decameron

Il lato dark fantasy della pandemia

Quando in letteratura si è trattato di parlare di epidemie, fughe e nuove prospettive per l’Umanità, il numero dieci si è rivelato vincente: dal Decameron di Boccaccio in poi, i suoi multipli – o sottomultipli, quale la “corruzione” favolistica del reale, contenuta nel Pentamerone di Basile – ne hanno scandito il percorso e ci hanno proiettati in una realtà allucinata, un tunnel dal quale uscire con i gomiti, fino a raggiungere la luce o il suo antipode.

Questa legge non scritta si rinnova con Pandemonium: Neo-Decameron (Lethal Books), concepito nei giorni successivi al lockdown degli scorsi mesi: è stato proprio l’abbattersi di questa scopa manzoniana sulle nostre esistenze a far germinare l'ambiziosa idea di un nuovo Decameron nelle mente dei dieci autori, i cui testi sono raccolti in questa antologia.

Cristiano Saccoccia (cui si deve anche la curatela), Francesco Corigliano, Riccardo Mardegan, Maurizio Ferrero, Mala Spina, Antonio Lanzetta, Caleb Battiago (Alessandro Manzetti), F.T. Hoffmann (Fabio Tarussio), Domenico Mortellaro, Laura Silvestri, Paolo Di Orazio, Luca Mazza e Jack Sensolini evocano un'Italia medievale in decadenza o dalla modernità corrotta: se nelle prime righe questo Stato surreale può risultare familiare al lettore, esso sarò presto deformato dal filtro della mente di chi immagina un Grande Male endemico e misterioso, in grado di spiegare le proprie trame lungo i rivoli più reconditi della fantasia, accesa come la fiamma di un tizzone infernale.

Vero punto di forza dell'antologia è la coralità, nonché la varietà di linguaggi che contraddistingue ciascun racconto e conferisce una visione multiforme del Morbo che attanaglia l’esistenza dei vari personaggi.

Pandemonium Neo-Decameron
La copertina dell'antologia Pandemonium Neo-Decameron, a cura di Cristiano Saccoccia, pubblicato da Lethal Books con postfazione di Luca Mazza e Jack Sensolini

Si inizia con la storia del medico di Santa Canopia, che Francesco Corigliano immagina alla ricerca dell’epicentro di un'epidemia dove corpo umano e pietra si trovano convolti in “un’infezione dei palazzi, qualcosa che si insinuava non nei corpi organici ma nei mattoni, passando da edificio a edificio, corrompendo, deformando, schiudendo nuovi aspetti del concetto di Essere”, per poi passare con un deciso cambio di registro, alla cronaca dello scontro “stregato” tra il Capitano del Popolo Alvise Mustacchin, in difesa dei bestemmiatori di Camponogara, schiacciati tra il potere di Venezia e i voleri del vescovo Cornero, nel padovano del 1520. Ci si chiede poi, se una rievocazione dei Misteri pasquali, se il simulacro vivente della morte e resurrezione del Dio-Vivente, possa prestarsi a un supplizio, a una discesa negli inferi del peccato. Per Maurizio Ferrero la risposta è assolutamente positiva, se è questa la forma che assume il supplizio estremo per Lambrotto, lussurioso indemoniato che acquisterà la forma di una crocifissione in un racconto venato di rimandi danteschi, per poi concludersi con un finale che richiama il celebre romanzo Il Profumo di Patrick Süskind.

Un padre e una madre che discutono del proprio figliolo mentre lo seguono per via: cosa ci può essere di più rassicurante? Nulla, tranne l’idea di Mala Spina di far seguire il buon Goffredo Degli Spini dai fantasmi di coloro che lo misero al mondo, destreggiandosi al contempo tra gli Untori in un 1350 da incubo. Si ritorna poi ai panorami italiani da rifuggire, da lasciarsi alle spalle a ogni costo, nel racconto di Antonio Lanzetta, nel quale i due giovani protagonisti, gli orfanelli Rico e suo fratello Tobia, sono impegnati nella strenua fuga da Salerno, ormai ammorbata in ogni suo singolo aspetto, decadente e colma di pericoli, verso il porto sicuro di una Sardegna isolata dal Mondo allo sfacelo.

Si passa poi a trovare, tra oscurità e cenere, una moltitudine di gente bella e stecchita, ammassata davanti alla navicella di Caronte, che però nel racconto di Caleb Battiago (Alessandro Manzetti) ha il volto furfantesco e un po' imbranato dello psicopompo Pandemonio, e dei suoi colleghi diavoli Fuliggine e Finimondo, alle prese con la difficoltà di gestire un afflusso di gente così cospicuo a causa della pestilenza.

Le forze del male non si risparmiano neppure nel racconto di F.T. Hoffmann (Fabio Tarussio), che si svolge in un Seicento friulano, battuto da un Benandante, figura mitica e magica allo stesso tempo, che forse riuscirà a porre un argine agli abusi compiuti intorno all’ultimo bastione della speranza, il monastero San Spedito Martire. Questo gusto per il soprannaturale che non lascia spazio a spiegazioni, lo troviamo anche nel racconto di Domenico Mortellaro, nel quale il nostro protagonista si accompagna da “Bari a Canosa, con la zingarella un po’ troppo appiccicata” beccandosi la “Nera”, che ora mai “da Canosa a Torre del Tuono, da qualche parte tra Giovinazzo, Terlizzi e Bitonto, e tosse, febbre, bubboni, non si potevano nascondere”: e lui, come risorge da morente? Ma è poi vero? I miracoli esistono? Lux in Tenebris!

Eccoci ora all’unica eroina, nel racconto di Laura Silvestri, la strega Fantàsima, che a Prato decide di fabbricarsi un servo risvegliando uno sventurato dal sonno eterno al quale la pestilenza del 1348 lo aveva condannato; ma un risvolto improvviso fa si che la lacrimevole storia del servo della strega, Rinaldo de’ Puglisi, giunga a un pubblico processo contro Monna Filippa. Il boccaccesco e l’orrido qui si coniugano mercé la pietas che suscita il caso del redivivo.

L’ultimo racconto, quello di Paolo Di Orazio, si svolge nella Città Eterna, che però rischia di crollare a causa della pestilenza che l’ha colpita: Fausto Bergmann, benestante ebreo del ghetto di Roma, cerca in ogni modo di sfuggire a quel disastro, generato non si sa da che carico di merce, forse, e giunto in città non si sa bene come: dovrà tuttavia rendersi conto che esistono cose dalle quali (forse) non si può sfuggire.

Sembra quasi che nella conclusione di tutti i racconti con questa ambientazione, riecheggino le ultime parole del Venerabile Beda “…ma quando cadrà Roma, anche il Mondo cadrà" (forse).

John Martin, Pandæmonium, Musée du Louvre. Foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Ecco la dimensione, i Mondi, che gli amanti del genere e non solo potranno in questi racconti, le stesse sensazioni che trasmette il Pandemonium, l’omonimo quadro del pittore inglese John Martin: sullo sfondo la maestà di un mondo ordinato e monumentale, che può apparire costruito con pietre intagliate di granitiche certezze, ma che si liquefa alle fondamenta per colpa di un fiume di lava infernale scaturito da un cielo saettante, che una divinità maligna e rigeneratrice, un Marte senza tempo o una Minerva dal suo volto più terribile, evoca sul nostro capo.

Cristiano Saccoccia, curatore dell'antologia Pandemonium: Neo-Decameron 

Nemoralia 2020: seminario “Le donne di Artemide e Diana”

Il seminario “Le donne di Artemide e Diana”, quarto incontro del ciclo “Artemide e Diana. Divinità a confronto”, che si rivolge al largo pubblico, si terrà a Nemi giovedì 13 agosto, alle ore 17:00, all’aperto, sulle rive del lago di Nemi, presso i giardini del Centro Ittico Catarci. L’iniziativa si inserisce nell’ambito della nuova edizione dei “Nemoralia” (8-13 agosto 2020), manifestazione che vedrà avvicendarsi tra la città di Nemi e le sponde del lago concerti e rievocazioni storiche, visite guidate al santuario di Diana Nemorense e al Museo delle Navi Romane, degustazioni dei prodotti tipici del territorio e momenti di approfondimento sulle tradizioni religiose antiche.

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Penny Dreadful: storie di angeli contro demoni

Penny Dreadful è una serie televisiva prodotta dal canale statunitense Showtime. Le tre stagioni sono andate in onda dal 2014 al 2016, ottenendo innumerevoli consensi sia da parte del pubblico sia da parte della critica. Dopo anni dalla fine della terza stagione, Showtime annuncia di aver finanziato uno spin-off dal titolo Penny Dreadful - City of Angels, cambiando completamente cast e ambientazione.

Penny Dreadful
Eva Green come Vanessa Ives nella locandina della seconda stagione di Penny Dreadful, Foto © Showtime Networks Inc. and Showtime Digital Inc.

 

Penny Dreadful: l'origine

John Logan, l'autore della serie, basò il plot su due differenti testi letterari: i penny dreadful (da cui il titolo della serie), libricini di genere horror diffusi durante l'epoca Vittoriana; La lega degli straordinari Gentlemen, nota graphic novel di Alan Moore. Protagonista assoluta è Vanessa Ives (Eva Green) figlia dell'alta borghesia britannica e vittima, in un certo senso, della stessa società in cui vive. I protagonisti maschili che supportano Vanessa, sono Sir Malcom (Timothy Dalton) e l'americano Ethan Chandler (Josh Hartnett).

L'ambientazione è quella dell'età Vittoriana, di fatti i toni e le scelte cromatiche tendono a mettere in risalto l'oscurità e il senso di mortalità che impregnava le strade di Londra. Il filo conduttore delle vicende narrate è il rapporto tra uomo e Dio e, soprattutto, tra bene e male. Questi parrebbero essere temi già trattati, soprattutto nel mondo della serialità televisiva. Tuttavia, Penny Dreadful ha la grandissima capacità di unire il genere gothic (tipico dei romanzi di fine '800) ad una più alta riflessione filosofica sul concetto stesso di umanità.

Durante le tre stagioni, ci vengono presentati diversi prototipi di "mostri": il mostro di Frankenstein (Rory Kinnear), Dorian Gray (Reeve Carney), il licantropo (Josh Hartnett), Dottor Jekyll (Shazad Latif), il conte Dracula (Christian Camargo) la strega Evelyn Poole (Helen McCrory).

Vanessa oscilla continuamente tra il diventare un mostro e il restare umana, rispettando tutti i dettami che delineano la brava donna vittoriana. Il personaggio maschile che le si potrebbe contrapporre, è proprio quello del mostro di Frankenstein (chiamato John Clare in memoria del poeta inglese).  Sia Vanessa sia John si trovano a dover fronteggiare le forze del male esterne, quindi il classico "villain", dovendo, però, affrontare anche i loro demoni interiori che, a volte, prendono il sopravvento. John viene da molti ritenuto un villan solo per via del suo aspetto esteriore, finendo spesso con il diventarlo per far zittire la gente. Vanessa, invece, è spesso posseduta dal demonio che si nutre del suo lato femminile più primordiale.

Back hand of God

Durante la prima stagione, Vanessa è fermamente convinta che la chiesa e i suoi rappresentati potranno aiutarla durante i momenti di possessione e, chissà, magari perfino sconfiggere il demonio che si impossessa di lei. In una delle migliori scene di tutta la serie, un prete incontra Vanessa e le pone la domanda "Do you really want to be normal?"

Qui esplode un'altra importante tematica della serie: la normalità. Vanessa, come ribadisce giustamente il parroco, è stata toccata dalla "backhand of God" quindi, in un certo senso, potrebbe essere una prescelta a cui è stato dato il dono della sofferenza per sconfiggere il male. La normalità, di conseguenza, le impedirebbe di portare a termine la sue missione. La normalità, tanto agognata da tutti i personaggi di Penny Dreadful, viene rappresentata come un ostacolo, come una superficie sotto la quale giace l'angoscia.

 

In conclusione, quello che ha reso (e rende) Penny Dreadful una delle migliori serie della storia della televisione, è proprio l'essenza dell'umanità, un'umanità destinata a vivere al di là del bene e del male.

La presenza costante dell'arte e, in modo particolare, della poesia calca con forza la mano sulle tematiche esistenzialiste. "All sad people like poetry" dice Vanessa a John Clare "happy people like songs". Penny Dreadful è una poesia lunga tre stagioni, contornata da quei poeti che hanno reso grande la letteratura vittoriana (spesso assistiamo a dei veri e propri recitals di Tennyson, Keats, Wordsworth).

City of Angels

Il 26 aprile 2020, Showtime ha rilasciato il primo episodio di Penny Dreadful - City of Angels, spin-off di Penny Dreadful. La nuova serie è ambientata nella Los Angeles del 1938 e si ispira al folklore messicano-americano. Lo spin-off diede il via ad una serie di polemiche già dal rilascio ufficiale di vari trailers durante il 2019. I fan non riconobbero in questo nuovo prodotto le dinamiche e le caratteristiche che hanno reso Penny Dreadful una pietra miliare della televisione.

City of Angels è composta da 10 episodi dalla durata di 45-50 minuti ciascuno. Le tinte che prevalgono sono luminose, in fin dei conti ci troviamo in California, la regia è più morbida e abbandona molti stilemi tipici del genere horror. I ruoli dei personaggi sono decisamente più definiti: ci sono i "buoni" e ci sono i "cattivi". Magda (Natalie Dormer) è la sorella cattiva della Santa Muerte (Lorenza Izzo). La lotta tra le due sorelle dà il via alla narrazione, che porta al centro della vicenda Tiago (Daniel Zovatto) un ragazzo messicano figlio di una sacerdotessa della Santa Muerte.

Tiago diventa presto un detective della polizia e si trova a dover fronteggiare una serie di omicidi a sfondo razziale. Madga, infatti, assume varie forme durante l'intera stagione, portando quel briciolo di malignità che farà soccombere l'umanità in favore del coas. Ad ostacolare Madga, ci dovrebbe essere la Santa Muerte. Scrivo "dovrebbe" perché la Santa Muerte sembra essere un personaggio totalmente assente e decisamente poco sviluppato.

Lo scopo principale di City of Angels è sicuramente quello di denunciare il razzismo e la ghettizzazione di tutte le etnie presenti negli U.S.A. Tuttavia, bisogna tristemente concludere che oltre alla rabbia e al dissenso dei protagonisti verso le questioni razziali (ci troviamo davanti ad ovvie critiche contro la politica di Trump) City of Angels sembra essere incapace di andare oltre e dare respiro alla trama. Alcuni critici hanno giustificato determinate scelte narrative, sottolineando che, sicuramente, molte dinamiche saranno approfondite nella seconda stagione. Sfortunatamente, dato il basso numero di spettatori, la seconda stagione di Penny Dreadful - City of Angels pare che non vedrà la luce.

Un altro elemento che, forse, ha sancito la disfatta di City of Angels è il continuo confronto con la sua serie di origine, una serie superiore sia a livello registico sia a livello narrativo. Non posso esprimermi sulle capacità recitative, poiché in molti hanno commesso l'errore di mettere a confronto Eva Green con Natalie Dormer. Il confronto in questa specifica situazione non dovrebbe sussistere, dato che le due attrici hanno incarnato personaggi decisamente differenti (forse di simile avevano solo alcuni outfit e alcuni tratti fisionomici).

Penny Dreadful è stato recentemente eliminato dal catalogo Netflix ed è solamente disponibile sul sito di Showtime.
Questa serie, a lungo snobbata dai festival (nessuno ha mai capito come Eva Green non abbia nemmeno ottenuto una nomination agli Emmy) pare essere stata dimenticata anche da fan meno accaniti.
Personalmente ne consiglio la visione e spero vivamente che Netflix decida il prima possibile di reinserire Penny Dreadful sulla sua piattaforma.

Penny Dreadful City of Angels
La locandina della serie TV Penny Dreadful - City of Angels, 2020 Showtime Networks Inc. and Showtime Digital Inc.

rostro isole Egadi isola di Levanzo 70 anni Sebastiano Tusa

Ritrovato un rostro di epoca romana al largo di Levanzo, nelle Egadi

Proprio nel giorno in cui il compianto Sebastiano Tusa avrebbe compiuto il suo settantesimo compleanno, giorno 2 agosto, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana con il Nucleo Sommozzatori della Guardia di Finanza di Palermo ha recuperato un antico rostro nei fondali a nord ovest dell'isola di Levanzo (Egadi). L'operazione è stata condotta con la collaborazione dei subacquei altofondalisti della GUE - Global Underwater Explorer guidati da Francesco Spaggiari e Mario Arena.

Presenti durante le operazioni di recupero anche l'assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, Alberto Samonà, la Soprintendente del Mare Valeria Li Vigni, il gruppo subacqueo della Soprintendenza del Mare e i militari delle Fiamme Gialle, con in testa il comandante della Sezione unità navali di Palermo, Massimiliano Bonura e il capitano Daniele Bonanese della Sezione operativa navale di Trapani.
Oltre ad un rostro, già scoperto da Sebastiano Tusa, sono state riportate alla luce anche una spada e diverse monete.

Una volta concluse le operazioni, il rostro è stato trasportato a Favignana, dove la delegazione, guidata dall'assessore Samonà, è stata accolta dal vicesindaco Lorenzo Ceraulo. Il rostro è ora custodito presso l'ex Stabilimento Florio dell'isola. La parole dell'assessore Samonà:
"Il recupero di oggi conferma la volontà del Governo Musumeci di continuare la preziosa attività dell'indimenticabile Sebastiano Tusa e di dare la giusta rilevanza alle ricerche e alle indagini sul vasto patrimonio sommerso, di cui il nostro mare è custode. Grazie di cuore alla Guardia di Finanza!"

Foto dalla Regione Siciliana sul ritrovamento del rostro al largo dell'isola di Levanzo, nelle Egadi.

rostro isole Egadi isola di Levanzo 70 anni Sebastiano Tusa


Vanni Santoni La scrittura non si insegna

La scrittura non si insegna: intervista a Vanni Santoni

La scrittura non si insegna, un pamphlet  per educare lettori e scrittori

La scrittura non si insegna è l'ultimo volumetto scritto da Vanni Santoni ed edito da Minimum Fax, 95 pagine di consigli, finzioni smascherate e cliché distrutti. Gli errori che lastricano il percorso dell'aspirante scrittore sono molti, a partire dall'alimentazione culturale scorretta, povera di maestri della prosa e satura di baldanzosi prodotti industriali-letterari; sì, perché non è errato paragonare i fast food e il loro cibo spazzatura a tanti di quei romanzi che vengono costantemente propinati sugli scaffali delle librerie.

In La scrittura non si insegna, Santoni consiglia diversi approcci alimentari, partendo dalle prelibatezze targate Proust e Joyce e passando per Mircea Cărtărescu, Faulkner, Ursula K. Le Guin, Roberto Bolaño, David Foster Wallace, Philp Roth, Don DeLillo, Thomas Pynchon, Jane Austen, Jorge Luis Borges e molti altri maestri della narrativa (con racconti e romanzi).

A mio avviso, la prima parte è la più interessante e ghiotta (non che le altre siano inferiori), perché Vanni Santoni ci fa confrontare con tantissime leggende del mondo della scrittura, sbattendo in faccia al lettore (e ai suoi corsisti) quali sono gli step obbligatori da compiere: ovvero leggere, leggere, leggere questi autori. Quantità e qualità, perché chi non "affronta" questi mostri sacri si priva della possibilità di migliorare come autore.

I capitoli successivi si concentrano invece sulla costanza della scrittura: non solo l'ispirazione momentanea regola la stesura di un romanzo, anzi, è soprattutto la disciplina a sostenere l'intero progetto scrittorio.

Tra consigli sui cliché, spiegazioni in merito al mondo dell'editing, storie abusate e macchiettiste e dal mondo dell'editoria, Vanni Santoni sigla con La scrittura non si insegna un ottimo pamphlet culturale, per togliere la patina romantica e illusoria dal mondo della scrittura e per indirizzare gli aspiranti scrittori verso una presa di coscienza critica. In definitiva un libro obbligatorio per tutti e l'ennesima bella pubblicazione all'interno del catalogo Minimum Fax.

 

Ringrazio Vanni Santoni che ha risposto ad alcune domande sul suo ultimo lavoro, La scrittura non si insegna e sulle sfide di questa arte.

La scrittura non si insegna
La copertina del pamphlet di Vanni Santoni, La scrittura non si insegna, pubblicato da Minimum Fax (2020)

Mi sono innamorato di un termine che usi verso la fine del libro, ovvero banality, (in)felice sodalizio tra la banalità e la fatality brutale di Mortal Kombat. Secondo te, questi termini così abusati e ormai prodotti in quantità industriali, quanto possono distruggere il testo di un esordiente? Se fossi un editor o il responsabile di una collana editoriale, cestinerei subito un manoscritto che si presenta in questa maniera.

Sicuramente l’abbandono dei cliché è uno dei primi passi da fare per “scrivere bene”, ma se sono così diffusi è perché prosperano in tanta narrativa commerciale, italiana e in traduzione, e non sono pochi gli aspiranti autori che si abbeverano a tale fonte e non a quella dei classici… Naturalmente rimanendo aspiranti o finendo in trappole o vicoli ciechi quali l’editoria a pagamento, il self-publishing o la nuova “pseudoeditoria free”.

C'è una tendenza di alcuni aspiranti scrittori di leggere alcuni capisaldi della letteratura moderna e poi di emularli con risultati alquanto disastrosi. Su due piedi mi viene da pensare ai cesellatori del cut-up burroughsiano che costruiscono testi arditi e ricchi di acrobazie linguistiche. Fallendo, ovviamente. Ciò mi porta a pensare a una frase di un autore nella tua lista, David Foster Wallace, che afferma: “«Scrittura forbita» non significa scrittura ornata in modo gratuito; significa scrittura pulita, chiara, massimamente rispettosa. Non credi quindi che anche la volontà di mirare troppo in alto sia dannosa per un autore che non si è ancora imposto sulla scena?

Magari ci fossero aspiranti scrittori che scrivono come Burroughs o Wallace! Credo che la paura dell’influenza, prima ancora che l’influenza, sia una tipica malattia dei principianti: se qualcuno è in grado di capire il lavoro di un Burroughs o un Wallace e imitarlo, è già segno che ha raggiunto un buon livello da lettore, anche nel caso (quasi inevitabile) che lo imiti male. Arriverà quindi il momento in cui troverà la sua voce, all’inizio fissarsi su questo o quel grande autore e copiarlo può capitare e non è neanche una cosa negativa, purché si continui a leggere e a moltiplicare così le influenze. Il problema non sono certo le scritture epigonali; il problema, e lo dico avendo vagliato migliaia e migliaia di manoscritti, sono le scritture risapute, inerti, vuote, prive d’interesse e senza “voce”, che costituiscono il 99% dei manoscritti senza futuro e sono il frutto dell’aver fatto troppe poche letture, non dell’eccesso di influenza di questo o quel gigante.

Ho trovato la tua dieta letteraria di estremo interesse, la consiglio a tutti (aspiranti scrittori e lettori che si vogliono formare), ma c'è un autore (o autrice) che ti senti di consigliare oltre a quelli citati ne La scrittura non si insegna?

Dato che nel libro se ne citano centinaia, se adesso ne potessi indicare solo uno, vorrebbe dire che l’avevo dimenticato. Dubito poi che a soli due mesi dall’uscita del libro ci sia già chi ha letto tutti i testi ivi citati – e se anche ci fosse, a quel punto avrebbe imparato a costruire il proprio percorso di lettura da solo. Invito dunque il lettore a trovare da solo il prossimo tassello: è del resto uno degli scopi del pamphlet.

La copertina del romanzo Pasto nudo di William S. Burroughs, nell'edizione Adelphi con traduzione di Franca Cavagnoli

 

L'ispirazione è per i dilettanti. Frase più vera non fu mai pronunciata. Tra le eredità del nostro romanticismo abbiamo conservato, con gelosia, questa figura (ormai archetipica) del letterato devoto a Muse ispiratrici, folgorato da lampi di genio o sedotto da oscure forze misteriose che dispensano i segreti dell'Arte. In verità, come affermi anche tu, la scrittura è un mestiere da praticare senza sosta. Alberto Moravia si metteva a scrivere tutte le mattine per almeno sei ore, anche quando non aveva voglia. Prima ancora di plasmare uno scrittore, non trovi sia più proficuo debellare quei sentimentalismi ottocenteschi? Quindi accompagnare lo studente aspirante scrittore verso un percorso altamente professionale, almeno idealmente parlando?

Lo scopo forse principale del pamphlet è proprio distruggere questo vecchio pregiudizio romantico. Ma attenzione. Come ho spiegato più ampiamente qui, la letteratura resta comunque arte, non artigianato, come vorrebbe un pregiudizio di ordine opposto, più moderno ma non meno diffuso, ed è proprio per questo che chiede qualcosa di addirittura superiore a una “professionalizzazione”: essa chiede, né più né meno, la consacrazione a essa della propria vita. Il fatto che ci siano scrittori di successo che non hanno consacrato un bel niente è incidentale e non deve preoccupare l’aspirante: loro sono stati fortunati, chi non lo è (e non si può certo dire a chi vuole fare un mestiere di sperare in un colpo di fortuna) può forzare il destino solo mettendoci l’anima e il sangue.

George R. R. Martin, uno dei padri del fantasy contemporaneo, si è espresso su alcune categorie di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti sono studiosi meticolosi, costruiscono con perizia la loro storia e si discostano raramente da quello che hanno già progettato; mentre i giardinieri improvvisano, assecondano i capricci della natura o della momentanea ispirazione e tendono a non rispettare nessuna scaletta o palinsesto di idee. Tu in che categoria ti senti rappresentato? E quali sono i punti di forza e di debolezza degli architetti e dei giardinieri?

È evidente che, al di là delle attitudini di partenza derivanti dall’indole di ciascuno, uno scrittore davvero buono debba essere sia architetto che giardiniere.

Nel mare magnum dell'internet il tuo libro, almeno nelle nicchie degli scribacchini e degli autori emergenti o semplici lettori, ha sollevato qualche polverone. Per esempio tutti affermavano Vanni Santoni dice che se non hai letto Proust allora non puoi scrivere un romanzo decente, mentre in realtà Proust era soltanto uno dei centomila autori che hai citato e che fanno scuola di scrittura. Questo secondo me è anche un indizio del fatto che prima di diventare degli autori bisogna essere dei lettori consapevoli (e non di campionare un passaggio del libro e di trarne conclusioni inesatte e volte a screditare qualcuno). Quindi leviamoci il dubbio: si può diventare uno scrittore capace anche senza affrontare Alla ricerca del tempo perduto?

Il fatto stesso che alcune persone perdano tempo a discutere su Internet se sia il caso o meno di leggere Proust invece di leggerlo, spiega perché costoro siano ancora aspiranti autori. Del resto, se qualcuno reputa fastidioso o difficile affrontare uno dei massimi capolavori dell’arte che vorrebbe praticare, è segno che non è tagliato per essa.
Detto questo, La scrittura non si insegna è molto chiaro nel dire che nessuna singola lettura è di per sé imprescindibile: quello che conta è la quantità e la qualità delle letture, non la presenza di questo o quel titolo specifico.

Marcel Proust, autore de Alla Ricerca del Tempo Perduto, foto (1900) di Otto Wegener in pubblico dominio

Una domanda banalissima, che ogni intervistatore deve porre ogni tanto: quale libro ti piacerebbe aver scritto? Io, se potessi, vorrei essere l'autore di Meridiano di sangue.

Bifurcaria bifurcata di Benno Von Arcimboldi. (personaggio immaginario del romanzo 2666 di Roberto Bolaño, ndr.)

La copertina del romanzo di Roberto Bolaño, 2666, nell'edizione Adelphi con traduzione di Ilde Carmignani. Rappresenta la Vergine di Guadalupe, foto di Adrian Mealand (1996),
progetto grafico di Marlies Visser.

Consigli, quando l'ispirazione e le buone idee mancano, di scrivere dei remake. Questa cosa non mi è ancora chiara: potresti spiegarmi, così anche ai lettori di ClassiCult, che cosa intendi e quanto sia utile questo esercizio?

Premessa necessaria: si tratta di un esercizio adatto solo ai principianti, dato che si presume e spera che uno trovi presto cosa vuole scrivere (o almeno cosa crede di voler scrivere). Semplicemente, come spiegato nel pamphlet, dato che forzarsi a scrivere tutti i giorni è un ottimo modo per trovare la propria strada e un buon ritmo nel lavoro, ma all’inizio non è detto che si abbiano abbastanza progetti in corso per farlo, se proprio non si sa cosa scrivere si può fare un remake: trovo in particolare che i racconti di Čechov siano adatti a questo scopo, per la forza della loro struttura.

Secondo te, un autore è meglio che esordisca con un testo mainstream (o literary fiction) o che provi a sfondare con un'opera di letteratura di genere (horror, fantasy, ecc.). Soprattutto in Italia la questione è interessante.

Se è vero che in Italia esiste un pregiudizio, ancorché in parte superato, verso alcuni generi, credo che un autore debba scrivere ciò che vuole scrivere e che sente di dover scrivere, senza mai, per nessun motivo, fare considerazioni legate al mercato o alle mode.

 

Vanni Santoni (1978) ha pubblicato il progetto letterario Personaggi precari e i romanzi Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, la saga di Terra ignota, Muro di casse, La stanza profonda (candidato al Premio Strega), I fratelli Michelangelo.

Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa italiana della casa editrice Tunué.

Vanni Santoni La scrittura non si insegna
Vanni Santoni, foto fornita dall'autore

Se la ‘ndrangheta non esiste più

“In questo libro, i protagonisti messi in campo dal nostro autore sono un anziano nonno ulta ottantenne e il suo nipotino, che per motivi di studio ha il compito di documentarsi sul fenomeno mafioso che per sua fortuna non ha mai conosciuto” a introdurre il lettore, come si legge, una donna che ha creduto e ha vinto.  Il dialogo educato - pubblicato da Città del Sole - è rivolto alle giovani menti nella speranza mai sopita dall’autore, l’imprenditore Tiberio Bentivoglio, che la ‘ndrangheta resti per loro solo un ricordo amaro nella Storia di questo Paese.

Foto di Alessandro Tripodi

“Nonno, mi hai appena raccontato storie di commercianti che si sono ribellati alla ‘ndrangheta ma lo Stato non poteva aiutarli? – Caro Fabio, hai perfettamente ragione, gli uomini che componevano il Governo durante quel periodo non solo avrebbero potuto aiutarli, ma avrebbero dovuto farlo nel rispetto della democrazia”, scrive il nonno-autore, dopo aver raccontato con fatica e dolore la storia di imprenditori che come lui, nella realtà post-narrativa, hanno vissuto sulla propria pelle le angherie delle mafie.

Con la prefazione di Nando Dalla Chiesa, l’antefatto di Bentivoglio si presenta al lettore come una scommessa: siamo nel 2039 e le mafie sono state sconfitte, guidate da uno spirito di rivolta senza precedenti che non ha permesso alla disperazione di avanzare. Con un linguaggio semplice e attento ai dettagli, Bentivoglio racconta la sua Calabria, reale, presa nella morsa delle cosche di ‘ndrangheta, come la famiglia De Stefano-Tegano-Libri che nella città di Reggio si spartisce il potere.

I mafiosi sono personaggi che pensano di avere un codice d’onore, parole pesate e abbigliamento intenzionale, non credono di appartenere ad un fenomeno che è possibile scardinare, come era convinto Giovanni Falcone. Si sentono onnipotenti grazie all’assenza di uno Stato spesso mordace, mentre la cultura mafiosa sventra le coscienze persino delle persone per bene. Il nonno-autore neanche nella realtà quotidiana si lascia intimidire, non paga il pizzo, denuncia.

Nel leggere le pagine del suo C’era una volta la ‘ndrangheta riconosco la fierezza d’animo che lo aveva già contraddistinto ai miei occhi in un’intervista che gli feci qualche anno fa. In quell’occasione mi raccontò la sua storia: della prima persona malavitosa che incontrò nel 1992, quella che per continuare a fare il commerciante gli chiese una tangente che avrebbe dovuto versare ogni mese. Insieme alla moglie hanno un’attività commerciale di articoli ortopedici, medicamentosi e prodotti per l’infanzia: per non sottostare alle leggi della mafia e della compiacenza subiranno sette attentati tra ritorsioni, intimidazioni, bombe, furti e incendi.

Anche allora il suo monito, la sua preoccupazione più grande era rivolta ai giovani e al futuro: “Abbiamo una grande responsabilità noi adulti, dobbiamo cercare di lasciare questo Paese meglio di come l’abbiamo trovato. Se non facciamo ciò, diventiamo complici”, mi aveva detto. Anche se sembra impossibile non guardare alla cultura mafiosa e alla subcultura di quelli che si voltano dall’altra parte, nel libro egli riesce a mostrare una verità diversa e a rovesciare la rassegnazione. Il sacrificio è grande ed è ancora sostenuto ma anche la sua testimonianza che ogni giorno si fortifica, sicura che la criminalità organizzata non prevarrà. “È veramente pazzesco, arricchirsi seminando la morte”, anticipando Antonino Giorgi non tace nulla al nipote.

Nell’inno alla libertà, l’Aspromonte riflette e lenisce: “Caro Fabio, senza dubbio ti parlerò di questo fenomeno che, meno male, finì quando tu eri ancora molto piccolo. Infatti, circa nove anni fa, lo Stato finalmente ha sconfitto radicalmente quel cancro che era diventato devastante per l’intero mondo – scrive Bentivoglio – Te ne parlerò perché me lo chiedi, ma senza dubbio dovrò fare uno sforzo, poiché ciò che stai per ascoltare ha lasciato in tutti noi, che abbiamo vissuto quel periodo, ma soprattutto a chi ne è stato vittima, non solo disgusto e rabbia ma anche tanta sofferenza e diversi segni indelebili che hanno modificato perfino la cultura, il modo di pensare e di agire di un’intera nazione”. A futura memoria.

'ndrangheta Tiberio Bentivoglio
Tiberio Bentivoglio, C’era una volta la ‘ndrangheta. Ricordi e desideri di un uomo che l'ha conosciuta, Città del Sole Edizioni 2020, Collana La vita narrata, pagg. 168, Euro 13

#InviaggiocongliEtruschi: sulle orme dell'antica civiltà italica

#InviaggiocongliEtruschi

Sulle orme dell'antica civiltà italica.
Un accordo tra Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Museo Archeologico Nazionale di Napoli e Museo Civico Archeologico di Bologna.
Sconti in biglietteria per i visitatori dei tre Musei

#InviaggiocongliEtruschi

In questa estate italiana così particolare, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, perseguendo appieno la propria missione, sceglie l’alleanza con i Musei e sigla un accordo che invita a viaggiare attraverso il nostro Paese alla scoperta degli Etruschi, una delle civiltà più affascinanti del mondo antico, un popolo che è parte fondamentale della nostra storia.

#InviaggiocongliEtruschi, è il titolo della campagna che, dal 1 agosto, unirà idealmente lungo la Penisola, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Civico Archeologico di Bologna. Uniti da Bologna a Napoli passando per Romatre città e tre luoghi della cultura affrontano questo momento particolare proponendo un itinerario turistico-culturale che è un viaggio identitario, un invito alla ricerca delle proprie radici.

I Rasna (così gli Etruschi chiamavano se stessi) hanno dominato il vasto territorio compreso tra la pianura padana del Po e le pendici del Vesuvio; le loro fertili terre producevano grano, olio, vino e fichi tanto famosi da attirare - secondo la leggenda - i barbari Galli che giunsero a saccheggiare persino Roma. Signori del Tirreno, i loro porti erano frequentati da commercianti che giungevano da tutto il Mediterraneo con merci esotiche, profumi, stoffe preziose, avori pregiati… La loro abilità artigianale è testimoniata anche da splendidi gioielli in oro, argento, bronzo, ambra e vetro che abbellivano le donne delle grandi famiglie aristocratiche; ancora oggi gli orafi più esperti cercano di riprodurre la raffinata tecnica della granulazione.

Oggi la storia e la cultura di questa affascinante civiltà sono l’occasione per percorrere il nostro Paese all’insegna della cultura e all'arte, partendo dal Museo Civico Archeologico di Bologna, che ospita, fino al 29 novembre, la mostra "Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna" (etruschibologna.it), fermandosi a Roma ad ammirare le collezioni del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il più importante museo etrusco al mondo (museoetru.it), per giungere a Napoli al Museo Archeologico Nazionale che vi accoglierà con l’esposizione "Gli Etruschi e il MANN", una raccolta straordinaria di circa 600 reperti, di cui 200 visibili per la prima volta, acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo in varie fasi della sua storia (museoarcheologiconapoli.it). Ad arricchire il percorso espositivo di entrambe le mostre ha contribuito con preziosi ed eccezionali prestiti il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

I visitatori che seguiranno le orme degli Etruschi avranno diritto alla riduzione del costo del biglietto di ingresso, presentando presso la biglietteria il ticket di uno dei tre istituti coinvolti.
Se si visita uno dei tre musei, si ha la possibilità, quindi, di accedere agli altri due con uno sconto sul costo del biglietto
: il costo di ingresso sarà di 10 euro (invece di 14) al Museo Civico di Bologna (qui la promo sarà valida sino al 29 novembre), di 7 euro (in luogo di 10) al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, di 8 euro (e non 10) al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

E durante il soggiorno romano si potrà approfittare dell’offerta culturale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: aperture straordinarie e visite guidate comprese nel costo del bigliettoPer il programma completo consultate il sito www.museoetru.it 

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia


Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Apertura: dal martedì alla domenica
Orari: 9-20 (ultimo ingresso ore 19; chiusura sale espositive alle 19.30)

 

Testo e foto #inviaggioconglietruschi dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

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