Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi

Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’eraFiabe cosmologiche ungheresi, a cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020

Presentazione del volume di Elisa Zanchetta (Università degli Studi di Padova)

C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi Benedek Elek Elisa Zanchetta
La copertina del libro C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi che traduce e analizza fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera Magyar mese- és mondavilág di Benedek Elek: il volume è a cura di Elisa Zanchetta e pubblicato da Vocifuoriscena nella collana Bifröst

C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi propone la traduzione e l’analisi di quattordici fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera di Benedek Elek (1859-1929) intitolata Magyar mese- és mondavilág (“Mondo delle fiabe e delle leggende ungheresi”), pubblicata nel 1896 in occasione del Millennium, ovvero i mille anni di presenza degli ungheresi nel Bacino dei Carpazi.

C’era una volta o forse non c’era… è un titolo significativo per la presente raccolta, in quanto mira a un duplice obiettivo: da un lato proiettare immediatamente il lettore nella realtà altra in cui sono ambientate le fiabe ungheresi, dall’altro sensibilizzarlo alla formularità che le contraddistingue. Le fiabe proposte si svolgeranno, infatti, al di là dellÓperenciás-tenger (“mare Óperencia”), abisso acqueo che potrebbe segnare il confine tra il mondo intermedio e l’aldilà; oppure al di qua o al di là di sette volte sette paesi, espressione contenente il riferimento al magico numero sette che, assieme ai suoi multipli, ricorre con insistenza nelle fiabe: sette dì e sette notti dura la scalata dell’égig érő fa (“albero che tocca il cielo”), sette sono le teste dello sárkány oppure al di là degli Üveghegyek (monti di vetro”) che si collocano sul bordo del mondo nel punto in cui la volta celeste è così bassa da impedire ai raggi solari di penetrare e da costringere le rondini a bere l’acqua in ginocchio. La formularità delle fiabe popolari ungheresi si discosta da quella che il lettore incontra approcciandosi ad altre narrazioni popolari europee: si tratta di formule riscontrabili nella tradizione caucasica e potrebbero pertanto essere considerate un retaggio culturale che gli antenati degli ungheresi portarono con sé durante la loro migrazione verso occidente.

Il sottotitolo Fiabe cosmologiche ungheresi chiarisce subito qual è il fil rouge che connette le quattordici fiabe selezionate, ovvero proporre al lettore italiano, sia esso uno specialista oppure un semplice appassionato, una carrellata di figure e luoghi della mitologia magiara. A prima vista gli ungheresi sembrano possedere un patrimonio mitologico assai scarso se paragonato a quello di voguli e ostiachi, popoli che, come l’ungherese, appartengono al supposto ramo linguistico ugrico. Il presente lavoro prende avvio dalla definizione di mitologia fornita dall’etnologo Hoppál Mihály, secondo cui la mitologia è quell’insieme di nozioni che possono essere ricostruite a partire dai canti popolari, dagli incantesimi e dalle fiabe: risulta quindi chiara l’importanza fondamentale che queste ultime acquisiscono per delineare la mitologia magiara. Nella traduzione tutti i termini riferiti alle figure e ai luoghi mitologici sono mantenuti in lingua originale, opportunamente tradotti e approfonditi nel saggio di apertura e nel glossario finale.

Il volume si apre con una fiaba che riprende una delle leggende relative all’origine di magiari e unni, condotti nella palude Meotide da un csodaszarvas, ovvero da un cervo meraviglioso, che nell’arte popolare sembra incarnare l’albero cosmico, in quanto raffigurato con corna simili a rami frondosi e con il corpo dritto e slanciato come il fusto di un albero che tocca il cielo.

Segue poi una carrellata di fiabe in cui vengono presentate le figure femminili della mitologia magiara, ovvero le tündérek, le fate, descritte sia come creature malevoli, sia benigne. Il lettore s’imbatterà dapprima nella vasorrú bába, la vecchia dal naso di ferro, «brutta come la disgrazia», come ben descritto nell’omonima fiaba. Vladimir Propp considera questa figura una versione magiara della baba jaga russa, ma potrebbe essere equiparata anche ai feticci utilizzati dai popoli ugrici per riconciliarsi con gli spiriti dei defunti: si trattava infatti di ceppi lignei conficcati nel suolo e ricoperti da uno strato di metallo per impedire che il sangue e la carne, con cui venivano spalmati, li facesse imputridire; il naso, invece, era sempre rappresentato da un chiodo. Le tündérek, ovvero le fate propriamente dette, vengono descritte come fanciulle «così abbaglianti che il sole lo si sarebbe potuto guardare, ma non loro», dai capelli dorati lunghi fino alle caviglie, abbigliate con vesti dorate e dotate della capacità di metamorfosarsi: facendo una capriola esse sono in grado di trasformarsi in colombe bianche oppure in cigni e in questa forma discendono sulla terra dove incontrano l’eroe di cui si invaghiscono. L’incontro avviene spesso sotto un melo oppure un pero carichi di frutti dorati, per poi proseguire nel Tündérország, il paese delle fate, dove flora e fauna sono dorate, nei corsi d’acqua guizzano pesci dorati, ci sono vasche dorate piene di latte in cui la tündérkirályné, ovvero la regina delle tündérek, fa quotidianamente il bagno. Talvolta l’eroe deve giungere autonomamente nel Tündérország dove la fata, in preda alla rabbia, è fuggita in seguito alla violazione di un divieto che aveva imposto all’amato: si tratta di un topos narrativo che richiama alla mente i racconti melusiniani. Il Paese delle fate dista, tuttavia, «più del cielo dalla terra», quindi l’eroe viene solitamente aiutato in quest’impresa da un griffmadár, un grifone che, trasportando i sacchi di farina alla regina delle tündérek, riesce ad accompagnarlo a destinazione.

Raffigurazione dello égig érő fa, dal volume di Karl Freiherr von Czoernig, Mittheilungen der kaiserl. königl. Central-Commission zur Erforschung und Erhaltung der Baudenkmale Band 1, 1856. Immagine corrispondente al monumento ungherese all'identificatore 4915, in pubblico dominio

Molto spesso la fata, oppure la figlia del re, viene rapita da un malevolo sárkány, sorta di drago contro cui l’eroe deve combattere. Si tratta di un mostro policefalo dotato di un’intelligenza malvagia, la cui forza è solitamente celata nella settima testa e la cui anima è ospitata nel corpo di un altro animale, risultando così lampante la credenza degli antichi ungheresi nella pluralità dellanima: nella fiaba Az égig érő fa (“L’albero che tocca il cielo”) l’eroe, per annientare definitivamente lo sárkány, deve distruggere i nove calabroni che si trovano dentro una scatola contenuta nella testa della lepre che salterà fuori dalla testa di un cinghiale. Lo sárkány porta le fanciulle nel proprio palazzo di rame, d’argento, d’oro o di diamante, che spesso ruota vorticosamente sull’artiglio di un palmipede oppure sulla coda del gallo. Esso può essere situato nel mondo ctonio oppure sulla sommità dell’albero che tocca il cielo e solo l’eroe táltos, che nelle fiabe è il giovane pastore oppure porcaro dotato di capacità sciamaniche, è in grado di giungervi e di fermare la sua corsa. Il palazzo così descritto costituisce, assieme al vero e proprio égig érő fa, ovvero l’albero che tocca il cielo, una delle raffigurazioni dell’axis mundi magiaro.

Il termine táltos identificava anticamente il sacerdote degli ungheresi pagani; nel folklore e nelle fiabe popolari è colui che nasce con i denti, conosce tutto senza ricorrere allo studio, interpella i defunti per conoscere le cause della loro morte, sa rintracciare persone e animali scomparsi. Per giungere al palazzo dello sárkány posto nel mondo inferiore, o alsó világ, l’eroe táltos deve scendere attraverso un cunicolo che nelle fiabe viene indicato dal termine lik e che troverebbe corrispondenza con il buco dello spirito” posto al centro del sole sui tamburi sciamanici sámi e con il lovi finlandese, ovvero la fenditura rocciosa” attraverso cui si può giungere in una realtà altra. Per fare ritorno al mondo intermedio, o középső világ, il táltos viene aiutato da un’aquila gigante che, per riconoscenza, se lo carica sul dorso consegnandogli una bisaccia di provviste con l’ordine di allungargli un boccone ogni volta che glielo chiederà; esaurite le scorte, il giovanotto táltos taglierà un pezzo della propria coscia per permettere all’aquila di giungere in superficie, come ben descritto nella fiaba A táltos kecske (“La capra táltos”): in questo topos narrativo ravvisiamo la somiglianza con la variante cartvelica del mito di Amirani.

Se, invece, il palazzo si trova nel mondo superiore, ovvero nel felső világ, il táltos deve scalare l’égig érő fa, albero senza cima con rami sottili ma ricchi di foglie, tanto da essere equiparati a foreste, come descritto nell’opera di Diószegi Vilmos intitolata A pagány magyarok hitvilága (“Il mondo delle credenze degli ungheresi pagani”, 1967). Giunto sulla sommità dell’albero cosmico, il táltos entra in possesso della sua cavalcatura sciamanica rappresentata dal tátos ló, il cavallo tátos. Si tratta di un cavallo pelle e ossa, scabbioso, sciancato che sguazza nello sterco e che fa parte della mandria dello sárkány, della boszorkány, la strega del folklore magiaro, oppure della tündér. L’eroe deve servire il padrone del cavallo per un anno, che nelle fiabe corrisponde a un periodo di tre giorni, e chiedere questo ronzino come ricompensa per il suo operato. Solo con l’intervento dell’eroe táltos, il cavallo potrà divenire un destriero tátos dal manto dorato, con tre, cinque, nove zampe e in grado di solcare i cieli per portare l’eroe a combattere contro lo sárkány oppure altri táltosok. Il combattimento avviene solitamente assumendo la forma di tori neri e bianchi, ruote di ferro o fuoco, fiamme rosse o blu, come descritto nella fiaba A vörös tehén (“La mucca rossa”).

Con un balzo il cavallo tátos è in grado di giungere in mondi lontanissimi, ricordando, sotto questo aspetto, non solo il destriero di Óðinn, Sleipnir, ma anche Ṫeṫroni che conduce Amirani nel paese dei dèmoni-fabbri per cercare una fidanzata. Il tátos ló è un puledro curioso: si nutre di brace ardente come narrato nella fiaba Az égig érő fa (“L’albero che tocca il cielo”), può metamorfosarsi in altri animali che possono essere imbrigliati e domani solo dall’eroe, è dotato del dono della parola e sa volare per i cieli divenendo invisibile, pronunciando la formula «köd előttem s köd utánam» (nebbia davanti a me e nebbia dietro di me”), comune anche alle tündérek. Talvolta si può ravvisare un rapporto quasi materno tra l’animale tátos e il táltos umano, in quanto quest’ultimo può addirittura nutrirsi del suo latte: significativo è infatti l’episodio descritto nella fiaba A vörös tehén (“La mucca rossa”) in cui la mucca invita il ragazzino a svitare una delle sue corna e a saziarsi di latte.

Benedek Elek, foto di ignoto (1924) in pubblico dominio

Concludiamo citando il peritesto di chiusura alla raccolta di Benedek Elek intitolato Itt a vége (“Questo è tutto”) in cui il raccoglitore non solo tira le fila del suo lavoro etnografico, ma pone anche enfasi sull’importanza di trasmettere le fiabe popolari ungheresi. Noi vorremmo che il lettore italiano percepisse che «il popolo ungherese ha riversato anche nelle fiabe le eccellenti caratteristiche che lo contraddistinguono da ogni altro popolo: la sua immaginazione coraggiosa […]; il suo umorismo inesauribile, le sue narrazioni geniali; il suo amore per il linguaggio costumato […]», ma che in un aspetto in particolare supera qualsiasi altro popolo, ovvero nella «rotondità compositiva delle fiabe», nella loro «perfezione artistica». Se Benedek è stato l’interprete dell’anima del popolo ungherese, come lui stesso adora definirsi, noi siamo onorati di esserne i traduttori. Ecco qui il libro: giudicate voi se abbiamo portato a termine quanto abbiamo intrapreso. E questo è tutto.


Trio di Dacia Maraini

Trio di Dacia Maraini, un concerto a due voci

Dacia Maraini, durante il lockdown, è tornata a scrivere della sua amata Sicilia, creando un romanzo storico, collegato a doppio filo con il suo libro più celebre, La lunga vita di Marianna Ucrìa: il nuovo romanzo (breve), Trio è ambientato tra Messina e la campagna intorno alla città nel 1743, anno della pestilenza, che massacrò gran parte della popolazione urbana.

Trio, però, non è la narrazione di una terribile epidemia, ma è la storia di un triangolo di amicizia e di amore. La trama è apparentemente semplice: una donna, Agata, scopre che il marito ha una relazione con la di lei migliore amica, Annuzza. Le scelte narrative e stilistiche, però, sviluppano questa idea quasi banale in modo inaspettato, trasformandola in altro. Innanzitutto c'è da notare che, a dispetto del titolo, le voci narranti sono soltanto due, quelle di Agata e Annuzza. Le due donne, scambiandosi continue lettere, raccontano la loro storia ed emergono dalle pagine come donne indipendenti, colte e innamorate. Il legame fortissimo tra le due, che risale al tempo in cui entrambe hanno studiato nello stesso collegio di suore, è più importante della gelosia e del tradimento: per questo le loro scritture, nei momenti gioiosi dell'amore e in quelli cupi dell'abbandono, sono sempre sincere. Il loro rapporto è un inno alla vita, contro un mondo fuori che sta morendo.

A differenza di Marianna Ucrìa, Agata e Annuzza sono due donne nostre contemporanee, che sentiamo vicine e che ci appaiono fuori dal loro tempo, non solo per la loro ricchissima cultura, ma soprattutto per la loro capacità di autocoscienza e per il grado di consapevolezza. Ed è proprio questa una caratteristica del romanzo: i personaggi femminili, anche quelli muti, come Suor Mendola, l'istitutrice che ha insegnato alle protagoniste la storia attraverso il ricamo e che sarebbe voluta essere pittrice, sono tutti molto moderni. Al contrario i personaggi maschili, anche quando dipinti in modo simpatetico, come Girolamo, l'uomo bello e tormentato amato da entrambe le protagoniste, sono più legati al loro tempo, quasi fossero incapaci di uscirne. Anche il linguaggio e la sintassi delle due donne, così diretta e acuta, ci fanno pensare ai linguaggi di oggi e ci rendono le narratrici molto più vicine.  Sembra quasi che in questa novella l'autrice abbia voluto costruire una metafora delle dinamiche tra femminismo e patriarcato. E l'ha fatto senza che l'ideologia impedisca di vedere le contraddizioni e le mille sfumature dell'animo umano.

A riportarci, invece, alla Storia ci pensa il contesto, questa epidemia di peste vissuta tra impotenza, terrore e superstizione e che strizza l'occhio un po' a Manzoni e un po' a Vassalli. Ci pensa anche la scelta della forma epistolare, una scelta coraggiosa e che richiama volutamente le modalità dei grandi romanzi settecenteschi e illuministi, da Julie ou La nouvelle Héloïse a Pamela or the virtue rewarded.

Trio è un libro che si legge tutto d'un fiato, breve e intenso, dove domina soprattutto l'equilibrio: quello che per prime tentano, a volte con grande fatica, di mantenere le due protagoniste.

Maraini Dacia Trio copertina
La copertina del romanzo Trio di Dacia Maraini, pubblicato da Rizzoli (2020) nella collana Narrativa italiana

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Nella Terra di Diana: II Edizione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni

NELLA TERRA DI DIANA

II EDIZIONE DEL FESTIVAL DI ANTROPOLOGIA E STORIA DELLE RELIGIONI

Articolo a cura di Sabrina Mall, Fausto Rinaldi e Sofia Uffreduzzi

Nella Terra di Diana seconda edizione
Il Direttore del Museo delle Religioni Raffaele Pettazzoni, Igor Baglioni, presenta il Festival "Nella Terra di Diana", giunto alla seconda edizione. Foto di Sofia Uffreduzzi e Fausto Rinaldi

Si è svolta a Nemi e Genzano di Roma l’iniziativa promossa dal Museo di Storia delle Religioni Raffaele Pettazzoni, coordinato dal direttore del museo Igor Baglioni, il Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”, giunto alla seconda edizione. L’evento ha interessato le giornate dal 3 al 6 settembre 2020 e ha accolto innumerevoli professori ed esperti invitati a dibattere riguardo alla discipline interessate, vale a dire l'antropologia e la storia delle religioni, coinvolgendo anche altre materie attinenti al tema centrale, quali la mitologia classica, la storia moderna e contemporanea.

Nella Terra di Diana seconda edizione
La professoressa Lia Giancristofaro a Genzano di Roma. Foto di Fausto Rinaldi

Quest'ultima disciplina è stata rappresentata al Festival dalla Professoressa Lia Giancristofaro nella giornata del 4 settembre nel comune di Genzano di Roma. Professoressa associata in materie demoetnoantropologiche presso l’Università di Chieti e allieva del compianto antropologo e storico delle religioni Alfonso Di Nola, Lia Giancristofaro si occupa di antropologia della memoria, politiche del patrimonio culturale e di società civile. Coautrice del libro “Patrimonio culturale immateriale e società civile” (Aracne, Roma 2020) e autrice di “Populisme et polarisations. Notes thèoriques sur le folklore dans les instituitions politiques” (L’Harmattan Italia, Torino 2020), ha esposto la difficoltà dei giovani antropologi e storici delle religioni a trovare lavoro oggigiorno in settori diversi da quelli scolastici e dell’importanza dello studio antropologico nella società odierna in quanto gli intellettuali stessi sembrano allontanarsi e non comprendere quasi più quel popolo che ha dato il nome alla disciplina che si occupa dello studio sull’uomo. Nella stessa giornata, a partire dalle ore 15.30, il Parco de palazzo Sforza Cesarini di Genzano ha ospitato la seconda sessione con l’Oriente come argomento centrale. L’esordio ha visto la presentazione dei libri di Murat Yazar “Shadows of Kurdistan. A Photographic resarch of aCultural Identity (Scienze e Lettere, Roma 2020) e di Massimo Vidale “La civiltà che non c’era” (Scienze e Lettere, Roma 2020), trainati da Adriano Rossi, iranista presso presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" e l’Associazione di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente.

Nella Terra di Diana seconda edizione
Il Direttore del Museo delle Religioni Raffaele Pettazzoni, Igor Baglioni, presenta il Festival. Foto di Sofia Uffreduzzi e Fausto Rinaldi

Nella giornata del 6 settembre 2020 alle ore 9:30 è stata inaugurata la quinta sessione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”, incentrata sull’antropologia e la sociologia. Tale sessione è iniziata alle ore 9:30, e si è tenuta nell’area antistante al Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma. Il primo studioso che è intervenuto è stato il professor Roberto Cipriani, che ha presentato il libro “Fenggang Yang, La religione nella Cina comunista. Dalla sopravvivenza al risveglio” curato da Emanuela Claudia Del Re e pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Franco Angeli Edizioni.

Durante il secondo intervento, la studiosa Marinella Linardos, presidente della “Comunità Ellenica di Roma e del Lazio”, ha intervistato il dottor Fabrizio Spagnol membro dell’“Associazione Italiana di Cultura Classica”, autore del libro “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa” edito nel 2019 dalla casa editrice Meltemi. Nel terzo intervento della mattinata ha ripreso la parola il professore Roberto Cipriani, il quale ha parlato del suo libro, “L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia”, appena pubblicato, ma ricordando anche un'opera precedentemente pubblicata, “La religiosità in Italia” ed è basata su una ricerca cominciata nel 1994, essa fu pubblicata nel 1995 da Mondadori. È intervenuto, poi, il dottor Osvaldo Costantini. Egli ha presentato il suo libro “La nostra identità è Gesù Cristo. Pentecostalismo e nazionalismo tra gli eritrei e gli etiopici a Roma” edito dalla casa editrice Franco Angeli nel 2019. Il principale scopo del dottor Costantini è quello di analizzare come si pone il movimento pentecostale con i vari avvenimenti politici e storici avvenuti in Eritrea. Ha preso poi la parola la dottoressa Katiuscia Carnà assieme al professore Roberto Cipriani. Ella ha presentato il suo libro “Nuove identità di una società multietnica. Percorsi tra scuole, religioni, famiglie”, pubblicato dalla CLEUP nel 2020. La ricerca della Carnà si è incentrata su alcuni ambiti educativi legati alla comunità bangladese a Roma per capire come le nuove generazioni bangladesi crescessero in un territorio multietnico.Il quinto intervento è stato dedicato alla presentazione del libro “Santi in posa. L’influsso della fotografia sull’immaginario religioso”, pubblicato dalla casa produttrice Viella nel 2019 e curato da Tommaso Caliò. Il curatore ha presentato il libro, il quale è incentrato principalmente sulla fotografia devozionale e sull’influsso che quest’ultima ha avuto nel sentimento e nella pratica religiosa fino alla contemporaneità. A conclusione della quinta sessione del Festival è intervenuta la dottoressa Victoria Dos Santos, la quale ha illustrato il libro “Meaning-Making in Extended Reality. Senso e Virtualità” della casa editrice Aracne, edito nel 2020 e curato da Federico Briggio, Victoria Dos Santos e Gianmarco Thierry Giuliana. Nel pomeriggio, alle 15,30 all’interno del giardino del Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma, si è aperta la sesta ed ultima sessione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”.

Questa sessione riguardava le Fiabe, i Miti e la Stregoneria. La sessione pomeridiana è stata inaugurata dal dottor Andrea Maraschi, il quale ha presentato il suo libro, “Similia similibus curantur. Cannibalismo, grafofagia e “magia” simpatetica nel Medioevo (500-1500)”, pubblicato da CISAM nell’anno 2020. L’opera raccoglie una serie di casi riguardanti pratiche magiche, religiose e mediche in diverse aree dell'Occidente durante il medioevo.

Successivamente, la professoressa Alessandra Ciattini ha presentato il libro che ha curato, intitolato “Dalla magia alla stregoneria. Cambiamenti sociali e culturali e la caccia alle streghe”, della casa editrice La città del sole. Assieme alla professoressa Ciattini sono intervenuti anche la professoressa Maria Rosa Di Simone e Giangiacomo Gandolfi del Planetario e Museo Astronomico di Roma. I temi principali dell’opera sono le credenze, la magia, la stregoneria e come questi venivano trattati all’interno di differenti età storiche. Poi ha preso la parola la dottoressa Elisa Zanchetta, la quale ha curato, traducendo dall’ungherese all’italiano, l’opera “C’era una volta o forse non c’era... Fiabe cosmologiche ungheresi”, pubblicatadalla casa editrice Vocifuoriscena nel 2020. In questo libro vi sono 14 fiabe popolari ungheresi tratte dalla raccolta di Benedek Elek, etnologo, pedagogo, scrittore e giornalista ungherese. L’ultimo intervento del Festival ha riguardato il libro “Le fonti nordiche del Ring. La mitologia di Wagner”, scritto dal professore Francesco Sangriso e pubblicato da Vocifuoriscena nel 2018. Francesco Sangriso analizza il ciclo del Ring mettendo a confronto i libretti di Wagner con tre testi in particolare: l’Edda poetica; l’Edda in prosa di Snorri Sturluson e la saga dei Volsunghi, una saga norvegese del XIII secolo, la quale è la rappresentazione più compiuta della vicenda di Sigfrido e Brunilde. Il Festival ha avuto occasione di ospitare accademici e non in ciò che gli antichi definivano locus amoenus, dibattendo su argomenti inediti al grande pubblico, con l’impegno e la promessa di organizzare eventi di questo calibro per discutere di argomenti tutt’altro che inediti.

Panoramica del Lago di Nemi. Foto LPLT / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

 

Di seguito, alcune interviste ai protagonisti dell'evento.

 

Intervista alla professoressa Marina Caffiero, a cura di Fausto Rinaldi

Perché ha deciso di partecipare al Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”? Che impressioni Le ha lasciato la giornata del 4 settembre?

Ho deciso di accettare l’invito del Dottor Igor Baglioni per due ragioni. La prima è per aver già potuto conoscere Igor Baglioni durante la presentazione di “Donne e Inquisizione”, che ho curato, e di “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna”. Il secondo motivo per cui ho partecipato è perché gli incontri nel Festival sono molto interessanti in quanto sono, innanzitutto, multidisciplinari ma anche perché trattano di periodi storici differenti che vanno dall’antichità alla contemporaneità. Inoltre, si parla anche di come i temi trattati influiscano i nostri giorni. Volevo sottolineare che è anche fondamentale che si parli di libri, poiché è importante che un intervento che viene fatto, sia ancorato ad uno studio che è stato condotto.

Quali sono state le fonti da cui ha attinto nella stesura dei suoi due libri, “Donne e Inquisizione” e “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna”?

Le fonti che sono state consultate per “Donne ed inquisizione” sono, ovviamente, i documenti dell’inquisizione riguardanti i processi femminili contenuti all’interno dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, che si trova a Roma. È possibile raccogliere i documenti anche se non ci si trova nella Capitale, infatti vi sono 47 sedi periferiche dell’Inquisizione che oggi sorgono nelle città in cui una volta esisteva un Commissario per l’Inquisizione. Anche per “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna” ho consultato una fonte inquisitoriale perché il fenomeno del profetismo femminile del 1700 preoccupava molto il papato e quindi fu organizzato un grande processo contro queste donne che durò due anni ma non ebbe alcun effetto. Gli inquisiti erano sia religiosi che laici e sia donne che uomini.

La donna veniva vista, dall’Inquisizione, come un elemento pericoloso per la società?

L’Inquisizione nei confronti della donna possiede una duplice percezione perché da un lato le donne inquisite, che sono numericamente inferiori agli uomini ad esclusione del fenomeno della magia e della stregoneria, venivano condannate per reati come omicidi, bigamia, infanticidio, stregoneria e giudaizzazione, nel caso in cui esse fossero ebree convertite. Tali capi d’accusa erano considerati dannosi per la società anche perché a “commettere” questi reati erano donne. Veniva rotto, dunque, uno schema che vedeva la donna subordinata alla società. Allo stesso tempo gli archivi della repressione sono “archivi della libertà” perché tramite i processi veniamo a conoscenza del comportamento di queste donne, delle loro scelte ed il fatto che esse non erano per nulla passive dinanzi alle varie vicende che le coinvolgevano. Spesso esse provavano a cercare risposte alle accuse, nel caso in cui non fossero donne aristocratiche in grado di permettersi una difesa, rifugiandosi dietro il paternalismo inquisitoriale. L’Inquisizione pensava, infatti, che oltre ad esser pericolose, le donne fossero anche intellettualmente inferiori e quindi meno colpevoli. Proprio per questo motivo le pene erano ridotte rispetto a quelle degli uomini che, al contrario delle donne, sapevano ciò che stavano compiendo. Attraverso le fonti vediamo, inoltre, che la duplice visione dell’Inquisizione circa le donne, viste da una parte come pericolose e dall’altra come plagiate, cozzano. Infatti, il luogo comune della donna “debole” viene accentuato dall’Inquisizione. In realtà, tale topos non corrispondeva alla realtà, infatti, le donne mettevano in atto una sorta di finzione strategica per sfuggire all’Inquisizione.

Intervista alla dottoressa Valeria Merola, a cura di Sabrina Mall

Cosa l’ha spinta a partecipare a questo particolare evento?

Innanzitutto l’invito che mi ha fatto molto piacere ricevere dal Dottor Igor Baglioni, che conosco molto bene e che organizza sempre eventi di grande interesse: mi fa quindi piacere parteciparvi. Inoltre per dare spazio a un libro che ho curato insieme ad altri studiosi, creatosi da un lavoro di gruppo di persone giovani e studiosi di varie discipline e mi sembrava che potesse avere la giusta vetrina in questo evento, una fusione di letteratura, cinema, arte e storia che si poteva integrare in modo specifico nella giornata di oggi.

Quale parte del lavoro ha scelto di mettere in evidenza rispetto ad altre nella presentazione del libro ‘Personaggi storici in scena’?

Mi sono concentrata soprattutto sulla metodologia che sta alla base del libro e dello spirito che appunto ha unito i studiosi, perché non essendo un mio libro volevo evidenziare il progetto l’idea del progetto che c’è dietro piuttosto che dare importanza ad un argomento rispetto ad un altro. Parlare in pochi minuti di un libro di 300 pagine ovviamente è difficile, ma ho cercato di fare qualche esempio di alcuni aspetti che mi sembravano più rappresentativi come lo spirito di comparazione e di sovrapposizione di codici, del linguaggio utilizzato e i punti chiave attraverso i quali sono riuscita a fare una selezione per esporre il lavoro dal punto di vista della metodica utilizzata. Ho sottolineato l’importanza della metodologia sulla quale si è basato l’intero progetto.

È possibile usare questo approccio metodologico, che lei ha usato nel progetto, con discipline delle varie branche che siano umaniste o scientifiche o anche per presentare entrambe?

Sicuramente la metodologia può essere un mezzo di confronto per le varie differenze linguistiche utilizzate nel campo umanistico che scientifico, concentrandosi soprattutto sul tipo di comunicazione e metodologia che si vuole utilizzare per mezzo dell’unione di più codici, simboli e tipo di linguistica. Valorizzare la capacità che c’è in questi studi anche di sfruttare di prendere qualcosa da una disciplina del tipo storica o letteraria e trasportarla nell’altra che può su base scientifica per poi esporla ad un pubblico specializzato in cambi differenti. È importante la metodologia per i nuovi mezzi di comunicazione e nel mio ambito accademico, nonostante le ricerche stanno andando più verso lo specialismo ma ha sempre una funzione rilevante. Necessaria anche per la divulgazione sia per nuove chiavi di lettura per essere in grado di mettere a confronto vari ambiti.

 

Intervista alla professoressa Emanuela Prinzivalli, a cura di Fausto Rinaldi

Perché ha deciso di partecipare al Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”? Che impressioni Le ha lasciato la giornata del 4 settembre?

Deve sapere che conosco il dottor Igor Baglioni sin da ragazzo poiché si è formato all’interno dell’allora dipartimento “studi storico religiosi” presso l’università “La Sapienza” di Roma. Per me è, inoltre, un piacere vedere sia la crescita di questo studioso che l’attività che fa sul territorio. Il luogo in cui ora ci troviamo, quello dei Castelli romani, è un posto ricco di storia che merita di essere valorizzato come sta facendo il Museo delle Religioni "Raffaele Pettazzoni” ed è quindi per questo che i docenti si sentono di dover sponsorizzare tale attività.

Per quanto riguarda il libro “Riforma/riforme: continuità o discontinuità? Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600” che Lei ha curato insieme ad altri due Suoi colleghi, Fulvio Ferrario e Eduardo López-Tello García, volevo chiederLe, cosa si intende per “Riforma/riforme: continuità o discontinuità”?

In questo libro si vuole trattare la riforma che parte da Lutero, la quale si inserisce in una serie di tentativi di riforma che percorrono l’Occidente latino dal Medioevo in poi. Viene aperto, anche, un dibattito forte sul significato della Riforma rispetto agli altri tentativi di riforma. Inoltre, si vuole capire in che misura, la Riforma abbia costituito un momento fondamentale per la storia europea. Dunque, questo volume cerca di capire le modalità di questa cesura nell’ottica della continuità e della discontinuità.

Quali sono le fonti che sono state consultate nella stesura di questo volume?

Le fonti che sono state consultate vanno dal 1500 sino al 1700, ossia dal primo periodo della riforma luterana al periodo più tardo. La mole dei documenti consultati è difficili da quantificare, infatti, già solo gli scritti di Lutero rappresentano una massa “infinita”. Sono stati, inoltre, consultati atti processuali, fonti storiografiche sia protestanti che cattoliche, documentazione liturgica, le preghiere dei soldati di parte riformata e cattolica etc.

Perché il sottotitolo “Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600”?

Questa opera è frutto di una collaborazione, che io reputo molto importante, fra università laiche come “La Sapienza” e due università confessionali, da una parte la “Facoltà Valdese di Teologia” e dall’altra il “Pontificio Ateneo Sant’Anselmo”, dunque parte evangelica e parte cattolica. Il volume si concentra su argomenti che toccano il vissuto quotidiano, come la liturgia o i sacramenti, visti da punti di vista particolari. Si trattano, inoltre, gli elementi di continuità o differenziazione fra le diverse confessioni circa l’atteggiamento di una persona religiosa in determinate situazioni come le preghiere dei soldati o il comportamento di una persona una volta fatto prigioniero da un popolo di confessione differente.

 

 

 

Il Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana” anche in questa seconda edizione ha coinvolto Associazioni e territorio, che è stato vissuto sotto diversi altri aspetti, come quello turistico ed enogastronomico. Alcune interviste di seguito.

Intervista a una volontaria dell'Associazione culturale di Ariccia, a cura di Sabrina Mall e Sofia Uffreduzzi

Di cosa si occupa lei e il personale qui presente?

Noi siamo un’associazione culturale di Ariccia del comune, siamo circa 60 volontari all’interno dell’associazione conosciuti anche come ‘Gli amici di palazzo Chigi e il palazzo Sforza Cesarini’ con sede ad Ariccia e forniamo servizio di custodia dei beni culturali e di visite guidate per palazzo Sforza Cesarini a Genzano e per il palazzo Chigi ad Ariccia.

Che ruolo ha avuto la vostra associazione in questo Festival?

Fondamentalmente organizzativo, in quanto c’è stata un’apertura straordinaria del palazzo, abbiamo aperto appositamente per il festival e ha avuto anche un esito positivo in quanto siamo riusciti a farlo visitare e conoscere ad alcuni ospiti interessati del festival. Abbiamo avuto ruolo organizzativo per l’evento e cura del luogo stesso, un appoggio per l’organizzazione generale.

Che particolarità ha questo palazzo sia al livello storico e turistico?

È un palazzo di età medievale con rilevanza storica importante noto come il palazzo Sforza Cesarini. Con struttura moderna e stratificata che poi diventa un polo urbano per la cittadina attorno alla quale si è sviluppata tutta Genzano. Dal punto di vista turistico è un polo d’attrazione anche se poco conosciuto e non ben sponsorizzato, infatti è aperto nel weekend solo da circa 5 anni; essendo proprietà del comune con nessun referente specifico necessita di una gestione più articolata.

 

Intervista alla Casina delle rose, a cura di Sabrina Mall, Fausto Rinaldi e Sofia Uffreduzzi

Risiede a Genzano?

Sì, naturalmente. Anche se in realtà le mie origini sono castellane, mia mamma è nata a Roma e i miei avi fanno parte di varie zone dei castelli romani, ma io ho deciso di vivere e d’investire in questo bel paese, ovvero, Genzano.

Cosa l’ha spinta alla decisione di rimanere in questa località?

Perché le radici sono importanti secondo la mia opinione sono un valore aggiunto. È importante rispettare il luogo, l’ambiente e il territorio nel quale si risiede e se c’è qualcosa che non va cercare nel tempo con la cultura di migliorare piuttosto che abbandonarla.

Ci può raccontare qualche particolarità storica del suo ristorante?

Il ristorante nasce nel 1894-96 abbiamo questa incertezza riguardante data precisa, in quanto sui fogli e sulle immagini che abbiamo ritrovato non si è molto chiara la data. Prima era una posta per cavalli poi si è trasformata una in trattoria e anche una pasticceria. Nel corso degli anni ha assunti vari ruoli in base alle abitudini e il cambio dei costumi che ci sono stati.

Cosa caratterizza questo locale?

Il ristorante sorge sui confini di due cittadine: la parte retrostante si affaccia su Ariccia e la parte frontale su Genzano. Propri per la sua localizzazione il locale è definita anche come una vera e propria località detta appunto Casina delle rose.

Quali sono i piatti e i prodotti tipici che si possono degustare?

Abbiamo le pappardelle al sugo di lepre, le pappardelle al ragù di cinghiale, le fettuccine ai porcini, ma con il tempo dai nostri viaggi e dalla conoscenza di altre culture, ci piace creare delle fusioni come ad esempio il cocò di funghi è una ricetta georgiana che noi abbiamo riveduto e corretto, un’altra novità sono gli spaghetti alla Gengis khan, la spezia di base, che viene utilizzata negli spaghetti, veniva usata da Gengis khan per essiccare la carne con un retrogusto piccante. Ci piace fondere tradizione e innovazione. Utilizziamo anche vari tipi di erbe selvatiche e aromatiche presenti nella natura genzanese con le quali condiamo le nostre minestre, le aggiungiamo nella pasta e negli arrosti e facciamo squisite bruschette. Uno dei prodotti tipici e più conosciuti di Genzano è il nostro pane, cotto con le fascine di castagno che da un altro sapore un altro aroma un’altra sofficità consistenza che lo rende così particolarmente buono.

Abbiamo un’ottima pasticceria secca, diciamo che affondiamo le nostre radici su questa ricchezza che il territorio ci offre che spesso si trascura.

Riguardo la cultura dei vini, un vino tipico dei castelli romani?

Ne abbiamo vari di vini tipici come ad esempio il ‘Cacchione’ vino molto pesante usato per dare consistenza ai più fragili come lo Chardonnay, abbiamo la ‘Malvasia puntinata’ e il ‘Trebbiano’.

 


I reperti di Stabiae rivivono nel Museo dedicato a Libero D'Orsi

L'antico sito di Stabiae, oggi Castellammare di Stabia ha finalmente un suo Museo.

Il Museo Archeologico Libero D'Orsi intitolato al preside che negli anni '50 riprese gli scavi nelle ville e ne custodì i reperti nel vecchio Antiquarium della città, sorge negli storici ambienti della Reggia di Quisisana ed accoglie le preziose testimonianze della vita quotidiana delle residenze d’otium e delle ville rustiche che in epoca romana potevano godere di ogni comfort con una vista mozzafiato sul Golfo di Napoli.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

La città di Stabiae, già in epoca arcaica, svolgeva un ruolo importante sia dal punto di vista strategico che commerciale. Tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e la tragica eruzione del Vesuvio (79 d.C.) va collocata la maggiore densità abitativa sul ciglio settentrionale del poggio del Varano dove, ancora oggi, è possibile immaginare quanta sontuosità e ricchezza dovevano possedere queste splendide residenze quasi hollywoodiane.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Il percorso espositivo del museo, il cui progetto scientifico è stato curato dal Parco archeologico di Pompei in collaborazione con Electa si propone di offrire un excursus del territorio di Stabiae, del suo ager e fino all’eruzione nel I secolo d.C.

Le prime sale sono dedicate alla storia della Reggia di Quisisana – il più antico sito reale borbonico e residenza estiva della casata – e alle ricerche archeologiche svolte a partire da Carlo III di Borbone e fino al rinnovato interesse per il sito da parte di Libero D’Orsi.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Si prosegue poi con il racconto, attraverso i reperti, della Stabiae romana e delle sue ville partendo proprio dal complesso più grande, quello della Villa San Marco che in antico doveva avere una superficie di 11.000 mq ed era ad oggi una delle residenze più grandi di tutto il territorio.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Dal Varano si passa all’ager stabianus con altre due residenze rustiche, la villa del Petraro nel comune di Santa Maria la Carità che ha restituito decorazioni in stucco provenienti da splendidi e ricchi complessi termali e quella di Carmiano, nel comune di Gragnano.

Questa è una delle 50 ville rustiche dell’ager circostante che doveva produrre in antico vite e olio. Il tema del cibo è illustrato in questa sezione da appositi oggetti da mensa in bronzo, terracotta, vetro, anfore e vasellame vario che offrono uno spunto interessante per capire la quotidianità domestica, gli usi e i costumi degli antichi romani in fatto di cibo e pasti.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Da ammirare per la sua bellezza anche un carro in bronzo proveniente Da Villa Arianna ed esposto per la prima volta con i suoi finimenti che offre una riflessione sulle conoscenze agricole dell’epoca e sulle produzioni tipiche del territorio stabiano che lo hanno reso, assieme all’area vesuviana in genere, uno dei territori più fertili e famosi per le produzioni in tutto il mondo antico.

L'esposizione si accompagna anche ad un catalogo edito da Electa.

Foto copertina: @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei


Arkeostoriæ

Divulgazione e promozione turistico-culturale del territorio nella seconda edizione di Arkeostoriæ - archeologia e narrazioni

𝐃𝐢𝐯𝐮𝐥𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨-𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐞𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐀𝐫𝐤𝐞𝐨𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢æ – 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐞 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢

ArkeostoriæDal 30 settembre al 4 ottobre previsti una serie di incontri, dibattiti, workshop, presentazione di libri e rappresentazioni teatrali che mirano alla promozione turistico-culturale del nostro territorio.
Storia antica, archeologia e valorizzazione dei beni culturali: questi gli obiettivi delle interessanti iniziative culturali inserite nel vasto programma della rassegna 𝘈𝘳𝘬𝘦𝘰𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪æ – 𝘢𝘳𝘤𝘩𝘦𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘢 𝘦 𝘯𝘢𝘳𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 ideato ed organizzato dall’archeologa Alessandra Vuoso, giunto quest’anno alla seconda edizione.
Filo conduttore della seconda edizione di Arkeostoriæ è l’esplorazione delle persistenze culturali del mondo antico, intese sia come forme resilienti che come temi particolarmente attivi nei processi di trasformazione storico-culturali.

Come la prima edizione, anche quella prevista per il 2020 si svolgerà a Ischia, dal 30 settembre al 4 ottobre, con il patrocinio scientifico e organizzativo del CEiC - Istituto di Studi Storici e Antropologici / Ong Unesco.
Grazie alla collaborazione e al partenariato enti di ricerca pubblici e privati, Arkeostoriæ – archeologia e narrazioni, con il supporto della Scabec – Società campana per i beni culturali, della Regione Campania e del Comune d’Ischia, ha approntato per il mese di ottobre 2020 una serie di proposte rivolte a un pubblico particolarmente interessato a iniziative tematiche che uniscono, all’approfondimento specialistico, il divertimento culturale.

Si partirà con il Webinar 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨̀ 𝐢𝐥 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐨𝐦𝐨 in diretta streaming sulla pagina Facebook ufficiale della manifestazione (mercoledì 30 settembre) in cui la zoologa e conduttrice radiotelevisiva Mia Canestrini e il Presidente dell' Associazione ARDEA Rosario Balestrieri analizzeranno le origini e il processo della domesticazione canina e il ruolo del cane nel mondo antico: da animale da compagnia a cane da guerra dei legionari, ad aiuto lavorativo.

Doppio appuntamento alla Biblioteca Antoniana di Ischia nel pomeriggio del primo ottobre:
previsto dalle ore 16.30 il seminario 𝐈 𝐬𝐞𝐦𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐯𝐯𝐞𝐧𝐢𝐫𝐞. 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢æ 𝐝𝐢 𝐛𝐨𝐭𝐚𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐚𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 durante il quale l’archeobotanica Chiara Comegna ci illustrerà gli alimenti che riempivano l’universo produttivo e agroalimentare degli antichi romani, riproponendoli in una prospettiva di archeologia delle emozioni e delle sensazioni, quali elementi culturali di lunga durata;
a seguire (alle ore 18) l’archeologo classicista Mario Grimaldi l’ornitologo Rosario Balestrieri e apriranno una finestra su 𝐋𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐳𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚: 𝐠𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐞 𝐚𝐯𝐢𝐟𝐚𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐏𝐨𝐦𝐩𝐞𝐢.

𝐒𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐭𝐞 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚𝐭𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐭𝐮𝐢𝐭𝐞 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐦𝐞𝐫𝐢𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐮𝐞 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞: Stefania Napoleone, Guida turistica autorizzata regione Campania condurrà i partecipanti (opportunamente prenotati a mezzo mail al [email protected]) in una escursione via mare alla Chiesetta di Sant’Anna e passeggiata da Cartaromana a Ischia Ponte attraverso la panoramica via Soronzano con visita dell’antico Borgo di Celsa.

Per le ore 18,30 si parlerà di 𝐓𝐞𝐦𝐩𝐨, 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐳𝐢𝐞 presso l’ampia sala della Biblioteca Antoniana di Ischia con lo scrittore archeologo Alessandro Luciano che presenterà al pubblico, insieme all’archeologa Alessandra Vuoso, il suo romanzo storico 𝐍𝐞𝐫𝐨 𝐒𝐚𝐫𝐚𝐜𝐞𝐧𝐨 (Marlin editore).

Per la mattinata del tre ottobre è previsto un altro tour guidato. Meeting point al Centro Culturale Multimediale (Via San Giovan Giuseppe della Croce 49, Ischia Ponte) in compagnia dell’archeologa Alessandra Benini che accompagnerà i visitatori (prenotatisi a mezzo mail al [email protected] Accesso all’escursione a costo ridotto) all’𝐞𝐬𝐜𝐮𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐛𝐚𝐫𝐜𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐩𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐀𝐞𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚.

Arkeostoriæ

Seguirà il Webinar in diretta streaming Facebook (previsto per le ore 11) 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐚 in cui l’archeologo scrittore Alessandro Luciano discorrerà sull’utilità della storia e della possibilità di renderla "viva" attraverso uno storytelling dinamico.

Il pomeriggio della stessa giornata (ore 18 presso la Biblioteca Antoniana di Ischia) avrà luogo il seminario di studi dal titolo 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐝 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐦𝐨𝐝𝐞𝐫𝐧𝐢: 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐞𝐯𝐨𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞: Vincenzo Iorio (ArcheoTeatro Pompeiano), Rinaldo Mattera (Unisob Media Lab), Stefania Napoleone (Associazione Culturale Pro S.Alessandro), Pasquale Di Meglio (Associazione ActusTragicus, Forio) coordinati da Ugo Vuoso (Università di Salerno, Istituto CEiC) illustreranno il significato delle rievocazioni storiche incentrate sulla ricostruzione di forme di vita del passato, interpretato tanto filologicamente quanto in modo fantastico.

Gran finale previsto per il quattro ottobre, ultima giornata in programma: presso la spiaggia dei Pescatori di Ischia (ore 16) avrà luogo lo spettacolo 𝐆𝐥𝐚𝐝𝐢𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞𝐬 𝐏𝐨𝐦𝐩𝐞𝐢𝐨𝐫𝐮𝐦 (produzione A.R.S. Antiquarum Rerum Scientia) in cui si vivrà una tipica giornata ai giochi, durante i quali lo spettatore vestirà i panni di un antico cittadino chiamato a decidere attivamente sulle sorti dello sconfitto. Gli spettatori sono invitati a munirsi di telo mare!
Seguirà 𝐃𝐢𝐦𝐢𝐜𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐃𝐨𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐥𝐮𝐝𝐢𝐜𝐨-𝐝𝐢/𝐭𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐨: verrà esposto l’armamento difensivo e offensivo dei combattenti antichi e sarà possibile provare in prima persona la tecnica di combattimento individuale e collettivo per una vera immersione nella storia!

Il pomeriggio si concluderà con la 𝐂𝐨𝐞𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐮𝐥𝐚𝐫𝐢𝐬 – 𝐀𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐚𝐩𝐞𝐫𝐢𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐚 a cura di BisBoccia_Ischia: un viaggio culinario a ritroso nel tempo (previsto un piccolo contributo).

Per partecipare a tutti gli eventi è obbligatoria la prenotazione al [email protected])

 

Comunicato e immagini di questa seconda edizione della rassegna da Arkeostoriæ - archeologia e narrazioni


espositivi 2021 Bargello Dante

Progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello - 700 anni dalla morte di Dante Alighieri

Il 23 settembre alle ore 10:00, nel Salone di Donatello del Museo Nazionale del Bargello, sono stati anticipati alla stampa, alla presenza del ministro dell’Università e della Ricerca, professor Gaetano Manfredi, i progetti espositivi organizzati per il 2021 dai Musei del Bargello, in occasione delle celebrazioni per i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

Oltre al Ministro sono intervenuti: Tommaso Sacchi, assessore alla cultura del Comune di Firenze; Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; Lugi Dei, Rettore dell’Università di Firenze; Andrea Mazzucchi, ordinario di Filologia dantesca e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni dantesche del 2021; e Paola D’Agostino, direttore dei Musei del Bargello che ha moderato gli interventi dei relatori e presentato i curatori delle mostre programmate per il prossimo anno.

In occasione del settimo centenario dalla morte di Dante Alighieri, i Musei del Bargello e l’Università di Firenze stanno lavorando alla realizzazione di una prima mostra dedicata alla ricostruzione del rapporto tra Dante e Firenze nei decenni immediatamente successivi alla sua morte, presentandone gli attori, le iniziative, i luoghi, e i temi.

Nell’autunno del 2018 è stata, infatti, avviata una collaborazione istituzionale sottoscritta tra i Musei del Bargello e due dipartimenti dell’ateneo fiorentino, il DILEF (Dipartimento di Lettere e Filosofia) e il SAGAS (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo), che ha portato nell’ultimo biennio a frequenti incontri tra professionalità del mondo museale e della ricerca, instaurando un serrato dialogo con esperti in ambito nazionale e internazionale, tra le istituzioni che hanno concesso i prestiti.

La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la Biblioteca Laurenziana e la Biblioteca Riccardiana sono tra gli enti promotori della mostra e hanno contribuito in maniera determinante, concedendo in prestito un nucleo significavo di manoscritti. L’Accademia della Crusca e l’Opificio delle Pietre Dure sono stati interlocutori istituzionali fondamentali nell’articolazione del progetto scientifico.

La mostra, dal titolo «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante, si svolgerà dal 23 marzo al 25 luglio 2021, e sarà curata da Luca Azzetta, Sonia Chiodo e Teresa De Robertis dell’Università di Firenze, con un comitato scientifico di esperti filologi e di storici dell’arte, composto da Andrea De Marchi, Giovanna Frosini, Andrea Mazzucchi, Marco Petoletti, e Stefano Zamponi.

Il Museo Nazionale del Bargello è punto di partenza imprescindibile per la ricostruzione del rapporto tra Dante e la sua città dopo la condanna e la morte in esilio. Al suo interno, infatti, si trova l’affresco che testimonia la sorprendente inclusione del Poeta tra le schiere degli eletti nel Paradiso. Il dipinto è stato realizzato nel 1337 dagli allievi e collaboratori di Giotto di Bondone e si trova nella Cappella del Podestà, luogo simbolo del connubio tra la giustizia degli uomini e quella divina. Si tratta di una scelta di rilievo pubblico, punto di arrivo della riappacificazione tra Firenze e il suo illustre figlio, con la quale comincia un processo di ricostruzione e invenzione della memoria. Le pitture della cappella, ma anche gli altri affreschi trecenteschi del Palazzo, costituiranno parte della mostra, volta a richiamare l’attenzione sul valore esemplare dei loro contenuti in rapporto alla funzione dell’edificio, quale sede della suprema autorità giudiziaria della città.

La mostra «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante sarà articolata in sezioni, con prestiti di manoscritti e dipinti che saranno allestiti in dialogo con gli affreschi e altre opere coeve, provenienti dalle collezioni del Bargello e da istituzioni italiane e straniere. Si tratta di un itinerario espositivo che ripercorrerà tappe e protagonisti di questo rapporto tra Firenze, l’Alighieri e la sua opera nella prima metà del Trecento, presentando artefici, copisti, commentatori, miniatori e lettori della Commedia intorno all’anno 1337. La mostra intende dare voce proprio a questi protagonisti, i cui nomi sono a volte noti ma più spesso restano sepolti nelle pieghe del passato, ricostruendo così il percorso che avrebbe portato Giovanni Villani a definire Dante «onorevole e antico cittadino di Firenze» e Giovanni Boccaccio a costruire il suo personale monumento cartaceo. Sarà un’occasione straordinaria per approfondire la conoscenza di studi di filologia, paleografia, storia dell’arte e restauro e per mostrare anche al grande pubblico un capitolo unico della storia civile di Firenze che in quel momento assurge ad una dimensione molto più ampia, dando vita al testo vulgato con cui Dante sarà letto e recepito per secoli. La mostra, progettata per consentire livelli di lettura differenziati, non si rivolge solo agli studiosi ma anche al grande pubblico, considerando con particolare attenzione i giovani e le scuole, ai quali sarà dedicato un programma di iniziative collaterali.

La collaborazione tra i Musei del Bargello e l’Università di Firenze sarà inoltre un’occasione formativa per studenti, dottorandi e giovani studiosi, coinvolti nel progetto.

Sempre al Museo Nazionale del Bargello si terrà un secondo evento espositivo dedicato alla fortuna dantesca nella seconda metà dell’Ottocento.

La mirabile visione. Dante e la Commedia nell’immaginario simbolista, si terrà dal 23 settembre 2021 al 9 gennaio 2022 e sarà curata da Carlo Sisi, con il contributo di storici dell’arte e della letteratura di Otto e Novecento che collaboreranno con un Comitato Scientifico composto da Emanuele Bardazzi, Ilaria Ciseri, Flavio Fergonzi, e Laura Melosi.

Nel 1865, ricorrenza del sesto centenario della nascita di Dante, quando il Bargello riaprì le porte come primo Museo Nazionale del Regno d’Italia con una mostra dedicata all’Alighieri, la figura del Poeta si identifica sempre più con l’idea nazionale sancita dagli esiti della politica risorgimentale, per cui Dante è definito “precursore della unità e libertà d’Italia”. Dedicata alla complessa percezione della figura di Dante e della Divina Commedia nel contesto letterario tra Otto e Novecento, la mostra intende presentare una selezione di opere che, dalle correnti naturaliste agli influssi europei del Simbolismo, narrino lo straordinario catalogo di immagini – sublimi, mistiche e oniriche – che il poema dantesco offriva al mondo dell’arte. Articolata in sezioni, la mostra è concepita come una narrazione tematica e interdisciplinare per cui le opere esposte formeranno una stringente sequenza, collegando tra loro dipinti, sculture e i rimandi concettuali e letterari impliciti nella vicenda biografica e poetica di Dante: dalla vigilia del centenario del 1865, alla temperie simbolista e all’importante concorso bandito da Vittorio Alinari nel 1900 per l’illustrazione della Divina Commedia.

Nell’arco del 2021, attraverso i due progetti espostivi saranno ripercorsi i due momenti nodali del legame tra Dante e il Palazzo del Podestà, poi divenuto Museo Nazionale del Bargello, e con la città di Firenze, che il Poeta non avrebbe più visto dopo la condanna del 10 marzo 1302 all’esilio perpetuo e al rogo se fosse tornato nella città gigliata. La presentazione dei progetti espositivi si è tenuta nel Salone di Donatello che, ai tempi di Dante, era la grande Sala dell’Udienza, dove fu emanata la terribile sentenza.

Il Palazzo del Bargello. Presentati i progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Info: www.bargellomusei.beniculturali.it

Testo e video dall'Ufficio Comunicazione e Promozione Musei del Bargello sui progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri


La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio

Arte e tecnologia: i raggi X sulla Fornarina ci restituiscono “Raffaello da vicino”

Com’è ben noto, gli studiosi dell’arte talvolta si servono degli ausili tecnologici per approfondire la conoscenza di specifiche opere di particolare interesse. L’uso della fluorescenza ha, infatti, più volte consentito la visione di disegni preparatori o addirittura di opere celate al di sotto di quelle in superficie, riportando alla luce elementi altrimenti non visibili.

Talvolta queste tecnologie innovative vengono adoperate per studiare meglio la tecnica pittorica dell’artista, il suo modo sapiente di utilizzare pigmenti, giungendo a notevoli risultati, si è evidenziato anche grazie all'imaging e attraverso lo studio degli elementi chimici sulla tela. È questo il caso della Fornarina” di Raffaello Sanzio, dipinto a olio su tavola, delle dimensioni di 87 x 63 cm., risalente approssimativamente al 1520 e custodito a Roma a Palazzo Barberini. La celeberrima opera ritrae una donna seminuda seduta a mezza figura, dai capelli mori raccolti, con la firma dell’autore posta sul bracciale con su scritto “Raphael Vrbinas”. È stata oggetto di indagini il 28, 29 e 30 gennaio scorsi, dopo mesi di approfondimento e valutazione storico scientifica i risultati sono stati resi pubblici il 21 settembre.

La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63: il dipinto è stato oggetto di una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X. Foto con la sequenza degli elementi, dall'alto a sinistra è: Calcio, Ferro, Rame, Manganese, immagine al visibile, Oro, Piombo, Mercurio, Stagno.

L’analisi si inserisce nel Progetto MU.S.A. (Multichannel Scanner for Artworks) che ha proceduto alla creazione di uno scanner multicanale che, mediante attività di imaging, ha mappato la distribuzione degli elementi chimici risalendo ai pigmenti adoperati da Raffaello. “Emmebi Diagnostica Artistica” e “Ars Mensurae” hanno collaborato a tal fine con l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), coadiuvati dal CNR ISMN, dal CHNET (Cultural Heritage Network) e da atenei quali La Sapienza e l’Università di Roma 3. Si è, dunque, proceduto ad una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X (MA-XRF) che ha permesso di ricostruire il processo esecutivo del dipinto di Raffaello noto come la Fornarina.

Come evidenziato da Paolo Branchini dell’INFN, siamo di fronte ad uno dei migliori esempi di come una tecnologia innovativa ideata originariamente per scopi settoriali (gli studi di fisica fondamentale nel realizzare rilevatori di particelle) venga poi applicata ad altri ambiti di ricerca, contribuendo all’analisi approfondita dei beni culturali e alla loro migliore conservazione.

Chiara Merucci, delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini (sede dell’opera nella Galleria Nazionale d’Arte Antica), ha enfatizzato il contributo conoscitivo apportato dalla scansione macro XRF. La strumentazione si rivela altresì utile per dipinti di grandi dimensioni. È stato così possibile individuare l’intreccio di pigmenti e forme sapientemente distribuiti per dare tridimensionalità all’immagine.

La rilevata distribuzione di ferro e piombo corroborano la tesi della stesura di una base chiaroscurata com’era solito fare all’epoca, mentre la presenza del mercurio (indice dell’uso del cinabro) mostra una revisione del fondo, già scovata nel 1983 tramite radiografie, che ha mutato l’assetto chiaroscurale del soggetto ritratto. In tal modo, la visione della ripartizione di rame, ferro, calcio e manganese ha rivelato la complessità del fondo di vegetazione, fornendone un’insolita visione: mentre le foglie più grandi sono esito di stesure di ferro, o ferro e manganese, i rami invece sono stati realizzati con del verde di rame e nero d’ossa.

È stata poi effettuata una comparazione tra le indagini del 1983, quelle del 2001 e quelle odierne nell’intervento di Claudio Seccaroni di Enea. In virtù delle diverse tecnologie adoperate, con i vantaggi e i limiti che ciascuna comporta, si integrano agli ultimi risultati i contributi apportati dall’originaria ricerca svolta da La Sapienza e quelli successivi forniti da Enea. Hanno fatto seguito riflessioni più mirate sui materiali dell’opera e sulle potenzialità diagnostiche di ciascuna tecnica analitica.

Per quanto concerne l’integrità del dipinto, con Giovanna Martellotti (CBC Conservazione Beni Culturali Soc. Coop.) è stata descritta l’attività di restauro effettuata nel 2000, diretta da Lorenza Mochi Onori e curata da Cinzia Silvestri e Rosanna Coppola. A tal riguardo Giovanna Martellotti ha comparato i dati dell’osservazione delle varie fasi di restauro con i risultati delle ricerche svolte da Enea, PanArt, Istituto Nazionale di Ottica e R&C scientifica.

Infine, è stato effettuato un excursus sulla storia del dipinto e sulle informazioni certe che abbiamo di esso, quali la menzione della sua presenza nella collezione di Caterina Sforza nel 1595, ed il successivo inserimento tra le opere delle Gallerie Nazionali. A parlarne è Alessandro Cosma delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, illustrando le incertezze che permangono sull’opera: il suo significato, la destinazione d’origine e i tempi di realizzazione, probabilmente ben più lunghi di quanto sinora supposto.

A ciò si aggiunge il mistero dell’identità della Fornarina, associata alla donna amata dal pittore e solo nell’Ottocento identificata con Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere da cui trae il nome. Permangono, quindi, dei dubbi sull’opera che hanno a lungo diviso la critica e che sembrano destinati a rimanere tali.

Raffaello Sanzio La Fornarina
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63. The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1]. Immagine in pubblico dominio

È prevista la pubblicazione degli atti della giornata (21 settembre) e alla scansione macro della fluorescenza dei Raggi X della Fornarina di Raffaello Sanzio, grazie al finanziamento della Regione Lazio.


La distanza dei sentimenti: Spaccapietre dei fratelli De Serio

La distanza dei sentimenti:

Spaccapietre dei Fratelli De Serio

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Da un paio di decenni la Puglia è il set prediletto per una gran quantità di opere cinematografiche: la fondazione Apulia Film Commission ha saputo promuovere eccellentemente il fascino ancestrale di questa regione, i suoi paesaggi bucolici e i centri storici immacolati, che sono diventati il teatro perfetto per storie intense e poetiche, drammi e favole. Tuttavia chi si approccia a Spaccapietre, l'ultima fatica dei fratelli De Serio, cercando questa Puglia scenografica, rimarrà inevitabilmente deluso: i registi piemontesi, saliti alla ribalta nel 2012 con l'intenso Sette opere di misericordia, scelgono infatti di mostrarne il lato periferico e degradato. Niente scorci panoramici, niente inquadrature monumentali, ma solo campi brulli e riarsi che si estendono per chilometri e chilometri, lasciando al massimo intravedere le luci di una città irraggiungibile.

Lo stesso senso di vuoto e squallore si riflette nella storia dei protagonisti Giuseppe e Anto' (Salvatore Esposito e Samuele Carrino), un padre e un figlio che si trovano di colpo ad affrontare la perdita di Angela (Antonella Carone), morta di fatica in un centro di coltivazione illegale. Per rendere il lutto più sopportabile, Giuseppe fa al bambino una promessa impossibile da mantenere: prima o poi riuscirà a far ritornare da lui la mamma perduta. La loro vicenda, tuttavia, prenderà una strada opposta al sogno e alla speranza: disabile a causa di un incidente sul lavoro, l'uomo dovrà infatti affidarsi agli stessi aguzzini di Angela, entrando così in un mondo di sacrifici e umiliazioni, dove trovare calore umano è impossibile... o quasi.

Spaccapietre, presentato con grande riscontro di critica alle Giornate degli Autori della 77° Mostra del Cinema di Venezia, si ispira alla vicenda di Paola Clemente, morta a 49 anni mentre lavorava illegalmente in un'azienda agricola; impossibile, dunque, non vedere in questo film una netta denuncia al caporalato, piaga sociale che tuttora affligge il Meridione. I fratelli De Serio scelgono di portarne in scena gli aspetti più crudi e depersonalizzanti, che si evincono tanto nell'epopea di Giuseppe e Anto' quanto nel modo in cui essa è raccontata. Nulla, nello sviluppo della storia, è concesso al sentimento e all'emozione: le interazioni tra i personaggi sono asettiche e discontinue, quasi esclusivamente gestuali; non è un caso che nelle fila del cast di contorno figurino volti noti del teatro pugliese, come Vito Signorile e Licia Lanera. Non è così per i due protagonisti, i quali regalano al film i pochi momenti di sincera tenerezza: un plauso va sicuramente a Salvatore Esposito, che è riuscito ad allontanarsi dai suoi personaggi-feticcio per interpretare efficacemente un uomo smarrito e incapace di fronte a una serie crescente di drammi.

Spaccapietre

Questo alternarsi tra distanza emotiva e rapporto filiale è con una serie di espedienti tecnici interessanti: a interminabili scene in campo lungo e inquadratura fissa si contrappongono piani sequenza che lasciano fuori i volti e sfocano gli ambienti per concentrarsi su dettagli apparentemente insignificanti. I lati oscuri dell'animo umano che vengono fuori da questa vicenda sono invece illustrati mediante una fotografia che privilegia la luce naturale: in questo la scelta della Puglia come set ha consentito di avvalersi di meravigliosi tramonti oscuri in cui il sole appare come una minima striscia all'orizzonte, quasi a simboleggiare l'impossibilità di raggiungerlo.

Spaccapietre si giostra dunque tra un crudo realismo e una simbologia esasperata, prossima all'allegoria: questo, tuttavia, risulta essere un punto debole. L'annichilimento dei sentimenti comporterebbe inevitabilmente il trovarsi super partes, o quantomeno far passare sottotraccia il proprio punto di vista: i De Serio, come già detto, prendono invece una posizione netta e non si risparmiano una sequela di stoccate nella forma di scene smaccatamente didascaliche. In alcuni frangenti si avrà addirittura l'impressione di assistere a una versione neorealista de La vita è bella, il che, se da un lato giova all'empatia dello spettatore, dall'altro vanifica in parte lo sforzo di fotografare con taglio documentaristico le brutture del caporalato. Questa indecisione risulta fin troppo evidente nel finale che, senza fare spoiler, richiederebbe un coinvolgimento emotivo abnorme, ma finisce per confondere lo spettatore.

Spaccapietre è dunque un bel film confezionato alla perfezione, con un ottimo cast e un'attenzione maniacale alle componenti tecniche; sarebbe tuttavia stato auspicabile studiarne approfonditamente l'identità, scegliendo se girare un film realista oppure una favola nera.

Spaccapietre

Spaccapietre
La locandina del film Spaccapietre, per la regia dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, La Sarraz Distribuzione

Il film è in programmazione in quattro sale pugliesi: il Multicinema Galleria a Bari (Corso Italia, 15), il Cinema Sidion a Gravina in Puglia (Via Bari, 33), l'UCI Cinemas a Molfetta (Via dei Portuali, 12) e il CineTeatro Buccomino a Spinazzola (Corso Umberto I).

Per le foto si ringrazia Apulia Film Commission


Boys Don't Cry

Boys Don't Cry: la transfobia in chiave indie

Nell'inverno del 2000 Hilary Swank vince l'Oscar per Miglior attrice protagonista per il film Boys Don't Cry diretto da Kimberly Peirce. La pellicola, distribuita dalla Searchlight Picturesnarra la vicenda realmente accaduta di Brandon Teena, ucciso a Falls City da due ragazzi transfobici e omofobici.

 

Trama

Ci troviamo nel 1993, Brandon Teena (Hilary Swank) sta per compiere 21 anni e, così, decide di lasciare la città natale, Lincoln City, per trasferirsi in un'altra cittadina del Nebraska: Falls City. La fuga rappresenta per il protagonista un'opzione di riscatto e la possibilità di poter cominciare una nuova vita in una città dove nessuno conosce il suo segreto. Brandon è, di fatto, transgender, e all'anagrafe il suo nome è Teena Brandon.

Arrivato a Falls City, il protagonista incontra quello che presto diventerà il suo gruppo di amici, capitanato da John (Peter Sarsgaard) e Tom (Brendan Sexton III). John sembra accogliere bene il piccolo Brandon, che appare come un ragazzo gracile e femmineo. Una sera si unisce al gruppo Lana (Chloë Sevigny), una ragazza particolarmente legata a John che di notte lavora come operaia. Brandon si innamora di Lana e tenta di corteggiarla. Lana, abituato ad un certo tipo di mascolinità tossica, resta affascinata dai modi gentili e buffi di Brandon, innamorandosi a sua volta del ragazzo.

Boys Don't Cry
Una scena del film Boys Don't Cry. ™ AND © TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION. ALL RIGHTS RESERVED. PROPERTY OF SEARCHLIGHT PICTURES.

Brandon - Teena

Un segreto non può restare nascosto a lungo. John, dopo aver scoperto la relazione tra Lana e Brandon, comincia ad indagare sempre più sulla vita del nuovo arrivato, il cui passato non è totalmente chiaro. Lana, sempre più innamorata, decide di fare l'amore con Brandon, rendendosi conto che il corpo del ragazzo ha qualcosa di differente: Lana scorge una porzione di seno.

I nodi vengono presto al pettine, scatenando la furia di John che, con il supporto di Tom, smaschera Brandon davanti all'interno gruppo. Brandon tenta di fuggire, ma i suoi due futuri aguzzini lo rapiscono e lo stuprano. Con l'aiuto di Lana, Brandon denuncia la violenza subita, scontrandosi con le ottuse ed irrispettose domande dello sceriffo (su YouTube è possibile ascoltare il vero dialogo tra Brandon e il capo della polizia locale).
Ovviamente a poco servirà la denuncia: Brandon viene freddato da John la sera dopo la denuncia.

 

USA 1993

Gli USA rappresentati da Kimberly Peirce mostrano una nazione altamente intollerante e governata da chi nella violenza c'è cresciuto. Il personaggio di Brandon appare come una mina vagante, un elemento esterno che potrebbe far crollare una gerarchia ben costruita che va avanti così da tempi lontani. John e Tom sono ex galeotti, ma appaiono come dei bravi ragazzi agli occhi della comunità dato che sembrano prendersi cura di Lana e di sua madre.

Nessuno si sforza di entrare nelle dinamiche famigliari e sociali tipiche di un disagio urbano esplorato costantemente dal cinema indipendente americano, soprattutto negli anni '90. Brandon Teena si inserisce spontaneamente ed ingenuamente in queste dinamiche a lui estranee, rimanendone vittima.
La denuncia del film, ovviamente, è rivolta verso la transfobia e l'omofobia. Argomenti scottanti nel 1993 come oggi, specialmente in alcuni Stati americani.

Boys Don't Cry ha l'immenso pregio di far scivolare la narrazione filmica attraverso le sensazioni e la risolutezza di Brandon, non rendendo mai banale o stereotipata la questione legata alla transizione di genere. La regia non cela nulla, dai momenti di euforia alla terribile sequenza dello stupro, ed è proprio questa spontaneità registica ad aver causato una pessima distribuzione della pellicola. In Italia, infatti, il film passò abbastanza in sordina. Nel 2000 la giustificazione dell'industria cinematografica puntò il dito contro il pubblico: il pubblico non è interessato a vedere film di basso budget e con argomenti distanti dal quotidiano.

Caso vuole, però, che nel 2003 si assista alla distribuzione massiccia del film Thirteen di Catherine Hardwicke: un lungometraggio a bassissimo budget girato in appena 23 giorni e non privo di scene eclatanti e "scomode".
In conclusione, perché un film sul disagio giovanile dovrebbe coinvolgere maggiormente una fetta di pubblico? La questione di genere non è, forse, una parte integrante di quel disagio giovanile ed esistenziale a cui assistiamo ogni giorno?

Boys Don't Cry Hilary Swank
La locandina del film Boys Don't Cry, per la regia di Kimberly Peirce. ™ AND © TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION. ALL RIGHTS RESERVED. PROPERTY OF SEARCHLIGHT PICTURES

Scardanelli accordo

Scardanelli, l'estate del nostro scontento: "L'accordo. Era l'estate del 1979"

Il dolore ci costituisce in misura maggiore di ciò che pensiamo: è la spina dorsale della consapevolezza

A ventisette anni avverto un certo timore nel parlare di un libro scritto da un autore che ha la stessa età di mio padre. Non è solo la paura di confrontarsi con qualcuno che ha più di trent'anni di te, ma la reverenza di saggiare le parole di uno spirito che ha attraversato la storia (S minuscola, perché ci sono le storie intime, gli anni del crepuscolo ideologico, le storie dimenticate).

Paolo Scardanelli L'accordo. Era l'estate del 1979 (Carbonio Editore)
La copertina del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979pubblicato (2020) da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

Paolo Scardanelli è entrato a gamba tesa, sulla mia testa, in un pomeriggio di settembre, fallo tattico o irruenza agonistica non saprei dirlo, ma i segni dei suoi tacchetti semantici sono impressi, tant'è che sto scrivendo una delle rarissime recensioni a "caldo", ovvero immediatamente dopo aver concluso L'accordo. Era l'estate del 1979.

Il romanzo d'esordio di Scardanelli è un'ode dagli accordi volutamente cacofonici e melanconici:

le note dolcemente depensate, malinconiche, intensamente leggere che il grande pianista distillava riempivano l'aere, rimbalzavano su mobili e stucchi, su arredi e porte, su tappeti e divani, per finire a lambire la figura abbandonata di Andrea. (p. 187)

Un esempio della prosa ariosa e ambiziosa di Scardanelli, che evoca tempi passati e destrutturati, anzi masticati dalle fauci del crepuscolo ideologico della fine degli anni '70.  La trama riveste gli stilemi riconoscibili del romanzo d'amicizia, quello di impegno civile (chi scrive ne ha letti tanti, da Volponi a Trevisan), ma ci sono echi manganelliani dalla tetra potenza universale:

Pensa cosa sarebbe un orgiastico universo nel quale ogni atomo avesse trovato il suo battito di ciglia, il suo proprio compimento. L'apoteosi del contrario. Potrebbe davvero sostenerlo l'universo un tale impatto vitale? Non soccomberebbe  all'insensato flusso delle passioni? (p. 214, secondo me una piccola centuria di Manganelli)

Torniamo alla trama, ovvero la storia dell'amicizia tra Andrea e Paolo che viene contorta e contesa dalle potenze ctonie del tempo e del cambiamento, della sacra alterità che non si può addomesticare con nessun mezzo. Il destino di due ragazzi-uomini in continuo burn-out  ansiogeno per un futuro nebuloso, senza stelle o soli iridescenti. Eclissi totale di un'estate shakesperiana che ha il lezzo dello scontento di Riccardo III (ma salutiamo anche Steinbeck). Il De amicitia di Cicerone viene stravolto, o compreso in pieno, a voi il giudizio, di certo c'è l'esegesi modernista delle Lettere Morali a Lucilio. Ho visto tanto Seneca in questo romanzo, perché non ci sono rapporti amicali solo per fini utilitaristici (aristotelicamente parlando) ma perché l'uomo stringe legami a prescindere, c'è l'istinto verace che ottenebra i sensi fino a portare a quell'amicizia folle, tipicamente senecana, che si può chiamare amore.

https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca#/media/File:Seneca-Cordoba.jpg
Statua di Seneca a Cordova, foto di Gunnar Bach Pedersen, in pubblico dominio

Scardanelli fa male, spesso ci sono fraseggi laceranti che fanno colare sangue e il pus delle infezioni dell'anima. Un romanzo che non avrebbe, secondo il mio modesto avviso, niente da invidiare ai finalisti Strega o ad altri premi. Vera letteratura del disincanto, morte precoce di qualsiasi fanciullo, imperiale decadenza delle strutture utopiche post anni '60: un mondo simile racconta Scardanelli con una prosa ampia, densa, a volte impenetrabile grazie a una linea Maginot di richiami, citazionismi e mitologemi letterari polifonici.

C'è l'Italia, patria o wasteland, terra del devasto e della fuga, culla di migrazioni omeriche e vaneggiamenti beat. Ho percepito così tanta cultura, merito di una ricchissima e bulimica prosa, che è impossibile fare una summa degli autori percepiti nel testo. In questo romanzo si passa da Bufalino a Thomas Mann, da Kerouac a Jünger, ma sempre saldamente ancorati alle "pendici dell'Etna", ultimo other world dal sapore utopico protetto dai custodi dei drammaturghi greci. Così Scardanelli, come un vero siciliota sulla piana d'Imera, difende un'identità di "sicilitudine" grazie a un mix-up platonico-pirandelliano.

https://it.wikipedia.org/wiki/Etna#/media/File:Etna_cima.JPG
La cima dell'Etna. La Sicilia è protagonista del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979. Foto di Andrea Fontanelli, CC BY-SA 3.0

Fa male pensare a questi anni lontani dalla mia generazione, chiamiamola era della morte delle illusioni, lampante dichiarazione di fallimenti politici e individuali, l'era antropologica dei senza qualità di Robert Musil. Riassumere Scardanelli in vacue opinioni lo trovo personalmente limitante, significa raggiungere la luna per recuperare la ragione di Orlando volando su una navicella di carta. Il respiro della prosa di Scardanelli è il punto di forza del romanzo, che potrebbe prendersi il lusso di siglare una non-storia, che invece è ieratica e impervia, pericolosa e affilata così sfrontata da allontanarsi dal panorama italiano.

La "Ricerca" è l'unico romanzo che s'approssima davvero all'esistenza, consciamente ne vive i tempi e l'assoluta precarietà, che pensa e vive la vita come un eterno crepuscolo nel quale è inscritto il nostro dovere conoscitivo che, unico, ci salverà dalla dannazione.

La storia di amicizie che collimano nella totale disillusione politica, questo e  molto altro ci aspetta nel romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979, edito da quella frizzante realtà di Carbonio Editore.

Scardanelli accordo
Foto di Sasin Tipchai

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.